Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
8 aprile 2023
Ieri mattina sei congolesi sono stati condannati all’ergastolo da un tribunale militare di Kinshasa per l’assassinio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, della sua guardia del corpo italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci, e dell’autista locale del Programma alimentare mondiale (PAM), Mustapha Milambo, il 22 febbraio 2021. All’Italia che si è costituita pare civile andranno due milioni di dollari. La sentenza non chiarisce tutti i misteri che circondano la vicenda.
L’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, assassinato in Congo-K insieme alla sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci, e l’ autista di PAM, Mustapha Milambo
L’accusa aveva chiesto la pena di morte ma i giudici della guarnigione militare di Gombe (un quartiere della capitale congolese) si sono limitati al carcere a vita, anche sembra per i suggerimenti del governo italiano. Nel nostro ordinamento la penaa capitale non è prevista.
La difesa, secondo cui i suoi clienti sono innocenti perché estranei ai fatti, ha immediatamente diramato un comunicato, ricevuto anche dallo stringer di Africa ExPress a Kinshasa, preannunciando appello: “Gli imputati non c’entrano nulla con questa storia e hanno un alibi di cui i giudici non hanno voluto tener conto. Questo processo è politico”.
Al momento della lettura pubblica della sentenza in aula erano presenti cinque imputati: André Murwanashaka Mushahara, Issa Seba Nyani, Antoine Bahati Kiboko, Amidu Sembinja Babu alias Samuel Ombeni e Prince Marco Shimiyimana. Il sesto condannato è latitante.
Cinque dei sei (uno è latitante) condannati all’ergastolo per l’assassinio di Luca Attanasio
Erano sotto processo dal 12 ottobre, al ritmo di un’udienza a settimana, nel carcere militare di Ndolo – vicino al vecchio aeroporto, teatro l’8 gennaio 1996 di una tragedia quando un Antonov di Air Africa, stracarico di armi destinate ai ribelli dell’Unita in Angola, in decollo, si schiantò su un mercato ai margini della pista – dove erano stati portati dopo il loro arresto nel gennaio 2022 nell’est del Paese.
Presentati come membri di una banda di criminali comuni, rapinatori di strada e sequestratori, sono stati ritenuti colpevoli dell’omicidio dell’ambasciatore italiano.
Quel giorno, un convoglio di due veicoli del PAM, partito da Goma, la capitale del Nord Kivu, cadde in un’imboscata a circa 20 km dalla città, alla periferia del Parco nazionale di Virunga.
Rinomato per i suoi gorilla, il parco è anche noto per essere un covo di gruppi armati in questa regione tormentata dalla violenza da almeno 30 anni.
Luca Attansio, il nostro ambasciatore ammazzato in Congo-K
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il convoglio venne tagliato in due. Il veicolo su cui viaggiava l’ambasciatore fu bloccato e l’autista ucciso dagli aggressori. Il suo corpo fu lasciato sul ciglio della strada. L’ambasciatore e la sua guardia del corpo furono portati via e spinti nella boscaglia.
Non lontano all’agguato si trovava un drappello di rangers del parco che è subito intervenuto armi in pugno. Nella sparatoria Iacovacci è stato ucciso immediatamente mentre il diplomatico gravemente ferito è stato trasportato all’ospedale di Goma dove è spirato poco dopo.
Immediatamente quella stessa sera le autorità congolesi hanno accusato un gruppo di ribelli hutu ruandesi, le FDLR (Forces Démocratiques de Libération du Rwanda), indicati come gli autori dell’imboscata. Ma il loro leader, i colonnello, Placide Niyiturinda, in un’intervista esclusiva al telefono con Africa ExPress, aveva sempre negato anzi accusando dei tre omicidi i ribelli tutsi che operano anch’essi nella zona.
La versione “politica” però è stata ben presto abbandonata dalle autorità che hanno imboccato la strada del tentato rapimento a scopo di estorsione, diventata ufficialmente evidente quando un anno dopo sono stati arrestati i cinque condannati e individuato il sesto latitante.
Ma durante le udienze gli imputati hanno affermato in continuazione di non avere nulla a che fare con la morte dei tre e il processo non ha fornito nessuna informazione sulle circostanze, gli autori e i possibili mandanti dell’agguato.
Secondo gli stringer di Africa ExPress a Kinshasa, alcuni dei quali hanno assistito al processo, i condannati hanno negato tutto e hanno affermato che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. “Sono dei poveracci incastrati per dare qualcuno in pasto all’opinione pubblica italiana e per chiudere le porte a un’indagine seria – ha dichiarato ad Africa ExPress un diplomatico osservatore delle cose congolesi – . Non sono stati chiamati a deporre testimoni né le guardie del parco, né Rocco Leone, l’altro italiano sopravvissuto alla tragedia, un dipendente del PAM”.
“La difesa – ha raccontato uno degli stringer di Africa ExPress – ha sostenuto che l’accusa non ha provato né la partecipazione a banda armata, né il possesso illegale di armi e munizioni da guerra. Insomma, è sembrato un processo farsa”.
Infatti in Congo è in corso una lotta serrata per il controllo delle risorse minerarie abbondanti soprattutto nell’est del Paese dov’è avvenuta la tragedia e dove le milizie ruandesi fedeli al presidente Paul Kagame e quelle che invece fanno riferimento alla popolazione hutu si stanno scontrando a spese della popolazione locale. Villaggi distrutti, massacri, stupri e saccheggi quali quotidiani non si contano più.
All’inizio del mese a Kinshasa è stato arrestato un deputato considerato il re del coltan, Eduard Mwangachuchu, accusato di curare gli interessi di Paul Kagame , finanziatore del gruppo di ribelli (l’M23, dal nome di un accordo di pace siglato più di 10 anni fa 23 marzo). L’arresto sarebbe invece stato effettuato per calmare i ruandesi hutu che si sono allineati al governo centrale di Kinshasa contro i tutsi.
Eduard Mwangachuchu
Insomma la confusione con scambi di accuse regna sovrana e una propaganda martellante che impedisce a veder chiaro e capire ciò che succede e che è successo al nostro ambasciatore. Dalle opinioni raccolte in loco, anche se al telefono, da Africa ExPress sembra però che invece di diradare la nebbia la conclusione di questo processo l’abbia resa ancora più fitta.
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QUESTO SPECIALE CONTIENE VIDEO CON IMMAGINI SENSIBILI CHE NON SONO RACCOMANDATE PER PERSONE EMOZIONABILI
L’autore di questo articolo, Mark Doyle, è stato il corrispondente della BBC da varie parti dell’Africa. E’ un collega e amico del direttore di Africa ExPress che, quando ha letto questa storia scritta nel 2014 in occasione del ventennale del genocidio in Ruanda, gli ha subito chiesto se si poteva
tradurre in italiano e pubblicarla.Mark e Massimo hanno lavorato
spessissimo assieme,testimoni di guerre, massacri e carneficine nelle zone più complicate e difficili del continente, a cominciare dalla Somalia.
Oggi, 7 aprile cade il 29 anniversario del genocidio cominciato subito dopo,
le sera prima, l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiavano
il presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana
e il suo collega burundese, Cyprien Ntaryamira.
dal sito della BBC Mark Doyle aprile 2014
Questa è la storia dell’uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto.
Ho seguito molte guerre e visto molti atti di coraggio. Ma per grinta e determinazione non ho mai conosciuto nessuno paragonabile al capitano Mbaye Diagne, un peacekeeper delle Nazioni Unite in Ruanda.
Ero lì nel 1994, quando 800.000 persone furono uccise in 100 giorni, e sono tornato per ricostruire la storia di questo straordinario e carismatico ufficiale proveniente dal Senegal, nell’Africa occidentale.
Il Paese è precipitato nella guerra e nel genocidio il 6 aprile 1994, quando l’aereo che trasportava il presidente ruandese, appartenente alla maggioranza della popolazione hutu, è stato abbattuto. Tutte le persone a bordo furono uccise. Nel giro di poche ore gli estremisti hutu presero il potere e si scatenò un’ondata di omicidi contro la minoranza tutsi e contro chiunque fosse disposto a difenderla.
L’esercito andò a arrestare il primo ministro Agathe Uwilingiyimana quella prima notte.
Mentre risuonavano gli spari, i suoi cinque figli, il più piccolo dei quali aveva appena tre anni, furono portati via attraverso una rete per essere nascosti nella casa di un vicino.
Marie-Christine Umuhoza, figlia dell’allora primo ministro ruandese Agathe Uwilingiyimana
I bambini erano rannicchiati nel bungalow di mattoni, sbirciando di tanto in tanto dalla finestra, quando hanno visto i soldati che cercavano i loro genitori. “Ci furono altri spari”, racconta Marie-Christine, la figlia del primo ministro, che all’epoca aveva 15 anni.
“Abbiamo sentito i soldati urlare di gioia.
E dopo non c’è stato altro
che un silenzio inquietante”.
Agathe Uwilingiyimana era una hutu moderata, non una tutsi, ma fu uccisa perché era pronta a condividere il potere con loro. Se gli assassini avessero trovato i bambini, sarebbero stati massacrati anche loro.
Ore dopo, quando i soldati delle Nazioni Unite sono arrivati per prelevare gli operatori umanitari dell’ONU dal complesso dietro la residenza del primo ministro, hanno scoperto Marie-Christine e i suoi fratelli ancora nascosti nel bungalow.
È scoppiata una feroce discussione su cosa fare dei bambini. Non era chiaro se i soldati dell’ONU fossero autorizzati a spostarli, dice Adama Daff, uno degli operatori umanitari, ma “per motivi umanitari non potevamo assolutamente lasciarli lì”.
Hotel Mille Collines Kigali 1994
Era estremamente pericoloso viaggiare ovunque. Erano già comparsi posti di blocco presidiati da assassini hutu e i veicoli blindati che avrebbero dovuto portare in salvo gli operatori umanitari dell’ONU non si erano presentati.
Alla fine, racconta Daff, si decise che il capitano Mbaye, un osservatore militare disarmato, avrebbe portato i bambini nella sua auto non blindata fino alla relativa sicurezza del vicino Hotel des Mille Collines, sorvegliato dalle Nazioni Unite.
“Decise di caricare i bambini”, racconta il generale Romeo Dallaire, comandante canadese della piccola e poco equipaggiata forza ONU. “Li ha nascosti sotto un telone e ha guidato come un pazzo”.
“Che coraggio. Non ci sono parole
per descrivere quanto sia stato coraggioso.
È un’azione da Victoria Cross”.*
Sono stati i primi di molta gente che Mbaye ha portato all’Hotel des Mille Collines – un edificio di vetro e cemento senza importanza situato su una collina che domina la capitale Kigali, ma uno dei pochi santuari per i Tutsi in città.
Il capitano Mbaye Diagne aveva circa 30 anni, veniva da un piccolo villaggio del Senegal settentrionale ed era un uomo dal fascino immenso. Alto, con i denti sporgenti e gli occhiali da sole Aviator, il suo umorismo metteva le persone a proprio agio anche in uno dei capitoli più bui della storia moderna.
2. Nessun rifugio
I primi, sanguinosi giorni del genocidio sembrarono un pandemonio.
C’era piombo rovente che volava in ogni direzione e corpi che giacevano, a volte ammucchiati, ai lati delle strade.
I terrificanti posti di blocco erano presidiati principalmente dalla milizia hutu Interahamwe. La parola significa “coloro che lavorano insieme” – e il lavoro consisteva nell’uccidere i Tutsi con machete, coltelli e bastoni. Ho visto un uomo colpire un altro alla testa con un cacciavite.
Le stazioni radio li incitavano, invocando la morte degli “scarafaggi” tutsi.
L’abbattimento dell’aereo del presidente aveva riacceso la guerra civile tra l’esercito governativo e le forze ribelli del Fronte Patriottico Ruandese (RPF), che era stata brevemente sospesa in seguito a un timido accordo di pace. Guidato dal tutsi Paul Kagame, l’RPF stava avanzando verso la capitale, assicurando che voleva fermare il massacro.
Tra le due parti c’era la forza dell’ONU, assediata. I suoi veicoli venivano talvolta attaccati dagli hutu, soprattutto se i miliziani pensavano che al loro interno ci fossero dei tutsi.
Nelle prime 48 ore, molti osservatori militari disarmati come Mbaye – soprattutto quelli che si trovavano fuori dalla capitale – sono scomparsi. “Ci è voluto quasi un mese per trovarne alcuni che erano andati in Paesi diversi – racconta Dallaire -. Alcuni sono finiti a Nairobi prima che sapessimo dove fossero”.
Romeo Dallaire, comandante del contingente ONU in Ruanda, Ottawa, Canada 2014
Non avendo praticamente nessuno che li difendesse, decine di migliaia di Tutsi cercarono rifugio nelle chiese, ma anche qui non erano al sicuro. Una di loro, Concilie Mukamwezi, si era recata con il marito e i figli nella chiesa Sainte Famille, un grande complesso religioso nel centro di Kigali. Ricorda il momento trascorso lì con una chiarezza impressionante.
“Avevo appena comprato del sapone da bucato in una bancarella quando mi si è avvicinato un prete in uniforme militare”, racconta.
“Aveva con sé quattro miliziani ed era armato di un fucile Kalashnikov, una pistola e delle granate. Mi ha accusato di essere una collaboratrice dei ribelli”.
“Mi ha puntato contro il suo Kalashnikov in questo modo – racconta la donna, raccogliendo un bastone da terra e tenendolo in mano
come un fucile – e ha detto che avrebbe fatto fuoco”.
Per quanto possa sembrare incredibile, alcuni membri del clero hutu collaboravano al genocidio, e alcuni vi prendevano addirittura parte.
Uno dei compiti di Mbaye era quello di essere gli occhi e le orecchie della missione ONU, e si impegnava a controllare di tanto in tanto le persone che si rifugiavano a Sainte Famille.
Concilie la conosceva di vista perché prima del genocidio aveva lavorato nell’ufficio della compagnia telefonica nazionale, Rwandatel, dove lui pagava le bollette del telefono. E per una coincidenza l’ufficiale è entrato nel complesso della chiesa nel momento in cui lei era minacciata dal prete.
“Il capitano Mbaye è accorso e si è messo tra me e il sacerdote”, racconta Concilie. “Ha gridato: ‘Perché state uccidendo questa donna? Non dovete farlo perché se lo fate lo saprà tutto il mondo'”. Il sacerdote ha fatto marcia indietro.
Non ci sono state uccisioni su larga scala all’interno del complesso di Sainte Famille, in parte grazie agli sforzi di Mbaye e degli altri peacekeeper delle Nazioni Unite. Ma altri massacri sono avvenuti all’esterno.
In molte altre chiese dove la gente aveva trovato rifugio, i soldati e i miliziani hanno fatto irruzione e hanno massacrati i fedeli nei banchi.
3. Il volo
Altri ruandesi disperati hanno cercato di approfittare delle operazioni di salvataggio lanciate per mettere in salvo la comunità di espatriati che si trovava nel Paese.
Ancilla Mukangira, ruandese che lavorava per un’agenzia di aiuti tedesca, si era recata all’American Club nell’errata convinzione che gli americani le avrebbero trovato un posto in uno dei veicoli destinati a lasciare il Paese.
“Sono entrata per iscrivermi al convoglio”, racconta fuori dal vecchio club, che oggi è un ristorante cinese. “Ma mi hanno detto che non erano ammessi ruandesi e mi hanno intimato di andar via”.
Ancilla era in piedi, piangendo, sul marciapiede esterno, quando Mbaye le si è avvicinato. “Cosa ci fai qui? – le ha chiesto -. Se ti vedono ti uccidono”. Lei le ha spiegato che era stata cacciata. L’ufficiale è rimasto sbigottito e stentava a crederci, dice lei, ma poi si è offerto di aiutarla lui stesso.
“Mbaye era scioccato dal comportamento dei Wazungu [i bianchi]”, dice Andre Guichaoua, un accademico francese che alloggiava all’hotel Mille Collines e che ha conosciuto Mbaye nei primi giorni del genocidio.
Le truppe francesi, belghe e italiane stavano arrivando a Kigali, ma solo per salvare i propri cittadini.
“Per un uomo che era un soldato
delle Nazioni Unite,
questa evacuazione di europei
da parte di soldati europei
era uno scandalo assoluto”
“Perché se avessimo messo i soldati francesi, belgi e italiani a fianco delle truppe delle Nazioni Unite, sarebbe stato perfettamente possibile affrontare l’esercito e le milizie che erano direttamente coinvolte nei massacri”, spiega Guichaoua.
“Non c’è stato alcun coordinamento – e Mbaye era profondamente inorridito da questo”.
In effetti, il coordinamento era molto scarso, anche all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Mentre ufficiali come Mbaye proteggevano coraggiosamente chi potevano, i capi delle Nazioni Unite a New York stavano ancora discutendo su come – o addirittura se – sostenerli. Poco dopo l’inizio delle ostilità, ridussero di fatto il numero di truppe ONU sul campo da 2.500 a meno di 300.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, erano determinati a non mettere gli stivali sul terreno. Erano passati solo sei mesi dall’umiliazione delle sue forze in Somalia, quando 18 ranger statunitensi furono uccisi in un incidente che divenne noto come Black Hawk Down.
Così Mbaye accompagnò Ancilla Mukangira all’Hotel des Mille Collines, passando davanti agli uomini della milizia che aspettavano al cancello per uccidere i Tutsi all’interno.
Le disse di rimanere nella sua stanza e di non aprire la porta a nessuno, tornando solo a notte fonda, con un materasso in più da usare. “Mi vide leggere la mia Bibbia”, ricorda Ancilla.
“Mi disse che dovevo pregare
per il mio Paese, perché stavano accadendo
cose terribili”.
4. Il giorno in cui mi ha salvato la vita
Mbaye parla con i giornalisti, presente anche Mark Doyle, di spalle a destra
Anch’io avevo conosciuto un po’ Mbaye. Di solito i soldati sono diffidenti nei confronti dei giornalisti, ma in questo, come in altri aspetti, lui era diverso.
Un giorno, abbiamo viaggiato assieme nella sua auto bianca delle Nazioni Unite per raccogliere informazioni su un orfanotrofio in un sobborgo della città chiamato Nyamirambo, dove si riteneva potessero nascondersi diverse centinaia di bambini vulnerabili.
Durante il tragitto, siamo stati fermati a un posto di blocco dei miliziani. Uno di loro si è avvicinato all’auto e si è sporto dal finestrino con in mano una granata a bastone cinese. Sembrava uno sturalavandini vecchio stile, ma invece di avere una ventosa di gomma all’estremità di un bastone robusto, aveva una bomba.
Me la sventolò davanti chiedendo minaccioso: “Chi è questo belga?”. i miliziani consideravano i belgi, l’ex potenza coloniale in Ruanda, come un nemico. Di recente avevano ucciso 10 soldati belgi, che facevano parte della forza delle Nazioni Unite, calcolando che questo avrebbe fatto sì che l’intero contingente belga dell’ONU lasciasse il Ruanda – cosa che avvenne.
Ero terrorizzato di essere ucciso, ma Mbaye guardò l’uomo, sorrise e fece una battuta. “Sono l’unico belga in questa macchina. Vedi?”, disse, pizzicando un po’ della pelle nera del Senegal sul braccio. “Belga nero!”.
Il parziale elenco dei morti scolpiti su una lapide al memoria di Kigali
La battuta ruppe la tensione del momento. Mbaye gli ordinò di togliersi di mezzo, il miliziano obbedì istintivamente e noi proseguimmo.
“Amava scherzare con le persone, amava parlare”, dice uno dei suoi ex compagni nella missione ONU, Babacar Faye, ora colonnello dell’esercito senegalese.
“Usava il suo senso dell’umorismo per farsi strada attraverso i posti di blocco”.
Mbaye era un musulmano devoto, ma trasportava alcolici nella sua 4×4 delle Nazioni Unite per “comprare” la vita delle persone da salvare e che portava attraversando i mortali e micidiali posti di blocco.
“Nella sua auto aveva spesso casse di birra, bottiglie di whisky e molti pacchetti di sigarette – racconta Faye -. E aveva sempre delle mazzette di contanti”.
Una volta ho visto un elenco di nomi su un pezzo di carta che gli era caduto dalla tasca. Era una lista di nomi – “Pierre”, “Marie” – con somme di denaro scritte accanto: 10, 30 dollari e così via.
Erano i suoi registri: le somme che aveva pagato, spesso per conto di qualcun altro, per far passare le persone ai posti di blocco.
A volte regalava anche le sue razioni di cibo militare e quando i suoi colleghi lo hanno scoperto, donavano le loro per aggiungerle alla preziosa scorta sul sedile posteriore della sua auto.
“Quando veniva fermato ai posti di blocco, i miliziani dicevano ‘Capo, ho fame’ o ‘Capo, ho sete’ e lui dava loro una sigaretta, o se si trattava di uno dei capi milizia dava una birra o un whisky”, racconta Faye.
“Questo gli permetteva di andare ovunque senza far spazientire o irritare troppo i miliziani. Ed è così che ha salvato le persone che la milizia voleva uccidere: cinque o sei persone alla volta nella sua auto”.
5. Tentativo di fuga
Con il passare del tempo, la guerra ha diviso Kigali in due zone: una controllata dal governo, l’altra dall’RPF.
L’Hotel des Mille Collines si trovava nella zona controllata dal governo, proprio accanto a una caserma in cui risiedevano alcuni capi della milizia. Ma grazie alle guardie armate dell’ONU, molti tutsi e hutu moderati sono riuscite sd entrare. La maggior parte doveva avere soldi o contatti.
I figli della prima ministra uccisa, Agathe Uwilingiyimana, assieme sono stati fatti uscire di nascosto dall’hotel dopo pochi giorni, nascosti sotto delle valigie nel retro di un veicolo delle Nazioni Unite. Sono stati portati all’aeroporto e messi in salvo, ancora vestiti con i pigiami che indossavano quando sono fuggiti da casa.
Ma sempre più persone sono arrivate all’hotel e le condizioni sono peggiorate costantemente. Le forniture d’acqua sono state interrotte, costringendo i rifugiati a bere l’acqua della piscina. All’inizio la facevano bollire, ma dopo l’interruzione della corrente elettrica non potevano fare nemmeno quello.
