I drammatici cambiamenti climatici riducono il lago Ciad provocando conflitti per la sopravvivenza e migrazioni

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 gennaio 2023

Le crisi nel mondo sono troppe, molte di queste sono cadute nell’oblio totale della maggior parte dei media internazionali. Tra queste emergenze c’è anche il dramma delle persone che popolano il bacino del Lago Ciad, situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

Bacino del Lago Ciad

Dal 2014 ad oggi le persone in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram – sempre molto attivi nel nord-est della Nigeria e nei Paesi confinanti – cercano rifugio e protezione in quest’area.

Secondo fonti ufficiali, degli 11,3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere nel bacino, almeno 3 milioni sono sfollati, costretti a fuggire dalle loro case a causa di incessanti violenze dei jihadisti. Intere comunità vivono nell’incertezza, senza sapere se potranno mai tornare a casa.

La crisi umanitaria nella zona è in netto peggioramento, ha fatto sapere Joyce Msuya, assistente del segretario generale per gli Affari umanitari e vice coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), in occasione della terza conferenza sulla regione del Lago Ciad, che si è tenuta il 23-24 gennaio a Niamey, capitale del Niger.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti di una trentina di Paesi, nonché esponenti di organizzazioni internazionali e della società civile. Tutti i convenuti hanno concordato di voler di lavorare insieme per dare risposte coordinate e sostenibili a livello locale. A tale scopo sono stati annunciati oltre 500 milioni di dollari per far fronte alle necessità delle popolazioni della regione del bacino del Lago Ciad.

Dopo oltre 10 anni dall’inizio della crisi, il conflitto nel bacino del Lago Ciad non mostra segni di attenuazione. La violenza contro la popolazione civile rimane a livelli preoccupanti, costringendo 11 milioni di persone e più a lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza.

E, secondo un rapporto presentato da Refugees International, un’organizzazione umanitaria indipendente, siccità, inondazioni e il restringimento del lago Ciad, causati in parte dal cambiamento climatico, stanno alimentando conflitti e migrazioni nella regione.

“Le risposte internazionali alla crisi del bacino del lago Ciad si sono concentrate esclusivamente sulla presenza di gruppi armati”, ha precisato Alexandra Lamarche, che ha elaborato gran parte del rapporto di Refugees International, sottolineando che “per troppo tempo non si è prestata sufficiente attenzione al modo in cui il cambiamento climatico sta alimentando violenze e  sfollamento”.

Sfollati e rifugiati nel Bacino del Lago Ciad

Anche il vicepresidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, Gilles Carbonnier, è allarmato dell’attuale situazione. “Malgrado tutti gli sforzi messi in campo fino ad oggi, migliaia di famiglie continuano a vivere in condizioni estremamente precarie, inoltre hanno accesso limitato all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Infatti, la siccità, i cambiamenti climatici, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi di tutta l’Africa, si è ridotto negli ultimi cinquant’anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila chilometri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento chilometri quadrati.

L’agenzia meteorologica dell’ONU non prevede miglioramenti, anzi, ha lanciato un nuovo allarme circa i cambiamenti climatici: è probabile che gli eventi estremi diventino più abbondanti, causando siccità e inondazioni più frequenti, con impatti sulla sicurezza generale, nonché quella alimentare in tutta la regione.

Popolazione colpita dalla crisi nel Bacino del Lago Ciad

La signora Msuya ritiene necessario che gli sforzi umanitari, di sviluppo, di pace e di stabilizzazione debbano essere meglio integrati, se si vuole portare la pace nella regione per poter garantire alle persone una migliore qualità di vita.

“Per realizzare questo, dobbiamo cambiare il nostro modo di intervento, cioè lavorare direttamente con le comunità e mobilitare le istituzioni finanziarie internazionali e il settore privato. Inoltre, Il nostro impegno deve essere programmato in decenni, non in anni”, ha dichiarato infine l’alto funzionario dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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