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Rifiuti ospedalieri italiani sbarcano in Tunisia: probabile vasto giro di corruzione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 gennaio 2021

L’Italia invia rifiuti tossici in Tunisia. La notizia risale alla scorsa estate e allora aveva riempito le cronache locali, quando gli agenti della dogana del porto di Sousse, nell’est del Paese, hanno reso pubblico di aver messo le mani su oltre 300 container dal dubbio contenuto provenienti dalla Campania.

Settanta container con 120 tonnellate di rifiuti ospedalieri sono stati sequestrati immediatamente, altri  212 poco dopo. In seguito è iniziata una diatriba tra il ministero dell’Ambiente e l’autorità doganale; ognuno cercava di dare la responsabilità all’altro per questo losco traffico. E ovviamente ora si teme che dietro ci sia un vasto giro di corruzione.

Rifiuti italiani sbarcano in Tunisia

Il commercio di tali materiali è vietato da vari trattati internazionali. Tra l’altro dalla Convenzione di Bamako (Mali), del 1991 – firmatari tutti gli Stati dell’Unione Africana –  che vieta l’importazione di rifiuti tossici e/o pericolosi nel continente.

E per finire, dopo mesi e mesi di discussioni più o meno accese, poco prima di Natale sono cadute le prime teste, tra questi anche nomi eccelsi, come Mustapha Aroui, l’ex ministro dell’Ambiente in persona. Domenica 20 dicembre Aroui è stato silurato senza alcuna spiegazione ufficiale dal capo del governo di Tunisi, Hichem Mechichi.  Fonti ben informate hanno rivelato all’agenzia France Presse che al ministro è stato dato il benservito a causa della faccenda dei rifiuti italiani.

Il giorno seguente i giudici del Tribunale di prima grado di Sousse hanno spiccato mandati d’arresto per ben 23 persone. Tra questi l’ex ministro, alcuni alti funzionari del suo dicastero, nomi eccellenti dell’autorità doganale tunisina, nonché un direttore dell’Agenzia nazionale per il riciclaggio dei rifiuti (ANGED).

La questione comincia a complicarsi quando si scopre che SOREPLAST, un’impresa tunisina attiva nel riciclaggio di rifiuti, aveva rilasciato false dichiarazioni circa il contenuto dei container. La società aveva chiesto un’autorizzazione per l’importazione temporanea di imballaggi di plastica di rifiuti industriali non pericolosi che dovevano essere riciclati nel Paese per poi essere imbarcati verso un altro Paese europeo.

Purtroppo il contratto stipulato con una società italiana era ben diverso:  prevedeva il recupero dell’immondizia da parte di Soreplast e della sua eliminazione in Tunisia.

La ditta italiana, Sviluppo Risorse Ambientali Srl, con sede a nord di Napoli, risulta irraggiungibile, come il direttore della controparte tunisina, sul quale pende ora un mandato d’arresto.

AFP ha avuto copia dei documenti e da questi si evince che SOREPLAST avrebbe dovuto eliminare al massimo 120.000 tonnellate di rifiuti al prezzo di 48 euro per tonnellata, vale a dire per un totale non superiore di 5 milioni di euro.

Un responsabile delle dogane di Sousse ha detto che l’8 luglio le autorità tunisine avevano deciso di rinviare il carico in Italia, ma a tutt’oggi giace ancora nel porto del Paese nordafricano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

NYT: in Egitto manca ossigeno malati covid morti in ospedale, governo nega

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
24 gennaio 2021

Almeno sei pazienti colpiti dal covid-19, ma probabilmente molti di più, sono morti per mancanza di ossigeno. Realtà negata dalle autorità egiziane che non hanno voluto ammettere i mortali incidenti. Di quattro decessi le rivelazioni del New York Times, il 18 gennaio con un servizio, mostrando ciò che le autorità non hanno voluto dichiarare.

tentativo di rianimazione paziente covid egitto
Tentativo di rianimazione di un paziente covid al Al-Husseiniya Central Hospital, Egitto

Il video virale sui social

Grazie a un video, diventato virale, girato dal nipote di una paziente deceduta è venuta a galla la verità scomoda su quanto successo all’inizio di gennaio al Al-Husseiniya Central Hospital, 135km a nord-est del Cairo. Grazie ai social network il caso ha fatto il giro del mondo, soprattutto nei Paesi arabi.

