Camerun: il conflitto dimenticato nelle zone anglofone e il finto dialogo per la pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2019

“La crisi umanitaria che si consuma nelle due regioni anglofone del Camerun è un dramma ignorato dalla comunità internazionale. Pochi ne parlano”, ha dichiarato qualche giorno fa il direttore regionale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Nigel Tricks.

E ha ragione da vendere. I dialoghi tra le autorità di Yaoundé e i separatisti non sono mai realmente iniziati. Paul Biya, che è stato rieletto presidente lo scorso ottobre, si era dichiarato disponibile per un confronto con le parti, ma aveva precisato che sul tavolo delle trattative non avrebbe accettato richieste di secessione e/o di autonomia.

Sfollati in Camerun

Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

In base a un rapporto della ONG Human Rights Watch le ostilità in atto avrebbero causato finora oltre 1.800 morti. Gli sfollati sono oltre mezzo milione, mentre decine di migliaia hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, tra loro 35.000 si sono rifugiati nella vicina Nigeria. Secondo le stime dell’ONU, 1,5 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare. E il mondo tace.

La ONG norvegese, presente nel Paese dal 2017, chiede alla comunità internazionale di prestare attenzione a questo conflitto e precisa: “Se gli scontri perdurano, i rancori reciproci rischiano di diventare irreversibili, la regione si avvicina lentamente ad una guerra spietata”, ha sottolineato Jan Egeland, segretario generale di NCR.

BIR, forze speciali del Camerun

A fine maggio anche Amnesty Internationl, HRW e altre sette ONG hanno fatto sapere che senza un’azione rapida la situazione rischia di precipitare e hanno suggerito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di mettere nella propria agenda riunioni d’informazione e discussioni sulla condizione del Camerun anglofono.

Anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, nel suo rapporto, presentato martedì scorso al Consiglio di sicurezza si è detto fortemente preoccupato per il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, per la situazione allarmante dei diritti umani nelle regioni del Nord-ovest e Sud-ovest del Camerun, dove questi vengono regolarmente violati sia dalle forze governative che dai gruppi armati indipendisti. Infine il capo del Palazzo di Vetro ha precisato: “Finora il dialogo tra le parti, volto a risolvere in modo pacifico i contrasti, non ha portato risultati significativi”.

Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato
Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato

Il 13 maggio scorso si è tenuta una prima riunione del Consiglio di sicurezza sulla situazione nel Camerun.  Qualche giorno prima il primo ministro Joseph Dion Ngute, si era recato nella zona anglofona. In tale occasione aveva fatto sapere che Yaoundé era pronta al dialogo, ma ha escluso trattative circa secessione e separazione. Mentre il ministro per l’Amministrazione terriotoriale, Paul Atangana Nji, uomo di fiducia del presidente, ritiene che i separatisti non avrebbero nessun mandato per poter parlare a nome della popolazione anglofona. Infine il ministro ha apostrofato i secessionisti come “impostori”.

Anche Julius Sisiku Ayuk Tabe, leader dei separatisti, accusato di terrorismo e secessione, qualche giorno fa ha fatto sapere dalla prigione di masima sicurezza dove è attualmente detenuto, di essere pronto a partecipare ai dialoghi, ma solamente se questi si svolgeranno all’estero. Ha inoltre chiesto la liberazione di tutte le persone attualmente detenute nell’ambito della crisi anglofona, il ritiro delle truppe governative dalle due regioni. Ovviamente il governo non ha accettato le sue richieste.

E mentre il mondo continua a girarsi dall’altra parte, il conflitto non si arresta, la gente continua a fuggire perchè terrorizzata dalle violenze, molte scuole sono chiuse e 780.000 bambini vengono privati della loro istruzione, del loro futuro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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