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in Liberia stupri emergenza nazionale, ma in realtà pochi fanno qualcosa

Speciale per Africa ExPress
Jacopo Lentini
gennaio 2021

Da qualche mese in Liberia si è riacceso il dibattito sul tema che più di tutti, da anni, riempie la cronaca del Paese: la violenza sessuale. Lo scorso 11 settembre il presidente George Weah aveva dichiarato gli stupri “emergenza nazionale”. L’annuncio era giunto dopo una conferenza di due giorni che ha coinvolto varie organizzazioni della società civile, in protesta fino al mese precedente per l’aumento dei casi di violenze. Nonostante la presa di posizione ufficiale, molti temono che si sia trattato solo di una mossa politica per raffreddare la situazione.

Prima dell’intervento del presidente, ad accendere gli animi era stato lo stupro di una bambina di tre anni da parte di un adolescente, avvenuto lo scorso agosto nella contea di Gbabolu. Il ragazzo avrebbe mutilato con una lama i genitali della vittima per facilitare la penetrazione.

Weah aveva dunque annunciato varie misure repressive, come la nomina di un procuratore speciale per i casi di stupro, l’istituzione di un registro nazionale degli autori di reati sessuali, la creazione una task force contro la violenza di genere e lo stanziamento di 2 milioni dollari per affrontare il problema. “Stiamo assistendo a un’epidemia di stupri durante la pandemia di coronavirus, che colpisce soprattutto bambini e giovani ragazze”, aveva dichiarato Weah. L’impennata di violenze sessuali durante le crisi non è una circostanza nuova nel Paese. Si è verificata anche durante l’epidemia di ebola nel 2014, oltre che durante la guerra civile durata oltre un decennio e terminata nel 2003.

Sarebbe proprio l’eredità culturale del conflitto, che fu tra i più atroci dell’Africa occidentale, a mantenere viva la “mentalità dello stupro”, le cui vittime sono donne per la quasi totalità dei casi. Una volta utilizzato come arma di guerra, secondo i sociologi lo stupro è oggi uno strumento per affermare una mascolinità altrimenti priva di riferimenti.

La Liberia, infatti, vive ancora una forte crisi socio-economica. È tra i dieci paesi più poveri al mondo, come riporta il Fondo Monetario Internazionale, e non ha mai davvero regolato i conti con gli ex combattenti, che secondo le Nazioni Unite nel 2005 erano circa 100mila. La loro impunità ha fatto persistere la “vittimizzazione delle donne, perché lo stupro non faceva storicamente parte di nessuna società maschile nera, ma le donne erano usate come schiave del sesso durante le guerre civili liberiane”, ha spiegato l’ex presidente Ellen Johnson-Sirleaf, il primo capo di Stato donna eletto in Africa.

Eppure, 17 anni dopo, il problema attuale non può ricondursi solo alle esperienze del conflitto, ma anche (e non solo) alla trasformazione dei ruoli di genere una volta ottenuta la pace. Secondo un rapporto del 2012 dell’International Rescue Committee (IRC), “dopo la guerra le donne hanno assunto maggiori responsabilità come capifamiglia, nelle comunità e nell’economia, sfruttando appieno le opportunità per crescere. Ma la spinta per l’uguaglianza ha provocato dei contraccolpi e la loro emancipazione viene vista come una minaccia”.

Il cambiamento del ruolo della donna nel periodo post-conflitto non è una particolarità della Liberia, bensì comune a molte realtà. Qui, però, è avvenuto in un contesto culturale in cui la figura femminile era già sottoposta al dominio dell’uomo in molti aspetti, anche per il diritto tradizionale. “Nonostante i miglioramenti, c’è ancora molta riluttanza nell’accettare una narrazione alternativa a quella dominante maschile, dalla quale derivano vere e proprie norme sociali discriminatorie. Le femministe liberiane propongono modelli diversi di accesso delle donne al mercato del lavoro, alla proprietà, eredità e altro”, spiega Lakshmi Moore, direttrice di ActionAid in Liberia e membro del forum femminista liberiano.

Le leggi e le pratiche tradizionali sono considerate legali nel Paese, a meno che non contraddicano quelle statuarie, con le quali coesistono. “Ad esempio secondo le leggi consuetudinarie, le donne hanno diritto a 1/3 della proprietà e gli uomini possono avere un secondo o terzo matrimonio. Anche se nello scorso decennio molte leggi sono state aggiornate, manca ancora molto da fare”, prosegue Moore.

A causa del gap di sviluppo ed educazione tra zone urbane e rurali, molti abitanti di queste ultime pensano che alcune norme tradizionali, anche quelle sfavorevoli alle donne, siano ancora legali, quando non lo sono più. Ma non è tutto. “Talvolta – continua Moore – in entrambi i sistemi giuridici ci sono leggi discriminatorie, come quelle che impediscono alle madri di trasferire la cittadinanza liberiana ai figli nati all’estero”.

Inoltre, la mutilazione genitale femminile non è stata ufficialmente bandita e mantiene vivi forti retaggi culturali. “Prima di dichiarare l’emergenza nazionale, Weah ha presentato una roadmap contro la violenza di genere, che non può ignorare la necessità di ridefinire il ruolo della donna, ancora parzialmente ostaggio del passato”, conclude Moore.

 

Eppure, dopo quasi quattro mesi, non si sa nulla delle sorti della roadmap e nessuna delle promesse dello scorso settembre è stata realizzata.“La dichiarazione di emergenza nazionale è stata solo una formalità, un ragionamento politico. Non era la prima volta che si verificavano proteste contro gli stupri. Ma ad agosto le donne hanno bloccato le strade di Monrovia e in breve Weah ha dichiarato l’emergenza”, spiega Mae Azango, giornalista liberiana di FrontPageAfrica.

