Lo stringer di Africa ExPress da Khartoum ha raccontato che la notte nella capitale sudanese è passata tranquillamente. In città si sono uditi soltanto sporadici colpi d’arma da fuoco, ma i combattimenti sono ripresi dopo una breve pausa per motivi umanitari.
Khartoum, Sudan: scontri a fuoco tra RSF e esercito
Ma le notizie che arrivano dal Darfur occidentale sono preoccupanti. Un lunghissimo convoglio di camion e altri mezzi militari con a mordo miliziani del Rapid Support Forces, cioè gli ex janjaweed è penetrato in Sudan dal Ciad.
I miliziani vengono dalla Libia e Ciad, richiamati in patria per correre in soccorso del vicepresidente Mohamed Hamdan Dagalo più conosciuto con il soprannome di Hemetti, che sta tentando un colpo di Stato per impadronirsi dal potere.
Secondo un altro stringer di Africa ExPress, basato in Darfur, “i rinforzi sono consistenti. Abbiano calcolato che dal Ciad siano entrati almeno 37 mila soldati con 4.600 Land Cruiser. Vengono di Abéché, in Ciad, e hanno passato il confine a Ardebe. Poi sono arrivati a Janina, capitale del Darur Orientale”.
Intanto si stanno chiarendo le alleanze che sostengono le forze in campo. I governativi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, presidente del Consiglio militare sovrano di transizione sono appoggiati da quello che resta degli islamisti del NIF (National Islamc Front) e dai vecchi sostenitori del regime del dittatore Omar Al Bashir, defenestrato da un colpo di Stato l’11 aprile 2019. Appoggio politico è arrivato dalla Cina che negli ultimi anni ha stipulato buoni rapporti commerciali con la giunta militare del generale Burhan. Anche l’Egitto appare schierato con il presidente. Quindi Il Cairo e Pechino, avversari degli islamisti in patria sono loro alleati a Khartoum.
Contro di lui nella lotta per il potere combatte il capo del janjaweed Dagalo “Hemetti”. I suoi uomini sono arabi di diverse tribù, famosi perché in Darfur si sono macchiati di orrendi massacri: bruciavano i villaggi africani, stupravano le donne, ammazzavano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi e arruolarli. Hemetti è sostenuto dai sauditi, dagli Emirati Arabi Uniti, ma anche dai mercenari russi della compagnia Wagner legata al Cremlino.
Resta da vedere come si schiereranno gli altri attori che certamente non resteranno fuori dalla partita: Stati Uniti, Europa e Cina.
In questo puzzle piuttosto complicato bisogna tener anche conto del fatto che Hemetti si è fatto dare un po’ di finanziamenti dall’Unione Europea e addirittura l’Italia aveva varato un programma segreto di addestramento, rivelato a suo tempo da Africa ExPress. Il compito affidato ai suoi tagliatori era quello di controllare i confini tra Sudan e Libia per impedire ai migranti di arrivare al Mediterraneo.
Sul campo la situazione è assai confusa e, come sempre in questi casi, è difficile distinguere la verità dalla propaganda. I ribelli hanno sostenuto che le loro Rapid Support Forces ieri hanno arrestato il direttore del Military Intelligence Institute, cioè l’agenzia dello spionaggio, il brigadiere generale Haider Muhammad Ahmed.
Un ufficiale dell’esercito invece, parlando con i giornale Sudan Tribune, ha annunciato che i governativi hanno riconquistato l’aeroporto della città settentrionale di Merowe. Lo scalo era passato sabato nelle mani dei janjaweed che avevano anche diffuso un video nel quale di vedevano militari egiziani catturati dai ribelli.
Venerdì invece all’aeroporto di Khartoum sono stati colpiti diversi aerei fermi in parcheggio sulla pista. Tra gli altri un velivolo ucraino e due cargo Ilyushin la cui nazionalità non è nota. Cosa ci facessero in Sudan non è ancora molto chiaro
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 aprile 2023
Furibonda battaglia in Sudan tra i paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), cioè gli ex janjaweed, e i soldati dell’esercito regolare. I combattimenti non tendono a placarsi. E’ un braccio di ferro per la conquista del potere.
La popolazione ha paura e si è barricata nelle proprie abitazioni, si sentono spari ovunque nella capitale Khartoum. Per le strade circolano carri armati e dal cielo piovono bombe. Intanto gli scontri hanno già causato la morte di almeno 56 civili oltre a un gran numero di militari e paramilitari.
Quasi 600 i feriti
L’Unione dei medici sudanesi ha anche rimarcato che i feriti tra la popolazione e i combattenti sono quasi 600. Testimoni oculari hanno riportato che nelle prime ore di domenica mattina, si sono uditi colpi artiglieria pesante anche a Omdurman (città gemella della capitale, al di là del Nilo) e nella vicina Bahri. Si combatte ora anche a Port Sudan, sul Mar Rosso, dove non erano stati segnalati scontri in precedenza.
I morti finora accertati si riferiscono solo alla capitale; pare che altri 22 civili siano stati uccisi da RSF in Darfur, notizia riportata dalla corrispondente di SkyNews per l’Africa, Yousra Elbagir, sul suo account Twitter.
L’aviazione sudanese ha raccomandato alla popolazione di rimanere in casa, perché sta conducendo un’indagine aerea sulle attività dell’RSF, che, secondo alcuni analisti dispone tra 70.000 e 100.000 uomini. Nello Stato di Khartoum tutto è bloccato: sono rimaste chiuse le scuole, banche e tutti gli uffici pubblici.
Chiuso internet
E da questa mattina la società di telecomunicazioni MTN su ordine del governo ha bloccato i servizi internet, come riferito da due funzionari all’Agenzia Reuters.
Continuano i combattimenti tra le forze armate sudanesi e RSF
A nulla sono serviti i richiami alle parti in causa di Stati Uniti, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, Cina, Russia, per citare solo alcuni Paesi, di porre immediatamente fine alle ostilità.
L’agenzia di stampa russa RIA ha riportato ieri che l’ambasciata di Mosca in Sudan ha dichiarato sabato di essere preoccupata per “l’escalation di violenza” nel Paese e ha lanciato un appello per un immediato cessate il fuoco di sedersi al tavolo dei negoziati.
Altri appelli simili sono giunti ovviamente anche dall’Unione Europea, tramite Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, da Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione africana e da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite.
Calendario per l’integrazione
Tensioni tra Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e il suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, nonché leader di RSF, sono palpabili da tempo per divergenze sul calendario dell’integrazione nell’esercito regolare dei miliziani delle RSF, che probabilmente non vogliono per nulla essere integrati.
I combattimenti scoppiati sabato tra le unità dell’esercito fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan e l’RSF, guidato dal vice leader Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemeti, sono i primi di questo tipo da quando i due si sono alleati per spodestare Omar Hassan al-Bashir nel 2019.
E ieri le forze armate sudanesi hanno dichiaro che non hanno nessuna intenzione di intavolare negoziati con Dagalo, vicepresidente del Sudan, nonché leder delle RSF, a meno che il corpo paramilitare non venga sciolto. I generali hanno intimato ai paramilitari di presentarsi alle unità dell’esercito più vicine.
“Bugiardo e criminale”
Mentre Dagalo non ha esitato ad apostrofare il presidente al-Burhan come “Bugiardo e criminale”. E ha aggiunto: “Sappiamo dove ti nascondi e ti raggiungeremo per consegnarti alla giustizia, altrimenti morirai come un cane qualsiasi”.
Sta di fatto che le RSF accusano l’esercito di aver messo in atto un complotto da parte dei lealisti dell’ex presidente forte Omar Hassan al-Bashir. Il colpo di Stato del 2021 ha poi estromesso il primo ministro civile del Paese, Abdallah Hamdok. E lo scorso febbraio, durante un suo intervento all’emittente di Stato, Dagalo ha dichiarato: “Il secondo golpe è stato un errore, è diventato una porta per il ritorno del vecchio regime dell’ex presidente Omar al Bashir”.
Lo scambio di accuse reciproco è pesante ed estremamente ambiguo. I due leader sostengono che l’avversario sia legato al dittatore defenestrato e che vogliano riportare il suo clan al potere. In realtà sia Dagalo che Al Burhan erano legati al vecchio regime e devono la loro carriera, tutta o in parte, a Omar Al Bashir. Occorre capire ora dove si colloca la potete setta dei Fratelli Musulmani che qualche anni fa, per morte naturale, ha perso il suo leader, Hassan Al Turabi.
Hassan Al Turabi con Massimo Alberizzi durante un’intervista qualche anno fa
L’aeroporto di Khartoum resta chiuso. Ieri durante gli scontri sono stati colpiti anche alcuni aerei, tra questi uno della linea saudita mentre era pronto al decollo. Nessun ferito, i membri dell’equipaggio sono stati trasferiti all’ambasciata di Riad accreditata nel Paese. Anche un aereo della compagnia ucraina Skyup ha subito danni. Intanto il Ciad ha sbarrato le sue frontiere terrestri con il Sudan.
Militari egiziani fermati da RSF all’aeroporto di Merowe
Seriamente danneggiato allo scalo di Khartoum anche un aereo di UNHAS (Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite). Il World Food Programme, agenzia dell’Onu per l’aiuto umanitario, ha bloccato momentaneamente tutte le operazioni in Sudan dopo l’uccisione di 3 operatori, durante gli scontri tra i janjaweed ed esercito a Kabkabiya, nel Nord Dafur.
Soldati egiziani
I militari egiziani presenti all’aeroporto di Merowe, città in prossimità al confine con l’Egitto, in mano ai paramilitari già da venerdì, sono strettamente sorvegliati dagli uomini di Dagalo, come si evince da un video postato ieri. Secondo Alarabiya News, i soldati de Il Cairo si sarebbero consegnati spontaneamente a RSF; le Forze di Supporto Rapido sono comunque pronte a cooperare per facilitare il loro ritorno in patria. L’esercito egiziano ha dichiarato che le proprie truppe si trovavano in Sudan per condurre esercitazioni con le loro controparti sudanesi.
La presenza di militari e intelligence egiziani in Sudan è stata frequente in questi anni. Ma la popolazione si è meravigliata nel vedere le truppe e gli aerei de Il Cairo stazionate all’aeroporto di Merowe anche dopo la fine delle esercitazione congiunte dell’aprile 2021.
Molti osservatori hanno considerato tale presenza come un intervento indesiderato negli affari interni sudanesi. Altri non hanno escluso il fatto che l’aeroporto potesse servire come trampolino di lancio per colpire l’Etiopia in caso di eventuali scontri tra le due nazioni in lite sull’utilizzo delle acque del Nilo.
Addestramento italiano e russo
Ma la permanenza dei militari stranieri è sempre stata minimizzata dalle autorità militari, che la hanno giustificate come parte di addestramento e scambio di esperienze.
Il 12 gennaio di quell’anno uno dei dirigenti del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), agenzia che dipende dalla presidenza del consiglio, il colonnello Antonio Colella, con quattro uomini fidatissimi e una donna apparentemente rappresentante di una NGO, ha incontrato il capo dei filibustieri, il generale Mohamed Hamdan Dagalo.
La questione fu anche sollevata in Senato in un intervento del senatore Alberto Airola. Nessuno rispose però al senatore del Movimento 5 Stelle.
Tra l’altro secondo i sito solitamente ben informato, dabangasudan.org con sede a Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF. A questo punto è lecito domandarsi se in Sudan i servizi italiani lavorano assieme ai mercenari russi.
Isaias Aferwerki, presidente dell’Eritrea a destra, con il vicepresidente del Sudan. Mohamed Hamdan Dagalo
Recentemente il vice-presidente del Sudan ha incontrato il dittatore Isaias Aferwerki ad Asmara. E’ ben noto che entrambi hanno instaurati stretti legami con la Russia.
A prima vista si è trattato solo di un incontro tra due leader vicini. Ma la posta in gioco è molto alta, compreso il potenziale utilizzo da parte di Hemeti dei rifugiati eritrei che vivono in Sudan.
Rifugiati eritrei
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (OIM), circa 128.000 rifugiati eritrei vivono nei campi del Sudan orientale, tra Kassala e Gadaref. Altri vivono a Khartoum e in città e villaggi in tutto il Sudan. Sono spesso presi di mira dalle autorità sudanesi, soprattutto per estorcere loro denaro. Ma ora potrebbero trovarsi di fronte a una minaccia ben più grave. Basti pensare cosa è successo a migliaia di eritrei quando è scoppiata la guerra nel Tigray. Molti sono stati costretti a combattere con le truppe di Isais, altri sono stati deportati in Eritrea.
Chissà se Isaias e Hemeti hanno pianificato qualcosa o se il capo di RSF pensa di arruolare nelle proprie file alcuni giovani eritrei che hanno già avuto un addestramento militare a Sawa ? Difficile prevedere cosa succederà.
RSF in Libia
Va anche ricordato che a novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha accusato il Sudan della presenza di un migliaio di paramilitari di RSF in Libia.
Poi non vanno dimenticate le tensioni tra Etiopia e il Sudan per la questione dei confini nella piana di al-Fashqa e, ovviamente per quanto concerne il Grand Ethiopian Renaissance Dam. Un primo passo per risolvere le problematiche è stato fatto a gennaio, quando il presidente sudanese si è recato a Addis Abeba per incontrare il suo omologo Abiy Ahmed.
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Le Rapid Support Forces (RSF), cioè gli ex janjaweed, stanno tentando un colpo di Stato in Sudan.
Sostengono di aver occupato il Palazzo presidenziale, residenza del presidente del Consiglio sovrano, nonché capo di Stato del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan e sede del commando militare a Khartoum. L’esercito afferma di aver reagito contro gli attacchi, ma intanto mancano la corrente e internet in molti quartieri.
Le maggiori strade di accesso alla capitale sono state chiuse e ci sono combattimenti in corso. Lo stringer di Africa ExPress ha raccontato che l’aeroporto internazionale e l’emittente di Stato sono in mano agli uomini di Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Sudan, nonché capo di RSF.
Le Forze di Supporto Rapido è la struttura paramilitare in cui sono inquadrati oggi gli ex janjaweed, i criminali delle tribù arabe, diventati famosi in Darfur perché devastavano e bruciavano i villaggi delle popolazioni africane, incendiavano le capanne, violentavano le donne e rapivano i bambini per reclutarli nelle proprie file.
Anche gli scali aeroportuali di el Obeid, nel Kordofan settentrionale e Merowe, nello Stato del Nord sono in mano agli uomini di Dagalo. Va sottolineato che lo scalo di Merowe, che ospita aerei militari sudanesi e egiziani, è in mano a RSF già da ieri.
Aeroporto di Khartum Foto di Africa ExPress
In un messaggio vocale inviato a Africa ExPress dal nostro stringer, si sentono chiaramente rimbombi di colpi di artiglieria pesante e anche da foto e video si vedono carri armati schierati nelle strade di Khartoum. Intanto le forze aeree sudanesi stanno conducendo operazioni contro la RSF.
Sudan, Khartoum: segni dei combattimenti
Secondo Sky News, l’ambasciatore statunitense accreditato a Khartoum, John Godfrey, e il suo staff si trovano attualmente in un rifugio. Mentre la rappresentanza di Londra ha chiesto ai connazionali di restare chiusi in casa.
Secondo Yassier Abdullah, direttore del quotidiano Al Sudani, è ormai guerra civile aperta e la situazione sta precipitando di ora in ora.
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Aprile 2023
“L’Africa subsahariana è flagellata dai conflitti. Tuttavia, ci sono stati alcuni limitati progressi per garantire i diritti delle vittime a verità, giustizia, riparazione e verso l’accertamento delle responsabilità per le gravi violazioni e gli abusi dei diritti umani che potrebbero costituire crimini di diritto internazionale.”
Conflitti in Africa subsahariana
Così Amnesty International nel Rapporto 2022-23 descrive la regione.
Le autorità hanno cercato di mettere a tacere il dissenso, espresso pacificamente, usando la sicurezza nazionale o il Covid-19 come pretesto per vietare, reprimere proteste con la violenza.
Discriminazione di genere
In alcuni Paesi, le persone delle comunità LGBTQQIA+ e quelle con albinismo non sono state protette da discriminazione e violenza. Pur in un contesto negativo, alcuni Paesi hanno emanato leggi sulla parità di genere.
Il parlamento del Congo Brazzaville ha approvato norme contro la violenza domestica e altre di genere. In Sierra Leone, è stata promulgata una legge che dà alle donne gli stessi diritti degli uomini in materia di possesso e utilizzo dei terreni della famiglia. Un’altra disposizione riserva alle donne il 30 per cento dei posti nel governo. Lo Zimbabwe ha vietato i matrimoni precoci e infantili.
Degrado ambientale
Sussiste un alto rischio di degrado ambientale o di sfollamento di intere comunità, causato da progetti minerari o infrastrutturali. Il Corno d’Africa sta patendo la peggiore siccità degli ultimi 40 anni, mentre parti dell’Africa meridionale sono state colpite da piogge torrenziali.
Somalia, siccità e carestia
Il primo ministro della Guinea ha chiesto ad una compagnia mineraria di estrazione della bauxite, accusata di inquinamento, di adeguarsi agli standard internazionali.
Tanzania eUganda hanno firmato un accordo per la costruzione di oleodotto, lungo 1.443 chilometri. Trasporterà il greggio dai vasti giacimenti petroliferi in fase di sviluppo nel Lago Alberto, nell’Uganda nordoccidentale, a un porto della Tanzania sull’Oceano Indiano. Il progetto ha sollevato molte critiche, in quanto la pipeline attraverserà insediamenti umani, riserve faunistiche protette, terreni agricoli e falde freatiche.
In Sud Sudan, il presidente Salva Kiir avrebbe ordinato la sospensione di tutte le attività di dragaggio in corso, in attesa del completamento delle valutazioni di impatto ambientale.
Lotta armata
I gruppi armati e gli eserciti governativi hanno preso di mira i civili, dando luogo a morte e distruzione. Ad esempio, in Burkina Faso, il Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara hanno attaccato città e villaggi.
Nella città di Djibo, più di 300.000 residenti sono stati colpiti dalla distruzione della rete idrica da parte del GSIM. Gli attacchi contro i civili si sono intensificati nelle aree orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove i gruppi armati hanno ucciso più di 1.800 civili.
In Etiopia, gli attacchi contro i civili, compiuti deliberatamente dall’esercito e dai gruppi armati nelle regioni di Oromia, Benishangul-Gumuz, Amhara, Tigray e Gambela hanno causato uccisioni di massa.
In Nigeria Boko Haram, ISWAP (Islamic State’s West Africa Province) e uomini armati non meglio identificati hanno ucciso quasi settemila persone. Mentre nel Burkina Faso, militari francesi hanno ucciso quattro civili nel febbraio 2022 durante un raid aereo contro il gruppo armato Ansaroul Islam.
Decine di civili sono stati uccisi in raid aerei analoghi lanciati dalle forze armate burkinabé, ad aprile e agosto 2022.
Mali: Forze di sicurezza controllano il territorio
Violenze sessuali legate ai conflitti sono rimaste diffuse, le vittime lasciate sole ad affrontarne le conseguenze psicologiche e fisiche. In Sud Sudan, oltre 130 donne e ragazze sono state stuprate o sottoposte a violenze di gruppo, nel periodo febbraio-maggio 2022 Unity State, durante gli scontri tra le forze governative affiancate dalle milizie alleate e l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan
L’imposizione di blocchi e restrizioni all’accesso degli aiuti umanitari ha continuato a essere una strategia di guerra ricorrente, come ad esempio in Burkina Faso, e nel Congo-K.
Lotta all’impunità
Sono stati registrati alcuni limitati progressi nella lotta all’impunità. A marzo, Maxime Jeoffroy Eli Mokom Gawaka, leader del gruppo armato anti-balaka, è stato consegnato dalle autorità ciadiane alla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra e contro l’umanità che sarebbero stati commessi nella Repubblica Centrafricana nel 2013-2014.
Corte Penale Internazionale, Aia, Paesi Bassi
A maggio, le autorità olandesi hanno arrestato un ex ufficiale dell’esercito sospettato di essere coinvolto nel massacro dei tutsi nella città di Mugina, in Ruanda, durante il genocidio del 1994. Sono cominciati davanti al CPI i processi di Ali Mohammed Ali, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur, nel Sudan, e di Mahamat Said, presunto comandante del gruppo armato Séléka nella Repubblica Centrafricana. Sono inoltre iniziati davanti alla Corte d’assise di Bangui e al Tribunale penale speciale altri processi riguardanti crimini commessi nel predetto Paese da membri di gruppi armati.
Diritto al cibo
L’invasione russa in Ucraina ha interrotto le forniture di grano da cui molti Paesi africani dipendevano. Contemporaneamente, l’aumento del costo del carburante, un’altra delle conseguenze della guerra in Europa, ha causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari, che ha avuto effetti sproporzionati sulle persone più fragili. Livelli senza precedenti di siccità in diversi Paesi africani hanno inoltre aggravato l’insicurezza alimentare. Ampie fasce di popolazione soffrivano condizioni di fame acuta ed elevati livelli di insicurezza alimentare in Paesi come Angola, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Ciad, Kenya, Madagascar, Niger, Somalia, Sud Sudan e Sudan.
Persone in fuga da violenze e conflitti
Rifugiati
Crescenti flussi di persone hanno abbandonato le proprie case a causa di conflitto o crisi climatiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, 600.000 persone sono state sfollate nel Paese, portando il numero totale a sfiorare i sei milioni, la cifra più alta in Africa. In Mozambico i profughi, per la guerra, sono diventati 1,5 milioni, con condizioni di vita assai precarie. In Somalia, le persone sfollate per la siccità ed il conflitto erano più di 1,8 milioni. In molti Paesi i migranti hanno subito violazioni e abusi.
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Una settimana dopo il secondo rinvio della firma dell’ accordo politico per la formazione di un governo civile, l’esercito ha accusato ieri le truppe paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), di aver schierato i propri uomini per le strade e le piazze della capitale Khartoum e in altre città del Paese. Il tentativo è di bloccare la transizione alla democrazia.
Tensioni tra esercito e RSF in Sudan
Ieri, il portavoce dell’esercito, Nabil Abdallah, ha denunciato il dispiegamento dei paramilitari “senza approvazione o coordinamento con il comando. Un’iniziativa che viola la legge e potrebbe portare al collasso della sicurezza del Paese”.
Raro rimprovero
Si tratta di un davvero raro rimprovero pubblico alle Forze di Supporto Rapido, la struttura paramilitare in cui sono inquadrati oggi gli ex janjaweed, i criminali delle tribù arabe diventati famosi in Darfur perché devastavano e bruciavano i villaggi delle popolazioni africane, incendiavano le capanne, violentavano le donne e rapivano i bambini per reclutarli nelle proprie file.
La reprimenda dell’esercito è avvenuta subito dopo il dispiegamento delle truppe dell’RSF a Khartoum e a Merowe, nello Stato del Nord, a circa 200 chilometri a nord della capitale e in prossimità al confine con l’Egitto. L’aeroporto della città ospita anche aerei militari sia sudanesi, sia egiziani.
Secondo quanto riferisce l’autorevole sito Sudan Tribune, l’esercito ha circondato i miliziani e ha chiesto loro di andarsene entro 24 ore. I paramilitari si sono però rifiutati, affermando che la loro presenza è necessaria, in quanto fa parte della loro missione, volta alla lotta del traffico di esseri umani, immigrazione illegale e traffico di droga. Incarico per cui i tagliagole ricevono finanziamenti anche dall’Unione Europea
Divergenze
Tensioni tra Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e il suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, nonché leader di RSF, sono palpali da tempo per divergenze sul calendario dell’integrazione nell’esercito regolare dei miliziani delle RSF, che probabilmente non vogliono per nulla essere integrati.
Ovviamente, tra gli altri oggetti degli scontri, anche le ambizioni politiche dei due, nonché il desiderio di espansione economica e militare dei paramilitari.
Il ritorno del vecchio regime
E già a febbraio, Hemeti, in occasione di un suo intervento in Tv ha dichiarato: “Il secondo golpe è stato un errore, è diventato una porta per il ritorno del vecchio regime dell’ex presidente Omar al Bashir”.
Mohamed Hamdan Daglo Hemeti, leader di RSF e vicepresidente del Sudan
Dagalo, meglio noto come Hemeti, è l’ex capo dei janjaweed e ha guidato con cinismo le loro atrocità in Darfur.
Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa
Concessioni minerarie
Dagalo ha ottimi rapporti con Mosca, dove si è recato nel 2022, subito dopo l’invasione della Russia in Ucraina. Ha poi avuto nuovi colloqui con Sergej Lavrov, ministro degli Esteri del governo di Putin, in occasione della sua recente visita a Khartoum. In Sudan sono arrivati anche i mercenari della Wagner, che fanno riferimento al Cremlino, ma per ora agiscono sotto traccia e non compaiono anche se negli alberghi di Khartoum già si vedono facce slave. Circola voce che i Warner siano riusciti ad accaparrarsi concessioni minerarie in zone remote, ma Africa ExPress non è riuscito ad avere conferma.
Ma il vicepresidente con la sua attività ha collezionato un ingente patrimonio. possiede società minerarie e industrie, non solo in Sudan. Recentemente in Italia ha acquistato impianti pere produzioni lattiero casearie per una fabbrica “di famiglia” in Etiopia.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
13 aprile 2023
I Paesi africani si confermano ottimi clienti per il complesso militare-industriale turco. Nelle scorse settimane le forze armate dell’Angola hanno ordinato un imprecisato numero di droni da combattimento Aksungur prodotti dalle Turkish Aerospace Industries (TAI).
Aksungur, drone prodotto dalla Turchia
L’interesse delle autorità militari di Luanda per i velivoli killer era stato espresso dal presidente Joao Lourenço durante la sua visita in Turchia nell’agosto 2021. Due mesi più tardi il leader turco Recep Tayyip Erdoğan aveva annunciato la possibilità di un accordo di cooperazione militare-industriale con l’Angola. Nell’ottobre 2022 l’ok da parte del governo dello stato africano allo stanziamento di 93 milioni di dollari per l’acquisto di velivoli senza pilota da parte della società a capitale pubblico Simportex.
Il manager generale del comparto droni di TAI – Turkish Aerospace Industries (TAI), Omer Yildiz, ha confermato l’avvio della produzione degli “Aksungur”; otto velivoli sarebbero stati completati mentre altri sei dovrebbero essere pronti nelle prossime settimane. Oltre all’Angola, i droni sono destinati alle forze armate del Kyrgyzstan.
Con un’apertura alare di 24,2 metri, una lunghezza di 12,5 metri e un’altezza da terra di 3,1 metri, gli “Aksungur” sono velivoli senza pilota bimotore del tipo “MALE” (media altitudine e lungo raggio): possono raggiungere una tangenza operativa di 40.000 piedi con un raggio di collegamento di oltre 250 km. Hanno un’autonomia di volo fino a 50 ore e una velocità di 180 km/h.
L’Aksungur è stato sviluppato dal drone-killer “Anka” acquistato dalla Marina militare della Turchia nell’ottobre 2021. La società produttrice ha configurato i nuovi velivoli per lo svolgimento di missioni diurne e notturne ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) e per l’attacco al suolo, con l’impiego di sofisticati sistemi radar ed elettro-ottici e un’ampia gamma di armi aria-terra (carichi fino a 750 kg di bombe a guida laser Teber 81 e 82, Mk 81 e Mk 82, MAM-L e MAM-C, missili anticarro L-UMTAS e razzi Cirit).
TAI ha predisposto pure una versione Aksungur per il pattugliamento marittimo con radar, sistemi di identificazione automatica, sonoboa e rilevatore di campi magnetici anomali.
“L’Aksungur è la soluzione economica migliore per i Paesi che hanno budget limitati per la difesa; inoltre l’Angola potrà beneficiarsi anche dell’esperienza e delle capacità tecnologiche delle forze armate turche”, commentano gli analisti del sito specializzato Military Africa. “Il drone assicurerà un assetto inestimabile ai militari angolani. Le sue caratteristiche lo rendono ideale per un ampio spettro di missioni, da quelle di intelligence e individuazione di potenziali minacce, a quelle di attacco contro obiettivi terrestri. Inoltre, l’Aksungur è particolarmente manovrabile e ciò lo rende adatto per le operazioni aeree”.
Anka-S+, drone sempre prodotto da TAI
L’Angola non sarebbe il primo Paese africano a cui TAI – Turkish Aerospace Industries – potrebbe trasferire i velivoli d’attacco. Nell’ottobre dello scorso anno la stampa internazionale ha riportato la notizia di una commessa di sei droni Aksungur da parte delle forze armate dell’Algeria. Pare tuttavia che Algeri potrebbe optare per l’acquisto del modello Anka-S+, anch’esso prodotto dal gruppo industriale turco. Quest’ultimo è un velivolo capace di operare a media altitudine e lunga durata per soddisfare i requisiti di ricognizione, trasmissione satellitari dati, acquisizione obiettivi, tracciamento e attacco.
Secondo Military Africa anche il Ciad si starebbe dotando di droni-killer “Anka-S+”.
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Speciale per Africa ExPress Francesco Cosimato*
Milano 11 aprile 2023
Prima di affrontare le ragioni per le quali pare ci sia stata una rivelazione di informazioni classificate e capire in che modo questo possa avere influito sulle operazioni in corso, bisogna conoscere il concetto di attività informativa sfruttabile militarmente, quello che in inglese si chiama “actionable intelligence”, cioè di quella attività informativa che è in grado di consentire lo sviluppo di specifiche operazioni/attività militari basate su informazioni e identificazioni positive.
Guerra in Ucraina, leak news
Se si viene a conoscere la dislocazione esatta di un obiettivo di interesse militare, questo può dare luogo ad una azione di fuoco per distruggere questo obiettivo, se l’identificazione non è certa, le coordinate non sono precise e non è chiaro per quanto tempo l’obiettivo rimane attivo, l’informazione non è utile allo sviluppo di alcuna operazione specifica.
Oltre all’actionable intelligence, vi sono tanti tipi i documenti informativi che hanno altri scopi, spesso si tratta di valutazioni, apprezzamenti informativi o come si dice in inglese “intelligence assessment”.
Il Washington Post del giorno di Pasqua. Di spalla l’articolo con la fuga di motizie. Più in basso l’edizione del New York Times della stessa giornata
Stiamo parlando di documenti in cui gli analisti delle informazioni fanno le loro valutazioni e previsioni su aspetti di ogni tipo inerenti alle operazioni in corso, possono riguardare personalità politiche o militari, unità operative ed enti di supporto e molto altro. In ogni caso si tratta di opinioni che si possono rivelare vere o false.
Nei giorni scorsi abbiamo avuto notizia del fatto che circa un centinaio di documenti classificati, forse anche di più, sono stati pubblicati sui social network causando un probabile danno informativo agli Stati Uniti ed all’Ucraina. Questi documenti, che non è facile trovare in rete, conterrebbero due tipi di informazioni:
gli apprezzamenti informativi sulle forze armate ucraine da sottoporre all’attenzione del Generale Milley, capo di stato maggiore interforze USA;
i piani per la fornitura di sistemi d’arma in grado di consentire efficacemente agli ucraini di difendersi.
Queste informazioni sono desumibili da molte fonti aperte, tra le quali spiccano il New York Times ed il Washington Post, parliamo di due testate molto importanti, ma che sono classificate come “liberal” e per tal motivo aspramente criticate da molti esponenti repubblicani.
La guerra in Ucraina ha inaugurato l’utilizzo continuo della parola intelligence per operazioni di propaganda, leggiamo infatti spesso notizie che sarebbero fornite dai servizi segreti occidentali.
È superfluo dire che i servizi segreti non lavorano per dare informazioni alla stampa, piuttosto il giornalista che scrive un articolo citando una fonte anonima dei servizi di intelligence potrebbe commettere una scorrettezza perché dietro quella fonte anonima si può nascondere qualsiasi persona e qualsiasi operazione di influenza informativa.
La prima osservazione che mi sento di fare riguarda il tipo di informazioni classificate che sarebbero state rivelate, al di là della loro elevata classifica (top secret) e della indicazione relativa ai soli Stati Uniti (“no foreign nations”), queste informazioni non sono di tipo adatto a condurre specifiche operazioni; quindi, non appartengono alla tipologia dell’actionable intelligence.
La seconda osservazione che mi sento di fare riguarda il fatto che queste informazioni non sembrano tali da influenzare realmente le operazioni militari in corso nemmeno in maniera indiretta, non ci sono, in buona sostanza, elementi che consentano azioni di fuoco o operazioni cinetiche di qualsiasi tipo.
Secondo i media USA, gli organismi informativi statunitensi non sono in grado di determinare chi sia responsabile di questa compromissione informativa, d’altronde, quando dei documenti del genere arrivano su twitter e telegram, poco si può fare.
Secondo i media russi, che citano specifici funzionari, questa rivelazione di documenti è in realtà una operazione di influenza informativa per confondere i russi e disinformare le opinioni pubbliche occidentali.
Personalmente, non ritengo di dovermi unire alla schiera di coloro che hanno ipotizzato fantasiose ricostruzioni di come la perdita informativa si sarebbe verificata e dei suoi scopi, ritengo semplicemente che sia inutile speculare su notizie non verificabili e comunque non interessanti ai fini dello svolgimento del conflitto.
Da oltre un anno riceviamo apparenti dettagliate informazioni dai servizi segreti occidentali circa la salute di Putin, i colpi di stato che avrebbero dovuto verificarsi in Russia, la disastrosa situazione politica ed economica della Russia, le diserzioni in massa dall’Esercito russo, ecc. ecc.. Un anno di conflitto distrugge qualsiasi previsione propagandistica.
Purtroppo, le informazioni che riceviamo dai media mainstream, che sono sempre le stesse da un anno a questa parte, non sono verificabili, non sono credibili e contrastano con lo svolgimento delle operazioni militari.
In ogni caso è evidente che tutte le mattine, quando accendiamo il nostro computer, veniamo assaliti dalle notizie più fantasiose e più interessate. Queste notizie, devo ripeterlo, hanno il solo scopo di influenzare la nostra percezione e non hanno alcuna valenza informativa dal punto di vista militare.
Francesco Cosimato* f.cosimato@gmail.com
*Generale in congedo con una quasi quarantennale esperienza militare, quattro missioni all’estero e molte attività internazionali. Già Public Affairs Officer in seno alla NATO. Presiede un Centro Studi strategici (www.centrostudisinergie.eu)
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Il Kenya esulta, inizia il conto alla rovescia per il lancio del satellite Taifa 1 (che tradotto dallo swahili significa Nazione-1), interamente progettato e sviluppato da ingegneri kenioti. Le operazioni di messa in orbita saranno effettuate dal SpaceX Falcon 9 dalla base spaziale di Vandenberg in California (USA).
Base spaziale di Vandenberg, California, USA
I test e la produzione delle parti sono stati effettuati in collaborazione con un produttore aerospaziale bulgaro.
ll ministero della Difesa, la Kenya Space Agency e l’Università di Nairobi hanno invitato i kenioti ad assistere al lancio del satellite, evento pubblico programmato per martedì 11 aprile tra le 08.00 e le 11.00. A causa del maltempo, il lancio è stato rinviato a stamattina, 12 aprile 2023.
Mentre una delegazione del governo del Kenya, guidata dal segretario del ministero della Difesa, Patrick Mariru, si recherà alla Vandenberg Space Force Station per assistere in diretta al lancio del satellite Taifa-1.
“La missione è un’importante pietra miliare”, hanno dichiarato il ministero della Difesa e la Kenya Space Agency in un comunicato congiunto, aggiungendo che “Contribuirà in modo significativo alla nascente economia spaziale del Paese”.
Taifa-1, il satellite keniota
Una volta in orbita, il satellite potrà fornire dati per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la gestione delle risorse naturali come l’acqua e le foreste del Paese. Attualmente la siccità sta creando non pochi problemi al Kenya, dopo 5 stagioni di scarse precipitazioni.
Taifa 1 non sarà l’unico satellite africano a orbitare sopra la Terra. Nel 1998 l’Egitto è stato il primo Paese del continente a inviare un satellite nello spazio e, secondo Space in Africa, una società con sede in Nigeria che segue i programmi spaziali del continente nel 2022 almeno 13 Paesi africani hanno prodotto 48 satelliti. Tra questi figurano Etiopia, Angola, Sudafrica, Sudan. Nel 2018 il Kenya ha inviato il suo primo nano satellite nello spazio.
La società nigeriana ha riferito che dallo scorso novembre sono stati lanciati più di 50 satelliti africani, anche se nessuno dal suolo del proprio continente.
Recentemente Gibuti ha siglato un memorandum d’intesa con una società cinese, Hong Kong Aerospace Technology, per la realizzazione di una base spaziale nel Paese.
La futura struttura nell’ex colonia francese non è comunque la prima in Africa: già da tempo esiste il Centro spaziale Luigi Broglio con sede a Malindi, Kenya. E’ di proprietà dell’Università Sapienza di Roma ed è gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana.
Attualmente il nostro centro provvede solamente al tracciamento di numerosi satelliti di varie agenzie (NASA, ESA e Agenzia spaziale cinese), ma dalla sua costruzione negli anni sessanta fino al 1988 sono stati lanciati in orbita 23 satelliti.
Il Progetto San Marco fu ideato e gestito da Luigi Broglio e, alla sua morte nel 2001, assunse il nome attuale.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2023
BURKINA FASO
Durante la notte tra giovedì e venerdì scorso sono stati attaccati due piccoli comuni in Burkina Faso, a poca distanza dalla frontiera con il Niger.
Uccisi 44 civili in Burkina Faso
Nel villaggio di Kourakou sono stati ammazzati 31 uomini, mentre a Tondobi, a poca distanza dal primo, altri 13, tra gli abitanti aggrediti ci sarebbe anche un numero imprecisato di feriti. Sembra che non ci siano vittime tra donne e bambini. Secondo quanto afferma il governatore della regione Sahel (Burkina Faso), Rodolphe Sorgo, l’aggressione sarebbe stata perpetrata da un gruppo terrorista.
Nella zona sono frequenti le incursioni degli islamisti. Lo scorso giugno nell’area di Seytenga, che dista solo 5 chilometri dei due villaggi, sono stati brutalmente uccise 86 persone. L’attacco è poi stato rivendicato dal Gruppo Islamico nel Grande Sahara.
In un comunicato rilasciato ieri, il governatore Sorgo ha invitato la popolazione di arruolarsi con il corpo Volontari per la Difesa della Patria (VDP) per difendere insieme ai militari di Ouagadougou i propri villaggi da nuovi attacchi.
I cittadini burkinabé non muoiono solo per mano dei terroristi. Ai massacri partecipa anche l’esercito regolare. All’inizio della settimana i militari di Ouagadougouhanno ucciso diversi civili a Dori, capoluogo della provincia di Seni (regione Sahel).
Secondo quanto hanno riferito alcuni residenti a AFP, sarebbe stata una vera e propria “spedizione punitiva” dei soldati, in quanto lunedì un loro commilitone è stato ucciso nel quartiere Petit Paris della città.
Testimoni oculari hanno specificato che martedì e mercoledì, gruppi di soldati hanno fatto irruzione nel quartiere e nelle zone limitrofe, picchiando con cinture e corde chiunque incontrassero per strada e tre persone sono state uccise da proiettili vaganti.
Dal 30 marzo scorso è entrato in vigore lo stato di emergenza in otto regioni della ex colonia francese. Secondo il governo, il provvedimento rafforza i mezzi legali nella lotta contro il terrorismo. In totale, sono interessati 22 dipartimenti, ovvero quasi la metà del territorio del Burkina Faso, mentre a tutt’oggi quasi il 40 per cento del Paese è controllato dai gruppi terroristi.
Tali misure eccezionali adottate dal governo permettono ai ministri della Sicurezza, dell’Amministrazione territoriale o alle autorità locali di mettere in atto una serie di misure che vanno dal divieto di circolazione, allo scioglimento di gruppi e associazioni. Possono anche controllare i media e requisire beni e persone.
Certo, i mezzi di informazione, sono testimoni scomodi che danno fastidio. Alla fine di marzo è stata sospesa la diffusione di France24, mentre all’inizio di aprile è stato dato il foglio di via a due giornaliste francesi. Si tratta di Sophie Douce di Le Monde e di Agnès Faivre del quotidiano Libération. Entrambe sono state convocate dalla Sicurezza nazionale a Ouagadougou, che ha intimato loro di lasciare il Paese entro 48 ore.
I due quotidiani francesi hanno denunciato l’espulsione delle loro giornaliste come “misura inaccettabile e arbitraria che conferma che la libertà di stampa nel Paese è gravemente minacciata”.
Burkina Faso: scuole chiuse
Insomma, l’insicurezza nel Paese non tende a placarsi. A farne le spese sono soprattutto i bambini. E il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) ha fatto sapere che oltre 6.000 edifici scolastici sono stati chiusi proprio per motivi di sicurezza e un milione di piccoli non possono più frequentare la scuola. Gli studenti sono privi dell’istruzione, perché lo Stato non è in grado di proteggerli durante le lezioni.
Ibrahim Traoré ha preso il potere a ottobre dopo un colpo di Stato militare (il secondo in poco meno di 9 mesi), perché fermamente convinto di riuscire a fermare il terrorismo nel suo Paese. Nel frattempo ha invitato, come il suo omologo golpista del Mali, Assimi Goïta, i francesi a lasciare il Paese. Intanto si stanno rafforzando i legami tra Mosca e Ougadougou.
Dal 2015 il Burkina Faso, in particolare la parte settentrionale del Paese, è in preda a una spirale di violenza, attribuita a gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico, che ha causato oltre 10.000 morti tra civili e militari e circa 2 milioni di sfollati.
CIAD
Intanto venerdì scorso il Ciad ha notificato all’ambasciatore tedesco, Jean Christian Gordon Kricke, il foglio di via, perchè considerato persona non grata. Lo ha reso noto il portavoce del governo, Aziz Mahamat Saleh. Secondo N’Djamena, il diplomatico di Berlino avrebbe dimostrato un atteggiamento scortese e non avrebbe rispettato le pratiche diplomatiche, come prescritto dalla Convenzione di Vienna.
L’ambasciatore tedesco, Jean Christian Gordon Kricke, espulso dal governo del Ciad
Secondo alcune fonti vicine al governo, l’espulsione dell’ambasciatore tedesco era prevedibile a causa delle sue critiche alla nuova amministrazione di transizione. Ma secondo il ministero degli Esteri di Berlino le ragioni per le quali il governo del Ciad ha dichiarato l’ambasciatore Kricke persona non grata sono assolutamente incomprensibili. Il diplomatico tedesco è stato precedentemente in Niger e nelle Filippine. Prima di occupare la posizione in Ciad, è stato rappresentante speciale della Germania per il Sahel.
Aggiornamento 11 aprile 2023
Secondo un’ulteriore ricostruzione dei fatti, non si esclude che gli autori del massacro siano stati dei “semplici” ladri. Potrebbe trattarsi di una rappresaglia, in quanto 48 ore prima, due criminali avrebbero tentato di rubare capi di bestiame nel villaggio di Kourakou. I residenti hanno reagito, uccidendo uno dei malavitosi.
Alcuni abitanti del luogo hanno poi descritto gli uomini come combattenti dello Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS). Ma è difficile distinguere gli uni dagli altri in questa parte del Burkina Faso, dove gli interessi delle reti criminali sono simili a quelli dei gruppi armati.
Aggiornamento 11 marzo 2023 ore 22.40
In risposta all’espulsione immotivata del nostro rappresentante diplomatico accreditato in Ciad, abbiamo convocato oggi l’ambasciatore di N’Djamena a Berlino, Mariam Ali Moussa, invitandola a lasciare la Germania entro 48 ore. Ci dispiace che si sia dovuti arrivare a questo”, ha dichiarato il ministero degli Esteri di Berlino in un tweet poche ore fa.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 aprile 2023
E nemmeno stavolta è stato siglato il tanto atteso e sospirato accodo per rilanciare la transizione democratica in Sudan. Un accordo quadro è stato firmato all’inizio di dicembre dello scorso anno tra i militari al potere e alcuni gruppi civili. Ovviamente sono seguiti altri confronti e dialoghi, ma finora nulla di fatto.
Sudan: “Via i militari dal governo”
Il Paese vive una profonda crisi dopo il colpo di Stato del 2021, guidato dal generale Abdel Fattah Burhan, che ha rovesciato il governo sostenuto dall’Occidente, che ha seguito tre decenni di governo islamista del regime di Omar al-Bashir.
Freedom and Change (FFC) – la coalizione che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – ha fatto sapere mercoledì sera che la cerimonia per la firma, prevista per giovedì scorso, è nuovamente saltata perché alcuni punti per la ristrutturazione delle forze armate devono ancora essere chiariti.
Dopo l’annuncio del nuovo rinvio, la popolazione è scesa nuovamente nelle strade e nelle piazze in tutto il Paese per nuove proteste pacifiche. La gente chiede “libertà, pace e giustizia”.
Giovedì in tutte le città del Sudan si sono svolte dimostrazioni affollatissime. Forse le più imponenti dall’inizio della crisi. La gente ha voluto anche celebrare il quarto anniversario del sit-in del 2019 che ha portato al rovesciamento del dittatore Omar al-Bashir.
Secondo alcuni analisti, il punto critico delle riforme proposte è l’integrazione nell’esercito regolare di Rapid Support Forces (Rsf), un potente gruppo paramilitare guidato dal vice di al-Burhan, Mohamed Hamdan Dagalo.
Il leader delle RSF, meglio conosciuto come Hemeti, è un ex capo dei janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur. Si tratta dei famosi diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
Sembra, sempre secondo alcuni analisti, che al-Burhan e il suo vice, Dagalo, siano arrivati quasi ai ferri corti per quanto riguarda il calendario dell’integrazione dei miliziani delle RSF.
In base a una bozza dell’accordo ottenuta dall’agenzia di stampa The Associated Press, i militari dovrebbero concentrarsi solamente a azioni a loro consone e prevede, inoltre, la formazione di un esercito nazionale unificato e non di parte.
Le tensioni tra l’esercito e le RSF sarebbero soprattutto dovute alla tempistica proposta per l’integrazione degli uomini di Hemeti nell’esercito, che ha proposto una durata di due anni. Mentre Rsf sostiene che sono necessari 10 anni e che la ristrutturazione dovrebbe includere anche una riforma interna all’esercito.
Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed
Ma è in discussione anche la leadership ad interim dei militari. Dagalo vorrebbe che il prossimo capo di Stato civile, secondo l’accordo, sia incluso in un consiglio congiunto di generali dell’esercito e di Rapid Support Forces.
Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano, ha dichiarato che un rinvio è stato necessario perché l’accordo abbia basi solide. Mentre il suo vice, Dagalo, in un altro comunicato ha fatto sapere che si sta impegnando per arrivare a un accordo finale.
Sudan: Al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione
Ma la folla scesa nelle strade giovedì non vuole militari al potere e durante la marcia di protesta ha cantato: “No militia can rule a country” (nessuna milizia può governare un Paese).
Il leader di FFC, Khalid Omer Yousif, è convinto che elementi del deposto regime di al-Bashir stiano tentando di far deragliare il processo politico, seminando discordia tra le istituzioni militari.
Alcuni leader tribali hanno detto di sentirsi esclusi dall’accordo previsto e hanno minacciato di bloccare le strade verso Khartoum e nel Sudan orientale. Giacché i gruppi ribelli, che hanno sostenuto il colpo di Stato perpetrato da al-Burhan, hanno avvertito che ci sarà il caos qualora l’accordo dovesse andare in porto.
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