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La notte infinita del Medio Oriente

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Aborto illegale: giornalista marocchina condannata a un anno di carcere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1°ottobre 2019

La tensione era palpabile ovunque nell’aula del tribunale di Rabat, la capitale del Marocco, dove ieri si è svolto l’ultima udienze del processo contro la giovane giornalista Hajar Raissouni, accusata di aborto illegale e atti contro la morale pubblica

La sentenza è stata severissima: un anno di galera per lei e il suo fidanzato sudanese, Rifaat al-Amin. Mentre il medico, ritenuto colpevole di aver effettuato l’interruzione di gravidanza non autorizzata, deve scontare due anni di detenzione e per altri due anni non sarà autorizzato  dell’esercizio all’esercizio della professione medica. Otto mesi, ma sospensione della pena, sono stati inflitti alla segretaria del dottore e un anno all’anestesista,  anche lui non dovrà scontare la pena.

Hajar Raissouni, giornalista marocchina condannata per aborto illegale

Appena pronunciato il verdetto, i familiari della giornalista sono scoppiati in lacrime. Poi, a gran voce hanno pronunciato il nome della loro congiunta, hanno alzato le braccia e con le dita hanno formato la lettera “V”. Altrettanto a fatto Hajar, mentre gli agenti la spingevano nella camionetta per riportarla in prigione. E la foto di quell’attimo ha fatto il giro nei social network marocchini che stanno sostenendo la causa della giovane giornalista.

E lo zio di Hajar, Souleymane Raissouni, giornalista e capo-redattore di Akhbar Al Yaoum del quotidiano indipendente per il quale scriveva pure la nipote, ha espresso il suo disappunto e ha detto: “Si tratta di una condanna dura e ingiusta”.

La ragazza aveva affermato ripetutamente di non aver abortito, ma di aver consultato un medico per una forte emorragia interna.

Per Raissouni la risposta di una tale sentenza è semplice: “Mia nipote è stata condannata per le sue idee, per le sue prese di posizione, di quelle della sua famiglia e del giornale per il quale scriveva”. Lo stesso pensiero è stato espresso da un altro parente della ragazza, Youssef Raissouni, segretario generale dell’associazione dei diritti dell’uomo in Marocco, che ha precisato: “Questo verdetto dimostra il non rispetto delle leggi e della libertà nel nostro Paese”.

Tribunale di Rabat

La settimana scorsa un collettivo di personalità di spicco e di gente comune avevano firmato un manifesto di solidarietà, pubblicato da diversi quotidiani locali e dal francese Le Monde. Il raggruppamento, pur non avendo partecipato al processo, in un comunicato ha annunciato la sentenza, sottolineando il proprio disdegno e disappunto. E Amnesty International lo considera un colpo davvero devastante al diritto delle donne.

Gli avvocati della Raissouni hanno annunciato che depositeranno ricorso alla sentenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sollevazione in Marocco a favore della giornalista in carcere accusata di aborto

 

 

 

Fioriscono le “baby factory” in Nigeria, liberate donne-schiave e neonati a Lagos

Africa ExPress
Abuja, 1° ottobre 2019

In questi giorni la polizia del Lagos State ha liberato una ventina di giovani donne tra 15 e 28 anni con alcuni neonati, rinchiusi nelle cosìddette “baby factory”. I piccolini erano destinati alla vendita: 830 dollari per una femminuccia, mentre per i maschietti il prezzo sale a 1.400 dollari.

Le ragazze, provenienti da diversi stati della Repubblica Federale, sono stati portati a Lagos, la più grande città e metropoli economica del Paese, con l’inganno e la promessa di un lavoro redditizio. Le malcapitate sono poi state violentate e rinchiuse in diverse case.

Nigeria: traffico di neonati

Una delle giovani ha affermato che, una volta giunta nella metropoli, la “madame” l’avrebbe costretta a concedersi a sette uomini diversi nel giro di poco tempo, finchè non si è resa conto di aspettare un figlio. La ragazza ha aggiunto: “Allora la madame mi ha incoraggiato di portare a termine la gravidanza, promettendomi una lauta ricompensa dopo il parto”.

Altre vittime hanno riferito di essere state trattenute contro la loro volontà, non hanno nemmeno potuto consultare un medico, malgrado fossero incinte, tanto meno contattare i propri familiari per chiedere aiuto, in quanto i loro telefonini sono stati sequestrati dai loro aguzzini.

Il portavoce della polizia di Lagos, Elkana Bala, ha detto che due donne che si spacciavano per infermiere, sono state arrestate, ma la testa dell’organizzazione è riuscita a fuggire. Un uomo ora ricercato in tutto il Paese. Gli agenti hanno scoperto i covi della banda dietro segnalazione di alcuni vicini, che lamentavano la presenza di diversi neonati in uno stesso edificio. Ha inoltre confermato che 19 donne sono state liberate insieme a sei neonati. “Non è ancora chiarito – ha aggiunto Elkana – chi siano i potenziali acquirenti.

Le baby factory si trovano un po’ ovunque in Nigeria, sono un affare molto lucroso e già qualche anno fa alcune Organizzazioni internazionali avevano definito il traffico di bambini come uno dei maggiori crimini commessi nel gigante dell’Africa, secondo solo alla frode e al traffico di droga.

neonati in una fabbrica di bambini in Nigeria

Nel 2016 erano partite inchieste a 360 gradi che avevano portato alla luce tale traffico disumano. Molto spesso dietro il rapimento e contrabbando di minori ci sono trafficanti di esseri umani e le cosiddette “fabbriche di bambini”, controllate da “operatori sanitari” che in realtà sono criminali incalliti senza scrupoli.

Le giovani donne vengono pagate per mettere al mondo dei figli, per soddisfare sia il mercato nazionale e che quello internazionale. Se sono fortunati, i piccoli vengono “acquistati” da coppie sterili, desiderosi solo di adottare un figlio, pronti a pagare cifre esorbitanti sul mercato internazionale. Si dice che invece altre volte i neonati vengano ceduti a sette i cui rituali prevedono perfino sacrifici umani.

Nell’estate 2014 è stato scoperto un traffico di bambini tra Niger e Nigeria e in tale ambito è stata anche arrestata una delle mogli di Hama Amadou, ex portavoce dell’Assemblea Nazionale del Niger, oggi in esilio tra la Francia e il Benin. La donna era finita dietro le sbarre insieme a altre persone, tra loro anche personalità di spicco del mondo degli affari, militari e politici, come Abdou Labo, ex ministro dell’agricoltura di Niamey. Purtroppo il processo, che si è svolto all’inizio del 2015, si è concluso in un nulla di fatto. La Corte di Niamey ha lasciato cadere tutte le accuse e si è dichiarata “incompetente per giudicare un caso del genere”.

Africa ExPress
@africexp

Nigeria: sempre più diffuse le fabbriche di neonati e i rapimenti di bambini

Smantellato traffico di neonati tra Niger, Nigeria e Benin

Niger, lo scandalo del “traffico dei neonati” investe la politica

I “mostri” africani giganteggiano ai campionati mondiali di atletica in Qatar

Dal Nostro Corrispondente sportivo
Costantino Muscau
30 settembre 2019

Una “nana” ugandese giganteggia negli 800 metri. Una mostruosa keniota primeggia nei 3 mila metri siepi. Tre corridori etiopi dominano i 5 mila metri: primo, secondo e quarto.

E al quarto giorno l’Africa è esplosa nel 17° campionato mondiale di Atletica leggera in corso a Doha (Qatar) dal 27 settembre scorso (fino al 6 ottobre).

Halimah Nakaayi

Cose incredibili si vedono nella più mostruosa delle edizioni di questa manifestazione ospitata per la prima volta in un Paese arabo, nello stadio Khalifa. Campioni che gareggiano in un clima insopportabile, e svengono, o vomitano in corsa; un atleta di Aruba, Jonathan Busby, attardato, viene colto da malore negli ultimi 200 metri  con il collega della Guinea Bissau, Braima Suncar Dabo, che sacrifica la sua gara per sorreggere il boccheggiante Busby; competizioni organizzate a notte fonda per consentire la “sopravvivenza” dei corridori; tribune refrigerate ma semivuote…

In questo allucinante scenario il meglio dell’atletica si sta sfidando. E ad eccellere è ancora l’Africa. Oggi, quarto giorno, la minuscola (così la ha definita un sito di atletica ugandese) Halimah Nakaayi, 25 anni il prossimo 14 ottobre, nata a Mukono, ha fatto mangiar polvere negli 800 metri piani, alle super favorite americane Raevyn Rogers, 23 anni e Ajee Wilson, 25.

“Una vittoria storica”, la ha chiamata lei stessa in un’intervista alla Rai, durante la quale ha espresso tutta la simpatia e affetto per il nostro Paese.

In effetti l’Uganda mai aveva avuto una finalista negli 800 metri. E ieri sera invece alla partenza erano in due. L’altra, Winnie Naniondo, 23 anni, pure lei piccolina, è giunta quarta e dopo pochi minuti si è unita ad Halimah in un ballo di pazza gioia. “Finora avevo conquistato una medaglia di bronzo in agosto ai Giochi africani, ma stavolta sentivo che qualcosa di grande stava per accadere e cosi ho spinto, spinto fino a che ce l’ho fatta”, ha dichiarato Halimah dopo quella che lo stesso sito della IAAF (Associazione internazionale delle federazioni di atletica) ha definito “la più grande sorpresa di questi mondiali” (almeno fino a questo momento).

L’altra vittoria femminile è stata sorprendente solo per il modo in cui è avvenuta: Beatrice Chepkoech Sitonik, 28 anni, keniota di Kabarnet (Baringo), sui 3 mila siepi non ha avuto rivali. Ha preso e se ne è andata come e quando ha voluto, facendo corsa praticamente da sola. Lei era però già detentrice del record mondiale e la prima donna ad essere scesa sotto gli 8 minuti e 45 secondi. (Ieri sera ha stravinto senza patemi d’animo in 8’57”84).

Altro sonante trionfo è stato quello degli etiopi su 5 mila metri: il primo è stato Muktar Edris, 25 anni, il secondo Selemon Barega, appena 19 anni. La doppietta è stata completata dal quarto posto di Telhaun Haile Bekele, un ventenne figlio di contadini. Il successo però si è concretizzato solo nella parte finale, quando stava per accadere l’incredibile: gli etiopi stavano per essere battuti da uno dei tre fratelli norvegesi, gli Ingebrigtsen, in competizione.

Braima Suncar Dabo, Guinea Bissau sostiene il collega Jonathan Busby, atleta di Aruba, colto da malore

E pensare che Edris era giunto ai mondiale solo perché ripescato. “Sono proprio felice – ha commentato a fine corsa con Jon Mulkeen della Iaaf – Negli anni scorsi ho dovuto affrontare molte avversità: una ferita a una caviglia, problemi addominali; prima di venire qui mi è passato tutto e così mi son detto che avrei potuto lottare per la vittoria”. A tal punto che Edris è il terzo campione a essere sceso sotto i 13 minuti nei 5 km.

Questi assurdi mondiali – come sono stati definiti – in realtà per l’Africa non erano cominciati male: il 27 settembre la palma della maratona femminile è andata a Ruth Chepngetich, 25 anni, della Rift Valley, della squadra allenata dell’italiano Federico Rosa.

Il giorno dopo sui 10 mila metri era sfrecciata prima sul traguardo Sifan Hassan, 26 anni, ufficialmente olandese, ma nata a Adama, in Etiopia. La prima sorpresa di questi mondiali: aveva corso la distanza solo un’altra volta nella sua giovane carriera!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Egitto, torna su piazza Tharir: “Via al Sisi e il suo regime corrotto

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
27 settembre 2019

Un’ondata di proteste ha investito l’Egitto nei giorni scorsi. L’ultima grande manifestazione si è tenuta ieri al Cairo. Ma i dimostrantisi sono riuniti non solo in piazza Tahrir, nella capitale, dove nel 2011 i sit-in costrinsero alle dimissioni il presidente Hosny Mubarak, sono state invase dai dimostranti anche le strade di Mahalla, Alessandria,Suez, Damietta. E stavolta le piazze a differenza della scorsa settimana si sono riempite di gente. Sono stati scanditi slogan per chiedere le dimissioni del dittatore Abdel Fattah al-Sisie la fine del suo regime.

In Egitto le dimostrazioni sono cominciate dopo che un attore, famoso con lo pseudonimo di Mohamed Ali, aveva postato sui social una serie di interventi durissimi contro il regime accusato di corruzione, appropriazione indebita, furto e, ovviamente, “cieca repressione” e violazione dei diritti umani.Ma Mohammed Ali non è solo un attore. E’ un costruttore edile cui la dittatura militare, ha appaltato una serie di lavori realizzati a tempo di record ma – secondo le accuse – mai pagati. Si tratta di fatture per 13 milioni di dollari.

Naturalmente il presidente ha negato ogni addebito liquidando le critiche come “bugie e calunnie”. Mentre l’attore non solo ha insistito postando in continuazione dalla Spagna, suo “volontario esilio”, come lui stesso lo chiama, video ricolmi di accuse, mala scorsa settimana ha lanciato un appello a scendere in strada per protestare.Così è stato venerdì scorso e così ieri.

Il regime ha risposto con il pugno di ferro. Le forze dell’ordine più volte hanno caricato i manifestanti con manganelli e lanciato candelotti lacrimogeni. La settimana scorsa sono state arrestate più di duemila persone e infatti ieri una delle richieste dei dimostranti era la liberazione incondizionata di tutti coloro finiti dietro le sbarre.

Il regime di Al Sisi, al potere dal 2013, controlla almeno il 70 per cento di tutte le attività economiche del Paese o direttamente o attraverso società controllate dai generali e dagli alti ufficiali. La maglie della struttura sociale egiziana sono strettissime in una sorta di organizzazione mafiosa. In Egitto chiunque vuole lavorare deve fare i conti con i militari. In questo contesto le manifestazioni attuali stanno profondamente spaccando il Paese.

Da una parte le dimostrazioni contro il governo hanno provocato una reazione opposta; infatti anche ieri c’è stata una contro manifestazione a difesa del regime. Molti egiziani, specialmente nelle classi medio-alte e benestanti, ricordano come le rivolte del 2011 abbiano portato al caos politico ed economico, sconvolgendo l’importante industria turistica della nazione, fonte di ricchezza un po’ per tutti. Dopo le proteste della scorsa settimana la borsa e i mercati azionari sono crollati, suscitando parecchia apprensione.

Una preoccupazione, però, alimentata anche da governo che ha orchestrato una campagna di paura attraverso i giornali e le televisioni gestiti dallo stato, oltre che sui social media, per dipingere Al Sisi come onesto e affidabile.

Ma non si può pensare che alla base della protesta ci siano solo gli appelli alla protesta lanciati da Mohamed Ali. I video dell’attore/costruttore hanno trovato un terreno fertile su cui attecchire. Il malcontento ormai è salito a livelli di guardia con un egiziano su tre che vive sotto la soglia di libertà. I più poveri si arrabattano con reddito di un dollaro e mezzo al giorno.

Da quando è salito al potere Al Sisi ha proibito tutte le manifestazioni e varato sanzioni severissime per chi viola il divieto. Probabilmente per questo motivo sono scesi in piazza i più coraggiosi. La maggior parte della popolazione dissidente è rimasta in casa, terrorizzata: “Molti di coloro che intendevano scendere in piazza sono stati bloccati dalla polizia appena usciti di casa – rivela uno dei dimostrati raggiunto al telefono -. Le notizie degli arresti si sono subito diffuse e quindi indotto chi intendeva partecipare di restare chiuso in casa”.

Il governo nei giorni scorsi ha avvertito i corrispondenti stranieri di coprire adeguatamente gli eventi, e giovedì ha diffuso una seconda dichiarazione sostenendo di aver permesso a centinaia di corrispondenti stranieri di operare liberamente.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nigeria: sevizie e violenze nella casa degli orrori e a scuola con le catene alle caviglie

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 settembre 2019

Quando la polizia nigeriana è entrata nell’edificio situato nell’area di Ragasa a Kaduna, nel Nord della Nigeria, non ha voluto credere ai propri occhi: centinaia di persone trattenute in stato di totale degrado, alcune vittime erano addirittura in catene. Tra loro anche parecchi bambini.

La casa degli orrori ospitava una scuola coranica, frequentata da allievi di diverse nazionalità e, secondo quanto ha riferito il portavoce della polizia del Kaduna State, Yakubu Sabo, il singolare violento metodo di insegnamento del Corano era volto a “raddrizzare” i giovani. Sabo ha precisato che gli agenti avrebbero fatto irruzione nella scuola durante la notte tra govedì e venerdì.  Il proprietario dell’edificio e sei assistenti sarebbero stati arrestati, mentre le vittime sarebbero state portate in un campo sportivo di Kaduna, rifocillati e curati in attesa dell’arrivo dei familiari.

Ragazzo incatenato, Nigeria

Sabo ha aggiunto: “Un centinaio delle vittime, tutti maschi, erano rinchiusi in una piccola stanza. Tra loro c’erano anche bambini, non più grandi di nove anni. Molti avevano cicatrici sulla schiena. Sono stati maltrattati, torturati. Alcuni hanno confessato di essere stati anche violentati dai loro insegnanti”.

La polizia ha fatto irruzione nella casa dietro segnalazione dei vicini perchè insospettiti da alcuni comportamenti anomali. Il portavoce ha precisato che le vittime non erano tutte nigeriane, erano presenti persone di diverse nazionalità. Due di loro avrebbero affermato di essere burkinabè e di essere stati condotti nella scuola dai loro genitori.

La scuola coranica è stata aperta una decina di anni fa, ma non insegnava solamente l’approfondimento del libro sacro della religione islamica, i genitori portavano qui i loro figli perchè fossero rimessi sulla “retta via”. L’istituto ospitava per lo più giovani discoli, piccoli delinquenti, a volte consumatori di droghe e quant’altro. Nel nord della ex colonia britannica, per lo più musulmano, è presente un gran numero di istituti privati del genere, meglio chiamarli riformatori, in assenza di strutture pubbliche.

Alcuni familiari delle vittime, originari di Kaduna, accorsi immediatamente dopo essere stati informati dalla polizia, sono rimasti inorriditi nel vedere i loro figli in questo stato. Non avevano idea delle sofferenze che erano costretti a sopportare. Portavano regolarmente cibo al loro congiunto, che potevano vedere una volta ogni tre mesi. Il portavoce ha fatto sapere che durante le visite i genitori non erano autorizzati ad entrare all’interno della casa. Gli ospiti venivano condotti all’esterno e potevano restare con i propri cari solo pochi istanti.

Una delle vittime ha raccontato che la scuola ospitava piccoli spacciatori, ladruncoli, omosessuali. Chi cercava di fuggire, veniva appeso con catene. Mentre un altro giovane ha detto di essere stato in Gran Bretagna per sedici anni, si era sposato con una ragazza cristiana e anche lui si era convertito al cristianesimo. “Quando sono tornato in Nigeria e ho confessato questo alla famiglia allargata, una mattina mi sono risvegliato in questo luogo. Sono stato qui per due lunghi anni”.

La Nigeria, il colosso dell’Africa, è un Paese complesso, dove giornalmente si consumano innumerevoli tragedie. Mercoledì scorso l’Agenzia internazionale Action Against Hunger (ACF) con base a Parigi e attiva in 47 Paesi, ha chiuso quattro uffici nel nord-est dopo l’uccisione di un ostaggio da parte di ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi. Quest’ultimo è stato nominato direttamente da Abubakar Al Baghdadi, che ha dato il ben servito a Abu Mus’ab Al Barnawi, conosciuto anche come Habib Yousuf, secondogenito di Mohammed Yusuf, che aveva fondato il gruppo Boko Haram nel 2002. Habib Yousuf si era staccato nel 2016 dal nucleo storico guidato dal 2009 da Abubakar Shekau.

ACF aveva confermato a luglio il sequestro di sei operatori umanitari, tra loro autisti, sanitari e un membro del loro staff. I sei sono stati rapiti vicino Damasak, nel Borno State, quando un convoglio dell’organizzazione è stato attaccato da un gruppo armato. Uno degli autisti è stato ucciso subito. Mentre pochi giorni fa è stato brutalmente ammazzato un altro ostaggio. ACF non ha comunicato le generalità della vittima.

Nel suo documento ACF condanna l’uccisione del sequestrato e chiede l’immediata liberazione degli altri ostaggi ancora in mano ai terroristi e ha precisato che sta facendo il possibile per il loro rilascio.

Lo scorso luglio ISWAP aveva rilasciato un video nel quale sono state riprese sei persone, cinque uomini, alcuni con il capo abbassato, e una donna, che indossa un hijab azzurro. Nel filmato la donna si rivolge al governo nigeriano e a ACF affinchè intervengano per il loro rilascio.

Nel 2018 i terroristi avevano rapito e poi ucciso due operatrici umanitarie del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun

Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

 

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

 

 

 

Cambiamento climatico: in Africa a rischio gli ortaggi per l’aumento di insetti dannosi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 settembre 2019

In Africa la diffusione degli insetti dannosi sta aumentando in modo vertiginoso mettendo in pericolo le filiere alimentari. Lo dice uno studio dell’Università di Kwa Zulu Natal, in Sudafrica, pubblicata lo scorso giugno. “Climate Change and Rapidly Evolving Pests and Diseases in Southern Africa” (Cambiamenti climatici, malattie e parassiti in rapida evoluzione nell’Africa meridionale) è il titolo dell’indagine.

Università di KwaZulu Natal, dove è stata fatta la ricerca sull'aumento degli insetti dannosi per gli ortaggi (Courtesy University of KwaZulu Natal)
Università di KwaZulu Natal, dove è stata fatta la ricerca sull’aumento degli insetti dannosi per gli ortaggi (Courtesy University of KwaZulu Natal)

Un documento allarmante che illustra come potrebbe aumentare in modo esponenziale la penuria di cibo nel continente africano a causa delle modificazioni del clima. Lo studio è stato portato avanti nelle nove province sudafricane e in cinque zone agricole dello Zimbabwe.

L’obiettivo dell’indagine era identificare e valutare, in relazione alla variabilità climatica, i principali parassiti degli ortaggi in Sudafrica e Zimbabwe. Gli agricoltori intervistati hanno notato un notevole aumento di insetti dannosi per le coltivazioni.

In Zimbabwe soprattutto afidi, mosche bianche, insetti trivellatori, vermi, ragno rosso, termiti e falene ma soprattutto l’emergere di nuovi parassiti. In Sudafrica i principali focolai di insetti sono stati afidi, mosche bianche, acari rossi e tripidi. L’aumento delle popolazioni di questi insetti pare causato da inverni brevi, temperature più elevate e lunghi periodi di siccità.

Il problema si aggrava a causa del fatto che alcuni di questi parassiti sono vettori di agenti patogeni virali distruttivi. La mosca bianca (Bemisia argentifolii), che raggiunge da adulta i 3 millimetri, è micidiale nella sua piccolezza.

La mosca bianca (Bemisia argentifolii), uno degli insetti dannosi che distruggono gli ortaggi
La mosca bianca (Bemisia argentifolii), uno degli insetti dannosi che distruggono gli ortaggi

In tutto il Sudafrica, sono apparsi per la prima volta il begomovirus, il torradovirus e crinivirus, arrivati attraverso questo minuscolo insetto. Il primo colpisce le coltivazioni di pomodoro, fagiolo, zucca, manioca e cotone. Il secondo, conosciuto come tomato torrado, distrugge pianta e bacca del pomodoro mentre il terzo attacca la lattuga.

Non solo nuove patologie sono conseguenza delle mutazioni del clima. Stanno comparendo anche diverse specie di erbe infestanti che, in modo significativo, hanno contribuito alla trasmissione delle malattie portate da parassiti.

Per il momento sono state create le mappe del rischio utili per possibili epidemie di parassiti e malattie delle piante. Davanti a questa situazione, secondo i ricercatori, è bene che i governi africani inizino a documentare i nuovi parassiti e le malattie delle principali colture.

In tutto il continente africano dovrebbero essere avviati sistemi di sorveglianza per monitorare le popolazioni di parassiti. È bene che gli agricoltori siano informati e venga loro insegnato a gestire questa nuova situazione.

Un pomodoro colpito da torradovirus, portato dalla mosca bianca, tra gli insetti dannosi per gli ortaggi
Un pomodoro colpito da torradovirus, portato dalla mosca bianca, tra gli insetti dannosi per gli ortaggi

Secondo i ricercatori, “i cambiamenti climatici rappresentano un grave rischio per l’Africa sub-sahariana e la regione dell’Africa meridionale. I parassiti sono e continueranno ad essere responsabili delle perdite dei raccolti che possono ammontare a oltre il 40 per cento in tutto il mondo. Diventa necessario lo sviluppo di sistemi integrati di gestione dei parassiti per ridurre le perdite di produzione in Africa e nel resto del pianeta”.

Lo studio:
“Climate Change and Rapidly Evolving Pests and Diseases in Southern Africa”
Mafongoya, Paramu & Gubba, Augustine & Moodley, Vaneson & Chapoto, Debra & Kisten, Lavinia & Phophi, Mutondwa. University of di KwaZulu Natal, South Africa (2019).

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Mosca bianca
Di Scott Bauer – US Department of Agriculture [1] Targed as Image Number k9678-2 (high resolution), Pubblico dominio, Collegamento

Di Maio all’assemblea dell’ONU: Italia pronta a cancellare il debito con la Somalia

Africa ExPress
New York / Ginevra, 27 settembre 2019

Al margine della 74esima Assemblea Generale dell’ONU, il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale italiano, Luigi di Maio, è stato chiamato a co-presiedere una conferenza a alto livello sulla Somalia, insieme al presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, alla presidente etiopica Sahle-Uork Zeudé e al sottosegratio di Stato statunitense, David Maclain Hale.

All’evento hanno anche partecipato il Presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki, i principali donatori della Somalia, le Istituzioni Finanziarie Internazionali e United Nations Economic Commission for Africa e United Nations Office on Drugs and Crime (entrambe agenzie dell’ONU) e i partner regionali di Mogadisco.

Il ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio, a destra, a New York

Di Maio – che, come ha anticipato Africa ExPress, è stato invitato a Mogadiscio – ha sottolineato che la questione somala deve restare tra le priorità a livello internazionale. Secondo il ministro degli Esteri italiano alcuni punti sarebbero fondamentali per il futuro del Paese:

  • Come è già stato precisato da James Swan, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Gueterres in Somalia e capo di UNISOM (United Nations Assistance Mission in Somalia) durante il suo intervento al Consiglio di sicurezza poco più di un mese fa è fondamentale il processo elettorale per le prossime elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2020. Un’opportunità che potrebbe davvero portare la ex colonia italiana verso la democratizzazione.
  • Il rafforzamento del coordinamento internazionale
  • Il punto dolente resta la questione della sicurezza. Il terrorismo rimane ancora tra i principali problemi.
  • La questione economica: è necessario creare sviluppo per migliorare le condizioni di vita della popolazione
  • E infine l’emergenza umanitaria.

Secondo gli ultimi dati dell’ONU, oltre due milioni di somali devono fare i conti con un’acuta insicurezza alimentare e sono a rischio carestia. Decenni di conflitti, la mancanza di investimenti hanno limitato la capacità del governo somalo di far fronte alle ripetute e insistenti crisi umanitarie. I continui attacchi dei terroristi al shebab contribuiscono notevolmente a tale situazione. E non dimentichiamo i cambiamenti climatici: siccità e inondazioni hanno messo in ginocchio l’agricoltura; raccolto del 2019 è stato il peggiore degli ultimi anni.

Infine di Maio ha annunciato che non appena le condizioni tecniche lo consentiranno, l’Italia cancellerà il 100 per cento dei crediti bilaterali verso la Somalia.

In occasione della 42esima sessione del Consiglio per i Diritti Umani, che si concluderà domani a Ginevra, Massimo Bellelli, vice-rappresentante dell’Italia presso le Organizzazioni internazionali, ha elogiato i progressi della Somalia per aver migliorato il suo impegno su diversi fronti nonostante i problemi del Paese. La Somalia ha inoltre aderito alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

Africa ExPress
@africexpress

2 giugno: dopo 21 anni la festa della Repubblica torna a Mogadiscio

In Kenya una deputata propone una legge per vietare le flatulenze sugli aerei

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
25 settembre 20

Se nell’alto dei cieli le turbolenze sono pericolose, le flatulenze non sono da meno. Occorre intervenire. Magari con una legge.

Se in Italia si pensa di tassare merendine e biglietti aerei a favore della scuola, in Kenya chissà che potrà succedere per eliminare i rischi legati a spiacevoli conseguenze gastrointestinali. Altro che paura di terroristi o di dirottatori. Certi odori nauseabondi di umana fattura sugli aeromobili costituiscono una minaccia perennemente incombente.

Il tema – ne siamo consapevoli – è imbarazzane, graveolente, ma estremamente serio. Meritevole di un dibattito parlamentare a Nairobi e di una norma ad hoc. Scorregge regolate per legge. Al volo, ovviamente.

Mai avremmo pensato che si giungesse a tanto, anche perché, in Africa, le priorità dovrebbero essere altre.

Eppure – sostiene la deputata di Orange Democratic Movement (ODM) Lilian Achieng Gogo, eletta nella circoscrizione della contea Homa Bay (vicino al lago Vittoria) – le emissioni più o meno rumorose di gas intestinali non solo sono fastidiose ma possono minare la sicurezza dei voli. Per questo la Gogo ha chiesto una legge per combattere i peti a bordo.

La richiesta l’ha avanzata durante il dibattito in Parlamento sugli emendamenti da apportare al protocollo di Montreal presentati nel luglio scorso dal governo e poi discussi nei giorni scorsi dalla Commissione Trasporti.

Il protocollo – ricordiamo – è quel trattato internazionale, firmato da 197 Paesi, volto a ridurre la produzione e l’uso delle sostanze che minacciano lo strato di ozono, quello che ci salva dalle radiazioni solari.

Il pericolo maggiore viene dagli idrofluorocarburi, che dovranno essere messi al bando totalmente entro il 2030. La discussione prevedeva anche un aggiornamento dei comportamenti criminali negli aeroporti e sugli aerei.

Siamo, quindi, nel campo della sicurezza delle persone e del pianeta con i gas nocivi. E come non far rientrare, fra questi ultimi, – secondo l ‘onorevole Gogo – certe fragranze non proprio floreali denunciate dall’onorevole Gogo?

La sua proposta ha avuto grande risonanza anche perché è quasi in coincidenza con la giornata mondiale per la protezione della fascia di ozono (16 settembre) e alla vigilia del summit all’Onu sull’ambiente.

Intendiamoci l’onorevole Lilian parla a ragion veduta: sesta di 13 figli, è stata la prima donna a vincere le elezioni nella sua circoscrizione, ma soprattutto è laureata e specializzata in Scienza dell’alimentazione.

E da ciò si capisce il senso della sua battaglia contro le umane emissioni nauseabonde. Sa bene quali alimenti le provocano e in quali situazioni possono prosperare.

Lilian Gogo, Deputata di ODM

L’altro giorno sul Daily Nation ha dichiarato: “Il livello di flatulenza a bordo è estremamente sgradevole quanto ufficialmente ignorato. Io ho passato momenti terribili di disagio e non credo di essere l’unica. Se c’è un fatto terribilmente irritante che può spingere i viaggiatori a litigare è il fart (stavolta puzzetta diciamolo in inglese, ndr). Se questo fenomeno non viene affrontato in modo adeguato, in cabina possono sorgere seri problemi di sicurezza. E non solo nei voli di lungo raggio, ma anche in quelli interni”.

E la deputata ha citato le tratte Kisumu-Nairobi e Nairobi-Mombasa: veramente mefitiche, soggette più di altre ad alti livelli di peti! Neanche questi voli fossero pieni di danteschi diabolici Barbariccia (vedere Inferno, canto XXI, v.139)!

“Occorre – è il pensiero della Gogo espresso nella sua intervista e in Parlamento – introdurre a bordo dei rimedi”.

A un certo punto il presidente provvisorio della Camera, Christopher Omulele, non sappiamo se serio o faceto, ha chiesto alla parlamentare: “Come intende controllare sugli aerei il livello di malessere legato alla fetida situazione e come pensa di impedirla?”

Risposta della Gogo, che ha fatto ricorso anche alle sua specializzazione universitaria: Occorre uno specifico addestramento dell’equipaggio in modo che fornisca ai viaggiatori medicine adeguate come il bicarbonato di sodio dopo il cibo e le bevande!”

Alla faccia del caciocavallo, esclamerebbe Totò. Tutto qui?

Eh no… , “Serve anche personale paramedico preparato alla bisogna” ha aggiunto la deputata. Che ha spiegato: “La situazione è anche aggravata dalla lunga immobilità cui sono costretti i passeggeri e questo favorisce le emissioni inopportune e spiacevoli, ma anche situazioni di tensione e quindi insicurezza.

Ma non si tratta solo di somministrare paracetamolo o bicarbonato, secondo la parlamentare, “E’ necessario limitare la quantità di alcol permessa a bordo. E si dovrebbe anche conoscere lo stato di salute delle persone a cui si dà da bere e da mangiare. Perchè ci sono stati dei casi di viaggiatori che sono venute alle mani per aver ingurgitato troppi vini, liquori o birre e per essersi sentiti offesi e disgustati dall’insopportabile lezzo esalato dai vicini di poltrona”.

Come finirà? Non si sa. Il presidente della Commissione ha assicurato che l’emendamento verrà tenuto nella debita considerazione.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Progetto di legge in Malawi per punire chi espelle i gas intestinali in pubblico

Sollevazione in Marocco a favore della giornalista in carcere accusata di aborto

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 settembre 2019

Grande sostegno della società civile marocchina per Hajar Raissouni, la giovane giornalista in carcere dal 31 agosto con l’accusa di aborto clandestino e atti contro la morale pubblica. Attualmente la ragazza si trova nella prigione di Al Arjat, nei pressi di Salé, città non lontana dalla capitale Rabat.

Manifesto pubblicato sull’account Twitter di Sonia Terrab.

“Noi, cittadine marocchine, dichiariamo di essere fuori legge”. Comincia così un manifesto di solidarietà, pubblicato da diversi quotidiani locali e dal francese Le Monde. In un batter d’occhio l’hanno sottoscritto 470 cittadini marocchini (tra uomini e donne) e oggi ha raggiunto oltre cinquemila adesioni da persone di tutti ceti sociali: casalinghe, studentesse, professoresse, funzionari di alto livello, professioniste. “Persino donne conservatrici che indossano il velo, pur dichiarando di essere contrarie all’aborto e alle relazioni extra-coniugali, hanno espresso solidarietà, perchè non accettano l’intromissione nella vita privata altrui”, ha sottolineato la scrittrice Sonia Terrab che assieme a Laila Slassi, consigliere giuridico a Casablanca e militante femminista, ha redatto il testo dell’appello.

Il manifesto e le firme raccolte in calce hanno provocato finalmente un nuovo dibattito pubblico sulla libertà individuale, che non rappresenta né un lusso, tanto meno un favore, ma una necessità. Molti cittadini comuni oltre a personalità di spicco hanno aderito all’iniziativa per solidarietà, altri, invece, perchè ritengono che il proprio corpo non appartenga né allo Stato, né alla società.

La 28enne Hajar Raissouni, giornalista del quotidiano in lingua araba Akhbar Al-Yaoum,  è stata arrestata il 31 agosto davanti a uno studio medico. Lo stesso giorno sono scattate le manette anche per il compagno sudanese, il medico che l’ha curata, la segretaria dello studio e un’infermiera.

Secondo l’articolo 453 del codice penale del Regno, l’accusata rischia ora una condanna da sei mesi a due anni. La legge del Marocco vieta l’aborto – a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo – e le relazioni extra-coniugali. La donna racconta di essere stata fermata da ben dodici poliziotti e di essere stata poi costretta a sottoporsi ad un esame medico, durato 20 minuti e senza alcuna anestesia. In seguito sarebbe stata sentita dagli agenti, che le hanno chiesto anche dettagli sulla famiglia, il lavoro e sul suo supposto (dalle autorità) aborto.

Classe 1991, Hajar è nata a Larache, nel Nord del Marocco, da una famiglia conservatrice, indossa l’hijab. E’ la nipote di Souleymane Raissouni, editorialista piuttosto in vista molto critico nei confronti del governo, e di Ahmed Raissouni, intellettuale e ideologo islamista ultra-conservatore, molto apprezzato nel mondo arabo con le sue prese di posizione piuttosto ostili nei confronti del potere della monarchia. Infine, suo cugino Youssef è segretario generale dell’associazione dei diritti dell’uomo in Marocco.

Non era un segreto per nessuno che era innamorata e aveva una relazione con Rifaat al-Amin, arrestato insieme a lei il 31 agosto. Il quarantenne sudanese, insegnante di diritti umani nel mondo arabo per le ONG Geneva Institute for Human Rights (GIHR) et Swiss Academy for Human Rights (SAHR), è intervenuto più volte sulle violenze alle quale sono soggette le donne nel Paese. Dai loro amici comuni viene descritto come “uomo straordinario e estremamente educato” . Il loro matrimonio era previsto proprio per quest’autunno, anche se gli avvocati sostengono che i due sarebbero già sposati, ma che il matrimonio non sia stato ancora registrato in Marocco per omessa formalizzazione degli atti da parte del consolato sudanese.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Monde, si stima che nel 2018 in Marocco siano state perseguitate 14.503 persone per relazioni extra-coniugali; ogni giorno vengono effettuati tra 600 e 800 aborti. Tra questi i due terzi vengono praticati in modo illegale da medici, il restante terzo da fattucchiere o/e erboriste. Interruzioni di gravidanze vengono eseguite in luoghi clandestini, con anestesia insufficiente e in assenza delle più elementari norme di igiene, con conseguenze spesso traumatiche dal punto di vista fisico nonchè psichico.

Dopo l’arresto del 31 agosto, il 5 settembre si è aperto il processo contro la giornalista presso il Tribunale di primo grado a Rabat. Solo allora si è scoperto che la Raissouni aveva già passato alcuni giorni dietro le sbarre. Il sostegno della società civile non si è fatto attendere.

Lunedì scorso si è svolta una nuova udienza contro la giovane giornalista marocchina, il suo fidanzato/marito, il medico che avrebbe interrotto la gravidanza, la segretaria e l’infermiera, naturalmente a porte chiuse (i giornalisti non possono assistere ai dibattiti in aula, prassi comune nel Paese). Davanti ai giudici la Raissouni ha negato di essersi sottoposta ad un aborto, ha affermato di essere stata curata per una grave emorragia interna. La prossima udienza è stata fissata per il 30 settembre.

Gli avvocati della Raissouni hanno chiesto l’assoluzione per la loro assistita.

Chafik Chraïbi, ginecologo e militante in prima linea per la legalizzazione dell’aborto, ha sottolineato che il caso della giornalista rilancia finalmente il dibattito sulle libertà individuali delle donne marocchine e spera che in tal modo si acceleri la battaglia progressista nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Tanzania e in Zambia regimi autocratici stanno rimpiazzando la democrazia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
24 settembre 2019

Se una parte dell’Africa sta mostrando il graduale sforzo di approdare a sistemi di democrazia reale, c’è un’altra parte che si sta invece muovendo in senso diametralmente opposto. Intanto occorre rilevare che anche là dove la democrazia è formalmente instaurata, si tratta troppo spesso di una “democrazia all’africana”, cioè limitata alla pura espressione lessicale, con ben scarso riferimento ai principi concettuali cui essa s’ispira. Ne sono amari esempi, la Repubblica Democratica del Congo, quella Centrafricana, quella del Mali, quella del Sudafrica e altre varie situazioni in cui, nell’esercizio del potere centrale, vi è ben poco rispetto per l’intrinseco significato che i termini “Democrazia” e “Repubblica” dovrebbero attribuire alla sovranità popolare.

Da sinistra: il presidente dello Zambia Edgard Lungu e quello della Tanzania John Magufuli

Recentemente, anche alcuni Paesi africani, in cui il processo verso la democrazia pareva essersi avviato in modo incoraggiante, mostrano oggi una brusca sterzata verso gli antichi sistemi autocratici. Ne sono il più recente esempio la Tanzania e lo Zambia, entrambi Paesi con grandi riserve naturali: oro, cobalto, rame, ferro, nichel, diamanti, gas naturale, zinco, manganese, stagno, piombo, argento, selenio e agricole come il tabacco. Tuttavia, l’enorme indebitamento, recentemente favorito dai massicci interventi speculativi cinesi, unito a una gestione feudale della finanza pubblica, attuata dalla classe dirigente e dal proprio entourage, stanno impoverendo sempre di più le rispettive popolazioni che, in Tanzania mostrano un 35 per cento di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, mentre in Zambia si raggiunge addirittura il 70 per cento.

Scavi minerari in Zambia

Era fatale che il deterioramento delle condizioni di vita (si pensi che in Zambia il 60 per cento della popolazione non ha accesso all’elettricità e il 40 per cento all’acqua) provocasse crescente malcontento e critiche verso la gestione pubblica. Protese, queste, cui entrambi i governi hanno reagito con estrema intolleranza attuando violente forme repressive e colpendo brutalmente il dissenso, pur se espresso nelle forme contemplate dal diritto democratico. Il presidente tanzaniano, John Magufuli, ha emesso un’ordinanza che proibisce categoricamente ogni dimostrazione politica a lui avversa, in vista delle elezioni che si terranno nel 2020, e perché non ci fossero dubbi sul suo intento, è anche ricorso a un’aperta minaccia: “Schiaccerò ogni protesta senza alcuna pietà”, ha detto sulla TV nazionale e non poteva essere più esplicito.

Il presidente cinese President Xi Jinping, e l’ex presidente della Tanzania Jakaya Kikwete, stringono un patto di alleanza commerciale

Ma la sua arroganza, non si limita alla forma verbale e scende quotidianamente sui fatti: molte emittenti radio-televisive, che non sostenevano la linea governativa, sono state oscurate; oppositori politici continuamente intimiditi, malmenati da bravacci fedeli al potere e anche arrestati. Il peggio è toccato a giornalisti, commentatori e attivisti. Nella città costiera di Rufiji, dove si concentra il più alto numero di dissidenti, sono state uccise o sono misteriosamente scomparse numerose persone. Azory Gwanda, un giornalista che nel 2017 stava investigando su quei fatti, è anche lui misteriosamente scomparso, ma la tracotanza governativa non arretra neppure davanti ai leader dell’opposizione. Nel gennaio scorso, un alto esponente del Chadema, il Partito Rivoluzionario della Tanzania, è stato aggredito e ucciso a colpi di machete, in pieno giorno e davanti a centinaia di persone, mentre parlava a un’assemblea. Solo un mese dopo venivano rinvenuti i corpi senza vita di altri due membri dello stesso partito, anche loro uccisi a colpi di machete.

Dimostrazioni in Tanzania contro il regime di John Magufuli

La Tanzania sta vivendo un vero periodo di terrore. Membri della società civile, esponenti delle organizzazioni umanitarie e dei diritti civili, autorità religiose, giornalisti, parlamentari, semplici studenti universitari, si sono visti ritirare i passaporti e addirittura contestare il diritto di cittadinanza. Le cose non vanno meglio in Zambia, dove il presidente Edgard Lungu, mostra di non voler essere da meno. Nell’agosto 2016 aveva conquistato la presidenza con uno scarto di soli 100 mila voti su un totale di quasi sette milioni di elettori. La campagna elettorale si era svolta in un’atmosfera di violenze, intimidazioni e boicottaggi contro gli avversari. The Post, la più importante testata giornalistica del Paese, che aveva riportato notizie sui fatti, è stato chiuso dall’autorità governativa per “pubblicazioni sediziose”. Nell’aprile 2017, il leader dell’opposizione, Hakainde Hichilema, è stato arrestato “per aver disturbato un comizio di Edgar Lungu”. Nell’agosto dello stesso anno, dopo quattro mesi di carcere, è stato liberato su pressioni internazionali, ma nel decretare la sua rimessa in libertà, è stato ammonito dal giudice: “Bada a come ti comporti perché possiamo arrestarti di nuovo in qualsiasi momento”.

Zambia: la polizia arresta un parlamentare dell’opposizione

Lungu, si è anche attribuito il potere di chiudere ogni associazione o movimento d’opinione che – a suo insindacabile giudizio – gli sia ostile. Ha più volte imposto il coprifuoco e fatto arrestato centinaia di dimostranti che si opponevano alla sua ricandidatura alle elezioni presidenziali del 2021, candidatura peraltro proibita da un preciso disposto costituzionale, ma che Lungu si mostra ben intenzionato a ignorare. I leader di Tanzania e Zambia, presi nella morsa dello smisurato debito a favore della Cina, hanno optato per l’autoritarismo in modo da poter schiacciare il malessere cui hanno costretto i rispettivi popoli. In questo intento viene loro d’aiuto l’imperturbabile apatia del partner asiatico che si cura solo di raggiungere i propri obiettivi commerciali, e non vuole assolutamente intervenire, neppure con un semplice monito.  L’African Union, poi, resta immobile, confermando così, ancora una volta, la sua sostanziale ininfluenza sui misfatti che avvengono nel continente e che, invece, dovrebbe istituzionalmente monitorare.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

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