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Zimbabwe: silurato profeta-ambasciatore contrabbandiere d’oro incastrato dai giornalisti di Al Jazeera

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
6 aprile 2023

Uebert Angel, ambasciatore plenipotenziario del presidente è stato licenziato. Gli sono stati tolti il passaporto e il titolo diplomatico. Eddie Cross, biografo del presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, lo ha detto durante un’intervista alla TV Al Jazeera.

Il licenziamento del predicatore-ambasciatore, autodefinitosi profeta, è stato il primo risultato tangibile – e scontato – dell’indagine Gold Mafia trasmesso dalla rete televisiva qatarina.

Il compito di Angel, al secolo Uebert Madzanire, doveva essere la promozione del Brand Zimbabwe. Attraverso le sue capacità oratorie e di marketing doveva trovare finanziatori e investimenti per far uscire dal baratro economico, e promuovere, l’ex colonia britannica.

gold mafia
Gold Mafia (cortesy Al Jazeera)

L’indagine che ha scoperchiato contrabbando e riciclaggio

Angel lo stava facendo ma soprattutto in modo illecito attraverso il contrabbando di oro e il riciclaggio di denaro sporco via Dubai. Pare il personaggio principale a capo di un’organizzazione a delinquere molto ben organizzata ed efficiente.

L’indagine di due giornalisti sotto copertura dell’Unità investigativa di Al Jazeera ha scoperchiato un calderone. Sotto falso nome volevano riciclare 1,3mld di USD. Lo scoop conferma alto livello di corruzione in Zimbabwe, anche ai vertici, e mette in difficoltà persino il capo dello Stato.

Il 4 marzo in una conferenza stampa, che escludeva le domande dei giornalisti, è intervenuta Monica Mutsvangwa, ministra dell’Informazione dello Zimbabwe.

Il governo prende atto del documentario intitolato Gold Mafia…e prende sul serio le accuse sollevate – ha affermato la ministra -. E ha dato ordine agli organi competenti di avviare indagini sulle questioni aperte dal reportage. “Chiunque venga trovato coinvolto in atti di corruzione, frode o qualsiasi altra forma di crimine, dovrà affrontare la piena collera della legge”.

Durante la sua caduta, Uebert Madzanire-Angel, nonostante le registrazioni nascoste confermino le sue parole, ha attaccato i giornalisti accusandoli di aver raccontato menzogne. Ha anche aizzato i suoi seguaci ad attaccare coloro che lo accusano di contrabbando d’oro e riciclaggio di denaro.

Una petizione contro l’ambasciatore Angel

Intanto, mentre il profeta indagato affila le armi, dal Regno Unito è partita una petizione per congelare i suoi beni. L’iniziativa è organizzata da Cathy Fikile Tshezi, cittadina zimbabeiana residente nel Regno Unito, che ne chiede anche l’arresto. Nel momento in cui scriviamo la petizione ha superato le 17.500 firme.

 

Giro di vite alla libertà di stampa

Lo scandalo tocca anche le istituzioni dello Zimbabwe. Queste alzano le barricate e smentiscono il coinvolgimento nei traffici del predicatore-profeta-ex ambasciatore. Tra queste: Reserve Bank of Zimbabwe; Mugabe Airport di Harare; Fidelity Printers and Refinery, raffineria d’oro dello Zimbabwe e altre.

Davanti allo scalpore creato dall’indagine giornalistica, George Charamba, portavoce di Mnangagwa ha intimato ai media di non parlare di Gold Mafia.

In risposta, Gift Siziba del partito di opposizione Citizens Coalition for Change (CCC) ha affermato che la corruzione è il principale ostacolo all’economia del Paese.

“Invece di perseguitare i giornalisti, le istituzioni devono essere in grado di rispondere ai cittadini di questo Paese – ha dichiarato Siziba -. Devono spiegare cosa è stato fatto finora per affrontare e risolvere il problema della corruzione”.

Fino ad oggi sono state trasmesse due delle quattro puntate esplosive di Gold Mafia. Sicuramente ci saranno altre sorprese non solo in Zimbabwe, ma anche in Sudafrica implicato anch’esso nel riciclaggio di denaro sporco contrabbando di oro e tabacco.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Zimbabwe, smascherato da Al Jazeera ambasciatore-profeta che contrabbandava oro e riciclava denaro

Lo Zimbabwe di Mnangagwa: speranza nell’inizio di una nuova era

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Parte dalla Sardegna un progetto per garantire acqua pulita nel nord dell’Uganda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 aprile 2023

Il Comune di Nuoro è capofila di un nuovo progetto in Uganda per garantire l’accesso all’acqua pulita alle popolazioni di Adjumani, nel nord del Paese, meta di migliaia e migliaia di profughi, provenienti principalmente dal Sud Sudan e Congo-K.

Moyo, Uganda: la popolazione locale accoglie la delegazione sarda a passo di danza
Foto di Sara Porru

L’ambiziosa sfida, il progetto di cooperazione E.Wa.s-Soluzioni per l’ambiente e per l’acqua, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile, è cofinanziato dalla Presidenza della Regione Sardegna. Il piano sarà attuato in collaborazione con il distretto di Adjumani, l’Enas (Ente acque della Sardegna), l’Università di Sassari e l’associazione di volontariato Dreo (Deborah Ricciu Espandere Orizzonti).

E.Wa.s-Soluzioni supporterà il distretto di Adjumani nell’allestimento di un prototipo di laboratorio per le analisi chimiche fisiche e biologiche dell’acqua per usi domestici, così da permettere alle autorità ugandesi di monitorare le qualità della risorsa fornita alle popolazioni locali.

Una delegazione sarda, composta da Sara Porru (Comune di Nuoro), Fabiola Podda (esperta di cooperazione internazionale), Marco Sechi (Regione Sardegna), Maria Antonietta Dessena e Amedeo Fadda (Enas), Quirico Migheli (Università di Sassari), Roberto Schirru (associazione Dreo) si è recata recentemente in Uganda insieme a Padre Charles Vura Obulejo, rappresentante del distretto di Adjumani.

I profughi continuano ad affluire in Uganda, il terzo Paese più ospitale del continente, dopo la Costa d’Avorio e il Sudafrica. Nel Paese dove “regna” Yoweri Museveni ininterrottamente dal 1986, la popolazione migrante rappresenta il 4 per cento della popolazione.

Attualmente sono presenti 1,7 milioni di profughi in Uganda. “Dalla frontiera di Elegu ne entrano in media 500/600 al mese, con picchi toccati lo scorso maggio quando gli ingressi hanno sfiorato i 1.500. Li si vedono passare il ponte senza particolari problemi pur non avendo, nella stragrande maggioranza dei casi, documenti da esibire”, come si legge in un articolo del quotidiano Domani, a firma di Luca Attanasio, che recentemente ha visitato la parte settentrionale del Paese, al confine con il Sud Sudan.

Uganda: centro di prima accoglienza appena varcato il confine

E proprio dal Sud Sudan proviene la maggior parte dei profughi, anche se sono in aumento coloro provenienti dall’est della Repubblica Democratica del Congo, a causa degli incessanti conflitti perpetrati da vari gruppi armati.

Un gruppo di esperti indipendenti delle Nazione Unite ha pubblicato un nuovo rapporto sulla situazione nel più giovane Stato della terra. Nell’esposto, pubblicato lunedì, i professionisti puntano il dito contro alcuni alti funzionari sud sudanesi, tra questi anche il governatore dell’Unity State, Joseph Monytuil, nonché Thoi Chany Reat, tenente generale delle forze di difesa del popolo del Sudan meridionale. Sono ritenuti  responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Secondo gli esperti sarebbero implicati in terribili violenze e atrocità commesse nei confronti di civili e dovrebbero essere perseguiti.

Museveni ha coniugato l’accoglienza ai rifugiati con lo sviluppo del Paese e ha saputo trasformare l’arrivo massiccio di persone in cerca di protezione in una ricchezza. Infatti il 30 per cento degli aiuti internazionali destinati ai territori dove si trovano i campi profughi, per legge, deve essere destinato alle popolazioni locali.

In questo modo anche gli abitanti delle zone povere dei distretti del nord possono godere di maggiori benefici, come servizi sanitari, scuole, acqua. Si è creato così una sorta di equilibrio nella convivenza tra residenti e profughi a beneficio di tutti, come ha spiegato il secondo vice-primo ministro Moses Ali dell’Uganda, a Africa-ExPress in un’intervista nel 2019.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

Già allora Ali, classe 1939, che a tutt’oggi svolge la sua funzione in seno al governo, ha precisato: “Crediamo nel panafricanismo, siamo fratelli e sorelle e dobbiamo collaborare. Ed è nostro compito dare ospitalità ai rifugiati e cercare di integrarli nel miglior modo possibile nella società ugandese”.

I richiedenti asilo devono passare tutti dai centri di prima accoglienza in prossimità delle frontiere dove devono registrarsi e vengono sottoposti alle visite sanitarie di rito.

A gran parte dei rifugiati viene assegnato un pezzetto di terreno, secondo accordi con i clan locali e il governo. Coltivare la propria terra rende il profugo più autosufficiente. Volendo, può anche costruirsi una casetta sull’area che gli è stata concessa. A tutti profughi vengono rilasciati i documenti necessari, possono lavorare e spostarsi liberamente in tutto il Paese. Ricevono anche un documento di viaggio se vogliono recarsi all’estero, possono comunque sempre ritornare in Uganda se lo desiderano.

L’istruzione scolastica è gratuita per tutti, rifugiati e ugandesi e i banchi di scuola sono la carta vincente dell’integrazione. Il vice primo ministro fa notare che coloro che si stabiliscono nelle aree urbane si integrano più velocemente, perché è meno problematico trovare un’occupazione. Grazie al lavoro e un’entrata sicura diventano indipendenti e non necessitano più del piccolo contributo che il governo gli concede.

L’Uganda è il Paese dei contrasti. Se da un lato dimostra generosità nei confronti dei richiedenti asilo, è feroce contro gli omosessuali, la comunità LGBTQ+. Malgrado le denunce delle associazioni per i Diritti umani, il 21 marzo scorso il parlamento di Kampala ha adottato una legge, volta a rafforzare la criminalizzazione delle minoranze sessuali, che rischiano 10 anni di galera. Ora Museveni dovrà decidere se approvarla o meno entro 30 giorni. Sta di fatto che recentemente il presidente ha apostrofato gli omosessuali come “deviati”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Moses Ali, vice premier ugandese in visita in Sardegna:”Reintegreremo i migranti

Anche alla maratona di Milano dilagano i corridori neri

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 2 aprile 2023

Straripante l’onda “nera” dei runner nelle strade di Milano. La ventunesima edizione della Enel Milano Marathon parla…..chiaro! Nove africani fra i primi dieci nella gara maschile, otto africane fra le prime dieci nella gara femminile.

 

Enel Milano Marathon: vince il 22enne ugandese Andrew Kemoi Rotich

La competizione milanese ha inaugurato, nella splendente mattinata domenicale del 2 aprile, la stagione delle grandi competizioni internazionali e ha subito ribadito chi saranno i dominatori anche nel 2023. A tagliare per primo il traguardo nel centro di Milano è stato, infatti, il giovanissimo Andrew Kemoi Rotich, classe 2000, stella nascente dell’atletica ugandese.

Al suo debutto sui 42,195 chilometri, Andrew ha segnato il tempo di 2h07’14” e ha dato 38 secondi di distacco al keniano Kattam Timothy Kipkorir e un minuto al ruandese John Hakizimana. Quarto l’etiope Gonfa Solomon Deksisa e quinto l’italiano tanto atteso (nato in Etiopia) Yeman Crippa, 26 anni, oro nei 10.000 metri, bronzo nei 5.000 metri agli Europei di Monaco di Baviera 2022 e ambasciatore dell’evento. Crippa, anche lui all’esordio sulla distanza, era reduce da un lungo allenamento in altura effettuato proprio in Kenya.

Il vincitore Kemoi Rotich fino al successo di Milano non si era mai cimentato in una maratona. Aveva, però, vinto alcune mezze maratone lo scorso anno, in Francia, nel mese di marzo, e in Olanda in settembre (terzo a Padova nel2021).

Dopo la vittoria olandese aveva dichiarato con molta modestia: “Sono un ragazzo normale, miro solo a far fare bella figura al mio Paese”. Già 2 anni prima, il giovane, che corre per un importante club nazionale (l’Arua Athletic) era finito nel mirino del governo ugandese, che sull’Atletica ha scommesso tanto. Già nel 2020, Andrew aveva dominato la corsa sui 10 km – sponsorizzata proprio da Kampala – in preparazione delle olimpiadi di Tokio.

La manifestazione milanese è diventata in 2 decenni una grande festa per il movimento internazionale del running, che riconosce nel capoluogo lombardo una delle sue capitali. Questo anche se questa maratona non rientra in nessuno dei circuiti maggiori mondiali (il cosiddetto Platinum Label), quali le corse di Boston, New York , Londra…

E anche se non sembra che riscuota un successo di pubblico paragonabile a quello che contorna simili eventi podistici in altre parti del mondo. L’unica consolazione può essere che si conferma la Maratona più veloce nel suolo italiano.

Maratona di Milano, 2 aprile 2023

Nel settore femminile invece hanno avuto la meglio le gambe della matura (una veterana!) keniana Sharon Jemutai Cherop, 39 anni, vittoriosa in 2:26.13. Sharon, figlia di allevatori del distretto Marakwet, ha cominciato a correre all’età di 13 anni. La sua prima maratona risale al 2009 e il suo primo trionfo al 2010 a Toronto, seguito da quello di Torino nel 2012. Ora, nel suo curriculum, dopo la Mole, anche il Duomo…

Alle sue spalle l’etiope Dessi Ethelemahu Sintayehu, appena 22 anni, giunta a 17 secondi e poi la connazionale Emili Chebet Kipchumba, distanziata di circa due minuti.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Ancora proteste di piazza in Kenya: attentato a Odinga, salvo grazie all’auto blindata

Africa ExPress
Nairobi, 1° aprile 2023

In Kenya la gente è esasperata per l’incessante aumento dei prezzi. Giovedì scorso la folla ha nuovamente riempito le strade e le piazze della capitale Nairobi e delle altre città del Paese.

Ieri Odinga ha anche denunciato un presunto attentato contro la sua persona durante le manifestazioni antigovernative a Nairobi. Il leader dell’opposizione ha spiegato che la sua auto è stata colpita più volte da una selva di proiettili mentre era in giro per la capitale a radunare i manifestanti.

Ha mostrato ai giornalisti le ammaccature sul suo veicolo blindato che, a suo dire, sono state lasciate dai colpi. Odinga ha accusato il governo di aver provocato l’incidente.

Secondo quanto riportato dalla polizia, a  Kisumu, nell’ovest della ex colonia britannica, feudo del leader dell’opposizione Raila Odinga, un poliziotto sarebbe morto in seguito alle ferite riportate durante le proteste.

Il veterano dell’opposizione ha portato i kenioti per la terza volta nelle strade per protestare non solo per la galoppante inflazione, ma anche contro quello che definisce ”giustizia elettorale” dopo le elezioni dello scorso anno.

Il capo della polizia, Japhet Koome, ha fatto sapere che altri 20 agenti sono stati feriti mentre tentavano di respingere alcuni dimostranti violenti.  Koome ha poi  puntato il dito anche su alcuni teppisti che si sono spacciati per manifestanti, infiltrandosi nella dimostrazione.

Secondo il Media Council of Kenya, che difende i diritti della stampa nel Paese, dall’inizio delle proteste, il 20 marzo, sono stati registrati ben 25 attacchi a giornalisti locali e stranieri e pare che i responsabili delle aggressioni siano non solo dimostranti, ma anche personale del governo.

Durante le manifestazioni di lunedì sono poi stati saccheggiati un’azienda di proprietà di Odinga a Nairobi e una fattoria del predecessore di Ruto, Uhuru Kenyatta, alla periferia della capitale.

Odinga ha di nuovo dichiarato che le proteste cesseranno solo dopo che il governo avrà abbassato il costo dei generi alimentari di base e permetterà l’accesso ai risultati delle elezioni del 2022 dai computer principali della commissione elettorale.

Ruto, che giovedì è rientrato nel Paese da un viaggio di quattro giorni in Belgio e Germania, ha ribadito che le proteste in corso sono illegali.

Dal canto suo il ministro degli Interni, Kithure Kindiki, responsabile della polizia, ha già dichiarato mercoledì scorso che non saranno più tollerate altre proteste violente.

La comunità internazionale e i leader religiosi hanno invitato tutti alla calma, poiché c’è il timore che la situazione possa degenerare in violenze etniche, come è successo dopo le elezioni del 2007-2008, che hanno causato oltre 1.100 morti.

Anche il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Vedant Patel, ha lanciato un appello ai leader politici, ai manifestanti e a tutti partiti di astenersi dalle violenze, mentre ha chiesto alle forze governative di agire con moderazione, di proteggere la sicurezza pubblica e le proprietà.

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Ritrovata petroliera danese sequestrata dai pirati nel Golfo di Guinea: rapiti alcuni membri dell’equipaggio

Africa ExPress
Sao Tomé, 31 marzo 2023

E’ stata intercettata ieri, a largo delle coste di Sao Tomé e Principe, la petroliera danese, battente bandiera liberiana, Monjasa Reformer (IMO: 9255878), attaccata dai pirati il 25 marzo scorso a sud del Golfo di Guinea, al largo delle coste del Congo-Brazzaville.

La petroliera danese, battente bandiera liberiana, Monjasa Reformer,

Secondo il comandante del porto autonomo di Pointe-Noire, Koua Ngoulou, la petroliera danese è arrivata in porto il 18 marzo, dopo alcuni giorni ha ripreso la navigazione.

Poi, nella notte del 25 marzo, la guardia di sicurezza del porto di Pointe-Noire è stato contattata dalla petroliera, comunicando che, appena saliti a bordo, tre uomini armati hanno preso possesso dell’imbarcazione.

Pochi istanti prima che le comunicazioni venissero interrotte definitivamente, l’equipaggio è riuscito far sapere che tutti i 16 membri si sarebbero rifugiati nella cittadella (settore della nave protetto e in grado di resistere a colpi di arma da fuoco).

La marina francese è riuscita a localizzare la Monjasa Reformer, ma purtroppo parte dei 16 membri dell’equipaggio è stata rapita dai pirati. L’armatore è la società Monjas, con sede a Federicia (Danimarca) ha spiegato in un breve comunicato che al momento dell’arrivo dei francesi, i malviventi avevano abbandonato la petroliera, portando con sé alcuni marinai. “Coloro che sono stati lasciati a bordo sono in buona salute e si trovano ora in un posto sicuro”, ha aggiunto, senza però precisare quanti uomini siano stati sequestrati e nessun dettaglio sulla nazionalità dell’equipaggio.

Infine l’armatore ha aggiunto che stanno lavorando con le autorità locali per ottenere quanto prima il rilascio degli ostaggi.

La petroliera è stata costruita nel 2003, è lunga 134,71 metri e ha una stazza lorda di 8.829 tonnellate, mentre la portata massima è di 13.702 tonnellate.

Secondo le autorità congolesi, l’attacco è stato commesso da tre uomini. Ma la missione franco-britannica MDAT-GoG (Maritime Domain Awareness for Trade Gulf of Guinea), ritiene che a bordo dell’imbarcazione che ha compiuto l’attacco c’erano ben cinque pirati.

Appena giunta la notizia del sequestro del natante, sono scattate immediatamente le ricerche. Una volta localizzato, i francesi non hanno constato danni alla petroliera e al suo carico.

Golfo di Guinea

A tutt’oggi Il Golfo di Guinea è il principale punto della pirateria marittima mondiale, anche se negli ultimi due anni gli attacchi sono diminuiti in modo significativo.

Il caso della Monjasa Reformer dimostra però che “i problemi della pirateria al largo della costa occidentale dell’Africa sono ben lungi dall’essere risolti”, ha dichiarato martedì l’Associazione degli armatori danesi.

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Pirateria: il Golfo di Guinea è il tratto di mare più pericoloso del mondo; sequestrati 13 marinai

L’Italia va alla guerra contro i pirati e spedisce una fregata nel golfo di Guinea

 

 

 

Tour di Kamala Harris in Africa per convincere i Paesi neutrali a appoggiare la guerra in Ucraina

Africa ExPress
Dar es Salaam, 30 marzo 2023

Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, ha cominciato un tour in Africa. Obiettivo è convincere i Paesi del continente a schierarsi con gli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e non farsi attrarre dalle lusinghe di Mosca e di Pechino. Oggi la vice di Biden ha incontrato a Dar es Saalam (Tanzania) – seconda tappa del suo tour africano – Samia Suluhu Hassan, capo di Stato del Paese e l’unica presidente donna in tutto il continente. Nei giorni scorsi la Harris si è recata in Ghana e domani volerà in Zambia.

Visita della Vicepresidente USA, Kamala Harris, incontra in Tanzania la presidente Samia Suluhu Hassan

Tra donne ci si intende, e ovviamente non sono mancati i complimenti della Harris alla presidente tanzaniana. La vicepresidente americana ha sottolineato che la Hassan è “un campione” di democrazia. Certamente la Harris non avrà molto apprezzato il non allineamento della Tanzania per quanto riguarda la guerra in Ucraina.

E allora ha cominciato con le promesse e ha blandito la sua controparte: “Il nostro obiettivo comune è aumentare gli investimenti in Tanzania e rafforzare i nostri legami economici”, ha dichiarato Harris, elencando una serie di iniziative.

Tra queste, un nuovo memorandum d’intesa tra la Export-Import Bank of the United States (EXIM) e il governo della Tanzania. La firma del MoU dovrebbe facilitare un finanziamento di circa 500 milioni di dollari per le aziende statunitensi che intendono esportare beni e servizi in diversi settori nel Paese africano.

La Harris ha anche accennato a una nuova partnership nel campo della tecnologia 5G e della cybersicurezza, nonché a un piano sostenuto da Washington da parte di LifeZone Metals. Il progetto dovrebbe favorire l’apertura di un nuovo impianto di lavorazione per i minerali destinati alle batterie dei veicoli elettrici.

La vicepresidente USA ha poi sottolineato che in questo modo i minerali grezzi potranno essere presto lavorati direttamente in Tanzania, dai tanzaniani. Ha poi aggiunto che, a partire dal 2026 l’impianto potrà fornire nichel per batterie destinati agli Stati Uniti e al mercato globale.

La Cina ha investito molto in Africa negli ultimi due decenni, ed è entrata il concorrenza con gli Stati Uniti che stanno reagendo per non perdere le loro fetta di mercato. I cinesi infatti non nascondono di voler intensificare gli scambi commerciali anche con la Tanzania.

In qualità di vicepresidente, la Hassan ha preso in mano le redini del Paese dopo la morte di John Magafulli, scomparso tragicamente (molto probabilmente di Covid 19) nel 2021. Da allora sta cercando di rompere con il passato, con l’impronta autoritaria lasciata in eredità dal suo predecessore; da tempo si vedono segni di apertura.

Defunto presidente della Tanzania, John Magufuli
Il presidente della Tanzania, John Magufuli

Con la presidenza di Samia, la Tanzania è tornata a impegnarsi a livello internazionale dopo un periodo di quasi isolamento, imposto dal suo predecessore John Magufuli, che ha sempre scoraggiato i suoi ministri di recarsi all’estero.

Basti ricordare che il defunto presidente ha concesso solo ai politici eletti di condurre comizi nei loro collegi elettorali, ma sono stati vietati altri raduni e proteste politiche. Ha dato anche un giro di vite alla comunità LGBT della Tanzania e ha fatto arrestare decine di sostenitori dell’opposizione. Ha inoltre rifiutato  i vaccini anti covid e ha esortato i tanzaniani ad affidarsi alla preghiera. Infatti poi è morto di covid-19, nonostante non ci siamo mai state conferme ufficiali.

Certo, c’è ancor molta strada da fare e le critiche al governo di Samia Suluhu Hassan non mancano. Le organizzazioni per i diritti umani lamentano che le violazioni persistono. Il mese scorso il ministro dell’istruzione ha bandito dalle scuole una serie di libri per bambini, ritenuti non idonei, in quanto incoraggerebbero l’omosessualità. Inoltre ci sarebbe ancora poca tolleranza nei confronti dei media online.

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L’eroe del film Hotel Ruanda è stato liberato venerdì e ora è in volo verso gli Stati Uniti

La sera del 6 aprile 1994, mentre stava atterrando
all’aeroporto di Kigali, veniva abbattuto da due missili l’aereo
con a bordo il presidente ruandese, Juvénal Habyarimana,
e quello burundese, Cyprien Ntaryamira, che rimasero uccisi.
All’alba successiva cominciava il genocidio in Ruanda
uno degli avvenimento più micidiali della seconda parte del secolo scorso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 marzo 2023

Paul Rusesabagina, eroe del film “Hotel Rwanda”, condannato nel 2021 a 25 anni di prigione per terrorismo, è nuovamente a piede libero, grazie alla revisione della pena “per ordine presidenziale”. Il suo rilascio giunge a pochi giorni dal 29esimo anniversario del genocidio, iniziato il 6 aprile 1994.

Ruanda: Paul Rusesabagina è stato liberato venerdì, 24 marzo 2023

Allora, in cento giorni, da aprile a luglio 1994, il regime che all’epoca governava il Paese, dominato da una dirigenza cattolica di etnia hutu, ha sterminato più o meno un milione di persone. Il Ruanda, tutto il Ruanda, era impazzito in preda a un odio razziale scatenato: famiglie che si spezzavano irrimediabilmente, mariti hutu che ammazzavano le mogli perché di origine tutsi, persone che abitavano nello stesso villaggio, pur avendo convissuto pacificamente per secoli con “gli altri”, incendiavano la capanna del vicino perché della tribù diversa.

Un funzionario della rappresentanza diplomatica statunitense ha accompagnato venerdì scorso l’ex detenuto dalla prigione alla residenza dell’ambasciatore qatariota a Kigali, capitale ruandese, dove ha trascorso un paio di giorni. Lunedì ha poi preso un volo alla volta di Doha, dove si è sottoposto a accertamenti medici prima di ripartire oggi verso gli Stati Uniti, per riabbracciare finalmente i suoi cari a Huston. La notizia è stata confermata da John Kirby, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in un breve comunicato ha ringraziato i governi del Ruanda e del Qatar per aver reso possibile il rilascio di Rusesabagina.

Il 68enne Paul Rusesabagina è residente negli Stati Uniti e cittadino belga. L’oppositore del presidente ruandese, Paul Kagame, vive in esilio negli Stati Uniti e in Belgio dal 1996.

L’eroe è stato arrestato a Kigali nell’agosto 2020; è stato portato nel Paese delle mille colline con uno stratagemma escogitato dai servizi di intelligence ruandesi, per stessa ammissione del governo di Kigali. Rusesabagina si era imbarcato a Dubai su un jet privato che avrebbe dovuto portarlo nel Burundi. Invece è atterrato all’aeroporto di Kigali, dove è poi stato bloccato e incarcerato immediatamente.

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi

Dopo oltre 900 giorni di carcere, Rusesabagina è stato rilasciato in base a un accordo tra il governo di Washington e quello di Kigali, con l’aiuto del Qatar.

Paul Rusesabagina ha ammesso di aver partecipato alla fondazione, nel 2017, del Movimento ruandese per il cambiamento democratico (MRCD), del quale FLN (Forces de Libération Nationales) è considerato il braccio armato. Rusesabagina ha però sempre negato qualsiasi coinvolgimento negli attentati commessi nell’ovest del Paese tra il 2018 e il 2019, con l’uccisione di 9 persone.

In una lettera dell’ottobre 2022, pubblicata dal governo ruandese venerdì 24 marzo, ha assicurato che d’ora in poi si sarebbe tenuto lontano dalla politica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Ruanda: 25 anni di galera per terrorismo all’eroe di “Hotel Ruanda”

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

 

 

 

 

 

Kenya: Odinga chiama la piazza e le dimostrazioni contro il caro vita e il presidente Ruto non si arrestano

Africa ExPress
28 marzo 2023

All’indomani delle nuove violente manifestazioni, che si sono svolte ieri in diverse città del Kenya, l’Unione Africana, preoccupata, ha lanciato un invito alla calma.

Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’UA , ha chiesto alle parti  “di avviare dialoghi per superare ogni divergenza nel supremo interesse dell’unità nazionale e della riconciliazione”.

Nuove manifestazioni in Kenya

Anche i leader religiosi kenioti hanno chiesto colloqui incondizionati tra il presidente William Ruto e Odinga. Peccato che Ruto durante le violenze in piazza si trovasse in Germania.

Il capo di Stato è partito domenica scorsa per una visita di Stato a Berlino, dove ha incontrato il presidente  Frank-Walter Steinmeier, nonché il cancelliere Olaf Scholz, per rafforzare le relazioni biaterali tra Kenya e Germania.

Il viaggio di Ruto proseguirà poi in Belgio, dove sono programmati incontri con Alexander De Croo, primo ministro del regno. Si parlerà discuterà delle aree di interesse reciproco, tra questi sanità, sicurezza alimentare e la risposta alla siccità, azioni per il clima, il commercio e investimenti.

William Ruto, il nuovo presidente del Kenya

Infine, durante il suo tour in Europa, Ruto  incontrerà anche i vertici dell’Unione Europea, tra questi anche Charles Michel, Presidente del Consiglio dell’UE, nonché Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.

Ieri, malgrado il divieto, il leader dell’opposizione, Raila Odinga, ha indetto manifestazioni per protestare contro l’alto costo della vita e contro quella che definisce ”giustizia elettorale” dopo le elezioni dello scorso anno.

La polizia ha nuovamente fatto largo uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla. E, secondo il direttore di un ospedale locale di Kisumo, è stata nuovamente uccisa una persona, la seconda vittima dall’inizio delle proteste iniziate la scorsa settimana.

Il capo della polizia del Kenya, Japheth Koome, insiste sul fatto che le proteste siano illegali, ma Odinga afferma che i kenioti hanno il diritto di manifestare.

Il leader dell’opposizione ha esortato i suoi seguaci a scendere in piazza due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì.

Ruto, poco prima della sua partenza per l’Europa, ha chiesto a  Odinga di affrontarlo direttamente e di “smettere di terrorizzare il Paese”.

Lunedì sono stati segnalati anche incidenti nella fattoria dell’ex presidente Uhuru Kenyatta. Alcune persone hanno fatto irruzione nella sua azienda agricola nella periferia della capitale Nairobi. E, secondo quanto riportato dai media locali, sarebbero stati tagliati alberi e sarebbero state portate via delle pecore.

Il saccheggio nella grande fattoria di Kenyatta viene ritenuto come una ritorsione per il suo sostegno a Odinga alle ultime elezioni presidenziali del 2022.

Saccheggi nella fattoria dell’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta

Dal canto suo Odinga si è detto disposto a incontrare  Ruto , ma ha anche fatto saper che devono essere soddisfatte due condizioni: “In primo luogo, i server elettorali elettronici devono essere aperti per verificare se il voto dello scorso anno sia stato truccato e la selezione dei nuovi commissari dell’organismo elettorale deve coinvolgere tutti i partiti”.

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Manifestazioni in Kenya contro il carovita e il regime del presidente Ruto, il rivale contesta le elezioni

I misteriosi motivi dietro la liberazione del giornalista francese e dell’operatore umanitario americano in Niger

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2023

Il rilascio di Olivier Dubois, giornalista, rapito in Mali nel maggio 2021 da Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), ha avuto molta risonanza mediatica, mentre la liberazione di Jeff Woodke, un operatore umanitario  statunitense, sparito nel nulla nell’ottobre 2016, è passato in secondo piano.

Il giornalista francese freelance, Olivier Dubois, (a destra) e l’operatore umanitario statunitense, Jeffrey Woodke, ostaggi liberati in Niger

Woodke è stato sempre molto apprezzato in tutto il Paese, fatto confermato anche dall’allora presidente Mahamadou Issoufou che, durante una intervista rilasciata nel 2019, aveva specificato di aver ricevuto notizia secondo cui l’operatore umanitario era vivo e in buone condizioni di salute. “Faremo tutto il possibile per creare le condizioni affinchè possa essere liberato quanto prima”, aveva poi aggiunto Issoufou.

Le condizioni per la sua liberazione si sono poi presentate anni dopo, nel marzo 2023. Lunedì scorso la notizia del suo rilascio è stata resa nota in un breve comunicato da fonti ufficiali di Washington, pochi giorni dopo la visita a Niamey del segretario di Stato statunitense Antony Blinken.

Ovviamente Washington ha precisato che non è stato pagato alcun riscatto o un cosiddetto quid pro quo. Ma sta di fatto che Blinken, durante la sua visita a Niamey ha promesso 150 milioni di aiuti umanitari per tutto il Sahel. Il segretario di Stato ha sottolineato: “Contribuiranno a fornire un sostegno salvavita a rifugiati, richiedenti asilo e altre persone colpite dai conflitti e dall’insicurezza alimentare nella regione”.

Gli aiuti saranno destinati a Niger, Burkina Faso, Ciad, Mali e Mauritania e ai rifugiati saheliani in Libia. Alcuni dei Paesi destinatari sono attualmente in relazioni più che cordiali con la Russia.

Antony Blinken, segretario di Stato statunitense in Niger

La liberazione degli ostaggi occidentali era nell’aria da giorni, come lo hanno confermato durante un loro intervento a TV24, Wassim Nasr e Serge Daniel, due giornalisti ben informati delle questioni del terrorismo nel Sahel.

In particolare per quanto riguarda Dubois, le trattative per il suo rilascio hanno subito una brusca battuta d’arresto tempo fa, a causa delle pessime relazioni che si sono create tra Bamako e Parigi.

E’ stato necessario ricreare tutti canali con i terroristi e, grazie al governo nigerino, i negoziati sono stati riattivati e si parla sempre più spesso di un mediatore noto nella regione di Kidal (Mali), che avrebbe svolto un ruolo centrale tra i jihadisti e le autorità di Niamey..

Serge Daniel ha anche ricordato che il capo di Stato maggiore nigerino, Salifou Mody, è stato ricevuto pochi giorni prima della liberazione dei due, da Assimi Goïta, presidente della giunta militare di transizione del Mali, e questo malgrado le relazioni non proprio ottimali tra i due governi, visto che il Niger gode della massima fiducia dell’Occidente, mentre Bamako è sempre più vicino alla Russia.

Formalmente l’alto ufficiale nigerino si è recato a Bamako per parlare dei problemi di sicurezza tra i due Paesi, specie tra i confini comuni; non si esclude però che durante i colloqui sia stata menzionata molto discretamente anche la sorte del giornalista francese.

Molto probabilmente non conosceremo mai le condizioni stipulate per il rilascio degli ostaggi, se è stato pagato un riscatto, se sono stati liberati dei prigionieri o se sono state fatte altre concessioni. Ma sta di fatto che il Niger non è alle prime armi in questo tipo di trattative.

Dal febbraio 2022 sono in corso colloqui con i gruppi terroristi e Niamey. Un primo successo è stato ottenuto ad agosto con il rilascio di una suora americana, Suellen Tennyson. Fonti vicine al caso hanno assicurato a RFI che non è stato pagato alcun riscatto, in contropartita pare sia stato rilasciato un miliziano di un gruppo armato.

Va ricordato che in mano ai jihadisti si trovano ancora anche tre italiani testimoni Geova: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e il loro autista, un cittadino togolese. Sono stati rapiti nel maggio dello scorso anno da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Italiani rapiti nel Sahel: jihadisti e ostaggi in viaggio verso i santuari dei terroristi nel nord del Mali