23.9 C
Nairobi
venerdì, Aprile 10, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
Home Blog Page 269

Sud Sudan: l’opposizione teme trucchi e non vuole formare il governo di coalizione

Speciale per Africa Exress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 ottobre 2019

Rischia di saltare l’incontro previsto a Juba, capitale del Sud Sudan, il 12 novembre tra governo e opposizione per varare un nuovo governo di unione nazionale.  Puok Bot, portavoce del maggiore partito all’opposizione, The Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, (del quale Riek Machar, ex vicepresidente, è il leader) ha fatto sapere lui e i suoi non parteciperanno alla cerimonia, in quanto diversi punti del trattato di pace sono ancora aperti. Un accordo per mettere fine a sei anni di conflitto è stato firmato l’anno scorso dal presidente Salva Kiir e il suo arcinemico Rieck Machar.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione

“In particolare la questione della sicurezza, il numero delle province e i relativi confini e una modifica alla Costituzione sono i punti di maggior rilievo che devono essere risolti quanto prima, se vogliamo stabilizzare il Paese e avere un governo che sia davvero utile alla gente. La firma doveva già aver luogo sei mesi fa. I motivi sono molteplici, sopratutto l’assenza di volontà politica e la mancanza di fondi per finanziare i diversi progetti per la realizzazione del cambiamento. Il governo aveva promesso di sbloccare il denaro necessario, ma così non è stato; ciò significa che preferisce mantenere lo status quo attuale. L’accordo che abbiamo firmato non è perfetto, ma come in tutti negoziati è necessario fare delle concessioni, ne eravamo consapevoli tutti quando le parti hanno siglato il trattato di pace. Dobbiamo davvero mettere da parte le nostre differenze politiche per il bene del Paese”, ha precisato Puok Bot.

Insomma Machar tiene nuovamente tutti con il fiato sospeso. Secondo lui le condizioni di sicurezza sono insufficienti, la creazione di un esercito unificato è in ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista, per non parlare della questione degli Stati federali.

E c’è chi suppone che Kiir voglia manipolare le frontiere tradizionali in favore della sua etnia, i dinka. Una commissione avrebbe dovuto studiare e analizzare dettagliatamente questo problema, ma i lavori sono bloccati. E, secondo Alfred Youhanis Magok, uno dei portavoce di Machar, bisogna trovare soluzioni per gli argomenti ancora non definiti. Solo allora il leader di SPLM-IO tornerà nel Paese.

Alcuni analisti non sono assolutamente sorpresi di questi risvolti; infatti ritengono che la volontà politica sia ancora molto fragile e che le condizioni di sicurezza siano assolutamente insufficienti.

Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno fatto che alimentare questo conflitto.

Donna sud sudanese

Secondo un rapporto pubblicato un anno fa da London School of Hygiene and Tropical Medicine e finanziato dal Dipartimento di Stato americano durante gli anni di conflitto sarebbero morte 383.000 persone: la metà tra loro sono stati uccisi durante i contrasti su base etnica in tutto il Paese, mentre l’altra metà è morta a causa di malattie, fame e altre cause che si sono esacerbate per le continue violenze. Oltre 2,5 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case, i loro villaggi.

Il numero delle persone ammazzate risulta ben più elevato di quello stimato precedentemente dall’ONU. La tragedia di un conflitto che si consuma lentamente, giorno per giorno, nella quasi indifferenza della comunità internazionale.

E nel suo rapporto pubblicato il 7 ottobre 2019, Amnesty International accusa il governo di Juba di impunità per gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto.

“Da Juba a Malakal, Wau, Bentiu, ovunque nel Paese sono stati commessi crimini mostruosi contro i civili; a volte il governo sud sudanese ha istituito commissioni investigative, i cui risultati, se mai hanno davvero visto la luce del sole, sono stati raramente presi in considerazione, visto che molte atrocità sono state commesse anche dalle forze governative”, ha evidenziato Joan Nyanyuki, direttore di Amnesty International per l’Africa dell’Est, il Corno d’Africa e i Grandi Laghi. E ha aggiunto: “Il governo non punisce e non consegna alla giustizia i responsabili, colpevoli di violazioni del diritto penale internazionale; crimini commessi da tutti gli attori del conflitto, forze governative e gruppi armati dell’opposizione”.

Nella sua relazione Amnesty chiede che l’Unione Africana istituisca uno speciale Tribunale per il Sud Sudan, una Corte imparziale che possa finalmente dare giustizia alle innumerevoli vittime del conflitto tutt’ora in atto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotolgyes

Sud Sudan: Machar oggi firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Gambia: governo crea fondo per le vittime dell’ex dittatore Jammeh

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 ottobre 2019

Il governo del Gambia ha messo a disposizione 900.000 euro al fondo per le vittime della dittatura. Il denaro è frutto delle vendite dei beni appartenuti a Yahya Jammeh, ex tiranno del Paese.

Jammeh, che è stato al potere per oltre ventidue anni nell’ex colonia britannica,, un’enclave anglofona all’interno del Senegal francofono, ha perso le elezioni alla fine del 2016. Ha dovuto lasciare il Paese nel gennaio 2017 sotto le pressioni della comunità internazionale e solo dopo aver svuotato le casse del governo.

Ex presidente del Gambia Yahya Jammeh

L’ex leader e tiranno possedeva oltre 280 proprietà, tra questi anche esercizi commerciali, estensioni di foreste, isole. Tutti questi beni sono stati sequestrati dal governo di Banjul e la loro vendita dovrebbe fruttare davvero parecchio e riempire un pochino le magre casse delle Stato. Jammeh, prima della sua partenza, aveva fatto trasferire 360 milioni di denaro pubblico sui suoi conti privati all’estero.

Sheriff Kijera, presidente del centro delle vittime di Jammeh, ritiene che la somma messa a disposizione dallo Stato non sia sufficiente, ma, ha aggiunto: “E’ un primo segnale”.

Truth, Reconciliation and Reparations Commission (TRRC), commissione istituita un anno fa, per fa luce sulle atrocità commesse durante il “regno” di Jammeh, dovrà ora definire le regole per la distribuzione di questo denaro in base alla storia delle vittime. I 900.000 euro costituiscono sola la base del fondo, che in futuro dovrà essere ben più consistente per risarcire familiari e/o sopravvissuti alle torture del dittatore.

Ad agosto la liberazione di tre membri degli ex Junglers (squadroni della morte agli ordini del tiranno), dopo la loro confessione pubblica davanti alla Commissione d’inchiesta, ha creato forte disappunto in tutto il Paese, in particolare tra le vittime e i familiari di chi è morto nelle galere del regine durante il regno di Jammeh. Il ministro della Giustizia, Abubucarr Tambadou, ha giustificato il suo operato per incoraggiare in tal modo altri colpevoli di violazioni contro i diritti umani durante la dittatura a venire a testimoniare.

Il Gambia

Jammeh, che “ha conquistato” il potere con un colpo di Stato nel 1994, è stato rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate.  Si dice che battezzato dai genitori si sia anche convertito all’islam, ma solo per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana. Il suo regime è stato accusato di tutte le ignominie possibili: arresti illegali, morti sospette, accanimento contro i media, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e repressione verso i  difensori di quei diritti, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.

Il Gambia è anche un Paese di transito per migranti. Nel luglio del 2005 sono sparite nel nulla oltre cinquanta persone provenienti dall’estero e dirette verso l’Europa. Tra loro c’erano nigeriani, senegalesi, ivoriani e quarantaquattro ghanesi. Martin Kyere, ghanese, l’unico miracolosamente sopravvissuto al massacro, oggi testimone prezioso. Tutti gli altri sono stati ammazzati in Gambia da una squadra della morte paramilitare “Junglers” che prendeva ordini direttamente da Jammeh, come è stato affermato in un rapporto di Human Rights Watch del maggio 2018.

E’ difficile ricostruire un Paese dopo oltre due decadi di dittatura, Jammeh ha lasciato una pesante eredità: una gestione dei fondi pubblici, finalizzata soltanto all’arricchimento di se stesso, della sua famiglia e di quella dei suoi più stretti collaboratori. Il nuovo presidente, Adama Barrow, che ha vinto le elezioni nel dicembre 2016, è sempre più criticato ed è accusato di non aver mantenuto le promesse elettorali, come la creazione di nuovi posti di lavoro, contrastare la corruzione galoppante, risollevare l’economia del Paese, abrogazione di alcune leggi ingiuste istituite dal precedente governo. Secondo molti suoi elettori finora i progressi raggiunti non sono sufficienti e la popolarità di Barrow è in forte calo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Disoccupazione e povertà: la difficile transizione del Gambia dalla tirannide alla democrazia

 

 

 

 

Contro il jihadismo in Mozambico mercenari russi a Cabo Delgado

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 ottobre 2019

A Cabo Delgado, da qualche settimana, sono arrivati almeno 160 mercenari russi, comprese truppe d’élite, bene equipaggiati e addestrati. Saranno dislocati tra i distretti di Macomia e Mueda, dove è massiccia la presenza dei jihadisti Al-Sunna wa Jama’a, chiamati al-Shabab. Nel distretto di Mueda è nato l’attuale presidente Filipe Nyusi.

Mappa dell’area nord di Cabo Delgado con l’area di intervento dei mercenari russi e l’area dove opera ENI (Courtesy Google Maps)

Il 3 agosto scorso, José Pacheco, ministro degli Esteri mozambicano, la annunciato che la Russia ha fornito all’esercito mozambicano equipaggiamento militare per  combattere i gruppi armati nell’estremo nord dell’ex colonia portoghese. Da due anni i miliziani islamisti seminano terrore e hanno fatto oltre 200 morti, comprese donne e bambini, molti dei quali sgozzati in villaggi indifesi.

Con gli accordi firmati dal presidente Nyusi e l’omologo russo Vladimir Putin il 22 agosto a Mosca, la presenza militare russa si è concretizzata. Indian Ocean Newsletter conferma che, dal 24 al 26 settembre, un Antonov An-124, della compagnia militare statale russa 224 Flight Unit, un gigante dei cieli con una capacità di 230 tonnellate, è atterrato a Nacala..

Ha consegnato materiale bellico, droni e un elicottero Mi-17 attrezzato per operazioni di sorveglianza. Il Mi-17, con i colori mimetici dell’aviazione mozambicana, sostituisce un Mi-8 andato distrutto in uno schianto lo scorso aprile nella provincia di Cabo Delgado.

Elicottero Mi-17, trasportato dall’Antonov AN-124, all’aeroporto di Nacala

L’arrivo dei contractor russi in Mozambico è il primo passo concreto degli accordi tra Nyusi e Putin. L’accordo Maputo-Mosca ha sostituito i mercenari di Blackwater di Erik Prince, presenti nel Paese da diversi mesi ma fermi. L’intesa non si limita solo alla cooperazione militare; ci sarà anche collaborazione tra ministeri degli Interni, su informazioni classificate, gas e petrolio.

Negli accordi c’è anche Rosneft, la maggiore azienda petrolifera russa, attiva nell’upstream e nel downstream di petrolio e gas naturale e diretta concorrente di ENI. Il colosso italiano opera nei giacimenti di gas naturale (LNG) nel bacino del Rovuma a Cabo Delgado. Recentemente ha acquisito licenze di sfruttamento al largo di Angoche e nel bacino dello Zambesi.

In due anni il presidente Nyusi non è riuscito a fermare i gruppi islamisti di Cabo Delgado. Non c’è dubbio che voglia risolvere definitivamente la questione. Il 15 ottobre ci saranno le elezioni presidenziali in un clima di insicurezza e corruzione. Sembra che Cabo Delgado, area strategica piena di risorse minerarie, sia diventata una priorità. Il presidente, per avere il secondo mandato, deve mettere in sicurezza il forziere del Nord del Paese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale

Con il trionfo africano in Qatar cala il sipario sui campionati mondiali atletica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 8 ottobre 2019

Pochi, ma buoni. Piccoli, ma grandi. Che cosa sono due medaglie d’oro dell’Uganda di fronte al gigantismo atletico degli Usa (25 ori) e del Kenya (5)?

Eppure anche gli atleti di questo paradiso all’Equatore hanno toccato il cielo nella 17° edizione dei Campionati mondiali di Atletica conclusesi domenica scorsa 6 ottobre a Doha (Qatar).

L’ugandese Joshua Kiprui Cheptege, medaglia d’oro nei 10.000 metri

L’Africa, come al solito, ha brillato, nelle gare di fondo e mezzofondo, grazie ai runners keniani, etiopi, o altri figli del continente nero “adottati” in Italia, Germania, Olanda, Regno Unito, Bahrain…

La maratona femminile, ad esempio, è stata conquistata il primo giorno dei mondiali da una keniana, Ruth Chepngetich, davanti ad altri 4 africani; i 5 mila metri dall’etiope Muktar Edris…e via dicendo

L’Uganda, però, nelle notti torride del Qatar, ha sorpreso il mondo dell’atletica (il 30 settembre) prima con Halimah Nakaai, 25 anni, sugli 800 metri femminili. E sei giorni dopo, nell’ultima serata di gara al Khalifa Stadium, ha stupito nei 10mila metri con la straordinaria performance di un emaciato poliziotto laureato in lingue, Joshua Kiprui Cheptege, 23 anni. Joshua è secondo di 9 figli ed è nato e cresciuto nel distretto orientale di Kapchorwa, area natale anche di Stephen Kiprotich, medaglia d’oro alla maratona alle Olimpiadi di Londra del 2012.

In soli 5 anni –  ha scritto un quotidiano ugandese – Joshua ha percorso una luminosa traiettoria che altri atleti non hanno coperto in un’intera carriera. A 18 anni era già stato campione mondiale juniores a Eugen, negli Usa, in una corsa in cui aveva doppiato i concorrenti.

A Doha ha regalato la prima medaglia d’oro in assoluto a livello maschile all’Uganda (e 70 mila dollari a se stesso) in 26’48”36, davanti all’etiope Yomif Kejelcha (26’49”34) e al keniano Rhonex Kipruto (26’50”32). Ben 6 atleti sono scesi sotto la magica barriera dei 27 minuti in una gara super veloce conclusasi quasi sul filo di lana dopo un appassionante duello con l’etiope Kejelcha. Cheptegei in questo modo ha coronato una strepitosa stagione nella quale ha vinto anche il titolo mondiale di corsa campestre di Ahrus (Danimarca) e la finale della Diamond League sui 5000 metri a Zurigo. Ai mondiali di 2 anni fa ottenne l’argento alle spalle di Mo Farah a Londra “ma stavolta non potevo sbagliare”, ha commentato. E più che un eroe per l’Uganda è diventato un monumento.

Yemah Crippa, italiano, l’unico europeo tra i primi 8 neo 10.000 metri

E’ giusto ricordare, però, che nei 10 mila metri di Doha l’unico “europeo” fra i primi 8 è stato un certo Yeman Crippa, italiano di… Etiopia, 23 anni, poliziotto delle Fiamme Oro. E’ stato adottato da una coppia di trentini, che lo hanno portato via da un orfanotrofio di Addis Abeba, dopo la morte dei genitori vittime della guerra civile e delle malattie.

Con lui vennero portati in salvo 3 fratelli e due cugini. I genitori adottivi, Roberto e Luisa, per accoglierli tutti, da Milano, dove vivevano, si trasferirono in una grande casa di un piccolo borgo, Montagne, nelle Valli Giudicarie. Con il suo ottavo posto, Yeman ha battuto il primato italiano di Salvatore Antibo che resisteva da oltre 30 anni. A suo modo ha meritato una medaglia d’oro e ha confermato che buon sangue (africano) non mente.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

I “mostri” africani giganteggiano ai campionati mondiali di atletica in Qatar

 

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

Africa ExPress
Kigali, 7 ottobre 2019

Nel nord del Ruanda, al confine con la Repubblica Democratica del Congo, nel distretto di Musanze, nella notte tra venerdì e sabato un commando  di uomini armati non ancora identificato, ha trucidato brutalmente almeno 8 persone e ne ha ferite altre 18 nel villaggio di Kinigi. Sei vittime sono state uccise a colpi di machete e a coltellate, mentre altre sono state freddate con colpi di arma da fuoco.

Musanze è una tappa obbligatoria per i turisti che vogliono raggiungere il parco nazionale dei Vulcani. La riserva confina con il parco nazionale dei Virunga (Congo-K) e il parco nazionale dei Gorilla di Mgahinga in Uganda. Ha una grande importanza scientifica, ambientale e turistica in quanto ospita una delle principali comunità di gorilla di montagna del mondo. All’interno dei confini del parco si trovano cinque degli otto vulcani dei monti Virunga: il Karisimbi, il Bisoke, il Muhabura, il Gahinga e il Sabyinyo.

Ruanda, Parco Nazionale dei Vulcani

John Bosco Kabera, portavoce della polizia, ha confermato il tragico attacco alla popolazione civile e ha detto che i feriti sono stati immediatamente soccorsi. Mentre le forze dell’ordine si sono precipitate alla ricerca dei responsabili dell’aggressione.

La polizia non ha precisato se tra le vittime ci siano anche turisti; è stata comunque rafforzata la sorveglianza degli alberghi che si trovano nella zona.

Finora regna il silenzio sui probabili fautori dell’attacco. Non si esclude che sia opera di miliziani di Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), che hanno la loro base nel Congo-K, disseminati nel Nord e nel Sud-Kivu e nella provincia del Katanga. Il gruppo è stato formato  dagli hutu ruandesi che si sono rifugiati nell’est del Congo-K dopo il genocidio in Ruanda del 1994, dove, secondo l’ONU, sarebbero state ammazzate oltre 800 mila persone in cento giorni.

L’esercito congolese aveva fatto sapere poche settimane fa di aver ucciso il capo di FDRL, Sylvestre Mudacumura, sul quale pende un mandato d’arresto internazionale, spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja, perché accusato di aver partecipato attivamente al genocidio e al massacro dei tutsi e degli hutu moderati nel 1994. Ma da anni gli appartenenti al gruppo terrorista non si erano più fatti vedere nel Ruanda.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Mudacumura, FDLR ha nominato il nuovo leader, Pacifique Ntawunguka, già vice del defunto capo.

Le ricerche dei responsabili del massacro procedono a 360 gradi, visto che l’aggressione è avenuta solo pochi giorni dopo le severe condanne (da 25 anni di galera all’ergastolo) emesse da un tribunale militare ruandese nei confronti di 25 uomini, sospettati di appartenere a Congrès National Rwandais (RNC), un partito all’opposizione in esilio. I membri di RNC – in passato vicini al presidente Paul Kagame – sono ora accusati dal governo di Kigali di aver formato un gruppo armato con base nell’est del Congo-K e di compiere attacchi in territorio ruandese.

Africa ExPress
@africexp

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

 

 

 

 

 

 

Tanzania: il presidente Magufuli approva le punizioni corporali nelle scuole

Africa ExPress
Dodoma, 6 ottobre 2019

Il presidente della Tanzania, John Magufuli, si è congratulato pubblicamente con Albert Chalamila, comissario regionale, per aver frustato pubblicamente un gruppo di alunni di una scuola secondaria. La scena è stata filmata e nel video si vedono i ragazzi, a pancia in giù, mentre vengono bastonati di fronte ai loro compagni.

Durante lo scorso fine settimana alcuni studenti avevano incendiato due dormitori del collegio di Kiwanja, nella regione di Mbeya, nella parte sud-occidentale della Tanzania. Una vendetta dei ragazzi, non avevano accettato di buon grado il sequestro dei loro cellulari.

Chamila è stato criticato dal Ministro di Stato per l’Amministrazione regionale e Governo locale, Suleman Jafo, perchè solamente i presidi sono autorizzati a infliggere punizioni corporali, inoltre sarebbero stati violati i diritti fondamentali degli studenti.

Colpi di frusta a un gruppo di studenti in una scuola in Tanzania

Jafo è stato contraddetto dal presidente, soprannominato “Bulldozer”, che pubblicamente ha affermato: “Bisogna cambiare subito la legge: tutti gli insegnanti devono poter frustare gli alunni”.

Come se ciò non bastasse, Magufuli ha precisato che la legge dovrà essere più elastica. Attualmente l’applicazione delle punizioni corporali è ben regolamentata dalla giurisprudenza: il preside deve avere validi motivi per infliggere un tale castigo e la punizione non deve superare quattro colpi di frusta.

Anche in Tanzania la punizione corporale nelle scuole è caduto praticamente in disuso. I presidi raramente ricorrono a questa pratica medievale. Ma il capo di Stato non è d’accordo. Secondo lui, i ragazzi vanno raddrizzati a colpi di frusta.

Poco più di un anno fa il leader dell’ex protettorato britannico aveva chiesto alle donne di non usare più contraccettivi. E durante un intervento in pubblico aveva esclamato: “Basta con il controllo delle nascite, la popolazione deve crescere”.

In tale occasione aveva criticato l’Europa, dove, grazie al controllo delle nascite, la popolazione non cresce e dove ora manca la forza lavoro. “Dunque, bisogna riprodursi e smettete di utilizzare i contraccettivi”. Infine ha aggiunto: “Le famiglie non vogliono più sacrificarsi per sfamare una famiglia numerosa, per questo si limitano a uno o due figli”.

Dal 2017, con l’introduzione di una nuova norma, nel Paese le studentesse incinte vengono espulse dalle scuole e spesso mai più riamesse un quarto delle ragazze tra quindici e diciannove anni rimangono incinte o hanno già partorito un bimbo. La risposta del governo è dura e senza appello: espulsione dalle scuole pubbliche. Dopo le esternazioni di Magufuli questa legge non è stata ancora modificata.

Africa ExPress
@africexp

Tanzania: il presidente vuole limitare l’uso dei contraccettivi per far crescere la popolazione

 

In Tanzania decine di studentesse incinte. E sono costrette a lasciare gli studi

Ilaria e Miran, il caso non è chiuso ma ora si indaghi sui veri motivi dell’omicidio

0

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
5 ottobre 2019

Siamo grati al giudice per le indagini preliminari di Roma che ha respinto la proposta di archiviare le indagini sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Una vicenda dove emergono misteri, depistaggi, errori giudiziari, amnesie, omissioni e pressapochismi che lasciano perplessi e sorpresi.

Finora le indagini sono state indirizzate a individuare un possibile complotto collegato a un traffico d’armi o di materiale tossico o nucleare, possibilmente con la partecipazione la Cooperazione Italiana. Nessuno però – per quanto ne so io – ha investigato sulle violenze commesse dai nostri militari sulla popolazione somala. Un’inchiesta venne aperta dalla procura militare dopo la pubblicazione da parte del settimanale Panorama (allora direttore era Giuliano Ferrara) di esaustive fotografie che documentavano giochi e violenze sessuali su donne somale. L’inchiesta è finita nel nulla, nessun processato, nessun condannato.

Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi fotografati fuori dall’hotel Salafi nel 1993

Una vicenda che ha provocato sentimenti di ritorsione e una volontà di rappresaglia nei confronti degli italiani. Ilaria e Miran potrebbero essere stato uccisi semplicemente durante un tentativo di rapimento finito in tragedia. Un sequestro organizzato per vendetta, che prevedeva alla fine una richiesta di riscatto come una sorta di risarcimento.

L’auto su cui viaggiavano, che ho cercato e trovato nei meandri infiniti della città vecchia di Mogadiscio, era crivellata di proiettili e non presentava solo due buchi – presupposto per una esecuzione – come ha scritto qualcuno che non è andato a investigare seriamente di persona nella violenta e assai pericolosa capitale somala. Come mi aveva raccontato Ali (e non Abdi, come l’hanno chiamato tutti) il mio autista che avevo imprestato a Ilaria, a sparare per primo fu la guardia del corpo dei giornalisti, ma l’arma subito dopo si era inceppata. Da qui la risposta furibonda degli aggressori.

La popolazione dell’ex colonia italiana aveva anche altri motivi – a torto o a ragione – per nutrire sentimenti di rivalsa nei confronti delle nostre truppe. Il clima che si respirava negli ultimi mesi della missione Ibis era piuttosto pesante. Sovente gli italiani erano apostrofati dalla gente: “Italiani mafio”. Epiteto declinato con la “o” finale.

Per quel che ne so io, nessuno ha investigato in questa direzione.

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;

Questa sestina che ho preso dal Paradiso di Dante spiega bene l’atteggiamento tenuto in questi anni da quanti non hanno saputo o voluto cercare altrove. Ilaria e Miran dovevano essere stati uccisi perché avevano scoperto qualche malefatta della Cooperazione Italiana. Una tesi che deve aver soddisfatto quelle mele marce dell’esercito italiano che hanno commesso abusi e violenze gratuite sulla popolazione, ma anche gli altri gradi che hanno colpevolmente coperto tali colpevoli eccessi.

Tutti si sono adeguati all’ipotesi e al pensiero dominante: complotto.

Ali Abdi, l’autista che guidava l’auto su cui viaggiavano Ilaria e Miran al momento dell’agguato. Ali era l’autista che Massimo Alberizzi usava per spostarsi con la Panda del Corriere della Sera.

Ci sono altri “eccessi” che sono rimasti più o meno segreti, alcuni dei quali riportati dalla stampa. Come la storia del cosiddetto “tucul delle vedove”, organizzato da un tenente colonnello della brigata Folgore. Non era un tucul ma una casetta in cui l’ufficiale riceveva signore e signorine compiacenti che offrivano servizi particolari e a un prezzo, per essere in Somalia, tutto sommato accettabile. Tutti sapevano in città: anche i fratelli, i padri, i mariti delle “vedove” che incassavano i soldi, ma in cuor loro giuravano vendetta. Tutti sapevano nel contingente, nessuno l’aveva denunciato, ma qualcuno, capendo il pericolo che quell’uomo poteva rappresentare, era riuscito a rimandarlo in Italia. Solo per poco. Il colonnello riuscì a tornare a Mogadiscio e a dedicarsi al suo passatempo preferito.

Nell’estate del 1993, per protestare contro la politica del pugno di ferro messa in atto dagli americani in Somalia, il quartier generale dell’esercito italiano viene trasferito a Balad, a una trentina di chilometri dalla capitale. Soltanto un piccolo distaccamento resta basato a Mogadiscio nell’edificio della nostra ambasciata. A Balad la guerra è lontana e gli uomini del contingente pattugliano l’area semidesertica nei dintorni dell’accampamento. Organizzano anche battute di caccia al facocero una sorta di maiale selvatico dalle carni pregiate che i somali non possono mangiare per il divieto imposto dal Corano.

Miran Hrovatin e ilaria Alpi in Somalia

Durante un’escursione i nostri inseguono un animale, vogliono ucciderlo e arrostirlo allo spiedo come hanno già fatto altre volte. Il facocero in fuga cerca di dileguarsi. I militari sparano ma sbagliano mira: al posto dell’animale scoprono di aver ucciso un bambino.

Comincia la trattativa per risarcire la famiglia che chiede 10 mila dollari. Il comando italiano offre e ne paga solo 5 mila. Il padre del ragazzino ha continuato fino alla fine a chiedere il compenso che lui pensava fosse un giusto indennizzo.

Il ritiro da Jalalaxi degli italiani ha qualcosa di incredibile. Alcune testimonianze raccolte da Africa ExPress – e già in mano degli inquirenti – raccontano che i soldati prima di lasciare l’ospedale hanno accatastato nel cortile mobili, sedie, scanni, tutto materiale in legno e gli hanno dato fuoco. Giusto per non lasciarli in eredità ai somali. Ma non solo. Ricorda una giornalista: “Quando la colonna è partita verso Mogadiscio e i mezzi militari si allontanavano i soldati dai loro autoveicoli facevano vedere ai bambini affamati, che li salutavano e li rincorrevano, pacchetti di biscotti ma quando i piccoli allungavano le mani per afferrarli, loro li tiravano indietro”. Le autorità militari hanno smentito; eppure testimonianze indipendenti esistono, eccome.

Il 2 luglio 1993 all’alba i militari italiani bloccano 4 somali. Il loro arresto è ripreso dalle telecamere del TG1 il cui corrispondente segue i soldati durante il rastrellamento che precede la battaglia del pastificio. Subito dopo il combattimento che provoca 3 morti e 22 feriti tra gli italiani e oltre cento caduti tra civili e miliziani somali (qualcuno porta questo numero a 600) i 4 arrestati vengono massacrati di botte, seviziati e chiusi al caldo torrido in un container. Gli alti ufficiali dopo la battaglia hanno altro da fare e vengono avvisati solo due giorni dopo. Il 5 luglio il generale Bruno Loi, capo del contingente italiano, ordina il loro trasferimento all’ospedale da campo allestito dal contingente degli Emirati Arabi Uniti. Il giorno successivo una troupe della CNN in visita alla clinica, mi chiama perché ci sono i 4 somali lasciati lì dagli italiani. Un medico arabo mostra le cicatrici delle bruciature di sigarette e i segni dei calci inferti da scarponi militari. Il filmato girato dalla producer Ingrid Formanek della CNN è esaustivo. Ed è agli atti del procedimento giudiziario. Ma anche i familiari e i parenti di qual centinaio di morti in battaglia avevano qualcosa da rivendicare.

Di episodi simili che hanno reso assai difficili le relazioni tra i militari italiani e la popolazione di Mogadiscio, ce ne sono stati parecchi. Una parte dei somali, forse anche aizzata dai signori della guerra, era animata da sentimenti di rivincita e vendetta. Basta leggere le agenzie della settimana precedente a quel tragico 20 marzo 1994. In particolare il corrispondente della France Press-e, Ali Mussa, racconta come la base degli italiani nel villone che una volta era la sede della nostra ambasciata fosse circondata dai cecchini. Il portone era a un centinaio di metri dal luogo dove sono stati uccisi Ilaria e Miran. I tiratori si erano appostati sui palazzi circostanti e sparavano a qualunque veicolo uscisse dall’accampamento o tentasse di entrarci.

Nessuno ha mai voluto indagare in questa direzione. La tesi del complotto per coprire un traffico illecito scoperto dai due giornalisti e stata abbracciata acriticamente. Una tesi precostituita colpevole di aver portato all’arenamento delle indagini, indirizzate solo in quella direzione.

E così non solo non è mai stata fatta luce sull’omicidio, ma si sono anche depistate le indagini. E’ questa è sicuramente una grossa responsabilità. Soddisfatto l’apparato militare uscito indenne da questa storia. Ha vinto la Ragion di Stato, aiutata dal politically correct. Ha perso la Verità. Aver respinto la richiesta di archiviazione del caso offre ora la seria opportunità di cambiare obbiettivo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

L’articolo publicato dal Corriere della Sera il 30 agosto 1993

Ilaria e Miran uccisi vent’anni fa. Le tesi precostituite sul loro omicidio hanno impedito la ricerca della verità

 

Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi

Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi

Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi

La sfilata di testimoni al processo Ilaria e Miran demolisce la tesi del complotto

Ilaria e Miran: un’irresponsabile distorsione mediatica

Anche i giornalisti muoiono: le tesi precostituite sull’omicidio di Ilaria e Miran hanno bloccato le inchieste in altre direzioni

Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi

12 luglio 1993: quattro giornalisti trucidati a Mogadiscio. Vent’anni dopo: “Mi salvai per miracolo”

Mogadiscio: accanto al comando italiano il mercato dell’amore

Camerun: comincia il Dialogo Nazionale e Biya libera i prigionieri anglofoni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 ottobre 2019

Paul Biya, presidente del Cameroun da ben 37 anni, ha dato ordine di liberare 333 prigionieri, attualmente detenuti per delitti commessi nell’ambito della crisi anglofona, che si consuma nelle due province Nord-Ovest e Sud-Ovest da ormai quasi tre anni.

La parziale amnistia è rivolta solamente a coloro che non sono soggetti a condanne definitive da parte dei tribunali militari. Persone come uno dei leader dei separatisti, Julius Sisiku Ayuk Tabe, che da qualche mese sta scontando la pena all’ergastolo, non sono state graziate dal capo di Stato.

Camrun: Dialogo Nazionale, Palazzo dei Congressi, Yaoundé

Finora i nomi delle persone che potranno lasciare il carcere non sono ancora stati resi noto, il fatto è stato comunque accolto con entusiasmo dai partecipanti al Dialogo nazionale sulla crisi anglofona, che si è aperto lunedi mattina nel Palazzo dei Congressi di Yaoundé, la capitale del Paese.

Il Dialogo nazionale, che si conclude oggi, è presieduto dal primo ministro Joseph Dion Ngute,e vi partecipano, oltre a politici, persone della società civile e gruppi religiosi. I leader dei gruppi separatisti hanno rifiutato di sedersi al tavolo delle trattative, in quanto le loro richieste non sono state accolte. Durante questo meeting i partecipanti dovrebbero esaminare proposte che diano risposte alle esigenze della popolazione delle due province anglofone.

Secondo i separatisti che vorrebbero trasformare le due province del Nord-ovest e del Sud-ovest in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, l’amnistia concessa non è sufficiente. Chiedono la liberazione di tutti i prigionieri reclusi dal 2016, compresi i dieci leader condannati all’ergastolo lo scorso agosto. “Non accettiamo un ramo d’ulivo da qualcuno che occupa ancora militarmente il nostro territorio”, ha specificato Ivo Tapang, portavoce di 13 gruppi armati, chiamati Contender Forces of Ambazonia. Infine ha aggiunto: ”Intensificheremo la nostra lotta con fucili e pallottole”.

Proteste nelle province anglofone del Camerun

In base a un rapporto della ONG Human Rights Watch le ostilità in atto avrebbero causato finora oltre 1.800 morti. Gli sfollati sono oltre mezzo milione, mentre decine di migliaia hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, tra loro 35.000 si sono rifugiati nella vicina Nigeria. Secondo le stime dell’ONU, 1,5 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare.

Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato
Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione. Fino a poco tempo fa il governo centrale aveva sempre sminuito il problema e non aveva mai voluto aperire un dialogo concreto con i cittadini anglofoni, ma sotto pressione della comunità internazionale e dell’ONU, Biya ha dovuto cedere. Il Dialogo nazionale di questi giorni potrebbe rappresentare forse un primo passo verso la riconciliazione, anche se le polemiche non mancano e molti problemi restano ancora aperti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgtes

Camerun: il conflitto dimenticato nelle zone anglofone e il finto dialogo per la pace

In fuga cinque calciatori della nazionale Eritrea durante un torneo in Uganda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 ottobre 2019

Sono spariti nel nulla in Uganda cinque giocatori della nazionale eritrea under 20. La squadra era impegnata in un torneo regionale africano  CECAFA (Council of east and central Africa football associations) under 20 challenge coup tournament, che si svolge dal 21 settembre al 5 ottobre. Generalmente vi partecipano le nazionali di Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan, Etiopia, Eritrea, Zanzibar, Somalia, Ruanda, Burundi e Gibuti. Quest’anno i ruandesi hanno dato forfait alla manifestazione, sponsorizzata da CAF (Confederazione Africana di Calcio) e FIFA, “per varie ragioni”, come hanno precisato gli organizzatori.

Secondo quanto riferito dai responsabili del torneo regionale africano, il capocannoniere Girmay Hanibal e quattro suoi compagni di squadra, Simon Asmelash, Deyben Gbtsawi Hintseab, Hermon Fessehaye Yohannes and Mewael Tesfai Yosief hanno lasciato l’albergo a Jinja, a est di Kampala, capitale del Paese per chiedere asilo politico. Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza attorno all’albergo per evitare altre defezioni.

Squadra nazionale U20 al campionato regionale africano in Uganda

Durante gli allenamenti di martedì scorso al Fufa Technical Center erano presenti solamente 14 giocatori della squadra eritrea. Haile Efrem Alemseghed, allenatore del team della ex colonia italiana, non ha voluto sbilanciarsi e ha riferito che gli altri atleti avrebbero accusato un malore.

Aimable Habimana, capo dell’organizzazione del torneo CECAFA in Uganda, ha precisato che spera che la squadra eritrea possa terminare gli incontri in programma. Ma con solo 14 giocatori a disposizione, ieri hanno perso la semifinale contro gli avversari kenioti 1-0.

Secondo Nicholas Munsoye, segretario generale di CECAFA, l’Eritrea avrebbe fatto quanto in suo potere per iscrivere la propria squadra a questa importante manifestazione sportiva, ma evidentemente i ragazzi avevano altre idee in testa e ha aggiunto: “Sicuramente a quest’ora saranno già a Nairobi”.

Anche Kibreab Tesfamichael, responsabile delle comunicazioni del dipartimento eritreo per lo sport, si è rifiutato di ritornare dal Marocco, dove si è svolta la 12esima edizione dei Giochi africani dal 19 al 31 agosto 2019. Kibreab ha lavorato per oltre 15 anni al ministero dell’Informazione. Secondo quanto è stato riportato dai media, sarebbe scappato in un altro Paese.

In passato altri calciatori e anche ciclisti della nazionale hanno chiesto asilo politico durante le loro trasferte in occasione di manifestazioni sportive. Nell’ottobre 2015  dieci calciatori della nazionale eritrea hanno disertato e dopo una partita contro il Botswana, valevole per i mondiali del 2018, si sono presentati in una stazione di polizia e inoltrato la domanda come rifugiati politici. Pochi giorni dopo sette ciclisti della categoria Elite hanno lasciato l’Eritrea, sono scappati e hanno chiesto asilo politico al governo etiopico.

Nel 2013 l’Uganda aveva concesso asilo politico a 15 calciatori e al medico della squadra e nel 2009 l’intera nazionale non aveva fatto ritorno dal Kenya, ad eccezione dell’allenatore e un membro della dirigenza del team.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e Isaias Afewerki, presidente dell’Etiopia

Dall’Eritrea si continua a scappare. Dopo la pace siglata poco più di un anno fa con l’Etiopia, il nemico storico, il presidente Isaias Afeworki, non ha mai attuato le riforme promesse, anzi, oppressione, arresti e detenzioni ordinati mediante decisioni sommarie e assunte in assenza di contraddittorio sono ancora all’ordine del giorno. Basti pensare ai 150 cristiani, che, come riporta anche il sito dell’osservatorio cristiano Word Watch Monitor, sarebbero stati arrestati negli ultimi mesi dal regime di Asmara, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

E’ evidente che la pace con l’Etiopia non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nella ex colonia italiana. Se ne è parlato anche durante 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra. E nel suo rapporto Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, ha parlato anche delle persecuzioni religiose tutt’ora in atto nel Paese, della chiusura forzata di ospedali e cliniche cattoliche, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Dopo la confisca di 29 strutture ospedaliere della Chiesa cattolica, il regime fascista al potere in Eritrea si sta appropriando anche delle loro scuole, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate. Asmara ha giustificato anche questa rappresaglia con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

Persecuzioni, privazioni, intimidazioni, oppressione, servizio militare/civile fanno parte della vita quotidiana nel Paese e la popolazione è allo stremo. Si Continua a scappare. I giovani sanno bene che la fuga è pericolosa, sono ben coscienti che mettono a rischio la propria vita. Malgrado tutto scelgono di fuggire, insieme alle loro speranze, i loro sogni e sanno che la possibile morte è un “compagno di viaggio” sempre in agguato durante il percorso verso la Libia, nei centri-lager in quel Paese e non per ultimo, nel corso della traversata sui barconi per raggiungere le coste italiane.

Strage di Lampedusa
3 ottobre 2013

E proprio oggi ricorre il sesto anniversario del tragico naufragio del 3 ottobre 2013, che è costata la vita a 368 persone. Ben 360  erano eritrei.

L’Italia, il mondo intero ne era sconvolto e indignato. Tutti erano concordi: non deve succedere mai più una tragedia del genere. E lo dicono ancora, anche oggi. Eppure nel mezzo ci sono stati migliaia e migliaia di altri morti e dispersi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes   

Moses Ali, vice premier ugandese in visita in Sardegna:”Reintegreremo i migranti

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Dopo i calciatori dall’Eritrea scappano anche i ciclisti: in 7 chiedono asilo in Etiopia

FMI: in Zimbabwe inflazione al 300 per cento, metà della popolazione alla fame

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
2 ottobre 2019

In Zimbabwe l’iperinflazione dell’era Mugabe è dietro l’angolo. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale dove l’’aumento generalizzato e prolungato dei prezzi su base annua, ad agosto, ha raggiunto il 300 per cento. L’ultimo bollettino FMI ha rilevato un pesante deprezzamento del dollaro zimbabwiano: al cambio ne occorrono 16,5 per un dollaro USA.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’economia dell’ex colonia britannica è stata causata dal ciclone Idai nel marzo scorso. I danni dell’area che confina con il Mozambico hanno impoverito maggiormente la popolazione distruggendo interi villaggi e i raccolti che ne permettevano la sopravvivenza. Il ciclone, dopo aver devastato il Mozambico, in Zimbabwe ha lasciato 300 morti.

Valuta dello Zimbabwe introdotte a giugno dal governo. Oggi inflazione salita al 300 per cento
Valuta dello Zimbabwe introdotte a giugno dal governo. Oggi inflazione salita al 300 per cento

Secondo il Fondo monetario,  “8,5 milioni di persone, la metà della popolazione, hanno condizioni sociali che si sono deteriorate rapidamente e soffrono di insicurezza alimentare”. Oltre all’estrema povertà della popolazione che ha urgente bisogno di aiuti alimentari, c’è carenza di carburante e l’elettricità viene erogata poche ore al giorno.

Una situazione che mette in difficoltà anche la capitale, Harare: potrebbe rimanere senza acqua potabile per le difficoltà finanziarie dell’unico impianto di depurazione. Lo stato attuale dell’economia ha incrementato il mercato nero della valuta e il governo, a giugno, per evitare l’ iperinflazione, ha vietato transazioni in valuta estera.

Banconote emesse dalla Banca dello Zimbabwe nel 2008 durante l'iperinflazione
Banconote emesse dalla Banca dello Zimbabwe nel 2008 durante l’iperinflazione

Dieci anni dopo averla abbandonata per il dollaro americano e altre valute straniere, lo Zimbabwe ha reintrodotto la moneta nazionale. Un metodo che il presidente Emmerson Mnangagwa ha tentato per rassicurare la nazione ma che si è dimostrato fallimentare.

Bambini in coda per mangiare. Inflazione in Zimbabwe sta causando una crisi alimentare
Bambini in coda per mangiare. Inflazione in Zimbabwe sta causando una crisi alimentare

Mnangagwa, per rianimare l’agricoltura e l’economia aveva perfino proposto di restituire le terre ai bianchi per 99 anni. Un progetto fallito perché, non essendo più proprietari delle terre, gli agricoltori di origine europea non potevano accedere ai prestiti bancari. Sono passati due anni e la politica del presidente oggi appare un fallimento. Ora che la situazione sta peggiorando e lo Zimbabwe, una volta considerato il granaio dell’Africa, rischia il collasso.

Il golpe soft senza spargimento di sangue del novembre 2017, che aveva deposto il dittatore-presidente, Robert Mugabe, sembrava l’unica soluzione per voltare pagina. Mnangagwa, come nuovo presidente, aveva promesso un nuovo corso e la rinascita dell’economia.

Compito non facile dopo il disastro dell’era Mugabe che, da padre della patria, ne era diventato il padre-padrone governando con il pugno di ferro. La seconda moglie, la spendacciona chiamata “Gucci Grace”, aveva contribuito a dilapidare le ricchezze dello Zimbabwe che considerava come una sua proprietà. Il vecchio eroe, diventato dittatore, aveva governato il Paese ininterrottamente per 37 anni. Lo scorso 6 settembre è morto di cancro, a 95 anni, solo, in un ospedale di Singapore.

L’altro ieri il presidente ha detto al suo popolo: “Vi chiedo tempo e pazienza”. Difficile averne con la pancia vuota.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Banconote zimbabwiane del 2018
By en:User:Discott – the English language Wikipedia (log), Public Domain, Linkhttps://www.africa-express.info/2018/08/29/lo-zimbabwe-di-mnangagwa-speranza-dellinizio-di-una-nuova-era/

Colpo di Stato in Zimbabwe: “Colpiremo i criminali che hanno impoverito il Paese”

 

Lo Zimbabwe di Mnangagwa: speranza nell’inizio di una nuova era

Zimbabwe, Gucci Grace, l’ex first lady odiata e spendacciona

Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri