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L’Angola potenzia la sua flotta militare: nuovi accordi con gli Emirati Arabi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
2 marzo 2023

Un miliardo di euro per tre corvette. Ammonta a tanto il contratto firmato ad Abu Dhabi dalla Marina militare dell’Angola e dal Gruppo Edge degli Emirati Arabi Uniti in occasione della recente kermesse internazionale dei sistemi d’arma IDEX 2023.

Corvetta BR71 Mk II

Le unità navali della classe “BR71 Mk II” saranno realizzate nei cantieri della società Abu Dhabi Ship Building (ADSB) – interamente controllata da Edge – attiva nella progettazione, costruzione, riparazione, manutenzione, refitting e conversione di navi militari e commerciali. ADSB ha già realizzato cinque corvette per la Marina di guerra degli Emirati.

Le corvette “BR71 Mk II” sono una variante avanzata della classe “Baynunah” sviluppata dal cantiere navale francese CMN (Constructions Mécaniques de Normandie), parte del Pririnvest Shuipbuilding Group con quartier generale negli Emirati Arabi Uniti.

Le unità sono progettate per operazioni anti-aeree e di superficie, pattugliamento, intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR). Lunghe 71 metri possono raggiungere una velocità massima di 30 nodi e un’autonomia operativa di 2.500 miglia; le corvette possono imbarcare fino a 50 militari e un elicottero di classe 5 tonnellate e saranno armate con un cannone da 76 o 57 mm, supportato da due cannoni da 20 o 30 mm. Le unità possono lanciare pure missili anti-nave Exocet e missili terra-aria.

“La corvetta BR71 Mk II è una nave altamente sofisticata dotata di sistemi di missione avanzati tra cui un radar 3D, una suite di guerra elettronica, comunicazioni sicure e sarà in grado di svolgere molteplici missioni per proteggere i 1.600 km di costa dell’Angola”, ha dichiarato David Massey, presidente del consiglio di amministrazione dei cantieri ADSB.

Isabella Rauti, sottosegretario alla Difesa, presente a IDEX 3, Abu Dhabi

Quasi certamente parte delle apparecchiature e dei sistemi d’arma per le corvette destinate alla Marina angolana saranno di provenienza italiana. In occasione dell’esposizione internazionale IDEX 2023 la società emiratina ha firmato con l’holding Fincantieri SpA un accordo di cooperazione strategica per la progettazione, costruzione e gestione congiunta della flotta per navi militari e commerciali negli Emirati Arabi.

La nuova alleanza ha ricevuto la benedizione della sottosegretaria alla difesa Isabella Rauti e del generale Luciano Portolano, segretario generale Difesa e direttore nazionale armamenti, giunti appositamente ad Abu Dhabi per la fiera dei sistemi di morte.

“L’accordo dimostra la convergenza degli obiettivi di ADSB e di Fincantieri negli Emirati, oltre a rappresentare un’importante opportunità per sfruttare le sinergie che consentiranno un processo congiunto di consolidamento e crescita”, hanno commentato Pierroberto Folgiero e il generale Claudio Graziano, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Fincantieri. “Insieme alla prossima apertura della NewCo, interamente posseduta dal Gruppo, questa firma conferma anche il forte impegno di Fincantieri per rafforzare la propria posizione e reputazione nel Paese”.

Sempre nell’ambito del contratto miliardario tra ADSB e la Marina militare dell’Angola, un altro importante gruppo militare-industriale italiano, Eelettronica SpA, ha fatto sapere da Abu Dhabi di essere stata selezionata per la fornitura del sistema di guerra elettronica (electronic warfare) per le corvette “BR71 Mk II”. 

Secondo il sito specializzato sudafricano Defenceweb non è chiaro se l’accordo con la ex colonia portoghese faccia seguito a quello del valore di 495 milioni di dollari sottoscritto nel 2016 da Pririnvest Shuipbuilding Group Privinvest, che prevedeva la costituzione di un cantiere navale in Angola e la fornitura di diverse navi militari. “Si ritiene che l’accordo del 2016 sia stato ridimensionato in modo significativo a seguito delle pressioni del Fondo Monetario Internazionale”, scrive Defenceweb. “L’Angola, tuttavia, ha preso in consegna tre motovedette ad alta velocità HSI 32 dalla CMN e dovrebbero essere consegnate anche due navi da pattugliamento”.

Nel novembre 2022 i cantieri Constructions Mécaniques de Normandie avevano consegnato alla Marina angolana pure il pattugliatore avanzato “Ocean Eagle 43”, progettato per lo svolgimento di missioni di sorveglianza a lungo raggio, ricerca e soccorso, controllo della zona economica esclusiva e di pesca, ecc.. 

Per potenziare il dispositivo navale militare, a fine 2015 le forze armate dell’Angola avevano commissionato in Italia diversi sistemi da combattimento, compresi due imbarcazioni da pattugliamento (costo 7,3 milioni di euro e realizzate da Whitehead Sistemi Subacquei, gruppo Leonardo SpA), radar e sei elicotteri (quattro AW139 e due A109K prodotti da AgustaWestland/Leonardo).

La Marina angolana ha acquistato negli ultimi anni anche quattro pattugliatori veloci “Super Dvora Mk III” prodotti da Israel Aerospace Industries (IAI), un velivolo leggero “Cessna Citation” dotato di un sofisticato radar israeliano “Seaspray” e tre velivoli da trasporto e sorveglianza marittima C295 di produzione spagnola.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Bola Tinubu è il nuovo presidente della Nigeria: l’opposizione insorge e denuncia irregolarità

Africa ExPress
Lagos, 1° marzo 2023

La Commissione elettorale nazionale indipendente (INEC) ha dichiarato poche ore fa il settantenne Bola Tinubu, del partito al potere, All Progressives Congress (APC), vincitore delle presidenziali che si sono svolte sabato scorso in Nigeria. La vecchia volpe è riuscito a accaparrarsi quasi due milioni di voti in più di uno dei suoi diretti rivali, Abubakar Akitu, esponente del maggiore partito all’opposizione.

I partiti che hanno perso, hanno già denunciato irregolarità nel processo elettorale e hanno respinto il risultato annunciato da INEC.

Il partito di Tinubu, All Progressives Congress, ha esortato l’opposizione ad accettare la sconfitta.

Bola Tinubu

L’annuncio potrebbe portare a una sfida in tribunale da parte di Atiku Abubakar e Peter Obi, che si sono classificati dietro Tinubu. I ritardi nel conteggio e le gravi carenze nel trasferimento elettronico dei risultati, sperimentato per la prima volta a livello nazionale, hanno alimentato le preoccupazioni e le accuse di frode contro l’APC.

Gli osservatori hanno sottolineato che le operazioni di voto sono state per lo più pacifiche, anche se alcuni elettori hanno dovuto aspettare il giorno successivo per votare. Qualche incidente si è verificato nei seggi, ma in tono assolutamente minore rispetto alle tornate elettorali precedenti.

I candidati in lizza alla presidenza sono stati ben 18, tra questi tre con reali possibilità di arrivare all’ambito traguardo: l’ex governatore di Lagos Bola Tinubu, del partito al potere, All Progressives Congress (APC), l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, di People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi esponente del Labour Party.

Secondo i conteggi finali di INEC, Tinubu ha ottenuto circa il 36,6 per cento, ossia 8,79 milioni di preferenze, mentre Atiku, del maggiore partito all’opposizione ha raccolto il 29,1 per cento, vale a dire 6,98 milioni di voti validi e infine Peter Obi di LP, molto popolare tra i giovani elettori, si è fermato a 6.1 milioni di schede valide.

Martedì sera le Nazioni Unite hanno lanciato un appello alla calma, chiedendo ai candidati e ai loro sostenitori di evitare qualsiasi comportamento che possa minare il processo elettorale, la pace e la stabilità.

“Il Paese intero è in silenzio assoluto – ha scritto la nostra striger a Benin city nel sud ovest della Nigeria – come se ci fosse un copri fuoco dopo un colpo di Stato. Nessuno è sceso in piazza per festeggiare la vittoria. Molti ritengono che ci siano stati brogli e hanno accusato Bola Tinubu di aver vinto con la frode. Già soprannominato “il vincitore illegittimo”.

Africa ExPress
@africexp
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Accordo Gibuti-Cina per costruire una base spaziale in Africa

Africa ExPress
28 febbraio 2023

Gibuti ha annunciato qualche settimana fa la costruzione di una base di lancio spaziale in Africa. Lo ha fatto sapere il presidente dello Stato nel Corno d’Africa, Ismaël Omar Guelleh, sul suo account Twitter.

Ismaël Omar Guelleh, presidente del Gibuti con la delegazione cinese

Guelleh ha siglato un memorandum di intesa per la realizzazione della base con la società cinese Hong Kong Aerospace Technology. Secondo una fonte della presidenza, un accordo definitivo dovrebbe essere pronto tra aprile e maggio, dopo una visita di esperti gibutiani in Cina.

Se il progetto dovesse andare in porto, sarebbe l’unica base attiva in Africa, e dovrebbe sorgere nella regione settentrionale di Obock.

L’Africa ha circa 15 Paesi che si trovano sull’equatore o vicino ad esso, una posizione geografica ideale per l’accesso allo spazio. In termini di tracciamento dei satelliti, di ricezione dei loro segnali e di monitoraggio, è il continente meglio posizionato, affermano gli esperti in materia.

Per i cinesi, Gibuti risulta il luogo ideale, in quanto hanno già una base militare nel Paese, ma bisogna comunque tener conto della stabilità politica regionale e la sicurezza in questa parte dell’Africa e del Golfo di Aden.

La futura base di lancio spaziale necessità ovviamente della  realizzazione di altre infrastrutture, come un porto a Obock e strade, nonché la creazione di impianti per la fornitura di corrente elettrica e di acqua.

Poiché Gibuti non ha risorse economiche sufficienti per finanziare il progetto, i cui costi sono stimati in oltre un miliardo di dollari, è stata avviata una partnership con una società cinese.

Secondo quanto riferisce in un comunicato la presidenza di Gibuti, l’accordo “prevede la concessione definitiva dell’infrastruttura aerospaziale alla parte gibutiana, al termine di un periodo di co-gestione di 30 anni, che dovrebbe portare a un processo di trasferimento di competenze e professionalità”.

Sta di fatto che passerà ancora del tempo finché sarà effettuato il primo lancio, visto che i tempi previsti per la realizzazione della base non saranno brevissimi. I primi lavori dovrebbero iniziare alla fine del 2023 e concludersi un anno dopo, mentre la prima delle 7 rampe di lancio dovrebbe essere operativa alla fine del 2024 e l’ultima alla fine del 2027.

Le attività del progetto dovrebbero inoltre consentire la creazione di diverse centinaia di posti di lavoro, contribuendo così all’economica della regione di Obock e del Paese.

I lavori dovrebbero iniziare alla fine del 2023, la prima delle 7 rampe di lancio dovrebbe essere operativa alla fine del 2024 e l’ultima alla fine del 2027.

La futura base di lancio spaziale a Gibuti non è comunque la prima in Africa. Il Centro spaziale Luigi Broglio ha sede a Malindi, Kenya, di proprietà dell’Università Sapienza di Roma, gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana.

Attualmente il nostro centro provvede solamente al tracciamento di numerosi satelliti di varie agenzie (NASA, ESA e Agenzia spaziale cinese), ma dalla sua costruzione negli anni sessanta fino al 1988 sono stati lanciati 23 satelliti in orbita.

Il Progetto San Marco fu ideato e gestito da Luigi Broglio e, alla sua morte nel 2001, assunse il nome attuale.

Africa ExPress
@africexp
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Pechino rafforza la penetrazione in Africa: aperta la prima base militare a Gibuti

Il presidente somalo in cerca di aiuti (militari) in Italia ma non dà assicurazioni sui diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2023

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha incontrato nei giorni scorsi a Roma il presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mahamud e il ministro della Difesa, Mohamed Nur Abulkadir.

Nel colloquio sono stati affrontati – si legge in un comunicato del ministero della Difesa – “il supporto e il sostegno alle forze armate di Mogadiscio per la lotta al terrorismo, alla pirateria e per aumentare la sicurezza del Paese, condizione indispensabile per lo sviluppo economico”.

Hassan Sheikh Mahamud, presidente somalo, in visita in Italia

Il ministro Crosetto, ha preso parte insieme ai governanti dell’ex colonia italiana e ad altri ministri somali, all’evento “Italia, Somalia. Una relazione speciale” organizzata dalla Fondazione Med-Or della multinazionale delle armi Leonardo.

“La Difesa italiana è in prima linea in Africa- ha affermato Crosetto – con una missione europea (EUTM) e una Bilaterale (MIADIT). Contrastare il terrorismo e la pirateria nel continente significa tutelare la sicurezza anche dell’Europa. “Dobbiamo impegnarci di più come Paese in una logica che veda, accanto alle missioni militari, la presenza del nostro sistema Paese, l’industria, l’agricoltura, l’università, affinché il territorio possa industrializzarsi, e nascano nuove opportunità economiche, sociali, culturali che possano colmare il divario sociale ed economico tra nazioni vicine. La Somalia ha il confine marino più lungo dell’Africa, abbiamo ragionato quindi sulla possibilità di aumentare gli aiuti nel settore marittimo per il contrasto alla pirateria trainando anche l’Europa e la NATO in quest’area di interesse strategico”.

Gli incontri, anche con la presidente Meloni, non hanno nemmeno sfiorato il tema dei diritti umani. Com’è possibile schierare le nostre forze armate per addestrare esercito e polizia della nostra ex colonia, nonostante le stesse utilizzino addirittura, per esempio, i bambini-soldato.

Da molto tempo, un apposito rapporto del segretario generale ONU Antonio Guterres denuncia questa situazione, nonostante il governo somalo si sia impegnato formalmente di porvi fine.

Nel 2021, le Nazioni Unite hanno registrato circa un centinaio di piccoli nelle fila delle sopraindicate forze di sicurezza. Purtroppo le denunce rimangono nei cassetti e non suscitano alcuna reazione. Ogni anno il nostro Paese proroga le missioni militari nell’area e nessun parlamentare, salvo rarissime eccezioni, solleva obiezioni, nonostante la Somalia sia devastata da un conflitto che dura da decenni e sia ricca unicamente di armi.

Nell’ex colonia sono presenti circa seicento militari italiani, nell’ambito di alcune missioni.

Tre sono dell’Unione Europea: EUTM Somalia, con lo scopo di formare i soldati di Mogadiscio, comandata da un generale italiano con circa centosettanta soldati italiani. Il costo annuo è di circa 14 milioni di euro.

Mentre EuAtalanta combatte la pirateria nelle acque antistanti il Paese africano, con duecento marinai, una nave e due aerei, con un costo nel 2022 di 27 milioni.

Infine il compito di Eucap Somalia consiste nel rafforzamento della sicurezza marittima con la presenza di 15 nostri connazionali per un costo di mezzo milione. Le altre missioni sono: Missione Bilaterale di Addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutine (MIADIT), operata da settantacinque carabinieri, con un costo di 4,5 milioni. La missione ha formato negli anni migliaia di poliziotti.

La nostra base di Gibuti che si affaccia sullo strategico stretto di Bab el Mandeb, tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, (costo annuo 13 milioni)  svolge da centro logistico per le predette missioni.

