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Il presidente comoriano Azali Assoumani, fortemente sponsorizzato da Parigi, alla guida dell’Unione Africana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 febbraio 2023

Il cambio dello scettro è avvenuto ieri, in occasione della 36esima sessione ordinaria dell’Unione Africana, che ha aperto i lavori sabato a Addis Abeba, Etiopia.

Macky Sall, capo di Stato del Senegal e presidente di turno uscente dell’UA, ha passato il testimone a Azali Assoumani, che guiderà l’istituzione panafricana per un anno. Clima, autosufficienza alimentare e sicurezza sono tra i punti principali del programma svelato dal capo di Stato comoriano.

Azali Assoumani, capo di Stato delle Comore e nuovo presidente di turno dell’Unione Africana

Un piccolo Stato tra i grandi. L’Unione delle Comore, che conta meno di un milione di abitanti, sono ora alla guida del continente. È la prima volta che un Paese insulare con un’influenza limitata a livello internazionale, viene investito di una tale responsabilità.

Parigi ha fortemente appoggiato l’ingresso del piccolo Stato nell’ arcipelago dell’Oceano Indiano alla presidenza dell’UA, chiedendo al Kenya di ritirare la propria candidatura. Il presidente comoriano è un habitué dell’Eliseo, che apprezza ovviamente l’aperta opposizione di Assoumani all’invasione russa dell’Ucraina.

Assoumani è diventato presidente delle Comore nel 1999 dopo aver organizzato un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002.

Nel maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere ed è al potere a tutt’oggi.

E’ risaputo che alla Francia interessa avere Moroni alla testa dell’organizzazione panafricana. Visti i rapporti tesi che intercorrono tra Parigi e alcuni Paesi del Sahel, in particolare il Mali, le Comore potrebbero fare da intermediario. Inoltre, è uno dei pochi governi africani che si è schierato nettamente contro l’invasione russa in Ucraina; la maggior parte degli Stati del continente, infatti, ha preferito astenersi.

Le Comore e la Francia sono inoltre coinvolti in una crisi irrisolvibile per quanto concerne l’isola francese di Mayotte. L’Unione delle Comore è uno Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. E’ composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.

Le relazioni tra Parigi e Moroni sono alternanti, in quanto lo Stato insulare chiede che Mayotte ritorni a far parte della Repubblica Federale. Anche le Nazioni Unite hanno ritenuto nullo il referendum del 1976 e in più risoluzioni non vincolanti, hanno chiesto la restituzione dell’isola alle Comore. Nulla di fatto.

Eppure Mayotte è il più povero dei territori oltremare e, secondo uno studio di INSEE (Istituto nazionale della statistica e degli studi economici francese) del 2019, quasi la metà della popolazione dell’isola è di nazionalità straniera, per lo più comoriana.

Ma con il beneplacito di Moroni, nel 2022  la Francia ha rimpatriato ben 23.380 comoriani. “Le buone relazioni con le Comore sono necessarie per combattere la pressione migratoria su Mayotte”, ha sottolineato il ministro degli Esteri d’oltralpe durante un suo intervento al Parlamento.

Cerimonia d’apertura della 36esima assemblea ordinaria dell’Unione Africana a Addis Abeba, Etiopia

Intanto ieri, a conclusione dei lavori del 36esimo summit dell’organizzazione sono state adottate parecchie decisioni, dichiarazioni, risoluzioni e altre mozioni, già oggetto di accesi dibattiti anche in passato e non ancora risolti.

Tra i testi adottati durante l’assemblea generale c’è anche un rapporto del presidente ruandese, Paul Kagame, sulle riforme istituzionali dell’UA. Rimangono però molti altri punti sui quali non è stato ancora trovato un comune accordo.

E’ il caso dello status di osservatore accordato a Israele in seno all’UA. Un comitato ad hoc avrebbe dovuto esaminare la questione da un anno, ma i membri non si sono mai riuniti fino ad oggi. Dunque i Capi di Stato presenti al summit hanno deciso di attendere le conclusioni della commissione.

Sta di fatto che Israele non ha apprezzato l’incidente diplomatico accorso sabato mattina, quando è stato letteralmente messo alla porta il rappresentante dello Stato ebraico durante la cerimonia di apertura dell’UA.

Il ministero degli esteri di Gerusalemme ha sottolineato che l’ambasciatore Sharon Bar-Li è stato allontanato, nonostante il suo status di osservatore accreditato, con tanto di badge d’ingresso.

