Speciale per Africa-ExPress Cornelia I. Toelgyes
30 marzo 2021
I jihadisti hanno colpito due volte la Costa d’Avorio nella notte tra domenica e lunedì. Una sessantina di uomini armati fino ai denti ha attaccato la base militare di Kafolo, nel nord-est del Paese, a pochi chilometri dalla frontiera con il Burkina Faso. La stessa postazione aveva già subito un’ aggressione nel giugno dello scorso anno. Mentre il secondo assalto è avvenuto a Kolobougou, nel Dipartimento di Tehini, sempre a pochi passi dal Paese confinante.
Il soldati delle Forze Armate della Costa d’Avorio (FACI) hanno risposto al fuoco dei terroristi a Kafolo, ma la battaglia si è protratta per oltre un’ora. Immediatamente dopo altri militari hanno iniziato a dare la caccia agli aggeressori.
Lassina Doumbia, capo di Stato maggiore dell’esercito ivoriano, ha comunicato che al momento il bilancio provvisorio è il seguente: 2 soldati e tre terroristi sono morti, mentre 4 militari sono stati feriti. Quattro uomini sono stati arrestati; FACI ha anche sequestrato materiale logistico, come armi, radio, munizioni e moto).
Doumbia ha aggiunto che a Kolobougou, invece, un gruppo di uomini armati non identificati ha preso di mira la gendarmeria. Un agente è morto, mentre un altro è stato ferito. Non sono state registrate perdite da parte degli aggressori.
Attacco terrorista in Costa d’Avorio
Le autorità temono un’espansione del terrorismo del Sahel nel Golfo di Guinea. Diversi attacchi sono già stati sventati grazie alla collaborazione dei servizi d’intelligence ivoriani, maliani, burkinabè e francesi. E poco prima delle elezioni di fine ottobre, il presidente Alassane Ouattara aveva annunciato che grazie a una maggiore sorveglianze delle frontiere da parte dei soldati “tutta la zona è ormai pulita, non c’è più ombra di militanti”.
In tutto il Sahel gli attacchi di terroristi, sia di gruppi affiliati a al-Qaeda e altri allo Stato Islamico, si ripetono quasi giornalmente specie nelle zone “abbandonate” a se stesse, dove lo Stato è poco presente.
La Francia dispone di 5.100 uomini (Opération Barkhane) nel Sahel, mentre in Costa d’Avorio sono presenti 900 militari francesi nell’ambito dell’Opération Licorne, operativa dal 2015.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 30 marzo 2021
L’hanno chiamata “moderna Dunkerque”, un’operazione di volontariato navale che è riuscita ad evacuare 1.350 persone, ostaggi dei jihadisti. Navi e barche grandi e piccole hanno aderito all’appello per salvare i civili assediati a Palma dai jihadisti di Al Sunna wa-Jamma.
In #mozambique 🇲🇿 A modern day #dunkirk moment is happen in the besieged by isis(iswap) city of #palma at this moment.
Ships and boats of all types small and big, oil tankers and ferry’s too tug boats and small pleasure craft are taking people to safety ricking them selves. 1/? pic.twitter.com/2agjNPLk3x
L’evacuazione si scopre da un tweet di Quinn, sconosciuto osservatore di traffico navale. “In Mozambico, nella città di Palma assediata dall’ISIS c’è una ‘moderna Dunkerque’. Navi e imbarcazioni di tutti i tipi, piccole e grandi, petroliere, rimorchiatori di traghetti e piccole imbarcazioni da diporto stanno portando le persone in salvo”. Durante la seconda guerra mondiale dal porto francese di Dunkerque, sulla Manica, furono evacuate e portate in salvo in Inghilterra truppe francesi, belghe e britanniche assediate dai tedeschi, anche con imbarcazioni di fortuna, poco meno di 350 mila uomini.
Parte dei battelli di salvataggio a Palma per l’operazione Dunkerque
Total, che mercoledì aveva riaperto i lavori nella penisola di Afungi, ha affittato il traghetto Sea Star per imbarcare il suo personale. Altri civili sono saliti anche sulle varie imbarcazioni di volontari che hanno aderito all’appello.
La fine di un incubo ma non per tutti
Per i civili è stata la fine di un incubo con destinazione il porto di Pemba, capitale di Cabo Delgado, 230 km a sud dell’inferno. In molti continueranno il viaggio verso Maputo e poi nei loro Paesi di provenienza.
È successo sabato 27 marzo, il quarto giorno di occupazione jihadista della città, porto strategico dei giacimenti di gas. Pare che, mentre scriviamo, l’evacuazione stia continuando. Secondo l’emittente TV sudafricana SABC ci sono ancora 200 connazionali e di 40 di loro non si hanno notizie.
Decine di morti
Il colonnello Omar Saranga, portavoce del ministero della Difesa del Mozambico, domenica notte, in una conferenza stampa ha detto ai giornalisti locali che decine di mozambicani sono stati uccisi nei combattimenti. Si sa che nell’ospedale di Pemba sono stati curati una quarantina di feriti ma ancora non si conosce il numero esatto dei morti. Molti di questi sono stati ammazzati dai terroristi che sparavano sulla gente dall’interno delle case occupate.
Personale ENI lavora off-shore
Riguardo al personale che lavora per ENI, Africa ExPress, ha sentito l’azienda energetica. Fonti accreditate ENI ci confermano che nella zona di Palma non è presente personale mozambicano o espatriato. “Non abbiamo né facilities né persone a Palma da circa un anno”. Confermano anche che hanno risentito degli attacchi a Palma perché le attività attualmente in corso sono tutte offshore.
Tagliagole ben equipaggiati, anche stranieri
Fonti della sicurezza hanno riferito al giornale sudafricano Daily Maverick informazioni della polizia locale mozambicana. I gruppi di jihadisti che hanno attaccato Palma erano ben armati ed equipaggiati. Tra loro c’erano diversi individui di pelle chiara o bianca. Se ne deduce che stranieri si fossero uniti ai ranghi dell’insurrezione. Anche se questa informazione non è confermata.
Mentre Palma è sotto assedio la società civile mozambicana attacca il presidente, Filipe Nyusi. Adriano Nuvunga, direttore del Centro per la Democrazia e lo Sviluppo (CDD) accusa: “La situazione di Palma è drammatica e catastrofica. Il silenzio di Nyusi si deve interpretare come un fallimento sul campo.
La campagna #Hope4Palma
E nasce l’iniziativa #HOPE4PALMA (speranza per Palma), un’iniziativa lanciata dai Volontari anonimi del Mozambico. L’obiettivo è avere informazione delle persone di cui non si hanno notizie nella cittadina del gas.
Attacco a Palma rivendicato dall’ISIS
Intanto, secondo l’agenzia portoghese LUSA, l’ISIS rivendica il controllo di Palma. Amaq, agenzia ufficiale dei tagliagole ha diffuso immagini dell’occupazione. Dal 2017 ad oggi Al Sunna, affiliata allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP), è responsabile della morte di circa 2.600 persone, soprattutto civile e di circa 700 mila sfollati.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
29 marzo 2021
Il senatore Chris Coons, inviato speciale del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la sua visita a Addis Ababa ha incontrato il ministro degli Esteri etiopico, Demeke Mekonnen.
Durante i colloqui sono state toccate diverse questioni importanti – oltre alla guerra in Tigray che miete morti e sfollati dall’inizio del sanguinoso conflitto – come la disputa di confine tra Etiopia e Sudan e naturalmente la scottante controversia riguardante il Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) che coinvolge, oltre ovviamente Addis Ababa, anche Sudan e Egitto.
GERD, Etiopia
Grand Ethiopian Renaissance Dam
Il 15 luglio dell’anno scorso l’Etiopia ha iniziato il riempimento della grande diga africana (la Grand Ethiopian Renaissance Dam) senza nessun accordo con Sudan ed Egitto, che temono una forte riduzione delle acque del Nilo quando arriva nei loro territori. Gli ultimi negoziati erano falliti il giorno precedente.
Una volta terminata la costruzione del ciclopico impianto, il bacino avrà una lunghezza di 18 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 milioni di metri cubi d’acqua, che saranno sfruttati per produrre seimila megawatt di energia elettrica, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la diga più imponente di tutto il continente africano, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa, che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità.
Attualmente lo stato dei lavori è pari al 78,3 per cento e, secondo fonti ufficiali, per l’inizio della prossima stagione delle piogge si dovrebbe raggiungere l’82 per cento. Il totale completamento del progetto idroelettrico è previsto per il 2023.
Se da un lato l’Etiopia non vede l’ora di riempire completamente il bacino, il Cairo e Khartoum hanno paura che una forte riduzione del gettito delle acque del Nilo possa danneggiare le proprie economie. Finora tra i tre Stati tutti tentativi di arrivare a una soluzione sono falliti.
All’inizio del mese il presidente egiziano, Abdel Fattah el-Sisi si è recato a Khartoum dove ha incontrato Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio Supremo, il primo ministro Abdalla Hamdok e il vice-capo del Consiglio Supremo, Hamdan Dagal.
L’Egitto ha da sempre sollevato perplessità sulla realizzazione della GERD e ritiene il progetto come una minaccia esistenziale. Anche il Sudan ha espresso grande preoccupazione per il riempimento della diga, in quanto potrebbe avere conseguenze negative per 20 milioni dei suoi cittadini, oltre la metà della popolazione del Paese. Entrambi i governi non accettano di essere stati messi di fronte a un fatto compiuto, senza aver tenuto conto delle esigenze e dei diritti dei due Paesi a valle del fiume.
al Sisi, presidente egiziano, a sinistra e il capo del Consiglio Supremo sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, a destra
Recentemente proprio il Sudan, appoggiato dall’Egitto, ha proposto una mediazione congiunta di Stati Uniti, ONU, Unione Africana e Unione Europea. Addis Abba ha tuttavia rifiutato le richieste sudanesi, affermando di riconoscere solo il ruolo dell’Unione Africana, che ha già preso parte alle trattative in corso.
Venerdì scorso una folta delegazione sudanese, composta dal ministro degli Esteri Mariam Al-Mahdi, da quelli della Difesa Yassin Ibrahim, e della Giustizia Nasr al-Din Abdel Bari, dal vice-direttore dell’Intelligence, Ahmed Ibrahim Mufaddal, e dal capo della Commissione per i confini, Muaz Tango si è recata a Abu Dhabi per cercare con gli Emirati Arabi Uniti, che si sono offerti come mediatori, una soluzione per i problemi pendenti con l’Etiopia.
Da quanto si apprende da fonti ben informate, l’EAU ha proposto tra l’altro nuovi investimenti nell’agricoltura. Visto il continuo rialzo dei prezzi di generi alimentari, i Paesi del Golfo cercano partecipazioni in tale settore, in particolare nel Corno d’Africa.
D’altronde, il principe ereditario dell’EAU, Mohammed bin Zayed, in occasione di una sua visita a Addis Ababa nel 2018, aveva già siglato accordi con il governo etiopico per svariati investimenti, tra questi anche oltre 20 riguardanti progetti agricoli.
Disputa confine Etiopia-Sudan: la piana di al-Fashqa
Da anni i due Paesi si contendono la piana di al-Fashqa, territorio particolarmente fertile, coltivato per lo più da contadini etiopici, ma che il governo di Khartoum sostiene appartenga al Sudan. L’area si estende su 12 mila chilometri quadrati e si trova tra due fiumi, da un lato confina con il nord della regione Amhara e il Tigray, dall’altra con lo stato sudanese Gedaref.
Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, ha riconosciuto l’accordo siglato nel 1972 tra i due Stati, nel quale è stipulato che i territori in questione appartengono al Sudan, ma Khartoum accusa Addis Ababa di sostenere e di appoggiare le bande di banditi, chiamati volgarmente shifta (cioè briagnti), che, specie negli ultimi mesi avrebbero sconfinato ripetutamente dall’Etiopia, rapendo contadini e depredandoli dei loro beni.
L’escalation della disputa si è aggravata alla fine di dicembre con l’infiammarsi del conflitto nel Tigray, quando migliaia e migliaia di etiopi in fuga dalla guerra hanno attraversato il fiume per cercare protezione nel vicino Sudan, dove a tutt’oggi si trovano oltre 60 mila profughi.
Rifugiati etiopici in Sudan
Da allora sia Addis Ababa che Khartoum hanno dispiegato i loro soldati nella zona che in alcune occasioni si sono scontrati, provocando morti e feriti sia da una parte che dall’altra.
E’ indispensabile trovare una soluzione pacifica. Un contrasto militare non è assolutamente nell’interesse di nessuna delle parti in questione: sarebbe un rischio troppo grande per entrambi.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 28 marzo 2021
Per la prima volta vengono colpiti stranieri a Cabo Delgado. E il Sudafrica sta decidendo se intervenire con le Forze speciali contro i jihadisti che da oltre quattro giorni hanno invaso Palma. Una missione di salvataggio per liberare i cittadini sudafricani ostaggi del terroristi presumibilmente di Al Sunnah wa-Jamma. Lo scrive il giornale sudafricano Daily Maverick affermando che il governo mozambicano non sta collaborando con Pretoria.
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Contatti diretti tra presidenti?
C’è però la possibilità che il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, contatti direttamente il suo omologo mozambicano, Filipe Nyusi, per l’autorizzazione alla missione di salvataggio.
Elicotteri senza carburante e militari senza cartucce
Dall’invasione jihadista di Palma, il 24 marzo, il governo mozambicano è stato duramente criticato per non essere ancora riuscito a liberare la città. Gli elicotteri dei mercenari di Dyck Advisory Group (DAG), rimasti senza carburante, hanno dovuto interrompere le operazioni. I tre velivoli di DAG fanno la copertura aerea per le Forze armate mozambicane (FADM). Secondo fonti di Maverick, Total ha rifiutato di fornire il carburante per continuare le operazioni contro i jihadisti a Palma. Anche se la notizia non è stata confermata. La multinazionale francese, dopo aver annunciato la ripresa del progetto, lo ha fermato ed evacuato il personale.
Richiesta di soccorso durante l’attacco jihadista da hotel Palma (Courtesy Joseph Henlon)
“Gli elicotteri russi dell’aviazione mozambicana, pilotati da ucraini si sono ritirati dai combattimenti giovedì dopo che uno di loro è stato colpito” – scrive DM -. Intanto, mentre Palma è nel caos, Human Right Watch chiede al governo mozambicano misure immediate per proteggere la popolazione.
Palma distrutta, non si conosce numero di morti e feriti
“Quasi tutta la città è stata distrutta. Molte persone sono morte – ha raccontato un lavoratore al telefono all’AFP dopo essere stato evacuato ad Afungi. – .Sono stati completamente abbandonati dalle forze di sicurezza mozambicane, perché avevano finito le munizioni”.
Con certezza si sa che sette persone sono state ammazzate dai jihadisti in un’imboscata durante il tentativo di evacuazione dall’hotel Amarula. Uno di loro, Adrian Nel, era un impresario sudafricano. Per il momento non si riesce ancora ad avere il numero dei morti e dei feriti.
Però l’analista britannico Joseph Henlon, nella sua newsletter, afferma che ci sono diversi morti. “…Almeno una dozzina di britannici, sudafricani e altri non mozambicani che lavorano o erano appaltatori nel progetto del gas sono stati uccisi”.
Tutti stavano aspettando l’arrivo delle barche sulla spiaggia ma non c’era nessuna imbarcazione. Alcuni di loro si sono diretti verso la spiaggia. Per fortuna, sono stati salvati dagli elicotteri di DAG prima che terminassero il carburante. Poi è scesa la notte.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 27 marzo 2021
Una panoramica dell’hotel Amarula di Palma, a Cabo Delgado, inquadra una quindicina di persone, la maggior parte stranieri. Poi lo smartphone inquadra l’autore del video, presumibilmente l’addetto alla reception. Parla con voce ferma ma molto attento a ciò che vede e sente attorno. Centoquaranta secondi eloquenti.
“Siamo sotto attacco, persone aggredite con machete…”
“In questo momento la situazione a Palma è critica – commenta l’autore del filmato -. Dalle 9:00 di ieri mattina siamo sotto attacco quando hanno cominciato ad aggredire le persone con i machete. Alle 15:00 hanno iniziato un attacco armato e da oltre 24 ore siamo sotto fuoco incrociato”.
“Non sappiamo in che modo riusciremo a uscire da qui – spiega ancora l’uomo -. Non sappiamo se potremo fuggire via mare, e se riusciremo ad essere evacuati, quando, a che ora, come né da chi. Gli elicotteri stanno volando sulla zona dell’Amarula hotel per verificare se la strada per arrivare alla spiaggia è libera e riuscire a prendere una barca. Ma da ciò che stiamo vedendo non sappiamo se sarà possibile. La situazione è critica, non abbiamo cibo, abbiamo solo acqua. Sarà ciò che Dio vorrà. Sarà ciò che Dio vorrà”.
Il video, in esclusiva per Africa ExPress, illustra la gravità della situazione su Palma, città dei giacimenti di gas dove operano ENI, ExxonMobil e Total. Un progetto per l’estrazione di gas da 60 mld di USD. I terroristi sono jihadisti di Al Sunnah wa-Jamma, chiamati dalla popolazione Al-Shebab. Dal 2019 sono affiliati allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP).
Sette civili morti durante l’evacuazione di albergo
Si sa che almeno sette civili hanno perso la vita durante l’evacuazione di un albergo organizzata da una colonna militare. Non si ha conferma che sia l’hotel Amarula. L’Amarula, è a pochi metri dall’ENI Camp e dista qualche centinaio di metri dalla spiaggia, dove presumibilmente ci sarebbe la salvezza. Ma era rischioso muoversi senza sapere se la spiaggia era libera.
Mappa con parte della città di Palma con l’hotel Amarula ed ENI Camp (Courtesy GoogleMaps)
Anche corpi di bambini nelle strade di Palma
Dalla registrazione del video la situazione è notevolmente peggiorata. Sono saltate le linee telefoniche cellulari non si capisce se distrutte dai gruppi jihadisti o staccate da governo mozambicano. Le informazioni sugli scontri tra gli aggressori e le Forze armate mozambicane e soprattutto sulla sorte dei civili arrivano a fatica. Si sa che un centinaio di jihadisti hanno attaccato Palma da tre punti. Testimoni confermano che per le strade di Palma si vedono corpi di adulti e bambini.
Colpita anche azienda italiana, uccisi cittadini stranieri in imboscata
Nel momento in cui scriviamo un convoglio di 17 mezzi che, via terra, andava in soccorso di Palma è stato vittima di un’imboscata. Solo sette mezzi sono riusciti a scappare. Si sa che ci sono vittime di nazionalità spagnola, sudafricana, portoghese e probabilmente inglese. Colpito anche il campo italiano di Bonatti con una cinquantina di dipendenti mozambicani. Nell’area operano anche Saipem e CMC con una quarantina di italiani che pare siano illesi.
Speciale per Africa ExPress Isaias Irgau 28 marzo 2021
Esattamente 45 anni fa, il 28 marzo, era una domenica, proprio come oggi, mio padre, Irgau Bahta, che ho avuto la fortuna di amare per i primi 15 anni della mia vita, venne ucciso dai soldati di Addis Ababa nel nostro appartamento, dietro la piazza vicino al Bocciofila. Papà era un asmarino amato, pieno di vita e bontà, faceva l’elettricista presso il negozio Lo Russo nel palazzo Falletta, nella capitale eritrea.
Asmara, Eritrea. Domenica 28 Marzo,1976.
Il tramonto cala sulla piazza vicino alla Bocciofila, penombra nel centro di Asmara. Scoppiano alcuni colpi di arma da fuoco. Il colonnello Bishu, ufficiale di fiducia del dittatore etiope, viene ferito mortalmente, intrappolato dai partigiani eritrei. La furia di Hailé Mariàm Menghistu non ha limiti, ordina che i cancelli del presidio si aprano e consente al terrore di vagare libero, diretto ad annegare la piazza vicino alla Bocciofila. La palma gigante al centro della piazza si prepara per una notte di massacri, il suo nucleo si agita in modo incontrollabile, stringe stretto il brivido delle sue foglie.
Le botte sul portone sono incessanti. Le finestre e le pareti dell’edificio tremano. L’ingresso principale del palazzo cede, una cavalcata di stivali si sta precipitando su per le scale, la punta della lancia si solleva in avanti con le canne dei fucili sferraglianti ammucchiate per concentrare la rabbia dei soldati. Sbuffi e urla accompagnano i militari a caccia di partigiani.
Al primo piano la prima porta è a destra. Tutto il peso dell’unità, calcio e barile, stivali e pallini, sudore e rabbia si riversano sulla fragile porta della mia famiglia con la forza di un temporale. I bambini con gli occhi spalancati pieni di paura sono rannicchiati in un angolo Stivali pesanti calpestano il pavimento delicato; la terra trema. Le uniformi in marcia riverberano come tela per vele nel vento forte, il terrore zigzaga nelle stanze minuscole. Le scorte di fucili rompono gli armadi e le credenze, facendoli a pezzi come pacchi di cartone. Il pavimento è cosparso di panni, farina, semi di lino, lenticchie, shiro (stufato di polvere di ceci o fave) berberè (miscela di spezie) e tesmi (burro chiarificato e stagionato utilizzato largamente nella cucina etiopica e in quella eritrea n.d.r.)
Papà tiene in braccio il figlio più piccolo, la testa accanto alla sua, sulla spalla sinistra. Sta osservando i soldati mentre lo spingono con insolenza. I soldati lo guardano accecati dall’odio. Quegli occhi ardenti non vedono un cittadino che ha bisogno di protezione, un capofamiglia sconfitto che tiene in braccio un neonato, una giovane madre disperata che fa da scudo ai suoi figli, una famiglia inerme senza alcuna protezione. Il nemico è tutto ciò che c’è. Il nemico che i soldati devono annientare.
Un unico colpo, il resto dei rumori si annulla. Un solo colpo per mettere in silenzio il resto. Un singolo pop per porre fine a una vita. Un solo colpo per spazzare via un mondo. Il calore sgorga dal collo del padre; sta tremando di freddo. La madre giace prostrata accanto al corpo senza vita. I suoi capelli ricci, scuri come la notte e forti come l’acciaio, ora giacciono fragili sulle sue mani inumidite.
Guerra nel Tigray
Si è strappata i capelli come facevano tutte le madri afflitte da dolori insopportabili. Non c’è nessuno a bloccarle le mani e trattenerla, non c’è nessuno a sorreggere il suo cuore infermo nell’oscurità di questo vicolo. La collera del dittatore Menghistu si è riversata sulla mia famiglia, isolata dal resto dell’universo. La porta violata rimane socchiusa, lì giace un padre accasciato, esanime sul pavimento, un bambino urlante appeso con un filo alla spalla del papà, una giovane madre piegata sulle ginocchia con le braccia aperte per sollevare manciate di capelli e i suoi lamenti angosciati al cielo turbolento, bambini con gli occhi spalancati, nascosti in un angolo, congelati per sempre dal terrore.
I soldati si sono mossi, in giro per la povera città ad Acria, Idaga Hamus e Idaga Arbi. Altre porte vengono sfondate; più colpi sparati a breve distanza. Le vittime tacciono. I corpi sono svogliati, non c’è traccia di contrazioni. Alcuni sono in pigiama, altri ancora nel loro vestito di domenica. Sono soli e condividono la morte in un cordone; le loro membra si protendono per raggiungersi e completare il cerchio attorno alla palma gigante. La palma gigante al centro della piazza vicino a Boccioflia piange in silenzio. Allunga le sue foglie per sempre, per
coprire la loro solitudine.
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea a sinistra, Abiy Ahmend, primo ministro etiopico, a destra
Tigrai. Domenica 28 Marzo, 2021
Aby Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e Isaias Aferwerki, presidente dell’Eritrea hanno inviato i loro eserciti nel Tigray in cerca dei partigiani, ancora latitanti. La rabbia dei soldati si scatena sulle case di tante famiglie.
Continua la decimazione sfrenata di civili e la distruzione di un’intera società. I soldati hanno dichiarato guerra al popolo. Non c’è nessuno a cui rivolgersi. Per i cittadini del Tigray è una morte solitaria.
Isaias Irgau Isaias Irgau oggi è medico e vive negli Stati Uniti
La nave porta-container Ever Given – lunga 400 metri e larga 60 – battente bandiera panamense, blocca il Canale di Suez dalla notte del 23 marzo scorso. La Ever Given, costruita in Giappone nel 2018, è una delle navi più grandi al mondo con una stazza lordo di 224mila tonnellate, può trasportare fino a 20mila container; era diretta dalla Cina verso l’Olanda.
Secondo le ultime notizie rilasciate dall’armatoregiapponese Yukito Higaki, presidente della società Shoei Kisen, proprietaria della Ever Given, spera di poter disincagliare la nave entro oggi per poter riaprire la via d’acqua, tra le più importanti al mondo, quanto prima. Il 12 per cento del traffico marittimo passa attraverso il canale, lungo 193 chilometri, che collega il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso e costituisce la via più breve tra Asia e Europa.
Se si opta per l’alternativa attraverso il Capo di Buona Speranza, la navigazione può prolungarsi anche di ben due settimane.
Il blocco del traffico navale attraverso il Canale di Suez ha accentuato le difficoltà delle catene di approvvigionamento tra l’Europa e l’Asia, già in grave difficoltà a causa della pandemia. E ovviamente il fatto ha già influito sul costo del petrolio: 3 per cento in più, vale a dire che il prezzo di ogni barile supera ora i 64 dollari.
Refinitif, fornitore globale di dati e infrastrutture sui mercati finanziari, ha scritto che già ora sono oltre 30 le petroliere in attesa da una parte e dall’altra per poter attraversare il Canale. I costi del blocco sono enormi, 9,6 miliardi di dollari al giorno, secondo l’agenzia Bloomberg.
