Israele: quando quelli che sono state vittime si trasformano in carnefici

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Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Eric Salerno*
7 luglio 2023

La parola “pogrom”, spaventa, fa venire i brividi. L’ho sentita pronunciare per la prima volta da mia madre, ebrea russa, nata e cresciuta poco a nord di Cernobyl in una cittadina che si chiama Chojniki, nella regione di Gomel in Bielorussia. Un centinaio di anni fa, un piccolo esercito di cosacchi avevano attaccato la comunità ebraica che si abitava. Una mia zia fu decapitata. Altri rimasero feriti.

Non sono mai riuscito ad avere da mia madre un racconto dettagliato ma alla fine tutta la mia famiglia lasciò la regione, chi verso San Pietroburgo, chi verso l’Estremo oriente, chi come lei negli Stati Uniti.

Coloni israeliani danno fuoco alle case dei villaggi Al-Lubban, Al-Sharqiya e Turmus Ayya

Pochi giorni fa, il termine pogrom è stato usato da molti israeliani e rilanciato sulla prima pagina dell’autorevole “Washington Post” e di altri giornali: denunciavano il comportamento di loro compatrioti nei confronti della popolazione palestinese dei territori occupati.

Dalla notte del 20 giugno alla notte del 21 giugno, centinaia di coloni protetti dall’esercito fecero irruzione nei villaggi di Al-Lubban, Al-Sharqiya e Turmus Ayya dando fuoco a case dove si trovavano intere famiglie, incendiando e saccheggiando e dando fuoco alle loro automobili.

Ci sono stati feriti, nessuno è morto ma il senso dell’incursione ha ricordato quello che molti ebrei europei subivano anno dopo anno nella Russia dello Zar e nei paesi limitrofi: “Non vi vogliamo”. “Andate via”. “Cercate un’altra casa, un’altra patria”. “Questa è la terra degli ebrei”.

Se è vero che la maggior parte dei responsabili diretti del pogrom erano “coloni” degli insediamenti nei territori occupati, è vero anche che la politica del governo di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu sta generando un clima di violenza che può portare anche oltre all’aggressione nei confronti degli abitanti palestinesi delle loro città e dei numerosi campi profughi che furono creati dopo la fondazione di Israele per coloro che furono costrette a lasciare le loro case e terreni.

Militari israeliani fanno irruzione nel campo per profughi a Jenin

L’altra notte nel campo profughi appoggiato alla città di Jenin, i soldati israeliani che vi avevano fatto incursione “per eliminare terroristi e le loro basi” – la giustificazione – avrebbero suggerito agli abitanti di scappare, di andare altrove, di trovare altre case. Non un’ordine, ha spiegato poi l’Autorità militare, ma un suggerimento mentre i bulldozer e altri mezzi meccanici devastavano le strade del campo, distruggevano la rete idrica e molte delle case.

Come per ogni guerra, anche per quelle che hanno portato alla creazione dello Stato d’Israele ci sono molte versioni riguardo il comportamento dei protagonisti. Gli stessi studiosi israeliani, anche sulla base di documenti rilasciati dagli archivi di Gerusalemme, parlano di “crimini di guerra”.

Quasi tutti – israeliani e arabi – sono d’accordo su un fatto: l’esodo dei palestinesi da case e terra fu involontario. Nakba è la parola con la quale è conosciuto soprattutto l’esodo forzato della popolazione araba palestinese durante la guerra del 1947-48, al termine del Mandato Britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele.

Ed è il nome con il quale i palestinesi si riferiscono anche a quello che è accaduto dopo la guerra araba-israeliana del 1967 quando decine di migliaia di palestinesi raggiunsero i loro amici e parenti in Cisgiordania e a Gaza, molti nei campi profughi come quello di Jenin.

Molti degli estremisti israeliani che sono al governo, sperano di liberarsi dei palestinesi rimasti per avere Israele, come “stato ebraico”, dal Mediterraneo al fiume Giordano. Nei cassetti del ministero della Difesa di Tel Aviv, ci sarebbero già i piani per realizzare questa nuova Nakba.

E i palestinesi, giovani e meno giovani, che denunciano con preoccupazione le parole dei soldati israeliani che incitavano o suggerivano di “allontanarsi” dal campo di battaglia di Jenin, dalle loro case.

C’è, però, un’antica filosofia in Medio Oriente: il tempo è relativo. Tornano spesso alla mente le parole di un anziano palestinese – oggi credo non ci sia più – seduto nel salotto della sua casa non molto distante da Jenin. Era triste e disperato ma non rassegnato. Credeva nella logica della storia che si ripete. “Gli ebrei  – disse – sono tornati qui dopo duemila anni. Anche noi possiamo aspettare. Prima o poi riprenderemo le nostre case.

Eric Salerno*
© Riproduzione riservata

*Nato a New York nel 1939 da un’ebrea russa sfuggita alle guardie bianche zariste e da un comunista calabrese scampato dal fascismo, rifugiandosi in Usa nel 1922 ed espulso nel 1950 dal maccartismo; Eric si è trasferito in Italia a 13 anni e ha lavorato 10 anni per “Paese Sera”. Nel 1967 è passato a “Il Messaggero”, in qualità di inviato speciale e capo del servizio esteri, interessandosi ai problemi del Terzo Mondo e del Medio Oriente. A lungo corrispondente da Gerusalemme. Ha pubblicato Guida al Sahara (1974), Fantasmi sul Nilo (1979), Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale (1979), Rossi a Manhattan (2001), Israele, la guerra dalla finestra (2002) Mosé a Timbuctù (2006), Uccideteli tutti (2008), Mossad base Italia (2010), Dante in Cina (2018).

1 COMMENT

  1. Come può un popolo che aveva un Territorio una struttura sociale vivere senza un passaporto. Il passaporto è la prova che le nazioni riconoscono una nazione un territorio e un popolo che lo abita. Se l’ONU non è in grado di garantire questo alla Palestina allora l’ONU si autoscuola.

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