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Liberia presidenziali 2023: l’ex pallone d’oro Weah vs Boakai, nuovamente al ballottaggio come nel 2017

Africa ExPress
26 ottobre 2023

Anche stavolta si va ai rigori, un déjà vu. Come nel 2017, l’attuale ex pallone d’oro e attuale presidente uscente della Liberia, George Weah e il suo “eterno” antagonista, Joseph Boakai, si “giocheranno” la poltrona presidenziale al ballottaggio, fissato per il 14 novembre.

Il presidente liberiano uscente, George Weah, e il contendente Joseph Boakai

Nessuno dei due candidati è riuscito ad arrivare alla soglia del 50,1 per cento per evitare un secondo turno. Weah ha superato Boaki con una manciata di preferenze, poco più di 7mila, fermandosi al 43,83 percento, mentre il suo rivale al 43,44.

Il capo della commissione elettorale liberiana (NEC), Davidetta Browne Lansanah, ha confermato i risultati martedì scorso. Le elezioni presidenziali e legislative si sono svolte lo scorso 10 ottobre e la partecipazione al voto è stata del 78,86 per cento dei 2,4 milioni di cittadini iscritti alle liste elettorali.

I candidati in lizza per le presidenziali sono stati 20, ma nessuno degli altri 18 ha superato la soglia del 3 per cento delle preferenze. Ora si ripresenta nuovamente il faccia a faccia della ex stella del calcio George Weah e Joseph Boaki, ex vicepresidente durante il governo di Ellen Johnson-Sirleaf, prima donna ad aver occupato la poltrona più prestigiosa di un Paese del continente africano. Fu eletta nel 2005 per un primo mandato e nel 2011 per un secondo. Perse poi le elezioni nel 2017. Nel 2011 le fu conferito anche il premio Nobel per la Pace.

Ma l’inclusione delle donne in politica è ancor un miraggio anche in Liberia. Tant’è vero che tra i 20 candidati in lizza alle presidenziali c’erano solamente due candidate.

Weah era convinto di vincere al primo turno. Non aveva dubbi, visto che nel 2018 aveva annullato le tasse universitarie degli atenei pubblici per tutti gli studenti. Attualmente il suo governo sta pagando anche le tasse per gli esami di maturità dell’Africa occidentale, per gli studenti del 9° e 12° anno delle scuole pubbliche della Liberia

Inoltre, il governo ha provveduto a diffondere l’accesso alla rete elettrica e ridotto i costi dei consumi. L’amministrazione Weah ha anche avviato diversi progetti di costruzione di strade in tutto il Paese. Ma a  quanto pare tutto ciò non è bastato. L’opposizione gli rimprovera che la sua battaglia contro la corruzione endemica nel Paese ha portato pochi frutti. Conferme in tal senso sono arrivate anche da Transparency International, che classifica la Liberia al 126esimo posto su i 180 Paesi compresi nell’indice.

Gli si rimprovera inoltre che il tribunale istituito per giudicare i crimini di guerra commessi durante il conflitto interno (1989 and 2003), durante il quale morirono oltre 250mila persone, non sia ancora operativo. Weah è poi stato criticato per essere stato assente dal Paese per quasi cinquanta giorni alla fine del 2022.

Nonostante la sua grande popolarità tra i giovani, Weah ha deluso molti. Le condizioni di vita dei più svantaggiati non sono migliorate e la corruzione è aumentata sotto la sua presidenza. In questi sei anni di governo l’immagine dell’ex campione di calcio si è un po’ appannata, anche se i suoi sostenitori sostengono che abbia consolidato la pace, dopo la terribile guerra civile. Ma il grande guaio è che ora la sua amministrazione viene associata all’impunità nei casi di corruzione.

Joseph Boakai, ha promesso di migliorare la vita dei più poveri, ma ha stretto alleanze con i baroni locali – in particolare con l’ex signore della guerra, Prince Johnson – che potrebbero giocare a suo sfavore. Johnson, ex generale e oggi senatore, è tristemente famoso per la sua crudeltà dimostrata durante la guerra civile.

Africa ExPress
X: @africexp
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George Weah, da campione del calcio a presidente della Liberia

Liberia: Weah contestato, la popolazione chiede migliori condizioni di vita

 

In Israele, gli attivisti anti-occupazione vogliono mantenere salda la rotta nonostante il dolore

Questo lungo articolo è il frutto di un interessante reportage effettuato
in Israele da uno dei migliori giornalisti investigativi d’Europa.
Purtroppo, la traduzione che pubblichiamo in italiano non rende al meglio
lo spirito dell’articolo e il sentimento che ha animato l’autore.
Alla fine, comunque, trovate il testo in francese.
Consigliamo, per chi può, di leggere la versione originale.

Africa ExPress

Dal sito Mediapart**
Joseph Confavreux*
Tel Aviv, 19 ottobre 2023

“Piango sempre. Piango ogni giorno. Ma non piango solo per i miei genitori, anche se pochi figli hanno amato i loro genitori quanto me. Piango perché questa guerra deve essere fermata immediatamente, la spirale di sangue e il ciclo di uccisioni devono finire”.

Il valico di Erez, noto anche come valico di Beit Hanoun, è un valico di frontiera tra la Striscia di Gaza e Israele. Si trova all’estremità settentrionale della Striscia di Gaza, tra il kibbutz israeliano di Erez e la città palestinese di Beit Hanoun. Fino al 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas era l’unico punto di passaggio via terra tra la Striscia di Gaza e Israele e rappresentava la seconda opzione per gli abitanti della Striscia quando il valico di Rafah con l’Egitto era chiuso. L’uso del valico di Erez era limitato ai palestinesi che vivono sotto la giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese, ai cittadini egiziani e ai funzionari degli aiuti internazionali.

Con la voce rotta ma con le parole chiare, Maoz Inon ha visto la sua vita distrutta il 7 ottobre. Bilha e Yakovi Inon, i suoi genitori settantenni, sono stati bruciati vivi quando i combattenti di Hamas hanno dato fuoco alla piccola casa di legno in cui vivevano nel villaggio di Netiv HaAsara, a pochi passi dal valico di frontiera di Erez, nel nord di Gaza.

“L’unica cosa che mi consola è che sono morti come hanno vissuto: insieme. So per certa una cosa: non avrebbero mai voluto essere vendicati”.

Netiv HaAsara è il comune più vicino al confine di cemento e metallo che circonda Gaza: solo poche centinaia di metri. Ma l’insediamento dista anche solo 60 chilometri da Tel Aviv, tanto è piccola la porzione del territorio dove oggi si gioca parte del futuro del mondo. E quando i suoi genitori si sono stabiliti a Netiv HaAsara, più di trent’anni fa, c’era libertà di movimento tra Gaza e il resto di Israele…

“A quel tempo – continua – i miei genitori vedevano regolarmente amici palestinesi. E molte persone di Gaza venivano a lavorare nei frutteti di Netiv HaAsara. Mio padre aveva stretti legami con i beduini del Negev. Nell’ultima settimana ho ricevuto continuamente messaggi di cordoglio da parte loro”.

Questa vignetta è di 80 anni fa, ma è ancora attuale. Le cose non sono cambiate molto da allora

Maoz Inon è un imprenditore con una coscienza sociale, nato in una famiglia di operai e agricoltori, che ha co-fondato i tre hotel Abraham a Gerusalemme, Tel Aviv ed Eilat: luoghi che mirano a far conoscere ai viaggiatori non solo i siti turistici del Paese, ma anche le diverse componenti della società israeliana, senza dimenticare la condizione dei palestinesi. Attualmente, i suoi alberghi sono utilizzati dai 500.000 israeliani evacuati dal nord e dal sud del Paese.

Non condivide forse il desiderio di sradicare Hamas dopo quello che ha fatto? “L’unico modo per eliminare Hamas è dare speranza – risponde immediatamente -. La speranza è l’unica arma veramente efficace che abbiamo. E questa speranza può basarsi solo sul principio di una terra condivisa e di una società condivisa: un principio che difendo da 25 anni”.

“Sapete, – continua – non sono un intellettuale, non ho nemmeno il diploma di maturità, ma l’unica cosa che mi impedisce di crollare in questi tempi bui è guardare alla storia. L’attuale rapporto tra Francia e Germania poteva essere immaginato nel 1945? Chi avrebbe pensato che proprio in questo momento gli israeliani avrebbero cercato rifugio a Berlino?”.

Non è necessario porgli una domanda perché continui. “Sento che lei pensa che io sia un ingenuo. Ma non sono ingenuo, anche se credo nel potere dell’ottimismo. La vera ingenuità sta nel pensare che la guerra possa risolvere tutto”.

L’Hotel Abraham a Tel Aviv. La clientela è cosmopolita: ebrei e palestinesi vivono in armonia

Come possiamo evitare di “andare verso il peggio”? “Non sono un politico – risponde Maoz -. Ma la cosa urgente è congelare la situazione. Costruiamo una coalizione. Costruiamo una strategia. Ma non aspettiamoci altre morti e sofferenze. Ne abbiamo avute abbastanza da entrambe le parti. Penso che sia possibile per tutti riconoscere il dolore dell’altro e provare pena per l’altro. Credo di essere fedele ai miei genitori nell’implorare il mondo di aiutarci a fare la pace”.