Urlo di disperazione dalle finestre dell’ospedale

Secondo il NYT tutto è iniziato quando, nella serata del 2 gennaio, dalle finestre dell’ospedale si è sentita la disperazione di un’infermiera. Gridava che i pazienti colpiti da Covid nella terapia intensiva stavano boccheggiando. Un uomo, Ahmed Nafei, che aveva la zia 62enne ricoverata è immediatamente salito nel reparto.

Ha trovato la parente morta e, con il suo smartphone, con rabbia ed emozione ha filmato la terribile situazione. Il personale sanitario cercava disperatamente di rianimare i pazienti con il ventilatore manuale. I monitor emettevano un segnale di allerta a causa della mancanza di ossigeno sceso sotto il due per cento. Si vede un’infermiera in crisi nervosa rannicchiata in un angolo. Il video di 47 secondi è stato postato su Facebook e ripreso dal NYT e dai media di tutto il mondo.

Ministro egiziano della Salute: “rumors dei Fratelli musulmani”

Hala Zayed, ministro egiziano della Salute, ha dichiarato che i pazienti non sono morti per mancanza di ossigeno accusando la Fratelli musulmani di divulgare “rumors”. Ma poi, a causa delle decine di migliaia di critiche sui social, ha ammesso che negli ospedali c’è una crisi di ossigeno.

Anche il direttore dell’ospedale aveva preso le posizioni del ministro affermando che pazienti erano morti per cause naturali, vecchiaia o altre malattie croniche. Affermazioni smentite dal personale sanitario.

Un medico smentisce dichiarazioni ufficiali

Un medico dell’ospedale, che ha voluto restare anonimo ha detto al NYT: “Non abbiamo intenzione di seppellire la testa nella sabbia e fingere che sia tutto a posto. Il mondo intero può ammettere che c’è un problema, ma non noi.”

Oltre che Facebook, anche Twitter ha reso virale la notizia. “La triste foto di un’infermiera nell’angolo di una stanza del reparto di terapia intensiva dell’ospedale centrale Al-Husseiniya, Egitto – si legge nel tweet – dopo la mancanza di ossigeno per i pazienti Covid per loro non c’è più nulla da fare”.

Gli agenti di sicurezza però hanno fermato e interrogato Nafei, autore del video. È stato accusato di aver violato le regole che vietano visite e riprese all’interno degli ospedali.

Caso simile anche in altro ospedale egiziano

Il filmato, aggiunto ad altri, è stato pubblicato anche dal Middle East Eye. Denuncia un caso simile al Zefta General Hospital, 90 km a sud del Cairo. Ha postato il video su Facebook collezionando quasi 1,5 milioni di visualizzazioni. Tra i 1400 commenti al video se ne leggono molti estremamente critici verso il sistema sanitario del governo militare del generale Al-Sisi. I social network hanno aggirato la censura egiziana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

Egitto: diritti umani violati? Macron assegna la Legion d’Onore ad al Sisi

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Egitto, torna su piazza Tharir: “Via al Sisi e il suo regime corrotto

Centrafrica nel caos: stato di emergenza, violenze, nuovo esodo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 gennaio 2021

La Corte suprema centrafricana ha confermato la vittoria di Faustin-Archange Touadera lunedì scorso e i giudici hanno respinto tutti i ricorsi presentati dall’opposizione, che aveva denunciato frodi  massicce. Il neo proclamato capo di Stato, al suo secondo mandato, deve affrontare i problemi di sempre, in particolare quello della sicurezza, che sta precipitando di ora in ora.

Giovedì scorso il governo di Bangui ha dichiarato lo stato di emergenza fino al 4 febbraio. Vaste zone del Paese sono ancora sotto il controllo dei miliziani.

 

Gruppi armati in Centrafrica

 

Già prima della tornata elettorale, per combattere l’amministrazione e Touadera sei dei più importanti gruppi armati si sono alleati, formando la Coalition des patriotes pour le changement (CPC). Da allora hanno attaccato più volte postazioni governative lontani dalla capitale Bangui, che però il 13 gennaio hanno tentato di assaltare. Gli aggressori sono stati respinti dai militari della MINUSCA, (Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana) presenti sul territorio con 11.650 soldati e 2.080 agenti di polizia.

E visto il grave contesto di insicurezza in tutto il Paese, Mankeur Ndiaye rappresentante del segretario generale dell’ONU in Centrafrica, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di approvare quanto prima l’invio di altri caschi blu per poter contrastare con maggiore determinazione la nuova ondata di violenze.

Gli operatori umanitari hanno difficoltà a portare aiuti alla popolazione per le incessanti aggressioni della nuova coalizione. A Bangassou, città sulle rive del fiume Mbomou nel sud-est del Paese, i cooperanti delle ONG hanno dovuto abbandonare gli uffici e rifugiarsi nella base di MINUSCA. Anche molti residenti sono scappati, alcuni in campi improvvisati per sfollati, altri hanno attraversato il fiume verso la Repubblica Democratica del Congo.

Oltre 60.000 centrafricani hanno lasciato le proprie abitazioni negli ultimi mesi. L’UNHCR ha fatto sapere che la maggior parte dei rifugiati cercano protezione in Congo-K, altri in Camerun e Ciad e qualcuno anche nel Congo-Brazzaville. Fuggono non solo dalle incessanti aggressioni dei gruppi armati, temono anche i combattimenti tra miliziani ed esrecito  e loro alleati. Molti fuggitivi raccontano di aver subito abusi ed estorsioni da membri dell’opposizione armata.

Crisi umanitaria in Centrafrica

Molti scappano per la seconda volte.  Erano già partiti nel 2013, all’inizio del conflitto interno e dopo  qualche anno erano rientrati.

Hamdi Bukhari, rappresentante di UNHCR in Centrafrica ha spiegato che la situazione generale nel Paese è assai peggiorata, la gente è impaurita e scappa. Ma oltre a questo, molti hanno subito violenze e vessazioni. Basti pensare che alcuni hanno perso un orecchio, uno o due dita, tagliati di netto dai miliziani, solo per aver votato. Altri, impiegati dei amministrazioni locali,  sono stati oggetto di rappresaglie. Per non parlare delle donne, soggette a continui abusi sessuali.

Cornelia I, Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mosca alla conquista della Repubblica Centrafricana regala armi e blindati

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Etiopia: vendette, fame e stupri come arma da guerra nel Tigray

Africa ExPress
23 gennaio 2021

Da quando mondo è mondo stupri, violenze sessuali e fame sono vere e proprie armi da guerra. E succede anche oggi, nel 2021, nel Tigray. Pamela Patten, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, per le violenze sessuali nei conflitti, è davvero indignata per quanto accade nel Tigray, dove, dal 4 novembre 2020, si sta consumando un violento conflitto tra le forze governative etiopiche e i “ribelli” del TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front).

 

ONU denuncia abusi sessuali nel Tigray

La Patten ha chiesto a tutte le parti coinvolte nella guerra di vietare tassativamente  stupri, aggressioni a sfondo sessuale e di mettere fine quanto prima a tutte le ostilità. Le notizie giunte sul tavolo della rappresentante speciale sono a dir poco agghiaccianti. Soprattutto a Makallé, il capoluogo del Tigray si consumano violenze sessuali di ogni genere e è davvero allarmante il fatto che persino membri della stessa famiglia con minacce sono costretti a abusare dei propri congiunti. E non solo, approfittando della penuria di cibo e di beni di prima necessità, i militari obbligano le donne a concedere loro favori sessuali in cambio di prodotti essenziali per sopravvivere.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019. Nelle foto, scattata pochi giorni prima di scatenare le ostilità in Tigray, sta leggendo il libro “Guerra e pace”

E i pochi ospedali aperti hanno confermato un incremento notevole di richieste di contraccettivi d’urgenza e test per malattie sessualmente trasmissibili (MST). Due segnali importanti, indici di violenze sessuali.

Tolleranza zero per tutti questi crimini e concessione immediata dei permessi di accesso totale agli operatori umanitari e ai difensori dei diritti umani, sono le richieste avanzate dalla rappresentante dell’ONU.  E OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha confermato che, malgrado ben due accordi stipulati con il governo etiopico, è davvero ancora difficile far passare i convogli. Almeno un terzo delle richieste vengono bocciate, e si deve sottostare a lunghe trafile di inutile attesa per ottenere pochi lasciapassare. Poi, una volta sul campo, i camion con inutili pretesti vengono spesso fermati dai militari di stanza in Tigray.

Africa ExPress
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Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

 

Ucciso l’ex braccio destro di Melles, la guerra in Tigray destabilizza il Corno d’Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 gennaio 2020

Antony Blinken, il neo segretario di Stato USA del governo di Joe Biden, ha detto di essere estremamente preoccupato per la guerra e le atrocità che si stanno consumando in Tigray e non esclude la possibilità di nominare presto un inviato speciale, poichè teme che il conflitto possa destabilizzare tutto il Corno d’Africa.

Antony Blinken, Segretario di Stato USA

Guerra e violenze continuano, eppure il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, ha annunciato la vittoria militare contro i ribelli del Tigray da tempo.  Il conflitto è iniziato il 4 novembre 2020 tra le truppe federali e Tigray People’s Liberation Front (TPLF).  Peccato che a fare le spese delle atrocità sia soprattutto la popolazione. Migliaia di civili sono morti, decine e decine di migliaia hanno abbandonato le proprie case. Il numero di rifugiati in Sudan supera le cifra di 55mila, altri sono sfollati.

E la mattanza continua senza sosta. Martedì a Makallè, il capoluogo del Tigray, è stato ucciso un giornalista insieme a un suo amico . I loro corpi sono stati ritrovati ieri mattina nella macchina sulla quale viaggiavano. Il giornalista, Dawit Kebede, lavorava per la TV locale di Stato del Tigray, mentre l’amico, Bereket Berhe, era il fratello di un collega. Non è chiaro il motivo della loro uccisione. Kahsay Biru, direttore di Tigray Mass Media Agency, ha detto che Dawit sarebbe stato fermato venerdì scorso dalla polizia. Dopo il suo rilascio, passate poche ore, gli era stato chiesto di ripresentarsi al commissariato lunedì mattina. L’anno scorso sono stati arrestati 13 giornalisti in Etiopia, sette tra questi nel mese di novembre.

The Church Times, autorevole settimanale anglicano indipendente con sede a Londra,  ha ripreso qualche giorno fa la notizia del massacro che si sarebbe consumato a Aksum, nella chiesa ortodossa di Nostra Signora Maria di Sion. Secondo la tradizione vi sarebbe custodita l’arca dell’Alleanza, la cassa di legno con coperchio d’oro contenente le Tavole dei dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè sul monte Sinai.

Aksum, Tigray, Chiesa di Nostra Signora Maria di Sion

Centinaia di persone si sarebbero nascoste nel luogo di culto per sfuggire ai combattimenti che si stavano consumando nella città. La notizia è stata lanciata da EEPA, (acronimo per European External Programme with Africa) una ONG con sede in Belgio, il 9 gennaio. Sebbene l’area sia terreno off limits per i giornalisti, da alcuni rapporti emerge che nella zona si sono svolti diversi sanguinosi combattimenti. Secondo il rapporto di EEPA sarebbero state uccise ben 750 persone. Finora la mattanza non è stata confermata da altra fonte. Nell’aggiornamento odierno EEPA cita una testimone oculare americana, presente a Aksum all’inizio di novembre 2020, già alcuni giorni prima dell’inizio del conflitto. In base al racconto della cittadina statunitense, la città sarebbe stata invasa da migliaia di soldati eritrei che sparavano su chiunque fosse sotto tiro, persino su soldati etiopici, sacerdoti, contadini.

Un altro fatto che ha trovato poco spazio nella stampa internazionale è l’uccisione dell’ ex ministro degli esteri, il 71enne Seyoum Mesfin. L’anziano politico aveva ricoperto la carica per ben 19 anni, dal 1991 al 2010, e, insieme alla controparte eritrea, Haile Woldetensae, aveva firmato il trattato di pace del 2000 per porre fine alla guerra tra i due Paesi. Seyoum è stato uno dei fondatori del TPLF e è stato ammazzato insieme a altri due membri della formazione politica, perché si erano rifiutati di arrendersi alle truppe federali. Altri 5 esponenti del raggruppamento sono stati arrestati. La notizia è stata confermata dalle autorità etiopiche.