“Secondo il ministero degli affari sociali (*) persino i fondi annunciati non sono mai arrivati”. Proprio questo ministero sarebbe il principale responsabile della roadmap, ma dispone di risorse e competenze limitate. Se da un lato ha un budget di neanche di 2 milioni di dollari, dall’altro non è stato in grado, su specifica richiesta, di dare spiegazioni sul suo coinvolgimento nel programma in questione e di fornire dati aggiornati sui casi di stupro.

Anche i numeri reali delle violenze rimangono un’incognita, dato che molti casi non vengono denunciati, specie nelle zone rurali. “Una della ragioni è che la polizia non aiuta affatto e non esita a chiedere alle vittime i soldi per la benzina per portare loro e i carnefici in commissariato per fare una formale denuncia. Chiedono anche 50 dollari (più del reddito mensile di buona parte della popolazione)”, prosegue Azango.

Le statistiche ufficiali, quando disponibili, sono ottenute sommando i casi riportati al ministero, senza un metodo omogeneo, da una trentina di attori diversi sparsi per il territorio nazionale, come Ong, cliniche, ospedali e tribunali.

Secondo i dati ministeriali del 2018, gli ultimi disponibili per intero, quell’anno vi sono stati 1707 casi di violenze sessuali, di cui 1335 stupri. Del 2020 non sono ancora noti i dati, neanche parziali. Ma secondo l’Ong Liberia’s Women Empowerment Network ci sarebbero stati 600 stupri tra giugno e agosto, mentre per gli organizzatori delle proteste di agosto, da gennaio a luglio vi sarebbero stati 960 casi, senza contare quelli delle comunità remote.

Coi numeri degli stupri gioca da tempo la stampa internazionale, più o meno consapevolmente, citandoli quasi sempre in modo improprio, sulla scia del sensazionalismo. Tra i casi più eclatanti, numerosi media, e persino le Nazioni Unite in un rapporto del 2016, hanno riportato un dato del 2006 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, scrivendo che “in Liberia tra il 60,4 e il 77,4 % delle donne è stato stuprato durante la guerra”. Una cifra impossibile, che si riferiva in realtà al risultato di un sondaggio condotto su un ridotto campione di vittime di violenza.

I numeri certi, invece, sono quelli dei tribunali, che faticano a condannare i carnefici “anche quando l’evidenza è lampante”, spiega Azango. Persino il tribunale “E” per i reati sessuali, istituito nel 2008 dall’allora presidente Sirleaf ha prodotto scarsi risultati. La corte, che ha giurisdizione sul Montserrado, la contea della capitale Monrovia, dove si registra il maggior numero di violenze, ha condannato solo 24 persone tra il 2009 e il 2014. Nello stesso periodo 286 casi di stupro sono stati archiviati. E nel resto del Paese non va meglio. Nel 2015, ad esempio, nell’intera Liberia sono state condannate 34 persone su 774 casi riportati quell’anno.

George Weah, presidente della Liberia dichiara lo stupro emergenza nazionale

Da allora la situazione è rimasta la stessa. Le indagini sulle violenze sono spesso scarse o inesistenti. Secondo Mae Azango, “moltissimi casi si risolvono con un accordo tra la famiglia della vittima e quella del carnefice. Accade per motivi culturali o per nascondere lo stupro evitando lo stigma della donna violata”.

Ma i “compromessi” non sono solo di natura privata e le corti liberiane non sono certo immuni da corruzione. “In un caso una ragazza mentalmente disabile – racconta la giornalista – fu stuprata da un uomo, poi rilasciato su cauzione. Ma in Liberia non è prevista la cauzione per lo stupro. Chiesi al cancelliere di avere una copia delle carte del processo ma si rifiutò di darmele. Questo è ciò con cui combattiamo ogni giorno”.

Jacopo Lentini
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(*) Il ministero si chiama Ministry of Gender, Children & Social Protection, ma ho abbreviato con “ministero degli affari sociali”.

Uganda, Museveni: “Ho vinto” e Bobi Wine denuncia brogli e violenze

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2021

L’Uganda è in trepidante attesa dei risultati elettorali presidenziali provvisori ufficiali, che dovrebbero essere resi noti domani pomeriggio alle ore 16.00 locali.

Mentre il presidente uscente, Yoweri Museveni, al potere dal 1986, è già sicuro della propria vittoria, Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, contesta sin d’ora i risultati, denunciando brogli elettorali.

Bobi Wine, candidato alle presidenziali

Già venerdì mattina Bobi Wine ha postato sul suo account Twitter,  nonostante le censure imposte dalle autorità sui social network: “Malgrado le violenze e i brogli che si sono verificati in tutto il Paese, la situazione sembra buona. Ora dipende tutto dal capo della Commissione elettorale, Simon Mugenyi Byabakama e i membri della stessa, di annunciare la volontà del popolo ugandese”.

Finora sono state contate 6,8 milioni di schede elettorali, ossia il 37 per cento. Sembra che Museveni abbia raccolto il 62,2 delle preferenze (4,05 milioni di voti), mentre Wine solo 1.99 milioni, che corrispondono al 30,6 per cento dei votanti.

In un altro tweet, postato la sera prima, Wine aveva annunciato che il suo telefono era stato bloccato. Il candidato dell’opposizione in lizza per la poltrona più ambiata, ha anche tenuto due conferenze stampa ieri, mentre la sua casa era circondata dalle forze dell’ordine.

Ai giornalisti presenti (una ventina), quasi tutti con giubbotti anti-proiettile, Wine ha fatto sapere che gli agenti sono entrati persino all’interno della sua proprietà e che una delle sue guardie del corpo è stata arrestata. Ha inoltre confermato che il suo cellulare è sotto controllo, mentre quelli di alcuni suoi familiari sono stati addirittura bloccati e ha aggiunto: “La mia vita è in pericolo”.