Di altro avviso è Ebba Kalondo, portavoce del presidente della commissione dell’Unione Africana. Ha infatti dichiarato che la diplomatica è stata allontanata poiché non era il rappresentante israeliano debitamente accreditato in Etiopia. L’invito sarebbe stato inviato all’ambasciatore residente in Addis Abeba. Insomma una questione ancora tutta da chiarire. Equivoco o atto politico?

Intanto resta la linea dura per quanto concerne i cambi di potere incostituzionali, niente allentamento delle sanzioni già adottate per Mali, Burkina Faso e Guinea.

Altrettanto hanno dichiarato sabato scorso i Paesi membri della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale). Anzi, l’organizzazione dell’Africa occidentale ha persino imposto il divieto di viaggiare ai membri e rappresentanti dei governi di Mali, Burkina Faso e Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Migranti annegano nell’Oceano Indiano nel tentativo di raggiungere un’isola francese

Il terremoto Turchia ha inghiottito anche un campione del calcio ghanese “benefattore e santo”

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 febbraio 2023

Dice un proverbio africano: “Morire non è una catastrofe, la catastrofe risiede nel dover dormire affamato”.

Christian Atsu non è morto affamato. Era nato affamato, di una fame che non lo avrebbe mai lasciato. Al punto che quando era giocatore ben pagato nel Porto, al ristorante “Sol Verde” di Espinho, in Portogallo, mangiava non solo la carne del pollo, ma anche le ossa. “Da bambino ho imparato a non buttar via niente del cibo che avevo davanti – confesserà -, perché non sapevo se, quando e che cosa avrei potuto mangiare nei giorni successivi”.

Christian Atsu

Christian Atsu è morto ricco e felice. Felice anche di aver aiutato, nella sua breve esistenza, famiglie senza cibo, detenuti senza speranza, ragazzi senza scarpe e senza scuole.

Christian Atsu è il calciatore ghanese dell’Hatayspor morto, a 31 anni, sotto le macerie del terremoto che in Turchia ha sterminato quasi 50 mila persone. E’ stato ucciso dalla sua generosità.

Commosso dalla partecipazione gioiosa dei suoi compagni per il gol della vittoria da lui segnato domenica 5 febbraio, aveva spostato di un giorno il biglietto aereo per raggiungere la moglie e i tre figli in Inghilterra.

E il terremoto, il giorno dopo, il 6 febbraio, lunedì, ha spianato il residence Ronesance in cui viveva nella città di Hantakya, e posto fine alla sua generosa esistenza. Come a quella di decine di altre persone.

Dalle macerie, Christian, senza vita, è stato estratto solo dopo 12 giorni di contestate e affannose ricerche, sabato mattina18 febbraio, davanti agli occhi della sorella gemella e del fratello maggiore.

Terremoto in Turchia

La sua fine ha scosso il mondo sportivo e commosso la sua terra di origine, il Ghana. Il presidente in carica Nana Akufo-Addo ha dichiarato: “Dio ce lo ha dato e Dio ce lo ha tolto. Ma sarà difficile averne uno come lui”. I rappresentanti del governo, oltre che della famiglia e del Ghana Football Association (GFA) domenica sera 19 febbraio hanno accolto la salma del giocatore, al Kotoka International Airport.

“Riposa in pace fratello, questa è dura da digerire – ha scritto il giocatore belga di origini zairesi Romelu Lukaku, (è dell’Inter in prestito al Chelsea) nel post corredato da una foto che lo ritrae con Atsu con il quale ha giocato nell’Everton nella stagione 2014/15 – È stato fantastico frequentarti per la tua umiltà e il tuo amore per Dio”.

Christian non era uno qualsiasi, come giocatore, ma soprattutto come uomo. Da calciatore, nell’Everton nel Chelsea, nel Porto, in Arabia Saudita, Turchia, nella nazionale (ben 65 partite con i Black Stars) era amato e rispettato da tutti. Come uomo, era un sant’uomo. Senza esagerazione. Cristiano di nome e di fatto.