Ora entrambi i firmatari del trattato di Algeri sono morti. L’eritreo Haile Woldetensae, detto Duro, è deceduto malato e cieco in una delle luride galere del regime di Asmara due anni fa. Era stato imprigionati insieme a altri dissidenti nel lontano 2001.

Seyoum Mesfin, ex ministro degli Esteri etiopico

Pochi giorni fa è emerso che anche soldati somali stanno combattendo accanto alle truppe federali etiopiche nel Tigray e sembra che molti di loro siano morti durante gli scontri. Secondo l’ex vicedirettore dei servizi segreti somali, Abdisalan Yusuf Guled, centinaia di giovani militari si trovavano in Eritrea da mesi per un corso di addestramento. Da allora i giovani non sono più ritornati nel Paese e le famiglie hanno iniziato a preoccuparsi. Ovviamente sia Mogadiscio che Addis Ababa negano il coinvolgimento di militari somali nel Tigray.

Qualche giorno fa lo staff di UNHCR è finalmente riuscito a raggiungere i campi per rifugiati Mai Aini e Adi Harush, dove vivono decine di migliaia di eritrei. Negli ultimi due mesi i residenti hanno ricevuto una sola volta aiuti alimentari da World Food Programme (WFP). Fortunatamente questi due campi non sono stati direttamente coinvolti  nel conflitto, ma gli abitanti hanno raccontato al team di UNHCR  di essere stati  minacciati e perseguitati da diversi gruppi armati. I profughi sono impauriti, perché i persecutori arrivano di notte per rubare e saccheggiare i loro pochi averi.

Gli operatori umanitari di UNHCR hanno confermato che a tutt’oggi non hanno accesso agli altri due campi che ospitano rifugiati eritrei in Etiopia. Shimelba e Hitsats sono ancora isolati. In base a un rapporto dell’Alto Commissario per i Rifugiati della scorsa settimana, i due insediamenti sarebbero stati gravemente danneggiati. Molti profughi sarebbero scappati in cerca di sicurezza e cibo. Quasi 5 mila si troverebbero ora nella città di Shire, dove sono costretti a vivere per strada, senza cibo né acqua.

Il direttore di Action Against Hunger’s (AAH) per l’Etiopia, Panos Navrozidis, ha detto che molte zone del Tigray restano ancora irraggiungibili, in particolare le zone rurali, dove molte persone si sono rifugiate per paura degli attacchi nei grandi centri abitati. “Il Tigray centrale è ancora un grande buco nero, in quanto le organizzazioni umanitarie sono autorizzate solamente a operare in alcune città”, ha sottolineato Navrozidis.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: tragedia umanitaria nel Tigray senza cibo né protezione sanitaria

Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

Etiopia bloccata: sempre più difficile verificare cosa accade nel Tigray

 

 

Ambasciatrice USA a Kampala accusata di sovversione: voleva incontrare Bobi Wine

Africa ExPress
20 gennaio 2021

Bobi Wine, ex candidato alla presidenza, è agli arresti domiciliari dal 14 gennaio, quando, appena tornato dal seggio dove aveva appena votato, ha trovato la sua abitazione circondata dai militari.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti, Natalie E. Brown, accreditata a Kampala dallo scorso novembre, non ha potuto incontrare l’oppositore del regime, Bobi Wine. Una volta arrivata davanti al cancello della sua abitazione, la donna è stata bloccata dalle forze di sicurezza che le hanno intimato di andarsene.

Bobi Wine, oppositore di Museveni, agli arresti domiciliari

Le autorità ugandesi hanno accusato  gli Stati Uniti di interferenze post elettorali. La Brown – diplomatico esperto, che prima della sua nomina come ambasciatrice in Uganda è stata Chargé d’Affaire ad Asmara, la capitale dell’Eritrea – sul suo account facebook ha fatto sapere che voleva solamente accertarsi delle condizioni di Bobi Wine, all’anagrafe  Robert Kyagulanyi L’ex popstar si era lamentato di non avere sufficiente cibo in casa.

Ovviamente l’interesse della Brown per la salute del maggiore oppositore del regime al potere è stato fortemente criticato e il portavoce del governo, Ofwono Opondo, ha intimato all’ambasciatrice di rispettare le regole diplomatiche.

Va precisato che dal suo arrivo a Kampala, la Brown ha criticato più volte il comportamento del potere nei confronti degli avversari politici durante la campagna elettorale e non ha nemmeno apprezzato gli arresti domiciliari ai quali è sottoposto Wine, anche se Kampala sostiene che tale misura sia stata applicata esclusivamente per la sua protezione personale.

Dalle pagine di un giornale che sostiene il governo, il portavoce ha sostenuto che le critiche della Brown sono infondate e che in materia di democrazia l’Uganda non ha bisogno di lezioni da Washington.

Yoweri Museveni, rieletto presidente per la VI volta

Yoweni Museveni ha vinto le presidenziali per la sesta volta con il 59 per cento delle preferenze, mentre il suo maggiore avversario, Wine, si è fermato al 35 per cento.

Africa ExPress
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#FREEBOBIWINE

Uganda, Museveni: “Ho vinto” e Bobi Wine denuncia brogli e violenze

Elezioni in Uganda e Museveni blocca gli accessi a internet

Bloccare la desertificazione: 14 miliardi di dollari per la Grande Muraglia Verde

Africa ExPress
19 gennaio 2020

A margine della quarta edizione del One Planet Summit, organizzato dietro iniziativa della Francia in collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo finanziamento di 14 miliardi di dollari per la realizzazione della Grande Muraglia Verde.

L’ambizioso progetto prevede la creazione di una cintura verde di almeno 100 milioni di ettari che, entro il 2030 dovrebbe attraversare quasi tutta  l’Africa, dal Senegal  a Gibuti e mira a dare nuova vita a terre degradate e  bloccare la desertificazione.  L’iniziativa è nata nel lontano 2002 e è stata lanciata nel 2007. E da allora ha migliorata la vita delle persone nelle aree già recuperate.

L’ecologista senegalese, Haïdar El Ali, tra i maggiori esperti mondiali in materia, e direttore generale dell’Agenzia di riforestazione del Senegal e della Grande Muraglia Verde, ha spiegato che è necessario intervenire con la massima urgenza. In occasione di un recente sopralluogo nel nord del Paese ha constatato che lo stato della natura necessita interventi immediati.

In Senegal il progetto dovrebbe coprire una superficie di 500 chilometri di lunghezza, dall’Oceano Atliantico verso est, e 100 di larghezza.

Haïdar El Ali si è lamentato che molte ONG coinvolte nel progetto ricevono parecchi finanziamenti, ma invece di investirli sul campo, organizzano seminari, ricerche e altro. “Da quando sono stato nominato direttore generale non ho mai potuto avere accesso ai fondi. Vogliamo creare una banca dei semi di tutte le specie di alberi che si adattano sia alle zone del nord che a quelle del sud”.

Nel Burkina Faso, che fa parte del progetto della Grande Muraglia Verde, sono già stati messi in sicurezza 30.000 ettari di terreno su un totale di 2 milioni, ma il Paese si è impegnato per un recupero di 5 milioni di ettari entro il 2030. I lavori di recupero sono in ritardo, anche per l’insicurezza che vige in alcune zone. Un problema comune a altri Stati della regione.

Progetto Grande Muraglia Verde

La promessa del finanziamento di 14 miliardi di dollari entro il 2025 per la realizzazione della Grande Muraglia Verde è stata fatta per lo più da grandi istituzione come l’Unione Europea, la Banca Mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo, anche l’Istituzione finanziaria panafricana dovrebbe donare 6,5 milioni di dollari.

Il tempo stringe, il 2030 non è poi così lontano e entro tale data dovrebbero essere recuperati 100 milioni di ettari di terreno; finora sono stati sistemati solo 4 milioni di ettari.

Africa ExPress
@africexp

Il premio per l’ambiente a un contadino burkinabè che lotta contro la desertificazione

 

 

 

Malversazione: spariti in Mozambico 500 mila dollari destinati ai poveracci

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 gennaio 2021

In Mozambico sono scomparsi quasi 500 mila dollari. Vista con gli occhi dell’Occidente sembra una cifra di poco conto per l’economia di una nazione, una semplice grossa bustarella aziendale. Per le comunità rurali del nord del Paese dell’Africa Meridionale, le più povere, è una somma con la quale si possono costruire cinque scuole con relativi banchi.

La denuncia in un rapporto EITI

La denuncia viene dal rapporto dell’Iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive (EITI), pubblicato a dicembre 2020, riferito al 2019. Lo studio EITI è stato ripreso dall’analista Joseph Hanlon, docente alla Open University (GB) e pubblicato nella sua newletter, “News, Reports&Clippings”.

Industria estrattiva miniera di carbone a Moatize
Miniera di carbone a Moatize, Mozambico

Il governo, secondo la legge mozambicana, deve assegnare il 2,75 per cento dei ricavi da minerali e gas alle comunità locali interessate dalle industrie estrattive. Nell’ex colonia portoghese il settore estrattivo va dal gas (GNL) e rubini di Cabo Delgado al carbone di Tete. Poi bauxite e qualche filone d’oro e alcini piccoli giacimenti di diamanti. Un’industria mozambicana in piena espansione che porta anche il 6 per cento delle entrate nelle casse dello Stato. “Il rapporto EITI, per il 2019, dice che il governo ha ingannato le comunità per 443.000 USD”, sostiene Hanlon.

“Il report spiega che nel 2019, alle comunità sono stati pagati 1,12mln di dollari. Secondo la legge, il pagamento è del 2,75 per cento delle entrate di due anni precedenti”,  continua l’analista britannico. “La percentuale delle entrate del 2017 avrebbe dovuto essere di 1,55 mln, cioè 443 mila USD, non versati alle comunità”.

Intanto a Maputo il Centro de Integridade Publica (CIP), lo scorso ottobre, ha compilato un indice di trasparenza delle industrie estrattive. Le società più trasparenti, nell’ordine, sono state Kenmare, Vale, Total e Montepuez Ruby Mining. La meno trasparente è la Empresa Mocambicana de Exploracao Mineira, compagnia mineraria statale.

Industria estrattiva Paesi membri EITI
Paesi membri EITI (Courtesy EITI)

Cosa è l’Iniziativa per la Trasparenza delle Industrie Estrattive (EITI)

L’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI) è lo standard globale per promuovere la gestione aperta e responsabile di petrolio, gas e risorse minerali. Lo standard EITI richiede la divulgazione di informazioni lungo la catena del valore dell’industria estrattiva. Va dal punto di estrazione a come i ricavi – attraverso il governo – in che modo avvantaggiano il pubblico.

In tal modo, l’EITI aiuta a rafforzare la governance pubblica e aziendale, promuovere la comprensione della gestione delle risorse naturali. Aiuta anche a fornire i dati per informare le riforme per una maggiore trasparenza e responsabilità nel settore estrattivo. In ciascuno dei 55 paesi attuatori (il Mozambico ne fa parte), l’EITI è supportato da una coalizione di governo, aziende e società civile.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Etiopia: tragedia umanitaria nel Tigray senza cibo né protezione sanitaria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 gennaio 2020

E continua la guerra nel Tigray, iniziata il 4 novembre 2020. A tutt’oggi internet e telefonia restano interrotti, eccetto in qualche zona nel sud e nell’ovest della regione.

La situazione umanitaria è catastrofica. Secondo quanto riportato dall’ONU, 2,3 milioni di persone su una popolazione di 7 milioni di abitanti necessitano urgenti aiuti umanitari. Le Organizzazioni internazionali hanno lanciato nuovamente l’allarme e chiedono libero accesso a tutta la regione.

Lo scorso 8 gennaio OCHA (Ufficio dell’ONU per gli affari umanitari), ha sottolineato che a causa del conflitto decine e decine di migliaia persone sono fuggite dalle proprie abitazioni. Anche se parecchi residenti di Alamata, Mehoni e Mekelle stanno ritornando a casa, molte abitazioni sono state distrutte e/o saccheggiate. Anche edifici pubblici, nosocomi, scuole e tutto il resto, restano inagibili per le stesse ragioni. In molte aree mancano i sevizi essenziali, corrente elettrica e telecomunicazioni.  Persino gli ospedali hanno subito atti di vandalismo e pertanto molti sono ancora chiusi, anche per assenza di personale sanitario.

Sfollati nel Tigray, Etiopia

Dall’inizio del conflitto nel Tigray oltre 55.000 persone hanno cercato protezione nel vicino Sudan.
L’approvvigionamento di generi alimentari resta assai limitato nella regione etiopica; si trova solamente cibo prodotto localmente e i prezzi sono saliti alle stelle. Dall’inizio del conflitto solo poco più di 77.000 persone hanno potuto usufruire di aiuti umanitari, per lo più gli abitanti di Makallé (il capoluogo del Tigray) e dintorni e 25.000 rifugiati di due campi per profughi  (Mai Ayni e Adi Harush). Gran parte del nord-ovest, est e del Tigray centrale restano praticamente  inaccessibili, come pure gli altri due campi profughi  (Hitsats e Shimelba).

E le ultime immagini satellitari inviate da DX Open Network no profit con base in Gran Bretagna all’Agenzia di stampa Associated Press (AP), mostrano nuove incursioni militari nel campo di Shimelba, uno dei quattro che insieme ospitano ben 96.000 rifugiati eritrei. Dalle foto si evince che 400 abitazioni sono state distrutte e sono inagibili. Già giovedì scorso Filippo Grandi, capo di UNHCR, ha fatto notare l’inacessibilità di due campi, precisando che “Ci sono concrete indicazioni di violazioni del diritto internazionale”.

OCHA teme anche l’espandersi della pandemia, visto che i controlli in tal senso sono stati interrotti e, sommato agli spostamenti di massa che costringono gli sfollati a vivere in condizioni igienico-sanitarie precarie, potrebbero verificarsi molti nuovi casi Covid-19.

Josep Borrel, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza

Insomma, a pagare il prezzo più alto è come sempre la popolazione civile. Questo disastro umanitario non è sfuggito all’Unione Europea e ha scatenato l’ira di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. L’UE ha fatto sapere pochi giorni fa che gli aiuti di 88 milioni di euro destinati alla crisi nel Tigray resteranno sospesi  finche le agenzie umanitarie internazionali avranno pieno accesso in tutta la regione. “Il rimo ministro etiope, Abiy Ahmed, deve ora dimostrarsi all’altezza del Premio Nobel che gli è stato conferito nel 2019 e fare tutto il possibile per fermare il conflitto nel Tigray”, ha sottolineato Borrell.

I tigrini, che rappresentano più o meno il 6 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn. Il nuovo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenenti al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.

I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale e Abiy ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF a una base di Makallé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
(1- continua)

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Auto salta su una bomba artigianale in Algeria: morti 5 civili

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2020

Un gravissimo attentato è avvenuto pochi giorni fa nell’est dell’Algeria. Sono stati brutalmente ammazzati cinque civili e altri tre sono rimasti feriti. La vettura degli sfortunati viaggiatori è saltata per una bomba artigianale, fatta esplodere al momento del loro passaggio a Oued Khenig-Roum, nei pressi di Telidjane, nella prefettura di Tébessa. Finora l’attacco non è stato rivendicato.

Il ministero della Difesa algerino non ha rilasciato altri dettagli. In un comunicato ha fatto sapere che si tratta del peggior attentato degli ultimi anni.

Attentato in Algeria

Anche il presidente, Abdelmadjid Tebboune, nel porgere le condoglianze ai familiari, lo ha definito un atto vile e barbaro. Il capo di Stato è nuovamente ricoverato in Germania per complicazioni post-covid.

Saïd Chengriha, capo dello Stato maggiore dell’esercito, ha chiesto ai cittadini di prestare molta attenzione e soprattutto di evitare spostamenti in strade e piste in zone pericolose e poco sicure, ben note a chi abita in aree rurali.

Algeri ha inoltre fatto sapere che un terrorista sarebbe stato ucciso a Oued Boudekhane  nella provincia di Khenchela, nell’ambito di un’ operazione di rastrellamento nell’area alla ricerca di gruppi armati affiliati ad Al Qaeda nel Maghreb islamico.

Durante l’intervento dei militari è stata recuperata una mitragliatrice RPK e tre caricatori con munizioni, una trasmittente radio e due cellulari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako