Speciale per Africa ExPress Federica Iezzi
16 ottobre 2023
Sei mesi di duri combattimenti tra le l’esercito sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), in Sudan, sono scivolati dalla porta posteriore, come ogni conflitto dimenticato.
Photo credit – Médecins Sans Frontières
I numeri non sono rassicuranti. Il Ministero della Sanità sudanese riferisce che almeno 7.000 persone sono state uccise e migliaia sono i feriti, mentre Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari umanitari dell’ONU, valuta il numero dei morti oltre 9.000.
Oltre 3 milioni di sfollati interni si sono riversati negli stati di River Nile, South Darfur, East Darfur, Al-Jazirah, North Darfur. Secondo i dati dell’UNHCR, circa 1,1 milioni di persone hanno attraversato il confine con Repubblica Centrafricana, Chad, Egitto, Etiopia e Sud Sudan, unendosi a comunità già vulnerabili.
Secondo quanto dichiarato da UNICEF e Save the Children, circa 19 milioni di bambini non vanno più a scuola a causa del conflitto, con almeno 10.400 scuole chiuse nelle aree maggiormente colpite.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accertato 58 attacchi al sistema sanitario nazionale. L’interruzione totale o parziale dei servizi sanitari continua ad avere un impatto devastante sulla sopravvivenza sia alle patologie acute sia a quelle croniche. Oltre il 70 per cento delle strutture sanitarie negli Stati, pesantemente colpiti dal conflitto, non sono funzionanti, il che si traduce in un accesso estremamente limitato, e talvolta inesistente, all’assistenza sanitaria primaria per milioni di persone.
Accanto a epidemie di morbillo, malaria e febbre dengue, almeno 800 casi sospetti di colera, inclusi 35 decessi, sono stati segnalati negli stati di Gedaref, Sud Kordofan e Khartoum.
Secondo le valutazioni del World Food Programme (WFP) oltre 6 milioni di persone sono sull’orlo della carestia e più di 20 milioni, il 42 per cento della popolazione, si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare. 4,6 milioni di bambini e donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione acuta.
Oltre al conflitto, l’aumento dei prezzi di cibo e carburante, la crisi economica pre-esistente, gli sfollamenti prolungati, gli scarsi raccolti e i gravi cambiamenti climatici, come inondazioni e siccità, alimentano l’insicurezza alimentare. L’inflazione continua a ridurre il potere d’acquisto delle famiglie, rendendo le persone incapaci di soddisfare i propri bisogni di base. Circa l’85 per cento delle famiglie sudanesi spende più del 65 per cento del proprio reddito totale in cibo. Gli Stati che si prevede vedranno i più alti livelli di insicurezza alimentare nei prossimi tre-sei mesi sono Darfur, Kordofan e Khartoum.
In #Sudan, 20 million people face acute hunger. Over 6 million are just one step away from famine.
Here's 5️⃣ ways the conflict is driving up hunger.
L’intensificarsi delle ostilità, la crescente insicurezza e la mancanza di impegno da parte delle parti in conflitto continua ad ostacolare l’accesso umanitario e la consegna trasversale di aiuti in aree difficili da raggiungere come Khartoum, Darfur e Kordofan.
In particolare, nella regione occidentale del Darfur, teatro di una campagna genocida nei primi anni 2000, il conflitto si è trasformato in violenza etnica, alimentando un ciclo dalle medesime modalità del passato, con i feroci scontri delle RSF, che erano doti come janjaweed, e delle milizie arabe alleate, contro gruppi non arabi.
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Per la prima volta in oltre 75 anni dall’ esistenza dello Stato, la parola più orribile del dizionario, “shoah”, è diventata realtà.
Cittadini di questa bella e fiorente terra sono stati uccisi nel loro olocausto privato – nelle loro case, nei loro letti, nei loro giardini, nei loro rifugi antiatomici. Lo Stato, fondato nel 1948 sulla base di “non ci sarà mai più un altro olocausto” li ha abbandonati al loro destino.
Guerra Israele – Palestina
Il governo di destra, istituito per garantire sicurezza affinché scoraggiasse il nemico, è stato impegnato, fin dal giorno della sua formazione, a disgregare potere deterrente di Israele, a minare la capacità di combattimento dell’esercito e a dividere la nazione in fazioni di odio e rancore.
Uno degli eserciti più potenti del mondo si è rivelato una tigre di carta. Le armi di intelligence che erano in grado di sventare un terrorista in procinto di compiere un attentato, di assassinare un ingegnere nucleare nel cuore di Teheran e di trasportare un intero archivio nucleare dall’Iran, non hanno funzionato. Tutto questo, naturalmente, non sminuisce l’eroismo dei nostri soldati, ufficiali e poliziotti che sono stati abbandonati a se stessi quella mattina di Sim-chat Torah, per respingere l’assalto dei terroristi.
Testimonianza
Telefonata da Gaza: “Sto assistendo a crimini terribili”
Proponiamo qui la testimonianza inviata oggi, 15 ottobre da Giuditta, una cooperante che lavora nella striscia di Gaza. Un messaggio vocale agghiacciante che ben sintetizza la situazione drammatica che si sta vivendo nella striscia. Per colpire i scellerati di Hamas che hanno commesso indicibili atrocità una settimana fa, si colpisce nel mucchio. Per annientare i terroristi si punisce una popolazione. provocando massacri e dolori? Un comportamento che ricorda tanto la “soluzione finale” di qualche decennio fa. E che avrà un terribile risultato: quello di incrementare un sentimento antisemita.
Allo stesso modo, gli abitanti delle comunità adiacenti a Gaza – gli agenti di sicurezza locali e le squadre di emergenza, altrettanto i comuni cittadini che si sono trovati in mezzo all’inferno nelle proprie case – hanno combattuto fino alla morte per difendere se stessi e le loro famiglie.
Il paragone più frequente è quello della disfatta della guerra dello Yom Kippur. Ma la debacle del 2023 è mille volte più grave. Questa volta le scritte erano sul muro, con gli avvertimenti dei capi dell’establishment della sicurezza. Le informazioni raccolte, indicavano che i Paesi e le organizzazioni nemiche avevano percepito Israele più che mai debole e vulnerabile, avvertendo così il conseguente rischio di un conflitto.
Il capo di Stato maggiore, quello dell’intelligence militare, il ministro della Difesa avevano acceso un milione di luci lampeggianti. Benjamin Netanyahu sceglieva di indossare occhiali rosa e di continuare per la sua strada. Il risultato è un Paese in preda a un trauma collettivo che lo accompagnerà per generazioni. “Cambieremo il Medio Oriente dell’anno passato, ma per le sue azioni e inazioni negli ultimi 13 anni di governo”.
“Mr. Security”, il Jean Claude Van Damme del Medio Oriente, il celebre stratega che ha “abbattuto” o “dissuaso” Hamas decine di volte con le sue parole, ha portato un disastro su Israele di portata storica.
Benjami Netanyahu, primo ministro israeliano
“Con arroganza e occhi ad Est”, ha promesso a teste spalancate, ci ha condotto tutti nelle comunità adiacenti a Gaza in un discorso di pochi minuti che ha riservato loro, due giorni dopo lo scoppio della guerra.
Persone che hanno vissuto l’inferno, che hanno lottato fino all’abisso ignorando tutti gli avvertimenti, le suppliche e gli appelli, anche quelli del presidente degli Stati Uniti a braccetto con i terroristi, che stanno seppellendo in massa i loro cari, sono state messe in attesa per mezz’ora, in attesa di un primo ministro che non ha mai avviato un dialogo con loro – solo un breve e disconnesso monologo.
Poche settimane fa, Netanyahu si è rivolto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove ha parlato di un Medio Oriente nuovo e prospero – senza accennare ai palestinesi, come se non esistessero affatto. Lo Shabbat Simchat Torah ci ha mostrato che sono ancora qui, vivi e vegeti e che ci stanno massacrando.
Il 29 dicembre 2022 è salito al potere un governo del male. Il 4 gennaio ha inscenato un assalto immotivato al popolo, lasciando la maggior parte di esso in uno stato di shock.
Il 2023 è iniziato con un colpo di Stato giudiziario che ha intaccato il tessuto sociale, l’economia e la sicurezza nazionale di Israele. Quest’anno potrebbe concludersi come il più sanguinoso dal 1973. La colpa è soprattutto di una persona: Netanyahu. Egli dovrà rispondere non solo delle sue azioni e delle sue inazioni dell’anno scorso, ma anche di ciò che fatto e non fatto negli ultimi 13 anni di governo.
“Mr. Security”, il Jean-Claude Van Damme del Medioriente, il celebre stratega che ha “abbattuto” o “dissuaso” Hamas decine di volte con le sue parole, ha portato a Israele un disastro di portata storica. Con arroganza e con gli occhi spalancati, ci ha condotto tutti nell’abisso, ignorando qualsiasi gli avvertimenti, le suppliche e gli appelli, anche quelli del presidente degli Stati Uniti e della sua amministrazione, senza i quali ora saremmo in grave difficoltà.
Il 6 ottobre 1973, Golda Meir informò il pubblico dello scoppio della guerra. Lei, allora, mostrava chiaramente uno spirito distrutto.
Gold Meir, ex primo ministro israeliano
Cinquant’anni dopo sembra una figura simpatica rispetto al primo ministro di oggi. Lui ha aspettato tre giorni prima di rivolgersi al pubblico con un discorso povero che comprendeva, come di consueto, una serie di giri di parole, di autocelebrazioni e soprattutto (anche in questa dolorosa situazione) di ammiccamenti alla sua “base”.
Nessuno può negargli una qualità: anche quando la terra gli brucia sotto i piedi, non perde mai di vista ciò che è veramente importante per lui. Così, ha fatto riferimento a un video che aveva visto online e che mostrava il Magg. Gen. David Zini, capo del Comando di addestramento e del Corpo di Stato maggiore, in piedi con le truppe in un’area disseminata di cadaveri di terroristi che avevano contribuito a uccidere. “Straziante”, ha detto Netanyahu. Zini è certamente un ufficiale coraggioso e un comandante apprezzato.
È anche un “knit-ted”, un uomo della corrente religiosa sionista di destra. Merita un riconoscimento, come migliaia di altri ufficiali e soldati. Non è una coincidenza, tuttavia, che sia stato trasformato nel ragazzo immagine dell’eroismo. Se Netanyahu si fosse preso un minuto per essere all’altezza della situazione, per uscire dalla palude della politica di sempre, per essere il primo ministro di tutti e non solo della sua base, avrebbe aggiunto due o tre frasi su altri eroi. Sarebbe stato un gesto solo a suo vantaggio. Per esempio, ricordiamo il Gen. (ris.) Yair Golan, 61 anni, che ha indossato la sua uniforme e si è precipitato sulla scena per effettuare salvataggi eroici; il Magg. Gen. Noam Tibon, 62 anni, che ha viaggiato verso sud, ha condotto attacchi contro i terroristi e ha salvato la sua famiglia (il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, lo ha menzionato nelle sue osservazioni mercoledì scorso); o il Magg. Gen. Yisrael Ziv, 66 anni, che ha preso le armi e ha combattuto ovunque fosse necessario.
Il problema sta nel fatto che negli ultimi nove mesi questi tre hanno criticato pubblicamente la politica di Netanyahu. Hanno parlato a nome della popolazione israeliana che non vota per la destra. Per il primo ministro, solo questo conta. Così è stato e così sarà. Una casa unita “Una casa divisa contro se stessa non può stare in piedi”, disse Abraham Lincoln in un discorso memorabile, citando il Nuovo Testamento, prima della sua elezione a presidente.
Per Netanyahu, la divisione non è un difetto, ma una caratteristica. Dovrebbe fermarsi per un momento per comprendere la nuova realtà che si è creata. Dovrebbe ora riconoscere che la sicurezza per lui e sua moglie, mentre erano in vacanza a Neve Ativ due settimane fa, era migliore di quella degli insediamenti adiacenti a Gaza lo scorso Shabbat.
La casa divisa si sta unendo, non grazie a Netanyahu, ma nonostante lui. Gli eroici generali sopra citati e migliaia di altri, di vario grado, sono volontari in una rete parallela allo Stato. Metà del Paese ha messo da parte in un attimo il trauma collettivo e ha agito per prendere le armi, donare denaro e aiutare in ogni modo possibile. Il governo non si è ancora svegliato dallo shock. Non che conti qualcuno di cui ci si possa fidare. Dai ministri fino ai loro tirapiedi, questo è un organismo incompetente e fallito che si occupa solo di politica spicciola.
Come, ad esempio, il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, un caso triste, che non riesce a distogliere lo sguardo dall’obiettivo di aiutare Canale 14. Nel momento in cui fratelli e sorelle aiutavano i riservisti con armi per raggiungere le loro unità perché l’esercito non si era messo in regola. In un secondo tempo allestivano centri logistici per sostenere le truppe e i residenti nel sud, mentre i ministeri e i loro ministri sono diventati silenti e sono scomparsi.
Lo Stato alternativo che i cittadini hanno costruito al posto del fallito Stato ufficiale è un’anomalia sorprendente. Una sorta di anarchia rovesciata, che infonde speranza in un’intera nazione. Si tratta soprattutto di coloro che hanno protestato contro il governo e sono stati etichettati come traditori.
Quando i ministri hanno cominciato ad apparire finalmente sui nostri schermi, la nazione ha capito che era meglio quando si erano nascosti. “Non ho problemi a farmi intervistare. Il mio inglese è fantastico”, ha detto il ministro della Diplomazia pubblica Galit Distal Atbaryan alla corrispondente televisiva Amalya Duek.
Non solo Netanyahu merita il disonore eterno, ma anche i sicofanti del suo partito, che hanno contribuito a distruggere la fiducia dei cittadini nel loro Paese. Per persone come Distal Atbaryan, David Amsalem, May Golan, Karhi e Yariv Levin, persino la pattumiera della storia è un posto troppo onorevole per ricordare i loro nomi. Lo stesso vale per i loro collaboratori, come ha ampiamente dimostrato questa settimana Yossi Shelley.
L’uomo ricopre la carica di direttore generale dell’Ufficio del Primo Ministro, l’organo governativo più importante del Paese. Un tempo ambasciatore di dubbia credibilità, ha conquistato l’affetto dei Netanyahu, riuscendo così a occupare una posizione che nessuna persona con reali qualifiche sarebbe stata disposta a assumere.
Solo due persone capaci hanno l’orecchio di Netanyahu: Tzachi Hanegbi, capo del Consiglio di sicurezza nazionale, e Ron Dermer, che è a tutti gli effetti il ministro degli Esteri. Gli altri sono burocrati di infimo livello. E questo prima di prendere in considerazione i partner della coalizione. Da Zvi Sukkot, l’MK del Sionismo Religioso che ha alimentato le fiamme della violenza dei coloni a Hawara la scorsa settimana, all’MK del Giudaismo United Torah, Yitzhak Pindrus, che ha proclamato “le persone LGBT sono più pericolose per Israele di Hamas e Hezbollah”.
Sarebbe interessante sapere se Pindrus la pensa ancora così. Israele subirà grandi cambiamenti all’indomani di questo trauma nazionale, di cui Pindrus, il ministro degli Alloggi, Yitzchak Gold-knopf e i loro amici possono essere certi: la legislazione che autorizza gli Haredim (letteralmente tradotto: “timorati”, ma in effetti sono ultraortodossi, ndr) a sottrarsi al servizio di leva e che equipara lo studio della Torah al servizio militare, è morta. Queste sfacciate sanguisughe minacceranno di lasciare il governo, mentre l’IDF conterà i suoi morti nei prossimi mesi?
Haaretz*
*Quotidiano israeliano indipendente (“La terra”) fondato a Gerusalemme nel 1919 da un gruppo di immigrati russi. Pubblicato in ebraico e in inglese, è un importante riferimento per politici e intellettuali. Dal 1922 ha sede a Tel Aviv. Nel 2006 ha avuto una diffusione di ca. 80.000 copie al giorno.
Israel: A Country in Trauma, Bereft of Government
For the first time in more than 75 years as a State, the most horrific word in the dictionary, “shoah,” has become a reality. The citizens of this beautiful and flourish-ing land were murdered in their own pri-vate holocaust — in their homes, their beds, their gardens, their bomb shelters.
The State that was established in 1948 on the basis of “there will never be another Holocaust” abandoned them to their fate. The fully-right-wing government, estab-lished to ensure a security posture that would deter the enemy, was busy from the day it was formed with eroding Israel’s de-terrence, undermining the army’s fighting ability and dividing the nation into factions of hatred and bitterness. One of the most powerful armies in the world was found to be a paper tiger.
Guerra Israele – Palestina
The intelligence arms that were capable of thwarting a terrorist on his way to an attack, assassinating a nuclear engineer in the heart of Tehran, and transporting an entire nuclear archive from Iran, failed to function. None of this, of course, detracts from the heroism of our soldiers, officers and police who were left to their own devices that Sim-chat Torah morning to repel the terrorist onslaught. Likewise, the people of the com-munities adjacent to Gaza — the local security officers and emergency squads as well as the ordinary citizens who found themselves plunged into hell amid their private paradises, and fought to the death to defend themselves and their families.
The comparison being made most often now is to the debacle of the Yom Kippur War. But the debacle of 2023 is a thousand times more serious. This time the writing was on the wall with warnings from the heads of the security establishment.
The intelligence being gathered showed that enemy countries and organizations had perceived Israel as weaker and more vulnerable than ever and warned of the consequent risk of a conflagration.
The chief of staff, the head of Military Intelligence, the defense minister had all turned on a million flashing lights. Benjamin Netanyahu chose to put on rose colored glasses and continue on his way. The result is a country in the grip of collective trauma that will stay with us for generations.
“We’ll change the Middle of the past year, but for his actions and inactions in the last 13 years of his rule. “Mr. Security,” the JeanClaude Van Damme of the Middle East, the celebrated strategist who “brought down” or “deterred” Hamas dozens of times with his words, brought disaster on Israel of a historic scale. With arrogance and eyes East,” he promised the heads wide shut, he led us all into of the Gaza adjacent communities in a talk for a few minutes that he set aside from his schedule for them, two days after the war broke out.
People who went through hell, who fought hand to the abyss while ignoring all the warnings, entreaties and pleas, even those from the president of the United States hand with terrorists, who are burying their loved ones en masse, were put on hold for half an hour, waiting for a prime minister who never entered into a dialogue with them – just a short and disconnected monologue.
A few weeks ago, Netanyahu addressed the United Nations General Assembly where he also spoke of a new and prosperous Middle East — without Palestinians in the equation, as if they didn’t exist atall. On Shabbat Simchat Torah, they showed us that they’re still here, alive and kicking and slaughtering.
On December 29, 2022, a government of evil came to power. On January 4, it staged an unprovoked assault on the people and left the majority of them in a state of shock. The year 2023 began with a judicial coup that struck blows against Israel’s social fabric, the economy and national security. It may now end as our bloodiest year since 1973. The blame lies mainly on the shoulders of one person — Netanyahu. He will have to answer not only for his actions and inactions of the past year, but for his ac-tions and inactions in the last 13 years of his rule.
Benjami Netanyahu, primo ministro israeliano
“Mr. Security,” the Jean-Claude Van Damme of the Middle East, the celebrated strategist who “brought down” or “deterred” Hamas dozens of times with his words, brought disaster on Israel of a historic scale. With arrogance and eyes wide shut, he led us all into the abyss while ignoring all the warnings, entreaties and pleas, even those from the president of the United States and his administration, without whom we would now be in dire straits.
On October 6, 1973, Golda Meir informed the public about the outbreak of war. She was clearly a broken spirit. Fifty years later, she seems like a likable figure compared to today’s prime minister. He waited for three days before he emerged to address the public in a poor speech that included, as usu-al, a collection of spin, self-aggrandizement and above all (even in this painful situation) winks to his “base.” No one can deny him this quality: Even when the ground is burning under him, he never loses sight of what is really important to him.
Gold Meir, ex primo ministro israeliano
Thus, he referred to a video he had seen online showing Maj. Gen. David Zini, head of the Training Command and General Staff Corps, standing with troops in an area littered with the corpses of terrorists they had helped kill. “Heartwrenching,” Netanyahu said.
Zini is certainly a coura-geous officer and a valued commander. He is also “knit-ted,” a man of the right-wing religious Zionist stream. He deserves recognition, like thousands of other officers and soldiers. It’s no coinci-dence, however, that he was made into the poster boy for heroism.
If Netanyahu had taken a minute to rise to the occasion, to climb out of the swamp of politics as usual, to be the prime minister of everyone and not just of his base, he would have added two or three sentences about other heroes. It would have been only to his benefit.
For instance, recall Gen. (res.) Yair Golan, 61, who donned his uniform and rushed to the scene to perform heroic rescues; Maj. Gen. Noam Tibon, 62, who traveled south, led attacks on terrorists and rescued his family (U.S. Secretary of State Antony Blinken men-tioned him in his remarks on Wednesday); or Maj. Gen. Yisrael Ziv, 66, who took up arms and fought wherever needed.
The problem is that over the last nine months, the three of them have publicly criticized Netanyahu’s policies. They spoke for a huge part of the country that does not vote for the right. For the prime minister, only this matters. So it was and so it will be. A house united “A house divided against itself cannot stand,” Abraham Lincoln said in a memorable speech, quoting from the New Testament, before his election as president. For Netanyahu, divisiveness is not a bug, it’s a feature.
He should stop for a movement and breathe the new reality that has been created. He should now recognize that the security for him and his wife, while they were va-cationing in Neve Ativ two weeks ago, was better than that for the settlements adjacent to Gaza last Shabbat.
The divided house is uniting, no thanks to Netanyahu, but in spite of him. The heroic generals cited above and thousands of others of varying ranks, are volunteering in a parallel network to the state. Half the country put aside the collective trauma in a flash and acted to take up arms, donate money and help in any way possible.
The government has not yet woken up from the shock. Not that it numbers anyone we can put our trust in. From the ministers down to their flunkies, this is an incompetent, failed body that is all about petty politics. Like, for example, Communications Minister Shlomo Karhi, that sad case, who cannot even take his eyes off the goal of helping Channel 14.
At a time when Brothers and Sisters in Arms were helping reservists reach their units because the army had not gotten its act together, and later set up logistics centers to support the troops and the residents in the south, the ministries and their ministers went si-lent and disappeared.
The alternative state that the citizens have built in place of the failed official state is an astonishing anomaly. A kind of inverted anarchy, which inspires hope in an entire na-tion. Inthe main, they are the people who protested against the government and were la-beled traitors.
When the ministers finally began appearing on our screens, the nation understood it was better when they had been in hiding. “I have no problem being interviewed. My English is fantastic,” said Public Diplomacy Minister Galit Distal Atbaryan told television correspondent Amalya Duek.
Not only does Netanyahu deserve everlasting disgrace, so do his party sycophants who helped de-stroy the public’s trust in their country. For people like Distal Atbaryan, Da-vid Amsalem, May Golan, Karhi and Yariv Levin, even the dustbin of history is too honorable a place for the memory of their names. The same applies to the appointees under them, as Yossi Shelley amply demon-strated that this week.
The man holds the post of director general of the Prime Minister’s Office, the most important government body in the country. Once an am-bassador of dubious credibility, he won the affection of the Netanyahus and from there reached a position that no person with real qualifications was willing to take.
Only two capable people have Netanyahu’s ear — Tzachi Hanegbi, head of the National Security Council, and Ron Dermer, who is for all intents and purposes the foreign minister. The rest are bureaucrats of an inferior sort. And that is before tak-ing into consideration the coalition partners. From Zvi Sukkot, the Religious Zionism MK who fanned the flames of settler vio-lence in Hawara last week, to United Torah Judaism MK Yitzhak Pindrus, who informed us that “LGBT people are more dangerous to Israel than Hamas and Hezbollah.”
It would be interesting to know whether Pindrus still feels that way. Israel will undergo great changes in the aftermath of this national trauma, one of which Pindrus, Housing Minister Yitzchak Gold-knopf and their friends can be sure of: The legislation entitling Haredim to evade conscription and equating Torah study with army ser-vice is dead in the water. Will these brazen leeches issue threats to quit the gov-ernment, as the IDF counts its dead over the months ahead?
(Haaretz Octobre 13th 2023)
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Cosa è la “Striscia di Gaza”? Spesso nemmeno con una carta geografica, di quelli che si possono trovare facilmente su Google, con tanto di negozi e ristoranti, stazioni di rifornimento e altro, è possibile capire la dimensione del luogo che aerei e missili israeliani stanno radendo al suolo. Numerosi sono i lettori di giornali o chi segue la televisione che non si rendono conto dello spazio geografico in cui israeliani e palestinesi si confrontano, si combattono. E si massacrano.
Gaza: palazzo distrutto dai bombardamenti a Gaza
La striscia è una regione costiera di 360 km², popolata da oltre due milioni e quattrocentomila arabi, dei quali un milione trecentomila sono rifugiati palestinesi, che vivono in mezzo ai pochi autoctoni arrivati durante la guerra del 1948 per la creazione dello stato d’Israele. Furono costretti, allora, a lasciare le loro case, le terre che coltivavano nel territorio su cui oggi, non molto distante, sempre sulle rive del Mediterraneo, a pochi chilometri da Gaza, poco più a sud di Tel Aviv, ci sono, tra l’altro, le moderne città di Aschelon e Ashdod.
“Hamas, con mio grande rammarico, è la creazione di Israele” disse nel 2009 al Wall Street Journal Avner Cohen, un ex funzionario israeliano per gli affari religiosi che aveva lavorato a Gaza per più di due decenni. A metà degli anni 80, Cohen scrisse un rapporto ai suoi superiori avvertendoli di non giocare al divide et impera nei territori occupati, sostenendo gli islamisti palestinesi contro i laici palestinesi: “…suggerisco di concentrare i nostri sforzi sulla ricerca di modi per spezzare questo mostro prima che questa realtà ci esploda in faccia”, le sue parole.
Si riferiva ad Hamas e alla politica di tutti i governi israeliani e dei servizi segreti che avevano finanziato alcuni elementi radicali vicini ai Fratelli musulmani egiziani, che già allora erano, se vogliamo, molto più legati alle teorie dell’Isis e di Bin Laden che ai laici, cristiani o musulmani moderati del mondo palestinese. Dall’Olp di Yasser Arafat a Nayef Hawatmeh, al Fronte democratico per la liberazione della Palestina.
Come spesso succede, la mancanza della possibilità di riunirsi – comizi in luoghi chiusi o all’aperto – dà un grande vantaggio alle formazioni religiose; nel caso specifico, alle moschee. Un alto ufficiale israeliano, che voleva far capire alla stampa come stava guadagnando spazio e potere Hamas, mi disse alle fine degli anni Ottanta che oltre alle moschee e alle scuole coraniche i fondamentalisti usavano anche il loro servizio sanitario per indottrinare la popolazione della Striscia, già allora molto giovane e staccata dal resto del mondo palestinese concentrato a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nella diaspora.
Oggi la metà della popolazione di Gaza ha meno di diciotto anni. Sono nati e cresciuti nel ghetto della Striscia. Pochi, prima di questa e di molte guerre, potevano andare in Israele per cercare lavoro. Pochi erano autorizzati a raggiungere Gerusalemme Est o i territori occupati della Cisgiordania. Muri e reticolati circondano la striscia isolandola da Israele.
7 ottobre 2023: Palestinesi alla guida di una jeep militare israeliana sulle strade di Gaza Photocredit: EPA/HAITHAM IMAD
Il Mediterraneo è un’altra frontiera invalicabile: i pescatori possono uscire al massimo per una distanza di pochi chilometri dalla riva. I bagnanti non devono allontanarsi dal bagnasciuga. A sud c’è l’Egitto, che apre e chiude la frontiera quando vuole, e cerca di distruggere i tunnel attraverso i quali molti palestinesi tentano di espatriare. O far arrivare armi come quelle usate in questo attacco a sorpresa contro Israele.
Fino all’agosto del 2005, la Striscia di Gaza era praticamente un territorio occupato. Quasi diecimila soldati vi stazionavano in modo permanente insieme a più o meno lo stesso numero di coloni israeliani che coltivavano i loro insediamenti, gestivano in parte la pesca e altre industrie.
Con gli accordi di pace di Oslo fu presa la decisione di avviare il processo di pace consegnando Gerico e la città di Gaza ad Arafat e all’Autorità nazionale palestinese. Nel 2004 era primo ministro israeliano Ariel Sharon, e propose un piano di disimpegno unilaterale da Gaza. Arafat era morto e il nuovo presidente palestinese Abu Mazen era pronto a prendere possesso del territorio in riva al mare, ma Sharon disse di no. E nel mese di agosto 2005 praticamente consegnò il territorio ad Hamas.
Il leder del gruppo islamico Hamas,Khaled Meshaal Photocredit: EPA/WAEL HAMZEH
Da allora i leader israeliani, Netanyahu in primo piano, sostengono che con due governi palestinesi la pace è impossibile. Avrebbe potuto facilitare la caduta degli integralisti ma ha preferito, tra piccole e medie guerre, farsi aiutare da una parte del mondo, arabo e non solo, per mantenere Hamas al potere ed evitare la creazione di uno stato palestinese accanto a Israele.
Quando Gaza era ancora occupata, le giovani reclute israeliane venivano mandate nella striscia per il loro prima addestramento in mezzo al nemico. “Ci odieranno per sempre. L’ho visto nei loro occhi”, mi disse allora un ragazzo israeliano di diciotto anni. Era appena tornato da Gaza. La sua pattuglia era entrata in una modesta casa per un controllo, una esercitazione. “Ho visto gli occhi dei giovani palestinesi come me, anche più piccoli. Erano carichi di odio. Non dimenticheranno mai quello che stiamo facendo”.
Eric Salerno Eric2sal@yahoo.com X:africexp
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
13 ottobre 2023
Nella classifica del 2022, il Gabon occupa il 136esimo posto su 180 Paesi per percezione della corruzione. Il fenomeno è presente a tutti livelli, preoccupa però maggiormente quando sono coinvolte persone che dovrebbero dare l’esempio e soprattutto combatterla.
La franco-gabonese, Sylvia Bongo Ondimba Valentin, moglie dell’ex presidente del Gabon, Alì Bongo Ondimba
Mercoledì è stata arrestata la ex first lady, la franco-gabonese Sylvia Bongo Ondimba Valentin, moglie del presidente Ali Bongo Odimba, spodestato dopo un colpo militare alla fine di agosto. Il giudice ha spedito la donna dietro le sbarre dopo un nuovo e lungo interrogatorio.
Già subito dopo il putsch, la donna era stata messa agli arresti domiciliari, perché accusata di presunta appropriazione indebita di denaro pubblico, riciclaggio e altri reati finanziari.
Sylvia è nata a Parigi nel 1963. Il padre, un uomo d’affari francese, ha clienti in diversi Paesi africani, continente, dove si trasferisce insieme alla figlia, all’epoca ancora bambina. Nel 1974 si stabiliscono in Gabon, dove Edouard Valentin fonda la OGAR, Omnium gabonais d’assurances et de réassurances, la principale compagnia assicurativa del Gabon, dove Sylvia frequenta le scuole. Dopo l’esame di maturità rientra in Francia per gli studi universitari.
Prima di tornare in Gabon, viene assunta in Francia da un’agenzia immobiliare, della quale diventa presto direttore commerciale per poi mettersi in proprio nel 1988. “In famiglia abbiamo il senso degli affari” dichiarava nel 2010 durante un’intervista. Ma nel 1988 la giovane incontra anche l’allora 28enne Alì Bongo Ondimba. I due si sposano l’anno seguente. All’inizio degli anni 2000 la coppia adotta tre bambini: Noureddin Edouard, Jalil et Bilal. Ma, come ricorda Le Parisien, Alì è anche padre di Malika, bimba avuta da una relazione precedente.
Noureddin Edouard, figlio dell’ex presidente gabonese
I militari che hanno spodestato Alì Bongo, hanno accusato tutto il suo entourage di aver truccato le scorse elezioni presidenziali. Inoltre sospettano che la ex first lady abbia manipolato il marito, tutt’ora sofferente dei postumi di un grave ictus avuto nel 2018.
Secondo loro, la consorte dell’ex presidente e il figlio, Noureddin Bongo Valentin, sarebbero stati “leader de facto” del Paese negli ultimi 5 anni. Periodo durante il quale avrebbero, secondo l’accusa, sottratto fondi pubblici a piene mani.
Già poche ore dopo il golpe del 30 agosto, i militari hanno proclamato di aver messo fine al regime dei Bongo, accusandolo di corruzione. Nel 1966 saliva al potere Omar, e dopo la sua morte, nel 2009, Alì diventava il leader del Paese, riuscendo a rimanere incollato alla poltrona più prestigiosa del Paese fino al putsch di poche settimane fa.
La notte stessa del putsch, Noureddin Bongo e diversi altri giovani, membri del gabinetto presidenziale, sono stati arrestati mentre erano in piedi davanti a innumerevoli bauli, valigie e borse traboccanti di banconote.
Tre settimane dopo, il figlio di Bongo e altri sette membri della giovane squadra, sono stati incarcerati con l’accusa di “corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici, riciclaggio di denaro, associazione a delinquere, falsificazione della firma del presidente della Repubblica e turbativa delle operazioni elettorali”. Sono stati imprigionati anche due ex ministri (petrolio e lavori pubblici), personaggi vicini a Noureddin Bongo.
“La First Lady e Noureddin si sono appropriati del potere di Ali Bongo” – ha dichiarato l’attuale capo della transizione, Brice Clothaire Oligui Nguema, il 18 settembre -. “Dopo il suo ictus, hanno falsificato la firma del Presidente e dato ordini al suo posto, oltre aver commesso altri gravi reati, come riciclaggio di denaro e corruzione. Bisogna chiedersi chi guidava il Paese in questi anni”, ha poi aggiunto Oligui.
Certo, nemmeno Brice Clothaire Oligui Nguema, è un santo. Cugino di Alì, è stato dapprima al servizio di Omar. Durante tale periodo si è arricchito a dismisura e ha investito il denaro comprando proprietà in Senegal, Francia, Marocco e Stati Uniti.
Dopo la morte di Omar, è stato spedito all’estero per 10 anni come addetto militare, nel 2018, in seguito alla malattia di Alì, è stato richiamato in patria. E’ poi stato a capo della Guardia Repubblicana fino al giorno del colpo di Stato.
Recentemente, oltre ai familiari del cugino e alcuni ex ministri, Oligui ha sbattuto in galera anche due persone vicine all’oppositore, Albert Ondo Ossa, candidato alle presidenziali, sostenuto dalla coalizione Alternanza 2023. Mike Jocktane e Thérence Gnembou, sono ora detenuti in custodia cautelare nel carcere di Oyem, nel nord del Gabon. I due sono stati bloccati mentre si stavano recando in Guinea Equatoriale per recapitare due lettere: una al vicepresidente equatoguineano, Teodorin Obiang Nguema, l’altra a Faustin-Archange Touadéra, capo di Stato centrafricano. I due volevano l’aiuto di Malabo e Bangui. La cosa ha ovviamente irritato le autorità di transizione di Libreville.
Intanto il presidente della giunta militare, che recentemente ha nominato un governo e un parlamento di transizione, ha fatto il giro dei Paesi limitrofi, membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC), per consultazioni con i suoi omologhi. Subito dopo il golpe, il Gabon è stato sospeso dall’organizzazione regionale. Ora Libreville sta cercando di normalizzare la propria situazione perché vorrebbe essere reintegrata quanto prima alla CEEAC.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 13 ottobre 2023
Viene prima la “Differenziazione energetica” o il “Piano Mattei per l’Africa”? Sono queste le due parole d’ordine che portano la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Mozambico e Repubblica del Congo (Congo-B).
Da sin: L’ad di ENI Claudio Descalzi e la premier Giorgia Meloni
Non è un caso che l’accompagni Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, gigante energetico presente anche in Mozambico e in Congo.
Viaggio breve e intenso per la premier e per l’ad ENI: venerdì 13 l’incontro con il presidente mozambicano Filipe Nyusi. Sabato 14 il meeting con Denis Sassou Nguesso, presidente della Repubblica del Congo.
Gas e scenari geopolitici imprevedibili
La crisi portata dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina, ha messo in difficoltà i rifornimenti energetici europei. E l’attacco di Hamas a Israele sta portando ulteriori problemi geopolitici ancora imprevedibili.
In questo scenario l’Algeria con la quale, a gennaio scorso, l’Italia ha firmato accordi per il rifornimento di gas si è schierato con Hamas. Una situazione nella quale diventa quindi prioritario l’approvvigionamento energetico anche da altri partner oltre che dall’Algeria. Eccoci quindi in Mozambico e Congo-B.
Per il momento sul “Piano Mattei” mancano dettagli. Intanto Mozambico e Congo sono considerati esempi dell’approccio “paritario e non predatorio”. L’unica intenzione certa è data dagli sforzi per interrompere l’emigrazione verso l’Europa ma non si sa ancora come visto che gli accordi con la Tunisia sono stati un fiasco.
Mappe del Mozambico e Congo-B
I giacimenti mozambicani
Ecco allora che Giorgia Meloni con la guida di Claudio Descalzi si muove dove abbonda il gas estratto da ENI.
Con il progetto Coral Sul la multinazionale italiana è presente in Mozambico dal 2006 . Da novembre 2022, al largo di Cabo Delgado, estremo nord del Paese colpito dalla guerra contro i jihadisti, ENI opera nel Bacino del Rovuma con la Coral Sul FLNG.
È una piattaforma fluttuante che estrae il gas dal fondo marino a una profondità di 2.600 metri e lo trasforma in GNL (gas naturale liquefatto). Una volta liquefatto lo carica su apposite navi per il trasporto.
Finora sono partiti una trentina di carichi verso Gran Bretagna, Corea del Sud, Giappone e altri Paesi. È in progetto la Coral North, una seconda piattaforma fluttuante.
Mozambico, Coral Sul FLNG, primo carico di gas naturale (Courtesy ENI)
Il gas del Congo
Presente dal 1968 in Congo, ENI opera on-shore e off-shore nell’esplorazione e produzione di petrolio. Nel 2022, secondo dati ENI, sono stati prodotti 15 milioni di barili di petrolio e condensati, 2 miliardi di metri cubi di gas e 28 milioni di barili equivalenti di idrocarburi.
L’estrazione del gas è in off-shore profondo di fronte a Pointe-Noire, sud ovest del Paese. Nel 2022 lo start-up del giacimento in produzione Nené-Banga e l’accordo per aumentare l’export di GNL verso l’Europa.
L’obiettivo dell’accordo ENI-Brazzaville è esportare 1 miliardo di metri cubi di gas nell’inverno 2023-2024 e fino a 4,5 miliardi dall’inverno 2024-2025.
Il presidente Denis Sassu Nguesso subito dopo un’intervista con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi. Con loro il mitico ex producer ella CNN Robert Wiener e un interprete del leader congolese
Il progetto prevede due impianti galleggianti di liquefazione del gas naturale (FLNG) con una capacità di liquefazione di 600.000 tonnellate/anno di LNG nel 2023. Saliranno a 3 milioni di tonnellate/anno dal 2025.
Un test per Meloni e Descalzi per verificare l’approccio “paritario e non predatorio” e quanto gas riusciranno a portare a casa.
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Il presidente Denis Sassu Nguesso subito dopo un’intervista con in direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi. Con loro il mitico ex producer ella CNN Robert Wiener e un interprete del leader congolese
Speciale per Africa ExPress Federica Iezzi
12 ottobre 2023
Secondo quanto dichiarato da Samih Maaytah, ex ministro dell’informazione giordano, Bashar al-Assad potrebbe utilizzare la proliferazione dello stupefacente captagon per attaccare la Giordania e gli altri Paesi arabi della regione, aperti sostenitori di politici dell’opposizione e gruppi ribelli che cercavano di rovesciare il leader siriano, dopo l’inizio della rivolta nazionale del 2011.
Compresse di captagon – Photo credit Al-Arabiya
Definita la “cocaina dei poveri”, il captagon è una sostanza prodotta in laboratorio che crea dipendenza, simile all’anfetamina, bandita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Già popolare in alcune zone del Medio Oriente, tra i lavoratori a basso reddito, il narcotico è facile da produrre ed è socialmente accettabile.
L’ultima operazione di sequestro di captagon, in ordine di tempo, porta la firma di Dubai. Nel 2021, le autorità malesi, informate dalla loro controparte saudita, hanno sequestrato circa 95 milioni di pezzi, del peso di 16 tonnellate e con un valore di mercato stimato di circa 1,2 miliardi di dollari. E l’anno precedente, l’Italia aveva sequestrato 84 milioni di pezzi, arrivati al porto di Salerno dalla città portuale siriana di Latakia.
Captagon era il marchio di un medicinale psicoattivo prodotto negli anni ’60 in Germania, successivamente etichettato come “fuori legge” in tutto il mondo. Venduto a un prezzo che va dai 3 ai 25 dollari a compressa, oggi il captagon è prodotto e trafficato principalmente da gruppi legati al presidente siriano al-Assad e alla milizia libanese Hezbollah, almeno secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e il Ministero degli Esteri del Regno Unito.
Il captagon è diventato un generatore di entrate vitale per al-Assad per un valore compreso tra 7 e 10 miliardi di dollari, solo negli ultimi tre anni.
L’imposizione di sanzioni statunitensi e multilaterali alla Siria, intese a indebolire la presa del regime sul potere, ha indotto al-Assad a cercare nuove fonti di entrate con cui acquistare sostegno interno, costruire risorse al di fuori del Paese e proteggersi dall’opposizione popolare. A causa della capacità di contrastare l’effetto delle sanzioni sul regime di al-Assad, il commercio di captagon ha guadagnato l’attenzione dei governi occidentali.
Il regime siriano in risposta ha condotto una serie di sequestri di facciata, sostanzialmente per rafforzare relazioni con i governi arabi.
La lotta al commercio di captagon in Siria diventerà una priorità significativa per gli Stati Uniti. Intanto il Dipartimento del Tesoro (OFAC) ha incluso nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List (SDN List), i soggetti chiave legati alla produzione e all’esportazione di captagon.
Il Segretario di Stato americano Antony Blinken, ha presieduto lo scorso luglio la Global Coalition to Address Synthetic Drug Threats, evento che ha fornito le basi per la prevenzione alla produzione e al traffico di droghe sintetiche illecite, per l’identificazione delle tendenze emergenti e dei modelli di utilizzo delle stesse droghe, in risposta all’impatto sulla salute pubblica.
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(Alla fine dell’articolo tradotto in italiano c’è il testo originale in inglese)
Sembra imminente un’invasione di terra della Striscia di Gaza, mentre le autorità israeliane intraprendono una campagna per sradicare il gruppo islamista Hamas. Sabato, i militanti della fazione hanno orchestrato il giorno più sanguinoso nei 75 anni di storia del moderno Stato israeliano, irrompendo attraverso il confine fortificato con Israele e compiendo un’orrenda carneficina nei vicini villaggi israeliani e in un affollato festival musicale. Almeno 1.000 persone sono state uccise nella furia, mentre il destino di oltre 100 ostaggi rapiti e portati a Gaza è in bilico.
Guerra Israele Hamas
Martedì, in un breve discorso dalla Casa Bianca, il presidente Joe Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti “sono al fianco di Israele”. Ha descritto gli eventi del fine settimana come “pura malvagità” e ha affermato che Israele non ha solo il diritto ma anche il “dovere” di rispondere all’attacco di Hamas con la forza. L’incessante campagna israeliana di attacchi aerei sull’enclave palestinese densamente popolata ha già ucciso almeno 920 palestinesi, con rapporti e immagini provenienti dal territorio di ospedali stracolmi e quartieri rasi al suolo.
In Israele, lo shock dell’attacco ha lasciato il posto a una risoluta determinazione. Si profilano interrogativi sul sorprendente fallimento dell’intelligence che ha preceduto l’assalto di Hamas, nonché sul futuro politico del polarizzante Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che non è riuscito a sventare la carneficina. Per ora, però, le autorità danno una dimostrazione di unità. “Prima di porci domande difficili, abbiamo una missione”, ha dichiarato martedì ai giornalisti il generale Dan Goldfuss, che comanda la 98ª Divisione paracadutisti del Paese. “Stiamo passando all’offensiva ora con tutti i tipi di capacità e angolazioni”.
Ha aggiunto che l’obiettivo della campagna israeliana sarà quello di “insegnare all’altra parte che non c’è modo di farlo senza che noi cambiamo la realtà”. È una triste notizia per gli oltre 2 milioni di persone intrappolate nella Striscia di Gaza, di cui circa la metà sono bambini.
La natura senza precedenti di ciò che è accaduto e l’incertezza di ciò che accadrà in seguito hanno portato gli analisti a guardare al passato per trovare qualche precedente. Ecco tre analogie che possono aiutare i lettori a riflettere sull’ampia e tragica portata di quanto sta accadendo.
L’11 settembre di Israele
Il parallelo più immediato emerso sulla scia dell’attacco di Hamas è stato il riferimento l’aggressione di Al-Qaeda agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Pro capite, in termini di numero di vittime, sabato Israele ha subito diversi 11 settembre. Ma l’analogia sta nello shock e nella sorpresa di ciò che è accaduto, nelle dimensioni della tragedia e nell’irrefrenabile desiderio nazionale di vendetta.
“L’effetto che questo avrà sulla nostra psiche collettiva e sulla nostra coscienza condivisa, sul nostro senso di sicurezza e sulla nostra fiducia nella capacità di vivere liberamente e in sicurezza in questa terra, si farà sentire per decenni, se non per generazioni”, ha scritto Avi Mayer, direttore del Jerusalem Post, che ha salutato questo momento come l’11 settembre di Israele.
L’analogia ha implicazioni preoccupanti: gli Stati Uniti hanno trascorso la maggior parte di due decenni a portare avanti costose guerre al terrorismo, invadendo Paesi e lanciando una rete globale contro gli estremisti islamici. Ma la minaccia dei militanti non è stata eliminata. I talebani sono tornati al potere in Afghanistan e l’Iraq rimane una polveriera geopolitica, in qualche modo allineata al regime teocratico dell’Iran.
Una vittoria israeliana su Hamas difficilmente garantisce una pace duratura. “Anche supponendo che Hamas possa essere distrutto, né Biden né Netanyahu sono in grado di rispondere alle difficili domande su cosa accadrà dopo la punizione di Israele: chi gestirà Gaza e quale sarà lo status dei palestinesi in mezzo a Israele?”, ha osservato Gregg Carlstrom dell’Economist.
Guerra dello Yom Kippur 1973
Fino a questo sabato, nessun giorno nella storia di Israele era stato così traumatico come il 6 ottobre 1973, quando gli eserciti di Egitto e Siria lanciarono un’invasione coordinata e a sorpresa del territorio israeliano nella penisola del Sinai e nelle alture del Golan. Alla fine Israele si riprese e respinse le forze arabe con l’aiuto militare degli Stati Uniti. Le battaglie di allora erano esistenziali: sembrava, anche se per poco, che il nascente Stato israeliano potesse essere spazzato via. Oggi non è più così, data la grande asimmetria di potere tra Israele e le fazioni militanti schierate contro di lui.
Israele, Hamas,Gaza
Ma le prospettive potrebbero essere ancora più fosche. “La vittoria, anche se definibile, sarà probabilmente di Pirro”, ha scritto l’ex diplomatico israeliano Michael Oren. “La guerra del 1973 ha creato le condizioni per i negoziati tra Egitto e Israele e ha portato, sei anni dopo, agli accordi di Camp David. Ma il presidente egiziano di allora, Anwar Sadat, cercava la pace; i leader di Hamas cercano il genocidio”.
Martedì Biden ha ricordato il suo incontro con l’allora primo ministro Golda Meir, che incontrò da giovane senatore durante un viaggio in Israele avvenuto circa cinque settimane prima dello scoppio della guerra dello Yom Kippur. Ha raccontato che Meir gli confidò che l'”arma segreta” di Israele era che il suo popolo non aveva “nessun altro posto dove andare”.
Questa settimana, la domanda più urgente è dove andranno i 2 milioni di abitanti di Gaza. Martedì scorso, un funzionario israeliano ha dichiarato al canale 13 del Paese che Gaza sarebbe stata ridotta a “una città di tende”. I valichi di frontiera sono chiusi, per ora, e il bilancio delle vittime è in costante aumento.
Invasione israeliana del Libano nel 1982
Nell’estate del 1982, le truppe israeliane, con il tacito appoggio degli Stati Uniti, entrarono in Libano per eliminare la presenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Le forze israeliane assediarono addirittura la capitale Beirut per due mesi. Sebbene siano riuscite a cacciare l’OLP dal Libano, l’eredità della “prima guerra di terra su larga scala di Israele contro un’entità non statale”, come ha scritto Kim Ghattas sul Financial Times, è stata quella di un costoso errore strategico.
Le milizie cristiane libanesi di destra alleate degli israeliani compirono orrendi massacri di fino a 2.000 palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila e di centinaia di civili libanesi. In reazione all’invasione, la Siria e l’Iran formarono un “asse di resistenza” che ancora oggi modella l’equazione geopolitica.
“La lezione degli ultimi quarant’anni è che ogni tentativo di spazzare via i gruppi armati palestinesi ha prodotto solo iterazioni più estreme e peggiori enigmi”, ha scritto Ghattas. “Due giorni dopo l’invasione del Libano da parte di Israele, un aereo di Guardie rivoluzionarie iraniane è arrivato a Damasco e si è diretto nella Valle della Bekaa in Libano con la benedizione del presidente siriano Hafez al-Assad. Da quando l’Iran è arrivato nel Levante, non se n’è più andato”.
Ghattas ha concluso: “Il pericolo ora è quello di altri errori strategici che non faranno altro che perpetuare la violenza per gli anni a venire”.
Ishaan Tharoor
*Ishaan Tharoor è un editorialista di affari esteri del Washington Post, dove è autore della newsletter e della rubrica Today’s WorldView. Nel 2021 ha vinto l’Arthur Ross Media Award in Commentary dell’American Academy of Diplomacy. In precedenza è stato redattore senior e corrispondente della rivista Time, prima a Hong Kong e poi a New York.
The troubling analogies surrounding the new Israel-Hamas war
Washington Post *Ishaan Tharoor 11 october 2023
A ground invasion of the Gaza Strip appears imminent, as Israeli authorities embark on a campaign to root out Islamist group Hamas. On Saturday, the faction’s militants orchestrated the single bloodiest day in the 75-year history of the modern Israeli state, bursting across the fortified border with Israel and carrying out a hideous killing spree in nearby Israeli villages and at a crowded music festival. At least 1,000 people were killed in the rampage, while the fate of more than 100 hostages abducted and taken to Gaza hangs in the balance.
In a short speech from the White Houseon Tuesday, President Biden declared that the United States “stands with Israel.” He described the events of the weekend as “pure unadulterated evil” and said that Israel had not just a right but a “duty” to respond to Hamas’s attack with force. Already, a relentless Israeli campaign of airstrikes on the densely populated Palestinian enclave has killed at least 920 Palestinians, with reports and images coming out from the territory of overflowing hospitals and neighborhoods flattened.
In Israel, the shock of the strike has given way to a steely resolve. Questions loom over the astonishing intelligence failure that preceded Hamas’s assault, as well as the political future of polarizing Prime Minister Benjamin Netanyahu, who failed to thwart the carnage. For now, though, authorities are projecting a show of unity. “Before we go and ask ourselves tough questions, we have a mission,” Gen. Dan Goldfuss, who commands the country’s 98th Paratroopers Division, told reporters Tuesday. “We are moving into the offensive now with all kinds of capabilities and angles.”
He added that the goal of the Israeli campaign would be to “teach the other side that there is no way that they can do this without us changing the reality.” That’s grim tidings for the more than 2 million people trapped within the Gaza Strip, roughly half of whom are children.
The unprecedented nature of what’s taken place and the uncertainty of what comes next has led to analysts reaching back into the past for some precedent. Here are three analogies that may help readers think through the broad, tragic sweep of what’s in motion.
‘Israel’s 9/11’
The most immediate parallel that emerged in the wake of Hamas’s attack was reference to the al-Qaeda strike on the United States on Sept. 11, 2001. Per capita, in terms of the death toll, Israel suffered multiple 9/11s on Saturday. But the analogy lies in the shock and surprise of what happened, in the scale of the tragedy, and in the overwhelming national desire for retribution. “The effect this will have on our collective psyche and our shared consciousness, on our very sense of security and our confidence in our ability to live freely and securely in this land — it will be felt for decades if not generations,” wrote Avi Mayer, editor in chief of the Jerusalem Post who hailed the moment as Israel’s 9/11.
The analogy carries some worrying implications: The United States spent the better part of two decades prosecuting costly wars on terror, invading countries and casting a global dragnet against Islamist extremists. But the Islamist militant threat has not been expunged. The Taliban is back in power in Afghanistan and Iraq remains a geopolitical powder keg, somewhat aligned to Iran’s theocratic regime.
An Israeli victory over Hamas hardly guarantees a lasting peace. “Even assuming Hamas can be destroyed, neither Biden nor Netanyahu can answer the hard questions about what happens after Israel’s retribution: who will run Gaza, and what will be the status of the Palestinians in Israel’s midst?” noted the Economist’s Gregg Carlstrom.
1973 Yom Kippur War
Until this Saturday, no day in Israeli history had been as uniquely traumatic as Oct. 6, 1973, when the armies of Egypt and Syria launched a coordinated surprise invasion of Israeli territory in the Sinai Peninsula and Golan Heights. Israel eventually recovered its footing and pushed back the Arab forces with U.S. military aid. The battles then were existential — it seemed, if briefly, that the fledgling Israeli state could be snuffed out. That’s less the case today, given the vast asymmetry of power between Israel and the militant factions arrayed against it.
But the outlook may be all the more bleak. “Victory, even if definable, will likely be Pyrrhic,” wrote former Israeli diplomat Michael Oren. “The 1973 war created the conditions for negotiations between Egypt and Israel and led, six years later, to the Camp David Accords. But Egypt’s president at the time, Anwar Sadat, sought peace; Hamas’s leaders seek genocide.”
On Tuesday, Biden recalled his encounter with then-prime minister Golda Meir, whom he met as a young senator on a trip to Israel that took place some five weeks before the breakout of the Yom Kippur War. He said that Meir confided in him that Israel’s “secret weapon” was that its people had “nowhere else to go.”
This week, the more urgent question is where will Gaza’s 2 million people go. On Tuesday, an Israeli official told the country’s Channel 13 that Gaza would be reduced to “a city of tents.” The border crossings are shut, for now, and the death toll is steadily rising.
1982 Israeli invasion of Lebanon
In the summer of 1982, Israeli troops, with tacit U.S. backing, entered Lebanon to eliminate the presence there of the Palestine Liberation Organization. Israel’s forces even besieged the capital Beirut for two months. While they succeeded in driving the PLO out of Lebanon, the legacy of “Israel’s first large-scale ground war against a non-state entity,” as Kim Ghattas wrote in the Financial Times, was that of a costly strategic blunder.
Right-wing Lebanese Christian militias allied to the Israelis carried out the hideous massacres of up to 2,000 Palestinians at the Sabra and Shatila refugee camps, as well as hundreds of Lebanese civilians. In reaction to the invasion, Syria and Iran forged an “axis of resistance” that shapes the geopolitical equation to this day.
“The lesson of the past four decades is also that every attempt to wipe out Palestinian armed groups has only produced more extreme iterations and worse conundrums,” Ghattas wrote. “Two days after Israel’s invasion of Lebanon, a planeload of Iranian Revolutionary Guards arrived in Damascus and headed to Lebanon’s Bekaa Valley with Syrian president Hafez al-Assad’s blessing. Since Iran arrived in the Levant, it has never left.”
Ghattas concluded: “The danger now is of more strategic blunders that will only perpetuate the violence for years to come.”
Ishaan Tharoor*
*Ishaan Tharoor is a foreign affairs columnist at The Washington Post, where he authors the Today’s WorldView newsletter and column. In 2021, he won the Arthur Ross Media Award in Commentary from the American Academy of Diplomacy. He previously was a senior editor and correspondent at Time magazine, based first in Hong Kong and later in New York
Speciale per Africa ExPress Giuseppe Cassini*
10 ottobre 2023
Con lo sguardo lungo si vede meglio quando è iniziato il cammino d’Israele verso il suicidio: è iniziato il 4 novembre 1995, con l’assassinio di Rabin per mano di un ebreo estremista. Il mese prima eravamo al Vertice di Amman: le parole di Rabin e dei leader palestinesi lasciavano presagire compromessi risolutivi. Incontrai Rabin un’ultima volta: i suoi occhi di un azzurro intenso infondevano un senso di visione. “La pace si negozia con i nemici – ripeteva con forza – e la faremo ad ogni costo”. Ad ogni costo? A lui costò la vita: quei tre colpi di pistola chiusero la prima porta verso la pace. Poi fu un seguito di occasioni sprecate.
Marzo 2002. Al Vertice della Lega Araba a Beirut ricordo il re saudita presentare un piano di pace impeccabile, accettato dall’intera Lega Araba. Ecco, finalmente ci siamo – pensavo io. Invece no, il governo d’Israele chiuse il piano in un cassetto. Gennaio 2006. L’Autorità Palestinese indisse libere elezioni, a cui Hamas partecipò vincendole a Gaza (74 seggi contro 45 ad al-Fatah). Gli osservatori internazionali confermarono la regolarità delle elezioni, ma su pressione israeliana gli Usa e l’Ue non accettarono i risultati. Démocratie à la carte?
Luglio 2006. Nella guerra sul fronte israelo-libanese vidi Tsahal seminare di rovine e di morte mezzo Libano per eliminare Hezbollah e i suoi razzi. Oggi Hezbollah possiede missili (altro che katiusce!) con gittate in grado di colpire Israele dovunque. 2008 – 2015. Su Gaza piovvero nove valanghe di fuoco intese ad eliminare razzi, tunnel e capi di Hamas, al prezzo di migliaia di vittime civili, inclusi feriti e rifugiati in ospedali e scuole dell’Onu. Erano “centimazioni”, non decimazioni: il rapporto fra vittime palestinesi e israeliane fu di 1 a 100. Quelle nove operazioni erano battezzate con nomi immaginifici: Arcobaleno – Giorni di Penitenza – Prime Piogge – Attacco Illuminante – Piogge d’Estate – Inverno Caldo – Piombo Fuso – Pilastro di Difesa – Margine di Protezione. Ora è arrivata la decima: operazione Spade di Ferro.
Hamas venne fondata nel 1987 da un gruppo di Fratelli Musulmani (con la collusione d’Israele al fine di indebolire Arafat). La loro guida spirituale e politica era Ahmed Yassin, capo carismatico costretto dalla paralisi su una sedia a rotelle. Yassin aveva proposto fin dal 1993 delle tregue che portassero a concludere un vero armistizio senza rinunciare ai propri principi. Ma Israele le aveva sempre snobbate, sostenendo che erano solo “cortina fumogena”; e a sottolineare meglio il concetto, il 22 marzo 2004 un elicottero inviato sopra Gaza fulminò sulla sedia a rotelle Yassin con altri nove palestinesi all’uscita della moschea dopo la preghiera del tramonto.
Chi viaggia oggigiorno in Terrasanta non trova traccia dello spirito ideale dei kibbutz; incrocia piuttosto gruppi di ortodossi che ti squadrano con occhiate lampeggianti di fanatismo, e se cammini di sabato nei loro quartieri puoi beccarti anche qualche sassata. Da oltre un decennio Netanyahu invita ebrei invasati ad occupare terre non loro, erige muri su muri, rende impraticabile la soluzione dei due Stati, umilia i palestinesi moderati… e lo stesso presidente Obama davanti al Congresso americano.
Al punto da indurre l’ex-presidente Carter a intitolare “Apartheid” un suo libro di critica a Israele.
Identificare il popolo ebraico con lo Stato israeliano finisce per “giustificare” – in una logica uguale e contraria – il dilagare dell’antisemitismo in Europa e in America. Memorabile lo scambio di battute fuori onda di Obama con Sarkozy al G20 di Cannes nel 2011: “Non ne posso più di Netanyahu, è un bugiardo!” aveva bisbigliato Sarkozy; e Obama di rimando: “Lo dici a me che devo trattare ogni giorno con lui?”. I sionisti americani che vedono in Israele la realizzazione in terra delle profezie bibliche – tipi come il pastore John Hagee, faccia e stazza texana, che benediva i raid israeliani con prediche ispirate («L’umanità verrà giudicata per le sue azioni nei riguardi d’Israele») – potrebbero con pari fanatismo riabbracciare l’antisemitismo se un giorno si risvegliassero chiedendosi: possibile che un piccolo Stato straniero tenga in scacco da mezzo secolo la super-potenza del mondo?
Non per niente Israele si guarda bene dall’associarsi agli altri 123 membri dell’Onu che hanno aderito alla Corte Penale Internazionale, dato che il suo obiettivo non è di accettare la sfida nei processi, bensì di star fuori dai processi (perciò Berlusconi faceva il tifo per Netanyahu).
Ebrei ultraordossi, Israelel
L’occupazione dei Territori mette in pericolo la sicurezza stessa d’Israele, dal momento che il diritto internazionale autorizza a ribellarsi chi è sottoposto – come i palestinesi – ad occupazione militare condannata dall’Onu. E chi persiste a giustificare l’impunità ad Israele sta in realtà scavandogli la fossa: l’ha capito da tempo l’ex-presidente della Knesset, Avraham Burg, quando ha scongiurato di “salvare Israele da sé stesso”.
Giuseppe Cassini*
*Giuseppe Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino. La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra. Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.
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La recrudescenza della guerra tra palestinesi e israeliani
rende questo libro di Giovanni Porzio ancora più attuale.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Milano, ottobre 2023
Quello di Giovanni Porzio “Sui sentieri del Jihad” non è un libro da leggere, ma da divorare. Bisogna fare attenzione perché quando cominci a sfogliare le pagine, non smetti più. E’ un testo pieno di informazioni, annotazioni e storie narrate in prima persona che affascinano il lettore e riescono a coinvolgerlo quasi fosse anche lui parte del racconto.
Giovanni Porzio è un inviato di lungo corso. Le guerre e più in generale le aree di crisi sono il suo pane. Sa muoversi a dovere e sa che incidenti in cui puoi perdere persino la vita sono sempre possibili: “Sono rischi di questo mestiere. Se vuoi conoscere e capire la realtà, spesso tragica e difficile, devi essere là. Non puoi restare a casa comodamente accomodato su un divano e scrivere di guerra se non ci sei dentro”. Aveva spesso spiegato.
E infatti zaino in spalla, taccuino in una mano e macchina fotografica a tracolla, si metteva (e si mette ancora) in viaggio verso l’inferno in Terra.
Giovanni Porzio in Ciad, 2004, foto di Giancarlo Zizola
E così già dalle prime pagine il libro trascina il lettore nella sofferenza. Sia essa in Afghanistan, in Somalia, in Palestina, nell’infuocato Sahara o in altre parti del pianeta dove l’autore si muove con difficoltà, logistiche e organizzative, ma anche a proprio agio. Nell’inferno non ci sono autostrade né confortevoli alberghi con aria condizionata e piscina e neppure ristoranti con cibi prelibati, ghiotti o pantagruelici, ma solo poca roba commestibile che serve solo per nutrirsi.
Ma il libro non è solo cronaca. I racconti non possono essere distaccati dalla realtà e dalle immagini che emergono dipingendo tragedie epocali.
Obedia è una donna palestinese che ha perso il fidanzato ucciso da un missile israeliano. Il fratello kamikaze si era fatto saltare alla stazione degli autobus di Tel Aviv. Decide di seguirne l’esempio ma viene scoperta è cacciata per sei anni in galera. Uscita di prigione convola a nozze con un matrimonio combinato e infelice con un figlio che non arrivava mai.
Il carcere l’ha cambiata profondamente anche se resta partigiana della patria palestinese. E il suo sfogo raccontato da Porzio non solo è toccante ma spiega anche tante cose che purtroppo sfuggono al grande pubblico. “So che non potrò mai vivere una vita normale, che non potrò mai essere una madre come e altre. Ma non sono un mostro assetato di sangue. Sono un essere umano: è questo che vorrei dire agli israeliani. Tra i kamikaze ci sono donne come me, studenti universitari, impiegati, gente comune. Persone quali sempre spinte a scelte e azioni estreme spinte dalla disperazione per la perdita di un congiunto della casa o del lavoro. Per molti di noi la morte è preferibile all’umiliazione di una vita senza futuro, senza patria e senza libertà. Non è la testa che ci guida. E’ il cuore”. Una confessione agghiacciante che spiega parecchie cose sulla motivazione dei terroristi. Se si vuol combattere il terrorismo occorre rimuovere le cause che muovono i terroristi. E spesso non è cieco fanatismo o incomprensibile esaltazione.
Il questo libro non ci sono solo pagine toccanti. Quando parla dei documenti sulla ricostruzione dell’Afghanistan pubblicati dal Washington Post nel 2019 racconta risvolti noti ma sconosciuti al grande pubblico, specie a quello italiano. “Quei documenti – scrive Porzio – non facevano che confermare ciò che era evidente a tutti gli afghani e agli osservatori sul campo: la dilagante corruzione di un governo inetto e cleptocratico (quello afgano, n.d.r.) l’impreparazione e la debolezza delle forze di sicurezza, la piaga del traffico di droga, l’impunità dei warlord sul libro paga della CIA, l’avanzata dei taliban”.
E ancora: “Gli Afghanistan Papers dimostravano che l’opinione pubblica americana, come i tempi del Vietnam, era stata deliberatamente manipolata con l’avallo di tre inquilini della Casa Bianca, Bush, Obama e Trump. Generali e funzionari del Pentagono enfatizzavano i progressi della campagna militare e della ricostruzione diffondendo notizie false, statistiche distorte o inesistenti. E brancolavano nel buio. ‘Che cosa stavano facendo in quel Paese?’, Si domandava il generale Douglas Lute, consigliere per l’Afghanistan di Bush e Obama. ‘Che cosa stiamo cercando di fare? Con quali obiettivi? Non lo sapevamo’ “.
Porzio mostra le rovine di un palazzo distrutto a Karkiv, in Ucraina
Nel libro si trovano poi le risposte ad alcune domande semplici ma spesso rimaste inevase. “Nei documenti che avevo trovato nei covi di al Qaeda a Kabul, le parole d’ordine più frequentemente ribadite erano la riconquista di Gerusalemme e la cacciata degli americani dei territori arabi -racconta Giovanni Porzio -. L’avversione per gli Stati Uniti, di cui un Occidente in malafede e privo di memoria storica pareva non capire le ragioni, era un sentimento diffuso nel mondo islamico. Erano missili americani quelli che provocavano i ‘danni collaterali’ in Afghanistan e polverizzavano le case dei palestinesi, erano armi americane quelle in mano le milizie falangista di Beirut che nel 1982 massacrarono e stuprarono i profughi dei campi di Sabra e Chatila, ed era Israele – alleato di ferro degli Stati Uniti – che occupava il Golan e la Cisgiordania e che durante l’invasione del Libano aveva ucciso 17.500 civili. Ed erano gli americani ad aver imposto all’Iraq le sanzioni economiche che avevano causato la morte di quasi mezzo milione di bambini”.
Nel 2003 al lavoro nella sua camera d’albergo a Baghdad
Una constatazione banale tenuta purtroppo lontana dall’opinione pubblica occidentale. Così le si possono imporre scelte dannose che favoriscono l’industria delle armi, i trafficanti che ne fanno parte. Insomma il commercio di morte. Un apparato economico che applaude freneticamente ogni volta che viene tirato un missile e gioisce a ogni massacro e a ogni carneficina. Ogni arma e ogni proiettile usato, dovrà essere rimpiazzato negli arsenali.
Il libro di Porzio è pieno zeppo di informazioni e di spunti illuminanti. Chiarimenti di cui c’è assai bisogno ora, tempo di guerra in Ucraina. La narrazione del conflitto attuale è a senso unico e chi solleva dubbi sulla sua necessità e ineluttabilità viene insultato e accusato di essere amico dei dittatori e dei tiranni. Le guerra e le sue cause non sono avvenimenti semplici da narrare e descrivere. E qualche velo lo scritto di Porzio lo solleva.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
9 ottobre 2023
E’ stata una corsa al record, ma soprattutto all’oro, anzi al dollaro, la 45esima edizione della ambitissima maratona di Chicago.
Chicago Marathon: And the winner is Kelvin Kiptum, Kenya, record mondiale
E Kelvin Kiptum, 23 anni, keniano, domenica 8 ottobre, alle 16.30 circa (ora italiana) ha fissato il nuovo primato mondiale sui 42,195 km e ha messo in tasca 150 mila dollari: 100 mila per la vittoria, 50 mila di bonus per le 2 h00’ 35”, il tempo mai impiegato da un uomo a coprire la distanza di Fidippide.
Il giovane africano, col suo risultato straordinario, vicino al limite umano, ha detronizzato il suo “anziano” maestro rivale, il connazionale Eliud Kipchoge, 38 anni, mito vivente, tanto da essere chiamato sua maestà, sia per essere il detentore del record (2h01’09”, stabilito a Berlino lo scorso anno) sia per avere vinto due Olimpiadi consecutive e mirare alla terza nel 2024 a Parigi, dove troverà di nuovo il giovane sfidante.
“Preparatevi allo spettacolo” aveva annunciato. E così è stato, anche se neppure lui aveva previsto un tale evento.
Kelvin Kiptum, nato il 2 dicembre 1999, è cresciuto a pane e mezze maratone in quel di Eldoret, dove sorgono i campioni e la sua performance, a Chicago era attesa, ma ha superato ogni aspettativa.
E’ stato il primo a riconoscerlo. Sul traguardo ha dichiarato: ”Ero venuto per battere il record della corsa, non quello mondiale! Sapevo che un giorno o l’altro c’è l’avrei fatta ma non oggi. Ovviamente sono felicissimo”.
Kelvin era visto come il maratoneta del futuro perché a Londra, alla sua seconda maratona, il 23 aprile, aveva stupito il mondo dell atletica correndo in 2h01’25” sfiorando il primato di Eliud. Aveva esordito in questa massacrante distanza appena a dicembre 2022, a Valencia, in Spagna con il miglior debutto di sempre: 2:01’53”.
Ora domenica c’è l’ha fatta grazie al percorso piatto e scorrevolissimo, al clima fresco e alle…scarpe supertecnologiche, con piastre in carbonio, che – si scherza- farebbero piacere anche a Hermes, il messaggero degli dei.
“Ora dove arriverà?”, si domandano gli esperti. Sarà il primo a raggiungere vette un tempo inavvicinabili, ovvero a toccare le due ore e a sfondarle? Inutile dire che la sua prestazione ha oscurato tutti gli altri concorrenti di livello mondiale: il secondo, Benson Kipruto, 32 anni, keniano, pure lui, è arrivato tre minuti dopo in 2h04’02” (dollari 50 mila comunque), il terzo, Bashir Abdi, 34, belga-somalo, con 3 minuti e mezzo di ritardo, un posto che vale comunque 25 mila dollari.
Chicago Marathon 2023: l’olandese di origini etiopiche, Sifan Hassan, vince la gara femminile
La manifestazione di Chicago, svoltasi sotto un “tunnel umano” di oltre un milione e mezzo di spettatori (45 mila gli iscritti, 642 italiani) ha riservato cose dell’altro mondo anche fra le donne. La dominatrice, l’olandese di origini etiopiche, Sifan Hassan, 30 anni, segna il secondo tempo di sempre con 2h13’44”. Ed era alla sua seconda maratona, che le vale sempre 100 mila dollari. (I premi sono uguali per maschi e femmine).
Alle sue spalle una perdente velocissima, Ruth Chepngetich, 29 anni, un peso piuma sotto i 50 chili, alta 1,67, vincitrice nel 2021 e 2022, che ha fermato il cronometro su 2h15’37”. Inutile ricordare che anche lei è delle parti di Nairobi.
Cose “mostruose”, dunque, succedono alla maratona di Chicago, dove, comunque, si conferma lo strapotere dei maratoneti keniani, che dal 2010, tra uomini e donne, hanno vinto 16 volte.
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