Nato in Ada Foah, sulla costa est del Ghana, da famiglia di contadini era cresciuto nella povertà e calcisticamente si era affermato grazie all’Accademia calcistica del Chelsea. “Mi sento un privilegiato, sono uno di quelli benedetti da Dio. La fede è la cosa più importante nella mia vita. Sono stato fortunato, non avevo nulla e quindi devo restituire qualcosa a chi non ha niente. Il calcio ha cambiato la mia vita, mi ha permesso di aiutare la mia famiglia e la mia comunità. Talvolta, quando ci penso, mi sembra di essere un miracolato”, dichiarò quando sbarcò alla squadra del Newcastle, che sabato scorso lo ha ricordato allo stadio, alla presenza della moglie Marie-Claire Rupio, e ai loro tre bambini.

E la sua fede si è tramutata in opere (di bene). Sempre supportato dalla moglie, che aveva conosciuto in Portogallo. Di origini tedesche, Mareie-Claire Rupio, non si è limitata a fare la mamma o la velina del calciatore famoso: due anni fa, ha pubblicato un suo libro Stop Bullying Me, che ha ottenuto ottime recensioni. Narra la storia di una giovane donna impegnata in una lotta contro l’oscurità che pare avvolgere la sua vita.

Il sito Ghanaweb.com in un dossier dedicato tutto al giocatore tragicamente scomparso ha aperto una pagina con le 7 opere di misericordia corporale (potremmo chiamarle così mutuando il linguaggio delle pratiche cristiane) compiute da Christian: pagò liberazione dal carcere e cure mediche per una poveretta (Mama Theresa) di 62 anni, per un detenuto cieco, per il rilascio di 10 ghanesi imprigionati per aver rubato cibo, per altri 40 finiti in cella per reati minori, per una madre che allattava due bambini, condannata in quanto si era appropriata di cibo avanzato.

Regalò, infine, 80 paia di scarpe da calcio ad altrettanti ragazzini scalzi e soldi e vestiti e quant’altro agli orfanelli della fondazione Becky’s, di cui era il massimo donatore, in Senya Berekum (storica città della costa ghanese). Senza dimenticare che dal 2016 era l’ambasciatore nel mondo della organizzazione Arms Around The Child (AATC)

Ha scritto un cittadino ghanese sui social media: “Non ho mai amato il calcio, ma quando ho saputo quel che Christian ha fatto per la nostra gente, per gli esclusi, gli emarginati ho cominciato a piangere. Ma – come si dice in Africa – quando la morte ti invita, non superi quella notte”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Tour du Ruanda 2023: via, si pedala lungo le mille colline

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
18 febbraio 2023

Rwanda, Rwanda Sunshine in Rwanda, le oscure nubi della tristezza si sono dissolte, Dio le ha spazzate via, l’amore trionferà, come il sole è qui per restare, niente può impedire al sole di splendere, niente può impedirgli di sorgere…”. Così canta Seydou Konè, l’artista reggae ivoriano internazionalmente noto come Alpha Blondy.

15° Tour du Rwanda, 2023

 In attesa che l’amore trionfi per sempre in quella terra insanguinata da un indimenticabile genocidio, assieme al sole, da domenica 19 febbraio, riprendono a splendere le biciclette 

E’ ripartito alle 9 del mattino, dal Kigali Golf resort della capitale, il 15° Tour du Rwanda, la seconda gara ciclistica più importante del continente nero. Un appuntamento sportivo di circa 1130 km dalla crescente risonanza internazionale. Fra due anni, le strade dove si svolge la prima parte della prima delle 8 tappe (che oggi dopo 116 km si conclude a Rwamagana) ospiteranno, nel 2025, i campionati del mondo. Un evento mai successo in Africa. Al Rwanda, questo onore. 

Intanto quest’anno il Giro è illuminato da alcune stelle internazionali del mondo delle due ruote. Sopra tutti i 100 corridori delle 20 squadre partecipanti, svetta Chris Froom, 36 anni, il campione britannico vincitore di ben 4 Tour de France, di due Giri di Spagna e di uno d’Italia.

Chris Froome

Per quanto Froom sia nato in Kenya e cresciuto in Sud Africa non era mai stato in Rwanda. E non era mai successo che il vincitore della Grande corsa francese prendesse parte alla competizione ruandese. Il che ha reso particolarmente orgogliosi gli organizzatori e lo stesso Chris Froome, che con la sua squadra, Israel Premier Tech ha inaugurato nel distretto di Bugesera (che ospita due siti in memoria dello spaventoso genocidio) il cosiddetto Field of Dreams project. Si tratta del più grande centro ciclistico africano creato grazie al supporto di oltre 1200 tifosi mondiali e al contributo di 250 mila euro dell’equipe di Froome. 

Se l’atleta inglese, il favorito numero uno, folto è anche il numero dei concorrenti: dall’eritreo Mulubrhan Henok, 23 anni, campione africano in carica della squadra italiana Green Project Bardiani Csf – Faizanè, al coéquipier italiano Filippo Fiorelli, 28, all’algerino Lagab Azzedine, 36, vincitore della gara a cronometro del campionato africano. 

Sarà molto interessante seguire la squadra eritrea, composta tutta di atleti giovanissimi. La combattività e la fatica sono assicurate. Il Ruanda, si sa, non è proprio un territorio piatto, non a caso per il turismo viene venduto come “il Paese dalle mille colline” 

E, infatti, fino a domenica 26 febbraio, i ciclisti dovranno sfidarsi lungo continui saliscendi, affascinanti ma mozzafiato. Le salite previste sono almeno 40 per un totale di oltre 20 mila metri di dislivello. Le più dure saranno affrontate nelle ultime tre tappe: la sesta ha nel menù l’arrivo in vetta a Gicumbi, dopo 5,4 chilometri di scalata. La settima e l’ottava frazione offriranno il famoso (o famigerato) Mur de Kigali.  

Rwanda, Rwanda, Sunshine in Rwanda…ora – canterebbe Francesco De Gregori – possono brillare al sole anche le sue biciclette. 

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Dal Nostro Archivio

Riparte il ciclismo africano con il tour del Ruanda

Nel Giro del Ruanda vince anche l’Ucraina

Pugno di ferro del regime in Guinea, la polizia si scatena contro i dimostranti: due morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 febbraio 2023

In alcuni quartieri della periferia di Conacry, capitale della Guinea, giovedì scorso  sono scoppiati tafferugli tra manifestanti e forze dell’ordine. La giunta militare al potere ha dispiegato l’esercito per ristabilire l’ordine.

Manifestazione a Conacry, Guinea

La manifestazione, malgrado il divieto imposto dalle autorità, è stata indetta da Front national de défense de la Constitution (FNDC), collettivo già sciolto in precedenza dal regime al potere. La popolazione è scesa ugualmente nelle strade e nelle piazze per chiedere che venga ristabilito l’ordine costituzionale.

Secondo gli organizzatori, durante gli scontri sarebbe morto un ragazzo di soli 16 anni e una giovane di 19, mentre i feriti sarebbero 58 e oltre 50 le persone arrestate.

I quartieri popolari sono da sempre stati epicentro di proteste sotto i vari regimi che si sono susseguiti nella ex colonia francese a partire dalla fine degli anni 90. Anche lo scorso giovedì sono state erette barricate nelle strade principali.

Il massiccio dispiegamento delle forze di sicurezza ha impedito che i manifestanti si radunassero a Tanerie, nella periferia di Conacry, punto di partenza della marcia di protesta. Gli agenti hanno usato gas lacrimogeni per disperdere la folla, e si è sentito anche qualche sparo. Mentre i giornalisti presenti sono stati picchiati e insultati dai militari, chiamati per dar man forte agli agenti di polizia.

Dopo gli scontri di giovedì, la giunta militare ha minacciato di mettere al bando tutti principali partiti politici.

In un messaggio diffuso alla TV di Stato, il ministro per l’Amministrazione territoriale, Mory Condé, ha dichiarato: “Le organizzazioni politiche e sociali, le cui responsabilità penali saranno accertate durante procedimenti giudiziari da parte delle autorità competenti, saranno poi soggette a sanzioni che vanno dalla sospensione al ritiro delle autorizzazioni”.

Il regime usa il pugno di ferro. Ora si potrebbe aggiungere anche la messa al bando dei raggruppamenti politici, già praticamente inattivi, dopo il divieto di manifestare imposto dalla giunta già nel 2022.

Mamady Doumbouya, capo della giunta militare in Guinea

Intanto tre leader di FNDC sono già finiti in carcere insieme a altri numerosi esponenti politici e sono sotto inchiesta giudiziaria, altri si trovano in esilio.

Dal settembre 2021 la Guinea è governata Comité National de Rassemblement et du Développement (CNRD) – la giunta militare che ha rovesciato Alpha Condé – e è presieduta da Mamady Doumbouya. I principali partiti rifiutano il dialogo con CNRD.