Il campo della pace decimato

Avner Gvaryahou è diventato recentemente direttore di Breaking the Silence, un’organizzazione composta da ex soldati che si oppongono all’occupazione della Cisgiordania e documentano i crimini commessi dai coloni e dall’esercito contro i palestinesi.

Fa una pausa prima di parlare. “Uno dei nostri, Shahar Zemach, membro del Kibbutz Be’eri, è stato ucciso in circostanze atroci il 7 ottobre. Da allora mi sono chiesto cosa lui avrebbe pensato. E non credo che avrebbe voluto vendicarsi. Come molta gente del Sud, era un uomo di pace”.

Molte delle persone massacrate o rapite da Hamas erano attivisti politicamente attivi, non solo contro il governo Netanyahu, ma anche a sostegno del popolo palestinese.

Come Hayim Katzman, che ha testimoniato per Breaking the Silence ed è stato uno dei pochi israeliani impegnati nella difesa di Masafar Yatta, un gruppo di villaggi sulle colline di Hebron i cui abitanti palestinesi sono stati ridotti a vivere in grotte dall’esercito israeliano.

O Vivian Silver, scomparsa e presunto ostaggio. Questa israeliana di origine canadese era una figura importante nel campo della pace israeliano. Volontaria di Road to Recovery, si recava a Gaza più volte alla settimana per raccogliere i palestinesi bisognosi di cure mediche, a partire dalla chemioterapia, e portarli negli ospedali di Tel Aviv e Gerusalemme. Nel 2014, dopo la prima guerra tra Israele e Hamas, ha co-fondato Women Wage Peace, un gruppo di donne della società civile israeliana e palestinese che chiede un accordo di pace.

Il 4 ottobre, tre giorni prima dell’attacco di Hamas, ha organizzato e partecipato a una manifestazione a Gerusalemme che ha riunito un migliaio di donne palestinesi e israeliane per chiedere la pace e spingere affinché le donne prendano posto al tavolo dei negoziati.

Geruslemme, 4ottobre 2023: manifestazione per la pace con la partecipazione di donne palestinesi e israeliane

“La questione – continua Avner Gvaryahou – è come mantenere la nostra umanità quando sono stati commessi atti disumani. Ovviamente il 7 ottobre ha stravolto tutto. Ma è proprio perché i nostri valori sono stati infranti quel giorno che devono rimanere la nostra bussola. In quest’ottica, è chiaro che non si può ottenere nulla di buono da una risposta meramente militare o basata unicamente sulla forza. La via d’uscita può essere solo politica”.

Come ex soldato, rivendica “il diritto di Israele a difendersi”. “Per non parlare del fatto che oggi tutti noi abbiamo amici e familiari in prima linea – aggiunge -. Ma una volta riconosciuta la portata dei crimini di Hamas, possiamo dire che, in termini di sicurezza, questo governo ha dato priorità ai coloni in Cisgiordania rispetto alla protezione del confine con Gaza”.

Alcune persone in questo governo
vogliono capitalizzare questo momento in cui non abbiamo
ancora finito di piangere i nostri morti”.
Avner Gvaryahou, direttore di Breaking the Silence

Molti ricordano che alcuni dei soldati normalmente presenti nei pressi di Gaza sono stati requisiti per proteggere i coloni che volevano organizzare una celebrazione di Sukkot venerdì 6 ottobre a Huwara, una cittadina palestinese vicino a Nablus che dall’inizio dell’anno è diventata l’epicentro delle tensioni in Cisgiordania.

“Su questo punto è essenziale essere perfettamente chiari – continua Avner Gvaryahou -. La responsabilità degli omicidi è degli assassini. E nessun essere umano può giustificare le atrocità commesse. Questo non vuol dire che non ci sia anche una colpa da parte di questo governo, che ha concentrato le sue energie e i nostri soldati nella Cisgiordania occupata”.

Tuttavia, il pericolo, secondo il direttore di Breaking the Silence, è che “alcuni in questo governo vogliono capitalizzare questo momento in cui gli israeliani non hanno ancora finito di identificare, seppellire e piangere i loro morti. Stanno cercando di approfittare dello shock per portare avanti la loro agenda, che è quella di colonizzare sempre di più, di stabilire uno Stato di apartheid dal Giordano al mare, e persino di riconquistare Gaza. Dal 7 ottobre, decine di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, persone sono state aggredite e altre espulse dalla loro terra”.

Guy Hirschfeld, uno dei fondatori dell’organizzazione Mistaclim LaKibush Ba’Aynayim (che letteralmente si traduce in “Guardare l’occupazione negli occhi”), ritiene inoltre che “l’estrema destra stia cercando di sfruttare le atrocità del 7 ottobre per promuovere la propria agenda. Dobbiamo capire che siamo di fronte a un governo basato su veri e propri fascisti che credono di avere una missione diretta da Dio. Sono l’immagine speculare di Hamas”.

Ma la sinistra anti-occupazione è stata in grado di guardare Hamas negli occhi o ha trascurato la natura profondamente fondamentalista, violenta e odiosa di questo movimento e la sua pretesa di presentarsi come l’incarnazione della resistenza palestinese anche alternativa all’Autorità Palestinese delegittimata e corrotta?

Per Guy Hirschfeld, “ciò che Hamas ha fatto è disumano. Penso – aggiunge – che i mezzi usati danneggino la causa che dicono di difendere. Ma questo non invalida il fatto che la resistenza armata sia uno degli strumenti a disposizione di chi lotta per la propria libertà e per il proprio Paese. È quello che hanno fatto Menachem Begin e Yithzak Shamir nel 1947 e nel 1948 per permettere la fondazione di Israele”, in riferimento ai due ex primi ministri di Israele che hanno combattuto la presenza britannica in Palestina con le armi in pugno.

Massacri crudeli

Michel Warschawski, figura storica della sinistra israeliana, è sulla stessa lunghezza d’onda: “Hamas non è mai stata la tazza di tè di un progressista, radicale o meno. Ma resta il fatto che si tratta di un’organizzazione di resistenza palestinese, anche se non condividiamo nessuno dei suoi valori. Non è sorprendente che Gaza sia finita per esplodere, date le condizioni in cui i suoi abitanti erano costretti a sopravvivere. È deplorevole che sia stato Hamas a innescare l’esplosione”.

Michel Warschawski, storico anti sionista israeliano

“L’obiettivo di smantellare Hamas – continua – non deve portarci a sprofondare nelle nostre stesse barbarie. A mio avviso, c’è una simmetria tra le barbarie di Hamas e le nostre, poiché anche loro uccidono bambini, donne e civili a centinaia”.

È possibile un parallelo, nonostante la particolare crudeltà dei massacri di Hamas, con corpi smembrati, bambini decapitati e ragazze adolescenti bruciate vive? “Sì, afferma. Siamo un Paese ricco e abbiamo un esercito potente. Questo ci permette di affermare che rimaniamo civilizzati perché agiamo in modo presumibilmente ‘chirurgico’. Ma questo non corrisponde alla realtà di ciò che sta accadendo oggi a Gaza”.

Per gli attivisti anti-occupazione, la cecità nei confronti di Hamas, sia in termini di sottovalutazione delle sue capacità logistiche che di fiducia in una forma di “normalizzazione” politica, non è da imputare a loro, ma al governo.

“Benyamin Netanyahu e Bezalel Smotrich (avvocato e politico israeliano, membro della Knesset, leader del Partito Sionista Religioso di estrema destra. Ministro delle Finanze nel governo Netanyahu, ndr) hanno dichiarato esplicitamente che Hamas a Gaza era un modo per dividere la leadership palestinese e accantonare la prospettiva di uno Stato palestinese, sommando la divisione politica alla separazione geografica tra Gaza e Cisgiordania – aggiunge Avner Gvaryahou -. Hanno lasciato che il Qatar versasse denaro a Gaza e che Hamas gestisse il territorio, ignorando la realtà di questa organizzazione e pensando che la situazione servisse in ultima analisi i loro interessi. Questo è anche il motivo per cui sono incapaci di assumersi la responsabilità di ciò che è accaduto il 7 ottobre”.

“Ho perso mia figlia ma non il mio cervello”.
Il padre di una giovane donna uccisa da Hamas

Lo pensa anche Heled Varda, pediatra in pensione che vive a Gerusalemme e membro dell’organizzazione Combattants pour la paix (Combattenti per la pace), che mette in guardia sulle condizioni di vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata, cerca di proteggerli dagli attacchi dei coloni e visita le famiglie di coloro che sono stati aggrediti, feriti o uccisi.

“Netanyahu – spiega – non si è limitato ad assecondare la conquista di Gaza da parte di Hamas, ma ha pensato di usarla per indebolire l’Autorità Palestinese e allontanare qualsiasi prospettiva di creazione di uno Stato palestinese”.