Wine ha anche denunciato che durante l’election day sarebbero stati arrestati alcuni osservatori del suo partito e ha lamentato il malfunzionamento di diversi macchinari biometrici utilizzati per verificare l’identità dei votanti.

Uganda election day

Deo Akiki , vice-portavoce militare, ha precisato che i fatti non si sarebbero svolti come esposti dal candidato dell’opposizione. “Le persone che hanno scavalcato la recinzione della sua proprietà non erano persone addette alla sicurezza, bensì civili. Non sappiamo se fossero suoi ospiti o meno. Un individuo è stato arrestato mentre tentava di scappare”.  Poi ha aggiunto: “La massiccia presenza delle forze dell’ordine è stata necessaria per monitorare la sua sicurezza”.

Già giovedì sera Byabakama ha affermato che nel complesso la tornata elettorale si era svolta nella calma in tutto il Paese, fatto confermato anche dal portavoce della polizia, Fred Enanga. Peccato che abbiano omesso di specificare che l’accesso a internet era molto ridotto, e che sia i social network  che le messaggerie sono stati praticamente sospesi da martedì scorso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Elezioni in Uganda e Museveni blocca gli accessi a internet

 

 

 

 

Elezioni in Uganda e Museveni blocca gli accessi a internet

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 gennaio 2020

Ieri si sono svolte le elezioni generali in Uganda.  17,7 milioni di cittadini aventi diritto al voto sono stati chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente.

A sinistra, il presidente ugandese uscente, Yoweni Museveni, a destra il cantante e candidato alle presidenziali, Bobi Wine

Yoweri Museveni, il leader uscente non vuole mollare la poltrona, si è ricandidato per un sesto mandato. Oltre a lui sono in lizza altri 10 candidati, tra questi una sola donna. Ma è la ex rockstar Bobi Wine, all’anagrafe Robert Kyagulanyi, che dà del filo da torcere alla vecchia volpe. Per essere proclamato presidente, il candidato deve riportare a casa il 50 percento più uno deisuffragi. Durante la tornata elettorale odierna si è votato anche per il rinnovo del Parlamento, costituito da 529 deputati.

Wine è un avversario pericoloso per Museveni, che vorrebbe restare al potere per sempre. Eletto per la prima volta nel 1986, già nel 2005 era riuscito a far apportare delle modifiche alla Costituzione; allora era stato rimosso il limite di due soli mandati presidenziali. Mentre grazie a un emendamento votato in Parlamento nel 2017, il 76enne   ha potuto ripresentarsi senza problemi. E chissà, se il buon Dio gli dà lunga vita, forse anche ad un altro mandato ancora.

Durante la campagna elettorale Wine è stato arrestato, la maggior parte dei suoi supporter sono ancora in galera e durante manifestazioni ci sono stati parecchi morti in scontri con le forze dell’ordine. A nulla sono valse le proteste di diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Il governo ha giustificato i suoi interventi come misure anti-covid, che non permettono assembramenti.

Ieri i seggi sono stati chiusi alle 16.00 ora locale, ma chi era in coda, ha potuto entrare per infilare la scheda elettorale nell’urna.

Internet è stato bloccato e durante tutta la giornata le strade di Kampala,la capitale del Paese, c’era una notevole presenza di militari e poliziotti che pattugliavano le strade. Con il coprifuoco che inizia alle 21.00, in vigore da marzo come misura anti covid, sulla città è nuovamente calato il silenzio.

Uganda election day

Bobi Wine ha votato a Magere, a nord della capitale, dove è stato accolto da una gran folla, mentre Museveni si è recato al seggio della sua città natale, Ntungamo, nella parte occidentale dell’Uganda.

Subito dopo la chiusura degli uffici elettorali, parecchi supporter di Wine sono tornati in alcune sezioni per controllare e per assistere al conteggio, per “proteggere il voto”, ma proprio a Magere sono stati cacciati dalla polizia.

Museveni gode ancora molta stima in tutto il Paese, è apprezzato soprattutto dalle persone più anziane. Una donna di 58 anni, Faith Florence Nakalembe, ha detto: “I giovani non sanno quello che ha fatto per noi. Ha riportato stabilità e sicurezza. I ragazzi vogliono il cambiamento”. Il figlio 23enne della donna non ha mai conosciuto un altro presidente, ha dato il suo voto a Wine. Gran parte dell’elettorato è rappresentato da giovani.

I sostenitori del presidente uscente ritengono che grazie a lui l’Uganda è stata meno colpita dalla pandemia di altri Paesi del continente. Finora sono stati registrati 40mila infetti e i morti sono solamente 300.

Se all’inizio della sua carriera politica Museveni era ritenuto anche in Occidente uno dei leader emergenti dell’Africa, ora viene criticato un po’ ovunque per essere uno dei tanti capi di Stato autoritari del continente; infatti, il suo partito, Movimento Nazionale di Resistenza, non ha nemmeno ancora designato un suo eventuale successore.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Museveni resiste al potere in Uganda e la folla si scatena: 37 morti

 

 

 

 

 

 

“Che ci importa di Regeni”: missili italo-francesi, altri affari d’oro con L’Egitto

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
gennaio 2020

Ancora un oltraggio alla memoria del ricercatore Giulio Regeni, massacrato cinque anni fa dal regime di Abdel Fattah al-Sisi. Dopo l’arrivo in Egitto – il 30 dicembre 2020 – della prima delle due fregate FREMM vendute da Fincantieri S.p.A., il 6 gennaio 2021 è stata consegnata alla Marina da guerra egiziana una corvetta multi-missione con a bordo missili, cannoni e siluri prodotti da aziende controllate da Leonardo-Finmeccanica, altra holding del complesso militare-industriale di proprietà in parte dallo Stato italiano.

La corvetta della classe “Gowind 2500” e denominata ENS Port Said è stata realizzata ad Alessandria d’Egitto dai cantieri navali dell’Alexandria Shipyard Company, società controllata dal Ministero della difesa egiziano, in cooperazione con il gruppo industriale francese Naval Group. A presenziare alla cerimonia di consegna dell’unità il giorno dell’Epifania, il comandante in capo della Marina militare, viceammiraglio Ahmed Khaled Hassan.

ENS Port Said, classe Gowind 2500

Sono stati invece progettati e prodotti in Francia e in Italia i sistemi d’arma installati a bordo della corvetta: oltre a due cannoni navali da 20 mm della francese “Nexter Narwhal”, spiccano in particolare un cannone “Oto Melara 76/62” realizzato nello stabilimento di La Spezia di Leonardo-Finmeccanica, 16 missili superficie-aria “VL MICA SAM” e 8 missili superficie-superficie “Exocet MM40” Block-3 del consorzio industriale europeo MBDA, controllato da Airbus Group e BAE Systems (75%) e dall’italiana Leonardo (25%). Completano l’arsenale di morte due lanciatori tripli per siluri di cui non sono state fornite ulteriori informazioni, anche se è possibile che si tratti del sistema antisommergibile “MU-90” del consorzio EuroTorp, controllato per il 50% dalla WASS di Livorno, anch’essa di proprietà del gruppo Leonardo.

“Siamo onorati di consegnare la corvetta Port Said della classe Gowind che così da oggi potrà entrare in servizio con la flotta navale egiziana per svolgere le sue missioni di combattimento”, hanno dichiarato i manager di Alexandria Shipyard Company. “I lavori per la Port Said hanno preso il via nel settembre del 2018 ed essa è la prima nave da guerra costruita interamente con professionalità egiziane grazie alla fruttuosa cooperazione e al trasferimento di tecnologia con la Francia, rappresentata in questo caso dalla società cantieristica Naval Group. La corvetta è stata equipaggiata per imbarcare elicotteri, droni e 65 uomini d’equipaggio e svolgerà missioni di sorveglianza, guerra di superficie e sottomarina, protezione e scorta navale, di polizia contro i traffici illegali e la pirateria. Le sue caratteristiche tecniche e i suoi moderni armamenti le consentono inoltre di condurre tutte le possibili missioni di combattimento in mare e di supporto e protezione delle forze terrestri schierate nelle aree costiere, potenziando le capacità delle forze navali e la difesa della sicurezza nazionale dell’Egitto”.

Le corvette della classe “Gowind 2500” (o “El Fateh” come sono state denominate dalla Marina egiziana) sono lunghe 102 metri e larghe 16, hanno un dislocamento di 2.600 tonnellate, una velocità massima di 25 nodi e un raggio operativo di 3.700 miglia nautiche.

Il contratto sottoscritto nel giugno 2014 dalle forze armate egiziane e dalla società francese Naval Group ha previsto la consegna di quattro unità, con una spesa di un miliardo di euro circa, a cui si sommano i costi per i sistemi d’arma imbarcati, stimati in 700 milioni di euro. La prima corvetta “Gowind” ENS El Fateh è stata interamente costruita nei cantieri di Lorient, nella regione francese della Bretagna ed è stata consegnata all’Egitto nell’ottobre 2017. Dopo la ENS Port Said, entro la fine del 2021 è prevista la consegna della terza unità (ENS Al-Moez) da parte dell’Alexandria Shipyard Company, mentre la produzione della quarta corvetta (ENS Luxor) è stata avviata a metà maggio 2020.

Qualche mese fa la stampa egiziana ha reso noto che i sistemi missilistici prodotti dal consorzio MBDA armeranno anche le nuove quattro fregate “Meko A200” destinate al regime del dittatore Al-Sisi: in particolare ancora una volta quelli a lancio verticale anti-aereo e a medio raggio VL-MICA. MBDA sta pure negoziando con la Marina egiziana la vendita delle versione navale del missile guidato di quinta generazione MMP a corto raggio, mentre ha già fornito all’Aeronautica militare i missili MICA multi-bersaglio aria-aria per armare i cacciabombardieri Rafale e Mirage 2000-5. In dirittura di arrivo ci sarebbe infine una maxi-commessa per la fornitura di sofisticati sistemi di difesa aerea e costiera.

Affari multi-milionari per MBDA e Oto Melara / Leonardo sono stati raggiunti anche grazie alla commessa delle due fregate della classe FREMM che Fincantieri si è assicurata con l’Egitto in barba alle richieste di embargo delle ONG e delle associazioni in difesa dei diritti umani, dopo il barbaro eccidio di Giulio Regeni. L’accordo per l’export delle FREMM prevede infatti la configurazione delle unità per imbarcare un cannone leggero Leonardo da 127/64, un cannone multiruolo Otobreda (ancora Leonardo) da 76/62 mm “Super Rapido” e il sistema di “difesa missilistica” superficie-aria “SAAM-ESD” di MBDA in grado di lanciare i missili della famiglia “Aster”, anch’essi di produzione MBDA.

Secondo il sito sudafricano specializzato in questioni militari Defenceweb, la seconda fregata FREMM dovrebbe essere consegnata da Fincantieri entro la fine di quest’anno. Per il comparto militare-industriale italiano ci sarebbero all’orizzonte altre commesse miliardarie con il regime egiziano: nuove fregate multi-missione, una quarantina tra cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon” e caccia-addestratori M346 e finanche un satellite per la sorveglianza terrestre, che si aggiungerebbero all’ordine per un valore di 871 milioni di euro che Leonardo ha ricevuto per la fornitura al Cairo di ventiquattro elicotteri AW149 e otto AW189, alcuni dei quali saranno imbarcati nelle nuove navi da guerra egiziane.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Al diavolo Regeni e i diritti umani: l’Eni fa nuovi affari milionari con l’Egitto

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

 

 

Dal Kenya una nuova normativa africana per tracciare pazienti affetti da Covid

Dal Nostro Corrispondente
Michael Beckbone
Nairobi, 13 gennaio 2021

L’8 Gennaio scorso, il Ministero della Sanità keniota, responsabile della vigilanza Covid, per ogni viaggatore in entrata o in uscita dal Kenya, ha stabilito che una nuova normativa emessa dall’Unione Africana sarebbe in vigore da oggi per assicurarsi che sia i passeggeri in entrata verso l’Africa sia quelli in partenza dall’Africa possano essere tracciati in caso di infezione da Covid.

La misura, sostenuta tra l’altro dalle Nazioni Unite tramite la sua agenzia UNDP, ha come obbiettivo la certificazione di ogni passeggero in entrata o uscita dal territorio africano con un nuovo sistema di QR Code certificato da Istituti riconosciuti.

L’idea è brillante, tuttavia ha le sue limitazioni: per chi uscisse dal territorio africano con volo verso Europa o Stati Uniti, si tratta di sottoporsi al test PCR presso organizzazioni certificate, e per questo non vi sono problemi perché tutte le più conosciute sono incluse nel pool di certificazione, ma per coloro i quali volessero per turismo venire o verso il Kenya o altre destinazioni, i problemi si pongono perché le liste delle Istituzioni certificate sono minime, per la Spagna solo una a Madrid (Abbott), in Italia invece tutte situate in Piemonte e in Inghilterra una dozzina sparse tra Londra in maggioranza e poche altre località.

Forse l’Unione Africana, ispiratrice di questa nuova procedura, non era al corrente che sarebbe stato (forse) meglio certificare più organizzazioni in Europa o negli Stati Uniti piuttosto che la pletora locale Africana, perché in fin dei conti si tratta di risollevare il turismo locale che ha sofferto uno dei peggiori colpi di clava da parte della pandemia. Oltretutto, la mobilità ridotta in Europa complica le cose, il che equivale a dire che il potenziale turista siciliano dovrebbe esaminarsi in Piemonte per potersi imbarcare un volo per l’Africa, ossia missione impossibile vista la proibizione alla mobilità tra Regioni per i cittadini italiani, e immagino anche per i cittadini europei tutti.

In sostanza, la mancata diffusione di questa arguta pensata legislativa a livello Europeo non aiuta l’Unione Africana poiché i turisti in provenienza da Europa e Stati Uniti (includendo l’escluso Regno Unito) dovranno sottoporsi a forche caudine per ottenere un visto sanitario non ubiquo per potere entrare in territorio africano.

Di più i siti menzionati dai vari ministeri della Sanità locali africani (www.africacdc.org/trusted-travel, oppure www.panabios.org oppure www.globalhaven.org), a tutt’oggi, data di vigore delle disposizioni, non offrono nessun elemento di chiarezza per potere accedere ad alcun luogo africano di interesse, a meno di essere cittadini tedeschi, inglesi o statunitensi. In aggiunta, tutti questi siti sono di recente creazione oppure sono addirittura in fase di allestimento.

Al minimo, si tratta di una restrizione incomprensibile, al massimo, un lavoro fatto parecchio male, seppur con lodevoli intenzioni.

Forse un maggior coordinamento sarebbe stato auspicabile, perché in fondo non si tratta di soli turisti verso l’Africa, ma anche di imprese straniere desiderose di creare lavoro nel continente e che in questo senso sono private di un’opportunità. Un’altra occasione perduta?

Michael Beckbone

 

Rapite dai turchi in Siria donne curde poi portate come schiave del sesso in Libia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 gennaio 2021

Sono centinaia le donne e ragazze curde rapite nel 2018 a Afrin – a maggioranza curda – in Siria settentrionale, quando le forze armate turche hanno lanciato l’operazione militare “Ramoscello d’Ulivo“.  Le giovani sarebbero poi state deportate in Libia come schiave del sesso per combattenti pro turchi.

Donne curde schiave del sesso in Libia

La squallida vicenda è venuta alla luce solo pochi giorni fa, quando Tulay Hatimogullari, deputata turca del  pro-Kurdish Peoples’ Democratic Party (HDP), ha chiesto al Parlamento di Ankara di aprire immediatamente un’inchiesta sulla sparizione di queste donne. Ha inoltre domandato al ministro degli esteri di Ankara, Mevlut Çavusoglu, di  fare luce quanto prima sulla loro sorte.

La deputata di HDP ha aggiunto che testimonianze e dettagli sui rapimenti sono documentate nel file “Missing Afrin Women Project” e contiene nomi delle ragazze, dove e quando sono state rapite, i gruppi armati responsabili degli incidenti e quant’altro.

Anche Sinam Mohamad, rappresentante del Consiglio democratico siriano a Washington ha denunciato lo scorso 6 gennaio il trasferimento coatto in Libia delle donne rapite e ha chiesto all’Unione Europea e agli Stati Uniti di partecipare a una Commissione d’inchiesta internazionale, affinché sia fatta giustizia su questa squallida vicenda e vengano puniti i criminali autori del traffico.

Sulla base di testimonianze si evince che centinaia di ragazze curde sono state rapite e portate in Turchia attraverso aree di confine siriane-turche controllate dai militari, per essere poi vendute come schiave del sesso a trafficanti del Qatar e portate in Libia.

Gruppi armati supportati dalla Turchia in Libia

Durante l’Operazione Ramoscello d’Ulivo sono sparite da Afrin almeno mille donne.  L’intervento turco era stato fortemente criticato dalla comunità internazionale per tentato cambiamento demografico e deportazioni.

Nel febbraio 2019 la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sulla Siria aveva rilasciato un rapporto davvero inquietante sulla situazione umanitaria a Afrin: in base a fondati motivi la Commissione ritiene che membri di gruppi armati abbiano commesso crimini di guerra, come sequestri di persone, inflitto torture e altri trattamenti crudeli, saccheggi, arresti arbitrari, sopratutto nei confronti di persone di origine curda.

Anche il Dipartimento di Stato di Washington nel suo rapporto dello scorso novembre ha detto di essere preoccupato per le violazioni dei diritti umani commessi a Afrin da gruppi armati sostenuti dalla Turchia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dazi giù del 90 per cento: da oggi l’Africa è il più grande mercato unico del mondo

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 gennaio 2021

Il terzo decennio del secolo inizia con un primato: dal 1° gennaio il grande continente africano è diventato il più grande mercato unico del mondo. Con sede nella capitale ghanese, Accra, si chiama African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Nel Paese del Golfo di Guinea ha la sede che ospita l’organismo che ha il compito di sorvegliare l’implementazione dell’accordo.

Dazi tra stati giù del 90 per cento

Un accordo mediato dall’Unione Africana (AU) al quale hanno aderito 54 delle 55 nazioni (solo l’Eritrea non ha accettato l’adesione) mentre il 21 marzo 2018 a Kigali, in Rwanda, è stato firmato da 44 stati membri. Ma in che consiste questo importante accordo che farebbe decollare il continente africano? Richiede ai membri di rimuovere le tariffe del 90 per cento delle merci. Questo passo consentirebbe il libero accesso a materie prime, beni e servizi in tutto il continente.

AfDCTA
AfDCTA African Continental Free Trade Area

La Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (UNECA) ha stimato che, entro il 2022, l’accordo farebbe aumentare il commercio intra-africano del 52 per cento. Lo scorso 22 dicembre, ad Addis Abeba, ha preso la parola David Luke, coordinatore dell’African Trade Policy Center (ATPC) della Commissione economica per l’Africa (ECA). “AfCFTA dovrebbe funzionare in quanto è l’unico percorso del continente verso lo sviluppo sostenibile. Non sottovalutiamo l’importanza di questa iniziativa. Non esiste un piano B” – ha dichiarato Luke durante un webinar.

La creazione di milioni di nuovi posti di lavoro

Così il commercio del continente nero apre a un mercato di 1,2 miliardi di persone che vale 2.500 miliardi di USD di PIL che potrebbero diventare 4.000. L’obiettivo di questo immenso progetto appena iniziato è ambizioso: la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro che andrebbero a beneficiare giovani e donne.

AfDCTA Tipico mercato africano
Tipico mercato africano

Piano Marshall europeo per l’Africa superato?

Nel 2017, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, aveva proposto un “Piano Marshall”, durante una Conferenza di alto livello sul partenariato Africa-UE. “Il destino dell’Africa non può che essere nelle mani degli africani. Ma un’Europa amica deve fare la sua parte” – aveva detto Tajani. Ma probabilmente l’AfCFTA, ha bypassato la proposta europea.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Partnership Europa-Africa 1: piano Marshall e progetto Erasmus

 

Partnership con l’Europa 2: migranti in Africa, schiavi in Libia

Partnership Africa-Eu 3: piano da €40mld e “Mo” Ibrahim bacchetta l’Europa

 

Morti due campioni dello sport che hanno dato lustro al Madagascar

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
11 gennaio 2021

Due icone dello sport si sono spente a pochi giorni di distanza e il Madagascar è in lutto. Al dolore si è aggiunta, però, una sorta di offesa Due alla memoria di chi ha dato tanto onore al proprio Paese.

Dominique Rakotorahalahy e Ferdinand Rafalimanana non erano accomunati solo da un cognome chilometrico e quasi impronunciabile (almeno per noi europei). Li univa una stessa aura da leggenda.

Ferdinand Rafalimanana, portiere malgascio (quarto a sinistra in basso con la maglia diversa

Dominique Rakotorahalahy è deceduto a 76 anni il 7 gennaio nella sua terra natale, Ambositra (città delle rose, è definita). Era un recordman del salto con l’asta negli anni ’70. Il suo limite è rimasto imbattuto per 39 anni, fino al 10 aprile 2009 quando lo superò Ali Kame con 4,44 metri. Quella di Dominque comunque resta la seconda migliore performance malgascia di tutti i tempi. La sua fama risaliva alle Olimpiadi messicane del 1968 quando gareggiò nella proibitiva specialità del Decathlon. Nel 1973 difese i colori nazionali anche ai Giochi Africani di Lagos. Poi divenne allenatore nazionale. “Dominique ha dato un tocco di nobiltà alla nostra atletica”, ha commentato Newsmada.

Sempre agli anni ’70 risale l’epoca d’oro di Ferdinand Rafalimanana, unanimemente giudicato il più grande portiere della storia del calcio malgascio. Non a caso il suo soprannome Gôly Be veniva scherzosamente storpiato in Goal. Quei goal che ha cercato di non prendere nella sua luminosa carriera trascorsa nelle prestigiose squadre locali: il Fortior Club de la Côte Ouest, della città turistica Mahajanga (dove esordì), il Sotema (pure di Mahajanga), la Dynamo di Fima (Antananarivo). “Ma soprattutto a livello internazionale, facendo conoscere il Madagascar in tutta l’Africa continentale grazie alle sue prodezze tra i pali”, ha commentato Lucien Luc Randrianantenaina, senatore e vicepresidente della Federazione calcistica malgascia (la FMF). “Purtroppo – come ha commentato Nigrizia, che ha dato per prima la notizia del decesso – l’ultima parata non gli è riuscita”.

Ferdinand Rafalimanana

Si è spento, infatti, a Bordeaux, in Francia, nella notte tra il 29 e il 30 dicembre scorsi, proprio nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno. “Gôly Be faceva parte – ha scritto Actu.orange – di una generazione indimenticabile. Per citare i più illustri: Kiki, Alban e Baovola”. Ma anche Thomas Be, Younouss, Lala Be, Rakotovao, Rabearisoa….

“Avrebbe potuto legittimamente pretendere di giocare in un grande club europeo – ha ricordato L’Express de Madagascar – ma ha preferito restare nel suo Paese per difendere l’onore nazionale”. Le imprese che lo hanno immortalato nell’isola risalgono alla fine degli anni Settanta con la nazionale chiamata oggi Barea (una specie di zebù), ma allora nota come il Club M, allenato dal tecnico tedesco Peter Schnittger (1978-1985). Con Rafalimanana, c’erano tutti i migliori scorpioni (appellativo dei giocatori della nazionale) e il Club M ottenne i successi più prestigiosi fermando due superpotenze del calcio africano come l’Egitto e il Camerun. Grazie ai miracoli di Gôly Be fra i pali.

Solo alla fine della carriera, spinto dalla figlia Stella, Ferdinand è giunto in Europa, andando a vivere a Bordeaux, città dell’ex campione e allenatore Alain Giresse, cui il portiere era molto legato. Proprio la figlia Stella in un comunicato ha dichiarato: “È incredibile l’affetto che abbiamo ricevuto in questi giorni da tutti gli sportivi malgasci. Ovviamente non avrei mai voluto dirlo, ma la morte di mio padre è stata occasione di unione, anche sociale. Tutti i malgasci hanno reso omaggio ad un uomo che ha fatto la storia sportiva del nostro Paese, andando oltre e superando le diversità, uniti e solidali”.

Purtroppo la scomparsa di Ferdinand è stata oscurata da un episodio paradossale e poco onorevole: la difficoltà a riportare in patria la salma di Rafalimanana. Per farlo erano necessari 8 mila euro, ma nessuna istituzione pubblica si è fatta avanti – fino al momento in cui scriviamo – a finanziare l’estremo omaggio. Dopo la cerimonia funebre religiosa svoltasi l’8 gennaio a Bordeaux nella chiesa cattolica di Notre-Dame de Talance, la famiglia dell’ex portiere si è vista costretta a lanciare una sottoscrizione sulla piattaforma Leetchi.com.

Dominique Rakotorahalahy, atleta malgascio

Il fatto ha provocato sdegno fra i tifosi ed ex calciatori che, attraverso la loro associazione (ASEFIMA), hanno sostenuto la raccolta fondi e organizzato una commemorazione per l’8 e 9 gennaio ad Analakely (Antananarive) davanti alla stele Jean Ralaimongo, dedicata alla figura dell’omonimo nazionalista, in modo da stimolare l’intervento pubblico.

“Per tutto quello che ha fatto per i nostri colori, Ferdinand merita un nostro, ultimo regalo. Goly Be deve ritornare a casa sua. E’ il grande vecchio che ha portato in alto i colori della nostra terra – ha dichiarato Menahely Rufin, presidente dell’Asefima -. Daremo i soldi raccolti direttamente alla figlia. Fernand voleva essere sepolto e qui e lo sarà”. Ad Anjabe, nel distretto di Andritsara.

All’iniziativa ha preso parte, sabato 9 gennaio, anche Nicolas Dupuis, 53 anni, l’attuale commissario tecnico (francese) della nazionale: “Ha fatto la storia del Madagascar tra gli anni ’70 e anni ’90. Il supporto alla famiglia è doveroso”.

Amaro il commento de L’Express:  “Quasi tutti i grandi sportivi subiscono questa sorte. Finita la loro carriera, sono abbandonati a se stessi. Ferdinand non è un caso isolato”. E ricorda lo sprinter Jean-Louis Ravelomanantsoa, finalista olimpico ai 100 metri di Città del Messico, “il più grande atleta malgascio di tutti i tempi vittima dell’indifferenza delle autorità fino alla morte nel settembre 2016. Il ministro dello Sport dell’epoca non sapeva neppure chi fosse”.

Con Gôly Be – conclude il giornale – ora se ne è andato anche un altro grande nostro atleta di quella stessa epopea del 1968, Dominique Rakotoirahalhay: avranno le esequie degno del loro rango?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
twitter @africexp

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Della serie “al diavolo i diritti umani”: aiuti alla Giordania per 235 milioni di euro

Speciale per Africa ExPress
Mohammad Alguzo
4 gennaio 2021

Il ministro giordano per gli Affari Esteri, Ayman Safadi, ha confermato che l’Italia metterà a disposizione 235 milioni di euro sotto forma di prestiti agevolati e aiuti per sostenere e finanziare progetti di sviluppo nel Regno Giordano.

Ayman Safadi, ministro degli esteri giordano e Luigi di Maio, il suo omologo italiano

In una conferenza stampa congiunta con il suo omologo italiano Luigi Di Maio, Safadi ha sottolineato che le relazioni giordano-italiane sono forti e radicate e risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. E ha inoltre ringraziato l’Italia per il sostegno che fornisce ai programmi di sviluppo economico del Regno, spiegando che verrà firmato un nuovo programma per gli anni 2021-2023.

Safadi ha aggiunto che è stato concordato una cooperazione nei settori della sicurezza alimentare e dell’agricoltura e, in collaborazione con i ministeri competenti; saranno elaborati piani d’azione sia per i settori pubblici che privati.

Il ministro giordano ha sottolineato che manca un orizzonte politico per risolvere la questione palestinese. Le misure del governo israeliano minacciano la creazione di due Stati (israeliano e palestinese). Bisogna riprendere negoziati efficaci, volti a trovare una soluzione, tra questi uno Stato palestinese indipendente con i confini previsti dall’accordo del 4 giugno 1967 e con Gerusalemme est come capitale.

Il capo della diplomazia giordana ha apprezzato la chiara posizione dell’Italia a sostegno di una soluzione per i due Stati oltre a quello per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione. Nel corso dei colloqui si è discusso della situazione in Libia, della necessità di sostenere gli sforzi per ripristinare la sicurezza e la stabilità nel Paese. Inoltre è necessario trovare una soluzione politica in Siria con nuovi impulsi alla risoluzione della crisi in atto: “È necessario uno sforzo concertato a questo proposito”, ha aggiunto Safadi.

È interessante notare che la Giordania ha sciolto il sindacato degli insegnanti e incarcerato il consiglio sindacale per un anno, dopo che questi hanno avanzato richieste per un aumento degli stipendi.

Il governo di Amman ha fatto arrestare anche alcuni giornalisti, ha limitato le libertà e impedito manifestazioni. E l’Italia non ha stipulato con la Giordania alcun accordo per il rispetto delle libertà e dei diritti civili in cambio degli  aiuti

Mohammad Alguzo

Nella morsa di Boko Haram e secessionisti in Camerun resistono antiche tradizioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 gennaio 2020

Nell’estremo nord del Camerun, dove miliziani di Boko Haram terrorizzano la popolazione, sono morte 14 persone nella notte tra il 7 e l’8 gennaio.

Un gruppo di ribelli è arrivato con un kamikaze, che si è fatto esplodere a Mozogo, nel dipartimento di Mayo Tsanaga. Secondo fonti ufficiali hanno perso la vita 12 civili e, oltre all’attentatore suicida, un altro jihadista.

Solo pochi giorni prima, il 4 gennaio, presunti miliziani di Boko Haram, hanno fatto irruzione a Kaliari, uccidendo 3 persone, membri di un gruppo di autodifesa. Queste associazioni sono incaricate di denunciare, dare informazioni ai militari governativi sugli spostamenti dei terroristi.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram,

Anche nelle due province anglofone le cose non vanno molto meglio. Il 4 gennaio scorso sono stati uccisi 4 militari e un civile, altre tre persone hanno riportato ferite, in un imboscata tesa dai secessionisti al convoglio del prefetto di Momo, nel nord-ovest del Paese.

Rebecca Jemem responsabile delle comunicazioni del prefetto, ha fatto sapere che l’alto funzionario si è salvato per miracolo. La prima vettura del convoglio, scortato dai militari, è stata colpita da una bomba, uccidendo, appunto, quattro persone.

Anche se finora nessuno ha rivendicato il massacro, le autorità accusano i secessionisti. Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya, presa nel 2016, di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto un tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Morti dopo un attentato dei secessionisti in Camerun

Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Le due province anglofone e quella dell’estremo nord  la malnutrizione dei bambini sotto i cinque anni è molto diffusa. La zona settentrionale  è da anni gravemente colpito dalle aggressioni dei jihadisti. Quest’ultima è anche teatro di cambiamenti climatici importanti, siccità e inondazioni, fattori anche loro  responsabili dello stato di salute fragile di molti piccoli. Il 32 per cento soffre di malnutrizione cronica e tra questi il 20,2 sono gravemente sottopeso.

Secondo OCHA, Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU, il 33 per cento della popolazione di questa provincia vive in stato di insicurezza alimentare. La mancanza di acqua potabile e l’assenza delle più elementari regole di igiene sono causa prima della malnutrizione infantile.  Ma anche la giovane età delle madri e la scarsa istruzione giocano un ruolo importante. Le mamme non credono che i figli muoiano perché incredibilmente sottopeso, ma sono convinte che siano gli stregoni “a mangiare i loro piccoli”.

Ma in nord del Camerun è anche popolato da una tribù che cerca di sopravvivere grazie alle vecchie tradizioni e mestieri tramandati da generazioni. I mafa sono presenti non solo in Camerun, ma anche in Nigeria e sono maestri nella lavorazione dell’argilla che usano per fabbricare  grandi giare – chiamati comunemente “frigoriferi naturali”-  dove conservano l’acqua.

Dakalak è una mafa che vive con la sua famiglia nel villaggio di Mandaka Chechem. La sua mamma era una vasaia, che le ha insegnato i lei il mestiere che ora sta  tramandando alla figlia diciassettenne.

Tra questa etnia ci sono anche bravissime tessitrici e grandi maestri fabbri. Guideyme Dadadak, marito della vasaia, fabbrica machete, forconi e quant’altro nella fucina insieme all’apprendista, suo figlio tredicenne, che non vede l’ora di diventare bravo quanto il papà.

Artigianato dei mafa che si trasmette da generazioni

Per sopravvivere e potersi prendere cura della famiglia, Guideyme, è costretto a dedicarsi anche a una seconda attività: seppellisce i morti: è infatti il becchino del villaggio. Un compito di cui va fiero avuto in eredità dai suoi avi. Malgrado la sua passione per i vecchi mestieri e le tradizioni, Guideyeme è preoccupato per la lenta estinzione dei valori ancestrali.

“Una volta era diverso – racconta la coppia -. Malgrado gli attacchi dei Boko Haram nella zona e nel villaggio, si vedeva qualche turista, curioso di ammirare in nostro artigianato e comprare anche qualcosa come ricordo. Ma ora, con il coronavirus, anche queste rare visite sono scomparse. Speriamo che torni presto”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda