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Sudafrica, 120 ghepardi voleranno in India per la ripopolazione felina

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
1° febbraio 2023

Centoventi ghepardi sudafricani, nei prossimi 8-10 anni, saranno trasferiti dal Sudafrica all’India. Un tragitto aereo lungo 9.000 km che, entro febbraio, darà seguito alla sua reintroduzione sul suolo indiano. Serviranno a ripristinare la popolazione dello stupendo felino dichiarato estinto dal 1952.

L’invio dei primi 12 ghepardi sudafricani segue gli otto che sono partiti dalla Namibia per l’India centro-settentrionale lo scorso settembre. Sono stati liberati nel Kuno National Park, nello stato di Madhya Pradesh, 435 km a sud di Nuova Delhi. Per capire l’importanza di questo ripopolamento in India, i ghepardi della Namibia sono stati messi in libertà alla presenza del premier indiano Narendra Modi.

ghepardi Kuno National Park
Il Kuno National Park che ospita i ghepardi della Namibia

Il progetto

Il progetto di ripopolamento del felino maculato è coordinato dal dipartimento sudafricano per l’Ambiente (DFFE) in collaborazione con l’Istituto nazionale sudafricano per la biodiversità (SANBI). C’è anche la partecipazione di Parchi nazionali sudafricani (SANParks), Cheetah Range Expansion Project, Autorità nazionale per la conservazione delle tigri (NTCA) e Wildlife Institute of India (WII).

In programma c’è l’introduzione di 100-120 felini. I primi 12 ghepardi donati provengono quattro strutture private. Tre di queste sono aziende turistiche di lusso con riserve private (&Beyond Phinda Private Game Reserve, Tswalu Kalahari Reserve e Mapesu Game Reserve). La quarta è Waterberg Biosphere, ong che si occupa di conservazione e biodiversità.

famiglia di ghepardi
Famiglia di ghepardi (Acinonyx jubatus)

Le consegne annuali dei felini servono a reintrodurre questo animale in vari parchi nazionali e creare turismo locale e posti di lavoro per le comunità dell’area.

Il ghepardo africano

Il ghepardo, come molti animali delle savane africane, è una specie in via di estinzione. Secondo il WWF, negli ultimi cento anni il 90 per cento dei ghepardi è andata perduta: ne sono rimasti 6.600 esemplari. Questo felino caccia nelle savane aperte che gli permettono di individuare meglio le prede e di avvicinarsi mimetizzandosi fino a 70 metri da queste. Recentissimi studi fatti con strumentazioni più precise, dicono che raggiunge i 93 km/h (invece dei 110 dichiarati in precedenza).

Una grande velocità ma una breve resistenza: se non riesce a cacciare in 300 metri deve rinunciare. Inoltre in questo brevissimo percorso di caccia deve riuscire a uccidere la preda e portarne via una parte prima che arrivino iene, leoni e avvoltoi a rubarla. La sua preda preferita è la gazzella di Thomson che corre a 64 km/h ma caccia anche antilopi e ungulati più piccoli.

I ghepardi della Namibia e quelli che invierà il Sudafrica sono della famiglia Acinonyx jubatus, presenti in Africa australe. Storicamente, questi felini vivevano in tutto il Medio Oriente, nell’India centrale e nella maggior parte dell’Africa sub-sahariana. Oggi in Iran ce ne sono una settantina, numero insufficiente per cederne alcuni all’India. I peggiori pericoli per la loro sopravvivenza sono il bracconaggio e la perdita del loro habitat utilizzato sempre più per l’agricoltura umana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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I drammatici cambiamenti climatici riducono il lago Ciad provocando conflitti per la sopravvivenza e migrazioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 gennaio 2023

Le crisi nel mondo sono troppe, molte di queste sono cadute nell’oblio totale della maggior parte dei media internazionali. Tra queste emergenze c’è anche il dramma delle persone che popolano il bacino del Lago Ciad, situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

Bacino del Lago Ciad

Dal 2014 ad oggi le persone in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram – sempre molto attivi nel nord-est della Nigeria e nei Paesi confinanti – cercano rifugio e protezione in quest’area.

Secondo fonti ufficiali, degli 11,3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere nel bacino, almeno 3 milioni sono sfollati, costretti a fuggire dalle loro case a causa di incessanti violenze dei jihadisti. Intere comunità vivono nell’incertezza, senza sapere se potranno mai tornare a casa.

La crisi umanitaria nella zona è in netto peggioramento, ha fatto sapere Joyce Msuya, assistente del segretario generale per gli Affari umanitari e vice coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), in occasione della terza conferenza sulla regione del Lago Ciad, che si è tenuta il 23-24 gennaio a Niamey, capitale del Niger.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti di una trentina di Paesi, nonché esponenti di organizzazioni internazionali e della società civile. Tutti i convenuti hanno concordato di voler di lavorare insieme per dare risposte coordinate e sostenibili a livello locale. A tale scopo sono stati annunciati oltre 500 milioni di dollari per far fronte alle necessità delle popolazioni della regione del bacino del Lago Ciad.

Dopo oltre 10 anni dall’inizio della crisi, il conflitto nel bacino del Lago Ciad non mostra segni di attenuazione. La violenza contro la popolazione civile rimane a livelli preoccupanti, costringendo 11 milioni di persone e più a lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza.

E, secondo un rapporto presentato da Refugees International, un’organizzazione umanitaria indipendente, siccità, inondazioni e il restringimento del lago Ciad, causati in parte dal cambiamento climatico, stanno alimentando conflitti e migrazioni nella regione.

“Le risposte internazionali alla crisi del bacino del lago Ciad si sono concentrate esclusivamente sulla presenza di gruppi armati”, ha precisato Alexandra Lamarche, che ha elaborato gran parte del rapporto di Refugees International, sottolineando che “per troppo tempo non si è prestata sufficiente attenzione al modo in cui il cambiamento climatico sta alimentando violenze e  sfollamento”.

Sfollati e rifugiati nel Bacino del Lago Ciad

Anche il vicepresidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, Gilles Carbonnier, è allarmato dell’attuale situazione. “Malgrado tutti gli sforzi messi in campo fino ad oggi, migliaia di famiglie continuano a vivere in condizioni estremamente precarie, inoltre hanno accesso limitato all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Infatti, la siccità, i cambiamenti climatici, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi di tutta l’Africa, si è ridotto negli ultimi cinquant’anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila chilometri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento chilometri quadrati.

L’agenzia meteorologica dell’ONU non prevede miglioramenti, anzi, ha lanciato un nuovo allarme circa i cambiamenti climatici: è probabile che gli eventi estremi diventino più abbondanti, causando siccità e inondazioni più frequenti, con impatti sulla sicurezza generale, nonché quella alimentare in tutta la regione.

Popolazione colpita dalla crisi nel Bacino del Lago Ciad

La signora Msuya ritiene necessario che gli sforzi umanitari, di sviluppo, di pace e di stabilizzazione debbano essere meglio integrati, se si vuole portare la pace nella regione per poter garantire alle persone una migliore qualità di vita.

“Per realizzare questo, dobbiamo cambiare il nostro modo di intervento, cioè lavorare direttamente con le comunità e mobilitare le istituzioni finanziarie internazionali e il settore privato. Inoltre, Il nostro impegno deve essere programmato in decenni, non in anni”, ha dichiarato infine l’alto funzionario dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Attorno al bacino del lago Ciad si consuma una delle peggiori crisi umanitarie

Mattanza sul lago Ciad, i terroristi Boko Haram sgozzano cinquanta pescatori

Oltre due milioni e mezzo di rifugiati sul lago Ciad rischiano di morire di fame

Gabon: riprende la più importante gara ciclistica, dominata anche stavolta dagli atleti francesi

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 29 gennaio 2023

Una brillante ripartenza e una vergognosa espulsione. Il Gabon ha festeggiato la ripresa della sua celebre gara ciclistica, il Kenya è umiliato dall’ennesima cacciata di una maratoneta dopata.

Tropicale Amissa Bongo, Gabon 2023

Lo sport africano va avanti così, fra resurrezioni e tracolli. A Libreville si è conclusa domenica pomeriggio (29 gennaio) la 16esima edizione della corsa a tappe più importante del continente nero, la ennesima cacciata di una maratoneta dopata., rinata dopo 2 anni di sospensione causa Covid-19.

A Nairobi, durante lo svolgimento di questo giro ciclistico, sull’atletica si è abbattuta un’altra ignominiosa mazzata: Betty Wilson Lempus è stata squalificata per 5 anni dall’Athletics Integrity Unit per manomissione, o tentata manomissione del controllo antidoping, e per la presenza nelle sue analisi di Triamcinoloneacetonide, sostanza proibita.

L’atleta kenioya, Betty Wilson Lempus, squalificata per doping

Betty, 31 anni, nel 2021 era stata quinta alla Maratona di Praga e, a settembre, aveva dominato la mezza maratona di Parigi col tempo record di 65’46”, il ventesimo più veloce della storia. Nel 2019 era stata più lenta di ben 5 minuti! Nello stesso anno aveva vinto anche a Cracovia ed era giunta seconda a Napoli.

Betty è in buona compagnia: nel 2022 sono 25 gli atleti del suo Paesi sospesi dall’attività agonistica a causa dell’uso di sostanze dopanti. Un grande evento “positivo” (ma non per doping!) invece è stato il ritorno nel calendario ciclistico internazionale quale prova africana numero1 la TropicaleAmissa Bongo.

Era il 2006 quando l’allora presidente della Repubblica Gabonese, Omar Bongo, promise che il Paese avrebbe avuto ogni anno la sua competizione internazionale sulle 2 ruote.

E così fu: nacque il giro a tappe del Gabon in onore di sua figlia. E così è stato per 15 anni consecutivi, nonostante il padre-padrone della nazione sia venuto a mancare, nel 2009, dopo quasi 42 anni di potere assoluto.

A interrompere la serie c’è voluta la pandemia da Covid-19, che ha costretto ad annullare la Tropicale nel 2021 e nel 2022. Quest’anno, però, il giro, edizione numero 16, ha ritrovato il suo posto: 7 tappe, 933 km, 5 delle 9 province attraversate,10 nazioni rappresentate (Algeria, Burkina Faso, Cameroon, Costa d’Avorio, Eritrea, Gabon, Morocco, Ruanda, Mauritius, Benin)  e 5 squadre professionali non africane (Francia, Spagna, Belgio, Turchia e Giappone).

Al via 89 corridori, (6 per squadra, 5 per l’equipe nipponica) lunedì 23 gennaio dal nord del Paese, Bitam, con arrivo, domenica 29 gennaio, nello spettacolare circuito della capitale Libreville, davanti al Senato, nel Boulevard Trionfale, proprio dove era il traguardo della prima edizione del 2006.

Le partenze e lo svolgimento sono sempre accompagnate da una partecipazione popolare quasi commovente. “Sono veramente felice dell’entusiasmo intorno a questa nuova edizione. Tutti aspettavano questo momento, sia la popolazione sia i ciclisti professionisti, sia chi si è impegnato nell’organizzazione”, ha commentato Benjamin Burlot, direttore de La Tropicale.

E questo nonostante la parte del…leone (quasi come ogni anno) l’abbiano fatta gli atleti francesi, già dominatori di 10 delle precedenti edizioni: la prima, la seconda e la terza tappa sono state loro appannaggio.