“Questo governo – continua l’autrice -, che faccio fatica a chiamare governo perché è principalmente un gruppo di delinquenti, vuole trasformare la vendetta in una strategia nazionale. È catastrofico. Eppure ho sentito di recente il padre di una giovane donna uccisa da Hamas dire: ‘Ho perso mia figlia ma non il mio cervello’. Dobbiamo trovare un accordo con il nostro nemico, anche se orribile, perché sappiamo che i bombardamenti non cambieranno nulla. Più terroristi uccidiamo in questo modo, più terroristi ci saranno per sostituirli. Abbiamo visto i risultati delle guerre di ‘cambio di regime’ condotte dagli Stati Uniti”.

Questo video è stato trasmesso da varie televisioni di tutto il mondo. Non siamo stati in grado di verificarne l’autenticità. Abbiamo deciso di pubblicarlo lo stesso, avvisando i nostri lettori. Purtroppo in ogni guerra la verità è una delle vittime. Occorre fare grande attenzione: la propaganda è sempre in agguato per uccidere la verità

Il suo rapporto con i palestinesi è stato trasformato dalla sequenza di sangue inaugurata da Hamas il 7 ottobre? “Parliamo ancora molto e le cose vanno bene – spiega la pediatra -. Non riesco nemmeno a contare il numero di messaggi di solidarietà che ho ricevuto dopo i massacri di Hamas. E io dico loro che sono contraria ai bombardamenti su Gaza”.

Tuttavia, sembra che, per citare Arielle Angel, direttrice della rivista Jewish Currents, in un testo forte tradotto nel Club de Mediapart, “Le già complesse e fragili relazioni tra attivisti di sinistra palestinesi ed ebrei, così come tra le correnti all’interno di queste due entità, siano minate dal fatto che fatichiamo a trovare un significato comune alle immagini che ci raggiungono attraverso i nostri schermi. Amici e colleghi di tutte le parti sono feriti dalle reazioni pubbliche con gli altri, o dal loro silenzio”.

“Ho diversi amici di sinistra
che hanno sempre creduto che una pace giusta
fosse l’unica soluzione e che ora pensano
che Gaza debba pagare il prezzo del sangue”.
Tomer Avital, attivista per la pace

Anche se molti preferiscono tenere per sé i propri sentimenti, lo shock del 7 ottobre è stato tale da aver provocato profonde fratture. “Ho diversi amici di sinistra che hanno sempre creduto che una pace giusta fosse l’unica soluzione e che ora pensano che Gaza debba pagare il prezzo del sangue. Questo mi rattrista enormemente”, afferma Tomer Avital, giornalista freelance specializzato in corruzione, che ha partecipato a tutte le manifestazioni contro la riforma della Corte Suprema attuata dall’attuale governo.

Tomer ha 40 anni, due figli piccoli ed è preoccupato per il loro futuro. “Anche se l’esercito conquisterà Gaza, cosa faremo dopo? Aspettiamo altri spargimenti di sangue tra cinque anni o tra cinquant’anni? Abbiamo visto che tutta la nostra tecnologia non può proteggerci. L’unico modo per difenderci veramente è fare la pace. Questo conflitto è innanzitutto territoriale prima che religioso. Dobbiamo riuscire a raggiungere un accordo per garantire la sicurezza di entrambi i nostri popoli.

Tomer Avital aveva programmato di girare il mondo per due o tre anni l’anno prossimo con la moglie e i figli. “Ma abbiamo deciso di comune accordo di aspettare. Non possiamo lasciare il Paese in questo stato, perché potremmo non avere un posto dove tornare. Sono estremamente preoccupato che Netanyahu sia al comando in un momento cruciale come questo. Ma ricordo anche che solo cinque anni dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973 furono firmati gli accordi di Camp David. Dobbiamo porre fine a questo conflitto una volta per tutte. Non avverrà senza sacrifici, in particolare lo smantellamento degli insediamenti, ma è l’unica soluzione a lungo termine se non voglio che i miei figli si trovino a combattere un’altra guerra con Gaza tra diciotto anni”.

Tutti coloro che rimangono pacifici in un Paese in guerra condividono l’idea che una soluzione politica sia possibile, perché è l’unico modo per pensare a un futuro che non sia così cupo come il presente.

“L’unico modo per indebolire Hamas sostiene Avner Gvaryahou – è trovare uno sbocco politico diverso da quello che esiste oggi. Dobbiamo iniziare a pensare al giorno dopo. Oggi sono in gioco i destini del popolo palestinese e di quello israeliano”.

I nostri alleati, se fossero veri amici,
potrebbero costringere
Israele a porre fine all’occupazione.

Guy Hirschfeld, fondatore di “Guardare l’occupazione negli occhi”.

Per Michel Warchawski: “Quando c’è la volontà politica, tutto è possibile nella giusta direzione. Ma abbiamo la sensazione che la società sia ancora divisa tra coloro che sono pronti al compromesso e gli irriducibili. Anche se condivido la sensazione sempre più diffusa che la fine sia vicina per il regime di Netanyahu, già odiato da un’intera parte del Paese per i suoi attacchi alla democrazia e ora criticato da chi lo ritiene inadatto a gestire le questioni di sicurezza e militari”.

Tuttavia, Guy Hirschfeld vede due condizioni necessarie per ribaltare la situazione attuale e trovare una soluzione politica. “In primo luogo i nostri alleati, se fossero veri amici, potrebbero costringere Israele a porre fine all’occupazione. Non siamo un Paese realmente indipendente. Senza il sostegno occidentale, sia esso militare, finanziario o sostenuto dal veto alle Nazioni Unite, Israele non esisterebbe. Come cittadino israeliano, vi chiedo ora di costringerci a venire al tavolo dei negoziati e di impedirci di commettere ulteriori massacri a Gaza. Poi ci vorrà una guerra civile”.

Le fotografie mostrano la distruzione compiuta a Gaza dai raid aerei israeliani

Cosa ci vorrà? La guerra con Hamas non è sufficiente? È una metafora per mobilitare le forze di sinistra per le prossime elezioni? “No, sono serio – continua Guy Hirschfeld -. Siamo di fronte a suprematisti ebrei che hanno fatto del dominio razziale il loro obiettivo. Dovremo combattere se vogliamo che lascino i territori occupati. Per far deragliare il processo di Oslo, che era il momento in cui eravamo più vicini alla pace, non hanno esitato a uccidere il Primo Ministro (L’assassinio del Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Yitzhak Rabin avvenne il 4 novembre 1995 al termine di una manifestazione in favore del processo di pace e degli Accordi di Oslo. Rabin era osteggiato dalla destra nazionalista e conservatrice e dai leader del Likud che consideravano gli accordi di Oslo come un tentativo di abbandonare i Territori occupati. L’assassinio segnò la fine degli accordi di Oslo, ndr). Oggi queste persone sono al potere. Dobbiamo riprendercelo, e non credo che si possa fare solo con mezzi pacifici”.

Joseph Confavreux*

*Giornalista di France Culture tra il 2000 e il 2011, è entrato a far parte di Mediapart nel maggio 2011. Joseph Confavreux è membro del comitato editoriale della rivista Vacarme, ha coeditato il libro La France invisible (La Découverte, 2006) e ha pubblicato altre due opere, Egypte :histoire, société, culture (La Découverte, 2009), e Passés à l’ennemi, des rangs de l’armée française aux maquis Viet-Minh (Tallandier, 2014). È anche condirettore della Revue du Crieur.

** Mediapart è una prestigiosa rivista online indipendente di investigazione e opinione francese, creata nel 2008 da Edwy Plenel, ex redattore capo di Le Monde. E’ pubblicata in francese, inglese e spagnolo, non ospita nessuna pubblicità  per preservare la propria indipendenza dal potere economico e politico. Può essere consultata solo in abbonamento.

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En Israël, les militants anti-occupation
veulent garder le cap malgré la douleur

Ce sont des voix minoritaires mais précieuses. Dans un pays traumatisé par les attaques du Hamas, où l’esprit de revanche, voire de vengeance, anime le sommet de l’État et les profondeurs de la société, les pacifistes tentent encore de se faire entendre.

Du site Mediapart**
Joseph Confavreux*
Tel-Aviv (Israël), 19 octobre 2023

« Je pleure tout le temps. Tous les jours. Mais je ne pleure pas seulement pour mes parents, même si peu d’enfants ont autant aimé leurs parents que moi. Je pleure parce qu’il faut arrêter immédiatement cette guerre, cesser la spirale sanguinaire et le cycle des tueries.»

Le point de passage d’Erez, également connu sous le nom de point de passage de Beit Hanoun, est un poste frontière entre la bande de Gaza et Israël. Il est situé à l’extrémité nord de la bande de Gaza, entre le kibboutz israélien d’Erez et la ville palestinienne de Beit Hanoun. Jusqu’au 7 octobre, jour de l’attaque du Hamas, il était le seul point de passage terrestre entre la bande de Gaza et Israël et constituait la deuxième option pour les habitants de la bande lorsque le point de passage de Rafah avec l’Égypte était fermé. L’utilisation du point de passage d’Erez était limitée aux Palestiniens vivant sous la juridiction de l’Autorité nationale palestinienne, aux citoyens égyptiens et aux fonctionnaires de l’aide internationale.

Voix brisée mais propos cristallin, Maoz Inon a vu sa vie partir en miettes le 7 octobre dernier. Bilha et Yakovi Inon, ses parents septuagénaires, sont morts, brûlés vifs, lorsque des combattants du Hamas ont incendié la petite maison de bois où ils vivaient dans le village de Netiv HaAsara, à quelques encablures du poste-frontière d’Erez, au nord de Gaza.

«La seule chose qui m’apporte un peu de consolation, c’est qu’ils sont morts comme ils ont vécu : ensemble. Et la chose dont je suis certain, c’est qu’ils n’auraient en aucun cas voulu être vengés.»

Netiv HaAsara est la municipalité le plus proche de la bordure de béton et de métal entourant Gaza : à peine quelques centaines de mètres. Mais le moshav se situe aussi à seulement 60 kilomètres de Tel-Aviv, tant l’échelle du territoire où se joue aujourd’hui une part de l’avenir du monde est réduite. Et lorsque ses parents se sont installés dans Netiv HaAsara il y a plus d’une trentaine d’années, la circulation entre Gaza et le reste d’Israël était libre…

Ce dessin a 80 ans, mais il est toujours d’actualité. Les choses n’ont pas beaucoup changé depuis

« À cette époque, poursuit-il, mes parents voyaient régulièrement des amis palestiniens. Et beaucoup de gens de Gaza venaient travailler dans les vergers de Netiv HaAsara. Mon père était très lié avec les Bédouins du Néguev. Depuis une semaine, je n’ai pas cessé de recevoir des messages de condoléances venant d’eux. » 

Maoz Inon est un entrepreneur à la fibre sociale, issu d’une famille d’ouvriers et d’agriculteurs, qui a notamment cofondé les trois hôtels Abraham, situés à Jérusalem, Tel-Aviv et Eilat : des lieux qui cherchent à faire découvrir aux voyageurs et voyageuses non seulement les sites touristiques du pays, mais aussi les différentes composantes de la société israélienne, sans oblitérer le sort des Palestinien·nes. En ce moment, ses hôtels sont mis à disposition des 500 000 israélien·nes évacué·es du nord et du sud du pays.

Ne partage-t-il pas, néanmoins, la volonté d’éradiquer le Hamas après ce qu’il a fait ? « Mais la seule manière d’éliminer le Hamas, c’est de donner de l’espoir !, répond-il immédiatement. L’espoir est la seule arme véritablement efficace dont nous disposons. Et cet espoir ne peut se fonder que sur le principe d’une terre et d’une société partagées : un principe que je défends depuis 25 ans. »

« Vous savez, enchaîne-t-il, je ne suis pas un intellectuel, je n’ai même pas le bac, mais la seule chose qui me permet de ne pas m’effondrer dans cette période obscure, c’est de regarder l’histoire. La relation actuelle entre la France et l’Allemagne aurait-elle été seulement imaginable en 1945 ? Qui aurait pu croire qu’en ce moment même des Israéliens aillent trouver refuge à Berlin ? »

Il n’est pas nécessaire de lui poser la question pour qu’il poursuive. « Je sens que vous me trouvez naïf. Mais je ne suis pas naïf, même si je crois à la force de l’optimisme. La vraie naïveté est de penser qu’on va régler quoi que ce soit en faisant la guerre. »

L’hôtel Abraham à Tel Aviv. La clientèle est cosmopolite : Juifs et Palestiniens vivent en harmonie

Comment, alors, éviter le « cap au pire » ? « Je ne suis pas un politicien, répond Maoz. Mais l’urgence est de geler la situation. Construisons une coalition. Construisons une stratégie. Mais n’attendons pas davantage de morts et de douleurs. Nous avons suffisamment eu notre lot des deux côtés. Il me semble possible que chacun reconnaisse la peine de l’autre et ait pitié. Je pense être fidèle à mes parents en implorant le monde de nous aider à faire la paix. »

Le camp de la paix décimé

Avner Gvaryahou dirige depuis peu l’organisation Breaking the Silence, composée d’anciens soldats s’opposant à l’occupation de la Cisjordanie et documentant les crimes commis par des colons ou des militaires à l’égard de Palestinien·nes.

Il marque une pause avant de s’exprimer. « Un des nôtres, Shahar Zemach, membre du kibboutz Be’eri, a été assassiné dans des conditions atroces le 7 octobre dernier. Depuis, je réfléchis en tentant de penser à ce que Shahar aurait pensé. Et je ne crois pas qu’il aurait voulu prendre sa revanche. Comme beaucoup de gens du Sud, c’était un homme de paix. »

Parmi les personnes massacrées ou kidnappées par le Hamas, plusieurs étaient des militantes et militants actifs politiquement, non seulement contre le gouvernement Nétanyahou, mais aussi dans le soutien au peuple palestinien.

Tel Hayim Katzman, qui avait témoigné pour Breaking the Silence et faisait partie des rares Israélien·nes engagé·es dans la défense de Masafar Yatta, un ensemble de hameaux situés dans les collines de Hébron dont les habitantes et habitants en sont réduits, à cause de l’armée israélienne, à vivre dans des grottes.

Ou bien Vivian Silver, disparue et présumée otage. Cette Israélienne d’origine canadienne est une figure majeure du camp de la paix en Israël. Bénévole pour Road to Recovery, elle se rendait à Gaza plusieurs fois par semaine pour aller chercher des Palestiniens et Palestiniennes ayant besoin de soins médicaux, à commencer par les chimiothérapies, et les emmener dans des hôpitaux de Tel-Aviv ou de Jérusalem. En 2014, après une première guerre entre Israël et le Hamas, elle avait cofondé Women Wage Peace, un groupe de femmes issues de la société civile israélienne et palestinienne exigeant un accord de paix.

Le 4 octobre, trois jours avant l’attaque du Hamas, elle avait organisé et participé à une manifestation à Jérusalem rassemblant un millier de femmes palestiniennes et israéliennes pour revendiquer la paix et pousser à ce que des femmes prennent place à la table des négociations.

Jérusalem, 4.10.2023 : manifestation pour la paix avec la participation de femmes palestiniennes et israéliennes

« La question qui se pose, poursuit Avner Gvaryahou, c’est de savoir comment s’accrocher à notre humanité alors que des actes inhumains ont été commis. Il est évident que le 7 octobre a tout bouleversé. Mais c’est précisément parce que nos valeurs ont été éventrées ce jour-là qu’il faut qu’elles restent notre boussole. À cette aune, il est évident que rien de bon ne peut venir d’une réponse simplement militaire ou seulement fondée sur la force. Le débouché ne peut être que politique. » 

En tant qu’ancien soldat, il revendique « le droit d’Israël à se défendre ». « Sans même parler du fait que nous avons tous aujourd’hui des amis et des membres de notre famille sur le front, précise-t-il. Mais, une fois reconnue l’ampleur des crimes du Hamas, il est possible de dire que ce gouvernement a, en termes de sécurité, donné la priorité aux colons de Cisjordanie sur la protection de la bordure avec Gaza. »

Certains, dans ce gouvernement,
veulent capitaliser sur ce moment
où nous n’avons même pas fini […]
de pleurer nos morts.
Avner Gvaryahou, directeur de Breaking the Silence

Beaucoup rappellent qu’une partie des soldats normalement présents près de Gaza avaient été réquisitionnés pour protéger des colons désireux d’organiser, vendredi 6 octobre, une fête de Souccot à Huwara, bourgade palestinienne proche de Naplouse, devenue l’épicentre des tensions en Cisjordanie depuis le début de l’année.

« Sur ce point, il est fondamental d’être parfaitement clair, poursuit Avner Gvaryahou. La responsabilité des meurtres reste sur les mains des meurtriers. Et tout être doté d’humanité ne peut excuser les atrocités commises. Cela ne veut pas dire qu’il n’y ait pas, aussi, une faute de ce gouvernement, qui a concentré son énergie et nos militaires en Cisjordanie occupée. »

Le danger, juge toutefois le directeur de Breaking the Silence, est que « certains, dans ce gouvernement veulent capitaliser sur ce moment où [les Israéliens n’ont] même pas fini d’identifier, d’enterrer et de pleurer [leurs] morts. Ils cherchent à profiter du choc pour faire avancer leur agenda qui consiste à coloniser toujours plus et établir un État d’apartheid du Jourdain à la mer, voire reconquérir Gaza. Depuis le 7 octobre, il y a eu en Cisjordanie des dizaines de Palestiniens tués, des gens agressés, d’autres expulsés de leur terre ».

Guy Hirschfeld, l’un des fondateurs de l’organisation Mistaclim LaKibush Ba’Aynayim (que l’on peut traduire littéralement par « Regarder l’occupation les yeux dans les yeux »), estime aussi que « l’extrême droite tente d’exploiter les atrocités du 7 octobre pour pousser son agenda ». « Il faut comprendre que nous sommes face à un gouvernement reposant sur d’authentiques fascistes qui se pensent missionnés directement par Dieu. Ils sont le miroir du Hamas. »

La gauche anti-occupation a-t-elle pour autant bien regardé le Hamas les yeux dans les yeux ou a-t-elle pu négliger la nature profondément intégriste, violente et haineuse de ce mouvement au nom du fait que ce dernier se présente comme l’incarnation de la résistance palestinienne face à une Autorité palestinienne délégitimée et corrompue ?

Pour Guy Hirschfeld, « ce qu’a fait le Hamas est inhumain ». « Je pense, précise-t-il, que les moyens employés abîment la cause qu’ils prétendent défendre. Mais cela n’invalide pas le fait que la résistance armée fait partie des outils à disposition des peuples qui se battent pour leur liberté et leur pays. C’est ce qu’ont fait Menahem Begin et Yithzak Shamir en 1947 et 1948 pour permettre la fondation d’Israël », en référence à deux anciens premiers ministres d’Israël ayant combattu les armes à la main la présence anglaise en Palestine.

Cruauté des massacres

Michel Warschawski, figure historique de la gauche israélienne, est sur une longueur d’onde similaire : « Le Hamas n’a jamais été la tasse de thé des progressistes, qu’ils soient radicaux ou non. Mais il n’empêche que c’est une organisation de la résistance palestinienne, même si nous ne partageons aucune de ses valeurs. Il n’est pas surprenant que Gaza ait fini par exploser, au vu des conditions dans lesquelles ses habitants étaient contraints de survivre. Il est regrettable que ce soit le Hamas qui ait déclenché l’explosion. »

Michel Warschawski, storico anti sionista israeliano

« L’objectif de démanteler le Hamas ne doit pas conduire à sombrer dans notre propre barbarie. Or il existe, selon moi, une symétrie entre la barbarie du Hamas et la nôtre, puisqu’on assassine aussi des enfants, des femmes et des civils par centaines. »

Le parallèle est-il possible, en dépit de la cruauté particulière des massacres du Hamas, avec des corps démembrés, des bébés décapités, des adolescentes brûlées vives ? « Oui, assume-t-il. Nous sommes un pays riche et nous possédons une armée puissante. Cela nous permet de prétendre que nous restons civilisés parce que nous agirions de façon prétendument “chirurgicale”. Mais cela ne correspond pas à la réalité de ce qui se passe à Gaza aujourd’hui. »

Pour les militants et militantes anti-occupation, l’aveuglement sur le Hamas, à la fois en termes de sous-estimation de ses capacités logistiques et de croyance en une forme de « normalisation » politique, n’est donc pas à mettre sur leur dos, mais bien sur celui du gouvernement.

« Benyamin Nétanyahou ou Bezalel Smotrich ont explicitement formulé que le Hamas à Gaza permettait de diviser le leadership palestinien et de mettre aux oubliettes la perspective d’un État palestinien en ajoutant la division politique à la séparation géographique entre Gaza et la Cisjordanie, complète Avner Gvaryahou. Ils ont laissé le Qatar déverser de l’argent sur Gaza et le Hamas gérer le territoire en négligeant la réalité de cette organisation et en pensant que la situation servait, in fine, leurs intérêts. C’est aussi pour cela qu’ils sont incapables de prendre leurs responsabilités dans ce qui s’est passé le 7 octobre. »

J’ai perdu ma fille mais pas mon cerveau.
Le père d’une jeune femme assassinée par le Hamas

 C’est également ce que pense Heled Varda, une pédiatre retraitée vivant à Jérusalem et membre de l’organisation des Combattants pour la paix, qui alerte sur les conditions de vie des Palestinien·nes en Cisjordanie occupée, cherche à les protéger contre les agressions des colons ou visite les familles de celles et ceux qui ont été agressés, blessés ou tués.

« Nétanyahou a fait davantage que s’accommoder de la prise de contrôle du Hamas sur Gaza, il a pensé pouvoir en tirer avantage pour affaiblir l’Autorité palestinienne et faire reculer toute perspective de création d’un État palestinien. »

Gaza oggi

« Ce gouvernement, poursuit-elle, que j’ai du mal à nommer comme tel puisqu’il s’agit surtout d’une assemblée de voyous, veut ériger la vengeance en stratégie nationale. C’est catastrophique. J’entendais pourtant le père d’une jeune femme assassinée par le Hamas dire récemment : “J’ai perdu ma fille mais pas mon cerveau.” On a besoin de trouver un accord avec notre ennemi, même si celui-ci est horrible, parce qu’on sait que les bombardements ne changeront rien. Plus on tue de terroristes comme cela, plus il y aura de terroristes pour les remplacer. On a bien vu ce qu’ont donné les guerres de “changement de régime” menées par les États-Unis. »

Cette vidéo a été diffusée par différentes chaînes de télévision dans le monde. Nous n’avons pas été en mesure de vérifier son authenticité. Nous avons décidé de la publier quand même, en avertissant nos lecteurs. Malheureusement, dans chaque guerre, la vérité est l’une des victimes. Il faut être très prudent : la propagande est toujours à l’affût pour tuer la vérité.

Ses relations avec les Palestinien·nes ont-elles été transformées par la séquence sanglante inaugurée par le Hamas le 7 octobre ? « On continue d’échanger beaucoup et cela se passe bien, assure Heled Varda. Je ne peux même pas compter le nombre de messages compatissants que j’ai reçus depuis les massacres du Hamas. Et je leur réponds que je suis contre les bombardements sur Gaza. »

Cependant, il semble que, pour le dire comme Arielle Angel, rédactrice en chef de la revue Jewish Currents, dans un texte fort traduit dans le Club de Mediapart, « les relations déjà complexes et fragiles entre les militant·es palestinien·nes et juif·ves de gauche – ainsi qu’entre courants au sein de ces deux entités – sont ébranlées par le fait que nous peinons à trouver une signification commune aux images qui nous parviennent via nos écrans. Des ami·es et des collègues de tous bords sont blessés par les réactions publiques des un·es et des autres, ou par leur silence ».

J’ai plusieurs amis de gauche qui ont toujours cru
qu’une paix juste était la seule solution et qui pensent maintenant
qu’il faut que Gaza paie le prix du sang.
Tomer Avital, militant pacifiste

Même si beaucoup préfèrent les mettre en sourdine, le choc du 7 octobre a été tel que l’on reconnaît que des fractures se sont ouvertes. « J’ai plusieurs amis de gauche qui ont toujours cru qu’une paix juste était la seule solution et qui pensent maintenant qu’il faut que Gaza paie le prix du sang. Cela m’attriste énormément », dit Tomer Avital, un journaliste indépendant spécialisé dans les affaires de corruption qui a été de toutes les manifestations contre la réforme de la Cour suprême mise en œuvre par le gouvernement actuel.

Tomer a 40 ans, deux jeunes enfants et s’inquiète pour leur avenir. « Même si l’armée conquiert Gaza, qu’est-ce qu’on fait après ? On attend qu’un nouveau carnage se reproduise dans cinq ans ou dans cinquante ans ? On a vu que toute notre technologie ne pouvait pas nous protéger. La seule manière de nous défendre vraiment, c’est en faisant la paix. Ce conflit est d’abord territorial avant d’être religieux. On doit pouvoir trouver un accord pour assurer la sécurité de nos deux peuples. »

Tomer Avital avait prévu de partir l’an prochain faire un tour du monde de deux ou trois ans avec sa femme et ses enfants.« Mais on s’est mis d’accord entre nous pour attendre. On ne peut pas laisser le pays dans cet état, on risquerait de ne plus avoir d’endroit où rentrer. Je suis extrêmement inquiet que ce soit Nétanyahou qui soit aux commandes dans un moment aussi charnière que celui que nous vivons. Mais je me rappelle aussi que, cinq ans seulement après la guerre du Kippour de 1973, il y a eu les accords de Camp David. Il faut en terminer une fois pour toutes avec ce conflit. Cela ne se fera pas sans sacrifices, notamment le démantèlement des colonies, mais c’est la seule solution de long terme si je ne veux pas que, dans dix-huit ans, mes enfants se retrouvent à faire une nouvelle guerre avec Gaza. »

Toutes celles et ceux qui restent pacifiques dans un pays en guerre se retrouvent sur l’idée qu’une solution politique est possible, parce qu’elle seule permet de penser un avenir qui ne soit pas aussi sombre que le présent.

« La seule façon d’affaiblir le Hamas, juge ainsi Avner Gvaryahou, c’est de trouver un débouché politique différent de tout ce qui existe aujourd’hui. Nous devons dès maintenant penser au jour d’après. Ce sont les destins du peuple palestinien comme du peuple israélien qui sont aujourd’hui en jeu. »

Nos alliés, s’ils étaient de vrais amis,
pourraient obliger Israël
à mettre fin à l’occupation.
Guy Hirschfeld, fondateur de Looking Occupation in the Eye

Pour Michel Warchawski, « quand il y a de la volonté politique, tout est possible, même dans le bon sens ». « Mais on sent que la société reste clivée entre celles et ceux qui sont prêts à un compromis et les jusqu’au-boutistes. Même si je partage le sentiment de plus en plus répandu que c’est bientôt la fin du régime Nétanyahou, qui était déjà détesté par toute une partie du pays pour ses attaques contre la démocratie et qui est maintenant critiqué par ceux qui le jugent inapte sur les questions sécuritaires et militaires ».

Guy Hirschfeld voit toutefois deux conditions nécessaires au renversement de la situation actuelle et à l’avènement d’une solution politique. « [D’abord], nos alliés, s’ils étaient de vrais amis, pourraient obliger Israël à mettre fin à l’occupation. Nous ne sommes pas vraiment un pays indépendant. Sans le soutien de l’Occident, qu’il soit militaire, financier ou appuyé sur le veto de l’ONU, Israël n’existerait pas. En tant que citoyen israélien, j’exige désormais que vous nous obligiez à nous mettre autour de la table de négociation et que vous nous empêchiez de commettre de nouveaux massacres à Gaza. »

Gaza

Ensuite, « il faudra une guerre civile ». Quoi ? La guerre avec le Hamas ne suffit pas ? Il s’agit d’une métaphore pour parler de la mobilisation des forces de gauche pour les prochaines élections ? « Non, je suis sérieux, poursuit Guy Hirschfeld. Nous sommes face à des suprémacistes juifs qui ont fait de la domination raciale leur objectif. Nous devrons nous battre si nous voulons qu’ils quittent les territoires occupés. Pour faire dérailler le processus d’Oslo, qui est le moment où nous étions le plus proche d’une paix, ils n’ont pas hésité à tuer le premier ministre. Aujourd’hui, ces gens sont au pouvoir. Nous devons leur reprendre le pouvoir, et je ne pense pas que cela puisse se faire uniquement par des moyens pacifiques. »

Joseph Confavreux*

*Journaliste à France Culture entre 2000 et 2011, il a rejoint Mediapart en mai 2011. Joseph Confavreux est membre du comité de rédaction de la revue Vacarme, a codirigé le livre La France invisible (La Découverte, 2006) et a publié deux autres ouvrages, Egypte :histoire, société, culture (La Découverte, 2009), et Passés à l’ennemi, des rangs de l’armée française aux maquis Viet-Minh (Tallandier, 2014). Il est aussi co-rédacteur en chef de la Revue du Crieur.

** Mediapart est un prestigieux magazine français indépendant d’investigation et d’opinion en ligne, créé en 2008 par Edwy Plenel, ancien rédacteur en chef du Monde. Il est publié en français, anglais et espagnol et n’accueille aucune publicité afin de préserver son indépendance vis-à-vis des pouvoirs économiques et politiques. Il n’est consultable que sur abonnement.

Medici Senza Frontiere sospende interventi chirurgici a Khartoum

 

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
24 ottobre 2023

Medici Senza Frontiere ha sospeso tutte le attività chirurgiche nel Bashair Teaching Hospital a Khartoum, in Sudan. La decisione è stata estremamente difficile e fa seguito al blocco completo nel trasporto e nella consegna di materiale sanitario, indispensabile per consentire la continuità delle attività chirurgiche.

Bashair Teaching Hospital, Khartoum – Sudan

Il cargo con le forniture chirurgiche è fermo da almeno un mese nella città di Wad Madani, sede di deposito dell’organizzazione. E le autorità militari sudanesi non ne permettono il movimento.

https://twitter.com/MSF_Sudan/status/1714669245399707974

Da metà maggio, il pronto soccorso dell’ospedale ha trattato quasi 5.000 pazienti e l’equipe chirurgica ha eseguito più di 3.000 interventi. Il Bashair Teaching Hospital è una delle poche strutture sanitarie funzionanti a Khartoum: offre cure chirurgiche gratuite d’urgenza alla popolazione civile.

MSF sostiene anche il dipartimento chirurgico del Turkish Hospital a Khartoum, anch’esso interessato dal blocco. Si prevede un esaurimento delle scorte entro due settimane.

Entrambi gli ospedali sono situati nella zona sud della capitale sudanese, area sotto il controllo delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Chiamato “The Black Belt”, il distretto sud di Hai Mayo, a Khartoum, rappresenta una zona di sobborghi e campi profughi che storicamente ospita sfollati del Darfur e rifugiati di Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo.[https://storymaps.arcgis.com/stories/e63a4a94c90a45109f11c05ed5b4b5b6]

Al momento MSF, una delle poche realtà rimaste operative in Sudan, continua a supportare cure materno-infantili, attività di emergenze e attività ambulatoriali presso il Bashair Teaching Hospital. L’organizzazione è pronta a riprendere le attività chirurgiche una volta ripristinate le linee di rifornimento.

Restrizioni agli spostamenti del personale sanitario, rifiuto di visti e permessi di viaggio, ritardi o interruzioni nel trasporto di forniture mediche e divieto nel trasporto di forniture chirurgiche sono solo alcuni esempi di quello che le autorità militari sudanesi impongono dall’inizio di settembre, per gli ospedali nel sud di Khartoum.

Già una settimana fa la ONG ha chiesto alle autorità sudanesi di accantonare ogni ostacolo amministrativo e burocratico, per permettere una valida risposta umanitaria e per evitare un impatto devastante sulle vite di migliaia di civili che necessitano di assistenza sanitaria d’urgenza.

La situazione a Khartoum rimane tesa. Di fatto, il disegno è quello di un assedio, poiché continuano pesanti combattimenti, con la quasi totalità della città controllata dalle Rapid Support Forces (RSF) e il governo blocca l’arrivo della maggior parte degli aiuti.

Nonostante i numerosi appelli, quello delle restrizioni nei movimenti a persone e materiale è un problema che l’organizzazione internazionale è stata costretta ad affrontare sin dalle prime settimane di attività, dall’inizio del conflitto armato in Sudan.

Medici Senza Frontiere è presente in Sudan dal 1979 e attualmente opera in 10 stati.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
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Sudan: altri articoli li potete leggere qui

Ucraina ed Emirati intervengono in Sudan e la pace si allontana

In Nigeria la draconiana legge anti-gay colpisce ancora: 76 arresti durante una festa di compleanno

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 2023

Le draconiane leggi anti LGBTQIA+, mettono tutti d’accordo in Nigeria, sia cristiani che musulmani. Promulgata nel 2014 sotto il governo di Goodluck Jonathan, criminalizza unioni e relazioni dello stesso sesso e  prevede oltre 14 anni di galera.

Nigeria: arrestati 76 persone durante una festa

E sabato sono stati arrestati nuovamente ben 76 giovani (59 uomini e 17 ragazze) nel Gombe State, nel nord-est della Nigeria. Uno dei giovani aveva organizzato una festa di compleanno e durante l’evento avrebbe dovuto unirsi in matrimonio con il suo compagno. Ma la festa, tenutasi al Duwa Plaza (un grande edificio che comprende anche un shopping-center) che si trova lungo l’autostrada Bauchi-Gombe, è stata interrotta con l’arrivo del Corpo di sicurezza difesa civile nigeriano (NSCDC), un’organizzazione paramilitare che dipende direttamente dal ministero degli Interni.

Secondo quanto riferito Buhari Sa’ad, responsabile delle relazioni pubbliche del Gombe State, tra gli arrestati 21 uomini avrebbero confessato di essere gay.

In agosto, la polizia ha arrestato più di duecento uomini in circostanze simili nel Delta State, nel sud-est della Nigeria. Allora un portavoce delle forze dell’ordine aveva dichiarato: “Si tratta di un evento perverso, non possiamo copiare il mondo occidentale, siamo in Nigeria, dobbiamo seguire la cultura del nostro Paese”.

A tutta risposta Amnesty Nigeria ha definito l’operazione di polizia dello scorso agosto come una caccia alle streghe, chiedendo l’immediato rilascio degli arrestati, che sono stati mostrati pubblicamente ai media. Pare però che alcune delle persone presenti a tale evento non fossero gay. Parecchi hanno dichiarato ai giornalisti di essere modelli o fashion designer.

L’organizzazione per la Difesa dei diritti umani ha poi aggiunto: “E’ inaccettabile che in una società dove la corruzione è dilagante, la draconiana legge che vieta le relazioni tra lo stesso sesso, venga utilizzata sempre più spesso per molestie, estorsioni e ricatti da parte delle forze dell’ordine e di funzionari pubblici”.

Siamo tornati al periodo dell’Inquisizione in molti Paesi africani. Inquisizione in chiave moderna, i risultati saranno forse anche peggiori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Leggi liberticide contro gli omosessuali in Burundi e Uganda e in Kenya pesanti anatemi della first lady

 

 

 

Niger sempre più isolato: via i militari francesi e finanziamenti internazionali sospesi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 ottobre 2023

Mohamed Bazoum, presidente del Niger spodestato con un colpo di Stato alla fine dello scorso luglio, è a tutt’oggi ostaggio della giunta militare, perché non ha mai rassegnato le sue dimissioni.

Mohamed Bazoum, presidente del Niger

Giovedì scorso i golpisti avevano comunicato che Bazoum avrebbe cercato di evadere dagli arresti domiciliari insieme ai familiari e alcune altre persone. Sempre secondo la giunta al potere, il gruppo avrebbe voluto raggiungere la periferia di Niamey, per fuggire in elicottero nella vicina Nigeria. “Il loro piano è fallito – ha poi precisato la giunta, e ha aggiunto – . I principali responsabili e alcuni dei loro complici” sono stati arrestati.

Gli avvocati di Bazoum hanno negato fermamente un tentativo di fuga del loro assistito e dei suoi familiari. E il presidente francese, Emmanuel Macron ha chiesto proprio venerdì l’immediata liberazione dell’ex presidente, di suo figlio e della moglie.

ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha infine rinunciato a un intervento militare nella ex colonia francese. L’operazione era stata presa in considerazione subito il putsch, per ristabilire l’ordine costituzionale e reintegrare Bazoum, democraticamente eletto nel 2021.

Intanto il Niger ha ordinato ai militari francesi di preparare i bagagli e di lasciare il Paese entro il 31 dicembre 2023. Qualche giorno fa, Eric Ozanne, comandante delle forze d’oltralpe nel Sahel, ha dichiarato a Niamey che tale data sarà rigorosamente rispettata.

Convoglio militare francese in partenza dal Niger verso il Ciad

Cacciati dal Niger, i soldati francesi si stanno temporaneamente ritirando in Ciad. Impossibile transitare via il Benin, visto che la frontiera con il Niger è stata chiusa per le sanzioni imposte da ECOWAS dopo il putsch.

Le autorità di Parigi sono molta riservate non rilasciano informazioni sulla loro ritirata, visto che anche a N’Ddjamena i sentimenti anti-francesi sono manifesti. Niamey è ben più loquace: “Due grandi convogli di mezzi militari stazionati nel nord del Paese sono già partiti per il Ciad”, ha fatto sapere il 10 ottobre Mamane Sani Kiaou, capo di Stato maggiore dell’esercito. Che poi ha aggiunto: “Molti altri ne seguiranno, carichi di container. Dei 1.400 militari francesi presenti, 282 hanno già lasciato il Niger”.

Insomma una bella impresa, non semplice dal punto di vista logistico. Materiale e uomini dovranno percorrere circa 3.000 chilometri, dato che molto probabilmente il materiale bellico dovrà partire via mare dal Camerun.

Secondo quanto ha riferito Kiaou, il tragitto è stato perfettamente pianificato dalle autorità nigerine: “Abbiamo lavorato insieme ai francesi, anche se non siamo sempre stati d’accordo su tutti punti”. Dopo il braccio di ferro, durato parecchi mesi, sembra che la situazione si sia sbloccata, almeno in parte.

Dopo aver dichiarato l’ambasciatore francese come persona non grata, una decina di giorni fa Niamey ha messo alla porta anche la canadese Louise Aubin, coordinatrice delle Nazioni Unite nel Paese. In una lettera inviata al segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, la giunta militare ha denunciato “manovre subdole, sabotaggi” e quant’altro, volti a danneggiare il Niger, dietro istigazione della Francia.

I putschisti non hanno digerito di non aver potuto partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a metà settembre, alle riunioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e al congresso straordinario dell’Unione postale universale.

Il Palazzo di Vetro non ha ovviamente gradito il gesto di Niamey. Il portavoce di Guterres ha comunque assicurato che l’Organizzazione continuerà ad assistere i 4,3 milioni di nigerini che necessitano di aiuti umanitari.

In seguito al golpe sono stati tagliati quasi 1,2 miliardi di dollari di finanziamenti internazionali. Stati Uniti, diversi Paesi europei e la Banca mondiale hanno sospeso gran parte dei fondi destinati allo sviluppo del Paese, finanziamenti che rappresentano il 6 per cento del PIL del Niger.

La situazione è davvero poco rosea, specie per i bambini, che pagano sempre il prezzo più alto. Secondo la Banca mondiale, quasi 2milioni di piccoli non potranno essere iscritti a scuola quest’anno, tra loro anche 800mia bambine.

Bisogna poi tener conto che oltre alla sospensione degli aiuti internazionali, anche ECOWAS ha imposto sanzioni importanti dopo il golpe, come la chiusura delle frontiere, blocco degli scambi commerciali e dei beni del governo sul mercato finanziario regionale.

Niger: situazione umanitaria tragica

Niamey è sempre più isolata sulla scena internazionale. E’ dunque ovvio che cerchi nuovi alleati, come lo hanno fatto i suoi vicini putschisti di Mali, Burkina Faso e Guinea. Intanto all’inizio del mese l’ambasciatore russo accreditato in Niger, ma residente a Bamako, Igor Gromyko, è stato ricevuto dal presidente della giunta militare, Abdourahamane Tchiani e dal ministro della Difesa. Dal colloquio non sono trapelati dettagli finora. Il diplomatico russo ha semplicemente dichiarato di aver discusso con i suoi interlocutori di interessi comuni tra i due Paesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Niger: i golpisti revocano l’immunità all’ambasciatore francese

ECOWAS allertate truppe per intervento militare in Niger ma i golpisti minacciano di ammazzare Bazoum

Elezioni amministrative in Mozambico, tribunale conferma brogli del Frelimo, il partito al potere

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
21 ottobre 2023

Il copione è sempre lo stesso ormai in tutto il continente africano. E il Mozambico, con le elezioni amministrative (autarquicas) appena terminate, conferma questa tendenza.

L’11 ottobre 8,7 milioni di cittadini hanno votato per eleggere gli amministratori dei 65 distretti nelle 10 province. Fin da subito ci sono state proteste per irregolarità nei seggi. Tutte contro il Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo), il partito al potere dal 1975, a danno dei partiti di opposizione.

elezioni politiche 2023
Mappa del Mozambico con i seggi delle elezioni anninistrative 2023 (Courtesy Consorcio Eleitoral Mais Integridade)

Denunciate irregolarità

La vittoria, contestata da tutti, è andata ufficialmente al Frelimo, partito del capo dello Stato Filipe Nyusi. Tra i primi a denunciare le irregolarità il Consorzio Elettorale Più Integrità (CE) organismo composto da otto associazioni della società civile. Il Consorzio era presente nel seggi con 1.238 osservatori e 65 corrispondenti.

Ha denunciato la collusione del Frelimo con la Commissione Elettorale Nazionale (CEN) e la Segreteria Tecnica per l’Amministrazione Elettorale (STAE). Una collusione che avrebbe dato garanzia di vincita al partito al potere.

“Notiamo l’abuso della forza da parte delle Forze di Difesa e di Sicurezza – scrive CE nel resoconto -. Forza usata per intimidire ed espellere osservatori e candidati, delegati dei partiti di opposizione dai seggi elettorali. Forza usata per deviare le urne verso luoghi sconosciuti diversi da quelli dove dovrebbe avvenire lo spoglio”.

elezioni amministrative 2023
Mozambico. Conta dei voti in un seggio elettorale alle elezioni amministrative 2023

Il Consórcio denuncia anche il processo di accreditamento degli osservatori: “…era semplicemente terribile e progettato per rendere difficile l’osservazione elettorale”. Anche il direttore del distretto STAE di Nhlamankulu (Maputo), è stato trovato con le mani nel sacco: “…trasportava 42 copie false dei risultati dei seggi elettorali in una busta non sigillata”. La frode è stata confermata dal tribunale distrettuale di Nhlamankulu.

In molti seggi il controllo delle schede è stato fatto senza luce elettrica. “Mentre si leggevano i risultati delle schede a lume di lampada, all’esterno le case erano illuminate con l’elettricità”. Inoltre in diverse provincie sono state trovate schede premarcate a favore del Frelimo.

Frelimo: abbiamo vinto  

“Il Frelimo ha vinto in modo giusto e trasparente in 64 delle 65 circoscrizioni. La vittoria si prepara e si organizza”, ha annunciato Roque Silva, segretario generale del partito. C’é stata la protesta di tutte le opposizioni a cominciare dalla Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), secondo partito del Paese dopo il Frelimo.

elezioni amministrative 2023
Ossufo Momade, leader Renamo

Renamo: vogliamo la verità elettorale

Questa rivoluzione non si ferma se la giustizia elettorale non diventa pubblica – ha gridato durante una manifestazione Ossufo Momade, leader Renamo, tra gli applausi della folla -. Noi vogliamo che il Frelimo ci restituisca la verità elettorale. Il Frelimo è l’unico partito che è rimasto armato perché usa la polizia della Repubblica del Mozambico”.

