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Breaking News/BLITZ A KHARTOUM: EVACUATI CON ELICOTTERI GLI AMERICANI

BREAKING NEWS
Blitz degli americani a Khartoum. Nel buio della notte alle 00.42 elicotteri americani sono atterrati nel compound dell’ambasciata americana a 8 chilometri dal centro della capitale sudanese e hanno evacuato il loro personale diplomatico con le famiglie. L’operazione è durata meno di 5 minuti.  Nella zona dell’ambasciata tutto è stato oscurato. Bloccate le comunicazioni telefoniche e internet. Saltati anche i generatori elettrici dei residenti per un raggio di un paio di chilometri.  La notizia ha suscitato grandi interrogativi. Dalla cantina dov’è rifugiato, un gruppo di italiani ha lanciato un appello ad Africa Express. “Svegliate la Farnesina!”. L’Unità di Crisi della Farnesina ci ha assicurato che sta lavorando per evacuare gli italiani presenti in Sudan. Teste di cuoio italiano sono già posizionate a Gibuti, pronte ad entrare in azione.

Africa ExPress
Khartoum, 22 aprile 2023

In un breve comunicato, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, capo delle Rapid Support Forces e vicepresidente del Sudan, ha dichiarato che le sue truppe sono state attaccata a sorpresa dalle forze armate sudanesi una settimana fa.

Il 6 aprile scorso, giorno per il quale era stata prevista la firma dell’accordo per rilanciare la transizione democratica in Sudan, il presidente al-Burhan –  secondo Hemetti – avrebbe chiesto di includere nel trattato il vecchio partito dei Fratelli Musulmani dell’ex dittatore Omar al-Bashir.

“Io ho rifiutato dicendo, quel partito non è gradito dalla gente, non lo vuole proprio”. Infine ha aggiunto: “Dovevamo ritornare a tavolino la domenica seguente, ma siamo stati attaccati di punto in bianco il giorno precedente”.

L’Arabia Saudita è stato il primo Paese ad annunciare l’evacuazione dei suoi cittadini bloccati in Sudan, a una settimana dall’inizio dei combattimenti tra le forze armate sudanesi e i paramilitari di Rapid Support Forces.

Evacuazione dei sauditi di 66 diplomati e funzionari di altre nazionalità completata

Il ministero degli Esteri saudita ha dichiarato: “Diversi stranieri di Paesi amici e fratelli sono stati portati in salvo da Port Sudan a Jeddah, insieme ai nostri 91 concittadini”.

Ben 66 persone, tutti diplomatici e funzionari di istituzioni internazionali di diversi Stati come Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Tunisia, Pakistan, India, Bulgaria, Bangladesh, Filippine, Canada e Burkina Faso, si trovano ora nel regno wahabita in attesa di raggiungere il proprio Paese di origine.

L’annuncio dell’evacuazione è giunta dopo che le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto RSF hanno fatto sapere di essere pronte a collaborare nell’evacuazione dei cittadini stranieri.

Infatti, il leader delle RSF, il generale Dagalo, ha promesso di aprire gli aeroporti per le evacuazioni. Saranno necessari aerei militari, visto che anche l’aeroporto di Khartoum è stato danneggiato durante gli scontri e diversi aerei hanno preso fuoco durante i bombardamenti. Peccato che a tutt’oggi lo scalo di Khartoum sia chiuso, perché al centro di scontri tra le fazioni in lotta.

Fallita la tregua in Sudan. Sono ripresi i combattimenti

Le Forze armate sudanesi (SAF) hanno dichiarato che stanno coordinando l’evacuazione dal Paese con aerei militari di diplomatici di Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Francia.

Il capo dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan ha precisato di aver parlato a questo proposito con leader di diversi Paesi che hanno chiesto il rimpatrio sicuro dei loro concittadini.

Il Pentagono ha sottolineato che sta trasferendo ulteriori truppe nella loro base militare, Camp Lemonnier,  di Gibuti, nel golfo di Aden, per prepararsi all’evacuazione del personale dell’ambasciata statunitense in Sudan.

Base militare italiana a Gibuti

Anche il nostro governo è pronto a portare in salvo i circa 200 italiani residenti in Sudan. Come riporta ANSA, il ministero della Difesa ha fatto sapere che, come è stato predisposto da altri Paesi occidentali, l’evacuazione è prevista via Gibuti, Paese del Corno d’Africa, che raggiungeranno con velivoli militari.

James Morgan, ex ambasciatore dell’Unione Europea ha riferito a Al Jazeera che durante le evacuazioni in Libia all’epoca della Primavera araba, “la situazione era catastrofica, ma non così grave come quella di Khartoum, poiché le principali città libiche hanno accesso a un porto”.

Intanto sono ripresi i combattimenti. Anche stavolta la tregua di 72 ore è rimasta inascoltata. Il Comitato centrale dei medici sudanesi (CCSD) ha riferito che gli scontri si sono estesi a Bahri e Omdurman, città gemella della capitale sull’altra sponda del Nilo. Mentre a Khartoum, dove l’attuale conflitto è scoppiato il 15 aprile, sono state segnalati scontri anche intorno al quartier generale dell’esercito e al palazzo presidenziale.

Il responsabile del Programma alimentare mondiale (PAM) delle Nazioni Unite in Ciad, Pierre Honnorat, ha dichiarato che si teme una forte ondata di profughi verso il Paese confinante con il Sudan. Finora tra 10 e 20mila sudanesi hanno già raggiunto i campi per profughi nella ex colonia francese . PAM si sta preparando per l’arrivo di centomila fuggitivi e ha aggiunto: “Finora abbiamo accolto per lo più donne e bambini”.

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Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

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Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
21 aprile 2023

Infuriano i combattimenti a Khartoum tra l’esercito regolare del presidente, il generale Abdel Fattah al Burhan, e il suo vice, pari grado e golpista Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, che guida la Rapid Support Forces, cioè gli ex janjaweed.

La tregua di tre giorni promessa per la festa dell’Eid, che segna la fine del Ramadan, non ha retto. E i cannoni hanno ripreso a tuonare mentre si moltiplicano le voci sull’imminente evacuazione degli stranieri. Molte delle loro residenze le cui residenze sono state prese d’assalto dai belligeranti. Non è la prima volta che vengono proclamati cessate il fuoco che vengono regolarmente violati.

 

Ieri è spuntato fuori un video che conferma quanto scritto da Africa ExPress che cioè gli italiani danno appoggio logistico e addestrano i paramilitari di Dagalo. Intervistato nell’agosto 2022 per la pagina Facebook New Sudan, il generale golpista ammette: “Siamo supportati soprattutto dagli italiani. Ringraziamo quindi gli italiani, soprattutto dal punto di vista tecnico. Potrebbero continuare per due anni con noi”.  E più in là:” La loro formazione ci ha giovato molto perché è specializzata nella lotta al terrorismo e all’immigrazione clandestina. Grazie all’Unione Europea e agli europei in generale Siamo impegnati per loro e per conto del mondo. Non bisogna dimenticare che ora stiamo svolgendo un ruolo umanitario nel deserto. Abbiamo sovvenzioni per il carburante (sembra dal contesto forse pagato dall’Italia, ndr) e dobbiamo controllare un territorio vastissimo”.

Durissimo il commento al telefono da Khartoum di un’attivista per la tutela dei diritti umani ben conosciuta da Africa ExPress, ma di cui non vogliamo rivelare il nome per tutelare la sua sicurezza: “Gli italiani hanno contribuito a creare un mostro. Avete addestrato i janjaweed, criminali che ora hanno tentato un colpo di stato e stanno massacrando a popolazione civile”.

Gli uomini del generale Dagalo sono conosciuti per le atrocità commesse in Darfur nella prima decade del Duemila. Arabi, soprannominati janjaweed (termine che più o meno significa “diavoli a cavallo”), che assaltavano i villaggi africani, bruciavano le capanne, ammazzavano senza pietà gli uomini, stupravano le donne urlando “Sporca negra ora ti faccio avere un figlio arabo”, rapivano le bambine trasformandole in schiave del sesso, e i bambini arruolati a forza.

Con scarsa lungimiranza, l’Italia aveva deciso di affidare ai tagliagole il compito di controllare i confini del nord del Sudan con Egitto, Libia e Ciad per non fare passare i migranti che ogni giorno dall’Africa subsahariana tentano di arrivare al Mediterraneo.

Le denunce di violenze, soprusi omicidi compresi, non hanno smosso più di tanto il governo Draghi (autore dell’idea) e neppure il successivo, mostrando tutti i limiti e i fallimenti dell’”aiutiamoli a casa loro” o “respingiamoli a casa”.

Non sono stati neppure ascoltati gli avvisi di chi denunciava l’indole filibustiera di quest’accozzaglia di persone incontrollabili.

Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano avevano denunciato che il 12 gennaio 2022 il colonnello dei nostri servizi Antonio Colella, assieme a quattro suoi fedelissimi e a una donna non identificata di una Ngo, era stato a Khartoum.

Il gruppo aveva incontrato Dagalo e con lui aveva pianificato gli interventi degli istruttori italiani che poco dopo hanno cominciato il loro lavoro con i janjaweed in un campo militare di El Obeid, a 400 chilometri a sud della capitale sudanese.

Ma la cosa più incredibile è che i janjaweed hanno ricevuto aiuti logistici e militari anche dalla Russia. Dagalo, infatti, ha concesso ai mercenari del gruppo Wagner che fa riferimento al Cremlino, lo sfruttamento di miniere d’oro nel nord del Paese. Quindi italiani e russi assieme a insegnare ai tagliagole a far la guerra seriamente.

“Gli uomini di Dagalo – spiega l’attivista per i diritti umani – ora controllano una buona parte della capitale sudanese, ma non hanno comandanti che li tengano disciplinati e diano loro ordini. Hanno licenza di uccidere chiunque, di rapinare e saccheggiare. Sono opportunisti, più banditi criminali che gente con un obiettivo politico”.

Ma la gente con chi sta? “Il popolo non sta né con Burhan né con Dagalo. Piuttosto vuole un governo civile lontano dai signori della guerra. Secondo Ali Baba, uno degli stringer di Africa ExPress, gli RSF hanno importanti difficoltà logistiche. “Molti sono arrivati da fuori e ora hanno problemi con i rifornimenti. Sono anche a corto di carburate. Cercano di farlo arrivare dalla Libia ma anche per loro non è facile”.

Secondo le ultime informazioni i civili morti di questa settimana di guerra sono stati 413 e i feriti 3551, L’aeroporto è nelle mani dell’esercito e, se tutto va bene, in un paio di giorni potrebbe essere di nuovo operativo e quindi permettere l’evacuazione degli stranieri che diversi Paesi, inclusa l’Italia, stanno pianificando.

Ieri sera l’intensità dei combattimenti era diminuita e si è diffusa la voce che i janjaweed si stessero ritirando: “Potrebbe essere una mossa tattica. Stiamo a vedere nelle prossime ore cosa succederà”, ha commentato Ali Baba. Oggi, potrebbe essere il giorno in cui si potrà capire se il Sudan finirà nel burrone o sarà in grado di fermarsi prima.

Massimo A. Alberizzi
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Il colpo di stato in Sudan
negli articoli di Africa Express

Sudan: dal Ciad arrivano i rinforzi per i janjaweed, sostenuti da Arabia Saudita e Emirati

Distruzione, disperazione e massacri a Khartoum: si preparano ponti aerei per evacuare gli stranieri

Sudan: monito dell’esercito ai janjaweed, scesi in piazza per bloccare la transizione pacifica alla democrazia

I massacri dei mercenari russi in Sudan documentati (anche con fotografie) dagli avvocati del Darfur

Sudan sull’orlo del baratro: o i civili al governo o guerra civile

Nel campo dei janjaweed, “i diavoli a cavallo” che terrorizzano il Darfur

Altri articoli li trovate qui

Khartoum: cominciata la grande fuga, forze speciali americane si posizionano a Gibuti

Africa ExPress
Khartoum, 20 aprile 2023

A Khartoum è cominciata la grande fuga. I combattimenti tra i generali rivali,  Abdel-Fattah Burhan, capo delle forze armate, e Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, che guida il gruppo militare delle Forze di Supporto Rapido, sono feroci e la capitale è a ferro e fuoco. La gente quindi scappa per mettersi in salvo. Almeno 10 mila persone si sono già rifugiate in Ciad.

Base USA, Gibuti

Dopo gli assalti nelle residenze degli stranieri, gli espatriati sono terrorizzati e si sono rivolti alle loro ambasciate e ai loro governi perché organizzino ponti aerei per essere evacuati. Ma lo scalo della capitale è chiuso e non si capisce bene chi lo controlla.

Forze speciali statunitensi si stanno posizionando a Gibuti pronte per una potenziale missione di evacuazione del personale dell’ambasciata americana, secondo quanto dichiarato da due persone a conoscenza dei piani militari.

Il personale dell’ambasciata si è rifugiato in un complesso a una decina di chilometri dall’aeroporto internazionale.

Khartoum in fiamme, senza acqua e luce

L’operazione delle teste di cuoio è stata confermata da Wendy Sherman, vice segretario di Stato. Parlando con alcuni deputali a Washington, Sherman ha annunciato che le truppe si sarebbero posizionate a Camp Lemmonier, Gibuti, per organizzarsi e dare all’amministrazione la possibilità di lanciare un’operazione di evacuazione, secondo una delle persone che hanno familiarità con la situazione.

Sherman ha sottolineato che la missione porterà in salvo solo il personale dell’ambasciata e che non ci sarà un’evacuazione generale dei cittadini americani (stimati in 16 mila).

Intanto un cittadino statunitense è morto oggi a Khartoum. Per il momento non si conoscono le sue generalità. La notizia è stata confermata dal Dipartimento di Stato USA.

Alcuni membri dell’amministrazione Biden sperano di evitare scene che ricordino l’evacuazione da Kabul, in Afghanistan, nel 2021. La calca di migliaia di persone che imploravano di lasciare la città mentre i Talebani prendevano il controllo è diventata un’immagine emblematica del ritiro americano

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Le illusioni di Meloni in Etiopia: coccola il premier che ha fatto invadere il suo Paese da una dittatura sanguinaria

Africa ExPress
20 aprile 2023

La visita della presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, in Etiopia è avvenuta pochi mesi dopo la firma del cessate il fuoco tra il governo di Addis Abeba e i guerriglieri della regione settentrionale del Tigray.

Abiy Ahmed, premier etiopico e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri

Secondo le organizzazioni internazionali nei due anni di guerra ci sono state oltre 800.000 vittime, su una popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti. Le violazioni dei diritti umani, esecuzioni di massa e la fame come arma di guerra sono ormai risaputi.

L’Etiopia, nel corso del conflitto, ha chiesto, inoltre, ad un altro Paese, l’Eritrea (Paese governato da una dittatura sanguinaria), aiuti per sostenere l’esercito governativo. In molti hanno criticato la scelta di permettere a un esercito terzo di entrare nel proprio territorio per massacrare cittadini etiopici.

Nonostante siano passati solo pochi mesi dalla firma del trattato di pace la visita della signora Meloni ha fatto sembrare tutto questo legato ad un passato remoto. Appare fin troppo chiaro che la visita di un capo di governo europeo è proprio quello che ha cercato di ottenere il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, per ricrearsi un’immagine diversa da quella degli ultimi anni e rientrare a pieno diritto sulla scena internazionale.

La stampa nostrana ha aiutato a far piazza pulita delle recenti miserie del Tigray e non ha fatto cenno sul sostegno che l’Etiopia ha dato alla Russia, non votando a favore di nessuna risoluzione ONU di condanna all’invasione russa dell’Ucraina.

Difficilmente l’Etiopia volgerà il proprio sguardo ad Occidente, dati i suoi sempre più stretti legami con Mosca ed in modo particolare anche con Pechino.

La signora Meloni ha portato un pacchetto di aiuti della cooperazione italiana (180 milioni di euro, di cui 40 in dono e gli altri a credito), facendo illudere qualcuno della grande generosità del nostro Paese.

In realtà si tratta di cifre irrisorie per un a nazione che ha un PIL di oltre 120 miliardi di dollari e che ha ricevuto, negli ultimi anni investimenti cinesi per miliardi di dollari.

La metropolitana di Addis Abeba, l’autostrada che collega la capitale con il Sud del Paese, la grande ferrovia che da Addis Abeba arriva fino al porto di Gibuti, le grandi dighe sul Nilo sono principali infrastrutture finanziate dalla Cina. L’intervento cinese ha poi interessato lo sviluppo industriale di molte aree del Paese. Le più importanti risorse dell’Etiopia sono totalmente (petrolio) o parzialmente (produzioni agricole) sotto il controllo cinese.

Far credere che l’Etiopia possa invertire la rotta verso l’Europa sembra essere quindi una pura illusione, volta più all’elettorato di destra italiano che ad una reale mossa geopolitica. Comunque il detto: “se son rose fioriranno” appare particolarmente azzeccato in questo contesto, perché l’Etiopia è uno tra i maggiori esportatori di rose recise al mondo.

Africa ExPress
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https://www.africa-express.info/2022/11/02/etiopia-e-tigray-firmano-un-accordo-di-pace-a-pretoria-e-fioccano-le-scommesse-quanto-tempo-terra/

https://www.africa-express.info/2021/01/23/etiopia-vendette-fame-e-stupri-come-arma-da-guerra-nel-tigray/

https://www.africa-express.info/2022/10/11/voci-che-nessuno-vuole-ascoltare-dallinferno-etiopia-bombardamenti-a-tappeto-per-sconfiggere-la-resistenza-del-tigray-che-leritrea-tanta-di-invadere/

Distruzione, disperazione e massacri a Khartoum: si preparano ponti aerei per evacuare gli stranieri

Africa ExPress
Khartoum, 19 aprile, 2023

“Siamo disperati – racconta Ali Babà, lo stringer di Africa ExPress a Khartoum – Sono scappato da casa, non ho preso nulla con me. Continuano a sparare, piovono bombe. Il tanto promesso cessate il fuoco per motivi umanitari, richiesto dal rappresentante dell’ONU, Volker Pethers, non è stato rispettato”.

E’ cominciata la caccia all’uomo da parte degli uomini di RSF che hanno ricevuto l’ordine di ammazzare sul posto e a sangue freddo qualunque siriano ed egiziano incontrino sulla loro strada. In Sudan ci sono parecchi siriani ed egiziani. Lavorano in società di costruzioni, hanno ristoranti o altre attività commerciali.

Gli appelli lanciati ieri e gli accordi raggiunti per un cessate il fuoco non hanno funzionato e oggi la battaglia è continuata imperterrita tutto il giorno. I morti sono oltre 270 e si parla di oltre 2.600 feriti tra i civili. Molti ospedali sono chiusi. La gente è costretta a rimanere in casa e si deve accontentare dei pochi viveri rimasti in dispensa.

Dunque nessuna tregua tra le forze armate sudanesi, leali al presidente del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan da un lato, e Rapid Suport Forces (RSF), comandate dal vice-presidente, Mohamed Hamdan Dagalo più conosciuto con il soprannome di Hemetti.

La villetta di fronte alla residenza dell’ambasciatore italiano è stata saccheggiata come si vede nel video qui sotto postato dall’emittente Sky News.

 

Secondo quanto rivela un altro stringer di Africa ExPress, i paramilitari janjaweed del Rapid Support Forces sono entrati anche nel compound delle Nazioni Unite a Khartoum e hanno devastato i locali e stuprato una funzionaria giapponese.

Tre paramilitari intorno alla 5 del mattino sono entrati nella sede di OCHA. Nel cortile hanno cercato di rubare le auto porcheggiate ma nn sono riusciti a metterle in moto. Sono tornati un paio d’ore dopo in 7 e si è verificata la stessa scena. Sono fuggiti dopo aver danneggiando le auto ma senza portarle via.

 

Infatti, poche ore dopo, il governo di Tokyo ha annunciato che sta tentando di evacuare tutti connazionali (una sessantina) dal Paese. Il segretario di gabinetto del ministero degli Esteri giapponese, Hirokazu Matsuno, ha chiesto al ministro della Difesa di utilizzare l’aereo delle Forze di autodifesa.

Anche la Germania ha già fatto partire mercoledì tre aerei militari da trasporto A400M per portare in patria 150 tedeschi. I velivoli sono poi atterrati per fare rifornimento in Grecia mercoledì, secondo quanto riporta Der Spiegel. Il ministero degli Esteri di Berlino e tantomeno quella della Difesa hanno voluto rilasciare commenti.

E persino il Kenya sta pensando di rimpatriare 3.000 connazionali che attualmente si trovano nel Paese. Lo ha comunicato Roseline Njogu, segretario principale del ministero degli Esteri di Nairobi. Il ministero ha istituito un team tecnico che sta monitorando la situazione e si sta preparando a sostenere i kenioti in Sudan attraverso assistenza umanitaria e una eventuale evacuazione di emergenza, se fosse necessario.

Nella quartiere Ozone un commendo armato senza uniformi, probabilmente del Rapid Support Forces, ha fatto irruzione nelle abitazione degli stranieri ha separato gli uomini dalle donne e li ha portati via.

In Sudan la guerra civile imperversa ormai non solo nella capitale ma si è diffusa in molti Stati. Gli avvenimenti delle ultime ore mostrano che l’obbiettivo delle Rapid Support Forces è di prendere il controllo e occupare case ed obbiettivi privati degli stranieri e trasformali in loro centri operativi.

Secondo un funzionario dell’UNDP “siamo preoccupati per i rischi e i danni collaterali che possono colpire il personale delle Nazioni Unite e delle organizzazioni di aiuto”.

Diversi edifici e residenze del personale delle Nazioni Unite sono già stati colpiti da proiettili  vaganti a Khartoum. Al momento non si registrano feriti tra il personale.

Ovviamente in queste condizioni di caos furibondo, la criminalità nei confronti dei diplomatici, del personale ONU e umanitario è aumentata non solo nella capitale ma anche in altre regioni del Paese, in particolare nel Darfur.

Gli episodi segnalati di intrusione e saccheggio dei locali delle Nazioni Unite e delle NGO da parte di uomini armati in uniforme (principalmente i janjaweed di RSF), il rapimento di due stranieri maschi, per altro successivamente rilasciati, e lo stupro della giapponese e il tentativo di una seconda violenza sessuale nei confronti di una donna espatriata a Khartoum sono indicativi dell’aumento esponenziale del livello di rischio contro il personale espatriano nel Paese.

Naturalmente in questa confusione totale si spargono anche voci incontrollabili. Le registriamo per dovere di cronaca ma Africa Express non ha potuto verificare le loro veridicità. Ieri pomeriggio si è diffusa la voce di un attentato a Hametti. Qualcuno ha sostenuto che fosse ferito o addirittura morto.

Senza conferma anche la liberazione da parte dell’esercito del ministero degli Interni che era caduto nelle mani dai paramilitari dell’RSF.

Africa ExPress
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Guerra per bande a Khartoum: assalite le ambasciate

Battaglia all’ultimo sangue a Khartoum: esercito e janjaweed combattono strada per strada

In Sudan per bloccare i migranti l’Europa continua a finanziare i criminali janjaweed

La vittoria dei kenioti alla maratona di Boston unisce persino i due nemici politici: il presidente Ruto e Odinga

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Boston, 19 aprile 2023

La vittoria di Gino Bartali al Tour de France, nel luglio 1948, il giorno dopo l’attentato a Palmiro Togliatti – secondo una certa narrazione – salvò l’Italia dalla guerra civile.

In Kenya, lunedì 17 aprile, c’è voluto il dominio assoluto degli atleti di Nairobi nella maratona più antica del mondo, quella di Boston, per a far deporre le armi al presidente della Repubblica William Ruto e al suo feroce avversario Raila Odinga.

I due atleti kenioti trionfano alla maratona di Boston: a sinistra, Evans Kiplagat Chebet e Hellen Onsando Obiri

Tra cronaca e mito è bello sottolineare la portata positiva dello sport.Ruto e Odinga, attraverso i loro sostenitori, nel marzo scorso se le sono date di santa ragione in manifestazioni di piazza anche con morti e feriti.
Lunedì si sono trovati uniti nel rendere omaggio a Evans Kiplagat Chebet, 34 anni, e Hellen Onsando Obiri, 33, vincitori rispettivamente nella gara dei 42,195 km maschile e femminile di Boston, edizione numero 127.
Evans, allievo dell’italiano Claudio Berardelli e gestito dal team di Gianni Belladonna, si è ripetuto nella capitale del Massachussets (dopo il trionfo del 2022) col tempo di 2h05’54”. Ha preceduto nettamente il tanzaniano Gabriel Gerald Geay, 27 anni, e l’altro keniano Benson Kipruto, 32 anni, terzo anche lo scorso anno.
Hellen Obiri è originaria di Kisii, a 240 km a ovest di Nairobi, verso il lago Vittoria, è moglie del noto rapper Tom Simon Nyaundi, ed è stata campionessa mondiale dei 5 mila metri nel 2017 e 2019.


A Boston, sulla strada bagnata e sotto la pioggia intermittente con uno scatto mostruoso ha staccato la favorita etiope Amane Beriso, 31 anni, e ha conquistato la sua prima maratona in 2h21’38”.
Di fronte all’esaltante doppietta dei runner keniani sia il presidente Ruto, 56 anni, sia il suo oppositore Odinga, 78, “hanno guidato il Paese nel rendere omaggio – ha scritto il quotidiano The Nation – ai dominatori di Boston”.
“Congratulazioni a Evans, Benson ed Hellen – ha twittato il capo dello Stato – e grazie per aver confermato la supremazia del Kenya nell’Atletica”.
A sua volta Odinga ha scritto : “Ci avete reso orgogliosi con la vostra condotta di gara e con la vostra stimolante vittoria. Well done!”.
In effetti a Boston la supremazia nero-rosso-bianca è straripante: dal 1988 gli uomini hanno vinto 25 volte, le donne 15!
Il presidente Ruto nel suo messaggio non ha voluto dimenticare il grande sconfitto della gara, il semidio della maratona Eliud Chipchoge, bicampione olimpionico (Rio, 2016, Londra 2021) e primatista mondiale della corsa più logorante. Un mito vivente, che nella sua carriera cominciata nel 2013 ha corso 18 maratone e ne ha vinte 15. Non aveva però mai preso parte a questa storica di Boston.

William Ruto, presidente del Kenya

Gli organizzatori gli hanno offerto ben 100 mila dollari per convincerlo a correre. Purtroppo anche le stelle possono cadere. E al 30 km ha alzato bandiera bianca. Tuttavia è riuscito, a quasi 39 anni, a piazzarsi sesto, a 3 minuti dal vincitore con il tempo più alto (per lui) di sempre: 2h09’23”.
Ruto ha comunque voluto rendere onore a quello che è una gloria nazionale e una icona mondiale: Eliud sei the best – gli ha scritto – sei l’ispirazione per le generazioni a sognare oltre il possibile. Hongera (congratulazioni)!”.
L’atleta così ha commentato la sua performance: ”Vivo per i momenti in cui riesco a sfidare i limiti. Non è mai garantito e non è mai facile.Mi sono battuto il più forte che potevo, ma dobbiamo accettare che non era il giorno per alzare l’asticella a un’altezza maggiore”.
Parlando di dollari, la maratona di Boston, che si corre di lunedì in coincidenza con il Patriots Day, si conferma essere tra le più generose: quasi 900 mila dollari in montepremi complessivo. Ai vincitori (senza distinzione di genere) sono andati 150 mila dollari a testa, 75 mila ai secondi, 40 mila ai terzi.
E ora domenica 23 aprile, si disputa un’altra delle più grandi maratone mondiali: quella di Londra, 43esima edizione, con record di iscritti: oltre 58 mila.
I protagonisti di Boston difficilmente ci saranno (Kpichoge l’ha vinta 3 volte). Assicurata però la presenza del secondo uomo più veloce di sempre, Kenenisa Bekele, 40 anni, etiope. E fra le donne la detentrice del record mondiale, Brigid Kosgei, 29 anni, Kenya.
Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Guerra per bande a Khartoum: assalite le ambasciate

Africa ExPress
Khartoum, 18 aprile 2023

La guerra per bande che devasta Khartoum sta investendo anche i diplomatici e le loro legazioni. Ieri è stato aggredito nella propria residenza l’ambasciatore dell’Unione Europea, Aidan O’Hara  “Questo fatto costituisce una grave violazione della Convenzione di Vienna” ha twittato il ministro degli esteri della UE, Josep Borrell.

Convoglio diplomatico USA incendiato a Khartoum

Secondo quanto riferito da Ali Baba, uno dei nostri stringer nella captale sudanese, gruppi di uomini armati, hanno sparato all’impazzata contro le palazzine che ospitano diverse ambasciate. Presa di mira anche la legazione italiana, cui sono state “accecate” a colpi di mira le telecamere di sorveglianza. Stessa sorte agli “occhi” dell’ufficio degli olandesi, ma il tentativo di intrusione non è riuscito. Il cancello della loro residenza è stato sfondato, poi gli assalitori si sono fatti consegnare le chiavi delle auto che hanno portato via.

I miliziani sono entrati nella cancelleria giapponese e nella residenza dell’ambasciatore. Hanno poi sparato alle gambe dell’autista.  Irruzione anche nell’ambasciata norvegese e nella residenza dell’ambasciatore del Kuwait.

Tentato l’ingresso (respinto) anche a casa di un diplomatico americano.

Secondo un funzionario africano a Khartoum, sentito al telefono da Africa ExPress, “gli autori di questi assalti sarebbero islamisti travestiti da uomini del Rapid Support Forces, cioè travestiti da janjaweed. I paramilitari hanno buoni rapporti con la UE e con l’Italia. Perché mai dovrebbero prendersela con i loro amici?

Il ministero degli esteri sudanese ha chiesto ai rappresentanti stranieri di non muoversi se non in caso di assoluta necessità.

Aggiornamento ore 23.15

Wim Fransen, di nazionalità belga, alto funzionario dell’Unione europea, responsabile degli aiuti umanitari in Sudan, è stato ferito gravemente nella capitale Khartoum domenica sera.

Fransen è stato dato per disperso nella serata di domenica, mentre si stavano nuovamente intensificando i combattimenti tra l’esercito comandato dal presidente del Consiglio sovrano, al-Burhan, e le RSF, guidato da Dagalo.

I suoi colleghi della missione dell’UE a Khartoum hanno iniziato subito a cercarlo, temendo il peggio, fino a quando, martedì, lo hanno finalmente rintracciato. Le sue ferite sono gravi ma non è in pericolo di vita.

Non sono ancora chiare le circostanze durante le quali il funzionario è stato ferito. A Khartoum regna ormai il caos più totale . Le rappresentanze diplomatiche hanno chiesto al loro personale di evitare di uscire dalle proprie abitazioni.

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Khartoum travolta dalla guerra civile: senza acqua e luce

Battaglia all’ultimo sangue a Khartoum: esercito e janjaweed combattono strada per strada

Sudan: dal Ciad arrivano i rinforzi per i janjaweed, sostenuti da Arabia Saudita e Emirati

Khartoum travolta dalla guerra civile: senza acqua e luce

Africa ExPress
18 aprile 2023

A Khartoum i combattimenti si susseguono a colpi di cannone, come del resto in gran parte del Sudan. Appena terminata la tregua di poche ore nella serata di domenica per motivi umanitari nella capitale, sono ricominciati i boati dell’artiglieria pesante, degli spari, nonché il rombo degli aerei da guerra.

Sudan: la capitale Khartoum avvolta la fumo

I sette milioni di abitanti di Khartoum sono allo stremo, barricati in casa per il timore di essere bersaglio di pallottole vaganti. Molti sono sfollati o profughi, scappati da guerre o contrasti interni. Avevano sperato di aver finalmente trovato pace e sicurezza, di non dover rivivere tali momenti di angoscia.

La metropoli è sull’orlo di una catastrofe umanitaria: il suo già fragile sistema sanitario è vicino al collasso,  mancano acqua e corrente ed è sempre più difficile reperire cibo e beni di prima necessità.

Anche in altre parti del Paese si combatte. A Niyala, nel Sud-Darfur, sono morti almeno 22 civili dall’inizio del conflitto. Tra domenica e lunedì sono stati saccheggiati gli uffici dei ministeri delle Finanze, degli Affari locali, dell’Istruzione e delle Dogane. Razziati anche gli uffici di UNICEF e di altre organizzazioni internazionali.

La sete di potere non guarda in faccia alla popolazione. Nessuna tregua tra le forze armate sudanesi, leali al presidente del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan da un lato, e Rapid Suport Forces (RSF), comandate dal vice-presidente, Mohamed Hamdan Dagalo più conosciuto con il soprannome di Hemetti.

Entrambe le fazioni hanno affermato oggi di aver guadagnato terreno, mentre l’inviato delle Nazioni Unite in Sudan, Volker Pethers, ha precisato che per il momento le due parti non hanno mostrato segni di volersi sedere al tavolo delle trattative.

Pethers ha aggiunto che a Khartoum e nel resto del Paese sono morte 185 persone durante i combattimenti ed attacchi aerei, almeno 1.800 i feriti. La loro sfrenata lotta per il potere ha fatto deragliare il passaggio verso un governo civile e ora c’è il timore di un conflitto più ampio.

Da sinistra a destra: William Ruto, presidente del Kenya, Omar Gulleh, presidente del Gibuti, Salva Kiir, presidente del Sud Sudan

L’IGAD – l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo – ha dichiarato che i presidenti del Kenya, William Ruto, del Sud Sudan, Salva Kiir, e  del Gibuti Omar Guelleh, si recheranno a Khartoum per cercare di mediare un cessate il fuoco immediato. Peccato però che al momenti tutti gli aeroporti del Paese siano chiusi.

In un comunicato di questa mattina, il ministero degli Esteri sudanese ha fatto sapere che il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante dell’esercito sudanese e capo di Stato de facto, ha dichiarato le RSF un’entità ribelle che combatte lo Stato e ne ha ordinato lo scioglimento.

Gli RSF sono gruppo paramilitare sudanese formato in gran parte dagli ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani, ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini.

Le radici dei janjaweed – attuali RSF – risalgono al 2003, quando Hemetti fu reclutato da un suo parente, Musa Hilal, come comandante di una milizia tribale, arruolata dal regime di al-Bashir per combattere la ribellione in Darfur.

Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur

Dagalo, il comandante spietato dei janjaweed, è diventato poi un rivale del suo benefattore, Hilal. Quando quest’ultimo ha interrotto i rapporti con il regime nel 2013, l’ex dittatore Omar al-Bashir ha praticamente cambiato nome ai janjaweed, una milizia tribale, formando per decreto un gruppo paramilitare, le RSF appunto, e nominando Hemetti come leader.

Non va dimenticato che nel 2015 le forze sudanesi – tra queste anche le RSF, con il maggior numero di uomini – hanno raggiunto la coalizione, guidata dall’Arabia Saudita, nella guerra in Yemen.

L’ufficiale di collegamento delle forze sudanesi in Yemen era il generale Abdel Fattah al-Burhan, che per anni aveva lavorato a stretto contatto con Hemetti anche in Darfur. Oggi al-Burhan è il capo di Stato maggiore dell’esercito sudanese, nonchè presidente del Consiglio sovrano e capo di Stato del Sudan.

Nel 2017 il regime dell’ex dittatore ha fatto approvare una legge per rendere le RSF una componente formale dell’esercito, ma sotto il diretto comando di al-Bashir, che gli ha anche concesso basi a Khartoum, giacché la sua fiducia nell’esercito regolare stava diminuendo. Infatti, il dissenso nei confronti del despota era in forte crescita anche a causa della galoppante corruzione.

Da quel momento in poi, Hemetti ha iniziato a accumulare sempre più potere e ricchezza, diventando, secondo molti, l’uomo più ricco del Sudan.

Aggiornamento:

Ora vengono presi di mira anche gli occidentali. Antony Blinken, segretario di Stato statunitense, ha riferito che ieri un convoglio diplomatico di Washington è stato colpito da un razzo. I veicoli hanno preso fuoco ma gli occupanti sino riusciti a scappare tra le fiamme e, per fortuna, nessuno è rimasto ferito.

Mentre nel pomeriggio di lunedì è stato attaccato l’ambasciatore dell’Unione europea, l’irlandese Aidan O’Hara, è stato assalito nella propria residenza a Khartoum.
“O’Hara non ha riportato lesioni importanti”, ha confermato il ministro degli Esteri irlandese Micheál Martin, ma ha sottolineato che si tratta di una grave violazione degli obblighi di protezione dei diplomatici.

Abdel Fattah al-Burhan ha dichiarato a Sky News di essere aperto a una mediazione perché “ogni guerra finisce al tavolo dei negoziati anche se l’avversario viene sconfitto”.

In un tweet di pochi minuti fa, Hemetti fa sapere di aver avuto un colloquio telefonico con Blinken, durante il quale ha ribadito l’approvazione di un accordo per una tregua temporanea che permetta il passaggio dei soccorsi ai civili.

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Sudan: dal Ciad arrivano i rinforzi per i janjaweed, sostenuti da Arabia Saudita e Emirati

Battaglia all’ultimo sangue a Khartoum: esercito e janjaweed combattono strada per strada

Sudan: dal Ciad arrivano i rinforzi per i janjaweed, sostenuti da Arabia Saudita e Emirati

Africa ExPress
Khartoum, 17 aprile 2023

Lo stringer di Africa ExPress da Khartoum ha raccontato che la notte nella capitale sudanese è passata tranquillamente. In città si sono uditi soltanto sporadici colpi d’arma da fuoco, ma i combattimenti sono ripresi dopo una breve pausa per motivi umanitari.

Khartoum, Sudan: scontri a fuoco tra RSF e esercito

Ma le notizie che arrivano dal Darfur occidentale sono preoccupanti. Un lunghissimo convoglio di camion e altri mezzi militari con a mordo miliziani del Rapid Support Forces, cioè gli ex janjaweed è penetrato in Sudan dal Ciad.

I miliziani vengono dalla Libia e Ciad, richiamati in patria per correre in soccorso del vicepresidente Mohamed Hamdan Dagalo più conosciuto con il soprannome di Hemetti, che sta tentando un colpo di Stato per impadronirsi dal potere.

Secondo un altro stringer di Africa ExPress, basato in Darfur, “i rinforzi sono consistenti. Abbiano calcolato che dal Ciad siano entrati almeno 37 mila soldati con 4.600 Land Cruiser. Vengono di Abéché, in Ciad, e hanno passato il confine a Ardebe. Poi sono arrivati a Janina, capitale del Darur Orientale”.

Intanto si stanno chiarendo le alleanze che sostengono le forze in campo. I governativi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, presidente del Consiglio militare sovrano di transizione sono appoggiati da quello che resta degli islamisti del NIF (National Islamc Front) e dai vecchi sostenitori del regime del dittatore Omar Al Bashir, defenestrato da un colpo di Stato l’11 aprile 2019. Appoggio politico è arrivato dalla Cina che negli ultimi anni ha stipulato buoni rapporti commerciali con la giunta militare del generale Burhan. Anche l’Egitto appare schierato con il presidente. Quindi Il Cairo e Pechino, avversari degli islamisti in patria sono loro alleati a Khartoum.

Contro di lui nella lotta per il potere combatte il capo del janjaweed Dagalo “Hemetti”. I suoi uomini sono arabi di diverse tribù, famosi perché in Darfur si sono macchiati di orrendi massacri: bruciavano i villaggi africani, stupravano le donne, ammazzavano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi e arruolarli. Hemetti è sostenuto dai sauditi, dagli Emirati Arabi Uniti, ma anche dai mercenari russi della compagnia Wagner legata al Cremlino.

Resta da vedere come si schiereranno gli altri attori che certamente non resteranno fuori dalla partita: Stati Uniti, Europa e Cina.

In questo puzzle piuttosto complicato bisogna tener anche conto del fatto che Hemetti si è fatto dare un po’ di finanziamenti dall’Unione Europea e addirittura l’Italia aveva varato un programma segreto di addestramento, rivelato a suo tempo da Africa ExPress. Il compito affidato ai suoi tagliatori era quello di controllare i confini tra Sudan e Libia per impedire ai migranti di arrivare al Mediterraneo.

Sul campo la situazione è assai confusa e, come sempre in questi casi, è difficile distinguere la verità dalla propaganda. I ribelli hanno sostenuto che le loro Rapid Support Forces ieri hanno arrestato il direttore del Military Intelligence Institute, cioè l’agenzia dello spionaggio, il brigadiere generale Haider Muhammad Ahmed.

Un ufficiale dell’esercito invece, parlando con i giornale Sudan Tribune, ha annunciato che i governativi hanno riconquistato l’aeroporto della città settentrionale di Merowe. Lo scalo era passato sabato nelle mani dei janjaweed che avevano anche diffuso un video nel quale di vedevano militari egiziani catturati dai ribelli.

Venerdì invece all’aeroporto di Khartoum sono stati colpiti diversi aerei fermi in parcheggio sulla pista. Tra gli altri un velivolo ucraino e due cargo Ilyushin la cui nazionalità non è nota. Cosa ci facessero  in Sudan non è ancora molto chiaro

Africa ExPress
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Con disprezzo dei diritti umani l’Italia in segreto arma e addestra i tagliagole janjaweed in Sudan

Il 12 gennaio missione segreta italiana a Khartoum per pianificare l’addestramento dei tagliagole janjaweed

Battaglia all’ultimo sangue a Khartoum: esercito e janjaweed combattono strada per strada

Battaglia all’ultimo sangue a Khartoum: esercito e janjaweed combattono strada per strada

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 aprile 2023

Furibonda battaglia in Sudan tra i paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), cioè gli ex janjaweed, e i soldati dell’esercito regolare. I combattimenti  non tendono a placarsi. E’ un braccio di ferro per la conquista del potere.

La popolazione ha paura e si è barricata nelle proprie abitazioni, si sentono spari ovunque nella capitale Khartoum. Per le strade circolano carri armati e dal cielo piovono bombe. Intanto gli scontri hanno già causato la morte di almeno 56 civili oltre a un gran numero di militari e paramilitari.

Quasi 600 i feriti

L’Unione dei medici sudanesi ha anche rimarcato che i feriti tra la popolazione e i combattenti sono quasi 600. Testimoni oculari hanno riportato che nelle prime ore di domenica mattina, si sono uditi colpi artiglieria pesante anche a Omdurman (città gemella della capitale, al di là del Nilo) e nella vicina Bahri. Si combatte ora anche a Port Sudan, sul Mar Rosso, dove non erano stati segnalati scontri in precedenza.

I morti finora accertati si riferiscono solo alla capitale; pare che altri 22 civili siano stati uccisi da RSF in Darfur, notizia riportata dalla corrispondente di SkyNews per l’Africa, Yousra Elbagir, sul suo account Twitter.

L’aviazione sudanese ha raccomandato alla popolazione di rimanere in casa, perché sta conducendo un’indagine aerea sulle attività dell’RSF, che, secondo alcuni analisti dispone tra 70.000 e 100.000 uomini. Nello Stato di Khartoum tutto è bloccato: sono rimaste chiuse le scuole, banche e tutti gli uffici pubblici.

Chiuso internet

E da questa mattina la società di telecomunicazioni MTN su ordine del governo ha bloccato i servizi internet, come riferito da due funzionari all’Agenzia Reuters.

Continuano i combattimenti tra le forze armate sudanesi e RSF

A nulla sono serviti i richiami alle parti in causa di Stati Uniti, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, Cina, Russia, per citare solo alcuni Paesi, di porre immediatamente fine alle ostilità.

L’agenzia di stampa russa RIA ha riportato ieri che l’ambasciata di Mosca in Sudan ha dichiarato sabato di essere preoccupata per “l’escalation di violenza” nel Paese e ha lanciato un appello per un immediato cessate il fuoco di sedersi al tavolo dei negoziati.

Altri appelli simili sono giunti ovviamente anche dall’Unione Europea, tramite Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, da Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione africana e da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite.

Calendario per l’integrazione

Tensioni tra Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e il suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, nonché leader di RSF, sono palpabili da tempo per divergenze sul calendario dell’integrazione nell’esercito regolare dei miliziani delle RSF, che probabilmente non vogliono per nulla essere integrati.

I combattimenti scoppiati sabato tra le unità dell’esercito fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan e l’RSF, guidato dal vice leader Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemeti, sono i primi di questo tipo da quando i due si sono alleati per spodestare Omar Hassan al-Bashir nel 2019.

E ieri le forze armate sudanesi hanno dichiaro che non hanno nessuna intenzione di intavolare negoziati con Dagalo, vicepresidente del Sudan, nonché leder delle RSF, a meno che il corpo paramilitare non venga sciolto. I generali hanno intimato ai paramilitari di presentarsi alle unità dell’esercito più vicine.

“Bugiardo e criminale”

Mentre Dagalo non ha esitato ad apostrofare il presidente al-Burhan come “Bugiardo e criminale”. E ha aggiunto: “Sappiamo dove ti nascondi e ti raggiungeremo per consegnarti alla giustizia, altrimenti morirai come un cane qualsiasi”.

Sta di fatto che le RSF accusano l’esercito di aver messo in atto un complotto da parte dei lealisti dell’ex presidente forte Omar Hassan al-Bashir. Il colpo di Stato del 2021 ha poi estromesso il primo ministro civile del Paese, Abdallah Hamdok. E lo scorso febbraio, durante un suo intervento all’emittente di Stato, Dagalo ha dichiarato: “Il secondo golpe è stato un errore, è diventato una porta per il ritorno del vecchio regime dell’ex presidente Omar al Bashir”.

Lo scambio di accuse reciproco è pesante ed estremamente ambiguo. I due leader sostengono che l’avversario sia legato al dittatore defenestrato e che vogliano riportare il suo clan al potere. In realtà sia Dagalo che Al Burhan erano legati al vecchio regime e devono la loro carriera, tutta o in parte, a Omar Al Bashir. Occorre capire ora dove si colloca la potete setta dei Fratelli Musulmani che qualche anni fa, per morte naturale, ha perso il suo leader, Hassan Al Turabi.

Hassan Al Turabi con Massimo Alberizzi durante un’intervista qualche anno fa

L’aeroporto di Khartoum resta chiuso. Ieri durante gli scontri sono stati colpiti anche alcuni aerei, tra questi uno della linea saudita mentre era pronto al decollo. Nessun ferito, i membri dell’equipaggio sono stati trasferiti all’ambasciata di Riad accreditata nel Paese. Anche un aereo della compagnia ucraina Skyup ha subito danni. Intanto il Ciad ha sbarrato le sue frontiere terrestri con il Sudan.

Militari egiziani fermati da RSF all’aeroporto di Merowe

Seriamente danneggiato allo scalo di Khartoum anche un aereo di UNHAS (Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite). Il World Food Programme, agenzia dell’Onu per l’aiuto umanitario, ha bloccato momentaneamente tutte le operazioni in Sudan dopo l’uccisione di 3 operatori, durante gli scontri tra i janjaweed ed esercito a Kabkabiya, nel Nord Dafur.

Soldati egiziani

I militari egiziani presenti all’aeroporto di Merowe, città in prossimità al confine con l’Egitto, in mano ai paramilitari già da venerdì, sono strettamente sorvegliati dagli uomini di Dagalo, come si evince da un video postato ieri. Secondo Alarabiya News, i soldati de Il Cairo si sarebbero consegnati spontaneamente a RSF; le Forze di Supporto Rapido sono comunque pronte a cooperare per facilitare il loro ritorno in patria. L’esercito egiziano ha dichiarato che le proprie truppe si trovavano in Sudan per condurre esercitazioni con le loro controparti sudanesi.

La presenza di militari e intelligence egiziani in Sudan è stata frequente in questi anni. Ma la popolazione si è meravigliata nel vedere le truppe e gli aerei de Il Cairo stazionate all’aeroporto di Merowe anche dopo la fine delle esercitazione congiunte dell’aprile 2021.

Molti osservatori hanno considerato tale presenza come un intervento indesiderato negli affari interni sudanesi. Altri non hanno escluso il fatto che l’aeroporto potesse servire come trampolino di lancio per colpire l’Etiopia in caso di eventuali scontri tra le due nazioni in lite sull’utilizzo delle acque del Nilo.

Addestramento italiano e russo

Ma la permanenza dei militari stranieri è sempre stata minimizzata dalle autorità militari, che la hanno giustificate come parte di addestramento e scambio di esperienze.

Va ricordato che ai miliziani jhanjaweed di Dagalo è stato affidato anche il compito del controllo delle frontiere, dell’immigrazione “illegale” e del traffico di esseri umani. L’Unione Europea si è impegnata a sostenere finanziariamente questo incarico e l’Italia invece ha varato un programma nascosto di addestramento dei tagliagole, inviando nel 2022 una missione segreta a Khartoum.

Il 12 gennaio di quell’anno uno dei dirigenti del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), agenzia che dipende dalla presidenza del consiglio, il colonnello Antonio Colella, con quattro uomini fidatissimi e una donna apparentemente rappresentante di una NGO, ha incontrato il capo dei filibustieri, il generale Mohamed Hamdan Dagalo.

La questione fu anche sollevata in Senato in un intervento del senatore Alberto Airola. Nessuno rispose però al senatore del Movimento 5 Stelle.

Tra l’altro secondo i sito solitamente ben informato, dabangasudan.org con sede a Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF. A questo punto è lecito domandarsi se in Sudan i servizi italiani lavorano assieme ai mercenari russi.

Isaias Aferwerki, presidente dell’Eritrea a destra, con il vicepresidente del Sudan. Mohamed Hamdan Dagalo

Recentemente il vice-presidente del Sudan ha incontrato il dittatore Isaias Aferwerki ad Asmara. E’ ben noto che entrambi hanno instaurati stretti legami con la Russia.

A prima vista si è trattato solo di un incontro tra due leader vicini. Ma la posta in gioco è molto alta, compreso il potenziale utilizzo da parte di Hemeti dei rifugiati eritrei che vivono in Sudan.

Rifugiati eritrei

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (OIM), circa 128.000 rifugiati eritrei vivono nei campi del Sudan orientale, tra Kassala e Gadaref. Altri vivono a Khartoum e in città e villaggi in tutto il Sudan. Sono spesso presi di mira dalle autorità sudanesi, soprattutto per estorcere loro denaro. Ma ora potrebbero trovarsi di fronte a una minaccia ben più grave. Basti pensare cosa è successo a migliaia di eritrei quando è scoppiata la guerra nel Tigray. Molti sono stati costretti a combattere con le truppe di Isais, altri sono stati deportati in Eritrea.

Chissà se Isaias e Hemeti hanno pianificato qualcosa o se il capo di RSF pensa di arruolare nelle proprie file alcuni giovani eritrei che hanno già avuto un addestramento militare a Sawa ? Difficile prevedere cosa succederà.

RSF in Libia

Va anche ricordato che a novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha accusato il Sudan della presenza di un migliaio di paramilitari di RSF in Libia.

Poi non vanno dimenticate le tensioni tra Etiopia e il Sudan per la questione dei confini nella piana di al-Fashqa e, ovviamente per quanto concerne il Grand Ethiopian Renaissance Dam. Un primo passo per risolvere le problematiche è stato fatto a gennaio, quando il presidente sudanese si è recato a Addis Abeba per incontrare il suo omologo Abiy Ahmed.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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In Sudan per bloccare i migranti l’Europa continua a finanziare i criminali janjaweed

Tentativo di colpo di Stato a Khartoum, i janjaweed assaltano il palazzo presidenziale