In un’occasione Mbaye e altri funzionari delle Nazioni Unite hanno cercato di organizzare un convoglio di camion ONU dall’hotel Mille Collines fino all’aeroporto. Una dottoressa, Odette Nyiramilimo, era su uno dei camion con la sua famiglia, mentre Mbaye era nel veicolo di testa.
Il convoglio esce dai cancelli dell’hotel, ma dopo solo poche centinaia di metri prima viene fermato da una folla di miliziani.
Una radio di propaganda governativa era entrata in possesso dell’elenco delle persone a bordo dei camion e lo stava leggendo in diretta. I miliziani vanno su tutte le furie.
“Cercavano di tirarci giù dai camion – ricorda il dottor Nyiramilimo – gridando ‘Uccidete gli scarafaggi!'”.
“Poi il capitano Mbaye viene da noi di corsa si mette tra il camion e i miliziani spalancando le braccia”.
Ha gridato:
“Non potete uccidere queste persone, sono sotto la mia responsabilità.
Non vi permetterò di far loro del male,
prima dovrete uccidere me”.
Alla fine Mbaye, insieme ad altri ufficiali senegalesi, ha convinto i miliziani a non uccidere le persone sul convoglio. Ma la folla di esagitati era troppo grande per essere attraversata, così hanno il convoglio è dovuto tornare all’hotel. Non erano riusciti a raggiungere l’aeroporto e a lasciare il Paese, ma erano vivi.
Al Mille Collines, mentre la dottoressa stava prestando i primi soccorsi ai passeggeri che erano stati trascinati fuori dai veicoli e attaccati, Mbaye le si avvicinò.
“Sembrava scioccato – racconta la dottoressa Nyiramilimo -. Diceva: “Ti hanno quasi ucciso, sai, volevano davvero farlo”. Ed era sconvolto, stava quasi piangendo”.
“Quello che mi ha colpito
è che sembrava molto più preoccupato
per noi che per se stesso.
Era un eroe”.
Il dottor Nyiramilimo e Ancilla Mukangira lasciarono l’hotel in convogli successivi. Le Nazioni Unite organizzarono degli “scambi”: i Tutsi intrappolati da una parte del fronte furono scambiati con gli Hutu bloccati dall’altra. In questo modo furono salvate migliaia di persone.
6. Un ultimo ostacolo
Non sapremo mai esattamente quante persone devono la loro vita a Mbaye.
Il suo vecchio amico Col. Faye parla di “400 o 500, come minimo”. Ritiene che tutte le persone che si trovavano nell’Hotel des Mille Collines sarebbero state uccise se non fosse stato per il ruolo centrale di Mbaye nel difenderle.
Una stima ufficiale del Dipartimento di Stato di Washington, che nel 2011 ha onorato Mbaye con un certificato Tribute To Persons Of Courage, dice che la cifra è “fino a 600”.
Ma lo studioso americano Fulbright Richard Siegler, che vive in Ruanda e intende pubblicare un libro su Mbaye, ritiene che la cifra corretta possa essere di 1.000 o più.
“La piena portata delle azioni del capitano Mbaye non è ancora stata riconosciuta, perché coloro che lo hanno visto agire si sono resi conto solo una piccola parte di ciò che stava facendo”, afferma Siegler.
“Quando si mette insieme
tutto ciò che ha fatto,
diventa chiaro che si è trattato
di uno dei grandi atti morali
del nostro tempo”.
Sarebbe sbagliato suggerire che Mbaye sia stato l’unico ad aver salvato delle vite in Ruanda nel 1994: ci sono stati innumerevoli casi di estremo coraggio da parte dei ruandesi stessi.
Ma in tutti gli anni trascorsi dal genocidio, i ricercatori hanno analizzato i dettagli dell’accaduto e nessuno ha trovato qualcuno coinvolto in tanti salvataggi come il capitano Mbaye Diagne.
La sua vita si esaurì la mattina del 31 maggio 1994.
A quel punto l’RPF aveva il sopravvento, ma le forze governative stavano facendo un’ultima resistenza nel centro di Kigali. Quasi ogni giorno c’erano grandi battaglie in città, combattimenti così intensi che i suoni degli spari delle singole armi si fondevano insieme per produrre un rumore assordante come un tuono rotolante.
Fu in uno di questi giorni che a Mbaye fu chiesto di portare un importante messaggio scritto dal capo dell’esercito governativo, Augustin Bizimungu, al comandante delle Nazioni Unite, Romeo Dallaire, che si trovava nella zona ora in mano all’RPF.
Mbaye e sua moglie Yacine
Mbaye avrebbe dovuto lasciare il settore controllato dal governo attraversando un posto di blocco dell’esercito governativo.
Arriva e si ferma a un posto di blocco e un colpo di mortaio esplode sulla strada a poca distanza dalla sua auto.
Le schegge squarciano la carrozzeria della sua auto. Mbaye colpito muore sul colpo.
“È stata una giornata molto, molto difficile – racconta Dallaire, che ora è senatore del Parlamento canadese -. Sono state tante le vittime, ma è stato un evento particolare perché abbiamo perso una di quelle luci splendenti, uno di quei ragazzi-faro che influenzano gli altri”.
“Mbaye faceva parte di un piccolo gruppo di persone disposte a rischiare la vita per salvare gli altri – dice Dallaire -. Aveva un senso di umanità che andava ben oltre gli ordini, ben oltre qualsiasi mandato”.
“Si muoveva almeno mezzo passo
più veloce di tutti gli altri”.
E stava per tornare a casa. “Mancano solo 12 giorni alla fine della mia missione – aveva detto alla moglie Yacine al telefono tre giorni prima di essere ucciso -. Poi tornerò in Senegal. Quindi devi pregare per noi”.
Nell’ultima telefonata a casa a Dakar, ha parlato molto della morte. “Questo mi ha davvero sconvolto – raconta Yacine -. Non aveva mai parlato così prima. Credo che le cose che ha visto laggiù lo abbiano colpito profondamente”.
I loro due figli, un maschio, Cheikh, e una femmina, Coumba, avevano appena due e quattro anni quando il padre morì. Sarebbero passati due anni prima che Yacine riuscisse a dire loro la verità. “Papà tornerà a casa quando finirà la sua missione”, diceva loro.
Ho chiesto a Yacine come avesse fatto a tenersi dentro la tragedia e a non condividerla con i suoi figli.
“Sì, è stata dura, ma loro non avrebbero capito – spiega -. Era la cosa giusta da fare: proteggerli da questa storia finché non avessero potuto capire”.
La figlia del primo ministro assassinato, Marie-Christine Umuhoza, è ora sposata e ha due figli propri.
Lei e i suoi fratelli sono stati trasportati in Francia, ma il Paese che aveva ospitato la moglie e la famiglia del presidente assassinato ha rifiutato i figli del primo ministro assassinato. Finirono invece come rifugiati in Svizzera.
Marie-Christine vive a Losanna, dove lavora come infermiera psichiatrica. Non aveva mai parlato pubblicamente degli eventi del 1994, ma mi ha raccontato la sua agghiacciante storia con grande compostezza e dignità.
Sembra che sia riuscita ad accantonare quella parte tragica della sua vita e ad andare avanti.
“Quando ho accettato di parlare con te, l’ho fatto anche per rendere omaggio alla memoria del capitano Mbaye”, dice.
“È – era – una brava persona.
Gli devo la vita.
Se non ci fosse stato lui,
ora non sarei qui”.
Io ho saputo della morte di Mbaye dopo aver notato un’insolita quantità di conversazioni concitate sulla rete di walkie-talkie delle Nazioni Unite. Ho sentito i soldati parlare di un grave incidente a un posto di blocco governativo in cui potrebbe essere stato ucciso un osservatore militare delle Nazioni Unite.
“Oh Dio, spero che non sia Mbaye”, ha detto un operatore umanitario delle Nazioni Unite. Ma sbagliava e perché temeva che si trattasse dell’ufficiale senegalese.
Mi sono precipitato al posto di blocco con un ufficiale canadese delle Nazioni Unite, che già sapeva chi era la vittima ma non riusciva a rivelarmelo.
Quando sono arrivato all’auto, il corpo era stato portato fuori. C’era sangue sul sedile e nel vano dove si appoggiano i piedi.
Il giorno dopo, quando il suo corpo è stato portato su un aereo all’aeroporto di Kigali per il rimpatrio in Senegal, non c’era una bara disponibile – la missione delle Nazioni Unite stava operando con così poche risorse, ed era stata così abbandonata dal resto del mondo, che Mbaye è stato avvolto in un grande pezzo del telo di plastica blu che le Nazioni Unite usano normalmente per accogliere i rifugiati.
Sopra è stata posta una bandiera delle Nazioni Unite.
Poco prima che il corpo venisse caricato, uno degli altri osservatori militari senegalesi, il capitano Samba Tall, mi si avvicinò. “Io sono un soldato – mi disse – ma tu sei un giornalista. Devi raccontare la storia del capitano Mbaye Diagne”.
A quel punto io e il capitano Tall siamo scoppiati in lacrime.
Mark Doyle
L’articolo originale in inglese con video e foto si trova qui
La Victoria Cross è la più alta decorazione militare britannica. viene assegnata a chi si distingue per il coraggio e la devozione di fronte al nemico.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 6 aprile 2023
Uebert Angel, ambasciatore plenipotenziario del presidente è stato licenziato. Gli sono stati tolti il passaporto e il titolo diplomatico. Eddie Cross, biografo del presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, lo ha detto durante un’intervista alla TV Al Jazeera.
Il licenziamento del predicatore-ambasciatore, autodefinitosi profeta, è stato il primo risultato tangibile – e scontato – dell’indagine Gold Mafia trasmesso dalla rete televisiva qatarina.
Il compito di Angel, al secolo Uebert Madzanire, doveva essere la promozione del Brand Zimbabwe. Attraverso le sue capacità oratorie e di marketing doveva trovare finanziatori e investimenti per far uscire dal baratro economico, e promuovere, l’ex colonia britannica.
Gold Mafia (cortesy Al Jazeera)
L’indagine che ha scoperchiato contrabbando e riciclaggio
L’indagine di due giornalisti sotto copertura dell’Unità investigativa di Al Jazeera ha scoperchiato un calderone. Sotto falso nome volevano riciclare 1,3mld di USD. Lo scoop conferma alto livello di corruzione in Zimbabwe, anche ai vertici, e mette in difficoltà persino il capo dello Stato.
Il 4 marzo in una conferenza stampa, che escludeva le domande dei giornalisti, è intervenuta Monica Mutsvangwa, ministra dell’Informazione dello Zimbabwe.
“Il governo prende atto del documentario intitolato Gold Mafia…e prende sul serio le accuse sollevate – ha affermato la ministra -. E ha dato ordine agli organi competenti di avviare indagini sulle questioni aperte dal reportage. “Chiunque venga trovato coinvolto in atti di corruzione, frode o qualsiasi altra forma di crimine, dovrà affrontare la piena collera della legge”.
Durante la sua caduta, Uebert Madzanire-Angel, nonostante le registrazioni nascoste confermino le sue parole, ha attaccato i giornalisti accusandoli di aver raccontato menzogne. Ha anche aizzato i suoi seguaci ad attaccare coloro che lo accusano di contrabbando d’oro e riciclaggio di denaro.
Una petizione contro l’ambasciatore Angel
Intanto, mentre il profeta indagato affila le armi, dal Regno Unito è partita una petizione per congelare i suoi beni. L’iniziativa è organizzata da Cathy Fikile Tshezi, cittadina zimbabeiana residente nel Regno Unito, che ne chiede anche l’arresto. Nel momento in cui scriviamo la petizione ha superato le 17.500 firme.
Lo scandalo tocca anche le istituzioni dello Zimbabwe. Queste alzano le barricate e smentiscono il coinvolgimento nei traffici del predicatore-profeta-ex ambasciatore. Tra queste: Reserve Bank of Zimbabwe; Mugabe Airport di Harare; Fidelity Printers and Refinery, raffineria d’oro dello Zimbabwe e altre.
Davanti allo scalpore creato dall’indagine giornalistica, George Charamba, portavoce di Mnangagwa ha intimato ai media di non parlare di Gold Mafia.
In risposta, Gift Siziba del partito di opposizione Citizens Coalition for Change (CCC) ha affermato che la corruzione è il principale ostacolo all’economia del Paese.
“Invece di perseguitare i giornalisti, le istituzioni devono essere in grado di rispondere ai cittadini di questo Paese – ha dichiarato Siziba -. Devono spiegare cosa è stato fatto finora per affrontare e risolvere il problema della corruzione”.
Fino ad oggi sono state trasmesse due delle quattro puntate esplosive di Gold Mafia. Sicuramente ci saranno altre sorprese non solo in Zimbabwe, ma anche in Sudafrica implicato anch’esso nel riciclaggio di denaro sporco contrabbando di oro e tabacco.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 aprile 2023
Il Comune di Nuoro è capofila di un nuovo progetto in Uganda per garantire l’accesso all’acqua pulita alle popolazioni di Adjumani, nel nord del Paese, meta di migliaia e migliaia di profughi, provenienti principalmente dal Sud Sudan e Congo-K.
Moyo, Uganda: la popolazione locale accoglie la delegazione sarda a passo di danza Foto di Sara Porru
L’ambiziosa sfida, il progetto di cooperazione E.Wa.s-Soluzioni per l’ambiente e per l’acqua, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile, è cofinanziato dalla Presidenza della Regione Sardegna. Il piano sarà attuato in collaborazione con il distretto di Adjumani, l’Enas (Ente acque della Sardegna), l’Università di Sassari e l’associazione di volontariato Dreo (Deborah Ricciu Espandere Orizzonti).
E.Wa.s-Soluzioni supporterà il distretto di Adjumani nell’allestimento di un prototipo di laboratorio per le analisi chimiche fisiche e biologiche dell’acqua per usi domestici, così da permettere alle autorità ugandesi di monitorare le qualità della risorsa fornita alle popolazioni locali.
Una delegazione sarda, composta da Sara Porru (Comune di Nuoro), Fabiola Podda (esperta di cooperazione internazionale), Marco Sechi (Regione Sardegna), Maria Antonietta Dessena e Amedeo Fadda (Enas), Quirico Migheli (Università di Sassari), Roberto Schirru (associazione Dreo) si è recata recentemente in Uganda insieme a Padre Charles Vura Obulejo, rappresentante del distretto di Adjumani.
I profughi continuano ad affluire in Uganda, il terzo Paese più ospitale del continente, dopo la Costa d’Avorio e il Sudafrica. Nel Paese dove “regna” Yoweri Museveni ininterrottamente dal 1986, la popolazione migrante rappresenta il 4 per cento della popolazione.
Attualmente sono presenti 1,7 milioni di profughi in Uganda. “Dalla frontiera di Elegu ne entrano in media 500/600 al mese, con picchi toccati lo scorso maggio quando gli ingressi hanno sfiorato i 1.500. Li si vedono passare il ponte senza particolari problemi pur non avendo, nella stragrande maggioranza dei casi, documenti da esibire”, come si legge in un articolo del quotidiano Domani, a firma di Luca Attanasio, che recentemente ha visitato la parte settentrionale del Paese, al confine con il Sud Sudan.
Uganda: centro di prima accoglienza appena varcato il confine
E proprio dal Sud Sudan proviene la maggior parte dei profughi, anche se sono in aumento coloro provenienti dall’est della Repubblica Democratica del Congo, a causa degli incessanti conflitti perpetrati da vari gruppi armati.
Un gruppo di esperti indipendenti delle Nazione Unite ha pubblicato un nuovo rapporto sulla situazione nel più giovane Stato della terra. Nell’esposto, pubblicato lunedì, i professionisti puntano il dito contro alcuni alti funzionari sud sudanesi, tra questi anche il governatore dell’Unity State, Joseph Monytuil, nonché Thoi Chany Reat, tenente generale delle forze di difesa del popolo del Sudan meridionale. Sono ritenuti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Secondo gli esperti sarebbero implicati in terribili violenze e atrocità commesse nei confronti di civili e dovrebbero essere perseguiti.
Museveni ha coniugato l’accoglienza ai rifugiati con lo sviluppo del Paese e ha saputo trasformare l’arrivo massiccio di persone in cerca di protezione in una ricchezza. Infatti il 30 per cento degli aiuti internazionali destinati ai territori dove si trovano i campi profughi, per legge, deve essere destinato alle popolazioni locali.
In questo modo anche gli abitanti delle zone povere dei distretti del nord possono godere di maggiori benefici, come servizi sanitari, scuole, acqua. Si è creato così una sorta di equilibrio nella convivenza tra residenti e profughi a beneficio di tutti, come ha spiegato il secondo vice-primo ministro Moses Ali dell’Uganda, a Africa-ExPress in un’intervista nel 2019.
Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda
Già allora Ali, classe 1939, che a tutt’oggi svolge la sua funzione in seno al governo, ha precisato: “Crediamo nel panafricanismo, siamo fratelli e sorelle e dobbiamo collaborare. Ed è nostro compito dare ospitalità ai rifugiati e cercare di integrarli nel miglior modo possibile nella società ugandese”.
I richiedenti asilo devono passare tutti dai centri di prima accoglienza in prossimità delle frontiere dove devono registrarsi e vengono sottoposti alle visite sanitarie di rito.
A gran parte dei rifugiati viene assegnato un pezzetto di terreno, secondo accordi con i clan locali e il governo. Coltivare la propria terra rende il profugo più autosufficiente. Volendo, può anche costruirsi una casetta sull’area che gli è stata concessa. A tutti profughi vengono rilasciati i documenti necessari, possono lavorare e spostarsi liberamente in tutto il Paese. Ricevono anche un documento di viaggio se vogliono recarsi all’estero, possono comunque sempre ritornare in Uganda se lo desiderano.
L’istruzione scolastica è gratuita per tutti, rifugiati e ugandesi e i banchi di scuola sono la carta vincente dell’integrazione. Il vice primo ministro fa notare che coloro che si stabiliscono nelle aree urbane si integrano più velocemente, perché è meno problematico trovare un’occupazione. Grazie al lavoro e un’entrata sicura diventano indipendenti e non necessitano più del piccolo contributo che il governo gli concede.
L’Uganda è il Paese dei contrasti. Se da un lato dimostra generosità nei confronti dei richiedenti asilo, è feroce contro gli omosessuali, la comunità LGBTQ+. Malgrado le denunce delle associazioni per i Diritti umani, il 21 marzo scorso il parlamento di Kampala ha adottato una legge, volta a rafforzare la criminalizzazione delle minoranze sessuali, che rischiano 10 anni di galera. Ora Museveni dovrà decidere se approvarla o meno entro 30 giorni. Sta di fatto che recentemente il presidente ha apostrofato gli omosessuali come “deviati”.
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L’oppositore al regime del Kenya, Raila Odinga, ha annullato ieri sera la nuova manifestazioni, già messe in calendario per oggi, 3 aprile.
Raila Odinga, leader di Azimio la Umoja
Il 78enne Odinga, leader di Azimio la Umoja, ha poi precisato che il suo partito parteciperà ai dialoghi proposti dal governo, dopo le proteste durante le quali sono morte tre persone. Ma l’anziano oppositore ha sottolineato: “Non escludo di lanciare appelli per nuove dimostrazioni se non vediamo risultati entro una settimana”.
Dopo la dichiarazione di Odenga di voler sospendere la manifestazione prevista per lunedì, il procuratore capo del Kenya ha ritirato le accuse contro quattro deputati per le proteste antigovernative.
Secondo l’opposizione , il presidente del Kenya, William Ruto, avrebbe aperto le porte al confronto e al dialogo in seguito alle ondate di protesta.
Domenica, Ruto si è rivolto per la prima volta alla nazione da quando sono iniziate le dimostrazioni contro l’impennata dei prezzi e le presunte irregolarità elettorali.
William Ruto, presidente del Kenya
Il capo di Stato ha accettato una delle richieste di Odinga, cioè un impegno bipartisan in Parlamento per la formazione della prossima commissione elettorale. Ruto ha comunque escluso qualsiasi alleanza con il suo avversario.
Intanto restano ancora aperte le altre problematiche sollevate da Odinga, come l’elevato costo dei beni di prima necessità e la legittimità della presidenza di Ruto.
Africa ExPress è stato informato che sabato scorso si è tenuto un meeting a dalto livello diplomatico a Diani, sulla costa a sud di Mombasa, al quale hanno partecipato rappresentanti di Cina, Russia e India. Non è stato precisato se alla conferenza fossero presenti anche esponenti statunitensi e non è trapelato nulla sulla tematica all’ordine del giorno.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 2 aprile 2023
Straripante l’onda “nera” dei runner nelle strade di Milano. La ventunesima edizione della Enel Milano Marathon parla…..chiaro! Nove africani fra i primi dieci nella gara maschile, otto africane fra le prime dieci nella gara femminile.
Enel Milano Marathon: vince il 22enne ugandese Andrew Kemoi Rotich
La competizione milanese ha inaugurato, nella splendente mattinata domenicale del 2 aprile, la stagione delle grandi competizioni internazionali e ha subito ribadito chi saranno i dominatori anche nel 2023. A tagliare per primo il traguardo nel centro di Milano è stato, infatti, il giovanissimo Andrew Kemoi Rotich, classe 2000, stella nascente dell’atletica ugandese.
Al suo debutto sui 42,195 chilometri, Andrew ha segnato il tempo di 2h07’14” e ha dato 38 secondi di distacco al keniano Kattam Timothy Kipkorir e un minuto al ruandese John Hakizimana. Quarto l’etiope Gonfa Solomon Deksisa e quinto l’italiano tanto atteso (nato in Etiopia) Yeman Crippa, 26 anni, oro nei 10.000 metri, bronzo nei 5.000 metri agli Europei di Monaco di Baviera 2022 e ambasciatore dell’evento. Crippa, anche lui all’esordio sulla distanza, era reduce da un lungo allenamento in altura effettuato proprio in Kenya.
Il vincitore Kemoi Rotich fino al successo di Milano non si era mai cimentato in una maratona. Aveva, però, vinto alcune mezze maratone lo scorso anno, in Francia, nel mese di marzo, e in Olanda in settembre (terzo a Padova nel2021).
Dopo la vittoria olandese aveva dichiarato con molta modestia: “Sono un ragazzo normale, miro solo a far fare bella figura al mio Paese”. Già 2 anni prima, il giovane, che corre per un importante club nazionale (l’Arua Athletic) era finito nel mirino del governo ugandese, che sull’Atletica ha scommesso tanto. Già nel 2020, Andrew aveva dominato la corsa sui 10 km – sponsorizzata proprio da Kampala – in preparazione delle olimpiadi di Tokio.
La manifestazione milanese è diventata in 2 decenni una grande festa per il movimento internazionale del running, che riconosce nel capoluogo lombardo una delle sue capitali. Questo anche se questa maratona non rientra in nessuno dei circuiti maggiori mondiali (il cosiddetto Platinum Label), quali le corse di Boston, New York , Londra…
E anche se non sembra che riscuota un successo di pubblico paragonabile a quello che contorna simili eventi podistici in altre parti del mondo. L’unica consolazione può essere che si conferma la Maratona più veloce nel suolo italiano.
Maratona di Milano, 2 aprile 2023
Nel settore femminile invece hanno avuto la meglio le gambe della matura (una veterana!) keniana Sharon Jemutai Cherop, 39 anni, vittoriosa in 2:26.13. Sharon, figlia di allevatori del distretto Marakwet, ha cominciato a correre all’età di 13 anni. La sua prima maratona risale al 2009 e il suo primo trionfo al 2010 a Toronto, seguito da quello di Torino nel 2012. Ora, nel suo curriculum, dopo la Mole, anche il Duomo…
Alle sue spalle l’etiope Dessi Ethelemahu Sintayehu, appena 22 anni, giunta a 17 secondi e poi la connazionale Emili Chebet Kipchumba, distanziata di circa due minuti.
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In Kenya la gente è esasperata per l’incessante aumento dei prezzi. Giovedì scorso la folla ha nuovamente riempito le strade e le piazze della capitale Nairobi e delle altre città del Paese.
Ieri Odinga ha anche denunciato un presunto attentato contro la sua persona durante le manifestazioni antigovernative a Nairobi. Il leader dell’opposizione ha spiegato che la sua auto è stata colpita più volte da una selva di proiettili mentre era in giro per la capitale a radunare i manifestanti.
Ha mostrato ai giornalisti le ammaccature sul suo veicolo blindato che, a suo dire, sono state lasciate dai colpi. Odinga ha accusato il governo di aver provocato l’incidente.
Secondo quanto riportato dalla polizia, a Kisumu, nell’ovest della ex colonia britannica, feudo del leader dell’opposizione Raila Odinga, un poliziotto sarebbe morto in seguito alle ferite riportate durante le proteste.
Il veterano dell’opposizione ha portato i kenioti per la terza volta nelle strade per protestare non solo per la galoppante inflazione, ma anche contro quello che definisce ”giustizia elettorale” dopo le elezioni dello scorso anno.
Il capo della polizia, Japhet Koome, ha fatto sapere che altri 20 agenti sono stati feriti mentre tentavano di respingere alcuni dimostranti violenti. Koome ha poi puntato il dito anche su alcuni teppisti che si sono spacciati per manifestanti, infiltrandosi nella dimostrazione.
Secondo il Media Council of Kenya, che difende i diritti della stampa nel Paese, dall’inizio delle proteste, il 20 marzo, sono stati registrati ben 25 attacchi a giornalisti locali e stranieri e pare che i responsabili delle aggressioni siano non solo dimostranti, ma anche personale del governo.
Durante le manifestazioni di lunedì sono poi stati saccheggiati un’azienda di proprietà di Odinga a Nairobi e una fattoria del predecessore di Ruto, Uhuru Kenyatta, alla periferia della capitale.
Odinga ha di nuovo dichiarato che le proteste cesseranno solo dopo che il governo avrà abbassato il costo dei generi alimentari di base e permetterà l’accesso ai risultati delle elezioni del 2022 dai computer principali della commissione elettorale.
Ruto, che giovedì è rientrato nel Paese da un viaggio di quattro giorni in Belgio e Germania, ha ribadito che le proteste in corso sono illegali.
Dal canto suo il ministro degli Interni, Kithure Kindiki, responsabile della polizia, ha già dichiarato mercoledì scorso che non saranno più tollerate altre proteste violente.
La comunità internazionale e i leader religiosi hanno invitato tutti alla calma, poiché c’è il timore che la situazione possa degenerare in violenze etniche, come è successo dopo le elezioni del 2007-2008, che hanno causato oltre 1.100 morti.
Anche il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Vedant Patel, ha lanciato un appello ai leader politici, ai manifestanti e a tutti partiti di astenersi dalle violenze, mentre ha chiesto alle forze governative di agire con moderazione, di proteggere la sicurezza pubblica e le proprietà.
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E’ stata intercettata ieri, a largo delle coste di Sao Tomé e Principe, la petroliera danese, battente bandiera liberiana, Monjasa Reformer (IMO: 9255878), attaccata dai pirati il 25 marzo scorso a sud del Golfo di Guinea, al largo delle coste del Congo-Brazzaville.
La petroliera danese, battente bandiera liberiana, Monjasa Reformer,
Secondo il comandante del porto autonomo di Pointe-Noire, Koua Ngoulou, la petroliera danese è arrivata in porto il 18 marzo, dopo alcuni giorni ha ripreso la navigazione.
Poi, nella notte del 25 marzo, la guardia di sicurezza del porto di Pointe-Noire è stato contattata dalla petroliera, comunicando che, appena saliti a bordo, tre uomini armati hanno preso possesso dell’imbarcazione.
Pochi istanti prima che le comunicazioni venissero interrotte definitivamente, l’equipaggio è riuscito far sapere che tutti i 16 membri si sarebbero rifugiati nella cittadella (settore della nave protetto e in grado di resistere a colpi di arma da fuoco).
La marina francese è riuscita a localizzare la Monjasa Reformer, ma purtroppo parte dei 16 membri dell’equipaggio è stata rapita dai pirati. L’armatore è la società Monjas, con sede a Federicia (Danimarca) ha spiegato in un breve comunicato che al momento dell’arrivo dei francesi, i malviventi avevano abbandonato la petroliera, portando con sé alcuni marinai. “Coloro che sono stati lasciati a bordo sono in buona salute e si trovano ora in un posto sicuro”, ha aggiunto, senza però precisare quanti uomini siano stati sequestrati e nessun dettaglio sulla nazionalità dell’equipaggio.
Infine l’armatore ha aggiunto che stanno lavorando con le autorità locali per ottenere quanto prima il rilascio degli ostaggi.
La petroliera è stata costruita nel 2003, è lunga 134,71 metri e ha una stazza lorda di 8.829 tonnellate, mentre la portata massima è di 13.702 tonnellate.
Secondo le autorità congolesi, l’attacco è stato commesso da tre uomini. Ma la missione franco-britannica MDAT-GoG (Maritime Domain Awareness for Trade Gulf of Guinea), ritiene che a bordo dell’imbarcazione che ha compiuto l’attacco c’erano ben cinque pirati.
Appena giunta la notizia del sequestro del natante, sono scattate immediatamente le ricerche. Una volta localizzato, i francesi non hanno constato danni alla petroliera e al suo carico.
Golfo di Guinea
A tutt’oggi Il Golfo di Guinea è il principale punto della pirateria marittima mondiale, anche se negli ultimi due anni gli attacchi sono diminuiti in modo significativo.
Il caso della Monjasa Reformer dimostra però che “i problemi della pirateria al largo della costa occidentale dell’Africa sono ben lungi dall’essere risolti”, ha dichiarato martedì l’Associazione degli armatori danesi.
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Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, ha cominciato un tour in Africa. Obiettivo è convincere i Paesi del continente a schierarsi con gli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e non farsi attrarre dalle lusinghe di Mosca e di Pechino. Oggi la vice di Biden ha incontrato a Dar es Saalam (Tanzania) – seconda tappa del suo tour africano – Samia Suluhu Hassan, capo di Stato del Paese e l’unica presidente donna in tutto il continente. Nei giorni scorsi la Harris si è recata in Ghana e domani volerà in Zambia.
Visita della Vicepresidente USA, Kamala Harris, incontra in Tanzania la presidente Samia Suluhu Hassan
Tra donne ci si intende, e ovviamente non sono mancati i complimenti della Harris alla presidente tanzaniana. La vicepresidente americana ha sottolineato che la Hassan è “un campione” di democrazia. Certamente la Harris non avrà molto apprezzato il non allineamento della Tanzania per quanto riguarda la guerra in Ucraina.
E allora ha cominciato con le promesse e ha blandito la sua controparte: “Il nostro obiettivo comune è aumentare gli investimenti in Tanzania e rafforzare i nostri legami economici”, ha dichiarato Harris, elencando una serie di iniziative.
Tra queste, un nuovo memorandum d’intesa tra la Export-Import Bank of the United States (EXIM) e il governo della Tanzania. La firma del MoU dovrebbe facilitare un finanziamento di circa 500 milioni di dollari per le aziende statunitensi che intendono esportare beni e servizi in diversi settori nel Paese africano.
La Harris ha anche accennato a una nuova partnership nel campo della tecnologia 5G e della cybersicurezza, nonché a un piano sostenuto da Washington da parte di LifeZone Metals. Il progetto dovrebbe favorire l’apertura di un nuovo impianto di lavorazione per i minerali destinati alle batterie dei veicoli elettrici.
La vicepresidente USA ha poi sottolineato che in questo modo i minerali grezzi potranno essere presto lavorati direttamente in Tanzania, dai tanzaniani. Ha poi aggiunto che, a partire dal 2026 l’impianto potrà fornire nichel per batterie destinati agli Stati Uniti e al mercato globale.
La Cina ha investito molto in Africa negli ultimi due decenni, ed è entrata il concorrenza con gli Stati Uniti che stanno reagendo per non perdere le loro fetta di mercato. I cinesi infatti non nascondono di voler intensificare gli scambi commerciali anche con la Tanzania.
In qualità di vicepresidente, la Hassan ha preso in mano le redini del Paese dopo la morte di John Magafulli, scomparso tragicamente (molto probabilmente di Covid 19) nel 2021. Da allora sta cercando di rompere con il passato, con l’impronta autoritaria lasciata in eredità dal suo predecessore; da tempo si vedono segni di apertura.
Il presidente della Tanzania, John Magufuli
Con la presidenza di Samia, la Tanzania è tornata a impegnarsi a livello internazionale dopo un periodo di quasi isolamento, imposto dal suo predecessore John Magufuli, che ha sempre scoraggiato i suoi ministri di recarsi all’estero.
Basti ricordare che il defunto presidente ha concesso solo ai politici eletti di condurre comizi nei loro collegi elettorali, ma sono stati vietati altri raduni e proteste politiche. Ha dato anche un giro di vite alla comunità LGBT della Tanzania e ha fatto arrestare decine di sostenitori dell’opposizione. Ha inoltre rifiutato i vaccini anti covid e ha esortato i tanzaniani ad affidarsi alla preghiera. Infatti poi è morto di covid-19, nonostante non ci siamo mai state conferme ufficiali.
Certo, c’è ancor molta strada da fare e le critiche al governo di Samia Suluhu Hassan non mancano. Le organizzazioni per i diritti umani lamentano che le violazioni persistono. Il mese scorso il ministro dell’istruzione ha bandito dalle scuole una serie di libri per bambini, ritenuti non idonei, in quanto incoraggerebbero l’omosessualità. Inoltre ci sarebbe ancora poca tolleranza nei confronti dei media online.
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La sera del 6 aprile 1994, mentre stava atterrando
all’aeroporto di Kigali, veniva abbattuto da due missili l’aereo
con a bordo il presidente ruandese, Juvénal Habyarimana,
e quello burundese, Cyprien Ntaryamira, che rimasero uccisi.
All’alba successiva cominciava il genocidio in Ruanda
uno degli avvenimento più micidiali della seconda parte del secolo scorso
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
29 marzo 2023
Paul Rusesabagina, eroe del film “Hotel Rwanda”, condannato nel 2021 a 25 anni di prigione per terrorismo, è nuovamente a piede libero, grazie alla revisione della pena “per ordine presidenziale”. Il suo rilascio giunge a pochi giorni dal 29esimo anniversario del genocidio, iniziato il 6 aprile 1994.
Ruanda: Paul Rusesabagina è stato liberato venerdì, 24 marzo 2023
Allora, in cento giorni, da aprile a luglio 1994, il regime che all’epoca governava il Paese, dominato da una dirigenza cattolica di etnia hutu, ha sterminato più o meno un milione di persone. Il Ruanda, tutto il Ruanda, era impazzito in preda a un odio razziale scatenato: famiglie che si spezzavano irrimediabilmente, mariti hutu che ammazzavano le mogli perché di origine tutsi, persone che abitavano nello stesso villaggio, pur avendo convissuto pacificamente per secoli con “gli altri”, incendiavano la capanna del vicino perché della tribù diversa.
Un funzionario della rappresentanza diplomatica statunitense ha accompagnato venerdì scorso l’ex detenuto dalla prigione alla residenza dell’ambasciatore qatariota a Kigali, capitale ruandese, dove ha trascorso un paio di giorni. Lunedì ha poi preso un volo alla volta di Doha, dove si è sottoposto a accertamenti medici prima di ripartire oggi verso gli Stati Uniti, per riabbracciare finalmente i suoi cari a Huston. La notizia è stata confermata da John Kirby, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca.
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in un breve comunicato ha ringraziato i governi del Ruanda e del Qatar per aver reso possibile il rilascio di Rusesabagina.
Il 68enne Paul Rusesabagina è residente negli Stati Uniti e cittadino belga. L’oppositore del presidente ruandese, Paul Kagame, vive in esilio negli Stati Uniti e in Belgio dal 1996.
L’eroe è stato arrestato a Kigali nell’agosto 2020; è stato portato nel Paese delle mille colline con uno stratagemma escogitato dai servizi di intelligence ruandesi, per stessa ammissione del governo di Kigali. Rusesabagina si era imbarcato a Dubai su un jet privato che avrebbe dovuto portarlo nel Burundi. Invece è atterrato all’aeroporto di Kigali, dove è poi stato bloccato e incarcerato immediatamente.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi
Dopo oltre 900 giorni di carcere, Rusesabagina è stato rilasciato in base a un accordo tra il governo di Washington e quello di Kigali, con l’aiuto del Qatar.
Paul Rusesabagina ha ammesso di aver partecipato alla fondazione, nel 2017, del Movimento ruandese per il cambiamento democratico (MRCD), del quale FLN (Forces de Libération Nationales) è considerato il braccio armato. Rusesabagina ha però sempre negato qualsiasi coinvolgimento negli attentati commessi nell’ovest del Paese tra il 2018 e il 2019, con l’uccisione di 9 persone.
In una lettera dell’ottobre 2022, pubblicata dal governo ruandese venerdì 24 marzo, ha assicurato che d’ora in poi si sarebbe tenuto lontano dalla politica.
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