Le Rapid Support Forces (RSF), cioè gli ex janjaweed, stanno tentando un colpo di Stato in Sudan.
Sostengono di aver occupato il Palazzo presidenziale, residenza del presidente del Consiglio sovrano, nonché capo di Stato del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan e sede del commando militare a Khartoum. L’esercito afferma di aver reagito contro gli attacchi, ma intanto mancano la corrente e internet in molti quartieri.
Le maggiori strade di accesso alla capitale sono state chiuse e ci sono combattimenti in corso. Lo stringer di Africa ExPress ha raccontato che l’aeroporto internazionale e l’emittente di Stato sono in mano agli uomini di Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Sudan, nonché capo di RSF.
Le Forze di Supporto Rapido è la struttura paramilitare in cui sono inquadrati oggi gli ex janjaweed, i criminali delle tribù arabe, diventati famosi in Darfur perché devastavano e bruciavano i villaggi delle popolazioni africane, incendiavano le capanne, violentavano le donne e rapivano i bambini per reclutarli nelle proprie file.
Anche gli scali aeroportuali di el Obeid, nel Kordofan settentrionale e Merowe, nello Stato del Nord sono in mano agli uomini di Dagalo. Va sottolineato che lo scalo di Merowe, che ospita aerei militari sudanesi e egiziani, è in mano a RSF già da ieri.
Aeroporto di Khartum Foto di Africa ExPress
In un messaggio vocale inviato a Africa ExPress dal nostro stringer, si sentono chiaramente rimbombi di colpi di artiglieria pesante e anche da foto e video si vedono carri armati schierati nelle strade di Khartoum. Intanto le forze aeree sudanesi stanno conducendo operazioni contro la RSF.
Sudan, Khartoum: segni dei combattimenti
Secondo Sky News, l’ambasciatore statunitense accreditato a Khartoum, John Godfrey, e il suo staff si trovano attualmente in un rifugio. Mentre la rappresentanza di Londra ha chiesto ai connazionali di restare chiusi in casa.
Secondo Yassier Abdullah, direttore del quotidiano Al Sudani, è ormai guerra civile aperta e la situazione sta precipitando di ora in ora.
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Aprile 2023
“L’Africa subsahariana è flagellata dai conflitti. Tuttavia, ci sono stati alcuni limitati progressi per garantire i diritti delle vittime a verità, giustizia, riparazione e verso l’accertamento delle responsabilità per le gravi violazioni e gli abusi dei diritti umani che potrebbero costituire crimini di diritto internazionale.”
Conflitti in Africa subsahariana
Così Amnesty International nel Rapporto 2022-23 descrive la regione.
Le autorità hanno cercato di mettere a tacere il dissenso, espresso pacificamente, usando la sicurezza nazionale o il Covid-19 come pretesto per vietare, reprimere proteste con la violenza.
Discriminazione di genere
In alcuni Paesi, le persone delle comunità LGBTQQIA+ e quelle con albinismo non sono state protette da discriminazione e violenza. Pur in un contesto negativo, alcuni Paesi hanno emanato leggi sulla parità di genere.
Il parlamento del Congo Brazzaville ha approvato norme contro la violenza domestica e altre di genere. In Sierra Leone, è stata promulgata una legge che dà alle donne gli stessi diritti degli uomini in materia di possesso e utilizzo dei terreni della famiglia. Un’altra disposizione riserva alle donne il 30 per cento dei posti nel governo. Lo Zimbabwe ha vietato i matrimoni precoci e infantili.
Degrado ambientale
Sussiste un alto rischio di degrado ambientale o di sfollamento di intere comunità, causato da progetti minerari o infrastrutturali. Il Corno d’Africa sta patendo la peggiore siccità degli ultimi 40 anni, mentre parti dell’Africa meridionale sono state colpite da piogge torrenziali.
Somalia, siccità e carestia
Il primo ministro della Guinea ha chiesto ad una compagnia mineraria di estrazione della bauxite, accusata di inquinamento, di adeguarsi agli standard internazionali.
Tanzania eUganda hanno firmato un accordo per la costruzione di oleodotto, lungo 1.443 chilometri. Trasporterà il greggio dai vasti giacimenti petroliferi in fase di sviluppo nel Lago Alberto, nell’Uganda nordoccidentale, a un porto della Tanzania sull’Oceano Indiano. Il progetto ha sollevato molte critiche, in quanto la pipeline attraverserà insediamenti umani, riserve faunistiche protette, terreni agricoli e falde freatiche.
In Sud Sudan, il presidente Salva Kiir avrebbe ordinato la sospensione di tutte le attività di dragaggio in corso, in attesa del completamento delle valutazioni di impatto ambientale.
Lotta armata
I gruppi armati e gli eserciti governativi hanno preso di mira i civili, dando luogo a morte e distruzione. Ad esempio, in Burkina Faso, il Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara hanno attaccato città e villaggi.
Nella città di Djibo, più di 300.000 residenti sono stati colpiti dalla distruzione della rete idrica da parte del GSIM. Gli attacchi contro i civili si sono intensificati nelle aree orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove i gruppi armati hanno ucciso più di 1.800 civili.
In Etiopia, gli attacchi contro i civili, compiuti deliberatamente dall’esercito e dai gruppi armati nelle regioni di Oromia, Benishangul-Gumuz, Amhara, Tigray e Gambela hanno causato uccisioni di massa.
In Nigeria Boko Haram, ISWAP (Islamic State’s West Africa Province) e uomini armati non meglio identificati hanno ucciso quasi settemila persone. Mentre nel Burkina Faso, militari francesi hanno ucciso quattro civili nel febbraio 2022 durante un raid aereo contro il gruppo armato Ansaroul Islam.
Decine di civili sono stati uccisi in raid aerei analoghi lanciati dalle forze armate burkinabé, ad aprile e agosto 2022.
Mali: Forze di sicurezza controllano il territorio
Violenze sessuali legate ai conflitti sono rimaste diffuse, le vittime lasciate sole ad affrontarne le conseguenze psicologiche e fisiche. In Sud Sudan, oltre 130 donne e ragazze sono state stuprate o sottoposte a violenze di gruppo, nel periodo febbraio-maggio 2022 Unity State, durante gli scontri tra le forze governative affiancate dalle milizie alleate e l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan
L’imposizione di blocchi e restrizioni all’accesso degli aiuti umanitari ha continuato a essere una strategia di guerra ricorrente, come ad esempio in Burkina Faso, e nel Congo-K.
Lotta all’impunità
Sono stati registrati alcuni limitati progressi nella lotta all’impunità. A marzo, Maxime Jeoffroy Eli Mokom Gawaka, leader del gruppo armato anti-balaka, è stato consegnato dalle autorità ciadiane alla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra e contro l’umanità che sarebbero stati commessi nella Repubblica Centrafricana nel 2013-2014.
Corte Penale Internazionale, Aia, Paesi Bassi
A maggio, le autorità olandesi hanno arrestato un ex ufficiale dell’esercito sospettato di essere coinvolto nel massacro dei tutsi nella città di Mugina, in Ruanda, durante il genocidio del 1994. Sono cominciati davanti al CPI i processi di Ali Mohammed Ali, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur, nel Sudan, e di Mahamat Said, presunto comandante del gruppo armato Séléka nella Repubblica Centrafricana. Sono inoltre iniziati davanti alla Corte d’assise di Bangui e al Tribunale penale speciale altri processi riguardanti crimini commessi nel predetto Paese da membri di gruppi armati.
Diritto al cibo
L’invasione russa in Ucraina ha interrotto le forniture di grano da cui molti Paesi africani dipendevano. Contemporaneamente, l’aumento del costo del carburante, un’altra delle conseguenze della guerra in Europa, ha causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari, che ha avuto effetti sproporzionati sulle persone più fragili. Livelli senza precedenti di siccità in diversi Paesi africani hanno inoltre aggravato l’insicurezza alimentare. Ampie fasce di popolazione soffrivano condizioni di fame acuta ed elevati livelli di insicurezza alimentare in Paesi come Angola, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Ciad, Kenya, Madagascar, Niger, Somalia, Sud Sudan e Sudan.
Persone in fuga da violenze e conflitti
Rifugiati
Crescenti flussi di persone hanno abbandonato le proprie case a causa di conflitto o crisi climatiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, 600.000 persone sono state sfollate nel Paese, portando il numero totale a sfiorare i sei milioni, la cifra più alta in Africa. In Mozambico i profughi, per la guerra, sono diventati 1,5 milioni, con condizioni di vita assai precarie. In Somalia, le persone sfollate per la siccità ed il conflitto erano più di 1,8 milioni. In molti Paesi i migranti hanno subito violazioni e abusi.
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Una settimana dopo il secondo rinvio della firma dell’ accordo politico per la formazione di un governo civile, l’esercito ha accusato ieri le truppe paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), di aver schierato i propri uomini per le strade e le piazze della capitale Khartoum e in altre città del Paese. Il tentativo è di bloccare la transizione alla democrazia.
Tensioni tra esercito e RSF in Sudan
Ieri, il portavoce dell’esercito, Nabil Abdallah, ha denunciato il dispiegamento dei paramilitari “senza approvazione o coordinamento con il comando. Un’iniziativa che viola la legge e potrebbe portare al collasso della sicurezza del Paese”.
Raro rimprovero
Si tratta di un davvero raro rimprovero pubblico alle Forze di Supporto Rapido, la struttura paramilitare in cui sono inquadrati oggi gli ex janjaweed, i criminali delle tribù arabe diventati famosi in Darfur perché devastavano e bruciavano i villaggi delle popolazioni africane, incendiavano le capanne, violentavano le donne e rapivano i bambini per reclutarli nelle proprie file.
La reprimenda dell’esercito è avvenuta subito dopo il dispiegamento delle truppe dell’RSF a Khartoum e a Merowe, nello Stato del Nord, a circa 200 chilometri a nord della capitale e in prossimità al confine con l’Egitto. L’aeroporto della città ospita anche aerei militari sia sudanesi, sia egiziani.
Secondo quanto riferisce l’autorevole sito Sudan Tribune, l’esercito ha circondato i miliziani e ha chiesto loro di andarsene entro 24 ore. I paramilitari si sono però rifiutati, affermando che la loro presenza è necessaria, in quanto fa parte della loro missione, volta alla lotta del traffico di esseri umani, immigrazione illegale e traffico di droga. Incarico per cui i tagliagole ricevono finanziamenti anche dall’Unione Europea
Divergenze
Tensioni tra Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e il suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, nonché leader di RSF, sono palpali da tempo per divergenze sul calendario dell’integrazione nell’esercito regolare dei miliziani delle RSF, che probabilmente non vogliono per nulla essere integrati.
Ovviamente, tra gli altri oggetti degli scontri, anche le ambizioni politiche dei due, nonché il desiderio di espansione economica e militare dei paramilitari.
Il ritorno del vecchio regime
E già a febbraio, Hemeti, in occasione di un suo intervento in Tv ha dichiarato: “Il secondo golpe è stato un errore, è diventato una porta per il ritorno del vecchio regime dell’ex presidente Omar al Bashir”.
Mohamed Hamdan Daglo Hemeti, leader di RSF e vicepresidente del Sudan
Dagalo, meglio noto come Hemeti, è l’ex capo dei janjaweed e ha guidato con cinismo le loro atrocità in Darfur.
Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa
Concessioni minerarie
Dagalo ha ottimi rapporti con Mosca, dove si è recato nel 2022, subito dopo l’invasione della Russia in Ucraina. Ha poi avuto nuovi colloqui con Sergej Lavrov, ministro degli Esteri del governo di Putin, in occasione della sua recente visita a Khartoum. In Sudan sono arrivati anche i mercenari della Wagner, che fanno riferimento al Cremlino, ma per ora agiscono sotto traccia e non compaiono anche se negli alberghi di Khartoum già si vedono facce slave. Circola voce che i Warner siano riusciti ad accaparrarsi concessioni minerarie in zone remote, ma Africa ExPress non è riuscito ad avere conferma.
Ma il vicepresidente con la sua attività ha collezionato un ingente patrimonio. possiede società minerarie e industrie, non solo in Sudan. Recentemente in Italia ha acquistato impianti pere produzioni lattiero casearie per una fabbrica “di famiglia” in Etiopia.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
13 aprile 2023
I Paesi africani si confermano ottimi clienti per il complesso militare-industriale turco. Nelle scorse settimane le forze armate dell’Angola hanno ordinato un imprecisato numero di droni da combattimento Aksungur prodotti dalle Turkish Aerospace Industries (TAI).
Aksungur, drone prodotto dalla Turchia
L’interesse delle autorità militari di Luanda per i velivoli killer era stato espresso dal presidente Joao Lourenço durante la sua visita in Turchia nell’agosto 2021. Due mesi più tardi il leader turco Recep Tayyip Erdoğan aveva annunciato la possibilità di un accordo di cooperazione militare-industriale con l’Angola. Nell’ottobre 2022 l’ok da parte del governo dello stato africano allo stanziamento di 93 milioni di dollari per l’acquisto di velivoli senza pilota da parte della società a capitale pubblico Simportex.
Il manager generale del comparto droni di TAI – Turkish Aerospace Industries (TAI), Omer Yildiz, ha confermato l’avvio della produzione degli “Aksungur”; otto velivoli sarebbero stati completati mentre altri sei dovrebbero essere pronti nelle prossime settimane. Oltre all’Angola, i droni sono destinati alle forze armate del Kyrgyzstan.
Con un’apertura alare di 24,2 metri, una lunghezza di 12,5 metri e un’altezza da terra di 3,1 metri, gli “Aksungur” sono velivoli senza pilota bimotore del tipo “MALE” (media altitudine e lungo raggio): possono raggiungere una tangenza operativa di 40.000 piedi con un raggio di collegamento di oltre 250 km. Hanno un’autonomia di volo fino a 50 ore e una velocità di 180 km/h.
L’Aksungur è stato sviluppato dal drone-killer “Anka” acquistato dalla Marina militare della Turchia nell’ottobre 2021. La società produttrice ha configurato i nuovi velivoli per lo svolgimento di missioni diurne e notturne ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) e per l’attacco al suolo, con l’impiego di sofisticati sistemi radar ed elettro-ottici e un’ampia gamma di armi aria-terra (carichi fino a 750 kg di bombe a guida laser Teber 81 e 82, Mk 81 e Mk 82, MAM-L e MAM-C, missili anticarro L-UMTAS e razzi Cirit).
TAI ha predisposto pure una versione Aksungur per il pattugliamento marittimo con radar, sistemi di identificazione automatica, sonoboa e rilevatore di campi magnetici anomali.
“L’Aksungur è la soluzione economica migliore per i Paesi che hanno budget limitati per la difesa; inoltre l’Angola potrà beneficiarsi anche dell’esperienza e delle capacità tecnologiche delle forze armate turche”, commentano gli analisti del sito specializzato Military Africa. “Il drone assicurerà un assetto inestimabile ai militari angolani. Le sue caratteristiche lo rendono ideale per un ampio spettro di missioni, da quelle di intelligence e individuazione di potenziali minacce, a quelle di attacco contro obiettivi terrestri. Inoltre, l’Aksungur è particolarmente manovrabile e ciò lo rende adatto per le operazioni aeree”.
Anka-S+, drone sempre prodotto da TAI
L’Angola non sarebbe il primo Paese africano a cui TAI – Turkish Aerospace Industries – potrebbe trasferire i velivoli d’attacco. Nell’ottobre dello scorso anno la stampa internazionale ha riportato la notizia di una commessa di sei droni Aksungur da parte delle forze armate dell’Algeria. Pare tuttavia che Algeri potrebbe optare per l’acquisto del modello Anka-S+, anch’esso prodotto dal gruppo industriale turco. Quest’ultimo è un velivolo capace di operare a media altitudine e lunga durata per soddisfare i requisiti di ricognizione, trasmissione satellitari dati, acquisizione obiettivi, tracciamento e attacco.
Secondo Military Africa anche il Ciad si starebbe dotando di droni-killer “Anka-S+”.
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Speciale per Africa ExPress Francesco Cosimato*
Milano 11 aprile 2023
Prima di affrontare le ragioni per le quali pare ci sia stata una rivelazione di informazioni classificate e capire in che modo questo possa avere influito sulle operazioni in corso, bisogna conoscere il concetto di attività informativa sfruttabile militarmente, quello che in inglese si chiama “actionable intelligence”, cioè di quella attività informativa che è in grado di consentire lo sviluppo di specifiche operazioni/attività militari basate su informazioni e identificazioni positive.
Guerra in Ucraina, leak news
Se si viene a conoscere la dislocazione esatta di un obiettivo di interesse militare, questo può dare luogo ad una azione di fuoco per distruggere questo obiettivo, se l’identificazione non è certa, le coordinate non sono precise e non è chiaro per quanto tempo l’obiettivo rimane attivo, l’informazione non è utile allo sviluppo di alcuna operazione specifica.
Oltre all’actionable intelligence, vi sono tanti tipi i documenti informativi che hanno altri scopi, spesso si tratta di valutazioni, apprezzamenti informativi o come si dice in inglese “intelligence assessment”.
Il Washington Post del giorno di Pasqua. Di spalla l’articolo con la fuga di motizie. Più in basso l’edizione del New York Times della stessa giornata
Stiamo parlando di documenti in cui gli analisti delle informazioni fanno le loro valutazioni e previsioni su aspetti di ogni tipo inerenti alle operazioni in corso, possono riguardare personalità politiche o militari, unità operative ed enti di supporto e molto altro. In ogni caso si tratta di opinioni che si possono rivelare vere o false.
Nei giorni scorsi abbiamo avuto notizia del fatto che circa un centinaio di documenti classificati, forse anche di più, sono stati pubblicati sui social network causando un probabile danno informativo agli Stati Uniti ed all’Ucraina. Questi documenti, che non è facile trovare in rete, conterrebbero due tipi di informazioni:
gli apprezzamenti informativi sulle forze armate ucraine da sottoporre all’attenzione del Generale Milley, capo di stato maggiore interforze USA;
i piani per la fornitura di sistemi d’arma in grado di consentire efficacemente agli ucraini di difendersi.
Queste informazioni sono desumibili da molte fonti aperte, tra le quali spiccano il New York Times ed il Washington Post, parliamo di due testate molto importanti, ma che sono classificate come “liberal” e per tal motivo aspramente criticate da molti esponenti repubblicani.
La guerra in Ucraina ha inaugurato l’utilizzo continuo della parola intelligence per operazioni di propaganda, leggiamo infatti spesso notizie che sarebbero fornite dai servizi segreti occidentali.
È superfluo dire che i servizi segreti non lavorano per dare informazioni alla stampa, piuttosto il giornalista che scrive un articolo citando una fonte anonima dei servizi di intelligence potrebbe commettere una scorrettezza perché dietro quella fonte anonima si può nascondere qualsiasi persona e qualsiasi operazione di influenza informativa.
La prima osservazione che mi sento di fare riguarda il tipo di informazioni classificate che sarebbero state rivelate, al di là della loro elevata classifica (top secret) e della indicazione relativa ai soli Stati Uniti (“no foreign nations”), queste informazioni non sono di tipo adatto a condurre specifiche operazioni; quindi, non appartengono alla tipologia dell’actionable intelligence.
La seconda osservazione che mi sento di fare riguarda il fatto che queste informazioni non sembrano tali da influenzare realmente le operazioni militari in corso nemmeno in maniera indiretta, non ci sono, in buona sostanza, elementi che consentano azioni di fuoco o operazioni cinetiche di qualsiasi tipo.
Secondo i media USA, gli organismi informativi statunitensi non sono in grado di determinare chi sia responsabile di questa compromissione informativa, d’altronde, quando dei documenti del genere arrivano su twitter e telegram, poco si può fare.
Secondo i media russi, che citano specifici funzionari, questa rivelazione di documenti è in realtà una operazione di influenza informativa per confondere i russi e disinformare le opinioni pubbliche occidentali.
Personalmente, non ritengo di dovermi unire alla schiera di coloro che hanno ipotizzato fantasiose ricostruzioni di come la perdita informativa si sarebbe verificata e dei suoi scopi, ritengo semplicemente che sia inutile speculare su notizie non verificabili e comunque non interessanti ai fini dello svolgimento del conflitto.
Da oltre un anno riceviamo apparenti dettagliate informazioni dai servizi segreti occidentali circa la salute di Putin, i colpi di stato che avrebbero dovuto verificarsi in Russia, la disastrosa situazione politica ed economica della Russia, le diserzioni in massa dall’Esercito russo, ecc. ecc.. Un anno di conflitto distrugge qualsiasi previsione propagandistica.
Purtroppo, le informazioni che riceviamo dai media mainstream, che sono sempre le stesse da un anno a questa parte, non sono verificabili, non sono credibili e contrastano con lo svolgimento delle operazioni militari.
In ogni caso è evidente che tutte le mattine, quando accendiamo il nostro computer, veniamo assaliti dalle notizie più fantasiose e più interessate. Queste notizie, devo ripeterlo, hanno il solo scopo di influenzare la nostra percezione e non hanno alcuna valenza informativa dal punto di vista militare.
Francesco Cosimato* f.cosimato@gmail.com
*Generale in congedo con una quasi quarantennale esperienza militare, quattro missioni all’estero e molte attività internazionali. Già Public Affairs Officer in seno alla NATO. Presiede un Centro Studi strategici (www.centrostudisinergie.eu)
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Il Kenya esulta, inizia il conto alla rovescia per il lancio del satellite Taifa 1 (che tradotto dallo swahili significa Nazione-1), interamente progettato e sviluppato da ingegneri kenioti. Le operazioni di messa in orbita saranno effettuate dal SpaceX Falcon 9 dalla base spaziale di Vandenberg in California (USA).
Base spaziale di Vandenberg, California, USA
I test e la produzione delle parti sono stati effettuati in collaborazione con un produttore aerospaziale bulgaro.
ll ministero della Difesa, la Kenya Space Agency e l’Università di Nairobi hanno invitato i kenioti ad assistere al lancio del satellite, evento pubblico programmato per martedì 11 aprile tra le 08.00 e le 11.00. A causa del maltempo, il lancio è stato rinviato a stamattina, 12 aprile 2023.
Mentre una delegazione del governo del Kenya, guidata dal segretario del ministero della Difesa, Patrick Mariru, si recherà alla Vandenberg Space Force Station per assistere in diretta al lancio del satellite Taifa-1.
“La missione è un’importante pietra miliare”, hanno dichiarato il ministero della Difesa e la Kenya Space Agency in un comunicato congiunto, aggiungendo che “Contribuirà in modo significativo alla nascente economia spaziale del Paese”.
Taifa-1, il satellite keniota
Una volta in orbita, il satellite potrà fornire dati per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la gestione delle risorse naturali come l’acqua e le foreste del Paese. Attualmente la siccità sta creando non pochi problemi al Kenya, dopo 5 stagioni di scarse precipitazioni.
Taifa 1 non sarà l’unico satellite africano a orbitare sopra la Terra. Nel 1998 l’Egitto è stato il primo Paese del continente a inviare un satellite nello spazio e, secondo Space in Africa, una società con sede in Nigeria che segue i programmi spaziali del continente nel 2022 almeno 13 Paesi africani hanno prodotto 48 satelliti. Tra questi figurano Etiopia, Angola, Sudafrica, Sudan. Nel 2018 il Kenya ha inviato il suo primo nano satellite nello spazio.
La società nigeriana ha riferito che dallo scorso novembre sono stati lanciati più di 50 satelliti africani, anche se nessuno dal suolo del proprio continente.
Recentemente Gibuti ha siglato un memorandum d’intesa con una società cinese, Hong Kong Aerospace Technology, per la realizzazione di una base spaziale nel Paese.
La futura struttura nell’ex colonia francese non è comunque la prima in Africa: già da tempo esiste il Centro spaziale Luigi Broglio con sede a Malindi, Kenya. E’ di proprietà dell’Università Sapienza di Roma ed è gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana.
Attualmente il nostro centro provvede solamente al tracciamento di numerosi satelliti di varie agenzie (NASA, ESA e Agenzia spaziale cinese), ma dalla sua costruzione negli anni sessanta fino al 1988 sono stati lanciati in orbita 23 satelliti.
Il Progetto San Marco fu ideato e gestito da Luigi Broglio e, alla sua morte nel 2001, assunse il nome attuale.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2023
BURKINA FASO
Durante la notte tra giovedì e venerdì scorso sono stati attaccati due piccoli comuni in Burkina Faso, a poca distanza dalla frontiera con il Niger.
Uccisi 44 civili in Burkina Faso
Nel villaggio di Kourakou sono stati ammazzati 31 uomini, mentre a Tondobi, a poca distanza dal primo, altri 13, tra gli abitanti aggrediti ci sarebbe anche un numero imprecisato di feriti. Sembra che non ci siano vittime tra donne e bambini. Secondo quanto afferma il governatore della regione Sahel (Burkina Faso), Rodolphe Sorgo, l’aggressione sarebbe stata perpetrata da un gruppo terrorista.
Nella zona sono frequenti le incursioni degli islamisti. Lo scorso giugno nell’area di Seytenga, che dista solo 5 chilometri dei due villaggi, sono stati brutalmente uccise 86 persone. L’attacco è poi stato rivendicato dal Gruppo Islamico nel Grande Sahara.
In un comunicato rilasciato ieri, il governatore Sorgo ha invitato la popolazione di arruolarsi con il corpo Volontari per la Difesa della Patria (VDP) per difendere insieme ai militari di Ouagadougou i propri villaggi da nuovi attacchi.
I cittadini burkinabé non muoiono solo per mano dei terroristi. Ai massacri partecipa anche l’esercito regolare. All’inizio della settimana i militari di Ouagadougouhanno ucciso diversi civili a Dori, capoluogo della provincia di Seni (regione Sahel).
Secondo quanto hanno riferito alcuni residenti a AFP, sarebbe stata una vera e propria “spedizione punitiva” dei soldati, in quanto lunedì un loro commilitone è stato ucciso nel quartiere Petit Paris della città.
Testimoni oculari hanno specificato che martedì e mercoledì, gruppi di soldati hanno fatto irruzione nel quartiere e nelle zone limitrofe, picchiando con cinture e corde chiunque incontrassero per strada e tre persone sono state uccise da proiettili vaganti.
Dal 30 marzo scorso è entrato in vigore lo stato di emergenza in otto regioni della ex colonia francese. Secondo il governo, il provvedimento rafforza i mezzi legali nella lotta contro il terrorismo. In totale, sono interessati 22 dipartimenti, ovvero quasi la metà del territorio del Burkina Faso, mentre a tutt’oggi quasi il 40 per cento del Paese è controllato dai gruppi terroristi.
Tali misure eccezionali adottate dal governo permettono ai ministri della Sicurezza, dell’Amministrazione territoriale o alle autorità locali di mettere in atto una serie di misure che vanno dal divieto di circolazione, allo scioglimento di gruppi e associazioni. Possono anche controllare i media e requisire beni e persone.
Certo, i mezzi di informazione, sono testimoni scomodi che danno fastidio. Alla fine di marzo è stata sospesa la diffusione di France24, mentre all’inizio di aprile è stato dato il foglio di via a due giornaliste francesi. Si tratta di Sophie Douce di Le Monde e di Agnès Faivre del quotidiano Libération. Entrambe sono state convocate dalla Sicurezza nazionale a Ouagadougou, che ha intimato loro di lasciare il Paese entro 48 ore.
I due quotidiani francesi hanno denunciato l’espulsione delle loro giornaliste come “misura inaccettabile e arbitraria che conferma che la libertà di stampa nel Paese è gravemente minacciata”.
Burkina Faso: scuole chiuse
Insomma, l’insicurezza nel Paese non tende a placarsi. A farne le spese sono soprattutto i bambini. E il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) ha fatto sapere che oltre 6.000 edifici scolastici sono stati chiusi proprio per motivi di sicurezza e un milione di piccoli non possono più frequentare la scuola. Gli studenti sono privi dell’istruzione, perché lo Stato non è in grado di proteggerli durante le lezioni.
Ibrahim Traoré ha preso il potere a ottobre dopo un colpo di Stato militare (il secondo in poco meno di 9 mesi), perché fermamente convinto di riuscire a fermare il terrorismo nel suo Paese. Nel frattempo ha invitato, come il suo omologo golpista del Mali, Assimi Goïta, i francesi a lasciare il Paese. Intanto si stanno rafforzando i legami tra Mosca e Ougadougou.
Dal 2015 il Burkina Faso, in particolare la parte settentrionale del Paese, è in preda a una spirale di violenza, attribuita a gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico, che ha causato oltre 10.000 morti tra civili e militari e circa 2 milioni di sfollati.
CIAD
Intanto venerdì scorso il Ciad ha notificato all’ambasciatore tedesco, Jean Christian Gordon Kricke, il foglio di via, perchè considerato persona non grata. Lo ha reso noto il portavoce del governo, Aziz Mahamat Saleh. Secondo N’Djamena, il diplomatico di Berlino avrebbe dimostrato un atteggiamento scortese e non avrebbe rispettato le pratiche diplomatiche, come prescritto dalla Convenzione di Vienna.
L’ambasciatore tedesco, Jean Christian Gordon Kricke, espulso dal governo del Ciad
Secondo alcune fonti vicine al governo, l’espulsione dell’ambasciatore tedesco era prevedibile a causa delle sue critiche alla nuova amministrazione di transizione. Ma secondo il ministero degli Esteri di Berlino le ragioni per le quali il governo del Ciad ha dichiarato l’ambasciatore Kricke persona non grata sono assolutamente incomprensibili. Il diplomatico tedesco è stato precedentemente in Niger e nelle Filippine. Prima di occupare la posizione in Ciad, è stato rappresentante speciale della Germania per il Sahel.
Aggiornamento 11 aprile 2023
Secondo un’ulteriore ricostruzione dei fatti, non si esclude che gli autori del massacro siano stati dei “semplici” ladri. Potrebbe trattarsi di una rappresaglia, in quanto 48 ore prima, due criminali avrebbero tentato di rubare capi di bestiame nel villaggio di Kourakou. I residenti hanno reagito, uccidendo uno dei malavitosi.
Alcuni abitanti del luogo hanno poi descritto gli uomini come combattenti dello Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS). Ma è difficile distinguere gli uni dagli altri in questa parte del Burkina Faso, dove gli interessi delle reti criminali sono simili a quelli dei gruppi armati.
Aggiornamento 11 marzo 2023 ore 22.40
In risposta all’espulsione immotivata del nostro rappresentante diplomatico accreditato in Ciad, abbiamo convocato oggi l’ambasciatore di N’Djamena a Berlino, Mariam Ali Moussa, invitandola a lasciare la Germania entro 48 ore. Ci dispiace che si sia dovuti arrivare a questo”, ha dichiarato il ministero degli Esteri di Berlino in un tweet poche ore fa.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 aprile 2023
E nemmeno stavolta è stato siglato il tanto atteso e sospirato accodo per rilanciare la transizione democratica in Sudan. Un accordo quadro è stato firmato all’inizio di dicembre dello scorso anno tra i militari al potere e alcuni gruppi civili. Ovviamente sono seguiti altri confronti e dialoghi, ma finora nulla di fatto.
Sudan: “Via i militari dal governo”
Il Paese vive una profonda crisi dopo il colpo di Stato del 2021, guidato dal generale Abdel Fattah Burhan, che ha rovesciato il governo sostenuto dall’Occidente, che ha seguito tre decenni di governo islamista del regime di Omar al-Bashir.
Freedom and Change (FFC) – la coalizione che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – ha fatto sapere mercoledì sera che la cerimonia per la firma, prevista per giovedì scorso, è nuovamente saltata perché alcuni punti per la ristrutturazione delle forze armate devono ancora essere chiariti.
Dopo l’annuncio del nuovo rinvio, la popolazione è scesa nuovamente nelle strade e nelle piazze in tutto il Paese per nuove proteste pacifiche. La gente chiede “libertà, pace e giustizia”.
Giovedì in tutte le città del Sudan si sono svolte dimostrazioni affollatissime. Forse le più imponenti dall’inizio della crisi. La gente ha voluto anche celebrare il quarto anniversario del sit-in del 2019 che ha portato al rovesciamento del dittatore Omar al-Bashir.
Secondo alcuni analisti, il punto critico delle riforme proposte è l’integrazione nell’esercito regolare di Rapid Support Forces (Rsf), un potente gruppo paramilitare guidato dal vice di al-Burhan, Mohamed Hamdan Dagalo.
Il leader delle RSF, meglio conosciuto come Hemeti, è un ex capo dei janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur. Si tratta dei famosi diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
Sembra, sempre secondo alcuni analisti, che al-Burhan e il suo vice, Dagalo, siano arrivati quasi ai ferri corti per quanto riguarda il calendario dell’integrazione dei miliziani delle RSF.
In base a una bozza dell’accordo ottenuta dall’agenzia di stampa The Associated Press, i militari dovrebbero concentrarsi solamente a azioni a loro consone e prevede, inoltre, la formazione di un esercito nazionale unificato e non di parte.
Le tensioni tra l’esercito e le RSF sarebbero soprattutto dovute alla tempistica proposta per l’integrazione degli uomini di Hemeti nell’esercito, che ha proposto una durata di due anni. Mentre Rsf sostiene che sono necessari 10 anni e che la ristrutturazione dovrebbe includere anche una riforma interna all’esercito.
Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed
Ma è in discussione anche la leadership ad interim dei militari. Dagalo vorrebbe che il prossimo capo di Stato civile, secondo l’accordo, sia incluso in un consiglio congiunto di generali dell’esercito e di Rapid Support Forces.
Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano, ha dichiarato che un rinvio è stato necessario perché l’accordo abbia basi solide. Mentre il suo vice, Dagalo, in un altro comunicato ha fatto sapere che si sta impegnando per arrivare a un accordo finale.
Sudan: Al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione
Ma la folla scesa nelle strade giovedì non vuole militari al potere e durante la marcia di protesta ha cantato: “No militia can rule a country” (nessuna milizia può governare un Paese).
Il leader di FFC, Khalid Omer Yousif, è convinto che elementi del deposto regime di al-Bashir stiano tentando di far deragliare il processo politico, seminando discordia tra le istituzioni militari.
Alcuni leader tribali hanno detto di sentirsi esclusi dall’accordo previsto e hanno minacciato di bloccare le strade verso Khartoum e nel Sudan orientale. Giacché i gruppi ribelli, che hanno sostenuto il colpo di Stato perpetrato da al-Burhan, hanno avvertito che ci sarà il caos qualora l’accordo dovesse andare in porto.
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Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
8 aprile 2023
Ieri mattina sei congolesi sono stati condannati all’ergastolo da un tribunale militare di Kinshasa per l’assassinio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, della sua guardia del corpo italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci, e dell’autista locale del Programma alimentare mondiale (PAM), Mustapha Milambo, il 22 febbraio 2021. All’Italia che si è costituita pare civile andranno due milioni di dollari. La sentenza non chiarisce tutti i misteri che circondano la vicenda.
L’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, assassinato in Congo-K insieme alla sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci, e l’ autista di PAM, Mustapha Milambo
L’accusa aveva chiesto la pena di morte ma i giudici della guarnigione militare di Gombe (un quartiere della capitale congolese) si sono limitati al carcere a vita, anche sembra per i suggerimenti del governo italiano. Nel nostro ordinamento la penaa capitale non è prevista.
La difesa, secondo cui i suoi clienti sono innocenti perché estranei ai fatti, ha immediatamente diramato un comunicato, ricevuto anche dallo stringer di Africa ExPress a Kinshasa, preannunciando appello: “Gli imputati non c’entrano nulla con questa storia e hanno un alibi di cui i giudici non hanno voluto tener conto. Questo processo è politico”.
Al momento della lettura pubblica della sentenza in aula erano presenti cinque imputati: André Murwanashaka Mushahara, Issa Seba Nyani, Antoine Bahati Kiboko, Amidu Sembinja Babu alias Samuel Ombeni e Prince Marco Shimiyimana. Il sesto condannato è latitante.
Cinque dei sei (uno è latitante) condannati all’ergastolo per l’assassinio di Luca Attanasio
Erano sotto processo dal 12 ottobre, al ritmo di un’udienza a settimana, nel carcere militare di Ndolo – vicino al vecchio aeroporto, teatro l’8 gennaio 1996 di una tragedia quando un Antonov di Air Africa, stracarico di armi destinate ai ribelli dell’Unita in Angola, in decollo, si schiantò su un mercato ai margini della pista – dove erano stati portati dopo il loro arresto nel gennaio 2022 nell’est del Paese.
Presentati come membri di una banda di criminali comuni, rapinatori di strada e sequestratori, sono stati ritenuti colpevoli dell’omicidio dell’ambasciatore italiano.
Quel giorno, un convoglio di due veicoli del PAM, partito da Goma, la capitale del Nord Kivu, cadde in un’imboscata a circa 20 km dalla città, alla periferia del Parco nazionale di Virunga.
Rinomato per i suoi gorilla, il parco è anche noto per essere un covo di gruppi armati in questa regione tormentata dalla violenza da almeno 30 anni.
Luca Attansio, il nostro ambasciatore ammazzato in Congo-K
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il convoglio venne tagliato in due. Il veicolo su cui viaggiava l’ambasciatore fu bloccato e l’autista ucciso dagli aggressori. Il suo corpo fu lasciato sul ciglio della strada. L’ambasciatore e la sua guardia del corpo furono portati via e spinti nella boscaglia.
Non lontano all’agguato si trovava un drappello di rangers del parco che è subito intervenuto armi in pugno. Nella sparatoria Iacovacci è stato ucciso immediatamente mentre il diplomatico gravemente ferito è stato trasportato all’ospedale di Goma dove è spirato poco dopo.
Immediatamente quella stessa sera le autorità congolesi hanno accusato un gruppo di ribelli hutu ruandesi, le FDLR (Forces Démocratiques de Libération du Rwanda), indicati come gli autori dell’imboscata. Ma il loro leader, i colonnello, Placide Niyiturinda, in un’intervista esclusiva al telefono con Africa ExPress, aveva sempre negato anzi accusando dei tre omicidi i ribelli tutsi che operano anch’essi nella zona.
La versione “politica” però è stata ben presto abbandonata dalle autorità che hanno imboccato la strada del tentato rapimento a scopo di estorsione, diventata ufficialmente evidente quando un anno dopo sono stati arrestati i cinque condannati e individuato il sesto latitante.
Ma durante le udienze gli imputati hanno affermato in continuazione di non avere nulla a che fare con la morte dei tre e il processo non ha fornito nessuna informazione sulle circostanze, gli autori e i possibili mandanti dell’agguato.
Secondo gli stringer di Africa ExPress a Kinshasa, alcuni dei quali hanno assistito al processo, i condannati hanno negato tutto e hanno affermato che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. “Sono dei poveracci incastrati per dare qualcuno in pasto all’opinione pubblica italiana e per chiudere le porte a un’indagine seria – ha dichiarato ad Africa ExPress un diplomatico osservatore delle cose congolesi – . Non sono stati chiamati a deporre testimoni né le guardie del parco, né Rocco Leone, l’altro italiano sopravvissuto alla tragedia, un dipendente del PAM”.
“La difesa – ha raccontato uno degli stringer di Africa ExPress – ha sostenuto che l’accusa non ha provato né la partecipazione a banda armata, né il possesso illegale di armi e munizioni da guerra. Insomma, è sembrato un processo farsa”.
Infatti in Congo è in corso una lotta serrata per il controllo delle risorse minerarie abbondanti soprattutto nell’est del Paese dov’è avvenuta la tragedia e dove le milizie ruandesi fedeli al presidente Paul Kagame e quelle che invece fanno riferimento alla popolazione hutu si stanno scontrando a spese della popolazione locale. Villaggi distrutti, massacri, stupri e saccheggi quali quotidiani non si contano più.
All’inizio del mese a Kinshasa è stato arrestato un deputato considerato il re del coltan, Eduard Mwangachuchu, accusato di curare gli interessi di Paul Kagame , finanziatore del gruppo di ribelli (l’M23, dal nome di un accordo di pace siglato più di 10 anni fa 23 marzo). L’arresto sarebbe invece stato effettuato per calmare i ruandesi hutu che si sono allineati al governo centrale di Kinshasa contro i tutsi.
Eduard Mwangachuchu
Insomma la confusione con scambi di accuse regna sovrana e una propaganda martellante che impedisce a veder chiaro e capire ciò che succede e che è successo al nostro ambasciatore. Dalle opinioni raccolte in loco, anche se al telefono, da Africa ExPress sembra però che invece di diradare la nebbia la conclusione di questo processo l’abbia resa ancora più fitta.
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QUESTO SPECIALE CONTIENE VIDEO CON IMMAGINI SENSIBILI CHE NON SONO RACCOMANDATE PER PERSONE EMOZIONABILI
L’autore di questo articolo, Mark Doyle, è stato il corrispondente della BBC da varie parti dell’Africa. E’ un collega e amico del direttore di Africa ExPress che, quando ha letto questa storia scritta nel 2014 in occasione del ventennale del genocidio in Ruanda, gli ha subito chiesto se si poteva
tradurre in italiano e pubblicarla.Mark e Massimo hanno lavorato
spessissimo assieme,testimoni di guerre, massacri e carneficine nelle zone più complicate e difficili del continente, a cominciare dalla Somalia.
Oggi, 7 aprile cade il 29 anniversario del genocidio cominciato subito dopo,
le sera prima, l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiavano
il presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana
e il suo collega burundese, Cyprien Ntaryamira.
dal sito della BBC Mark Doyle aprile 2014
Questa è la storia dell’uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto.
Ho seguito molte guerre e visto molti atti di coraggio. Ma per grinta e determinazione non ho mai conosciuto nessuno paragonabile al capitano Mbaye Diagne, un peacekeeper delle Nazioni Unite in Ruanda.
Ero lì nel 1994, quando 800.000 persone furono uccise in 100 giorni, e sono tornato per ricostruire la storia di questo straordinario e carismatico ufficiale proveniente dal Senegal, nell’Africa occidentale.
Il Paese è precipitato nella guerra e nel genocidio il 6 aprile 1994, quando l’aereo che trasportava il presidente ruandese, appartenente alla maggioranza della popolazione hutu, è stato abbattuto. Tutte le persone a bordo furono uccise. Nel giro di poche ore gli estremisti hutu presero il potere e si scatenò un’ondata di omicidi contro la minoranza tutsi e contro chiunque fosse disposto a difenderla.
L’esercito andò a arrestare il primo ministro Agathe Uwilingiyimana quella prima notte.
Mentre risuonavano gli spari, i suoi cinque figli, il più piccolo dei quali aveva appena tre anni, furono portati via attraverso una rete per essere nascosti nella casa di un vicino.
Marie-Christine Umuhoza, figlia dell’allora primo ministro ruandese Agathe Uwilingiyimana
I bambini erano rannicchiati nel bungalow di mattoni, sbirciando di tanto in tanto dalla finestra, quando hanno visto i soldati che cercavano i loro genitori. “Ci furono altri spari”, racconta Marie-Christine, la figlia del primo ministro, che all’epoca aveva 15 anni.
“Abbiamo sentito i soldati urlare di gioia.
E dopo non c’è stato altro
che un silenzio inquietante”.
Agathe Uwilingiyimana era una hutu moderata, non una tutsi, ma fu uccisa perché era pronta a condividere il potere con loro. Se gli assassini avessero trovato i bambini, sarebbero stati massacrati anche loro.
Ore dopo, quando i soldati delle Nazioni Unite sono arrivati per prelevare gli operatori umanitari dell’ONU dal complesso dietro la residenza del primo ministro, hanno scoperto Marie-Christine e i suoi fratelli ancora nascosti nel bungalow.
È scoppiata una feroce discussione su cosa fare dei bambini. Non era chiaro se i soldati dell’ONU fossero autorizzati a spostarli, dice Adama Daff, uno degli operatori umanitari, ma “per motivi umanitari non potevamo assolutamente lasciarli lì”.
Hotel Mille Collines Kigali 1994
Era estremamente pericoloso viaggiare ovunque. Erano già comparsi posti di blocco presidiati da assassini hutu e i veicoli blindati che avrebbero dovuto portare in salvo gli operatori umanitari dell’ONU non si erano presentati.
Alla fine, racconta Daff, si decise che il capitano Mbaye, un osservatore militare disarmato, avrebbe portato i bambini nella sua auto non blindata fino alla relativa sicurezza del vicino Hotel des Mille Collines, sorvegliato dalle Nazioni Unite.
“Decise di caricare i bambini”, racconta il generale Romeo Dallaire, comandante canadese della piccola e poco equipaggiata forza ONU. “Li ha nascosti sotto un telone e ha guidato come un pazzo”.
“Che coraggio. Non ci sono parole
per descrivere quanto sia stato coraggioso.
È un’azione da Victoria Cross”.*
Sono stati i primi di molta gente che Mbaye ha portato all’Hotel des Mille Collines – un edificio di vetro e cemento senza importanza situato su una collina che domina la capitale Kigali, ma uno dei pochi santuari per i Tutsi in città.
Il capitano Mbaye Diagne aveva circa 30 anni, veniva da un piccolo villaggio del Senegal settentrionale ed era un uomo dal fascino immenso. Alto, con i denti sporgenti e gli occhiali da sole Aviator, il suo umorismo metteva le persone a proprio agio anche in uno dei capitoli più bui della storia moderna.
2. Nessun rifugio
I primi, sanguinosi giorni del genocidio sembrarono un pandemonio.
C’era piombo rovente che volava in ogni direzione e corpi che giacevano, a volte ammucchiati, ai lati delle strade.
I terrificanti posti di blocco erano presidiati principalmente dalla milizia hutu Interahamwe. La parola significa “coloro che lavorano insieme” – e il lavoro consisteva nell’uccidere i Tutsi con machete, coltelli e bastoni. Ho visto un uomo colpire un altro alla testa con un cacciavite.
Le stazioni radio li incitavano, invocando la morte degli “scarafaggi” tutsi.
L’abbattimento dell’aereo del presidente aveva riacceso la guerra civile tra l’esercito governativo e le forze ribelli del Fronte Patriottico Ruandese (RPF), che era stata brevemente sospesa in seguito a un timido accordo di pace. Guidato dal tutsi Paul Kagame, l’RPF stava avanzando verso la capitale, assicurando che voleva fermare il massacro.
Tra le due parti c’era la forza dell’ONU, assediata. I suoi veicoli venivano talvolta attaccati dagli hutu, soprattutto se i miliziani pensavano che al loro interno ci fossero dei tutsi.
Nelle prime 48 ore, molti osservatori militari disarmati come Mbaye – soprattutto quelli che si trovavano fuori dalla capitale – sono scomparsi. “Ci è voluto quasi un mese per trovarne alcuni che erano andati in Paesi diversi – racconta Dallaire -. Alcuni sono finiti a Nairobi prima che sapessimo dove fossero”.
Romeo Dallaire, comandante del contingente ONU in Ruanda, Ottawa, Canada 2014
Non avendo praticamente nessuno che li difendesse, decine di migliaia di Tutsi cercarono rifugio nelle chiese, ma anche qui non erano al sicuro. Una di loro, Concilie Mukamwezi, si era recata con il marito e i figli nella chiesa Sainte Famille, un grande complesso religioso nel centro di Kigali. Ricorda il momento trascorso lì con una chiarezza impressionante.
“Avevo appena comprato del sapone da bucato in una bancarella quando mi si è avvicinato un prete in uniforme militare”, racconta.
“Aveva con sé quattro miliziani ed era armato di un fucile Kalashnikov, una pistola e delle granate. Mi ha accusato di essere una collaboratrice dei ribelli”.
“Mi ha puntato contro il suo Kalashnikov in questo modo – racconta la donna, raccogliendo un bastone da terra e tenendolo in mano
come un fucile – e ha detto che avrebbe fatto fuoco”.
Per quanto possa sembrare incredibile, alcuni membri del clero hutu collaboravano al genocidio, e alcuni vi prendevano addirittura parte.
Uno dei compiti di Mbaye era quello di essere gli occhi e le orecchie della missione ONU, e si impegnava a controllare di tanto in tanto le persone che si rifugiavano a Sainte Famille.
Concilie la conosceva di vista perché prima del genocidio aveva lavorato nell’ufficio della compagnia telefonica nazionale, Rwandatel, dove lui pagava le bollette del telefono. E per una coincidenza l’ufficiale è entrato nel complesso della chiesa nel momento in cui lei era minacciata dal prete.
“Il capitano Mbaye è accorso e si è messo tra me e il sacerdote”, racconta Concilie. “Ha gridato: ‘Perché state uccidendo questa donna? Non dovete farlo perché se lo fate lo saprà tutto il mondo'”. Il sacerdote ha fatto marcia indietro.
Non ci sono state uccisioni su larga scala all’interno del complesso di Sainte Famille, in parte grazie agli sforzi di Mbaye e degli altri peacekeeper delle Nazioni Unite. Ma altri massacri sono avvenuti all’esterno.
In molte altre chiese dove la gente aveva trovato rifugio, i soldati e i miliziani hanno fatto irruzione e hanno massacrati i fedeli nei banchi.
3. Il volo
Altri ruandesi disperati hanno cercato di approfittare delle operazioni di salvataggio lanciate per mettere in salvo la comunità di espatriati che si trovava nel Paese.
Ancilla Mukangira, ruandese che lavorava per un’agenzia di aiuti tedesca, si era recata all’American Club nell’errata convinzione che gli americani le avrebbero trovato un posto in uno dei veicoli destinati a lasciare il Paese.
“Sono entrata per iscrivermi al convoglio”, racconta fuori dal vecchio club, che oggi è un ristorante cinese. “Ma mi hanno detto che non erano ammessi ruandesi e mi hanno intimato di andar via”.
Ancilla era in piedi, piangendo, sul marciapiede esterno, quando Mbaye le si è avvicinato. “Cosa ci fai qui? – le ha chiesto -. Se ti vedono ti uccidono”. Lei le ha spiegato che era stata cacciata. L’ufficiale è rimasto sbigottito e stentava a crederci, dice lei, ma poi si è offerto di aiutarla lui stesso.
“Mbaye era scioccato dal comportamento dei Wazungu [i bianchi]”, dice Andre Guichaoua, un accademico francese che alloggiava all’hotel Mille Collines e che ha conosciuto Mbaye nei primi giorni del genocidio.
Le truppe francesi, belghe e italiane stavano arrivando a Kigali, ma solo per salvare i propri cittadini.
“Per un uomo che era un soldato
delle Nazioni Unite,
questa evacuazione di europei
da parte di soldati europei
era uno scandalo assoluto”
“Perché se avessimo messo i soldati francesi, belgi e italiani a fianco delle truppe delle Nazioni Unite, sarebbe stato perfettamente possibile affrontare l’esercito e le milizie che erano direttamente coinvolte nei massacri”, spiega Guichaoua.
“Non c’è stato alcun coordinamento – e Mbaye era profondamente inorridito da questo”.
In effetti, il coordinamento era molto scarso, anche all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Mentre ufficiali come Mbaye proteggevano coraggiosamente chi potevano, i capi delle Nazioni Unite a New York stavano ancora discutendo su come – o addirittura se – sostenerli. Poco dopo l’inizio delle ostilità, ridussero di fatto il numero di truppe ONU sul campo da 2.500 a meno di 300.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, erano determinati a non mettere gli stivali sul terreno. Erano passati solo sei mesi dall’umiliazione delle sue forze in Somalia, quando 18 ranger statunitensi furono uccisi in un incidente che divenne noto come Black Hawk Down.
Così Mbaye accompagnò Ancilla Mukangira all’Hotel des Mille Collines, passando davanti agli uomini della milizia che aspettavano al cancello per uccidere i Tutsi all’interno.
Le disse di rimanere nella sua stanza e di non aprire la porta a nessuno, tornando solo a notte fonda, con un materasso in più da usare. “Mi vide leggere la mia Bibbia”, ricorda Ancilla.
“Mi disse che dovevo pregare
per il mio Paese, perché stavano accadendo
cose terribili”.
4. Il giorno in cui mi ha salvato la vita
Mbaye parla con i giornalisti, presente anche Mark Doyle, di spalle a destra
Anch’io avevo conosciuto un po’ Mbaye. Di solito i soldati sono diffidenti nei confronti dei giornalisti, ma in questo, come in altri aspetti, lui era diverso.
Un giorno, abbiamo viaggiato assieme nella sua auto bianca delle Nazioni Unite per raccogliere informazioni su un orfanotrofio in un sobborgo della città chiamato Nyamirambo, dove si riteneva potessero nascondersi diverse centinaia di bambini vulnerabili.
Durante il tragitto, siamo stati fermati a un posto di blocco dei miliziani. Uno di loro si è avvicinato all’auto e si è sporto dal finestrino con in mano una granata a bastone cinese. Sembrava uno sturalavandini vecchio stile, ma invece di avere una ventosa di gomma all’estremità di un bastone robusto, aveva una bomba.
Me la sventolò davanti chiedendo minaccioso: “Chi è questo belga?”. i miliziani consideravano i belgi, l’ex potenza coloniale in Ruanda, come un nemico. Di recente avevano ucciso 10 soldati belgi, che facevano parte della forza delle Nazioni Unite, calcolando che questo avrebbe fatto sì che l’intero contingente belga dell’ONU lasciasse il Ruanda – cosa che avvenne.
Ero terrorizzato di essere ucciso, ma Mbaye guardò l’uomo, sorrise e fece una battuta. “Sono l’unico belga in questa macchina. Vedi?”, disse, pizzicando un po’ della pelle nera del Senegal sul braccio. “Belga nero!”.
Il parziale elenco dei morti scolpiti su una lapide al memoria di Kigali
La battuta ruppe la tensione del momento. Mbaye gli ordinò di togliersi di mezzo, il miliziano obbedì istintivamente e noi proseguimmo.
“Amava scherzare con le persone, amava parlare”, dice uno dei suoi ex compagni nella missione ONU, Babacar Faye, ora colonnello dell’esercito senegalese.
“Usava il suo senso dell’umorismo per farsi strada attraverso i posti di blocco”.
Mbaye era un musulmano devoto, ma trasportava alcolici nella sua 4×4 delle Nazioni Unite per “comprare” la vita delle persone da salvare e che portava attraversando i mortali e micidiali posti di blocco.
“Nella sua auto aveva spesso casse di birra, bottiglie di whisky e molti pacchetti di sigarette – racconta Faye -. E aveva sempre delle mazzette di contanti”.
Una volta ho visto un elenco di nomi su un pezzo di carta che gli era caduto dalla tasca. Era una lista di nomi – “Pierre”, “Marie” – con somme di denaro scritte accanto: 10, 30 dollari e così via.
Erano i suoi registri: le somme che aveva pagato, spesso per conto di qualcun altro, per far passare le persone ai posti di blocco.
A volte regalava anche le sue razioni di cibo militare e quando i suoi colleghi lo hanno scoperto, donavano le loro per aggiungerle alla preziosa scorta sul sedile posteriore della sua auto.
“Quando veniva fermato ai posti di blocco, i miliziani dicevano ‘Capo, ho fame’ o ‘Capo, ho sete’ e lui dava loro una sigaretta, o se si trattava di uno dei capi milizia dava una birra o un whisky”, racconta Faye.
“Questo gli permetteva di andare ovunque senza far spazientire o irritare troppo i miliziani. Ed è così che ha salvato le persone che la milizia voleva uccidere: cinque o sei persone alla volta nella sua auto”.
5. Tentativo di fuga
Con il passare del tempo, la guerra ha diviso Kigali in due zone: una controllata dal governo, l’altra dall’RPF.
L’Hotel des Mille Collines si trovava nella zona controllata dal governo, proprio accanto a una caserma in cui risiedevano alcuni capi della milizia. Ma grazie alle guardie armate dell’ONU, molti tutsi e hutu moderati sono riuscite sd entrare. La maggior parte doveva avere soldi o contatti.
I figli della prima ministra uccisa, Agathe Uwilingiyimana, assieme sono stati fatti uscire di nascosto dall’hotel dopo pochi giorni, nascosti sotto delle valigie nel retro di un veicolo delle Nazioni Unite. Sono stati portati all’aeroporto e messi in salvo, ancora vestiti con i pigiami che indossavano quando sono fuggiti da casa.
Ma sempre più persone sono arrivate all’hotel e le condizioni sono peggiorate costantemente. Le forniture d’acqua sono state interrotte, costringendo i rifugiati a bere l’acqua della piscina. All’inizio la facevano bollire, ma dopo l’interruzione della corrente elettrica non potevano fare nemmeno quello.
In un’occasione Mbaye e altri funzionari delle Nazioni Unite hanno cercato di organizzare un convoglio di camion ONU dall’hotel Mille Collines fino all’aeroporto. Una dottoressa, Odette Nyiramilimo, era su uno dei camion con la sua famiglia, mentre Mbaye era nel veicolo di testa.
Il convoglio esce dai cancelli dell’hotel, ma dopo solo poche centinaia di metri prima viene fermato da una folla di miliziani.
Una radio di propaganda governativa era entrata in possesso dell’elenco delle persone a bordo dei camion e lo stava leggendo in diretta. I miliziani vanno su tutte le furie.
“Cercavano di tirarci giù dai camion – ricorda il dottor Nyiramilimo – gridando ‘Uccidete gli scarafaggi!'”.
“Poi il capitano Mbaye viene da noi di corsa si mette tra il camion e i miliziani spalancando le braccia”.
Ha gridato:
“Non potete uccidere queste persone, sono sotto la mia responsabilità.
Non vi permetterò di far loro del male,
prima dovrete uccidere me”.
Alla fine Mbaye, insieme ad altri ufficiali senegalesi, ha convinto i miliziani a non uccidere le persone sul convoglio. Ma la folla di esagitati era troppo grande per essere attraversata, così hanno il convoglio è dovuto tornare all’hotel. Non erano riusciti a raggiungere l’aeroporto e a lasciare il Paese, ma erano vivi.
Al Mille Collines, mentre la dottoressa stava prestando i primi soccorsi ai passeggeri che erano stati trascinati fuori dai veicoli e attaccati, Mbaye le si avvicinò.
“Sembrava scioccato – racconta la dottoressa Nyiramilimo -. Diceva: “Ti hanno quasi ucciso, sai, volevano davvero farlo”. Ed era sconvolto, stava quasi piangendo”.
“Quello che mi ha colpito
è che sembrava molto più preoccupato
per noi che per se stesso.
Era un eroe”.
Il dottor Nyiramilimo e Ancilla Mukangira lasciarono l’hotel in convogli successivi. Le Nazioni Unite organizzarono degli “scambi”: i Tutsi intrappolati da una parte del fronte furono scambiati con gli Hutu bloccati dall’altra. In questo modo furono salvate migliaia di persone.
6. Un ultimo ostacolo
Non sapremo mai esattamente quante persone devono la loro vita a Mbaye.
Il suo vecchio amico Col. Faye parla di “400 o 500, come minimo”. Ritiene che tutte le persone che si trovavano nell’Hotel des Mille Collines sarebbero state uccise se non fosse stato per il ruolo centrale di Mbaye nel difenderle.
Una stima ufficiale del Dipartimento di Stato di Washington, che nel 2011 ha onorato Mbaye con un certificato Tribute To Persons Of Courage, dice che la cifra è “fino a 600”.
Ma lo studioso americano Fulbright Richard Siegler, che vive in Ruanda e intende pubblicare un libro su Mbaye, ritiene che la cifra corretta possa essere di 1.000 o più.
“La piena portata delle azioni del capitano Mbaye non è ancora stata riconosciuta, perché coloro che lo hanno visto agire si sono resi conto solo una piccola parte di ciò che stava facendo”, afferma Siegler.
“Quando si mette insieme
tutto ciò che ha fatto,
diventa chiaro che si è trattato
di uno dei grandi atti morali
del nostro tempo”.
Sarebbe sbagliato suggerire che Mbaye sia stato l’unico ad aver salvato delle vite in Ruanda nel 1994: ci sono stati innumerevoli casi di estremo coraggio da parte dei ruandesi stessi.
Ma in tutti gli anni trascorsi dal genocidio, i ricercatori hanno analizzato i dettagli dell’accaduto e nessuno ha trovato qualcuno coinvolto in tanti salvataggi come il capitano Mbaye Diagne.
La sua vita si esaurì la mattina del 31 maggio 1994.
A quel punto l’RPF aveva il sopravvento, ma le forze governative stavano facendo un’ultima resistenza nel centro di Kigali. Quasi ogni giorno c’erano grandi battaglie in città, combattimenti così intensi che i suoni degli spari delle singole armi si fondevano insieme per produrre un rumore assordante come un tuono rotolante.
Fu in uno di questi giorni che a Mbaye fu chiesto di portare un importante messaggio scritto dal capo dell’esercito governativo, Augustin Bizimungu, al comandante delle Nazioni Unite, Romeo Dallaire, che si trovava nella zona ora in mano all’RPF.
Mbaye e sua moglie Yacine
Mbaye avrebbe dovuto lasciare il settore controllato dal governo attraversando un posto di blocco dell’esercito governativo.
Arriva e si ferma a un posto di blocco e un colpo di mortaio esplode sulla strada a poca distanza dalla sua auto.
Le schegge squarciano la carrozzeria della sua auto. Mbaye colpito muore sul colpo.
“È stata una giornata molto, molto difficile – racconta Dallaire, che ora è senatore del Parlamento canadese -. Sono state tante le vittime, ma è stato un evento particolare perché abbiamo perso una di quelle luci splendenti, uno di quei ragazzi-faro che influenzano gli altri”.
“Mbaye faceva parte di un piccolo gruppo di persone disposte a rischiare la vita per salvare gli altri – dice Dallaire -. Aveva un senso di umanità che andava ben oltre gli ordini, ben oltre qualsiasi mandato”.
“Si muoveva almeno mezzo passo
più veloce di tutti gli altri”.
E stava per tornare a casa. “Mancano solo 12 giorni alla fine della mia missione – aveva detto alla moglie Yacine al telefono tre giorni prima di essere ucciso -. Poi tornerò in Senegal. Quindi devi pregare per noi”.
Nell’ultima telefonata a casa a Dakar, ha parlato molto della morte. “Questo mi ha davvero sconvolto – raconta Yacine -. Non aveva mai parlato così prima. Credo che le cose che ha visto laggiù lo abbiano colpito profondamente”.
I loro due figli, un maschio, Cheikh, e una femmina, Coumba, avevano appena due e quattro anni quando il padre morì. Sarebbero passati due anni prima che Yacine riuscisse a dire loro la verità. “Papà tornerà a casa quando finirà la sua missione”, diceva loro.
Ho chiesto a Yacine come avesse fatto a tenersi dentro la tragedia e a non condividerla con i suoi figli.
“Sì, è stata dura, ma loro non avrebbero capito – spiega -. Era la cosa giusta da fare: proteggerli da questa storia finché non avessero potuto capire”.
La figlia del primo ministro assassinato, Marie-Christine Umuhoza, è ora sposata e ha due figli propri.
Lei e i suoi fratelli sono stati trasportati in Francia, ma il Paese che aveva ospitato la moglie e la famiglia del presidente assassinato ha rifiutato i figli del primo ministro assassinato. Finirono invece come rifugiati in Svizzera.
Marie-Christine vive a Losanna, dove lavora come infermiera psichiatrica. Non aveva mai parlato pubblicamente degli eventi del 1994, ma mi ha raccontato la sua agghiacciante storia con grande compostezza e dignità.
Sembra che sia riuscita ad accantonare quella parte tragica della sua vita e ad andare avanti.
“Quando ho accettato di parlare con te, l’ho fatto anche per rendere omaggio alla memoria del capitano Mbaye”, dice.
“È – era – una brava persona.
Gli devo la vita.
Se non ci fosse stato lui,
ora non sarei qui”.
Io ho saputo della morte di Mbaye dopo aver notato un’insolita quantità di conversazioni concitate sulla rete di walkie-talkie delle Nazioni Unite. Ho sentito i soldati parlare di un grave incidente a un posto di blocco governativo in cui potrebbe essere stato ucciso un osservatore militare delle Nazioni Unite.
“Oh Dio, spero che non sia Mbaye”, ha detto un operatore umanitario delle Nazioni Unite. Ma sbagliava e perché temeva che si trattasse dell’ufficiale senegalese.
Mi sono precipitato al posto di blocco con un ufficiale canadese delle Nazioni Unite, che già sapeva chi era la vittima ma non riusciva a rivelarmelo.
Quando sono arrivato all’auto, il corpo era stato portato fuori. C’era sangue sul sedile e nel vano dove si appoggiano i piedi.
Il giorno dopo, quando il suo corpo è stato portato su un aereo all’aeroporto di Kigali per il rimpatrio in Senegal, non c’era una bara disponibile – la missione delle Nazioni Unite stava operando con così poche risorse, ed era stata così abbandonata dal resto del mondo, che Mbaye è stato avvolto in un grande pezzo del telo di plastica blu che le Nazioni Unite usano normalmente per accogliere i rifugiati.
Sopra è stata posta una bandiera delle Nazioni Unite.
Poco prima che il corpo venisse caricato, uno degli altri osservatori militari senegalesi, il capitano Samba Tall, mi si avvicinò. “Io sono un soldato – mi disse – ma tu sei un giornalista. Devi raccontare la storia del capitano Mbaye Diagne”.
A quel punto io e il capitano Tall siamo scoppiati in lacrime.
Mark Doyle
L’articolo originale in inglese con video e foto si trova qui
La Victoria Cross è la più alta decorazione militare britannica. viene assegnata a chi si distingue per il coraggio e la devozione di fronte al nemico.
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