16.6 C
Nairobi
martedì, Aprile 7, 2026

Chiusura Stretto di Hormuz: gravi ripercussioni economiche per l’Africa

Speciale per Africa ExPress Amedeo Cortelezzi 6 aprile 2026 La...

Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

EDITORIALE Valerio Giacoia 5 aprile 2026 Sarebbe gravissimo sottovalutare –...

Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K

Africa ExPress 4 aprile 2026 Dall'inizio di marzo il nuovo...
Home Blog Page 108

Situazione catastrofica in Darfur: i janjaweed hanno ripreso la loro attività più congeniale: la pulizia etnica

Africa ExPress
Khartoum, 28 aprile 2023

Mentre in Sudan tutte le tregue pattuite quotidianamente sono immediatamente violate e gli scontri proseguono quindi interrottamente, i paramilitari golpisti della Rapid Support Forces sono tornati alla loro vecchia principale occupazione: la pulizia etnica.

Sudan: case e campi per sfollati bruciati nel Darfur occidentale

In Darfur, dove sono nati, sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, hanno ricominciato ad attaccare i villaggi delle etnie africane, bruciando le capanne ammazzando gli uomini e distruggendo ogni cosa. I morti sono almeno 96 e i feriti un paio di centinaia. In quell’area l’obbiettivo sono i masalit, popolazione musulmana sì ma non araba, che vive a cavallo tra Sudan e Ciad. Si pensi solo che la loro lingua è scritta in caratteri latini e non arabi.

A Genina, capitale della tribù, il sultano dei masalit, Saad Abd al-Rahman Bahr al-Din, ha definito la situazione “catastrofica” e ha tracciato un quadro desolante: “I feriti non possono raggiungere ciò che resta degli ospedali e delle cliniche e i corpi che giacciono nelle strade non possono essere seppelliti a causa dei continui attacchi”.

Martedì alcuni uomini armati in sella alle loro moto e in SUV di grossa cilindrata hanno assaltato diversi villaggi  e circondato diversi campi per sfollati. Gli attacchi hanno provocato un numero imprecisato di morti e feriti. Molti altri sono fuggiti.

Il sultano ha lanciato un appello alle organizzazioni umanitarie affinché forniscano assistenza urgente alle persone colpite dagli scontri tribali.

Ha poi aggiunto che potrebbe anche riconsiderare l’accordo “Gilani” firmato dal Sultanato di Dar Masalit nel 1919-1921 con Francia e Gran Bretagna, secondo il quale Dar Masalit si sarebbe unito al Sudan nel 1922. In poche parole, non esclude azioni separatiste future.

Il sultano dei Masalit, Saad Abd al-Rahman Bahr al-Din

Anche oggi è stata ignorata la tregua. I due generali, Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Sudan e comandante delle forze armate, da un lato, e Mohamed Hamdan Dagalo, chiamato Hemetti, vicepresidente del Paese e capo dei paramilitari golpisti delle Rapid Suport Forces, dall’altro, avevano aderito a un cessate il fuoco, prolungato di altre di 72 ore.

Eppure la capitale e la vicina città di Bahri sono state nuovamente teatro di violenti scontri. Raid aerei, colpi di artiglieria pesante e mitragliatrici hanno fatto tremare gli abitanti.

Un aereo turco, addetto all’evacuazione, è stato colpito mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Wadi Saeedna a pochi chilometri da Khartoum. Il ministero della Difesa di Ankara ha confermato, sottolineando che l’aereo è riuscito a atterrare; nessuno è stato fortunatamente ferito.

Sudan: le strade di Khartoum in tempo di guerra

Vista l’insicurezza aerea gli USA hanno noleggiato diversi bus per portare i propri cittadini, che hanno chiesto di essere evacuati, a Port Sudan. L’amministrazione di Biden ha scelto il percorso stradale, in quanto può essere monitorato con i droni dall’esercito USA.

La partenza del personale diplomatico e delle loro famiglie è avvenuto con un blitz quasi una settimana fa. In un primo momento il governo americano non ha programmato la messa in sicurezza degli altri suoi cittadini. Non è stato subito chiaro quanti fossero presenti nel Paese al momento dello scoppio della guerra e quanti tra loro volessero realmente partire, visto che molti hanno doppia nazionalità, quella sudanese e quella statunitense.

Secondo il New York Times, una evacuazione a volte comporta anche conflitti personali, alcuni aggravati da requisiti burocratici, che possono lasciare le famiglie di fronte a decisioni strazianti.

Finora sono falliti anche tutti tentativi messi in campo dalla comunità internazionale e dei Paesi vicini per far tacere le armi e portare alla ragione i due contendenti.

Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur

Mercoledì sera, l’esercito ha annunciato di aver accettato di inviare un rappresentante a Juba, la capitale del vicino Sud Sudan, per colloqui con la RSF; una iniziativa dell’IGAD, un’organizzazione politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa. Dal canto loro, i paramilitari non hanno nemmeno commentato tale proposta.

Martin Griffith, sottosegretario generale dell’ONU per gli Affari umanitari e coordinatore degli aiuti d’emergenza, in un tweet di poco fa ha fatto sapere che continuano i saccheggi negli uffici dell’organizzazione a Kharoum, Nyala (Sud Darfur) e Genina (West Darfur). Ha poi aggiunto: “Fatti inaccettabili e vietati dal diritto umanitario internazionale”.

La guerra tra i due generali sta limitando la distribuzione di cibo in un Paese dove un terzo dei suoi 46 milioni di abitanti dipende dagli aiuti umanitari. Ora, secondo il World Food Programme, le violenze in atto potrebbero far sprofondare altri milioni di persone in stato di necessità alimentare.

Almeno 20.000 persone sono fuggite in Ciad, 4.000 in Sud Sudan, 3.500 in Etiopia e 3.000 nella Repubblica Centrafricana. E l’ONU è molto preoccupata: se i combattimenti continueranno, potrebbero chiedere protezione nei Paesi limitrofi fino a 270 mila persone.

Africa ExPress             
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online

Alleanze innaturali, accordi sottobanco e guerra di spie: il puzzle sudanese non finisce di stupire

Laboratorio attaccato dalle milizie

Vacilla la giunta militare

ALTRI ARTICOLI LI TROVATE QUI

 

Via i migranti da Mayotte: la Francia li rimpatria ma le Comore da cui sono arrivati non li vogliono riprendere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 aprile 2023

A Mayotte, il più povero dei Dipartimenti francesi d’oltremare, è iniziata la controversa operazione “Wuambushu” (che significa “ripresa” in maorese), finalizzata all’espulsione di massa degli stranieri irregolari e alla distruzione delle baraccopoli. I cittadini comoriani “illegali” saranno deportati in barca ad Anjouan, l’isola comoriana che dista solo 70 chilometri da Mayotte.