L’ingegner Bruno Brugnoni, consulente marittimo di Africa ExPress, che ha passato decine di volte il canale di Suez (ex direttore di Macchina di grossi mercantili) e ha risposto così ai nostri quesiti.
Ovviamente le sue sono solo ipotesi, però curiose e interessanti
“La nave – spiega Brugnoni – aveva problemi al timone e l’equipaggio si è esercitato con quelle manovre per metterlo a punto e quindi sono state effettuate manovre complesse. Un’ipotesi plausibile, ma molto debole. Altra ipotesi l’incidente può essere stato causato da una lite scoppiata a bordo tra ufficiali (in particolare con l’addetto a rilevare i consumi) per cui chi era in quel momento in plancia al comando si è divertito a fare “rotte” senza senso per far salire in aumento i consumi. Generalmente questi scherzi vengono fatti in navigazione facendo fare larghi giri alla nave”.
“Comunque – spiega ancora il direttore di macchina -, quanto rilevato era immediatamente noto anche in plancia, quindi una movimentazione fatta consapevolmente e nota a più soggetti”.
“La nave – rileva ancora Brugnoni – non solo si è messa di traverso, ma con la prua si è addirittura conficcata in un argine/sponda del canale, manovra che a questo punto è difficile ritenere accidentale in quanto con l’apparato motore sarebbe stato possibile contrastare la manovra sbagliata ed evitare l’impatto. Certamente – conclude – la verità non si saprà mai, tutte le questioni, non essendoci stati morti e feriti, saranno risolte dalle assicurazioni e queste non hanno interesse a divulgare i particolari”.
Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Marzo 2021
L’ Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha bocciato la richiesta di India e Sudafrica, appoggiata da decine di altri Paesi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), di sospendere i brevetti su vaccini e trattamenti anticovid per l’opposizione di USA, Regno Unito, Unione Europea, Giappone, Brasile, Canada, Svizzera, Australia e Singapore. “Siamo di fronte a una pesante e pericolosa battuta d’arresto per il diritto alla salute della comunità mondiale – ha dichiarato Vittorio Agnoletto, portavoce della Campagna Europea Diritto alla Cura. Nessun Profitto sulla Pandemia-Right2Cure -. I governi dei Paesi più ricchi del pianeta – ha aggiunto – si sono assunti una grave responsabilità, che provocherà purtroppo moltissimi altri lutti, che in gran parte, si sarebbero potuti evitare. Mi chiedo se i nostri governanti, quando compiono queste scelte, siano consapevoli di tutte le conseguenze.”
La proposta respinta nei giorni scorsi all’ultima riunione del WTO, consentirebbe, invece, ad altri Paesi e ad altre aziende la produzione dei vaccini. Il trattato istitutivo del WTO prevede deroghe al cosiddetto accordo Trips sulla proprietà intellettuale, in circostanze di “particolare gravità”, ad esempio in caso di pandemia. “Se non ora, quando?”, ha scritto, senza successo, sul quotidiano britannico The Guardian il Segretario dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, alla viglia della riunione.
La portavoce della Commissione per il Commercio, Miriam Garcìa Ferrer, ha affermato che l’Unione Europea “ritiene che il problema dell’accesso ai vaccini non verrà risolto sospendendo i brevetti. I problemi sono legati alla mancanza di una capacità produttiva sufficiente a realizzare le quantità necessarie” di sieri anti-Covid. Per l’Ue occorre “incoraggiare la ricerca e l’innovazione, consentendo nel contempo accordi di licenza che aiutino ad aumentare la capacità produttiva”.
Almeno per ora, quindi la lobby dell’industria farmaceutica ha vinto, facendo presente al neo Presidente Biden, alla vigilia della riunione del WTO, che “congelare i brevetti minerebbe la capacità di risposta globale di fronte alla pandemia». Ad ogni modo il discorso non è chiuso, alla prossima riunione del Consiglio Generale dell’Organizzazione, a giugno, la proposta di sospensione sarà ripresentata.
Non c’è da stupirsi, già un mese fa il G-7 (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Giappone e Italia), nella riunione di febbraio, ha bocciato la proposta. Amnesty International nel commentare la decisione ha stigmatizzato il mancato accesso ai vaccini, dichiarando che se non verrà assicurato un accesso globali, i Paesi ricchi si renderanno responsabili di un abietto fallimento morale che, alla fine, si ritorcerà nei loro confronti. “Nessuno degli stati del G7 sta facendo pressioni sui produttori dei vaccini, dopo averli finanziati con ingenti fondi pubblici, affinché condividano le loro conoscenze e la loro tecnologia attraverso l’Oms consentendo così la produzione di altri vaccini. È scandaloso – ha sottolineato Belay di Amnesty International – che questi stati ricchi, che già hanno incamerato la maggior parte delle forniture di vaccini, impediscano ad altri di produrne di più e salvare dunque più vite umane”.
Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore ha stimato i profitti 2021 delle società produttrici di vaccini. Per Pfizer l’anno si chiuderà con profitti per circa 15 miliardi di dollari (+5,3 miliardi rispetto al 2020). Utili record anche per gli altri produttori, che il quotidiano di Confindustria stima complessivamente in 55 miliardi per il 2021. L’avidità delle case farmaceutiche è senza limiti, infatti, nonostante gli elevati profitti, le case produttrici riducono il numero di sieri previsto dai contratti e, addirittura, Pfizer ha annunciato che delocalizzerà la produzione dal Belgio alla Romania con conseguente licenziamento di una quarantina di dipendenti.
A due mesi dalla prima vaccinazione in un Paese ricco, è partita recentemente la prima spedizione di vaccini contro il Covid-19 tramite il programma COVAX, un’iniziativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini e garantire un accesso giusto ed equo a tutti i Paesi del mondo. “La prima spedizione tramite COVAX – ha dichiarato Silvia Mancini di Medici Senza Frontiere – rappresenta un passo importante per moltiaesi che non hanno ancora ricevuto una singola dose di vaccino contro il Covid-19 e hanno bisogno di questo strumento salvavita per proteggere la propria popolazione. Resta comunque un primo passo insufficiente e tardivo: per colmare questa pericolosa disuguaglianza che può compromettere la lotta alla pandemia, c’è bisogno di un massiccio invio di dosi in molti altri paesi. Ancora oggi il 75% delle dosi di vaccino sono state somministrate in soli 10 paesi del mondo, mentre altri 130 paesi non hanno ricevuto una singola dose”. La carenza di vaccini creerà un grave problema: chi sarà salvato dal Covid con i sieri, solo la nomenklatura locale? Chi sarà escluso dalla somministrazione?
Programma Covax
C’è il rischio di una ripetizione di quanto già avvenuto in molti Paesi africani con l’HIV/AIDS, quando milioni di persone sono morte, all’inizio degli anni 2000, per l’impossibilità di curarsi a causa del costo troppo elevato delle cure, stabilito dalle case farmaceutiche che ne avevano il monopolio.
Anche la società civile italiana ed internazionale si sta mobilitando per evitare quello che si potrebbe chiamare “apartheid sanitario”. Nei giorni scorsi sessantasette organizzazioni hanno inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Draghi affinchè accogliesse la proposta di India e Sud Africa, ma l’ appello è rimasto senza risposta! E’ partita anche un’analoga petizione europea, già firmata da centomila persone, con l’obiettivo di raggiungere un milione di firme per costringere i Governi nazionali e l’Unione Europea a cambiare posizione.
Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo anche sul versante politico.Il Parlamento Europeo ha approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che invita la Commissione a superare gli ostacoli e le restrizioni derivanti dai diritti di proprietà intellettuale. Lo stesso partito e Sinistra Italiana hanno avanzato un’analoga richiesta in Parlamento. Sarebbe il caso che su un tema così di grande rilevanza ci sia un grande dibattito che coinvolga tutti. La pandemia dovrebbe far riflettere, inoltre, sulla necessità della creazione di un’industria farmaceutica pubblica, che non cerchi profitti miliardari.
Il Presidente del Consiglio, alla presentazione del Piano vaccinale, ha dichiarato ultimamente di aver intrapreso azioni forti contro le società produttrici inadempienti, allora perchè non aderire alla sospensione? Per il Governo, cosa deve avere priorità: il diritto alla salute per tutti o i profitti delle case farmaceutiche?
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 26 marzo 2021
Palma, la cittadina degli impianti di gas (GNL) estremo nord del Mozambico, mercoledì 24 marzo è stata attaccata dai jihadisti di Al Sunna wa-Jamma. Sembra un attacco mirato visto che Total aveva appena annunciato la ripresa graduale dei lavori nella penisola di Afungi. Ha, infatti, tutta l’aria di essere un assalto per mostrare la propria forza e il controllo del territorio. E rendere sempre più insicuro il perimetro dei giacimenti di gas dove operano anche ENI e ExxonMobil. Un progetto che vale 60 mld di USD.
L’estrazione di gas liquefatto del Coral South FLNG, secondo quanto programmato da ENI dovrebbe iniziare nel 2022. Con la situazione in atto è probabile che venga rimandata. Intanto la compagnia petrolifera nazionale del Mozambico, ENH, sta sudando freddo. La Banca Mondiale, secondo Zitamar News, se il progetto Rovuma LNG si ferma, ENH si trova con un debito di 700 milioni di USD.
Mappa con la cintura di sicurezza intorno a Palma concordata da Total e governo mozambicano (Courtesy GoogleMaps)
Secondo l’Agenzia portoghese LUSA, i jihadisti hanno attaccato la stazione di polizia sul lato costiero di Palma e poi l’area commerciale. Qui avrebbero rapinato il Banco Internacional de Moçambique e la Standard Bank Moçambique. La Standard Bank, con otto miliardi di USD, è tra i finanziatori della piattaforma fluttuante di gas liquefatto (FLNG) che dovrebbe operare off-shore.
Forze di difesa e sicurezza e Polizia stanno cercando di neutralizzare l’attacco. L’agenzia portoghese LUSA conferma che sono stati sentiti volare gli elicotteri, probabilmente i Gazelle dei mercenari sudafricani che aiutano le Forze armate mozambicane.
Coral Sul FLNG, liquidificatore di gas naturale
Palma sempre isolata e ora sotto attacco
Da oltre un mese tutte le strade che portano a Palma sono bloccate e i suoi 28 mila abitanti sono ostaggio dei terroristi. L’assalto avviene dopo una settimana di relativa calma e diverse settimane di isolamento senza cibo e beni di consumo basici a causa dell’interruzione delle strade. Gli approvvigionamenti possono arrivare solo via mare.
Le ultime notizia arrivate parlano della popolazione fuggita nella boscaglia e che le linee dei telefoni cellulari sono interrotte. Al momento in cui scriviamo non si sa se ci sono morti o feriti. L’attacco jihadista a Palma è stato confermato con un comunicato del ministero della Difesa mozambicano il giorno seguente. “I terroristi hanno attaccato alle 16.15 la città di Palma da tre direzioni “- si legge nella nota-. Fino ad ora non si hanno notizie sulle vittime e i danni. Le Forze di difesa faranno tutto per garantire sicurezza e benessere della popolazione contro gli atti dei terroristi”. Dall’ottobre 2017 a Cabo Delgado, a causa della violenza jihadista, si contano oltre 2.500 morti e quasi 700 mila sfollati.
L’attacco di Capodanno contro Total
L’ultimo attacco che ha fatto decidere a Total di evacuare il personale è del 31 dicembre scorso, quando i jihadisti sono entrati nel cantiere. Per la sicurezza dell’area, Total e governo mozambicano hanno concordato la protezione dell’area in un raggio di 20km. Una protezione che, al momento, pare non esistere. Intanto, a Maputo i Berretti verdi USA stanno addestrando alcuni reparti dei marines mozambicani.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 marzo 2021
Dopo un lungo silenzio, il primo ministro Abiy Ahmed ha finalmente riconosciuto – ciò che il mondo intero già sapeva – che le truppe eritree hanno partecipato attivamente al conflitto che si sta consumando dal 4 novembre 2020 nel Tigray. Nel suo ultimo messaggio di fine novembre il leader etiopico, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2019, aveva dichiarato con enfasi “La guerra è finita, non ci sono state vittime civili”.
Abiy Ahmed. primo ministro dell’Etiopia
Martedì il premier ha dovuto ammettere che la situazione in fin dei conti non è tanto rosea e ha spiegato pubblicamente: “Coloro che hanno commesso atrocità, stuprato le nostre sorelle nel Tigray, saranno puniti severamente, giudicati da un tribunale. I militari avevano ricevuto l’ordine di contrastare il partito TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front, partito al potere nella regione n.d.r.), non di accanirsi contro la popolazione civile”.
“L’Eritrea è intervenuta nel Tigray, perché Asmara aveva temuto per la propria sicurezza nazionale – ha spiegato Abiy aggiungendo – Abbiamo comunicato al governo eritreo le nostre perplessità su quanto è avvenuto: sospetti massacri, saccheggi, stupri. Hanno respinto qualsiasi responsabilità. Ma hanno promesso che avrebbero punito ogni soldato eritreo che si è macchiato di tali crimini”.
Promesse che finora non hanno trovato un gran seguito, visto quanto è avvenuto martedì scorso lungo la strada che porta da Makallé, il capoluogo del Tigray a Adigrat.
Karlin Kleijer, direttore per le emergenze di Medici Senza Frontiere, ha fatto sapere che tre membri dello staff che viaggiavano su una auto con il logo dell’organizzazione, sono stati fermati da militari etiopici. Insieme a loro sono stati bloccati anche minibus carichi di viaggiatori, costretti a scendere dai mezzi. Gli uomini sono stati raggruppati da una parte, mentre le donne e i bambini hanno dovuto allontanarsi. Pochi attimi e poi almeno 4 uomini sono stati brutalmente trucidati, crivellati dalle pallottole.
Il team di MSF ha poi ricevuto il permesso di procedere, ma partendo ha visto i cadaveri sul bordo della strada. Poco dopo la loro vettura è stata bloccata nuovamente da altri militari che si sono accaniti contro l’autista di MSF. L’uomo è stato minacciato di morte e colpito selvaggiamente più volte con il calcio del fucile. Spaventato e ferito ha potuto infine ricongiungersi con gli operatori dell’organizzazione.
Una storia nella storia. E’ ciò che succede quotidianamente alla popolazione civile nella regione, con la differenza che stavolta i testimoni sono stati i membri di MSF. Altri operatori umanitari sono stati ammazzati brutalmente qualche mese fa, non hanno più potuto raccontare ciò che hanno visto: 3 erano addetti alla sicurezza del Danish Refugee Council, mentre il quarto era un funzionario di International Rescue Committee.
Malgrado le pressioni della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti secondo cui le forze della dittatura eritrea devono lasciare immediatamente il Tigray. E sia l’ONU e sia le agenzie del Palazzo di Vetro come UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e non per ultimo l’Alto Commissariato della Croce Rossa Internazionale hanno denunciato attacchi indiscriminati ai civili, violenze e stupri alle donne.
Intanto OCHA (acronimo inglese per Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari n.d.r.) ha fatto sapere nel suo ultimo rapporto del 22 marzo che la situazione umanitaria nel Tigray è tutt’ora allarmante. Gli scontri si susseguono, saccheggi e occupazione di edifici privati sono all’ordine del giorno.
E, ha precisato, che continuano a arrivare sfollati dalle campagne nelle città come Abi-Adi, Adwa, Axum e Scirè, dove è davvero difficile trovare una sistemazione dignitosa nonostante siano visibilmente affamati, dimagriti e disidratati.
I tigrini, che rappresentano più o meno il 6 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn. Il nuovo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenenti al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.
I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale e Abiy ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF contro una base di Makallé.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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