Cornelia I. Toelgyes
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Guinea: la gente plaude ai golpisti che cercano una legittimazione politica

 

 

Le attività di Wagner nelle miniere africane finanziano la guerra di Mosca in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 febbraio 2023

Politico, servizio di informazioni statunitense fondato nel 2007 (oltre a dare notizie sulle attività della Casa Bianca, è specializzato in politica, finanza e poteri), in un recente articolo sostiene che il gruppo paramilitare russo Wagner sta espandendo i suoi progetti minerari in Africa.

La notizia è stata rivelata da un funzionario occidentale ed è contenuta  in un cablogramma diplomatico, del quale il giornale ha potuto prendere visione.

Sito minerario in Centrafrica

Nell’ultimo anno Wagner avrebbe ampliato in modo significativo la sua attività nella Repubblica Centrafricana. E, secondo il funzionario e il cablogramma, i profitti delle miniere potrebbero arrivare presto a un miliardo di dollari. Introiti che quasi certamente serviranno per l’acquisto di nuove armi e l’arruolamento di altri mercenari.

I mercenari sono molto attivi in vari Pesi africani, ma combattono anche fianco dei militari russi in Ucraina. E è risaputo che il fondatore del gruppo, Evgueni Prigojine è molto vicino al presidente russo, Vladimir Putin.

D’altronde la Russia non nasconde nemmeno più le sue alleanze economiche e militari con vari Paesi africani, come lo dimostra in particolare l’ultimo tour nel continente del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov che la scorsa settimana si è recato a Bamako, Nouakchott e Khartoum. Anche in Sudan, Mosca ha molti interessi nel settore minerario.

Washington teme ora che i profitti ottenuti nella Repubblica Centrafricana finiscano direttamente nelle casse che finanziano l’invasione russa in Ucraina. Il nuovo flusso di denaro potrebbe compensare in qualche modo la perdita di entrate dovute alle sanzioni economiche occidentali.

Tuttavia non è ancora ben chiaro quale sia il reale legame tra il Gruppo Wagner e il Cremlino, se il denaro guadagnato dalla società paramilitare russa sarà reinvestito nelle sue truppe e risorse in Ucraina. Oppure se il denaro sarà depositato nelle casse del governo di Mosca.

Centrafrica: mercenari del gruppo russo Wagner

Sta di fatto che Wagner sta racimolando somme ingenti nella travagliata ex colonia francese, dove i mercenari sono arrivati nel 2018, subito dopo il primo carico di armi russi, giunte nel Paese grazie a una parziale abolizione dell’embargo ottenuta da Mosca.

Ufficialmente i paramilitari sono approdati a Bangui per proteggere il presidente, Faustin Touadéra e il suo regime. Giacché le casse dello Stato sono vuote a causa del lungo e sanguinoso conflitto interno iniziato nel 2013, il governo di Bangui ha dato in concessione diversi giacimenti auriferi al gruppo Wagner.

Società e manager russi vicini a Wagner hanno poi saputo trasformare, grazie a notevoli investimenti, anche piccole miniere artigianali in grandi siti di estrazione. Il tutto lascia pensare a una presenza dei contractor progettata a lungo termine.

Cornelia I. Toelgyes
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In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Lavrov strappa il via libera alla costruzione di una base navale russa al governo militare sudanese

Misterioso complotto in Centrafrica: Mosca accusa Parigi di tentato omicidio di un capo dei mercenari Wagner

Zambia: 4 coppie croate bloccate in Zambia con l’accusa di traffico di minori

Africa ExPress
15 febbraio 202

Martedì è stata concessa la libertà su cauzione a otto croati accusati di traffico di minori in Zambia. Le quattro coppie sono state fermate per la seconda volta la settimana scorsa, mentre cercavano di lasciare  il Paese.

Zambia: otto croati rilasciati su cauzione per presunto traffico di bambini

Secondo l’accusa, il 7 dicembre scorso, in collaborazione con un funzionario dell’immigrazione zambiana, i croati hanno cercato di portare via illegalmente quattro bambini della vicina Repubblica Democratica del Congo.

Il gruppo sostiene di aver adottato legalmente i bambini di età compresa tra uno e tre anni, ma le autorità zambiane non hanno creduto alla loro versione dei fatti e hanno accusato le coppie di traffico di minori.

L’accusa si è opposta alla richiesta di libertà su cauzione, sostenendo che gli otto erano a rischio di fuga.

Ma il magistrato, Jennipher Bwalya, del tribunale di Ndola, che dista 300 chilometri dalla capitale Lusaka, è stato di altro avviso e ha accolto la richiesta dei loro avvocati, concedendo agli otto stranieri la libertà provvisoria. I croati dovranno depositare 20.000 kwacha (circa 1.000 dollari) ciascuno per la cauzione e presentare due fideiussioni da organizzazioni di ottima reputazione.

Tra le persone implicate nel presunto traffico di minori figurano anche un chitarrista di un noto gruppo musicale croato e un medico, oltre al funzionario dell’immigrazione zambiano.

Il processo inizierà il 1° marzo. Sorprende il fatto che non è stata data nessuna notizia sull’eventuale organizzazione che ha svolto il ruolo di intermediario in questa faccenda.

Fatti simili, ma senza arrivare a incriminazioni, sono accadute anni fa nella Repubblica Democratica del Congo, dove molte molte coppie italiane sono state costrette a rimanere a lungo nel Paese perché le adozioni sono state bloccate.

Il caso delle quattro coppie ha accesso un ampio dibattito in Croazia, dove la richiesta di adozioni supera di gran lunga quella i bambini idonei.

Africa ExPress
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Una mamma che attende le adozioni in Congo scrive la sua pena in attesta del bimbo da portare con sè in Italia

 

Lavrov strappa il via libera alla costruzione di una base navale russa al governo militare sudanese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 febbraio 2023

Il nuovo tour africano di Sergej Lavrov è stato un pieno successo. Dopo una tappa in Mali e Mauritania si è recato anche in Sudan, dove è riuscito a strappare il via libera per la costruzione  una base navale per le forze armate russe a Port Sudan. Si tratta di un progetto molto importante per la Russia, che da tempo desidera rafforzare la propria presenza nel Mar Rosso.

Progetto base militare russa a Port Sudan

Il progetto per la costruzione di una base navale russa è stato approvato una prima volta con un accordo bilaterale siglato il 16 novembre 2020 a Khartoum, per poi essere congelato nell’aprile 2021 in attesa di nuovi sviluppi.

Ed ora, in cambio dell’autorizzazione per la costruzione di questa importante infrastruttura militare, Mosca ha promesso di fornire armi e equipaggiamenti alle forze armate sudanesi.

Il 9 febbraio scorso il ministro degli Esteri russo ha incontrato il presidente del Consiglio sovrano sudanese, Abdel Fattah al-Burhan e poco più tardi Mohamed Hamdan Daglo, che, oltre a essere il vicepresidente del Paese è anche a capo del gruppo paramilitare Rapid Support Forces(RSF), il nuovo nome con cui di sono riciclati i janjaweed.

Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo e Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio Sovrano

Anche se non sono trapelati particolari, è risaputo che intercorrono forti interessi tra Hemetti, le RSF e Mosca, compresi contratti sull’estrazione mineraria. Infatti Lavrov ha ammesso che le aziende russe presenti in Sudan sono soprattutto impegnate nell’estrazione mineraria.

Lavrov ha promesso ai leader militari di Khrtoum di intercedere presso le Nazioni Unite perché sia revocato l’embargo sulle armi nel Darfur. Ha inoltre assicurato che Mosca è pronta a fornire anche grano e aiuti umanitari.

Al-Burhan ha ovviamente elogiato la Russia per il suo sostegno e ha affermato che le relazioni tra Khartoum e Mosca si basano sulla cooperazione e sullo scambio di interessi comuni.

Il potente ministro degli Esteri russo ha parlato anche della presenza dei soldati di ventura del Gruppo Wagner in Sudan. Ha però ribadito che si tratta di una compagnia militare di sicurezza privata, che sottoscrive contratti con i governi che chiedono il loro intervento per combattere il terrorismo. L’occidente non esclude che i contractor moscoviti abbiano legami con Hemeti.

Lavrov ha poi voluto sottolineare che il suo governo ha approvato la decisione del governo militare di transizione del Sudan di chiudere le frontiere terrestri con la Repubblica Centrafricana (Paese dove Wagner è presente dal 2018, ndr), per impedire movimenti transfrontalieri di terroristi e gruppi armati.

Prima di lasciare la capitale sudanese, Lavrov ha detto ai giornalisti che l’accordo per la costruzione della base navale è in attesa dell’approvazione del parlamento sudanese, senza però fornire ulteriori dettagli.

Intanto l’OK dei militari che guidano il governo di transizione c’è, ed è quello che conta. La base navale russa potrà ospitare 300 soldati e quattro navi militari, comprese quelle a propulsione nucleare. L’infrastruttura militare nel Mar Rosso dovrebbe fungere da hub logistico e centro di supporto e manutenzione per le unità da guerra e commerciali della Federazione Russa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mozambico, imprenditore cinese froda il fisco per 12mln di euro: 3.000 dipendenti sul lastrico

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 febbraio 2023

Finanziamento del terrorismo, riciclaggio di denaro sporco, falsificazione di documenti, cospirazione criminale e crimini ambientali. Oltre a frode allo Stato per un importo di 12,1 milioni di euro (826 milioni di meticais, la moneta locale). Sono alcune delle pesanti accuse che il pubblico ministero ha fatto a Jiye Zhuo, imprenditore cinese.

frode imprenditore cinese 3000 licenziati
La frode di un imprenditore cinese fa perdere l’impiego a 3.000 lavoratori

Succede a Beira nella provincia di Sofala, seconda città del Mozambico, circa mille chilometri a nord della capitale, Maputo. La magistratura mozambicana ha chiuso la Gigante Panda Segurança, società di sicurezza privata di Zhuo, lasciando senza lavoro tremila lavoratori già senza stipendio da due mesi.

Mentre si sono perse le tracce del ricercato, i dipendenti della Panda Segurança, hanno manifestato di fronte all’azienda chiusa.  “Chiediamo che ci vengano pagati i due mesi di stipendio. Speriamo che il proprietario riesca a risolvere questo problema”. Hanno detto ai media locali, probabilmente ignorando la gravità della situazione del loro datore di lavoro.

Tonnellate di legname pregiato esportato illegalmente in Cina

Gli inquirenti hanno scoperto che l’attività principale di Zhuo era il disboscamento e l’esportazione illegale di legname mozambicano in Cina. La polizia forestale ha sequestrato e catalogato migliaia di tronchi di legno pregiato pronti per l’esportazione. Secondo il giornale online Zitamar News i registri delle importazioni mostrano che, raggirando i divieti mozambicani, sono uscite dal Paese tonnellate di legname. Tra il 2019 e 2021 sono partite almeno 497 spedizioni. Tra queste, 242 carichi di Padouk africano (Pterocarpus tinctorius) e Monzo (Combretum imberbe), legnami di alto valore commerciale.

legname sequestrato all'imprenditore cinese
Parte del legname sequestrato all’imprenditore cinese

Le pompe di benzina che finanziano il terrorismo

Nel mese di dicembre scorso anche una stazione di servizio Tian Hai, sempre di proprietà del cittadino cinese è stata chiusa per irregolarità. Gli inquirenti hanno scoperto prove che indicano riciclaggio di denaro sporco e finanziamenti al terrorismo. Le pompe di benzina Tian Hai fanno parte della compagnia cinese Tiger Group. Conta cinque stazioni di servizio nel sud del Mozambico: una a Maputo, una a Catembe e tre nella provincia di Sofala.

L’allarme del presidente

Nell’agosto 2022 il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, durante una visita a Beira aveva denunciato l’uso delle stazioni di rifornimento di carburante a Sofala.  “C’è una proliferazione di pompe di benzina nella vostra provincia – aveva detto -. Abbiamo informazioni su persone che usano questi mezzi per finanziare il terrorismo”.

Secondo i media locali Zhuo attraverso le sue false identità è riuscito ad aprire dieci attività commerciali. Ora le altre otto sono sotto osservazione degli inquirenti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Otto morti per febbre emorragica nella Guinea Equatoriale: chiuse le frontiere si indaga per capire se si tratta di ebola

Africa ExPress
12 febbraio 2023

Dal 7 febbraio a oggi sono ben 200 le persone che si sono ammalate di una strana febbre emorragica in Guinea Equatoriale, almeno altre otto sono morte.

La notizia è stata resa nota solamente venerdì scorso dal ministro della Sanità ecuatoguineano, Mitoha Ondo’o Ayekaba. Secondo le prime indagini svolte, decessi e contagi sarebbero legati a persone che hanno partecipato a una cerimonia funebre. Altri test saranno inviati in Gabon e a Dakar, Senegal, per avere ulteriori chiarimenti.

Frontiera Guinea Equatoriale – Camerun

Anche Ebola è una forma di febbre emorragica e si teme che il ceppo ancora sconosciuto in Guinea Equatoriale possa degenerare nella terribile malattia.