All’inaugurazione, nel 2013, l’allora capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, la definì “un avamposto permanente in un’area di enorme importanza strategica sia per quanto riguarda l’antipirateria, sia per il contrasto al terrorismo”, a ridosso della Somalia e dello Yemen, “sia per la sorveglianza dei traffici mercantili. Il costo complessivo 2022 di tutte le predette missioni è stato di 60 milioni di euro annui.

Con Mogadiscio abbiamo stipulato un Accordo di cooperazione militare (ratificato dal Parlamento con la legge 19.4.2016, n.64) anche per favorire l’export dell’industria della difesa “made in Italy”

Siamo sicuri, tuttavia, che fornire aiuti militari sia l’unica strada per combattere il terrorismo di Al Shabab e per garantire la sicurezza al popolo somalo? L’Occidente (Italia compresa) impedisce la traversata del Mediterraneo dei migranti, ha fornito vaccini anti-covid con il contagocce e non fa nulla per contrastare il cambiamento climatico (di cui la Somalia è fra i Paesi più colpiti) non appare quindi credibile quando parla di “aiutarli a casa loro” o di sviluppo. Il nostro Paese dovrebbe, ad esempio, subordinare gli aiuti militari al rispetto dei diritti umani, sarebbe il minimo, anche per farsi perdonare il nostro colonialismo.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Bambini soldato: in Mali l’Onu denuncia un drammatico aumento

Bambini soldato in aumento: in 15 anni ne sono stati reclutati e mandati in guerra 93 mila

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Giro ciclistico del Rwanda: un eritreo sbaraglia tutti assieme alla sua squadra italiana.

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
26 febbraio 2023

Al 15° “Tour du Rwanda il successo finale è andato a Henok Mulubrhan, 23 anni, nato ad Asmara, da poche settimane anche campione continentale africano. Ma la sua squadra è l’italianissima “Green Project Bardiani-CSF Faizanè” con sede a Bibbiano, provincia di R. Emilia, che si è dimostrata la più organizzata e compatta fra tutte le 19 partecipanti.

L’eritreo Henok Mulubrhan vince il Tour du Rwanda 2023

Giustamente il team tricolore nel suo sito ha commentato: “Henok Mulubrhan sontuoso, vince l’ultima tappa e il Tour du Rwanda. Batte tutti nella volata ristretta a Kigali. Grandissima prova di squadra in questa trasferta ricca di emozioni”. I piazzamenti ottenuti nella seconda corsa più importante del continente nero, conclusasi dopo 8 frazioni, domenica 26 febbraio verso mezzogiorno, in cima al Canal Olympia in Rebero (località “in” della capitale ruandese), parlano chiaro.

Sabato al termine della tappa regina ad alzare le braccia sotto lo striscione d’arrivo era stato Manuel Tarozzi, 24 anni, di Faenza, della “Green Project Bardiani”. Una meritata soddisfazione per il giovane che un anno fa aveva esordito tra i professionisti con caduta e frattura; un altro italiano, Walter Calzoni, 21 anni, di Sellero (Val Camonica), della “Q36.5 CYCLING” ha conteso fino all’ultimo secondo la maglia gialla della vittoria finale all’eritreo.

Nelle prime quattro tappe, Calzoni si è sempre piazzato tra i primi 10, nella quinta è arrivato secondo e ha condiviso il primato della classifica generale con Henok Mulubrhan.

L’eritreo, però, con il suo gruppo è stato ancor più costante e quindi meritatissimo dominatore: è giunto terzo il primo giorno, secondo il secondo giorno, primo il terzo e ultimo giorno, (domenica) e nella graduatoria finale ha lasciato alle sue spalle proprio il corridore camuno.

“Ringrazio Dio per questa vittoria, che mi ripaga di tanti sacrifici”, ha dichiarato il giovane africano, prima che l’immarcescibile Paul Kagame, 65 anni, presidente della Repubblica dal 2000, in versione casual (occhiali neri alla moda, pizzetto bianco, giacchino blu e camicia a quadri), gli consegnasse sul palco la maglia gialla finale.

Paul Kagame, presidente del Ruanda

Henok non poteva essere più felice: poche settimane fa conquistatore del titolo nazionale africano e ora della sua prima corsa con tappa finale e primato. Un successo non facile: nel giro ruandese non si scende mai sotto i 1500 metri di altezza, con temperature che superano sempre i 30° C e un tasso di umidità elevato.

Paul Kagame non poteva perdersi il bagno di una folla sempre più entusiasta dello sport su due ruote e della dimensione internazionale che sta acquisendo questa manifestazione sponsorizzata, ovviamente, dal governo e comunque organizzata in modo impeccabile.

Il portale spagnolo Ciclo21 preso dall’impeto si è spinto a parlare del popolo che “respira il sapore della strada e sente come proprie le pedalate dei ciclisti”. Non scherza come retorica neppure il sito ufficiale della corsa, che così commenta l’arrivo di Kagame sul traguardo per seguire le ultime fasi della corsa: “Siamo onorati di avere sua Eccellenza a illustrare questo evento”.

“Sua eccellenza” ora aspetta il 2025: il suo Paese ospiterà il campionato mondiale di ciclismo. La prima volta assoluta per l’Africa. Un altro passo avanti, o un’altra pedalata, utile alla diplomazia di un leader indiscusso e indiscutibile. E guai a provare a farlo, dicono (sottovoce) gli oppositori.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Nel Giro del Ruanda vince anche l’Ucraina

Tour du Ruanda 2023: via, si pedala lungo le mille colline

Nigeriani al voto: pochi e sparuti incidenti, lunghe file davanti ai seggi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2023

Durante la tornata elettorale odierna sono stati segnalati incidenti sparsi, anche se non della portata delle precedenti elezioni. Le scaramucce non hanno comunque compromesso le votazioni a livello nazionale. I nigeriani sono stati chiamati alle urne per eleggere il loro nuovo presidente, nonché 109 senatori e 360 deputati per la Camera dei rappresentanti.

Nigeria: lunghe code davanti a alcuni seggi elettorali

In molti seggi le attese degli aventi diritto al voto sono state lunghe e interminabili, in quanto tantissimi uffici elettorali hanno aperto le porte con grande ritardo, dovuto all’intempestiva consegna del materiale.

La corrispondente di Africa ExPress, Blessing Akele, ci ha inviato alcune foto del suo seggio elettorale alla Oguola (Holy Cross) Primary school a Oredo, nell’Edo state, nella Nigeria meridionale e ci ha raccontato della determinazione della gente nel voler esprime il proprio diritto al voto.

Mamma con bimbo in attesa davanti al seggio nell’Edo state, Nigeria

La corrispondente di Africa-ExPress ha preso come esempio una giovane mamma che si è presentata al seggio con una borsa piena di acqua e cibo per sé e il suo bambino. Ha persino portato pannolini e abitini puliti per poter cambiare il suo piccolo. Lei era vestita di bianco e verde, il colori della Nigeria.

Anche questa signora, come milioni e milioni di altri nigeriani, non ha voluto mancare a questo importante appuntamento elettorale.

La gente ha atteso pazientemente davanti ai seggi, perché stanca della situazione, nettamente peggiorata sotto il governo di Muhammadu Buhari, presidente uscente, in carica dal 2015.

La nazione più popolosa del continente è in ginocchio a causa dei molteplici problemi riguardanti la sicurezza: l’insurrezione dei terroristi Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP, oltre che ai continui rapimenti a scopo di riscatto, dei conflitti tra pastori seminomadi e agricoltori.

Se si aggiungono anche  carenza di denaro liquido, mancanza di carburante e continue interruzioni della corrente elettrica, oltre alla corruzione endemica e povertà estrema, il malcontento della popolazione e il desiderio di un cambiamento radicale è più che comprensibile, tenendo conto che il tasso d’inflazione ha raggiunto il 21,82 per cento lo scorso gennaio.

Secondo la Commissione elettorale nazionale indipendente (INEC), i risultati ufficiali potrebbero essere attesi a partire dalla tarda serata di domenica. Alcuni seggi hanno già iniziato a contare le schede diverse ore fa, mentre in altri le votazioni erano ancora in corso per la ritardata apertura. In 141 seggi elettorali dello Stato meridionale di Bayelsa, ricco di petrolio, il voto è stato rinviato a domani a causa di disordini.

I tre principali candidati delle presidenziali in Nigeria: I tre principali candidati, Tinubu (al centro), Atiku (a destra) e Obi (a sinistra)

Sono ben 18 i candidati in lizza per la poltrona più ambita del Paese. I tre favoriti sono: l’ex governatore di Lagos Bola Tinubu, 70 anni per il partito al potere,  All Progressives Congress (APC), l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, corre per il People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi che di anni ne ha solo 61, in lizza con il Labour Party, ed è  molto popolare tra giovani elettori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Si vota in Nigeria per il nuovo presidente: il capo di Stato uscente lascia un Paese in ginocchio

Si vota in Nigeria per il nuovo presidente: il capo di Stato uscente lascia un Paese in ginocchio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2023

Oggi si torna alle urne in Nigeria per eleggere il nuovo presidente e l’Assemblea Nazionale. Nel Paese più popoloso del continente, il clima è teso, incandescente, come sempre prima di una tornata elettorale.

Oyibo Chukwu, candidato al Senato del Labour Party dell’Enugu state, Nigeria

Mercoledì scorso, il giorno precedente alla chiusura della campagna elettorale, è stato ammazzato brutalmente assieme al suo autista, Oyibo Chukwu, candidato al senato per il Labour Party nell’Enugu state, nel sud-est della ex colonia britannica. La vettura sulla quale viaggiavano è caduta in un’imboscata. Stavano tornando a casa dopo un’assemblea di propaganda elettorale.

In risposta al grave attentato, la Commissione elettorale nazionale indipendente (INEC) ha fatto sapere poche ore fa di aver sospeso le elezioni senatoriali nell’Enugu state. I cittadini residenti nello Stato federale in questione, potranno eleggere il proprio candidato l’11 marzo, quando si torna alle urne per votare i nuovi governatori, ha precisato il residente di INEC in un comunicato.

In preda alla violenza diffusa e i rapimenti perpetrati da bande armate in vista delle elezioni, i problemi di sicurezza sono peggiorati , con diversi attacchi e incendi dolosi anche agli uffici dell’INEC.

Oggi molti mercati in tutto il Paese sono stati presi quasi d’assalto dai clienti. Tutti, chi più chi meno, ha cercato di comprare cibo e beni di prima necessità per non dover uscire nei prossimi giorni. Con le presidenziali odierne, la gente teme disordini e violenze dopo il voto, come è già successo in passato.

Mohammadu Buhari, presidente uscente della Nigeria

Muhammadu Buhari lascia una popolazione frustrata, allo stremo per la carenza di denaro liquido e carburante, con un tasso d’inflazione, che a gennaio ha raggiunto il 21,82 per cento, il più alto dal 2005.

Per non parlare dei problemi di sicurezza. Nel nord-est Boko Haram e ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province, cugini dei primi, dai quali si sono separati nel 2016 per incomprensioni), continuano le loro incursioni, anche se meno insistenti di un tempo, ma rappresentano comunque ancora una minaccia per la popolazione.

Eppure durante la campagna elettorale del 2015 per il suo primo mandata, Buhari aveva  annunciato trionfalmente che entro la fine dell’anno avrebbe sconfitto i sanguinari Boko Haram.

A tutt’oggi i terroristi sono sempre in azione, insieme a loro ISWAP e altre bande criminali che minacciano la sicurezza in tutto il Paese. Inoltre la corruzione galoppante, presente a tutti livelli, e l’impunità, sono questioni gravi che hanno un peso non indifferente sulle elezioni di domani.

L’attuale presidente non può ricandidarsi dopo due mandati consecutivi. Va comunque ricordato che Buhari ha già occupato la posizione di Capo di Stato dopo il golpe militare del 31 dicembre 1983.

I tre principali candidati delle presidenziali in Nigeria: I tre principali candidati, Tinubu (al centro), Atiku (a destra) e Obi (a sinistra)

Sono ben 18 i candidati in lizza per la poltrona più ambita. I principali aspiranti alla presidenza sono l’ex governatore di Lagos Bola Tinubu, 70 anni per il partito al potere,  All Progressives Congress (APC), l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, corre per il People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi che di anni ne ha solo 61, Labour Party, è  molto popolare tra giovani elettori.

Peter Obi ha avuto le migliori quotazioni nei sondaggi pre-elettorali e, per raggiungere i suoi supporter e i giovani, suoi potenziali elettori, è stato molto attivo sui social media.

I tre principali candidati, Tinubu, Atiku e Obi hanno promesso di rilanciare l’economia martoriata e di combattere l’insicurezza dilagante e la corruzione endemica.

Bola Ahmed Tinubu, ex governatore di Lagos dal 1999 al 2007, multimilionario, musulmano di etnia yoruba, è originario del sud-ovest del Paese. Cofondatore dell’All Progressives Congress nel 2013 insieme al presidente uscente Muhammadu Buhari.

La carriera politica di Tinubu è iniziata negli anni ’90 con una sua forte opposizione al governo militare in carica. Conosce molto bene la Nigeria in lungo e in largo e negli anni ha saputo creare alleanze politiche, etniche e religiose in tutto il Paese.

Nonostante il suo passato come oppositore al regime militare, ha promesso di sguinzagliare le forze armate per porre fine all’insurrezione islamista. Ma gli elettori hanno già sentito questa promessa da Buhari. Non ha mai saputo tradurre in fatti la parola data.

Il candidato del partito al potere è anche accusato di e appropriazione indebita di fondi, fatti che ovviamente  ha negato.

L’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, si candida per la sesta e probabilmente ultima volta.  Multimilionario pure lui, musulmano del nord, di etnia fulani.

Quando Buhari era ancora in politica, le sue possibilità di vincere le presidenziali sono sempre state considerate scarse. Ma con l’attuale presidente fuori dalla competizione, l’eterno candidato spera ora di farcela, pur essendo consapevole che probabilmente faticherà a conquistare l’elettorato più giovane, visto che la maggior parte dei quasi 10 milioni di nuovi elettori registrati quest’anno ha meno di 34 anni.

Abubakar punta molto sul suo passato come vicepresidente tra il 1999 e il 2007, quando ha guidato un team economico che ha attuato riforme di successo nei settori delle telecomunicazioni, delle pensioni e delle banche.

Come Tinubu, anche Abubakar è accusato di appropriazione indebita di fondi e clientelismo che risalgono al periodo della sua vicepresidenza. Ovviamente anche lui ha negato ogni illecito.

Peter Obi del Partito Laburista si è presentato come il candidato anti-establishment nella speranza di raccogliere voti tra coloro che provano rabbia per lo status quo.

L’ex governatore dell’Anambra state è riuscito a conquistarsi il sostegno dei giovani nigeriani urbani del sud, molti tra questi in difficoltà economiche per mancanza di lavoro e a causa della sempre crescente insicurezza. I suoi supporter si autodefiniscono come “Obi-dient” (obbedienti)

Obi è un cristiano Igbo, un gruppo etnico del sud-est, cioè del Biafra. Alcune fazioni igbo si battono per la secessione della loro regione dalla Nigeria. In precedenza è stato membro del raggruppamento politico Peoples Democratic Party, ma ha lasciato il partito.

Come gli altri due candidati, anche Obi è accusato di appropriazione indebita, ma soprattutto di evasione fiscale. Il suo nome è emerso persino nei famosi Pandora Papers.

Le votazioni si svolgono oggi dalle 8.30 alle 14.30.
Gli elettori già in coda prima della chiusura del seggio, potranno accedere alle urne anche oltre l’orario stabilito.

Sono oltre 93 milioni di persone aventi diritto al voto.

Il processo di spoglio impegnerà gli scrutatori per diversi giorni. I risultati sono attesi per la prima metà della prossima settimana.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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In Nigeria le elezioni si avvicinano e la violenza dilaga: allarme attentati e massima allerta sicurezza

 

 

I sogni infranti degli studenti africani fuggiti dalla guerra in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 febbraio 2023

Hanno dovuto interrompere gli studi, trovano a tutt’oggi enormi difficoltà nell’ottenere il permesso di soggiorno, sono rifugiati invisibili in tutta l’Europa. Eppure sono fuggiti dalle stesse bombe un anno fa. Difficile comprendere il trattamento dedicato ai profughi ucraini da quello riservato ai cittadini di altri Paesi terzi, africani, asiatici e mediorientali.

Studenti africani durante la fuga dall’Ucraina

L’odissea è iniziata con le prime bombe riversate dai russi, con conseguente ondata di panico in tutta l’Ucraina. Anche gli studenti africani del campus universitario di Kiev si sono svegliati a suon di esplosioni quella notte. Si sono trovati improvvisamente in mezzo a una guerra non loro.

I giovani hanno cercato di raggiungere le frontiere, per non essere seppelliti sotto le macerie. I più hanno dovuto affrontare una marcia forzata per ore. Ma non c’è stato nulla da fare: erano neri e i bus erano riservati agli ucraini in fuga.

Mentre alcuni Paesi africani, come il Marocco, hanno rimpatriato i loro cittadini non appena è iniziata l’invasione russa, moltissimi altri sono scapati andati in Europa. Ma tutti quanti hanno visto andare in frantumi i loro progetti nelle prime ore del 24 febbraio 2022.

Da una parte gli studenti africani sono felici, sollevati, di essere sopravvissuti alle bombe russe e alla violenza razzista ai confini dell’Ucraina, ma dall’altra non sanno da che parte voltarsi.

Perché, a differenza degli ucraini, i profughi africani sono stati esclusi dalla protezione temporanea. La direttiva europea, attivata il 4 marzo 2022, autorizza l’accesso al lavoro, all’alloggio, all’assistenza sociale e medica per un periodo di dodici mesi (rinnovabile fino a tre anni) in tutti gli Stati membri. La protezione non riguarda invece i cittadini di Paesi terzi che godevano permessi di soggiorno brevi in Ucraina, come appunto gli studenti.

“Non volevo partire, pensando a tutti sacrifici che la mia famiglia ha fatto nel corso di tutti questi anni per farmi studiare medicina a Dnipro, al centro dell’Ucraina. Mi mancavano solo tre mesi alla laurea. Alla fine ho preso il treno per Kiev con la mia fidanzatina Paola”, racconta un giovane, originario del Congo-Brazzaville.

Alla frontiera polacca, per fuggire al controllo discriminatorio nei confronti degli africani da parte di alcuni funzionari ucraini, Paola dichiara di essere incinta. Poi i due quindi finiscono in Francia.

Una volta arrivati a Parigi, vengono ospitati da SOS Solidarités. Poiché non hanno ottenuto il permesso di soggiorno – la loro richiesta è ancora sospesa – i due studenti sono stati costretti a lasciare l’albergo che li ha ospitati per mesi. Ora sono a casa di un amico e stanno cercando di ricostruire le loro carriere professionali e accademiche.

I sogni infranti dei giovani studenti africani fuggiti dalla guerra in Ucraina

Sebbene sia riuscito a completare il suo dottorato, grazie ai corsi online dell’ università ucraina, il giovane congolese non può lavorare in Francia perché non ha il permesso di soggiorno. Per mantenersi ha dovuto rassegnarsi a fare un corso di formazione come conducente di carrelli elevatori. “Non ho fatto tutti questi sacrifici per fare un altro lavoro. Voglio fare il medico in un ospedale”, racconta disperato il giovane.

Non va meglio negli altri Stati europei. Le organizzazioni della società civile hanno chiesto ripetutamente alla comunità internazionale di incoraggiare le istituzioni per avviare un meccanismo di transizione equo che dia agli studenti africani l’opportunità di completare la loro formazione prima di tornare a casa.

Etonam Ahianyo, coordinatore dell’associazione Save Africans Ukraine, è pessimista: “Queste persone sono studenti e non sono minacciati nel loro Paese, quindi non hanno motivo di chiedere asilo. Ciò significa che è molto probabile che le loro domande di asilo continuino a essere respinte”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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L’invasione russa getta nel panico migliaia di studenti africani intrappolati in Ucraina

 

 

Allarme rosso in Madagascar e Mozambico: il ciclone tropicale Freddy minaccia distruzione e morte

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 febbraio 2023

Nella serata di martedì 20, il ciclone tropicale Freddy, è violentemente entrato nella costa sud-orientale del Madagascar. Secondo il servizio meteo malgascio è stato un forte impatto con venti tra 130 e 180 km orari. Il ciclone ha colpito Mananjary – già distrutta l’anno scorso dal ciclone Batsirai – spazzando via i fragili tetti e le case. Sono andate distrutte o allagate 4.500 abitazioni e finora si registrano cinque morti morti.

L’impatto sulla terraferma non ne ha attutito la violenza. Nel momento in cui scriviamo, il sito meteo Zoom Earth attraverso i satelliti EUMETSAT e Meteosat-IODC lo classifica come Ciclone Tropicale Intenso da 185 km orari.

ciclone tropicale Freddy
Impatto del ciclone tropicale Freddy sul Madagascar (Courtesy Zoom Earth)

Allerta su Madagascar e Mozambico

La Federazione Internazionale della Croce Rossa via Twitter ha lanciato l’allarme rosso su tutta l’area e il governo malgascio ha chiuso le scuole. Dopo il Madagascar, le previsioni dicono che, dopo 850 km nel Canale del Mozambico, toccherà le coste dell’ex colonia portoghese venerdì mattina 23 febbraio. Perdendo un po’ di forza entrerà nell’area di Vilanculos, tra Beira e la capitale, Maputo, diventando Forte Tempesta Tropicale con venti a 110 km orari.

Secondo le previsioni, dopo 400 km, terminerà la sua corsa come Bassa Pressione Tropicale da 55 km/h verso il confine con il Sudafrica. Il Mozambico ricorda con dolore i danni del ciclone Idai che nel 2019 ha causato oltre mille morti. Nelle scorse settimane le forti piogge hanno alluvionato vaste aree del sud del Paese e l’arrivo di Freddy desta molta preoccupazione.

Nascita del ciclone tropicale Freddy
Nascita del ciclone tropicale Freddy (Courtesy Zoom Earth)

Una corsa lunga 11 mila chilometri

Freddy è nato il 3 febbraio 1.150 km a sud-est di Giacarta in Indonesia, nell’Oceano Indiano. Si è mosso verso nord-est come Disturbo Tropicale da 50 km orari per circa 900 km.

Dopo tre giorni ha cambiato rotta verso ovest per diventare un ciclone di categoria 1. Dopo un’altra settimana, in pieno oceano Indiano, si è trasformato in Ciclone di categoria 4 con venti fino a 260 km orari. Dopo aver sfiorato Mauritius e La Reunion, il 20 febbraio, ha toccato le coste centro meridionali dell’Isola Grande.

Da quando ha colpito il Madagascar esiste ancora un “cono di incertezza” che non permette di avere previsioni esatte. Il ciclone Freddy dal 3 al 21 febbraio ha percorso 9.400 chilometri nella vastità dell’oceano. Quando, dopo aver toccato la terraferma, il suo itinerario distruttivo sarà concluso avrà fatto circa 11 mila chilometri.
(ultimo aggiornamento 23 febbraio 2023, ore 12:56)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Bracconieri in azione in Botswana: i rinoceronti rischiano l’estinzione per il ricco mercato delle corna in Cina

Africa ExPress
21 febbraio 2023

Il ministro per il Turismo del Botswana, Philda Kereng, durante un suo intervento al Parlamento, ha affermato che negli ultimi cinque anni sono stati uccisi 138 rinoceronti. Il numero sarebbe però calato drasticamente lo scorso anno.

Botswana: rinoceronti bianchi

Ora è scattato l’allarme, negli ultimi anni il Paese ha perso un terzo della popolazione di questa specie già a rischio. Secondo i dati ufficiali, dal 2013 al 2017, sarebbero stati ammazzati solamente due pachidermi.

Il ministro ritiene che la carneficina compiuta dai bracconieri sia dovuto al continuo aumento della richiesta di corna di rinoceronte sul mercato internazionale; questo commercio illegale viene pagato profumatamente in Cina e in altri Paesi asiatici.

Botswana: rinoceronte nero

Per la medicina tradizionale cinese, senza prove scientifiche, la polvere di corno di rinoceronte è utilizzata contro il cancro, l’impotenza e altre patologie, ma non solo, è molto ambito anche dai gioiellieri per la creazione di monili preziosi.

La Kereng ha poi sottolineato che molte bande criminali di bracconieri si sono spostati in Botswana da altri Paesi dell’Africa meridionale, visto che, in particolare in Sudafrica, le leggi contro il bracconaggio sono state inasprite.

Inoltre, i ranger continuano a pattugliare senza sosta i parchi nazionali sudafricani, costringendo così i bracconieri a cercare le corna altrove. Infatti, grazie ai nuovi provvedimenti addottati, le uccisioni dei rinoceronti sono fortemente calate nel Paese.

Secondo la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), in Botswana sarebbero rimasti solamente 285 rinoceronti bianchi e 23 neri.

Africa ExPress
@africexp
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Ogni giorno ammazzati di frodo in Sudafrica tre rinoceronti. C’è chi li vuole in Australia

Bracconieri in azione in Namibia: strage di rinoceronti a rischio nel parco Etosha, 11 capi uccisi in una settimana

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