Mayotte: le baraccopoli dove abitano molti dei migranti

Migliaia di persone, per lo più comoriani, ma anche persone provenienti da altri Paesii africani, sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese, in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Da diversi giorni, le autorità francesi stanno dispiegando ingenti risorse logistiche e umane per rimuovere i migranti senza permesso di soggiorno dalle baraccopoli di Mayotte, nell’ambito di questa controversa operazione di sgombero. Sono stati mobilitati circa 1.800 agenti di polizia e gendarmi; centinaia di rinforzi sono arrivati direttamente dalla Francia.

Operazione Wuambushu a MayotteFra

Dall’alba di ieri mattina, il prefetto di Mayotte ha annunciato il proseguimento delle operazioni di lotta alla delinquenza, alle baraccopoli e all’immigrazione clandestina. E a Koungou (nel nord), alcuni insediamenti informali sono stati rasi al suolo dalle ruspe per far posto alla costruzione di una scuola professionale.

Ma a tutt’oggi regna una gran confusione sulla ripresa delle espulsioni verso le Comore. La compagnia di navigazione SGTM si è rifiutata di garantire le traversate fino a nuovo ordine, nonostante la riapertura dei porti nell’Unione delle Comore. Lunedì scorso il governo di Moroni ha respinto una nave con una sessantina di migranti a bordo, oggetto di rimpatrio forzato.

Le autorità portuali delle Comore vietano l’attracco di un natante con 60 migranti provenienti da Mayotte

Solamente ieri, le autorità portuali comoriane hanno annunciato che le imbarcazioni provenienti dal vicino Dipartimento francese sono nuovamente autorizzate ad attraccare, dopo una sospensione di alcuni giorni. I comoriani rimpatriati potranno sbarcare a condizione che siano in possesso di un documento d’identità. Per evitare la deportazione, tali carte vengono spesso distrutte una volta giunti nel Dipartimento francese.

Mercoledì scorso l’Assemblea nazionale delle Comore ha condannato l’operazione Wuambushu di Mayotte. I deputati hanno sottolineato il loro sostegno al capo di Stato Azali Assoumani, attualmente anche presidente di turno dell’Unione Africana, nomina che è stata fortemente appoggiata proprio da Parigi. Lunedì scorso il regime di Moroni si è rifiutato di accogliere i concittadini espulsi da Mayotte. Il parlamento ha però anche esortato il loro presidente di avviare negoziati diretti con il suo omologo francese, Emmanuel Macron.

Nelle ultime settimane, Moroni ha ripetutamente chiesto a Parigi di annullare l’operazione Wuambushu, istituita dal ministro degli Interni francese Gérald Darmanin.

Le Comore si sono impegnate, in un accordo firmato nel 2019, a “cooperare” con Parigi sui temi dell’immigrazione in cambio di 150 milioni di euro in aiuti allo sviluppo. E, con il beneplacito di Moroni, nel 2022  la Francia ha rimpatriato ben 23.380 comoriani.

Lo Stato insulare dell’Africa Orientale posto all’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, a differenza di Mayotte, ha votato per l’indipendenza, che ha ottenuto dalla Francia nel 1975. E’ composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte dell’Unione delle Comore ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare. Ma lo Stato insulare chiede che Mayotte ritorni a far parte dell’Unione. Anche le Nazioni Unite hanno ritenuto nullo il referendum del 1976 e in più risoluzioni non vincolanti, hanno chiesto la restituzione dell’isola alle Comore.

Gli abitanti delle Comore vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E molti comoriani  cercano di raggiungere Mayotte, cioè l’Europa, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate da tutti.

Ma anche gran parte degli abitanti del Dipartimento francese, che comprende due isole principali, Grande-Terre et Petite-Terre, vivono in condizioni precarie, non hanno ottenuto dalla Francia i benefici e il tanto sperato progresso.

La povertà è endemica, le disuguaglianze sociali sono abissali. Le infrastrutture sono assolutamente insufficienti. La popolazione residente legalmente è passata da 40 mila nel 1978 a quasi 290.000 mila. Cifra sicuramente sottostimata. Il 50 per cento della popolazione è straniera, tra loro il 95 per cento proviene dalle vicine Comore, un terzo degli abitanti sono migranti “illegali”.

Sull’isola nascono giornalmente da 25 a 30 bébé e metà della popolazione ha meno di 18 anni. Le scuole non bastano. Nel 2018 è stato stanziato mezzo miliardo di euro per la costruzione e la ristrutturazione di edifici scolastici, collegi e licei, ma sono insufficienti. Mancano oltre mille aule per le scuole primarie. E, secondo uno studio del 2020, se il flusso migratorio si mantiene a questi livelli, si stima che nel 2050 gli abitanti potrebbero arrivare a 750 mila.

Cornelia I. Toelgyes
@corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online

Morti nell’Oceano indiano

 

Massacro in Kenya, 90 adepti di una setta cristiana si sono lasciati morire di fame “per incontrare Gesù”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 aprile 2023

Sono 90, finora, i morti della setta cristiana Good News International Church (Chiesa internazionale della Buona Novella). Tra questi, almeno otto bambini ma potrebbero essere molti di più. Una decina di morti erano in una fossa comune. Tutti sono morti di fame. Il leader della setta, Paul Mackenzie Nthenge, prometteva loro che “per incontrare Gesù” bisognava morire di fame.

distretto di kilifi
Nella mappa il distretto di Kilifi, luogo della tragedia (Courtesy GoogleMaps)

Il terribile fatto di cronaca è successo nel distretto di Kilifi, sud del Kenya, tra Mombasa e Malindi.

Il profeta

Mackenzie, 51 anni, predicatore della comunità – che si definisce profeta – è stato arrestato il 14 aprile grazie a una soffiata. Riguardava informazioni sulle tombe comuni nel villaggio di Shakahola, contea di Kilifi, in un terreno di 325 ettari di proprietà del leader della setta. Sul posto indicato la polizia ha scoperto un orrore inaspettato.

Japhet Koome, ispettore generale della polizia keniota, ha dichiarato che otto persone sono state trovate vive ma in pessime condizioni di salute e sono decedute. Trentaquattro sopravvissuti sono stati portati all’ospedale di Malindi.

Secondo la Croce Rossa keniota, 200 persone sono state segnalate come disperse. Si sospetta che facciano parte dei decessi causati da Nthenge. Intanto è stato arrestato per complicità Zablon wa Yesu, il suo più stretto collaboratore. Il profeta è accusato di plagio ed è indagato per aver influenzato i suoi seguaci “a morire di fame per incontrare il Gesù”.

Il ministro degli Interni keniota, Kinthure Kindiki, ha dichiarato che, secondo il diritto internazionale, Paul Mackenzie Nthenge e i suoi sostenitori possono essere accusati di genocidio.

Ricerca dei cadaveri nei terreni di Paul Mackenzie Nthenge
Ricerca dei cadaveri nei terreni di Paul Mackenzie Nthenge (Courtesy KTN News)

Un padre che ha perso i tre figli

Yimbo ha perso tre figli. “Si chiamavano Vincent Lihanda , 21 anni; Godwin Maxwell, 17; e Collins Lijodi di 14 – ha raccontato al quotidiano keniota Nation -. Tre anni fa, Lihanda  è scomparso. Un giorno, durante una telefonata, la madre lo ha convinto a tornare. Ma arrivato a casa era determinato a lasciare la scuola per dedicarsi alla predicazione del Vangelo”.

Due mesi dopo sono scomparsi anche gli altri due ragazzi. L’uomo ha denunciato la sparizione alla polizia senza successo. Ha scoperto in seguito che erano stati convinti, dallo zio suo fratello, a seguire la setta di Shakahola.

“Ogni tanto telefonavano da numeri sconosciuti per chiedere soldi ma quando chiamavamo noi, quei numeri non rispondevano – continua Yimbo -. Era difficile riuscire a vederli perché eravamo in piena pandemia Covid-19. Poi mi è stato detto che i miei ragazzi erano morti”.

Alcuni sopravvissuti della setta conoscevano i figli di Yimbo. Hanno raccontato che il 15 marzo hanno cercato di fuggire dalla comunità ma sono stato catturati e strangolati. Poi sono stati sotterrati in una fossa comune. Per averne conferma si sta aspettando l’esame del loro DNA.

Good News International Church

Di questa setta Africa Express ha già scritto riguardo all’indagine Gold Mafia dell’emittente TV qatarina Al Jazeera. Fondata da Uebert Angel, telepredicatore evangelico che – come Mackenzie – si definisce profeta, è presente in 15 Paesi con 85 sedi. E Shakahola potrebbe essere una delle 85 sedi della setta.

Angel, al secolo Uebert Madzanire, cittadino britannico-zimbabweano, già ambasciatore nominato dal presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa, è stato licenziato.  È coinvolto nel contrabbando d’oro e nel traffico di denaro sporco tra Zimbabwe, Sudafrica e Dubai.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Zimbabwe, smascherato da Al Jazeera ambasciatore-profeta che contrabbandava oro e riciclava denaro

Zimbabwe: silurato profeta-ambasciatore contrabbandiere d’oro incastrato dai giornalisti di Al Jazeera

 

Video-Shock incendio scoppiato in una scuole crea il panico a Kolwezi in Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 26 aprile 2023

“Mwanga”, il più prestigioso liceo femminile di Kolwezi, capoluogo della provincia di Lualaba nel Katanga, regione della Repubblica Democratica del Congo, è stato investito da un terribile incendio. Finora non sono state registrate vittime, ma i feriti sono molti, ben 132, tra loro 8 in modo grave.

Liceo Mwanga a Kolwezi, Congo-K

Kolwezi viene spesso soprannominata come “capitale mondiale del cobalto”. Tutta la zona intorno alla città è ricca di siti minerari di rame, cobalto e altri e gran parte della mano d’opera è costituita da bambini.

Le fiamme si sono divampate lunedì mattina, quando diversi studenti si trovavano già nelle aule. Alcuni  testimoni hanno però riferito che già durante la notte hanno visto del fumo sopra la scuola, in particolare vicino ai dormitori.

I responsabili dell’istituto avevano cercato di domare l’incendio immediatamente, ma lunedì mattina, il fuoco ha ripreso inaspettatamente, fino a raggiungere  lentamente le aule scolastiche, dove erano già presenti alcune studentesse.

Prese dal panico, le ragazze sono si sono letteralmente buttate giù dl primo piano dell’edificio. Alcune studentesse hanno inalato fumo e sono svenute, altre sono rimaste ferite e altre ancora traumatizzate.

Immagini e video con scene terribili sono circolate subito sui vari social network, creando spavento e subbuglio in tutta la città.

Secondo quanto riportato dall’ufficio scolastico provinciale, tra i feriti ci sono anche tre insegnanti.

Il ministro degli Interni della provincia di Lualaba ha rassicurato che non ci sono stati morti, tutti i feriti sono stati portati nei diversi ospedali e centri medici della città.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Laboratorio attaccato dalle milizie: a Khartoum si teme contaminazione biologica

Africa ExPress
26 aprile 2023

La capitale Khartoum, teatro di feroci scontri dal 15 aprile, è ora anche a elevato rischio biologico.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha lanciato l’allarme, una delle parti in conflitto ha preso il controllo di una struttura sanitaria nazionale dove si conservano gli agenti patogeni del morbillo e del colera per le vaccinazioni. I tecnici della struttura, che ospita anche la più grande banca del sangue del Paese, sono stati mandati via.

OMS ha poi sottolineato che la prolungata mancanza di elettricità rende impossibile la corretta gestione del materiale nel laboratorio. Il complesso scientifico non è lontano dal centro della città e si trova nei pressi dell’aeroporto.

Gran parte delle strutture sanitarie di Khartoum non funzionano attualmente a causa della mancanza di personale, della carenza di medicinali, di interruzioni di corrente o di attacchi.

Mentre continuano le evacuazioni degli stranieri in Sudan, la guerra nel Paese non conosce tregua. Poco fa il ministro degli Esteri di Riad ha fatto sapere che alle 05.00 ora locale è arrivata alla base navale di King Faisal, Gedda, la nave “Amana”, battente bandiera saudita con a bordo oltre 1.600 persone di almeno 50 nazionalità diverse.

OMS: rischio biologico a Khartoum

Malgrado l’annunciato cessate il fuoco di 72 ore mediato dagli Stati Uniti con le parti in causa, si continua a sparare. A Omdourman, città gemella della capitale al di là del Nilo è stata usata l’artiglieria pesante. Insomma la battaglia per la conquista del potere tra le forze armate sudanesi guidate da al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e capo di Stato e le Forze di Supporto Rapido, il cui leader è Dagalo, detto Hemetti, nonché vicepresidente del Paese, proseguono.

L’ex dittatore Omar al Bashir, spodestato nell’aprile 2019 proprio da al-Barhan e Dagalo, non è più in galera. Almeno, secondo quanto ha raccontato Ahmed Haroun, alto funzionario durante il regime islamista, che in una dichiarazione fatta ieri all’emittente Sudan’s Tayba TV, ha detto che al Bashir ha lasciato la prigione di Kober insieme a altri funzionari che si assumeranno la responsabilità della propria protezione.

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

Al-Bashir, al momento del “rilascio dei suoi”, non era presente nella prigione di massima sicurezza di Kober. Si trovava in ospedale già prima dello scoppio di questa lotta spietata tra i due contendenti.

Intanto crescono a vista d’occhio i prezzi di carburante e dei beni di prima necessità. La situazione umanitaria è vicino alla catastrofe, tenendo conto anche del fatto che gran parte degli ospedali della capitale è inaccessibile.

E’ gravissima anche la situazione dei migranti. Il Sudan, è un hub della migrazione. Specie per coloro che non sono in possesso di regolari documenti, il Paese è diventato un incubo. Molti, soprattutto eritrei scappati da una feroce dittatura, cercano di spostarsi verso Kassala. I costi dei bus sono diventati proibitivi e il passaggio dai molti check-point, controllati dai paramilitari delle RSF, è un vero incubo.

Tesfa News, giornale on line simpatizzante della dittatura di Asmara, ha affermato che il governo di Isaias Aferwerki “sta facilitando l’evacuazione di centinaia di cittadini dalla capitale Khartoum attraverso il valico di frontiera di Arbateasher-Kassala”. Certo, gli uomini di Isaias non stenderanno un tappetto rosso all’arrivo dei fuggitivi. Per i più si apriranno le galere del regime.

Anche a Geneina, capoluogo del Darfur occidentale, la tregua mediata dai civili non ha retto. Edifici governativi, utilizzati come rifugi dagli sfollati, sono stati bruciati e si sentono spari in tutta la città, soprattutto nella periferia, El Jamarik, dove è situata la principale base dell’RSF.

West-Darfur: abitazioni bruciate

Sembra invece reggere il cessate il fuoco nel Darfur settentrionale, dove un’associazione civile, “Comitato per i buoni uffici” è riuscita a mediare una “tregua illimitata” con le forze armate e le RSF.

E a Nyala, capoluogo del Sud Darfur, si è persino svolta un’iniziativa popolare, lanciata da giornalisti e attivisti della società civile. Parecchia gente è scesa nelle strade per chiedere STOP alla guerra.

Di fatto da sabato nella città regna la calma, la corrente elettrica è stata ristabilita e i residenti hanno ripreso a uscire per rifornirsi dei beni di prima necessità.

Gli abitanti del Darfur temono che il conflitto scoppiato nella capitale, possa peggiorare la situazione in tutta la loro regione.

Va ricordato che sia Dagalo che al-Burhan hanno lavorato a fianco a fianco in Darfur nel periodo della terribile guerra civile, durante la quale sono morte almeno 300mila persone e diversi milioni hanno dovuto lasciare le proprie case.

L’attuale presidente ha fatto carriera nell’esercito in Darfur. Hemetti, invece, è stato un leader di una milizia janjaweed, che ha combattuto in sostegno del governo durante la guerra.

Nonostante i ripetuti accordi di pace, i conflitti tribali non si sono mai placati completamente, anzi negli ultimi due anni le violenze sono persino aumentate. E Ahmed Gouja, giornalista e attivista per i diritti a Nyala, ha dichiarato alla Reuters: “Se la situazione continuerà, se verranno uccisi comandanti militari che fanno parte di tribù influenti, ci sarà l’anarchia. Ci sarà una mobilitazione tribale”.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

ALTRI ARTICOLI SUL SUDAN LI TROVATE QUI

Uganda: Muhoozi, il figlio del presidente Museveni, vuole aiutare militarmente Putin

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 aprile 2023

Il generale Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha fatto l’ennesimo scivolone che ha messo ancora in imbarazzo il padre, ora 79enne.

“Chiamatemi pure ‘putiniano’ se volete, ma noi, l’Uganda, invieremo soldati per difendere Mosca se mai dovesse essere minacciata dagli imperialisti!”. Questo ha postato su twitter Kainerugaba, che è consigliere per le Operazioni speciali ed ex comandante delle Forze terrestri.

Un tweet che ha sicuramente fatto molto rumore nonostante il padre-presidente gli avesse intimato di cancellare il suo profilo dal popolare social. Pubblicato il 30 marzo scorso, ancora oggi ha vasta eco e sicuramente piace a Putin che in Africa gli aumenta il consenso sull’occupazione dell’Ucraina contro le posizione dell’Occidente.

Nonostante il “cinguettio filo-putiniano” sia sparito dal web, è diventato virale in patria. Ma mentre era leggibile è stato ripreso, copiato e ri-twittato da tutti i media facendo il giro del continente africano e poi del pianeta Terra.

L’alto ufficiale ugandese ha continuato a twittare. “…L’Occidente sta perdendo tempo con la sua inutile propaganda pro-Ucraina. Russia, Cina, Africa, India e Sud America vinceranno in Ucraina. Il 75 per cento dell’umanità vincerà contro il 15 per cento”.

Kainerugaba in passato aveva postato tweet inappropriati o discutibili che avevano irritato anche il padre. Tra questi l’auspicio dell’unificazione di Uganda e Tanzania con l’annessione (militare?) del Kenya per la creazione dell’ “Federazione dell’Africa Orientale”. Un’esternazione che il 4 ottobre 2022 ha causato la sua rimozione dalla carica di comandante generale

Le pressioni del Presidente lo avevano convinto a chiudere l’account Twitter, disattivato il 12 aprile 2022. Ma l’astinenza dal social network è durato solo quattro giorni.

Le cento vacche offerte a Giorgia Meloni

A Muhoozi piace Giorgia Meloni. Tutti ricordiamo il tweet per la premier italiana dopo le elezioni del 25 settembre scorso. Per congratularsi con la leader di Fratelli d’Italia, il 2 ottobre, il figlio imprevedibile di Museveni aveva scritto di volerle offrire 100 vacche Nnkole.

vacche Nkole Muhoozi Kainerugaba
Mandria di vacche Nkole

Muhoozi come Trump

Secondo France24, i tweet di Muhoozi somigliano a quelli di Donald Trump. Lo dice Douglas Yates, docente di Politica africana all’American Graduate School di Parigi intervistato da France24. “Molti leader pensano di potersi comportare come Trump e dire tutto quello che vogliono – ha affermato Yates all’emittente francese -. Tutti loro impareranno un giorno, come Trump, che le parole hanno conseguenze e contano”.

Il partito personale come Berlusconi

Intanto Muhoozi ha creato MK Movement il suo partito con le iniziali del suo nome. Ha canali radio-televisivi dedicati e si prepara alle elezioni del 2026 per sostituire il padre dopo quarant’anni di dittatura. Il suo avversario è il cantante Bobi Wine, che ha perso la sfida alle ultime consultazioni elettorali del 2021.

E su Twitter volano gli stracci. “Figlio brutale” di un “dittatore arrogante” ha twittato Bobi Wine.  “Questo buffone! Kabobi, ci incontreremo alle elezioni del 2026 – ha risposto -.  Tu non sei NULLA! Sei sempre stato NULLA! Gli ugandesi ti insegneranno la tua posizione”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Leggi liberticide contro gli omosessuali in Burundi e Uganda e in Kenya pesanti anatemi della first lady

Uganda: il presidente Museveni vieta agli stregoni di curare ebola

Drone connection Israele-Uganda, affari e scambi di favori in primo piano

Uganda, Museveni: “Ho vinto” e Bobi Wine denuncia brogli e violenze

 

 

 

Alleanze innaturali, accordi sottobanco e guerra di spie: il puzzle sudanese non finisce di stupire

Speciale per Africa Express e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Milano, 25 aprile 2023

In Sudan infuria la battaglia tra l’esercito governativo e le milizie paramilitari che hanno tentato un colpo di Stato. Il centro di Khartoum è ridotto a un cumulo di macerie e non si vede la luce alla fine del tunnel della guerra.

Alleanze fragili

Il caos sudanese ha portato in evidenza la fragilità delle alleanze internazionali messe a dura prova, appena, se ne presentata l’occasione, dagli interessi economici privati e pubblici. Nell’ex protettorato anglo-egiziano si scontrano le ambizioni di due generali: Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Militare Sovrano di Transizione, e il suo omologo e vicepresidente dello stesso Consiglio, Mohamed Hamdan Dagalo, uno dei cinque uomini più ricchi del Paese. I due, che hanno costruito la loro carriera all’ombra del dittatore e altro generale Omar al-Bashir, nel 2019 l’hanno rovesciato.

Al-Burhan è capo dell’esercito, cioè guida le forze armate, Dagalo, conosciuto con il soprannome di Hemetti, è il comandante delle Rapid Support Forces, una milizia paramilitare formata da bande di arabi, i cosiddetti janjaweed, tagliagole, banditi, saccheggiatori, dediti all’abigeato, la cui consistenza è valutata in centomila uomini.

Janjaweed razziatori

Janjaweed è un neologismo, un nomignolo storpiato, che nell’arabo sudanese significa “Diavoli sterminatori a cavallo”. Sono diventati famosi all’inizio degli anni 2000 quando è scoppiata la guerra in Darfur. Arrivavano di notte come furie a dorso di cavalli o cammelli nei villaggi africani, davano alle fiamme le capanne, uccidevano gli uomini, stupravano le donne e rapivano i bambini. Razziavano gli armenti, arricchendosi a dismisura. Insomma, banditi fiancheggiatori della dittatura. I loro leader erano capibanda ignoranti e illetterati, come per altro lo è Dagalo che, per esempio, chiama il ministro dell’istruzione, “ministro della lettura”. Si calcola che la guerra in Darfur abbia provocato almeno 300 mila morti.

I due generali ora si accusano vicendevolmente di non aver voluto cedere il potere a un governo civile. Ma la verità probabilmente sta nel fatto ce nessuno dei due voleva integrare i loro eserciti, come era nei patti. E poi, soprattutto, nessuno voleva cedere il controllo delle risorse minerarie naturali, prime tra tutte le miniere d’oro.

Al-Burhan e Dagalo non combattono da soli, dietro di loro c’è una moltitudine di attori internazionali che fanno la loro parte. Alcuni apertamente, altri più discretamente; sono in tanti ad essere impegnati nello scacchiere.

Guerra a distanza

Stati Uniti e Russia in Sudan sono occupati in una guerra a distanza. A nessuno di loro pare che importi granché (se non a parole) della gente che muore. Washington sostiene non troppo velatamente il generale Abdel Fattah al-Burhan, nonostante che abbia ceduto l’uso di alcuni porti del Mar Rosso a Mosca e ai suoi mercenari. In cambio del sostegno americano – sostengono osservatori indipendenti e Khartoum – avrebbe promesso la revoca di qualunque concessione ottenuta senza il beneplacito della Casa Bianca.

Ma il generale presidente è appoggiato anche dal partito islamista e dai nostalgici del vecchio dittatore Omar Al Bashir che sperano di riprendersi quegli importanti privilegi perduti con la sua defenestrazione.

Coinvolto Israele

Lo scacchiere si complica quando tra i sostenitori di Al Burhan si trova anche Israele che stava per normalizzare i suoi rapporti con il Sudan, speranza naufragata con lo scoppio della guerra civile.

Dalla parte del presidente è schierato anche l’Egitto e il suo leader Abd al-Fattāḥ Al Sisi che a casa sua sbatte in galera gli islamisti. Dalla stessa parte anche Unione Europea, Gran Bretagna, Uganda che chiedono il passaggio a un governo civile e vorrebbero l’integrazione dei paramilitari nell’esercito regolare.

Il capo dello spionaggio

Un ruolo ambiguo lo recita l’Italia che addestra nella base militare di El Obeid i paramilitari dei tagliagole janjaweed del Rapid Support Forces, per ammissione dello stesso generale Dagalo Hemetti, loro capo.

Africa ExPress e il Fatto avevamo già denunciato che una delegazione ad alto livello dei servizi segreti italiani il 12 gennaio 2022 si era recata a Khartoum e aveva incontrato Dagalo con il quale aveva pianificato il programma di addestramento.

Abbiamo scritto che a guidare quella delegazione era il colonnello Antonio Colella, invece l’ufficiale faceva solo parte della delegazione, il cui capo era addirittura il direttore dell’AISE, Agenzia informazioni e sicurezza esterna, cioè lo spionaggio italiano, il generale d’armata Giovanni Caravelli. Presidente dell’AISE ora è Giorgia Meloni.

Presente “Ara Pacis”

Nella delegazione era presente anche la presidente e fondatrice dell’NGO Ara Pacis, Nicoletta Gaida, accusata dai francesi di essere “troppo vicina ai servizi segreti italiani”. Ufficialmente gli italiani hanno assegnato alle milizie janjaweed il compito di controllare i confini con la Libia per impedire il passaggio dei migranti. Incarico che è stato eseguito con violenza, soprusi e violazioni dei diritti umani congeniali a quelle bande di tagliagole.

Dall’altra parte della barricata, cioè a fianco di Dagalo, troviamo prima di tutto i mercenari del gruppo Wagner e il suo fondatore Yevgeny Prigozhin, secondo gli americani, legato a corda doppia al Cremlino. Se gli italiani hanno addestrato le sue milizie, i russi le hanno armate. Sembra assurdo invece, direbbe Humphrey Bogart, “questa è la geopolitica, bellezza!”.

Miniere d’oro

Secondo gli americani, Prigozhin, ha offerto armi ai paramilitari, ma naturalmente anche lui a parole si spende per la pace e addirittura si dice pronto a mediare tra le parti. Prigozhin ha ottenuto da Dagalo le concessioni delle miniere d’oro e i suoi uomini possono lavorare in pace grazie alla sicurezza assicurata dal territorio dai miliziani.

Dagalo negli anni scorsi ha anche inviato un contingente dei suoi uomini in Yemen e così a casa sua ha incassato il sostegno di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e naturalmente della Cina la cui penetrazione in Africa è diventata sempre più palpabile.

Ormai nel continente il piccolo commercio è tutto nelle mani dei cinesi i cui metodi di conquista sono completamente diversi da quelli Occidentali. Pechino concede prestiti per costruire opere faraoniche, poi quando il debito dei Paesi diventa insostenibile per saldarlo si fa dare la gestione di porti, aeroporti, banche e altre infrastrutture economiche. I ristoranti cinesi di Khartoum sono gli unici in cui si può bere alcool senza paura di essere messi in galera dalla polizia.

C’è anche il libico Haftar

Altra sorpresa è la collocazione a fianco di Dagalo del generale libico Kalifa Haftar, che comanda il parlamento di Tobruk in opposizione al governo di Tripoli. In patria Haftar gode del sostegno di Russia, Egitto ed Emirati, oltre ad avere un debito di riconoscenza con la CIA che l’ha scoperto e poi creato. Ma anche i kenyoti che assicurano di essere neutrali, in realtà pendono dalla parte di Dagalo.

Piccola annotazione finale riguardante l’evacuazione degli italiani da Khartoum. L’italia sostiene di aver caricato sull’aereo anche cittadini stranieri “perché noi non lasciamo indietro nessuno”.  Sembra però che anche gli altri non abbiano lasciato indietro gli italiani giacché il secondo gruppo di connazionali è volato dalla capitale sudanese a Gibuti con un aereo spagnolo. Eppure i C130 Hercules italiani erano due. Che fine ha fatto il secondo? I sospetti indicano un’avaria. Non vorremmo che impossibilitato a volare sia stato abbandonato da qualche parte.

Il puzzle sudanese non finisce di stupire.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter malberizzi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Dal Nostro Archivio

Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

A fianco dei golpisti i mercenari russi della Wagner cui Hemetti ha concesso di sfruttare le miniere d’oro del Sudan

Distruzione, disperazione e massacri a Khartoum: si preparano ponti aerei per evacuare gli stranieri

Khartoum, evacuati gli italiani e i janjaweed si prendono il merito del successo dell’operazione

Ciad e Mali: i tentativi (falliti) di pace della ONG Ara Pacis che la Francia ritiene “troppo vicina all’intelligence italiana”

 

ALTRI ARTICOLI LI TROVI QUI

 

A fianco dei golpisti i mercenari russi della Wagner cui Hemetti ha concesso di sfruttare le miniere d’oro del Sudan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 aprile 2022

La presenza dei mercenari del gruppo Wagner in Sudan è un segreto di Pulcinella alla portata di tutti.

Khartoum, Sudan

I soldati di ventura sono già arrivati nel Paese ai tempi dell’ex dittatore Omar al Bashir e sono stati fotografati durante le proteste contro il vecchio despota.

Il governo di Khartoum ha sempre negato la loro presenza, eppure gli uomini di Wagner hanno stretti rapporti con i paramilitari sudanesi del Rapid Support Forces (RSF), cioè quelli che una volta si chiamavano janjaweed, i diavoli a cavallo che terrorizzavano le popolazioni del Darfur.

Oggi il loro leader, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, vicepresidente del Paese, sta tentando di conquistare il potere del Sudan con feroci e sanguinarie lotte contro l’esercito sudanese, comandato da Abdel Fattah Abdelrahmanal-Burhan, presidente del Sudan. Dal 15 aprile, inizio del conflitto, sono già morte oltre 400 persone e più di 3.500 sono state ferite.

I paramilitari di Hemetti godono dell’appoggio dei contractor russi di Evgenij Prigožin, uomo d’affari con stretti legami con il presidente russo Vladimir Putin, e, come documentato da Africa ExPress, sono addestrati dagli italiani.

Secondo quanto riporta la CNN, le RSF hanno ricevuto dal gruppo Wagner, missili necessari alla lotta spietata di Dagalo contro l’esercito sudanese. Il network televisivo e il suo sito web con base a Atlanta, negli Stati Uniti, hanno precisato che tale informazione è stata confermata da fonti sudanesi e diplomatici della regione.

Hemetti e il figlio di Haftar, Sadeeq, a Khartoum

Le affermazioni sono supportate da immagini satellitari dalle basi di Wagner nella vicina Libia. Lì i contractor russi sono schierati a sostegno di Khaifa Haftar, il generale che comanda l’Esercito nazionale libico. Ma in quelle basi sono dislocati anche i paramilitari dell’RSF che da anni stanno combattendo a fianco delle truppe di Haftar.

Per capire le radici dei legami tra Libia e Sudan bisogna ritornare indietro di anni, ai tempi di Gheddafi. Il leader libico aveva un progetto ambizioso nella regione, che prevedeva la creazione di quella che lui chiamava una “cintura araba” attraverso l’Africa saheliana. Il suo obiettivo era quello di garantire l’egemonia della Libia nella regione.

Il regime di Tripoli aveva fornito supporto logistico al Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM) e ad altri movimenti ribelli del Darfur.

Haftar ha negato categoricamente di aver inviato materiale bellico in sostegno di Dagalo e i suoi uomini, come è stato annunciato in un articolo del 19 aprile scorso dal Wall Street Journal. In base a quanto scritto dal quotidiano statunitense, Haftar avrebbe inviato rifornimenti militari con un aereo, atterrato in un aeroporto sudanese controllato dai paramilitari sudanesi.

Difficile capire nell’attuale caos quali siano le notizie reali o fake news, in quanto impossibile verificare.

Il generale Kalifa Haftar

Ma le immagini satellitari, analizzate dalla CNN e dal gruppo open-source All Eyes on Wagner non possono negare l’evidenza: mostrano un aereo da trasporto russo che fa la spola tra due basi aeree libiche chiave controllate da Haftar e utilizzate dai contractor.

Pochi giorni prima dello scoppio del conflitto, Haftar ha ordinato l’arresto di un vice di Musa Hilal un comandante delle milizie sudanesi che è un acerrimo nemico di Hemetti.

Le forze di Hilal sono state responsabili di aver inflitto pesanti perdite ai mercenari russi del gruppo Wagner – altro alleato di Haftar – nella vicina Repubblica Centrafricana in un’imboscata vicino al confine sudanese all’inizio dell’anno.

The Guardian in un articolo di ieri, ha riportato che pochi giorni prima dell’inizio del conflitto, uno dei figli di Haftar, Sadeeq, è volato a Khartoum per donare 2 milioni di dollari all’Al-Merrikh Club (una delle grandi squadre di calcio del Paese), che si trova in difficoltà finanziarie. Il club è associato a Hemetti, che ha contribuito a riparare lo stadio.

Sadeeq Haftar è stato ospite del leader delle RFS durante il suo soggiorno a Khartoum e due giorni dopo la partenza del illustre libico sono state portate alcune truppe dei paramilitari sudanesi all’aeroporto di Merowe, come riporta anche The Libyan Observer.

Anche se Haftar nega di essersi schierato con le RSF, la crescente attività dei Wagner nelle basi di Haftar, e le testimonianze raccolte, non escludono che sia la Russia, sia il generale libico potrebbero essersi preparati a sostenere il comune amico Hemetti ben prima dello scoppio dei feroci combattimenti in Sudan.

Ma per il momento sia Haftar e altri attori internazionali come Emirati Arabi Uniti e Russia, non vogliono impegnarsi completamente a favore di una parte coinvolta nel conflitto, il cui esito è tutt’ora incerto e poco chiaro. Il generale libico deve anche fare attenzione a non inimicarsi l’Egitto che appoggia al-Burhan.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

EVACUAZIONE DEGLI ITALIANI IN SUDAN

ALTRI ARTICOLI LI TROVI QUI

Khartoum, evacuati gli italiani e i janjaweed si prendono il merito del successo dell’operazione

Africa ExPress
Khartoum, 23 aprile 2023

Alle 21 di questa sera ora locale è cominciata l’evacuazione degli italiani da Khartoum. Due C 130 Hercules dell’aeronautica militare, con a bordo un reparto di teste di cuoio partiti da Gibuti, sono atterrati all’aeroporto militare di Khartoum per prendere a bordo le 150 persone che sono riuscite a raggiungere lo scalo.

Convoglio di cittadini stranieri diretti all’aeroporto di Khartoum per essere evacuati

Sul primo volo è stata data la precedenza alle donne e ai bambini. Il team di Emergency ha deciso di restare a Khartoum. “Non ce la sentiano di abbandonare i nostri pazienti”, ha dichiarato un medico del moderno ed efficiente ospedale realizzato da Gino Strada un paio di decenni fa. (Nel video, Muhameda Tulumovic, direttrice del programma di Emergency in Sudan da Khartoum). Anche i comboniani che nel Paese hanno un’importante missione, rimangono laggiù.

Il secondo gruppo di evacuati italiani è partito dalla capitale sudanese alle 3 del mattino su un aereo spagnolo ed è sbarcato a Gibuti un paio d’ore dopo. Manca all’appello il secondo C 130 italiano. Secondo informazioni non confermate si sarebbe guastato e quindi una volta atterrato a Khartoum non è potuto ripartire. Se fosse vera questa informazione ci si domanda ora come sarà possibile recuperalo.

Immediatamente le Rapid Support Forces, i golpisti sudanesi, hanno rivendicato il merito “di aver effettuato con successo – c’è scritto in un loro comunicato – l’evacuazione di due funzionari dell’ambasciata e altre 41 persone arrivate in aeroporto con 6 piccoli veicoli“.

Già ieri mattina il loro capo, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, aveva pubblicato sulla sua pagina personale Facebook una soddisfatta dichiarazione in cui conferma gli ottimi rapporti con il nostro Paese, dovuti anche al fatto che noi da un paio d’anni stiamo addestrando i suoi uomini.

Scrive Dagalo, che in Sudan tutti chiamano con il soprannome senza significato preciso “Hemetti”: “Oggi ho avuto uno scambio di opinioni con il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, sugli sviluppi della crisi che sta vivendo il nostro Paese. Tajani ha espresso il suo apprezzamento per gli sforzi della Rapid Support Forces (i tagliagole che una decina d’anni fa erano più conosciuti con il nome di janjaweed, ndr)  per evacuare alcune missioni diplomatiche, e non vede l’ora di un ulteriore coordinamento per portar fuori i suoi connazionali e gli espatriati degli altri Paesi durante l’annunciata tregua. Affermiamo il nostro impegno per il diritto internazionale umanitario e tutte le leggi relative alla protezione dei civili in tempo di guerra. Non mancheremo di fornire le strutture necessarie per garantire il passaggio sicuro dei cittadini e dei Paesi sorelle e amici verso le loro varie destinazioni”.

Anche in Sudan ovviamente la guerra si combatte anche sul piano della propaganda e Dagalo in questi giorni ha mostrato di essere abile anche su questo scacchiere. Il generale potrebbe aver millantato i complimenti di Tajani, ma da Khartoum hanno spiegato a Africa ExPress che stavolta la sua dichiarazione è stata pubblicata sulla sua pagina Facebook personale, mentre di solito usa l’account del Rapid Support Forces. Quindi sembra proprio vera.

Proprio ieri, invece, una sua dichiarazione in cui sostiene di aver collaborato con gli Stati Uniti, che dopo mezzanotte hanno organizzato un blitz con 6 elicotteri per evacuare i loro diplomatici con le famiglie, è stata seccamente smentita dal Dipartimento di Stato a Washington.

Di fatto, secondo quanto ANSA ha scritto nel pomeriggio, l’evacuazione dei nostri connazionali è stata avviata e coordinata dal comando operativo di vertice interforze. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato nel pomeriggio: “Lavoriamo per garantire entro la nottata di poter far sì che tutti gli italiani che vogliono partire siano messi in sicurezza”.

E il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sottolineato che la sicurezza degli aeroporti è garantita dai fucilieri dell’aria dell’aeronautica militare.

Il ministero degli Esteri francese ha annunciato di aver lanciato questa mattina all’alba una rapida operazione di evacuazione per i suoi cittadini e il personale diplomatico. Anche altri europei e persone di Paesi partner alleati sono stati presi in carico.

Il convoglio è stato bloccato per diverse ore mentre era diretto all’aeroporto di Khartoum, perché colpito da pallottole e un francese è stato ferito.

Il Quais d’Orsay non ha confermato la notizia e non ha voluto rilasciare alcun commento, visto che le operazioni di messa in sicurezza dei concittadini è ancora in pieno svolgimento. Mentre in un comunicato sull’account Twitter di Rapid Suport Forces (RSF) di Dagalo,  si legge che “sono stati attaccati da aerei durante le operazioni di evacuazione di cittadini francesi dalla loro ambasciata”. Nel post viene menzionato il ferimento di una persona proveniente dal Paese d’oltralpe.

L’episodio però non è così chiaro come sembra. Infatti a Khartoum vive un gruppo di sudanesi con la cittadinanza francese che sostengono le Rapid Support Forces. Uno di essi, Alrasheed Saeed, secondo notizie pubblicate dai giornali locali è ricercato dall’esercito, che non gli permette di lasciare il Paese e da mesi è rifugiato all’ambasciata francese

Alrasheed Saeed, sudanese naturalizzato francese

Parigi ha confermato che un primo aereo è già partito da Khartoum e ha raggiunto Gibuti in serata. Anche un secondo ha lasciato Khartoum. Ognuno con un centinaio di persone a bordo.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Diversi altri governi hanno già annunciato l’intenzione di evacuare i propri connazionali. Il ministero degli Esteri di Ankara garantirà il ritorno in patria di circa 600 concittadini residenti in Sudan.

“Anche i cittadini di Paesi terzi che hanno richiesto assistenza sono stati inclusi nei nostri piani”, ha aggiunto il governo turco. Un’operazione che prevista all’alba alle 6 nel nord di Khartoum è stata rinviata fino a nuovo avviso a causa di un’esplosione vicino a una moschea designata come luogo di raccolta, ha annunciato la rappresentanza diplomatica turca a Khartoum sul suo account Twitter.

I militari britannici sono riusciti a evacuare lo staff diplomatico e le loro famiglie grazie a un “intervento rapido e complesso”, come lo ha definito questa mattina il primo ministro Riski Sunak .

Il personale dell’ambasciata statunitense a Khartoum è stato prelevato con sei elicotteri la notte scorsa, mentre l’Arabia Saudita ha effettuato sabato un’operazione di salvataggio dei propri cittadini e diplomatici e alti funzionari internazionali di altri Paesi. Sono stati trasferiti via terra a Port Sudan e in nave hanno attraversato il Mar Rosso.

L’ambasciatore di Mosca a Khartoum ha dichiarato ai media statali russi che 140 dei circa 300 russi presenti in Sudan hanno detto di voler partire. Il diplomatico ha dichiarato che sono stati predisposti dei piani di evacuazione, ma che sono ancora impossibili da attuare perché comportano l’attraversamento delle linee del fronte.

Ha aggiunto che ci sono circa 15 persone, tra cui una donna e un bambino, bloccate in una chiesa ortodossa russa che si trova nelle vicinanze di pesanti combattimenti a Khartoum. Ovviamente nel comunicato nessuna menzione sui mercenari del gruppo Wagner.

L’Egitto ha esortato i propri connazionali che non vivono a Khartoum di dirigersi verso i consolati di Port Sudan e Wadi Halfa, nel nord, per prepararsi all’evacuazione. Mentre ha chiesto agli egiziani residenti nella capitale di restare nelle proprie abitazioni finché la situazione non migliorerà.

Il governo de Il Cairo ha poi aggiunto che è necessario un programma di evacuazione “meticoloso, sicuro e organizzato” per i suoi 10.000 cittadini che vivono in Sudan.

L’Egitto ha comunicato che uno dei suoi diplomatici è stato ferito da colpi di arma da fuoco, senza fornire però ulteriori dettagli.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

Evacuazione degli americani

Breaking News/BLITZ A KHARTOUM: EVACUATI CON ELICOTTERI GLI AMERICANI

ALTRI ARTICOLI LI TROVATE QUI

 

Accusations against Italy for training janjaweed: “You have created a monster”

La versione italiana di questo articolo si trova qui

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milan, 21 April 2023

Fighting rages on in Khartoum between the regular army of the president, General Abdel Fattah al Burhan, and his deputy, peer and coup-maker Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemetti’, who leads the Rapid Support Forces, i.e. the former Janjaweed.

The three-day truce promised for the Eid holiday, which marks the end of Ramadan, did not hold. And the cannons have resumed thundering as rumors of the imminent evacuation of the foreigners multiply. Many of their residences have been stormed by the belligerents. This is not the first time cease-fires have been proclaimed that are regularly violated.

Yesterday a video emerged confirming what was written by Africa ExPress that the Italians gave logistical support and trained the paramilitaries of Dagalo

Interviewed in August 2022 for the New Sudan Facebook page , the RSF leader says: “We are supported above all by the Italians. We therefore thank the Italians, especially from a technical point of view. They could continue for two years with us”.

And further the RSF leader says: “Their training has helped us a lot because it is specialized in the fight against terrorism and illegal immigration. Thanks to the European Union and Europeans in general. We are committed to them and on behalf of the world.”

“We must not forget that we are now playing a humanitarian role in the desert. We have subsidies for fuel (it seems from the context perhaps paid by Italy, ed) and we have to control a vast territory”, says the RSF leader.

A human rights activist well known to Africa ExPress, but whose name we do not wish to reveal in order to protect her safety, made a very harsh comment on the phone from Khartoum: “The Italians have helped to create a monster. You have trained the Janjaweed, criminals who have now attempted a coup and are massacring the civilian population”.

General Dagalo’s men are known for the atrocities committed in Darfur in the first decade of the year 2000. Arabs, nicknamed janjaweed (a term that more or less means ‘devils on horseback’), stormed African villages, burned huts, mercilessly murdered men, raped women shouting “Dirty nigger now I’m going to give you an Arab baby”, kidnapped little girls and turned them into sex slaves, and forcibly conscripted children.

With little foresight, Italy had decided to entrust the cutthroats with the task of controlling the borders of northern Sudan with Egypt, Libya and Chad so that they would not let through the migrants who every day from sub-Saharan Africa try to reach the Mediterranean.

Complaints of violence, including murderous abuses, did not move the Draghi government (author of the idea) or even the next one, showing all the limitations and failures of ‘let’s help them at home’ or ‘let’s send them home’.

The warnings of those who denounced the filibustering nature of this uncontrollable mob were not even heeded.

Africa ExPress  had reported that on 12 January 2022, our services colonel Antonio Colella, together with four of his loyalists and an unidentified woman from an Ngo, had been in Khartoum.

The group had met Dagalo and with him had planned the operations of the Italian instructors who shortly afterwards began their work with the Janjaweed in a military camp in El Obeid, 400 kilometres south of the Sudanese capital.

But the most incredible thing is that the Janjaweed also received logistical and military aid from Russia. Dagalo, in fact, granted the mercenaries of the Wagner group, which refers to the Kremlin, the exploitation of gold mines in the north of the country. So Italians and Russians together to teach the cutthroats to wage war seriously.

“Dagalo’s men”, explains the human rights activist, “now control a good part of the Sudanese capital, but they have no commanders to keep them disciplined and give them orders. They have a licence to kill anyone, to rob and loot. They are opportunists, more criminal bandits than people with a political objective”.

But who are the people with? “The people are neither with Burhan nor with Dagalo. Rather they want a civil government away from the warlords. According to Ali Baba, one of the stringers of Africa ExPress, the RSF have major logistical difficulties. “Many have come from outside and now have problems with supplies. They are also running out of fuel. They try to get it from Libya but even for them it is not easy.”

According to the latest information the civilian dead in this week of war were 413 and the wounded 3551, The airport is in the hands of the army and, if all goes well, in a couple of days it could be operational again and thus allow the evacuation of foreigners that several countries, including Italy, are planning.

Last night the intensity of the fighting had decreased and rumours spread that the Janjaweed were retreating: ‘It could be a tactical move. We will see in the coming hours what happens,’ commented Ali Baba. Today may be the day to see whether Sudan will end up in the ravine or will be able to stop sooner.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
© Rightreserved

Do you want to contact Africa ExPress? Send a WhatsApp message with your name and region (or country) of residence to +39 345 211 73 43 and we will call you back. Specify if you would like to be subscribed to the Africa Express Mailing List to receive free news of our online newspaper via whatsapp.

Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”