Per ora duecento persone con sintomi sono state messe in quarantena, mentre sono stati limitati i movimenti attorno a due villaggi, direttamente collegati, all’origine dei contagi. Intanto prosegue la ricerca delle persone che sono entrate in contatto con i malati.

Il Camerun, Paese confinante con la Guinea Equatoriale, da venerdì, dopo le “morti inspiegabili” ha chiuso la frontiera tra i due Stati. Si passa solo per motivi di assoluta necessità e sotto stretto controllo sanitario.

Intanto le autorità mediche camerunensi sono in stato di allerta, pronte per lo screening e un eventuale intervento nei distretti sanitari di Ambam, Kye Ossi e Olamze, tutti confinanti con la Guinea Equatoriale.

“Ma prima di lanciare l’allarme, dobbiamo sapere di quale virus si tratta”, ha spiegato il ministro della Sanità camerunense, Malachie Manaouda. Per il momento Yaoundé ha inviato una équipe specializzata sul campo per effettuare analisi e per collaborare con i colleghi ecuatoguineani.

Nell’attesa di eventuali sviluppi, le autorità camerunensi hanno attivato un numero verde, il 1510, e hanno chiesto alla popolazione residente nei distretti interessati di segnalare qualsiasi decesso o sintomo di febbre emorragica, di non toccare i corpi di persone malate o morte e di animali malati o morti, di lavarsi frequentemente le mani con acqua corrente e sapone.

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Missionario italiano “salta” su una mina in Centrafrica: ferito gravemente rischia di perdere una gamba

Africa ExPress
11 febbraio 2023

Un missionario italiano, padre Noberto Pozzi, è stato gravemente ferito ieri nelle vicinanze della città Bozoum, nel nord-est del Centrafrica. La macchina sulla quale viaggiava insieme a altre persone, che hanno riportato traumi meno gravi, ha urtato una mina ed è esplosa.

Padre Norberto Pozzi, Centrafrica

Padre Pozzi ha riportato importanti lesioni a entrambe le gambe e questa mattina è stato trasportato in un ospedale della capitale Bangui con un elicottero della missione di pace delle Nazioni Unite nel Paese (MINUSCA).

Secondo quanto hanno riferito telefonicamente ad Africa Express alcuni confratelli di padre Pozzi in Centrafrica, il missionario è uscito dalla sala operatoria mentre scriviamo. Ha subito un intervento per ricomporre  diverse fratture alla gamba destra. L’operazione si è protratta per oltre due ore.

La gamba sinistra ha subito lesioni più importanti. Domani mattina MINUSCA cercherà di evacuare il paziente in un ospedale a Entebbe, Uganda, per salvargli il piede. Rischia l’amputazione dell’arto.

Attualmente molti nosocomi della capitale centrafricana funzionano a ritmo rallentato. Gran parte degli operatori sanitari sono in sciopero da alcuni giorni. Medici e infermieri rivendicano migliori condizioni di lavoro e il pagamento dei premi promessi dal governo durante l’epidemia Covid-19.

Il religioso italiano ha 71 anni, originario di Lecco e geometra di formazione, nel 1980 è arrivato nel martoriato Paese dove ha lavorato per 8 anni come muratore. Una vocazione tardiva, perché solo al suo rientro in Italia si è dedicato agli studi di teologia ed è entrato nell’ordine dei Carmelitani scalzi. Missionario dal 1995, si trova a Bozoum dal 2011.

Non è chiaro chi abbia teso l’imboscata al padre Pozzi a una trentina di chilometri da Bozoum, dove ha sede la missione di cui fa parte. Un giornalista di Corbeau News Centrafrique, quotidiano ben informato sulle questioni nel Paese, raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione, ha riferito che il gruppo armato 3R (acronimo per “Retour, Réclamation et Réhabilitation”) avrebbe negato categoricamente qualsiasi responsabilità nell’imboscata.

Proprio ieri mattina si sono sentiti diversi spari a Bozoum. In un primo mento è circolata voce che si trattasse appunto di miliziani del gruppo armato 3R, di passaggio non lontano dalla città. Secondo alcuni, i ribelli avrebbero tirato alcuni colpi in aria a un check point delle forze armate centrafricane (FACA).

Pare invece, secondo una fonte della sicurezza locale, che si trattasse, invece, di pastori fulani, di passaggio con il loro bestiame. E, secondo un articolo di Corbeau news, sarebbero stati i soldati di Bangui ad aver aperto il fuoco per primi, per paura della presenza di ribelli tra i pastori.

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