Solo alla quarta frazione, la più lunga (190 km), è spuntato l’algerino, Azzeline Lagabe, che a 36 anni e dopo 8 partecipazioni è riuscito finalmente a sfrecciare per primo.

Primo successo in carriera anche (alla quinta tappa) per lo spagnolo Miguel Fernandez Ruiz, 25 anni, e (alla sesta) per l’estone Karl Patrick Lauk, 26, e al danese Alexander Salby, 24, nella giornata finale.

Tre prime volte consecutive per tre giovani speranze europee. Ai corridori gabonesi è rimasta la magra soddisfazione di un’altra prima: dal 2006 un locale è salito sul podio al termine della sesta frazione, Glenn Morvan Moulengui, 27 anni, premiato per la combattività. E Glenn, il corridore più in vista del Gabon,  è veramente pugnace.

Nel 2017 venne sospeso a vita con 5 compagni della nazionale ciclistica, dal Ministero dello Sport, per essersi rifiutato di prendere parte proprio a questa manifestazione: protestava contro la scarsità di risorse messe a disposizione della squadra e contro il mancato pagamento dei loro bonus. La squalifica però poi è stata ridotta e quinsi ha potuto prendere parte alla Tropicale rinata quest’anno e tanto amata anche dal presidente attuale, Ali Bongo Ondimba, 63 anni, degno figlio del padre-padrone Omar.

La classifica generale, e quindi la vittoria finale, però è andata al francese Geoffrey Soupe, 34 anni, primo alla prima tappa e – coincidenza – già 11 anni, all’esordio della sua carriera, fa aveva alzato le braccia al traguardo nella tappa disputatasi nella medesima provincia, Woleu-Ntem, alla frontiera del Camerun e della Guinea Equatoriale.

Insomma, la Francia regna sul Gabon, sulle strade, in bici: 11 successi in 16 edizioni. Macron, atteso a marzo a Libreville, deve accontentarsi considerato che altri Paesi francofoni (Burkina Faso, Mali..) sembrano non gradire più la presenza (armata) transalpina…

Costantino Muscau
muskost@gmail.co
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Kenya: pioggia di espulsioni per doping nell’atletica

All’ultima tappa e per appena un secondo al Tour del Gabon vincono i francesi

Il Congo-K orientale sempre in guerra in attesa della visita di Papa Francesco a Kinshasa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 gennaio 2023

Fra pochi giorni Papa Francesco è atteso nella Repubblica Democratica del Congo. I preparativi fervono a Kinshasa, la capitale deve presentarsi con il suo volto migliore.

Un cartellone di benvenuto a papa Francesco allestito a Kinshasa in lingala e in francese

Dunque via tutti gli ambulanti, rase al suolo baracche e casupole che ospitavano piccoli negozi informali e baretti nel boulevard Lumumba, una delle strade principali della città.

Ora Kinshasa è davvero pulita, il sindaco è soddisfatto del lavoro svolto dalle squadre di operai che hanno lavorato giorno e notte.

Peccato solo che lui e le autorità congolesi, non abbiano pensato alle persone che ora hanno perso il lavoro, cioè il sostentamento per le proprie famiglie. Poveri si aggiungono agli altri poveri della megalopoli, che conta oltre 17 milioni di abitanti.

Finora nessuna parola sui bambini di strada gli “enfants sorciéres” cioè i bambini stregoni abbandonati dalle famiglie che credono siano posseduti dai demoni. Sono vittime di una società che li ha marchiati come portatori di malattie, di disgrazie, di essere preda del male, piccoli e giovanissimi che popolano a migliaia le strade della capitale.

Kinshasa, Boulevard Lumumba, i mezzi in azione per distruggere le baracche dei commercianti di strada

L’arrivo del pontefice in Congo-K, dove si fermerà per due giorni prima di procedere per il Sud Sudan, altro Paese martoriato da un conflitto senza fine, è previsto per il 31 gennaio.

La trasferta africana nei due Paesi è già stata messa in calendario lo scorso luglio, poi rimandato per ragioni di salute di Bergoglio.

In un primo momento era prevista anche una trasferta nell’est della ex colonia belga, teatro di continui assalti da parte di innumerevoli gruppi armati, tra questi i sanguinari ADF (Allied Democratic Forces), un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995 e il raggruppamento M23, che prende il nome da un accordo, firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009.

Per ovvie ragioni di sicurezza la visita del Papa a Goma, capoluogo del Nord-Kivu è stata cancellata.

Proprio in questi giorni è giunto un nuovo allarme dalle Nazioni Unite che hanno denunciato un nuovo attacco dei miliziani M23. A Kitshanga, nel Nord Kivu, i ribelli hanno messo in fuga 450 residenti, che hanno poi cercato rifugio e assistenza nella vicina base dei caschi blu della MONUSCO, la contestata missione di pace dell’ONU nel Paese.

La rivolta armata nell’est dell’ex colonia belga ha acceso le tensioni Ruanda e Congo-K. Kinshasa accusa Kigali di fiancheggiare e sostenere la ribellione guidata dai tutsi. Anche gli esperti delle Nazioni Unite e l’Unione Europea ritengono che il Ruanda sostenga l’M23.

A fine novembre è stato siglato un accordo di un cessate il fuoco a Luanda, Angola, al termine di un mini-vertice al quale hanno partecipato i capi di Stato di Angola, Congo-K, Burundi, nonchè l’ex presidente keniota Uhuru Kenyatta. Il Ruanda, invece è stato rappresentato dal ministro degli Affari Esteri.

L’accordo prevedeva una tregua a partire dal 25 novembre alle 18.00 e il ritiro dell’M23 sulle sue posizioni iniziali. Inoltre la cessazione di ogni sostegno ai gruppi armati, M23, FDLR (acronimo per Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda, per lo più composto da hutu) e la ripresa del dialogo tra il Kigali e Kinshasa, volta a normalizzare i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Al tavolo delle trattative non erano presenti rappresentanti dei gruppi ribelli.

Mentre il 12 gennaio scorso, Kenyatta, mediatore del processo di pace della Comunità dell’Africa Orientale per l’est del Congo-K, ha incontrato una delegazione dell’M23 a Mombasa.

In seguito ai colloqui con Bertrand Bisimwa, uno dei leader dell’M23, l’organizzazione regionale ha emesso un comunicato nel quale afferma che i ribelli avrebbero accettato di continuare il ritiro dalle aree attualmente occupate nel territorio di Rutshuru, nel Nord Kivu.

Come spesso accade da queste parti i termini delle trattative non sono stati rispettati. I miliziani M23 hanno precisato che il loro intervento si è reso necessario, per difendere e proteggere i tutsi residenti a Kitshanga e nelle aree vicine.

In un articolo pubblicato ieri da Radio Okapi, giornale online di MONUSCO, viene precisato che la città di Goma è isolata dalla parte settentrionale della provincia, in particolare dai territori di Rutshuru, Lubero, Beni e dalla città di Butembo. La strada Kitsanga-Kirolirwe-Goma, è occupata da mercoledì 25 gennaio dai ribelli dell’M23, in conseguenza dei combattimenti dei giorni scorsi tra ribelli e governativi.

Popolazione in fuga nell’est del Congo-k

Un altro allarme arriva dall’UNCEF, che chiede l’immediato rilascio di 13 minori, catturati presumibilmente dai terroristi di ADF durante un attacco del 22 gennaio scorso nel villaggio di  Makugwe, nel Nord-Kivu.

Durante l’aggressione sono state brutalmente ammazzate 23 persone e diverse altre sarebbero state prese in ostaggio, tra questi anche dei minori: 11 maschietti e 2 ragazzine.

Il gruppo armato ADF, affiliato all’ISIS, è stato accusato di aver massacrato migliaia di civili congolesi e di aver compiuto attentati in Uganda. Nel 2021 gli USA hanno inserito ADF nella lista dei gruppi terroristi stranieri.

ADF è stato anche ritenuto responsabile della bomba scoppiata il 15 gennaio in una chiesa protestante a Kasindi, nel territorio di Beni, nel Nord-Kivu. L’attentato, avvenuto durante la cerimonia domenicale, ha causato la morte di 14 persone e il ferimento di altre 63. Il terribile bilancio è stato confermato dalle autorità civili e militari della zona.

Nell’est della della ex colonia belga sono attivi oltre 120 gruppi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Piogge, alluvioni e combattimenti nel Congo-K orientale: la gente muore e la diplomazia si muove ma senza risultati

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Visita a sorpresa del ministro degli Esteri russo in Eritrea, Abiy cerca alleanze in Sudan

Africa ExPress
26 gennaio 2023

Detto fatto. Solo pochi giorni fa l’ambasciatore di Putin in Costa l’Avorio, accreditato anche in Burkina Faso, in occasione della sua prima visita a Ouagadougou, si è espresso in termini molto chiari: “La Russia avrebbe bisogno di un forte sostegno da parte dei suoi partner africani”.

Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, a sinistra e il presidente dell’Eritrea, Isaias Aferwerki

E questa settimana il potente ministro degli Esteri, Sergei Lavrov ha iniziato un nuovo tour nel continente, precisamente in Sudafrica, eSwatini, Angola e, a sorpresa, ha fatto tappa anche in Eritrea, per riabbracciare un amico di lunga data, il sanguinario tiranno Isaias Aferwerki.

L’Eritrea è stato l’unico Paese africano che, nel marzo 2022, insieme alle dittature di Nord Corea e Siria, ha votato contro la risoluzione dell’ONU. Sono gli unici ad aver difeso la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

Solo pochi giorni fa, l’ambasciatore di Asmara, accreditato a Mosca, Petros Tseggai,  ha reso noto che è stato siglato un Memorandum of Understanding (MoU) tra Massaua (città portuale eritrea sul Mar Rosso) e la base navale russa di Sebastopoli.

In un comunicato rilasciato da Tseggai, a breve è previsto l’incontro ufficiale di delegazioni di entrambi i governi, volto a rafforzare i rapporti tra i due Stati.

L’ambasciatore ha inoltre ricordato di aver visitato la Crimea e Sebastopoli durante l’era sovietica e che la penisola ora è cambiata positivamente da quando è tornata sotto il controllo russo nel 2014.

La notizia della firma del MoU è stata pubblicata sul sito di Martin Plaut, ex giornalista della BBC (ora in pensione) e profondo conoscitore del Corno d’Africa.

Isaias governa  l’Eritrea con pugno di ferro sin dall’indipendenza dall’Etiopia nel 1993. Il suo esercito è stato accusato di numerose atrocità contro la popolazione civile durante la brutale guerra in Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia.

Le truppe eritree starebbero per ritirarsi da alcune città del Tigray, secondo quanto dichiarato da Washington e Addis Abeba lo scorso fine settimana. Ma il condizionale è d’obbligo, in quanto i giornalisti indipendenti non hanno ancora accesso in vaste zone della regione etiopica.

E mentre Isaias è seduto vis à vis al suo ospite Lavrov, il suo amico e alleato durante il conflitto in Tigray, il premier etiopico Abiy Ahmed è volato a Khartoum. E’ la prima visita dell’uomo forte di Addis Abeba dopo gli scontri al confine per la contestata fertile piana di al-Fashqa.

Il premier etiope, Abiy Ahmed e il presidente di transizione del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan

L’area si estende su 12 mila chilometri quadrati e si trova tra due fiumi: da un lato confina con il nord della regione Amhara e il Tigray, dall’altra con lo stato sudanese Gedaref.

Durante l’ultimo viaggio a Khartoum nel 2020, Abiy ha avuto colloqui con l’allora premier di transizione sudanese Abdalla Hamdok.

Da quel momento le relazioni tra i due Paesi del Corno d’Africa sono però state caratterizzate da tensioni, tra cui anche la disputa di confine.

Ovviamente ha rovinato i rapporti anche l’ondata di migranti scappati dal conflitto Tigray e non da ultimo, la questione della gigantesca diga idroelettrica Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Azzurro. Il Sudan teme una forte riduzione delle acque del fiume che arrivano nel suo territorio.

Il leader etiopico, Abiy Ahmed, ha tentato di placare le incomprensioni con questa sua visita a Khartoum, dove ha incontrato il presidente del Consiglio Sovrano sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, nonché il suo vice e capo delle famigerate truppe paramilitari Rapid Support Forces (RSF), Mohamed Hamdan Dagalo, oltre ad altri leader politici del Paese.

Nel 2019, dopo la cacciata dell’ex dittatore Omar al-Bashir, il premier etiopico ha svolto un ruolo chiave nelle trattative che hanno portato all’accordo tra i miliari del Sudan e i gruppi di protesta civili.

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Epidemia di colera in Malawi: la gente muore perché mancano i vaccini

  • Africa ExPress
    25 gennaio 2023

In Mali si sta consumando la peggiore epidemia di colera degli ultimi anni, i morti hanno già superato quota mille, mentre i contagi, secondo il ministro della Sanità del Malawi, Khumbize Chiponda, sarebbero oltre 30.600.

Epidemia colera in Malawi

E l’Organizzazione della Sanità (OMS) ha precisato che l’attuale infezione ha superato persino quella del 2001-2002; allora morirono 968 persone.

Il ministro della Sanità del Paese, Khumbize Chiponda, ha chiesto alla popolazione di prestare la massima attenzione nel maneggiare le salme delle vittime di colera prima dei funerali. Le persone morte a causa dell’epidemia, vengono quasi sempre lavate dai membri della famiglia che poi preparano banchetti funebri.” Ed è così che nascono sempre nuovo focolai”, ha aggiunto la Chiponda.

La maggior parte dei decessi si è verificata nelle due città principali, a Lilongwe, la capitale, e a  Blantyre, dove i bambini sono tornati in classe solo recentemente. Le scuole hanno ritardato il rientro proprio per cercare di contenere la diffusione dell’epidemia.

La campagna di immunizzazione è stata intensificata lo scorso novembre, grazie all’invio da parte dell’ONU di quasi 3 milioni di dosi di vaccino orale. Malgrado ciò, i casi sono in costante crescita e le scorte ricevute alla fine dello scorso anno sono ormai esaurite, dunque è impossibile procedere con la prevenzione.

Il portavoce del ministero della Sanità, Adrian Chikumbe, ha spiegato che è molto difficile ottenere nuovi vaccini contro il colera, visto che in tutto il mondo viene prodotto da una sola ditta che lo distribuisce ovunque quando occorre e c’è  richiesta.

Batterio del colera

Il colera è un’infezione diarroica acuta, causata dal batterio vibrio cholerae. La sua trasmissione avviene per contatto orale, diretto o indiretto, con feci o alimenti contaminati e nei casi più gravi può portare a pericolosi fenomeni di disidratazione.

La malattia colpisce ogni anno tra 1,3 e 4 milioni di persone in tutto il mondo, causando fino a 143.000 morti.

George Jobe, direttore dell’organizzazione no-profit Malawi Health Equity Network, ha spiegato all’AFP che gran parte della popolazione non crede che ci sia un epidemia di colera, inoltre, alcune religioni non permettono ai loro membri affetti dal virus di recarsi in ospedale.

Lo scorso settembre l’OMS ha lanciato l’allarme circa una preoccupante impennata di focolai di colera a livello globale, dovuta ai cambiamenti climatici, ai quali si aggiungono altri fattori scatenanti come povertà e conflitti.

Secondo l’OMS, tra il 2017 e il 2021 casi di colera sono stati rilevati in meno di 20 Paesi, mentre nel 2022 sono stati osservati focolai in ben 26.

Il Malawi è il Paese più densamente popolato  di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti e oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale. Il presidente Lazarus Chakwera, eletto dalle fila dell’opposizione, cerca di combattere con ogni mezzo disonestà e immoralità della classe politica.

Solo l’11 per cento della popolazione del Paese è collegata a una linea di corrente elettrica, tra questi la popolazione rurale rappresenta il 4 per cento e in molti luoghi con il calar del sole cessano tutte le attività.

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Sequestrato al porto di Genova carico di macchinari per la produzione di munizioni destinato all’Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 Gennaio 2023

Destinazione Addis Abeba, Etiopia. Macchinari per preparare bossoli e munizioni, stipati in due container, sono stati sequestrati dalla guardia di finanza al porto di Genova. La guerra uccide molti moltissimi, altri si arricchiscono grazie ai conflitti.

Secondo quanto riferito dalla guardia di finanza, le indagini erano in atto da diversi mesi. Ma solo in questi giorni la procura di Genova ha portato a termine l’inchiesta preliminare e ha dunque potuto portare alla luce il grave fatto.

Gli indagati sono tre, Ferdinando Monti (81 anni) e il figlio Davide, di 54, nonché l’intermediario, Angelo Dino Caravaggi, di 59 anni. Le accuse nei loro confronti sono esportazione illegale di materiali di armamento e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.

Va sottolineato che i tre non solo hanno violato la legge italiana, ma hanno “sorvolato” sulle raccomandazioni dell’Unione Europea, che con risoluzione del 7 ottobre 2021 invita tutti gli Stati membri a non esportare armi verso l’Etiopia.

L’azienda esportatrice è FORZA 3M Srl, con sede a Lecco, via Parini 19, società che non risulta iscritta nel Registro nazionale delle imprese (ex legge 185/1990), e quindi non poteva richiedere l’autorizzazione all’esportazione di materiale d’armamento, come precisa The Wapon Watch (Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo).

Il materiale sequestrato e destinato all’Etiopia, Paese in fiamme su diversi fronti, era contenuto in due container, per un valore approssimativo di 3 milioni di euro. Si tratta di una macchina scanalatrice e da una rifilatrice, oltre a minuterie metalliche e stampi impiegati per la fabbricazione di munizioni leggere.

Sono però state descritte dall’azienda esportatrice come un “tornio parallelo e macchine per la formatura a caldo”, definizioni generiche che ovviamente intendevano occultare apparecchiature per la fabbricazione di ben altro.

Le macchine sono destinate alla fabbricazione di munizioni, come conferma la presenza di stampi per il calibro 7.62×39 mm, tipico delle armi da guerra di produzione sovietica e in particolare dell’AK-47 ‘Kalashnikov’, fucile d’assalto che è stato anche prodotto su licenza in Etiopia negli stabilimenti del Gafat Armament Engineering Complex, come precisa The Wapon Watch.

Fucile Kalashnikov

La ditta FORZA 3M Srl è stata costituita solamente nel 2021 e ha un capitale limitato di appena 20.000 euro. La sede dichiarata è solo quella legale e l’unico bilancio finora presentato è di 160.000 euro con un solo dipendente. L’azienda è strettamente collegata ad un’altra società, la MINUTERIE 3M Srl, attiva dal 1995 nelle minuterie metalliche, che nel bilancio 2021 ha dichiarato un fatturato di 12,7 milioni di euro e ha 61 dipendenti impiegati in uno stabilimento della zona industriale di Lecco.

Ora non è ancora chiaro se i due container della ditta italiana fossero destinati effettivamente alla società governativa etiopica Ethio Engineering Group, o se da Addis Abeba il carico sarebbe eventualmente partito a altra destinazione. Una matassa che il procuratore di Genova, Giancarlo Vona e il suo aggiunto, Francesco Pinto, dovranno cercare di districare.

Intanto sembra che da alcune città del Tigray si stiano finalmente ritirando le truppe eritree, inviate dal dittatore di Asmara, Isaias Aferwerki, per combattere accanto alle forze armate del regime di Addis Abeba. Il trattato di pace è stato siglato il 2 novembre a Pretoria, in Sudafrica, poi implementato a Nairobi due settimane dopo, per garantire l’accesso degli aiuti umanitari nelle aree martoriate dalla guerra.

Il condizionale del ritiro degli eritrei è d’obbligo, in quanto l’accesso ai giornalisti indipendenti è ancora limitato in tutta la regione.

Alcuni testimoni hanno riportato di aver visto camion carichi di soldati lasciare Sciré e altre due città del Tigray. La terribile guerra civile ha causato un infinità di morti, forse centinaia di migliaia, non solo sui campi di battaglia. Molti residenti sono morti di fame e stenti, e a causa della mancanza di medicinali.

Il cibo manca ancora un po’ ovunque, altrettanto le medicine. Più di 54.000 civili sfollati durante i due anni di guerra nella regione del Tigray e accolti in un campo ad Abiy Adi, nel Tigray centrale, vivono in condizioni disperate proprio per la mancanza cronica di aiuti umanitari.

Non bisogna nemmeno sottovalutare il conflitto in Oromia, la più grande regione dell’Etiopia.

I ribelli dell’Esercito di Liberazione Oromo (OLA) sono stati precedentemente confinati ai margini dell’Oromia occidentale e meridionale. Secondo gli analisti, la guerra del Tigray ha creato un vuoto di sicurezza che ha indirettamente ha dato una mano a l’OLA a espandere l’ insurrezione.

La situazione si sta rapidamente deteriorando, ha avvertito in un suo rapporto del mese scorso l’OCHA, l’Agenzia di Coordinamento degli Aiuti delle Nazioni Unite. Migliaia di civili sono fuggiti dalle loro case e i servizi essenziali non funzionano in alcune aree colpite dal conflitto.

Non dimentichiamo i cambiamenti climatici che hanno colpito il Corno d’Africa  E’ la peggiore siccità delle ultime due generazioni e sono i bambini del Kenya, della Somalia, dell’Etiopia a dover pagare il prezzo più alto di questo disastro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Nuovo allarme siccità nel Corno d’Africa: milioni di bambini a rischio malnutrizione

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Altra vittoria di Putin: a febbraio in Sudafrica manovre militari marine con Russia e Cina

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 gennaio 2023

Manovre militari sono programmate tra il 17 e il 27 febbraio al largo del KwaZulu-Natal, tra Durban e Richards Bay. Le forze in mare saranno la Marina del Sudafrica con quelle di Russia e Cina.

“L’esercitazione prevista porterà benefici a tutti i Paesi coinvolti – ha dichiarato in una nota la ministra della Difesa sudafricana, Thandi Modise -. Ciò è possibile attraverso l’interoperabilità dei sistemi navali, il potenziamento dei sistemi congiunti di gestione dei disastri, la cooperazione marittima e le esercitazioni antipirateria”.

Secondo Modise la manovra navale, nota come “Esercitazione Mosi II”, servirà come piattaforma per condividere capacità operative, competenze ed esperienze dei tre Paesi. Questa è la seconda esercitazione militare di questo tipo con le tre forze navali. La prima si è tenuta nel novembre 2019 a Città del Capo.

mappa manovre militari Sudafrica Russia Cina
Mappa dell’area delle manovre militari di Sudafrica, Russia e Cina (Courtesy GoogleMaps)

Maggioranza dei sudafricani contro l’invasione dell’Ucraina

A un anno dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina ai sudafricani queste manovre militari suonano molto stonate. Anche se il Paese, rappresentato da Cyril Ramaphosa dal 2018, si è sempre rifiutato di condannare l’occupazione dichiarandosi neutrale.

Ma ci sono voci critiche su queste esercitazioni. Tra i contrari anche Greg Mills e Ray Hartley, sudafricani, rispettivamente direttore e responsabile della Ricerca nella Brenthurst Foundation. In un articolo al vetriolo pubblicato sul sito della Fondazione accusano il Sudafrica di immoralità. “L’Ucraina sta combattendo per la propria sopravvivenza contro l’aggressione russa, quindi queste manovre militari sono immorali”, scrivono i due analisti.

Secondo Mills e Hartley in un recente sondaggio l’80 per cento dei sudafricani ha condannato l’invasione russa. Questa maggioranza ha anche dichiarato che il Sudafrica dovrebbe offrire sostegno a un Paese invaso dal suo vicino.

Manovre militari sudafricane una vittoria per Putin

Secondo la Brenthurst Foundation per la Marina sudafricana queste esercitazioni sono anche inutili e poco pratiche perché possono utilizzare solo una fregata in ruolo marginale. “Manovre militari internazionali richiedono Marine competenti e operative e il Sudafrica non lo è, al momento – si legge -”. Le quattro fregate e i tre sommergibili acquistate attraverso il discusso Arms Deal (che vede accusato l’ex presidente Jacob Zuma di corruzione) non sono operative.

manovre militari sommergibile della Marina Sudafricana
Sommergibile della Marina Sudafricana

Per gli autori dell’articolo le esercitazioni navali non hanno niente a che fare con il reale apprendimento militare. Servono solo a dimostrare apertamente l’appoggio del Sudafrica alla Russia e questo sostegno a Putin, per la Russia, sarà una vittoria.

“Contrariamente alle affermazioni dei nostri critici, il Sudafrica non sta abbandonando la sua posizione neutrale sul conflitto russo-ucraino – afferma il dipartimento della Difesa -. Rimaniamo fermi nella nostra opinione che il multilateralismo e il dialogo siano la chiave per sbloccare una pace internazionale sostenibile. Continuiamo a esortare entrambe le parti a impegnarsi nel dialogo come soluzione al conflitto in corso”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Crediti foto:
Sommergibile South African Navy submarine SAS Charlotte Maxeke
By Photo: LA(Phot) Caroline Davies/MOD, OGL v1.0, Link

 

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ESwatini: ucciso avvocato e difensore per i diritti umani mentre il re fustiga gli oppositori al suo regime

Africa ExPress
Mbabane,22 gennaio 2023

Sabato pomeriggio è stato brutalmente ammazzato a colpi di arma da fuoco Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani e influente oppositore a eSwatini (ex Swaziland), l’unica monarchia assoluta nel continente africano.

Thulani Mseko, avvocato e attivista per i diritti umani ammazzato a eSwatini

L’avvocato è stato ucciso da uomini armati non meglio identificati nella sua abitazione a Luhleko, che dista una cinquantina di chilometri dalla capitale Mbabane. La notizia è stata data da Sikelela Dlamini, portavoce dell’opposizione.

Dlamini ha aggiunto che, secondo quanto gli è stato riferito, gli assassini avrebbero sparato dalla finestra, mentre Maseko era all’interno della casa con la sua famiglia.

Il governo ha inviato condoglianze alla famiglia, sottolineando che la morte di Maseko è una “perdita per la nazione”.  Intanto la polizia ha fatto sapere di aver sguinzagliato i propri agenti alla ricerca degli assassini.

Maseko è stato anche il fondatore di MSF, una coalizione di partiti di opposizione, associazioni e chiese. Era un importante avvocato ed editorialista per i diritti umani nel regno e aveva in corso una battaglia giudiziaria con il re Mswati III per la decisione del monarca di rinominare il Paese Eswatini.

Il re ha cambiato il nome da Swaziland in eSwatini nel 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario dall’indipendenza dalla Gran Bretagna.

Nel 2014, Maseko e il direttore della rivista The Nation, Bheki Makhubu, sono stati incarcerati per oltraggio alla Corte per aver scritto articoli che criticavano il governo e il sistema giudiziario del Paese.

Poche ore prima della morte di Maseko, il re si è scagliato contro gli attivisti e oppositori al suo regno: “La gente non dovrebbe versare lacrime e lamentarsi dei mercenari che li uccidono. Sono proprio gli oppositori a iniziare le violenze, per poi protestare nuovamente quando lo Stato interviene e li reprime per le loro azioni e incolpano il re Mswati per aver chiamato i mercenari nel regno”.

La scorsa settimana scorsa, Swaziland Solidarity Network (SSN) – un forum su Facebook – ha affermato che il re ha ingaggiato dei mercenari, principalmente afrikaner bianchi provenienti dal vicino Sudafrica, per aiutare le forze di sicurezza di eSwatini per reprimere la crescente opposizione al suo regime. Ovviamente il portavoce del governo, Alpheous Nxumalo, ha negato l’ingaggio dei contractor.

Ma il gruppo per i diritti Freedom Under Law, che opera in tutta l’Africa meridionale, ha puntato il dito contro il governo per la morte dell’attivista.

L’ambasciata di Washington a Mbabane ha scritto in un comunicato di essere molto colpita dalla morte dell’avvocato e difensore dei diritti umani e ha presentato le condoglianze alla famiglia, agli amici e agli ammiratori di  Maseko in tutto il mondo. Il messaggio della rappresentanza USA nel regno termina con queste parole: “eSwatini e il mondo hanno perso una voce autorevole per la non violenza e i diritti umani”.

Re Mswati III dello Swaziland

Il re, nominato ufficialmente principe ereditario nel settembre 1983 è stato incoronato sovrano dello Swaziland il 25 aprile del 1986, all’età di 18 anni. Fino alla sua maggiore età le funzioni regali sono state assunte dalla regina madre.

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria.

ESwatini conta solamente un milione e sessanta mila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai 58 anni.

Africa ExPress
@africexp
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ESwatini: Il re continua la repressione, bagno di sangue tra i manifestanti

Vacanze tragiche nella riviera “italiana” del Kenya

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 22 gennaio 2023

Una barca con a bordo 29 persone, tra loro 13 turisti italiani, si è capovolta al largo di Garoda, una delle più famose spiagge di Watamu, a una ventina di chilometri a sud di Malindi.

Il bilancio è di 4 persone annegate. Le vittime sono tutte keniane: una bimba di 8 anni, in vacanza con i genitori di Nairobi, (che sono stati soccorsi in tempo) e tre donne. Per molte ore si è temuto che nell’ imbarcazione ci fossero anche degli italiani. In particolare sei nostri connazionali erano stati dati per dispersi.

Kenya: spiaggia di Watamu

In realtà dalle verifiche effettuate da Africa Express con l’autorità consolare di Malindi si è chiarito che a bordo del battello non c’era nessun italiano. Più tardi è giunta la conferma ufficiale della Farnesina.

Occorre precisare, però, che il console si trovava a Malindi e quindi è possibile che non sia stato informato compiutamente. Secondo le ultime verifiche sulla barca viaggiavano 13 italiani.
Uno è Matteo Balbi, 23 anni, di Grosseto, che ha dichiarato: “Ci siamo salvati perché eravamo sul tetto e grazie allo staff di un’altra imbarcazione che ci ha recuperato subito e portati a riva”.
Un medico milanese Franco Ghezzi si trovava invece sulla spiaggia dove sono stati prestati i primi soccorsi.

Ha raccontato: ”Ho visto in lontananza quattro o cinque barche e poco dopo c’è stato un gran trambusto. Una si era rovesciata e le altre cercavano di far salire a bordo gli occupanti che erano finiti in mare”.

Nel giro di pochi minuti è arrivato sul posto anche il natante delle guardie del parco marino. “Per primo hanno sbarcato un keniano con una bimba che era già in condizioni disperate, in piena ipotermia – ha riferito ancora Ghezzi – poi una donna in fin di vita”.

“Infine – ha concluso – è arrivato un italiano che faceva fatica a deambulare. L’ho fatto vomitare ed ha espulso molta acqua dai polmoni. Una volta ripresosi, lo abbiamo convinto a recarsi in ospedale”.
In effetti sembrava quasi impossibile che non ci fossero coinvolti dei nostri connazionali, considerato l’alto numero di turisti che dalla penisola sono tornati a popolare le spiagge sterminate di questa zona.

Non solo: da molti anni la riviera sull’oceano Indiano del Kenya è praticamente “colonizzata” dai nostri connazionali. Non c’è solo Briatore: ville private, alberghi, resort, ristoranti sono “cosa nostra” (in senso imprenditoriale si intende!).
Una delle mete turistiche più gettonate è proprio quella cui mirava l’imbarcazione coinvolta ieri mattina: Watamu Marine National Park e la ricerca dei delfini.
Lo scampato pericolo per i nostri concittadini, però, non deve far dimenticare quello che nasconde la tragedia di ieri mattina: l’insicurezza, che regna sovrana sulle coste bianche, calde, incontaminate di Malindi, Watamu o Diani.
Una fonte attendibilissima, consultata da Africa Express, ci ha dichiarato quella che deve essere la versione credibile dell’accaduto nella sua essenziale ma spaventosa dinamica:

”Una barca irregolare, con una dozzina di locali, dopo il secondo reef, si è girata. Sono affogati tre adulti e una bambina. Purtroppo nessuno si chiede: come mai i passeggeri erano senza salvagente, obbligatori per legge?”
Una carenza cui non fa cenno uno dei responsabili del Watamu Marine National Park and Reserve, Dadley Kiluhula, il quale ha parlato di 26 persone prontamente soccorse, con tre di esse portate in ospedale.

Watamu National Marine Park

Anche un altro responsabile, Ibrahim Abdi, non fa cenno di irregolarità, ma si lascia sfuggire qualche parola preoccupante. “Ho ricevuto la notizia di questa sciooccante tragedia – ha dichiarato – mentre ero assieme al governatore Gideon Mung’aro e immediatamente ho disposto le operazioni di soccorso. Ho lanciato un appello alla Contea e al governo nazionale perché si provveda a mettere in piedi una strategia che fornisca potenti mezzi di soccorso di pronto intervento nel caso di futuri simili incidenti”.
Tutto il mondo è paese. Si chiudono le stalle quando i buoi sono scappati.La sicurezza a Watamu e dintorni, che riguarda tutti, italiani compresi, non coinvolge solo i battelli irregolari privi dei mezzi di salvezza.
Ci sono almeno altre due situazioni di pericolo perenne, che le autorità fronteggiano solo con grida manzoniane.
Il dilagare dei kitersufer, (tantissimi sono italiani) per i quali il vento oceanico è una specie di manna dal cielo. Nonostante abbiano aree riservate, questi amanti degli spettacolari aquiloni imperversano anche laddove i turisti normali vorrebbero fare il bagno senza correre il rischio di essere decapitati. Un vero Far West.
E poi i Boda Boda, o bajaj, cioè i moto taxi. Caricano gli eccitati turisti, anche 3 per volta, spesso pure mamme o papà con bambini in fasce.Peccato che, nonostante la legge lo preveda , quasi nessuno sia assicurato. E in caso di incidente….

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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DAL NOSTRO ARCHIVIO

Le strade di Malindi competono con Roma, ma non è l’unica afflizione della “little Italy”

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