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Nella notte confermato il colpo di Stato in Niger

Africa ExPress
27 luglio 2023

In un breve messaggio trasmesso nella tarda serata dalla TV di Stato del Niger un gruppo di militari ha affermato di aver rovesciato il regime del presidente Mohamed Bazoum, spiegando che la Costituzione è stata sciolta, sospese tutte le istituzioni, tutte le frontiere nazionali sono state chiuse ed è in vigore un coprifuoco su tutto il territorio del Paese dalle 22.00 alle 05.00.

Il messaggio è stato letto dal colonnello maggiore Amadou Abdramane Sandjodi, direttore dell’informazione, delle relazioni pubbliche e dello sport, circondato da altri nove militari in uniforme.

L’annuncio del colpo di Stato e della creazione del Conseil national pour la sauvegarde de la patrie (CNSP) è arrivato nella notte. Due delle dieci personalità presenti nel filmato sono generali. Si tratta del capo delle forze speciali (COS) e del vice capo di Stato maggiore dell’esercito.

Presenti anche rappresentanti di altre branche dell’esercito nigerino, come se i soldati avessero così voluto dimostrare di aver finalmente raggiunto un accordo. Ha comunque sorpreso l’assenza del generale Abdourahmane Tchiani, capo della Guardia presidenziale,

Secondo alcune indiscrezioni, Tchiani potrebbe comunque diventare il capo di CSNP. Ma circola anche il nome di Silifou Mody, ex capo di Stato maggiore delle forze armate nigerine, sollevato da questo incarico dopo un visita ufficiale in Mali. Lo scorso giugno è stato nominato ambasciatore del Niger negli Emirati Arabi Uniti, ma finora non ha mai raggiunto la nuova sede di lavoro.

Africa ExPress
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Tentativo di golpe in Niger: situazione confusa, si rivolta la guardia presidenziale ma l’esercito rimane lealista

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Tentativo di golpe in Niger: situazione confusa, si rivolta la guardia presidenziale ma l’esercito rimane lealista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 luglio 2023

Alle prime ore dell’alba, la guardia presidenziale, guidata dal generale Omar Tchiani, ha tentato un colpo di Stato, bloccando l’accesso alla residenza del capo di Stato del Niger, Mohamed Bazoum.

Mohamed Bazoum, presidente del Niger

A tutt’ora la situazione risulta alquanto confusa. Il leader del Paese sarebbe ancora in mano ai membri della guardia presidenziale dopo il fallimento ieri dei colloqui tra le parti.

Nella capitale la situazione è apparentemente tranquilla, le tensioni di Palazzo non si sono riversate sulla popolazione. La gente cammina per strada e le auto circolano come in una normale giornata feriale.

La CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), ha ammesso il tentativo di golpe e chiesto la liberazione incondizionata e immediata di Bazoum, eletto democraticamente nel 2021.

Condanne e disapprovazione ciò che sta accadendo a Niamey sono giunte anche dall’Unione Europea, dall’Unione Africana, dall’ONU e dalla Francia, che, “Condanna fermamente qualsiasi tentativo di presa del potere con la forza” in Niger, attualmente il suo principale alleato nel Sahel.

In serata, Abdoul Aziz Garba Birimaka, consigliere speciale del presidente per la sicurezza, ha dichiarato all’emittente VOA in lingua francese che una delegazione della CEDEAO è attesa a Niamey. Patrice Talon, presidente del Benin è stato incaricato dal suo omologo nigeriano, Bola Tinubo, capo di turno dell’istituzione regionale, a mediare tra le parti.

Birmaka ha anche specificato che Bazoum e la sua famiglia stanno bene. Il capo di Stato, secondo il consigliere, sarebbe ostaggio dei “malumori” delle proprie guardie, comandate dal generale Abdramane Tchiani.

Il governo del Benin, Paese confinante con il Niger, è particolarmente interessato alla stabilità del Paese per la costruzione dell’oleodotto Zidane-Cotonou, opera finanziata e realizzata da Pechino tramite la West African Oil Pipeline Company-Bénin (WAPCO-BENIN), filiale del gruppo cinese China National Petroleum Company (CNPC).

Abdramane Tchiani, capo della guardia presidenziale

L’ex presidente Mahamadou Issoufou, appena vinte le elezioni nel 2011, aveva conferito l’importante incarico a Tchiani. Poco prima del passaggio del potere tra lui e Bazoum, il 31 marzo 2021, Tchiani aveva sventato un golpe, perpetrato da ufficiali dell’esercito, guadagnando così la fiducia del neo eletto capo di Stato e assicurandosi nuovamente la sua posizione come comandante del prestigioso corpo d’élite.

Secondo quanto riporta RFI, il ministro dell’Interno sarebbe stato arrestato. Ma le truppe speciali nigerine, fedeli al presidente, avrebbero circondato l’edificio della radio e della TV di Stato.

Va ricordato che gli Stati Uniti hanno addestrato militari nigerini per contrastare i terroristi del Sahel.

Anche i soldati italiani del 185° Reggimento Ricognizione e Acquisizione Obiettivi Folgore, nell’ambito della missione MISIN (acronimo per Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger), hanno formato proprio recentemente a Camp Aguelal, Arlit, nella regione di Agadez, forze speciali nigerine.

Si è trattato di un particolare tipo di esercitazione, durato diversi mesi, che mira a formare operatori particolarmente addestrati e qualificati, in grado di tutelare le istituzioni locali e la popolazione civile per contrastare le organizzazioni terroristiche attive sul territorio.

Bazoum è considerato uno dei partner più affidabili per molti Paesi occidentali in una regione instabile, con presidenti anziani aggrappati alla poltrona o giovani ufficiali militari che hanno preso il potere con la forza (Mali, Burkina Faso e Guinea).


L’anno scorso, l’Unione Europea ha promesso un finanziamento di 1,3 miliardi di dollari per diversificare l’economia del Niger dal petrolio. Durante una visita nel Paese a marzo, Antony J. Blinken, segretario di Stato USA, ha annunciato 150 milioni di dollari in assistenza umanitaria al Niger e ai Paesi vicini.

Ulf Laessing, responsabile del programma Sahel della Fondazione Konrad Adenauer, ha visitato il Niger recentemente. Durante una intervista ha sottolineato: “ll Niger è stabile, ha molti amici e denaro in arrivo, ma per la gente di Niamey i prezzi stanno salendo e i benefici non sono ancora chiari”. E ha poi aggiunto: “Bazoum potrebbe dover affrontare il crescente malcontento di parti dell’esercito che non hanno ricevuto finanziamenti dai partner occidentali e quello della gente comune, in particolare a Niamey, a causa del continuo aumento dei prezzi”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Separate con successo due gemelle siamesi in un ospedale di N’Djamena

Africa ExPress
26 luglio 2023

Due gemelline siamesi sono state separate con successo all’0spedale Materno-Infantile di N’Dajamena, la capitale del Ciad. Le due bambine, di soli sei giorni, erano unite nella parte interna dell’addome. E’ la prima volta che un intervento del genere viene effettuato nel Paese.

Hôpital de la Mère et de l’Enfant, N’Djamena, Ciad

Olivier Ngaringuem, uno dei chirurghi che ha partecipato alla delicata operazione venerdì scorso all’Ospedale Materno-Infantile di N’Djamena, ha spiegato che è stato necessario formare diverse equipe, composte da radiologi, anestesisti, pediatri, chirurghi. “Abbiamo dovuto chiamare un secondo anestesista dall’ospedale generale di N’Djamena, perché il nosocomio Materno-Infantile ne dispone di uno solo”.

Durante la fase di separazione delle bambine, le due squadre hanno lavorato insieme, poi ogni team si è occupato del proprio paziente per terminare l’operazione. “Ma il vero nodo gordiano in un tale intervento è l’anestesia”, ha sottolineato Ngaringuem.

Ora le piccole pazienti sono stabili, vengono monitorate costantemente per valutare in tempo reale la somministrazione di analgesici.

“Questo intervento è la prova che anche qui in Ciad siamo in grado di fare qualcosa di speciale”. La maggior parte di noi è stata formata nelle principali scuole africane. Ora che siamo tornati in patria, a volte ci troviamo di fronte a una piattaforma tecnica non molto preparata – ha spiegato il chirurgo – “ma a poco a poco le cose cambieranno”, ha concluso fiducioso Ngaringuem.

Africa ExPress
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Salvati 4 nigeriani, viaggiavano sul timone di una nave cargo diretta in Brasile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 luglio 2023

Nascosti sulla Ken Wave, una nave cargo battente bandiera liberiana, quattro migranti nigeriani sono stati soccorsi nella Baia di Vitoria, Espírito Santo, nel Brasile sud-orientale, dopo giorni e giorni di navigazione, nascosti in un compartimento del timone.

Migranti nigeriani seduti sul timone della Ken Wave, salvati in Brasile

I giovani, seduti in cima al timone, sono stati avvistati dall’equipaggio di una altro natante mentre navigava nelle vicinanze della Ken Wave, nella Baia di Vitoria.

Dalle prime indagini risulta che i quattro si sono imbarcati a Lagos, la capitale commerciale della Nigeria, il 27 giugno scorso e, secondo un funzionario della compagnia marittima, i poveracci si sarebbero nascosti sulla nave senza nemmeno conoscere la destinazione finale.

In base a quanto riferito da Ramon Almeida, capo dell’ufficio immigrazione presso la sovrintendenza della Polizia Federale (PF) di Espiritu Santo ai reporter dell BBC, i giovani clandestini, pur non avendo gravi problemi di salute di base, al momento del loro ritrovamento erano disidratati e affamati, dopo aver terminato le provviste di cibo e acqua da giorni.

I viaggiatori clandestini hanno dichiarato di essere nigeriani, ma non avendo documenti con sé, la loro origine non è stata confermata nell’immediato. Ora, secondo le leggi vigenti in Brasile, la società proprietaria della Ken Wave è legalmente responsabile della loro sistemazione in un hotel in Brasile e del finanziamento del loro ritorno forzato in Nigeria entro 25 giorni, fino all’arrivo dei documenti di viaggio.

La nave cargo Ken Wave, battente bandiera liberiana

Marina Rongo, consulente del programma di rafforzamento dello spazio democratico della ONG Conectas, ha spiegato che, secondo la legge sulla migrazione del 2017, ci sono varie possibilità per impedire il rimpatrio forzato dei quattro giovani.

“Sono stati ritrovati in uno stato precario e di grave vulnerabilità dopo un lungo viaggio a alto rischio. Nel caso ci siano ragioni valide che potrebbero mettere in pericolo la persona, un rimpatrio forzato potrebbe essere evitato, chiedendo asilo nel Paese. La Commissione nazionale per i rifugiati (Conare) dovrà poi analizzare mediante colloqui individuali ogni singolo caso. Procedure lunghe che richiedono mesi, se non anni e finché la Conare non avrà depositato la propria decisione, i richiedenti asilo hanno diritto di restare nel Paese”, ha precisato la Rongo.

Ma c’è anche un’altra opzione: richiedere la residenza permanente in Brasile. Tale domanda viene accordata in caso di impiego, matrimonio o motivo di studio. I richiedenti hanno 120 giorni di tempo per comprovare una di queste condizioni.

Il caso dei quattro nigeriani trovati sulla Kane Wave a Espiritu Santo è un esempio della grave crisi umanitaria e sociale che la Nigeria sta attraversando da anni.

Il Paese è ricchissimo, grazie ai proventi ricavati dal petrolio, ma la ricchezza è in mano a pochissime famiglie. Gli incessanti conflitti che flagellano da anni la ex colonia britannica, i cambiamenti climatici, l’inflazione galoppante e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari hanno creato una situazione allarmante: la povertà avanza in misura esponenziale.

Inoltre, l’accesso al cibo diventa sempre più difficile a causa delle persistenti violenze, perpetrati dai terroristi Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP (acronimo per Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico, ndr) nel Borno, Adamawa e Yobe State. Per non parlare del banditismo armato e dei rapimenti a fini di riscatto che si consumano in altri Stati della Federazione nigeriana, come Katsina, Dokoto, Kaduna, Benue e Niger.

Se aggiungiamo anche i cambiamenti climatici estremi che hanno provocato diffuse inondazioni, distruggendo centinaia di migliaia di ettari di terreno coltivabile, il quadro della situazione è davvero drammatico. Con la crescente diminuzione dei raccolti, aumenta il rischio insicurezza alimentare per le famiglie in tutto il Paese.

Nel 2022, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 37,7 per cento, ma secondo KPMG, società multinazionale di consulenza, entro la fine di quest’anno potrebbe superare il 40 per cento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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Arrestato governatore della Banca Centrale in Nigeria: è accusato di aver sabotato l’elezione del presidente

Rifiuti riciclabili in cambio della retta scolastica, così a Lagos i bambini poveri possono frequentare le lezioni

 

 

Quando Jane Birkin fece sognare Gaza

Speciale per Africa ExPress
Luisa Espanet
24 luglio 2023

Dire che la dote vincente di Jane Birkin sia stata l’understanding, può sembrare un giudizio curioso, certamente riduttivo. Eppure ha un suo perché.

Jane Birkin, Gaza

Per Birkin l’understanding è stato molto più di un atteggiamento formale, era la sua impronta dominante, il suo stile di vita. Ed è anche per questo che, dopo decenni di silenzio, la sua morte ha colpito davvero.

Solo ora si scoprono aspetti ed episodi della sua vita, che non si immaginavano o a cui non era stata data importanza. Della esile ragazza inglese si aveva solo dei flash dello strano balletto a seno nudo e collant colorato di Blow up. Tutti ricordavano lo scandalo della sua voce in alternanza a quella di Serge Gainsbourg in un amplesso dal vivo.

Ma c’era ben altro nella sua vita, anche se era opinione di tutti che per Je t’aime moi non plus, tra l’altro dedicata a Brigitte Bardot, fosse stata solo una spalla del carismatico partner.

Sfuggiva ai più che è stata una grande cantante e non solo. Un’interprete raffinata e profonda con precisi messaggi da lanciare.

Nel dicembre 2003 quando nessun artista avrebbe mai dato uno spettacolo a Gaza, lei con i suoi quattro musicisti si esibì di fronte a centinaia di spettatori nel Centre Culturel Shawa.

Jane Birkin con monaci buddisti

Nel 2008 compose una canzone “in forma di appello, dedicata ad Aung San Suu Kyi, ai monaci, agli studenti, ai bambini al popolo della Birmania”.

Solo qualche esempio del ritratto di un’artista convincente e impegnata, e di una donna che era riuscita a sdoganare il seno piatto, in un periodo in cui solo le maggiorate rappresentavano il sex appeal e la femminilità.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
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Italia vuole accordi di cooperazione con la dittatura di Asmara

Africa ExPress
23 luglio 2023

Guerra ai migranti anche a costo di aiutare chi nega i diritti umani e si distingue per sanguinarie repressioni. Così Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio dei ministri e responsabili degli Esteri e della Cooperazione internazionale, ha ricevuto il 19 luglio scorso una delegazione del governo eritreo. Tra loro il suo omologo, Osman Saleh, e Yemane Gebrehab, numero due del regime. Nel 2016 Yemane e l’allora ambasciatore eritreo accreditato a Roma, Petros Fessazion, erano stati aggrediti all’uscita di un ristorante gestito da un loro connazionale nella capitale.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, a destra e il suo omologo eritreo, Osman Saleh

Questa volta, per fortuna, nessun inconveniente per i due alti funzionari della dittatura. E, secondo, come si legge nel post sull’account twitter di Yemane G. Meskel, ministro per la Comunicazione eritreo, “I colloqui con il capo della diplomazia italiana sono stati cordiali e produttivi.  Le due parti hanno discusso di rafforzare la cooperazione bilaterale in vari settori prioritari, tra questi, istruzione, sanità, energia, agricoltura, produzione, infrastrutture, commercio e investimenti. Inoltre è stato concordato di cooperare per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo nel Corno d’Africa”.

Finora non sono trapelati dettagli su nuovi eventuali investimenti del governo italiano nel Paese. Va comunque ricordato, che malgrado gli “stretti legami storici e culturali” menzionati sull’account della Farnesina, nel settembre 2020 la dittatura eritrea non ha esitato a mettere temporaneamente i sigilli sulla scuola italiana di Asmara, istituita nel 1903. A tutt’oggi l’istituto non è stato riaperto.

L’attenzione sulla situazione dei diritti umani in Eritrea resta sempre molto alta. E, la giordana Nada Al-Nashif, vice Alto commissario di OCHA (Ufficio per i Diritti umani dell’ONU), ha sottolineato lo scorso marzo, in occasione della 52esima sessione del Consiglio, tenutasi al Palazzo delle Nazioni, Ginevra, che le gravi violazioni delle libertà fondamentali delle persone in Eritrea continuano e non mostrano alcun segno di miglioramento.

Ginevra, Palazzo dell’ONU, sede dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

La signora Al-Nashif ha poi precisato che il suo ufficio continua a ricevere rapporti credibili su torture, detenzioni arbitrarie, condizioni di prigionia disumane, sparizioni forzate, limitazioni dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica.

Insomma l’Eritrea, nella scala dei regimi maggiormente repressivi, vanta il primo posto, a pari merito con la Corea del Nord.

E, secondo l’ufficio dell’Alto Commissario Volker Türk, migliaia di prigionieri politici e di coscienza continuano restare dietro le sbarre ormai da decenni. E non cessano nemmeno le vessazioni e gli arresti arbitrari nei confronti di chi professa una fede non in linea con il regime.

Nulla di nuovo anche per quanto concerne il servizio militare/civile indeterminato, che si è addirittura intensificato con il conflitto in Tigray, la regione settentrionale della confinante Etiopia. I coscritti continuano a essere arruolati per un periodo di servizio illimitato, oltre i 18 mesi previsti dalla legge. Spesso i giovani sono soggetti al lavoro forzato, vengono torturati e/o subiscono violenze sessuali. Chi tenta di disertare rischia pene gravissime.

Laetitia Bader, vicedirettore per l’Africa di Human Rights Watch, ha poi evidenziato in un rapporto del febbraio scorso, che durante la guerra in Tigray, per incrementare le proprie truppe il governo eritreo ha espulso dalle proprie case anziani e donne con bambini piccoli, parenti di giovani che non si sono presentati all’appello per l’arruolamento obbligatorio. Le autorità volevano scovare coloro che considera disertori.

Proprio per sottrarsi al servizio militare, molti giovani continuano a fuggire dal proprio Paese.  E, secondo quanto riporta l’UNHCR, il trend sarebbe addirittura in leggero aumento. Secondo gli ultimi dati, nel 2022 i fuggitivi sarebbero oltre 160.000, tra questi 130.000 si sarebbero rifugiati in Etiopia e Sudan, Paese dove da metà aprile si sta consumando un sanguinario conflitto.

Recentemente sono stati segnalati rimpatri forzati di richiedenti asilo eritrei da parte di alcuni Paesi, il che espone le persone a gravi violazioni dei diritti umani nel Paese, ha fatto sapere Al-Nashif, esortando i governi a porre fine a tali crudeli pratiche di rimpatrio.

E’ davvero allarmante notare che tutte le violazioni dei diritti umani vengono commesse in un contesto di totale impunità.

Dall’altro canto va ricordato che, in base all’Accordo siglato a Pretoria, Sudafrica, nel novembre 2022, tra rappresentanti del governo di Addis Abeba e i combattenti del Tigray, alle truppe di Isaias Aferwerki è stato ordinato di lasciare immediatamente la regione a nord del Paese, al confine con l’Eritrea. Il ritiro non ha rispettato la tempistica richiesta, anzi, resta a tutt’oggi incompleto.

La speranza è che l’Italia non firmi protocolli di intesa, magari destinati restare segreti, con cui il nostro Paese si impegna a rimpatriare i migranti eritrei nel loro Paese. Questi poveracci andrebbero incontro alla vendetta del regime, che li considera traditori, con conseguente carcere duro, torture, stupri e violenze di ogni genere. Una politica che potrebbe essere considerata crimine contro l’umanità. Non ci dovremmo poi meravigliare se qualcuno decidesse di sporgere denuncia alla Corte Penale Internazionale dell’Aia contro il governo italiano.

Africa ExPress
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Eritrea: chiusa la scuola italiana di Asmara Arruolamenti forzati nonostante il virus

Disperato appello di un sudafricano ostaggio dei jihadisti in Mali dal 2017

Africa ExPress
21 luglio 2022

In un breve video, molto simile a quello già diffuso a maggio, il sudafricano Gert Jacobus van Deventer, chiamato Gerco, in mano ai terroristi in Mali, lancia un nuovo appello per essere liberato.

Gert Jacobus van Deventer, rapito in Libia nel 2017, poi venduto ai jihadisti del Mali

Gerco, un infermiere 47enne, è stato rapito il 3 novembre 2017 in Libia. In seguito, come lui stesso ha raccontato, è stato venduto ai jihadisti e trasferito nel nord del Mali.

Da allora è in mano ai terroristi  di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM). Gerco è stato anche compagno di prigionia del giornalista francese Olivier Dubois, rapito a Gao (Mali) nel maggio 2021 e liberato lo scorso marzo insieme all’operatore umanitario statunitense Jeff Woodke, sparito nel nulla in Niger nel 2016. Subito dopo essere stato rilasciato, ha subito parlato del suo compagno di cella e della sua agghiacciante storia.

Nel filmato, diffuso lo scorso 17 luglio, l’ostaggio sudafricano indossa la stessa tunica come nel video messo in circolazione a maggio. Anche il messaggio è simile al precedente: van Deventer chiede un aiuto che possa portare alla sua liberazione.

Mentre in una lettera, indirizzata all’ambasciatore di Pretoria accreditato a Bamako, spiega che è stato gravemente ferito a un braccio durante la sua lunga prigionia e chiede di ricevere notizie della sua famiglia e di ascoltare le voci di chi gli è accanto attraverso la sua piccola radio portatile.

Il giorno prima della diffusione del video, l’ONG sudafricana Gift of the Givers, che sta occupando del caso, incaricata dalla famiglia di Gerco, ha diffuso un comunicato stampa circa un “ultimo tentativo” per il suo rilascio. Una negoziazione in tal senso si sarebbe svolta recentemente in Mali.

La famiglia non ha mai perso le speranze di poter riabbracciare il suo congiunto, pur ammettendo che dopo tanti anni di detenzione deve lottare anche contro l’oblio.

Va ricordato che in mano ai terroristi si trovano ancora anche tre italiani testimoni Geova: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e il loro autista, un cittadino togolese. Sono stati rapiti nel maggio dello scorso anno da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Paese.

Anche del reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito nel novembre dello scorso anno nella capitale del Mali, Bamako, non si sa più nulla, stesso discorso per quanto concerne il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, portato via con la forza da uomini armati mentre si trovava in una miniera in Burkina Faso nel 2015.

Africa ExPress
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Accordo con l’ISIS del Sahel: Bamako libera alcuni terroristi

I misteriosi motivi dietro la liberazione del giornalista francese e dell’operatore umanitario americano in Niger

Cosa è successo davvero con Wagner in Africa?

Angus Shaw*
Harare, 28 giugno 2023

Gli attenti osservatori di cose russe sono confusi. Cosa è successo davvero con Wagner?

Vladimir Vladimirovich Putin, figlio di un Vladimir, ha dovuto ammettere di aver pagato Yevgeny Victorovich Prigozhin, figlio di un Victor, per aver sempre fatto trucchi sporchi per lo Stato russo.

Il terribile Alexander Grigoryvich Lukashenko, figlio di un certo Grigory, sostiene di aver dato rifugio al leader mercenario in Bielorussia per evitare che Putin lo uccidesse. Il capo dei Wagner afferma di non aver mai avuto l’intenzione di rovesciare Putin e ucciderlo. L’alleanza occidentale sostiene che il tentativo di colpo di Stato, l’ammutinamento o qualsiasi altra cosa sia stata, ha reso Putin ancora più pericoloso. O forse no?

Tutto chiaro come il fango. Lo Zimbabwe è rimasto insolitamente silenzioso riguardo alle ultime baggianate messe in giro. Lukashenko è stato in visita di Stato qui all’inizio dell’anno, promettendoci trattori e attrezzature agricole, e se n’è andato con un leone africano imbalsamato da un tassidermista come regalo simbolico della nostra amicizia leonina che risale ai tempi dell’Unione Sovietica.

Zimbabwe: Il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko ricevo in dono un leone imbalsamato

Non c’è stata la nostra consueta propaganda locale che ha parlato dei nostri amici di lingua russa che combattono contro il neo-imperialismo capitalista del complesso militare-industriale dell’Occidente, che spenderebbe i suoi guadagni illeciti in Ucraina e farebbe ancora più soldi sfornando nuove armi per gli ucraini.

Tutti i Paesi dell’alleanza NATO stanno spendendo molto tempo e denaro per l’Ucraina. In un’intervista televisiva, a David Owen, ex segretario agli Esteri britannico durante la lotta di liberazione dello Zimbabwe e ora considerato un anziano statista, è stato chiesto perché l’Occidente non abbia risparmiato tutti questi soldi e sforzi facendo semplicemente assassinare Putin.

“Non facciamo più questo genere di cose”, ha detto Owen. Sono finiti i tempi in cui ci si sbarazzava di persone come il cileno Salvador Allende. E in effetti, l’ultima figura nella loro sfera d’influenza che i britannici hanno pensato di “far fuori” è stato Idi Amin in Uganda.

Invece hanno scelto di sostenere materialmente l’invasione di rappresaglia dell’esercito tanzaniano in Uganda, che ha rovesciato Amin dopo che questi aveva invaso il nord della Tanzania. .

Quando i britannici hanno ripetutamente fallito nel negoziare pacificamente una soluzione al conflitto dello Zimbabwe, è stato lasciato a russi e cinesi il compito di addestrare e sostenere i nostri combattenti per la liberazione, in modo da sostenere i propri interessi “geopolitici” durante la Guerra Fredda.

Erano il cosiddetto mondo progressista che cercava l’uguaglianza e la giustizia per tutti gli oppressi. Ma sappiamo che i russi e i cinesi non amano molto i neri e non li hanno mai amati. Anche il loro curriculum in materia di diritti umani non regge a un attento esame.

Le testimonianze del loro disprezzo per gli africani sono numerose. Il campus universitario dove gli studenti neri studiavano a Mosca era conosciuto localmente come “Parco dello zoo”.

Un ex guerrigliero racconta come sono stati trattati lui e i suoi compagni quando sono arrivati a Mosca per l’addestramento militare nel cuore dell’inverno russo. Viaggiarono a bordo dell’Aeroflot. Si erano imbarcati dall’afoso Zambia vestiti con magliette e jeans di cotone logori.

Gli ufficiali russi che li hanno accolti, indossavano quei loro caratteristici colbacchi che avvolgono le orecchie ed enormi cappotti di pelliccia. Hanno fatto marciare le reclute attraverso ghiaccio e neve fino alle caviglie. Li hanno così condotti agli autobus in attesa.

I ragazzi tremavano come se avessero delle crisi epilettiche e i loro denti battevano e sferragliavano a temperature sotto lo zero, senza che venisse lanciata loro nemmeno una coperta. “Pensavo che l’inferno fosse caldo”, ha raccontato più tardi uno degli ragazzi africani compagno d’addestramento del nostro combattente Eldon.

La Cina non era molto meglio. Gli africani erano segregati dai cinesi comuni e i loro istruttori “ci trattavano come cani”, aveva raccontato uno di loro in una lettera a casa.

Quando Robert Mugabe fece il suo primo viaggio in Cina dopo che lo Zimbabwe aveva finalmente conquistato l’indipendenza, un collega andò con lui nel gruppo di giornalisti neri. All’arrivo, a ciascuno dei giornalisti fu assegnato un badante-traduttore cinese. Quello assegnato a Elton ha chiesto: “Posso toccare i tuoi capelli? Voglio vedere se sono fatti di filo” Al nastro dei bagagli il badante si era informato: “Dove sono i tuoi tamburi?” Cosa vuoi dire?, aveva risposto Elton. “Non è così che comunicate tra di voi in Africa?”

Minatore in una miniera di rame, gestita da cinesi in Africa

Le cose sono cambiate nel villaggio globale di oggi, ma il risentimento rimane. Russi e cinesi ci stanno fregando in ogni aspetto dei loro investimenti nell’industria mineraria, nell’agricoltura, nell’edilizia, e così via. È risaputo che i datori di lavoro cinesi trattano i lavoratori neri come i colonialisti di un tempo.

Un recente articolo apparso sulla stampa locale racconta che un uomo d’affari cinese ha distrutto tutte le tazze di tè del suo ufficio in preda alla rabbia dopo che un lavoratore aveva bevuto da una di queste. Altri si sono visti rubare i cani da compagnia e se li sono trovati belli e cucinati sulle tavole dei cinesi. Anche le rane toro gracidanti catturate in un lussureggiante campo da golf erano considerate una prelibatezza nel loro menu.

Mnangagwa e Lukashenko ad Harare

Altri hanno guidato bande di bracconieri tra i poveri del luogo, che sono stati pagati pochi spiccioli il cambio delle loro preziosissime prede: elefanti per l’avorio, rinoceronti per il corno e pangolini, i nostri squamosi formichieri, per le loro presunte proprietà medicinali e afrodisiache nella medicina tradizionale orientale.

Un piccolo oligarca russo ha comprato una splendida casa dove trascorre più tempo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Una soluzione nel caso in cui, poiché è giovane, venisse chiamato a prestare servizio in Ucraina e non riuscisse a pagarsi la fuga. Questo signore non si mescola molto con i locali, ma trova gli zimbabwesi malleabili e non disdegna di accettare tangenti per favorire i suoi piani di acquisto, talvolta illegale, a basso costo di proprietà. Vuole costruire un casinò e piazzare un piccolo superyacht sul maestoso lago Kariba.

Dice di non sapere molto dei Wagner, ma ha sentito che sono stati in ricognizione nel nord del Mozambico, dove i jihadisti devono essere eliminati. Il violento esercito mercenario, composto da molti ex detenuti, assassini e stupratori graziati da Putin, ha finora compiuto la maggior parte dei saccheggi e delle uccisioni africane in Mali, nella Repubblica Centrafricana e in altre zone molto più a nord di noi.

Il mio oligarca junior spera che Putin non li bandisca di nuovo in Africa, magari per sconvolgere lo status quo corrotto dello Zimbabwe e gli agi di cui gode.

Il presidente dello Zimbabwe “ED” Mnangagwa e la nostra solidarietà a Lukashenko. Qui non c’è traccia del leone impagliato.

Angus Shaw*

L’articolo originale in inglese lo trovate qui
https://www.angus-shaw.com/what-really-went-on-with-wagner/

*Angus Shaw nato 1949 da coloni scozzesi nella Rhodesia, ad Harare, quando si chiamava Salisbury, ha ottenuto risultati accademici modesti e, rimasto orfano in tenera età, è andato a scuola in Inghilterra ma non ha proseguito gli studi avendo bisogno di lavoro e di reddito.
Viaggiando in autostop in Europa come studente dell’Africa meridionale, ha sentito per la prima volta l’odore dei gas lacrimogeni durante la rivolta studentesca del 1968 a Parigi, la prima di molte altre esperienze come reporter in Africa nei 50 anni successivi.
E’ entrato a far parte del Rhodesia Herald nel 1972. Nel 1975 è stato arruolato nelle forze di sicurezza rhodesiane, ma ha disertato per fare un reportage sugli esuli nazionalisti a Lusaka e Dar es Salaam.
In questo periodo ha coperto una dozzina di Paesi africani, principalmente per l’agenzia di stampa statunitense Associated Press dal 1987 fino alla pensione. Nel febbraio 2005 è stato incarcerato per aver fatto un reportage su Robert Mugabe durante il declino dello Zimbabwe. È autore di tre libri: The Rise and Fall of Idi Amin, 1979, Kandaya, 1993, una cronaca del servizio di leva nella guerra per l’indipendenza dello Zimbabwe e Mutoko Madness, 2013, un memoire africano.
È stato insignito del prestigioso premio Gramlin per la stampa statunitense. Angus Shaw vive ad Harare.

I 100 anni Henry Kissinger e le sue “imprese” in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e in tutta l’Africa

Riprendono a Gedda i colloqui tra le fazioni sudanesi e la Corte Penale Internazionale indaga per crimini in Darfur

Cornelia I. Toelgyes
19 luglio 2023

I rappresentanti del governo sudanese sono arrivati sabato a Gedda, in Arabia Saudita, per riprendere i colloqui con i paramilitari Rapid Support Forces (RSF). I precedenti dialoghi, fortemente voluti da Washington e Riyad, erano stati interrotti all’inizio di giugno. A tutt’oggi, però non sono stati rilasciati dichiarazioni o dettagli sulle annunciate riunioni tra le parti.

Sudan, nuovi scontri a Omdurman e Bahri

Da giovedì scorso anche l’Egitto sta tentando una mediazione tra le due parti, in conflitto dallo scorso 15 aprile. Sia il governo militare di transizione di Khartoum, sia i loro nemici dell’RSF hanno accolto positivamente l’iniziativa del Cairo, visto che entrambi i generali – Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo delle forze armate e presidente del Sudan, e Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle RSF – hanno buone relazioni con il leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

La guerra civile in Sudan, iniziata il 15 aprile scorso, continua a mietere vittime senza sosta. Nuovi scontri sono stati segnalati durante questo fine settimana a Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo e a Bahri, a poca distanza dalla capitale.

Le autorità di Khartoum hanno accusato le RSF di aver colpito con droni un ospedale a Omdurman, il Medical Corps Hospital. L’attacco avrebbe ucciso almeno cinque persone.

Pochi giorni fa è stata stata scoperta anche una fossa comune con almeno 87 salme nel Darfur occidentale. In base a quanto riferito dall’ONU, nella tomba ci sarebbero anche i corpi di diversi Masalit (popolazione locale non araba la cui lingua utilizza caratteri latini, ndr), fatto che indica chiaramente che nell’area si sono svolti combattimenti a sfondo etnico.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato proprio giovedì di avere informazioni credibili sulla responsabilità delle RSF e in un comunicato l’agenzia ha specificato che tra il 20 e il 21 giugno la gente è stata costretta a seppellire i corpi vicino alla città di Geneina. Anche diverse organizzazioni non governative hanno denunciato attacchi da parte dell’RSF e delle milizie arabe contro i Masalit, della regione.

E così i paramilitari golpisti della Rapid Support Forces sono tornati alla loro vecchia principale occupazione: la pulizia etnica. In Darfur, dove sono nati, sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, in questi mesi di guerra hanno ripreso ad attaccare i villaggi delle etnie africane.

Ovviamente le RSF hanno negato qualsiasi coinvolgimento, definendo gli scontri in Darfur come un conflitto tribale. Ma molti temono che si possa verificare quanto accaduto tra il 2003-2005. Allora, durante il sanguinario conflitto nella regione sono state uccise oltre 300.000 persone e altre 2.5 milioni hanno dovuto fuggire abbandonando le loro case.

Indicibili le violenze subite dalla popolazione. I janjaweed, “diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione) bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

CPI ha aperto fascicolo sulle violenze in Darfur

La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini dopo segnalazioni di esecuzioni sommarie, incendi di case e mercati e saccheggi a Geneina, nonché uccisioni e trasferimenti forzati di civili nel Darfur settentrionale e in altre località della regione. Inoltre, la CPI sta esaminando le accuse di crimini sessuali e di genere, stupri di massa e presunte segnalazioni di violenze contro minori.

Nei tre mesi di guerra in Sudan sono morte almeno 3.000 persone, ma probabilmente sono molte di più. Inoltre, secondo gli esperti, oltre tre milioni hanno lasciato le proprie casa. Molti sudanesi cercano protezione nei Paesi limitrofi, come il vicino Ciad, dove a Adré, città al confine con il Sudan, ogni giorno arrivano fino a 2.000 rifugiati dal vicino Darfur.

I fuggiaschi, una volta al sicuro, hanno raccontato storie agghiaccianti. “Vogliono sterminarci, hanno massacrato senza pietà donne, bambini, vecchi e persino il nostro bestiame. Nessuno è stato risparmiato”, ha detto una donna ai reporter di RFI. “Ci hanno inseguito fino al confine e la strada è disseminata di cadaveri”, ha poi aggiunto la signora, che ora vive con altri 120.000 persone in un liceo di Adré, trasformato in un campo per profughi improvvisato. La rifugiata sudanese ha poi sostenuto: “E’ tutto opera degli uomini di Hemetti e delle milizie arabe, i loro alleati”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

ATTENZIONE I VIDEO DI QUESTO ARTICOLO CONTENGONO IMMAGINI CHE POTREBBERO URTARE LA SENSIBILITÀ DI PERSONE IMPRESSIONABILI. SE PENSATE DI ESSERE EMOTIVI NON APRITE IL TERZO E IL QUARTO VIDEO 

Africa ExPress
16 luglio 2023

Alla fine dell’anno scorso è apparso su Twitter il cadavere di un uomo bianco, in tuta mimetica, ma senza i distintivi dei contractor di Mosca sull’uniforme. In seguito alla pubblicazione dell’immagine, TAZ (Tagesanzeiger, quotidiano tedesco edito a Berlino) ha pubblicato un lungo reportage sulla situazione nell’est del Congo-K, flagellata da oltre 30 anni da continui attacchi di oltre 100 gruppi armati.

I reporter di TAZ hanno approfondito la questione e hanno contattato persino i miliziani del M23, che avevano messo in rete la foto del militare morto.

Secondo i capi dell’M23, l’uomo sarebbe stato ucciso durante i combattimenti nel villaggio di Karenga, a nord di Goma, capoluogo del Nord-Kivu. I ribelli sostengono che durante gli scontri sono morti altri quattro mercenari bianchi ma non hanno potuto fornire alcuna prova a TAZ.

Rapporto ONU

Dal 2022 nel teatro di guerra del Congo-K orientale sono tornati attivi anche i miliziani M23 (Movimento 23 marzo), a predominanza tutsi. Gli esperti dell’ONU, che indagano sulla situazione nella regione, dopo oltre un anno di investigazioni e rapporti, il 19 giugno hanno presentato al Consiglio di sicurezza il risultato finale del loro lavoro. Nel documento rivelano di aver raccolto ulteriori prove del coinvolgimento dell’esercito ruandese nella guerra nel Nord Kivu. Kigali continua a respingere le accuse.

Da tempo si vocifera della presenza di mercenari russi del gruppo Wagner nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Le voci sono arrivate anche alla nostra redazione, ma dopo accurate ricerche non abbiamo trovato alcuna traccia di loro.

E quindi l’uomo che giace per terra nella foto chi è? Un mercenario, ma da dove viene? Solo pochi mesi fa il presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, aveva dichiarato in una intervista al Financial Times che il suo Paese non aveva bisogno di soldati di ventura, anche se ora vanno di moda. E aveva aggiunto: “Non saprei nemmeno dove trovarli, il mio Paese utilizza le proprie forze armate per sconfiggere i ribelli”.

Sotto Natale

Intanto però, pochi giorni prima di Natale, il 22 dicembre 2022, sempre secondo le ricerche di TAZ, all’aeroporto di Goma è sbarcato un folto gruppo di uomini bianchi, forse un centinaio. Sono stati sistemati subito al Hôtel Mbiza, situato al centro del capoluogo e non lontano dall’aeroporto. L’albergo è pieno di bianchi in divisa mimetica. Lo ha riferito un giornalista del luogo a TAZ, precisando che le uniformi non hanno nessun distintivo di appartenenza o di nazionalità. I più parlano perfettamente il francese.

 

Un impiegato dell’immigrazione dell’aeroporto ha confermato ai reporter del quotidiano tedesco l’arrivo dell’aereo noleggiato dalla compagnia rumena Hello Jets, e di aver messo i timbri di ingresso sui passaporti rumeni.

L’albergo, che quindi è il quartier generale dei bianchi, è sorvegliato da vicino dai soldati della Guardia Repubblicana Congolese; unità speciali delle FARDC (forze armate congolesi) entrano ed escono dall’edificio.

Legione straniera

Tra i nuovi arrivati spicca anche un nome ben conosciuto negli ambienti paramilitari: Horatiu Potra. Una foto lo mostra il 2 gennaio con due militari congolesi a Goma. Potra è un mercenario rumeno che ha fatto parte della Legione straniera francese negli anni Novanta. E’ stato anche la guardia del corpo principale dell’emiro del Qatar alla fine degli anni ’90 e ha prestato servizio nella Repubblica Centrafricana sotto l’ex presidente Ange-Félix Patassé.

Horatiu Potra con due militari delle forze armate congolesi a Goma, nell’est del Paese

Il capo mercenario, il cui nome di battaglia è Tenente Henry, ha già avuto rapporti con l’ex leader ribelle Jean-Pierre Bemba nel 2002, prima di tornare nel 2016 nella Repubblica Centrafricana, per addestrare le guardie del corpo dell’attuale presidente Touadéra. Pare che Tenente Henry fosse anche nella lista paga di Wagner in passato, ma non è stato possibile trovare conferme in tal senso.

La sede in Transilvania

Potra è l’amministratore delegato della società mercenaria rumena Associata RALF, con sede a Sibiu in Transilvania. Nel suo sito web l’azienda dichiara di addestrare guardie del corpo per i VIP, di proteggere “aree sensibili” come le miniere in Africa e di addestrare forze speciali.

Questo articolo è stato aggiornato il 13 giugno 2025 alle 18,11, dopo che un nostro lettore rumeno ci ha segnalato questo video girato a casa di Horatius Potra dove è stato trovato quest’arsenale. Secondo il nostro lettore, che ringraziamo, Potra è stato arrestato e poi liberato dopo meno di 24 ore nonostante la santabarbara individuata dalla polizia. In rete, su YouTube ci sono stati segnalati diversi video che riguardano Horatius Potra, persona ben conosciuta in Romania

 

 

Fa esplicito riferimento al suo codice, che è tratto da quello della Legione straniera francese. La Associata RALF e il suo amministratore delegato Potra non hanno risposto alle questioni poste da TAZ.

Lo scorso anno il governo di Kinshasa ha rafforzato i legami con Mosca, che, al Consiglio di sicurezza dell’ONU (la Russia è uno dei cinque membri permanenti insieme a Cina, USA, Francia e Gran Bretagna), ha appoggiato l’allentamento sull’embargo delle armi al Congo-K.

Mosca ha promesso aiuti militari

La risoluzione 2667 del 20 dicembre 2022, esenta il governo congolese dal chiedere all’ONU l’autorizzazione per acquistare armi o ricevere   assistenza, consulenza e addestramento relativi ad attività militari nel Paese. E, guarda caso, solo due giorni dopo, il 22 dicembre 2022, sono arrivati i rumeni a Goma.

Mentre nell’agosto scorso, a margine della decima conferenza sulla Sicurezza Internazionale che si è tenuta a Mosca, il ministro della Difesa di Kinshasa, Gilbert Kabanda, si è intrattenuto con il suo omologo russo, Alexander Fomin. In tale occasione Fomin ha parlato della possibilità della fornitura di equipaggiamento militare moderno.

Ingegneri e tecnici

Ma da tempo nel Paese è presente un gruppo di bulgari: sembra siano una quarantina. Questa volta si tratta di tecnici, per lo più ingegneri e operai specializzati della società Agemira, con sede a Sofia, che ha aperto una filiale a Kinshasa. Agemira è incaricata della manutenzione di elicotteri e jet da combattimento in dotazione all’esercito del Congo.

Dislocati all’aeroporto di Goma, hanno il compito di effettuare interventi di riparazione e manutenzione sui velivoli (per lo più di fabbricazione sovietica) dell’aeronautica militare. Non sono soltanto bulgari, ma anche georgiani e bielorussi. Tutti conoscono bene gli aerei di fabbricati nell’Europa Orientale. Parecchi piloti dell’aeronautica militare congolese sono inoltre georgiani.

Hotel e palazzi

Un intreccio complesso di interessi. Africa ExPress ha accertato che gli uomini provenienti da Paesi dell’Europa dell’Est, sono ora apparentemente alloggiati con i rumeni negli alberghi Mbiza, Eau Bénite, Joie Folle che sono stati di fatto requisiti. Ma non solo hotel: anche alcuni palazzi costruiti di recente sono stati occupati dai paramilitari.

Sbarramenti e sacchi di sabbia

Sono protetti da sbarramenti e sacchi di sabbia e nessun estraneo può entrare. I mercenari bianchi viaggiano su mezzi con le targhe governative. Secondo voci raccolte a Goma sarebbero pagati 2000 dollari americani al giorno, ma probabilmente è la compagnia che raccoglie quel denaro. Insomma la compagnia che li impiega si comporta come se fosse una società di lavoro interinale.

Secondo quanto riportato dalla newsletter specializzata Africa Intelligence, e citata da TAZ, il cliente di Potra non sarebbe il Ministero della Difesa del Congo, bensì la società Congo Protection, di proprietà dell’uomo d’affari Bijou Eliya e del deputato Patrick Bologna, fondatore e presidente del piccolo partito ACO (Avenir du Congo).

Il ministro della Comunicazione e dei Media e portavoce del governo, Patrick Muyaya, ha messo a tacere sul nascere le insinuazioni di alcune fonti, che sostengono che i bianchi arrivati recentemente in Congo-K siano contractor del gruppo russo Wagner.

Istruttori stranieri

Il ministro sostiene che il Paese ha il sacrosanto diritto di organizzare la propria difesa. E aggiunge: “Abbiamo una flotta di aerei Sukhoi (di fabbricazione russa). Non abbiamo la manodopera congolese per la manutenzione. Così, quando abbiamo bisogno di personale per la formazione dei nostri soldati, ci rivolgiamo alla Legione Straniera dell’esercito francese, per esempio. Ma non vengono qui per fare la guerra.

Reagan Miviri, ricercatore del Groupe d’étude sur le Congo (GEC), sostiene che “Ci sono effettivamente istruttori stranieri, in particolare a Goma, che starebbero addestrando le forze congolesi. Soprattutto per quanto riguarda forze aeree, in particolare i piloti di aerei da guerra. Stiamo parlando della Romania e di molti altri Paesi dell’Europa orientale. Parte dell’equipaggiamento militare congolese proviene da Paesi dell’ex blocco sovietico”.

Africa ExPress è venuto in possesso di alcuni video pubblicati qua su e che parlano da soli.

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