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La corsa all’idrogeno verde: anche l’Australia vuole produrlo in Namibia

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
15 luglio 2023

Dopo il consorzio anglo-tedesco-sudafricano HYPHEN Hydrogen Energy (HHE) con un progetto da 8,3 miliardi di euro, anche l’Australia entra nella corsa all’idrogeno verde della Namibia.

Venerdì 7 luglio il presidente della Namibia, Hage Geingob, ha incontrato Mark Hutchinson, amministratore delegato dell’azienda australiana Fortescue Future Industries (FFI).

idrogeno verde mappa Namibia
Mappa dell’Africa meridionale con la Namibia (Courtesy GoogleMaps)

Proposta australiana per una joint venture

FFI player australiano dell’energia rinnovabile, è interessato a costituire una joint venture al 50 per cento con il governo della Namibia in progetti di idrogeno verde.

Il delegato Fortescue ha illustrato al capo dello Stato della Namibia i dettagli dell’eventuale joint venture: modalità, termini e  condizioni e l’acquisizione di terreni operativi.

Geingob sembra aver apprezzato le potenzialità della produzione dell’idrogeno verde anche in funzione della soluzione delle sfide socio-economiche del suo Paese. Prime fra tutte povertà e disoccupazione giovanile.

“Il presidente Geingob ha riconosciuto il potenziale dell’idrogeno verde – si legge in una nota della presidenza – . Il presidente ha sottolineato l’importanza di investire e creare opportunità di lavoro”.

Cosa è l’idrogeno verde

L’idrogeno è il più abbondante elemento della Terra e 14 volte più leggero dell’aria. L’idrogeno verde viene creato da energia rinnovabile (eolica, solare, idroelettrica e geotermica). Questo si produce per elettrolisi e diventa un combustibile a zero emissioni. Non è tossico né velenoso e immagazzinabile in grandi quantità e per lunghi periodi di tempo.

idrogeno verde
Ciclo di produzione dell’idrogeno verde

Secondo FFI l’idrogeno verde è il modo più veloce per decarbonizzare settori difficili da abbattere come il trasporto pesante, il trasporto marittimo e l’industria.

Fortescue Future Industries è il “braccio verde” di Fortescue Metals Group. Intende utilizzare l’idrogeno verde per decarbonizzare la flotta mineraria e marittima dell’azienda, inclusi camion, trivelle e treni.

L’azienda australiana ha come obiettivo la riduzione delle emissioni per raggiungere la decarbonizzazione entro il 2030. Vuole diventare un’azienda leader nella sfida del cambiamento climatico globale. E la Namibia pare il posto giusto.

Africa hub mondiale dell’idrogeno verde?

La Namibia con il suo deserto che tocca l’oceano è il sito privilegiato per la produzione di idrogeno verde da energia solare ed eolica. Ma anche altri Paesi del continente africano hanno le caratteristiche per poter produrre idrogeno verde.

Tra questi Sudafrica, Mauritania, Marocco ed Egitto. Insieme alla Namibia fanno parte dello studio della Banca europea per gli investimenti (EIB), International Solar Alliance (ISA) e Unione africana (AU) sul potenziale energetico dell’Africa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
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Africa futuro hub mondiale per l’idrogeno verde: progetto da mille miliardi

La Namibia inizia la corsa verso la produzione di idrogeno verde

 

Kenya in rivolta: la gente chiede polenta e riceve pallottole

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 14 luglio 2023

Eunice Mutheu, 23 anni, doveva laurearsi quest’anno in “sartoria” (tailoring), all’università di Kisii, una città di 112 mila abitanti a 300 chilometri da Nairobi.

Una pallottola esplosa dalla polizia la ha trapassata da fianco a fianco e l’ha uccisa quasi sul colpo. Era andata a trovare nel negozio il cognato, che la manteneva agli studi.

Manifestazioni in Kenya contro il carovita

Cinquantatré bambini della scuola primaria Kihumbuni di Nairobi sono stati trasportati d’urgenza alla Eagle Nursing Home perché intossicati dai lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine e finiti nelle loro aule.

Margaret N., 50 anni, domestica a ore in una famiglia nel centro della capitale kenyana, non è potuta tornare a casa nel suo villaggio per paura dei disordini e per lo sciopero dei matatu, i tipici pullmini urbani.

Eunice, gli scolari (tra i 10 e i 15 anni), Margaret sono – in modo molto differente – le vittime innocenti dei disordini che da venerdì 7 luglio a mercoledì 12 hanno sconvolto una parte ampia del Paese.

Una protesta contro il carovita così generalizzata non si era mai vista: almeno 20 delle 47 contee sono state contrassegnate da caos, distruzione e morte. Per la prima volta, mercoledì, è stata devastata l’Expressway, la gigantesca autostrada costruita recentemente dai cinesi che sovrasta una parte della capitale.

Kenyan Railways ha sospeso, giovedì mattina 13 luglio, la circolazione dei treni su una tratta messa in pericolo da atti vandalici di contestatori.

Almeno 7 le vittime ufficiali, ma secondo Kenya Human Rights Commission, i morti sarebbero almeno 12. L’Ipoa, l’authority indipendente che controlla l’operato della polizia, ha aperto un’indagine sulle azioni delle forze dell’ordine.

Anche se bisogna dire che non tutte le persone morte nella guerriglia urbana sembrerebbero incolpevoli. La ribellione ha portato in strada anche decine di disperati degli slums che costellano la capitale. In particolare, le tre vittime registrate a Mlolongo, città satellite della capitale dove si trova il casello autostradale.

Sassaiola, auto e pneumatici bruciati, casello semidistrutto, saccheggi nella zona circostante, hanno spinto la polizia a una reazione violenta per – dicono – non essere sopraffatta. Come è successo nell’altra cittadina satellite di Kitengela, dove un gruppo di giovani ha assaltato e dato alle fiamme la stazione dei gendarmi: due i morti.

All’origine dei moti di piazza, il malcontento alimentato dal leader dell’opposizione Raila Odinga, 78 anni, (perdente alle ultime elezioni presidenziali nel 2022).

Il vincitore, William Samoei Arap Ruto, 56 anni, viene contestato perché i provvedimenti presi dal suo governo il mese scorso, invece di alleviare la crisi economica, la avrebbe aggravata: aumento dell’Iva, delle tasse sulla benzina (un litro di diesel costa da giugno con l’aumento del 16 per cento, ben 186 scellini, 1,15 euro) e un prelievo dell’1,5 per cento sui dipendenti per finanziare nuove case.

La verità innegabile è che il costo della vita da un anno a questa parte è cresciuto e che il Paese è schiacciato da una montagna di debito estero.

“Noi stringiamo i nostri prezzi affinché voi non dobbiate stringere le vostre cinture”. Suona, così, l’accattivante slogan di una importante catena internazionale di supermarket a Nairobi. Ma la realtà quotidiana sembra molto diversa. “A colazione beviamo il thè senza latte e saltiamo il pranzo per risparmiare e poter pagare la scuola ai figli”, dice, infatti, Regina, una mamma di Nairobi.

“Un pacco di farina di mais costa il doppio rispetto al 2022. Diventa difficile ricavare la nostra polenta quotidiana. Dobbiamo morire di fame? “, si arrabbia Henry, un genitore di Kisii, sceso in strada con i rivoltosi. “Chiediamo polenta, ci danno pallottole”, per usare le parole del capo dell’opposizione.

Insomma, la pentola dei kenyani poveri (i ricchi, e sono tanti, non hanno certe preoccupazioni) è vuota di cibo e piena di rabbia. E alla fine è esplosa.

Kenya: inflazione galoppante

Anche perché toglie ogni speranza il ministro delle Finanze del governo kenyota, Njuguna Ndungu, 62 anni. “La cinghia dovremo stringerla per alcuni mesi, se vogliamo evitare la bancarotta nazionale”, ha dichiarato due giorni fa al Financial Times.

Il Kenya spende quasi 10 miliardi di dollari l’anno nel ripagare i debiti, soprattutto con la Cina e il prossimo anno dovrà rimborsare due miliardi di eurobond.

Lo scellino kenyano poi continua a perdere valore rispetto al dollaro e all’euro. Un anno fa per un euro  “bastavano” circa 120 scellini, ora ne occorrono almeno 155. L’inflazione corre, come in mezzo mondo, anche a causa del conflitto ucraino

Il quadro è disperante e venirne fuori non sarà facile. La situazione sembra, però, rasserenarsi un attimo per diversi fattori: il leader dell’opposizione ha rinviato un raduno nazionale che poteva diventare esplosivo; l’Alta Corte ha congelato gli aumenti varati dal governo. E sulla costa splende il sole dell’avvenire inteso come avvio della stagione turistica (anche se luglio e agosto non sono i mesi migliori): nessun segno di rivolta a Lamu, Malindi, Watamu, Diani. I vacanzieri sono benvenuti. Assieme ai fiori, al the, e al basilico (il Kenya – non ci credereste – è il principale fornitore dell’Europa!), essi costituiscono la risorsa più pregiata del Paese.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Tunisia ritira dal confine con la Libia centinaia di migranti deportati da Sfax

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 luglio 2023

Il governo di Tunisi ha ritirato dalla frontiera con la Libia, dalla cosiddetta  terra di nessuno, una fascia desertica larga un centinaio di metri che segna il confine tra i due Paesi, i migranti sub sahariani che erano stato lì deportati. I giovani africani neri sono stati distribuiti in diverse città nel sud del Paese.

Tunisia: essere neri non è un crimine

Dopo violenti scontri scoppiati a Sfax, città costiera della Tunisia, tra residenti e giovani subsahariani, che affluiscono sempre più numerosi da tutto il continente per tentare di imbarcarsi verso Lampedusa, gli stranieri sono stati portati via con la forza la scorsa settimana.

Salsabil Chellali, di Human Rights Watch (HRW), direttrice dell’ufficio di Tunisi, responsabile per il nord-Africa e il Medioriente, ha detto ad AP, che tra 500 e 700 persone che si trovavano al confine con la Libia sono state evacuate.

Alcune ONG sono però molto preoccupate per la sorte di decine e decine di altre persone, che sono state trasferite da Sfax in una zona vicina alla frontiera con l’Algeria. La direttrice di HRW ritiene che i migranti sono 150-200. Si teme per la loro vita se i soccorsi dovessero tardare. Alcuni media hanno riportato il ritrovamento di due migranti morti nella zona desertica tra la Tunisia e l’Algeria.

Esauste e disidratate, le persone recuperate dalle autorità tunisine al confine con la Libia, nella zona cuscinetto militarizzata di Ras Jdir, sono state divise in diversi gruppi. Alcune sono state portate a Mednine, in una scuola secondaria sorvegliate dalle forze di sicurezza, mentre altre in un istituto scolastico a Ben Gardane e, come i loro compagni, sono sotto stretta sorveglianza.

I reporter di Al Jazeera, gli unici presenti nella zona tra la frontiera tunisina e libica, hanno potuto documentare le sofferenze dei deportati. Alcuni migranti hanno mostrato profonde ferite, che, secondo il  racconto dei giovani, sarebbero state inflitte dagli agenti di sicurezza della Tunisia. Mentre altri hanno detto di essere stati costretti a bere acqua salata.

Secondo il racconto di un uomo intervistato da HRW, una donna e il suo bambino sarebbero morti durante il parto. La ONG ha anche precisato che sei delle persone espulse sono richiedenti asilo, regolarmente registrati dall’UNHCR.

Il presidente tunisino, Kaïs Saïed, lo scorso febbraio ha definito le persone proveniente da Paesi sub sahariani come “orde di immigrati clandestini, fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili”. Parole che hanno avuto un effetto disinibitorio anche su alcuni popolari influencer e artisti algerini. E, come riporta Le Monde, la cantante raï Cheba Warda ha dichiarato di appoggiare il piano di deportazione del presidente Abdelmadjid Tebboune, anche se questi non ha fatto alcun discorso sull’argomento.

Eppure, anche le autorità algerine continuano a espellere migliaia di migranti nel deserto. Oltre ai commenti razzisti ai quali sono soggetto in Algeria, i migranti vivono sotto la continua minaccia  di deportazione. Secondo l’ONG Alarm Phone Sahara, che viene in loro aiuto, le autorità di Algeri hanno rimandato in Niger più di 11.000 persone tra gennaio e aprile 2023. La stessa fonte ha poi precisato che dal 2018 si susseguono al ritmo di almeno un convoglio a settimana, espulsioni che verrebbero effettuate sulla base di un accordo siglato da Algeri e Niamey nel lontano 2014.

Persone di varie nazionalità si trovano attualmente a Assamaka, piccolo villaggio in Niger (dove la temperatura supera frequentemente i 45°), al confine con l’Algeria, chiedono di essere rimpatriate quanto prima.

Baraka Meraia, influencer algerina

Lo scorso giugno, Baraka Meraia, una influencer algerina con oltre 275.000 follower, ha denunciato il razzismo del quale lei stessa è stata vittima. Originaria di In Salah, che dista oltre mille chilometri a sud di Algeri, la giovane donna ha raccontato di essere stata scambiata in diverse occasioni per una migrante subsahariana e nessuno dei presenti è intervenuto in sua difesa. Un déjà vu, comune un po’ in tutti i Paesi dove la maggioranza della popolazione non è nera.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©Riproduzione Riservata

Ritorna la calma a Sfax dopo violente manifestazioni contro i migranti con un morto tunisino

Sfax violente manifestazioni

 

 

 

 

 

 

12 luglio 1993: quattro giornalisti trucidati a Mogadiscio. Trent’anni dopo: “Mi salvai per miracolo”

Ripubblichiamo questa drammatica testimonianza
del massacro di 4 giornalisti in Somalia nel 1993

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi

Nairobi, 12 luglio 2013

Dan Eldon

Il 12 luglio 1993, esattamente 20 anni fa, in un agguato a Mogadiscio, in Somalia, vengono trucidati quattro giornalisti: due fotografi, Dan Eldon, Hos Maina, un tecnico del suono, Anthony Macharia, che lavoravano per la Reuters, e Hansi Krauss, fotografo dell’Associated Press. Quel giorno mi rimane scolpito nella testa e spesso lo rivivo nei sogni. Mi salvai per pura fortuna.

Mattino intorno alle 10. Gli americani bombardano una villa dove avrebbero dovuto esserci i leader somali, compreso quello che per la Casa Bianca era il nemico pubblico numero 1, il generale Mohammed Farah Aidid.

Uno stormo di elicotteri volteggia in cielo e i giornalisti affollano il terrazzo dell’Hotel Sahafi da cui si cerca di vedere e capire cosa sta succedendo. I nostri fixer somali ci informano dell’attacco in corso. Dura una mezz’ora. Quando gli elicotteri si ritirano ci precipitiamo giù dalle scale per correre sul luogo dell’assalto.

La mia Fiat Panda bianca, quella con grandi scritte Corriere della Sera sui fianchi diventata famosa a Mogadiscio in quel giorni, è pronta davanti al cancello. Al volante Ali, il mio fidato autista (quello che poi sarà al volante dell’auto di Ilaria Alpi al momento in cui sarà ammazzata). Con me sale anche il fotografo Cristiano Laruffa. Partiamo. Siamo i primi del convoglio di auto di giornalisti. Dietro di noi il pick up della Reuters. Assieme a Dan, Hos, Anthony e Hansi c’è anche il cameraman Mohammed Shaffi.
Fatti cento metri in direzione della villa bombardata che intendiamo raggiungere, incontro Nasser della famiglia Arush, che ci ammonisce: “Prendete uno dei miliziani di Aidid per proteggervi”. Sì, penso, meglio. Perdo i pochi secondi che mi salveranno. Scendo dalla Panda, apro la porta, ribalto in avanti il sedile, faccio entrare il miliziano con il kalashnikov, risistemo il sedile, risalgo in macchina, chiudo la porta e ripartiamo.

Anthony Macharia

Il miliziano destinato all’auto della Reuters invece salta in un balzo sul pick up, che parte immediatamente e ci supera. Diventiamo così i secondi del convoglio. Dopo pochi metri svoltiamo a destra in una stradina. Ci viene incontro una folla di somali inferociti che brandiscono bastoni e fucili. Il pick up dei colleghi riesce a farsi largo e a passare; la mia auto, invece, viene bloccata. La Panda viene presa a pugni e calci. I vetri resistono e fallisce anche il tentativo di rovesciarla. Ali innesta la retromarcia mentre il pick up si allontana velocissimo. Quando la vediamo scomparire dietro una casa, Cristiano inveisce: “Sei un cretino, dovevamo saltare anche noi su quel pick up”. I quattro su “quel pica up” saranno trucidati, i loro corpi dilaniati e vandalizzati.

Respinti dalla folla noi intanto siamo costretti a tornare indietro, “Portaci all’ospedale”, ordino ad Ali.

Hansi Krauss

Dopo pochi minuti arriviamo nel cortile dell’ospedale Benadir. Per terra, allineati, una decina di corpi. Cristiano comincia a fotografare, ma ci viene incontro una folla minacciosa armata di bastoni. Dietro le mie spalle compaiono due vecchi amici: l’avvocato Gelle e Omar Olad. Urlano: “Scappate, scappate”. Montiamo nella Panda. L’avvocato Gelle si siede sul cofano e con un bastone ci fa largo tra i facinorosi che stanno per circondarci. Omar Olad ci protegge da dietro. Uscendo dal cancello dell’ospedale Gelle cade sul selciato e si ferisce leggermente.

Corriamo all’albergo Sahafi e ci barrichiamo dentro. La notizia della morte di alcuni giornalisti è già arrivata. Ci guardiamo in faccia e facciamo la conta per vedere chi manca all’appello. Non c’è Ilaria, la cui auto era dietro la mia. La cerco al walkie-talkie (il Corriere me ne aveva messi a disposizione due e uno lo teneva lei). Niente. Sono terrorizzato che sia tra i morti invece compare in hotel poco dopo. Ma all’albergo arriva un’altra auto. Mohammed Shaffi, svenuto, ferito e con la faccia irriconoscibile dal sangue e dalle smorfie, viene scaraventato davanti al cancello. Cristiano esce e se lo carica in spalla e lo porta dentro. Mohammed racconterà più tardi: “Non mi hanno ammazzato perché mi sono messo a recitare il Corano. Mi hanno risparmiato per questo”.

Altra visita poco dopo: un camion carico di cadaveri si ferma. L’autista invita i giornalisti a uscire e fotografare il macabro carico. Sono stati uccisi dal raid americano, tra la folla di giornalisti si intrufola un somalo. Si avvicina a Ilaria e tenta di accoltellarla. La mia sorellina (così la chiamavo) viene spintonata dentro il cancello e salvata da Ali.

Qualche ora dopo il corpo di Dan viene abbandonato in una strada e raccattato quindi da un elicottero americano. Il giorno dopo mi verrà offerto un video amatoriale girato da un somalo che ha assistito al recupero. Lo farò comprare ad Ingrid Formanek (CNN) e Ilaria Alpi. Io lo avevo visionato ma non avrei potuto utilizzarlo.

Hos Maina

Ad aiutare Andy Hill, il corrispondente della Reuters a Mogadiscio, a recuperare i corpi degli altri due colleghi della Reuters viene da Nairobi il capo dei servizi televisivi dell’agenzia, Mohammed Amin (morirà nel novembre 1996 durante il dirottamento dell’aereo dell’Ethiopian Airlines alle Comoro). Mentre Reid G. Miller, il capo dell’AP di Nairobi, già a Mogadiscio all’Hotel Sahafi, si occupa di Hansi Krauss. Il giorno dopo, 13 luglio, ci avvisano che i corpi degli altri colleghi uccisi sono stati lasciati a un incrocio. Cerchiamo di andare a prenderli ma quando ci avviciniamo arriva una gragnola di colpi di mitra. Reuters e Ap organizzano un pulmino somalo e con somali a bordo per andarli a recuperare. I corpi sono dilaniati.

Vengono portati alla morgue dell’Unisom e messi nei body bag. Gli americani chiederanno 800 dollari l’uno per trasportarli a Nairobi.

Massimo A. Alberizzi
Twitter @malberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

 

Mohammed Shaffi

 

Nella foto in alto di Raffaele Ciriello, ucciso a Ramallah il 13 marzo 2002, un gruppo di fotografi in quel giorni a Mogadiscio. Poi Dan Eldon, britannico, era giovanissimo poco più che ventenne. Leggermente in basso Anthony Macharia, keniota, era tecnico del suono per Reuters TV. Quindi Hansi Krauss, tedesco, fotografo dell’AP. Infine Hos Maina, keniota e fotografo anche lui. Per la Reuters erano in due. Dan doveva rientrare nel pomeriggio a Nairobi e Hos era appena arrivato a Mogadiscio. Si sarebbero dovuti dare il cambio. Nonostante dovesse partire dopo poche ore, Dan volle correre lo stesso a vedere cos’era successo in quella villa bombardata dagli americani. Nella foto in basso della AFP Mohammed Shaffi nel cortile dell’Hotel Sahafi. Shaffi, pakistano musulmano, raccontò di essersi salvato recitando versetti del Corano. I somali lo risparmiarono. Era stato scaricato ferito e in profondo shock davanti ai cancelli dell’albergo e portato all’interno da Cristiano Laruffa.  Piangeva a dirotto. Qui è ripreso mentre sta per essere caricato su una delle auto dei giornalisti per essere trasportato all’ospedale americano.  m.a.a.

Inchiodati alla poltrona: dopo il padre al potere dal 1967, ora Ali Bongo corre in Gabon per il terzo mandato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 luglio 2023

Ali Bongo Ondimba, presidente uscente del Gabon, ha annunciato ieri che si presenterà per un terzo mandato alle prossime elezioni, che si svolgeranno il 26 agosto di quest’anno. La Costituzione gabonese non pone limiti ai mandati presidenziali come accade in altri Paesi del continente, dove, per essere rieletti dopo due candidature consecutive, i capi di Stato uscenti sono costretti a ricorrere a un referendum per cambiare la legge fondamentale.

Ali Bongo, presidente uscente del Gabon

Il 64enne capo di Stato è salito al potere nel 2009, dopo la morte del padre, Omar Bongo Ondimba, che ha governato il Paese dal 1967. Nel 2016 Ali è stato rieletto. La famiglia detiene il potere in Gabon da oltre 50 anni e ora Ali Bongo chiede un ulteriore mandato. La sua candidatura dovrà essere ratificata dal suo raggruppamento politico, il Partito Democratico Gabonese (PDG), che si riunirà in giornata.

L’investitura odierna di Bongo rappresenta solamente un atto formale, dal momento che il raggruppamento politico al potere ha chiesto al presidente uscente di ricandidarsi da oltre un anno.

Entrambe le vittorie elettorali di Bongo sono state contestate fortemente dall’opposizione per brogli. La sua rielezione del 2016 aveva scatenato violenti scontri tra manifestanti e polizia.

La candidatura di Bongo per un terzo mandato non è stata data per scontata dopo essere stato è stato colpito da un ictus nel 2018. Il presidente ha poi trascorso tre mesi all’estero per cure mediche, è tornato dopo un tentativo di colpo di Stato, sventato in sua assenza.

Il PDG ha la maggioranza anche in parlamento. In occasione della tornata elettorale del 26 agosto i gabonesi sono chiamati alle urne anche per le legislative, comunali e dipartimentali.

Tutte candidature per la poltrona più ambita dovranno essere inoltrate alla Commissione elettorale entro domani.

Ieri il partito dell’opposizione, Rassemblement pour la patrie et la modernité (RPM), ha scelto il proprio candidato alle presidenziali. E’ l’economista Alexandre Barro Chambrier, ex ministro del Petrolio e in passato vicino al governo. Si è unito all’opposizione nel 2016.

Barro Chambrier, appena ufficializzata la sua nomina, ha parlato ai suoi sostenitori e non sono mancate le sue aspre critiche al governo attuale. “Dopo 14 anni, il Gabon è un Paese a pezzi, saccheggiato, indebitato e impoverito. Il bilancio dell’attuale regime si può riassumere così: zero più zero uguale zero”, ha precisato il rappresentante di RPM.

Alexandre Barro Chambrier è il pronipote del re Denis Rapontchombo, nonché figlio di Marcel Eloi Chambrier, primo pediatra del Gabon ed ex presidente dell’Assemblea nazionale sotto Omar Bongo. Un passato che gli conferisce prestigio, anche se alcuni criticano la sua precedente vicinanza al regime.

Il candidato ritiene che ora sia arrivato il suo momento e per riuscire a vincere le elezioni, dovrà convincere gli altri avversari a schierarsi con lui. “I nostri avversari temono questa dinamica e fanno di tutto per dividerci”.

In Gabon le elezioni sono a turno unico. La campagna elettorale per le presidenziali prenderà il via l’11 agosto prossimo, mentre quella per le legislative, dipartimentali e municipali il 16 agosto. Queste sono le disposizioni ufficiali, a quanto pare, gran parte dei candidati sta svolgendo la propria campagna da oltre un anno.

Gabon è uno dei Paesi più ricchi dell’Africa in termini di prodotto interno lordo (PIL) pro capite, grazie soprattutto al petrolio, al legname e al manganese. Ma, secondo la Banca mondiale, il Paese fatica a tradurre la ricchezza delle sue risorse in una crescita sostenibile e inclusiva. Il Gabon conta poco più di 2,3 milioni di abitanti, eppure un terzo vive al di sotto della soglia di povertà.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Tentato colpo di Stato in Gabon. Il regime: “Abbiamo arrestato i responsabili”

Aggrappato al potere Ali Bongo resiste in Gabon, ma metà della sua famiglia si ribella

Accordo con l’ISIS del Sahel: Bamako libera alcuni terroristi

Africa ExPress
Bamako, 9 luglio 2023

Il governo militare di transizione del Mali ha liberato alcuni miliziani del gruppo armato Stato Islamico nel Sahel con l’obiettivo di raggiungere una tregua con i terroristi.

Bamako libera alcuni terroristi

Tra i jihadisti rimessi in libertà ci sono anche due leader ben noti. Il primo è Oumeya Ould Albakae, arrestato nel giugno 2022 dai militari francesi dell’Operazione Barkhane, che lo hanno poi consegnato alle autorità di Bamako. Oumeya è stato capo dello Stato islamico nel Sahel nel Gourma, provincia della regione di Timbuktu (Mali) e di quella di Ourlan in Burkina Faso. Si tratta di un personaggio di spicco nella nebulosa terrorista. Il suo nome è apparso anche come possibile successore di Adnan Abou Walid Al Sahraoui, leader dello Stato Islamico nel Grande Shara (EIGS), ucciso dai francesi nel 2021.

Il secondo è Dadi Ould Cheghoub. Per essere precisi, è stato scarcerato per la seconda volta. Già nell’ottobre 2020 era stato rilasciato insieme a altri miliziani. Allora tale operazione aveva certamente favorito il rilascio di alcuni ostaggi occidentali, Padre Maccalli, Nicola Chiacchio, Sophie Pétronin (cooperante francese), e del leader maliano del partito Union pour la République et la Démocratie (URD), Soumaïla Cissé.

A tutt’oggi sono ancora cinque gli ostaggi occidentali in mano ai jihadisti. Nel maggio 2022, sono stati rapiti tre italiani: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e un cittadino togolese, autista della famiglia. I quattro sono stati prelevati da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali. Da allora di loro non si hanno più notizie.

Anche del reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito nel novembre dello scorso anno nella capitale del Mali, Bamako, non si sa più nulla, stessa discorso per quanto concerne il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, portato via con la forza da uomini armati mentre si trovava in una miniera in Burkina Faso nel 2015.

Le autorità maliane non hanno precisato quanti altri miliziani siano stati rilasciati finora, ma hanno sottolineato che l’operazione porterà certamente dei vantaggi, oltre alla liberazione di ostaggi.

Una tregua con i terroristi consentirebbe anche lo spiegamento delle truppe di Bamako nel nord-est, visto che MINUSMA (missione di pace dell’ONU nel Paese), in partenza dal Mali, lascerà presto le proprie basi.

Attacco a convoglio MINUSMA

Intanto giovedì scorso, un altro attacco terrorista a un convoglio di MINUSMA è stato compiuto nella regione di Gao. Secondo fonti dell’ONU, la colonna di vetture, composto da 35 camion di subappaltatori di MINUSMA, scortati dai caschi blu, è stata aggredito ben due volte nello stesso giorno da una trentina di uomini armati. Il bilancio è pesante: 3 morti e 11 feriti, tra loro due in modo grave.

Finora nessuna rivendicazione, ma la zona è notoriamente frequentata dai jihadisti dello Stato Islamico nel Sahel.

Africa ExPress
Twitter: @africexp
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Il narcisismo che acceca gli israeliani nell’oppressione a Jenin

Da +972 Magazine
Orly Noy*
7 luglio 2023

Mentre i tamburi dei manifestanti israeliani continuavano a battere a Tel Aviv, all’aeroporto Ben Gurion e in altre località del Paese questa settimana, l’esercito israeliano ha iniziato a concludere la brutale invasione e l’assalto al campo profughi di Jenin, che ha lasciato dietro di sé distruzione, devastazione e sangue.

La vista dei rifugiati palestinesi che fuggono dalle loro case al buio, con le mani alzate sopra la testa, non evoca solo il ricordo della Nakba. Ricorda che l’espropriazione dei palestinesi non è mai finita: queste stesse famiglie hanno perso le loro case nel 1948 o sono i discendenti di coloro che le hanno perse.

Palestinesi in fuga dall’esercito israeliano

I palestinesi sanno bene di trovarsi di fronte a uno Stato bellicoso e disinibito che, con la scusa della sicurezza e del vittimismo, non risparmierà alcuno sforzo: espropri, uccisioni, pulizia etnica. E forse il peggio deve ancora venire.

Israele è abituato a presentare al mondo l’occupazione come una questione interna israeliana, mentre i suoi cittadini ebrei sono abituati a trattarla come una questione estera, scollegata dalla vita quotidiana, come una guerra in qualche paese lontano.

Questo, insieme al militarismo profondamente radicato e al culto cieco dell’esercito nella società israeliana, fa sì che non solo le proteste antigovernative non si siano espresse contro l’assalto a Jenin, ma che i suoi leader abbiano addirittura elogiato gli “uomini coraggiosi” che hanno preso parte all’invasione – gli stessi che, tra l’altro, hanno bombardato il Teatro della Libertà di Jenin, che funge da esempio di spirito umano in mezzo all’inferno che Israele ha creato nel campo.

Come al solito, sono stati i cittadini palestinesi di Israele che, insieme a una manciata di attivisti ebrei, hanno immediatamente guidato la protesta contro i crimini dell’esercito a Jenin, affrontando a loro volta gravi violenze da parte della polizia. Nel frattempo, si sono sentite deboli critiche anche da parte di alcuni esponenti della sinistra sionista, che hanno accusato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu di aver lanciato un’operazione militare per distogliere l’attenzione dalla protesta pubblica contro di lui e per metterla a tacere.

Tuttavia, non dobbiamo ridurre l’invasione di Jenin a un calcolo politico di Netanyahu contro il movimento di protesta. L’oppressione dei palestinesi non è iniziata lo scorso gennaio con l’inizio delle manifestazioni, né finirà quando queste cesseranno.

I frequenti e mortali attacchi a Jenin, così come le aggressioni di routine a Gaza, la pulizia etnica in corso nei territori occupati, l’incoraggiamento dei pogrom dei coloni e la repressione dei palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde – tutto fa parte di una più ampia politica israeliana formulata con agghiacciante precisione in quello che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich chiama il suo Piano Decisivo, che cerca di mettere in ginocchio i palestinesi e di espellere all’ingrosso coloro che rifiutano di piegare la testa.

Coloro che desiderano lottare per una vera democrazia devono abbandonare il narcisismo ebraico-israeliano che ci impedisce di aprire gli occhi sui luoghi in cui Israele calpesta non solo l’idea di democrazia, ma l’idea stessa di ciò che significa essere umani, e iniziare la nostra lotta da lì.

Orly Noy*

*Orly Noy è un’attivista politica e giornalista Mizrahi, cioè ebrea di origine mediorientale, nata in Iran. È redattrice di Local Call, presidente del consiglio di amministrazione di B’Tselem, il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati, traduttrice di poesia e prosa dal farsi in ebraico e attivista del partito nazionale democratico palestinese Balad.

Israele: quando quelli che sono state vittime si trasformano in carnefici

Propaganda ISIS: “Uccisi 10 militari in Mozambico”ma non c’è nessuna conferma dai governi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 luglio 2023

“Il distretto di Mocimboa da Praia è stabile e libero da attacchi terroristici”. Questo dichiarava il 26 giugno il ministro mozambicano della Difesa Cristovao Chume ai giornalisti.

Dopo una settimana, il 3 luglio, L’Amaq Press Agency, agenzia di stampa dello Stato islamico (ISIS), pubblicava foto e video di un attacco in Mozambico. È avvenuto a Cabo Delgado, provincia mozambicana sotto attacco jihadista dal 2017. Il luogo è Macomia, 140 km a sud di Mocimboa da Praia.

propaganda mappa del nord Mozambico
Mappa del nord Mozambico con il luogo dell’agguato (Courtesy GoogleMaps)

I tweet sull’attacco

La notizia è stata ripresa via twitter da Daniel Michombero-Batubenga, giornalista freelance congolese, e da Daniele Garofalo analista specializzato in terrorismo e jihadismo.

Mentre il 26 giugno il ministro mozambicano della Difesa Cristovao Chume ha dichiarato ai giornalisti che il distretto di Mocimboa da Praia, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, è stabile e libero da attacchi terroristici.

Realtà o propaganda?

Nei tweet Michombero-Batubenga scrive che a Macomia un gruppo dello Stato islamico ha pubblicato le foto dopo un attacco. Ha causato la morte di una decina di soldati ruandesi. Il gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco e diversi altri soldati ruandesi sono stati catturati insieme alle armi.


Contenuto simile il tweet postato da Garofalo. “L’agenzia di stampa Amaq ha rilasciato una dichiarazione e un video di 0:50 minuti. Rivendica il pesante attacco di #IS-MOZ contro i militari #SADC con con morte di ruandesi e mozambicani.

Il giornale online Carta de Moçambique, cita Amaq come fonte e parla di imboscata jihadista dove sono morti 10 militari mozambicani. C’è anche un numero indefinito di feriti e diverse armi andate finite in mano ai terroristi che hanno pubblicato la foto dei documenti dei soldati.

Nessuna conferma è arrivata dal governo mozambicano. Dalle immagini dei tweet non si riconoscono né le armi catturate né le divise dei militari ruandesi.

È possibile che sia propaganda ISIS-Mozambique (Al Sunnah wa-Jammà-ASWJ) classificato dal Dipartimento di Stato USA come “terroristi globali particolarmente pericolosi”.

I militari ruandesi e SADC a difesa del Nord

Dall’ottobre 2018 inizio degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, l’ong Cabo Ligado ha registrato 4.700 morti dei quali oltre 2.000 civili. Gli attacchi di Al Sabbah wa-Jammà hanno causato oltre 800.000 sfollati.

Circa 2.000 militari ruandesi stanno aiutando il Mozambico contro i gruppi jihadisti da luglio 2021. Sono stati chiamati dal presidente mozambicano Filipe Nyusi che ha siglato un accordo bilaterale con l’omologo ruandese Paul Kagame e la mediazione di Emmanuel Macron.

propaganda armi
Armi e materiale militare catturate dopo ì’agguato ISIS-Mozambico

Anche i 16 Paesi della Comunità di sviluppo dell’africa australe (SADC) stanno aiutando il Mozambico a Cabo Delgado dall’agosto 2021. Circa 3.000 soldati sono presenti con la Missione dei Paesi dell’Africa australe in Mozambico (SAMIM). Il contingente maggiore è quello sudafricano con circa 1.800 soldati.

Giacimenti di gas abbastanza sicuri

Oggi, oltre al distretto di Mocimboa da Praia, anche Palma sembra sicura e stanno tornando gli abitanti. Palma è la città dei giacimenti di gas con i cantieri TotalEnergies (ancora chiusi) assediata a marzo 2021 dai jihadisti per una settimana. Off-shore ci sono i giacimenti dove opera ENI che non hanno subito l’impatto jihadista. Il primo carico di GNL è stato spedito in Europa nel novembre 2022.

Sandro Pintus
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Israele: quando quelli che sono state vittime si trasformano in carnefici

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Eric Salerno*
7 luglio 2023

La parola “pogrom”, spaventa, fa venire i brividi. L’ho sentita pronunciare per la prima volta da mia madre, ebrea russa, nata e cresciuta poco a nord di Cernobyl in una cittadina che si chiama Chojniki, nella regione di Gomel in Bielorussia. Un centinaio di anni fa, un piccolo esercito di cosacchi avevano attaccato la comunità ebraica che si abitava. Una mia zia fu decapitata. Altri rimasero feriti.

Non sono mai riuscito ad avere da mia madre un racconto dettagliato ma alla fine tutta la mia famiglia lasciò la regione, chi verso San Pietroburgo, chi verso l’Estremo oriente, chi come lei negli Stati Uniti.

Coloni israeliani danno fuoco alle case dei villaggi Al-Lubban, Al-Sharqiya e Turmus Ayya

Pochi giorni fa, il termine pogrom è stato usato da molti israeliani e rilanciato sulla prima pagina dell’autorevole “Washington Post” e di altri giornali: denunciavano il comportamento di loro compatrioti nei confronti della popolazione palestinese dei territori occupati.

Dalla notte del 20 giugno alla notte del 21 giugno, centinaia di coloni protetti dall’esercito fecero irruzione nei villaggi di Al-Lubban, Al-Sharqiya e Turmus Ayya dando fuoco a case dove si trovavano intere famiglie, incendiando e saccheggiando e dando fuoco alle loro automobili.

Ci sono stati feriti, nessuno è morto ma il senso dell’incursione ha ricordato quello che molti ebrei europei subivano anno dopo anno nella Russia dello Zar e nei paesi limitrofi: “Non vi vogliamo”. “Andate via”. “Cercate un’altra casa, un’altra patria”. “Questa è la terra degli ebrei”.

Se è vero che la maggior parte dei responsabili diretti del pogrom erano “coloni” degli insediamenti nei territori occupati, è vero anche che la politica del governo di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu sta generando un clima di violenza che può portare anche oltre all’aggressione nei confronti degli abitanti palestinesi delle loro città e dei numerosi campi profughi che furono creati dopo la fondazione di Israele per coloro che furono costrette a lasciare le loro case e terreni.

Militari israeliani fanno irruzione nel campo per profughi a Jenin

L’altra notte nel campo profughi appoggiato alla città di Jenin, i soldati israeliani che vi avevano fatto incursione “per eliminare terroristi e le loro basi” – la giustificazione – avrebbero suggerito agli abitanti di scappare, di andare altrove, di trovare altre case. Non un’ordine, ha spiegato poi l’Autorità militare, ma un suggerimento mentre i bulldozer e altri mezzi meccanici devastavano le strade del campo, distruggevano la rete idrica e molte delle case.

Come per ogni guerra, anche per quelle che hanno portato alla creazione dello Stato d’Israele ci sono molte versioni riguardo il comportamento dei protagonisti. Gli stessi studiosi israeliani, anche sulla base di documenti rilasciati dagli archivi di Gerusalemme, parlano di “crimini di guerra”.

Quasi tutti – israeliani e arabi – sono d’accordo su un fatto: l’esodo dei palestinesi da case e terra fu involontario. Nakba è la parola con la quale è conosciuto soprattutto l’esodo forzato della popolazione araba palestinese durante la guerra del 1947-48, al termine del Mandato Britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele.

Ed è il nome con il quale i palestinesi si riferiscono anche a quello che è accaduto dopo la guerra araba-israeliana del 1967 quando decine di migliaia di palestinesi raggiunsero i loro amici e parenti in Cisgiordania e a Gaza, molti nei campi profughi come quello di Jenin.

Molti degli estremisti israeliani che sono al governo, sperano di liberarsi dei palestinesi rimasti per avere Israele, come “stato ebraico”, dal Mediterraneo al fiume Giordano. Nei cassetti del ministero della Difesa di Tel Aviv, ci sarebbero già i piani per realizzare questa nuova Nakba.

E i palestinesi, giovani e meno giovani, che denunciano con preoccupazione le parole dei soldati israeliani che incitavano o suggerivano di “allontanarsi” dal campo di battaglia di Jenin, dalle loro case.

C’è, però, un’antica filosofia in Medio Oriente: il tempo è relativo. Tornano spesso alla mente le parole di un anziano palestinese – oggi credo non ci sia più – seduto nel salotto della sua casa non molto distante da Jenin. Era triste e disperato ma non rassegnato. Credeva nella logica della storia che si ripete. “Gli ebrei  – disse – sono tornati qui dopo duemila anni. Anche noi possiamo aspettare. Prima o poi riprenderemo le nostre case.

Eric Salerno*
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*Nato a New York nel 1939 da un’ebrea russa sfuggita alle guardie bianche zariste e da un comunista calabrese scampato dal fascismo, rifugiandosi in Usa nel 1922 ed espulso nel 1950 dal maccartismo; Eric si è trasferito in Italia a 13 anni e ha lavorato 10 anni per “Paese Sera”. Nel 1967 è passato a “Il Messaggero”, in qualità di inviato speciale e capo del servizio esteri, interessandosi ai problemi del Terzo Mondo e del Medio Oriente. A lungo corrispondente da Gerusalemme. Ha pubblicato Guida al Sahara (1974), Fantasmi sul Nilo (1979), Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale (1979), Rossi a Manhattan (2001), Israele, la guerra dalla finestra (2002) Mosé a Timbuctù (2006), Uccideteli tutti (2008), Mossad base Italia (2010), Dante in Cina (2018).

Ritorna la calma a Sfax dopo violente manifestazioni contro i migranti con un morto tunisino

Africa ExPress
Tunisi, 6 luglio 2023

Da tempo Sfax, grande centro portuale sulla costa orientale della Tunisia, è teatro di scontri tra residenti e migranti subsahariani, che affluiscono sempre più numerosi da tutto il continente per tentare di imbarcarsi verso Lampedusa, la porta d’entrata dell’Europa.

Tunisino morto a Sfax durante violenti scontri tra residenti e migranti

Negli ultimi giorni i disordini si sono intensificati. I residenti accusano i migranti di crimini e violenze, mentre gli “irregolari” presenti a Sfax, denunciano continui attacchi razzisti.

Durante gli scontri di lunedì scorso un tunisino è stato ucciso. Secondo alcuni testimoni oculari la vittima, un 41enne, sarebbe stata accoltellata da tre persone di origini subsahariane. I presunti colpevoli sono stati arrestati dalla polizia. La procura di Sfax ha aperto un’inchiesta e le indagini sono ancora in corso.

Ramadan Ben Omar del Forum tunisino per i diritti economici e sociali ha dichiarato alla Reuters che questa settimana la polizia avrebbe portato centinaia di migranti, tra loro anche donne e bambini, in una zona militare chiusa lungo il confine desertico con la Libia.

Ben Omar ha poi aggiunto che attivisti per i diritti umani  hanno riferito che molti migranti sono stati picchiati ed espulsi dai loro alloggi.

In alcuni video postati sui social network, si vedono agenti di polizia che inseguono decine di migranti tra gli applausi dei residenti locali, prima di caricarli sulle auto delle forze dell’ordine.

Altri filmati mostrano molte persone di origini subsahariane a terra, con le mani sulla testa, circondate da residenti con bastoni, in attesa dell’arrivo della polizia. La redazione di Africa ExPress non ha potuto controllare l’autenticità di questi video.

Mentre Moez Barakallah, un deputato di Sfax, ha detto che le autorità avrebbero fornito cibo e medicinali ai circa 1.200 migranti deportati dalla città verso aree vicine ai confini con la Libia. Il parlamentare ha poi aggiunto che funzionari della sicurezza di frontiera hanno preso in carico questi poveretti.

Quest’anno c’è stata un’impennata di migrazioni attraverso il Mediterraneo dalla Tunisia. Per contrastare il crescente numero di partenze dalle coste della ex colonia francese, l’Unione Europea ha chiesto interventi da parte del governo di Tunisi. Ma a tutta risposta il presidente Saied ha replicato a Bruxelles che la Tunisia non intende assolutamente essere la Guardia di frontiera per conto di altri Paesi e non accetterà mai l’insediamento di immigrati.

Tunisia: migranti tentano la traversata dalla Tunisia verso Lampedua. Rischiano la vita per un futuro migliore

Nel febbraio di quest’anno il capo di Stato, Kaïs Saied, aveva dichiarato: “L’arrivo di masse incontrollate dal sud del continente africano hanno come obiettivo di trasformare la Tunisia in un Paese solo africano e staccarla dalle nazioni arabo-musulmane”. Da allora le violenze e gli attacchi razzisti nei confronti di persone di origini subsahariane sono in continuo aumento. I fuggiaschi vengono accusati di crimini di ogni genere e di rubare il lavoro ai locali.

Il mese scorso, centinaia di residenti della città portuale hanno protestato contro la presenza di migliaia di migranti e hanno chiesto alle autorità di espellerli, non vogliono che Sfax diventi dimora per i rifugiati.

Africa ExPress            
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Discorso del presidente tunisino contro i migranti subsahariani e scoppia l’odio razziale