Conferma di frodi

Mentre in tutto il Paese continuano le manifestazioni per i supposti brogli, la polizia carica per impedire le proteste. Nella capitale, Maputo, la polizia ha usato gas lacrimogeni mentre a Manica – centro del Paese – la marcia è stata impedita dalla polizia. In altre province mozambicane le manifestazioni sono state impedite.

Alcuni tribunali distrettuali hanno stabilito che le elezioni si devono ripetere nei loro distretti: Chokwe provincia di Gaza e Cuamba, in Niassa. Il tribunale di Maputo invece ha emesso una sentenza senza precedenti a favore della trasparenza.

Altri tribunali, nonostante la Renamo avesse prove della vincita, hanno rifiutato di esaminare casi a Chiure, in Cabo Delgado e Vilankulo, in Inhambane.

Il macigno del “debito occulto”

La situazione del Mozambico è tale che il Frelimo, a qualunque costo, deve vincere. E vorrà vincere anche le elezioni presidenziali dell’11 ottobre 2024.

La vecchia classe dirigente al potere ha sulla testa il macigno della frode da 1,9 mld di euro. Lo scandalo, conosciuto come “debito occulto”, coinvolge le più alte cariche dello Stato, e tocca direttamente anche il presidente Nyusi. Inoltre, nel nord il governo deve fare i conti con la guerra contro i jihadisti di ISIS-Mozambico che dal 2017 massacrano Cabo Delgado. A causa del conflitto sono bloccati i cantieri dei giacimenti di gas affidati a TotalEnergies, un investimento da 20 miliardi di dollari.

Attualmente, dopo un braccio di ferro tra Maputo e Washington durato quattro anni per l’estradizione, l’ex ministro delle Finanze, Manuel Chang, è detenuto negli Stati Uniti. È accusato di frode e riciclaggio di denaro per l’emissione dei “Tuna bonds” titoli di stato fasulli, frutto dello scandalo “debito occulto”.

I processo inizierà il 27 ottobre prossimo alla Corte federale di Brooklyn. I vertici di Maputo tremano per ciò che racconterà Chang. Il popolo mozambicano starà alla finestra a guardare. Vuole scoprire le verità nascoste che hanno impoverito oltre 2 milioni di persone della classe media.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

 

Società civile mozambicana blocca estradizione dell’ex ministro corrotto Manuel Chang dal Sudafrica a Maputo

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

 

Safari tragico in Uganda: terroristi ammazzano sposi in luna di miele e la guida

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 ottobre 2023

Una coppia di sposi in luna di miele, inglese lui, sudafricana lei e la loro guida ugandese, sono stati brutalmente ammazzati nel parco nazionale Queen Elizabeth (Uganda occidentale) martedì scorso.

Uganda: coppia britannica-sudafricana e la loro guida ugandese ammazzati nel parco nazionale Queen Elizabeth

La polizia ha subito puntato il dito contro miliziani di ADF (Allied Democratic Forces), un gruppo armato di origine ugandese, che dal 1995 opera per lo più nella parte orientale del Congo-K. Ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). Nel 2021 gli Stati Uniti hanno inserito Alliance Democratic Forces nella lista dei gruppi terroristi.

Immadiatamente, il giorno seguente l’assalto, è giunta la rivendicazione dell’ADF. Da diversi anni i terroristi hanno ripreso le loro attività criminali anche in Uganda, dove a giugno hanno attaccato un liceo, uccidendo oltre 40 persone.

David Barlow e la moglie Cecilia vivevano a Hampstead Norreys, vicino a Newbury nel Berkshire (GB), un villaggio di circa 800 persone, ma si sono sposati in Sudafrica, Paese d’origine della donna. David era una persona molto conosciuta e apprezzata nella sua comunità e molti amici e parenti della coppia si sono recati in Sudafrica per partecipare alla loro cerimonia di nozze, che si è svolta sabato scorso.

Cecilia era vicepresidente di una catena di alberghi, mentre David direttore di un’azienda di legnami, appartenente alla famiglia da ben 11 generazioni.

Secondo quanto riferito dalla autorità locali, i neo-sposi hanno visitato il parco nazionale Queen Elizabeth appoggiandosi al tour operator locale, Gorillas and Wildlife Safaris. I loro corpi e quello della loro guida ugandese sono stati ritrovati riversi sulla strada vicino alla loro macchina, completamente bruciata a Nyamunuka, lungo la strada del lago Katwe.

Due giorni prima che i turisti venissero uccisi, il presidente ugandese, Yoweri Museveni, aveva avvertito che si sarebbero potuti verificare nuove aggressioni in risposta ad attacchi dinamitardi sventati dalle forze dell’ordine ugandesi. ADF aveva preso di mira due chiese a Kabibi, villaggio che dista solamente una cinquantina di chilometri da Kampala. In seguito le forze armate ugandesi avevano bombardato postazioni del gruppo armato nel vicino Congo-K.

La corrucciata espressione del presidente ugandese Yoweri Museveni

E le previsioni di Museveni si sono tradotte in triste realtà. Anzi, uccidendo due stranieri e la loro guida, ADF sono ritornati alla ribalta su tutti media internazionali, procurando anche un danno economico non indifferente allo Stato. In seguito all’attacco terrorista sicuramente molti turisti cancelleranno i loro viaggi nel Paese e le visite e i safari nei parchi nazionali.

Il ministero degli Esteri britannico ha aggiornato i suoi consigli di viaggio per l’Uganda, avvertendo che “gli aggressori sono a tutt’oggi liberi” e sconsiglia “tutti i viaggi tranne quelli essenziali” nel Parco Nazionale Queen Elizabeth, aggiungendo che chiunque si trovi nel parco dovrebbe “seguire i consigli delle autorità di sicurezza locali”.

Uccisioni e sequestri nei parchi nazionali africani da parte di gruppi terroristi non sono nuovi. Risale al 1999 la strage avvenuta nel parco Bwindi in Uganda. Allora furono rapiti e massacrati 8 turisti (4 britannici, 2 americani e 2 neozelandesi) dagli estremisti hutu.

Nel 2018 sono stati rapiti due turisti britannici, mentre un ranger è stato barbaramente ucciso nel parco del Virungail più antico di tutta l’Africa, noto in precedenza con il nome di parco nazionale Albert, che si trova nella regione del nord Kivu. Mentre nel Benin sono stati sequestrati due turisti francesi e la loro guida nel 2019. Per non parlar dell’agguato nel Parco delle Giraffe in Niger nel 2020 e della brutale aggressione del 2022 nel parco transfrontaliero “W” nel nord del Benin, al confine con Niger e Burkina Faso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Imboscata parco nazionale Benin

Benin: turisti francesi rapiti, trovato corpo della loro guida

Niger: strage nel parco delle Giraffe

Terroristi attaccano un liceo in Uganda: almeno 41 morti (38 studenti)

Congo-K: rapiti due turisti britannici nel parco Virunga mentre ebola colpisce ancora

Uganda: turisti fatti a pezzi con i machete nel santuario dei gorilla

Guai burocratici per la missione di polizia ad Haiti guidata dal Kenya

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
19 ottobre 2023

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2699 (2023) dello scorso 2 ottobre, ha autorizzato il dispiegamento di una missione multinazionale di sostegno alla sicurezza a Haiti, guidata dal Kenya, in stretta cooperazione e diretto coordinamento con il governo haitiano, per un periodo iniziale di 12 mesi. Solamente Cina e la Federazione Russa (due dei 5 membri permanenti) si sono astenuti, mentre 13 i voti favorevoli.

Photo credit – The Washington Post

Questa decisione fa seguito ad un lungo appello del governo haitiano, rilanciato da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, basato sulla forte necessità di sostegno internazionale alla polizia haitiana.

È importante sottolineare che, a differenza delle precedenti missioni internazionali schierate ad Haiti, l’MSS (Multinational Security Support) non è una missione delle Nazioni Unite.

Il coinvolgimento del Kenya è stato fortemente criticato nel Paese, anche dal leader dell’opposizione Raila Odinga. La richiesta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il dispiegamento di agenti kenioti ad Haiti sarà comunque soggetta all’approvazione del parlamento. L’articolo 240 della Costituzione dell’ex colonia britannica, infatti, impone al massimo organo legislativo di approvare il dispiegamento di forze di sicurezza, in missioni di mantenimento della pace fuori dai confini nazionali.

Il ministro degli Esteri del Kenya, Alfred Mutua, ha dichiarato che le truppe keniote potrebbero essere ad Haiti già entro la fine dell’anno. Anche i governi di Giamaica, Bahamas, Antigua e Barbuda si sono offerti di inviare le loro forze di polizia per completare il contingente MMS. Gli Stati Uniti hanno proposto supporto logistico e finanziamenti per 100 milioni di dollari.

Intanto, un tribunale di Nairobi con un’ingiunzione provvisoria, ha stabilito che non ci può essere nessun invio di agenti di polizia ad Haiti, o in qualsiasi altro Paese, fino al 24 ottobre.

A portare avanti il caso in tribunale, è stato il politico e avvocato dell’opposizione Ekuru Aukot, il quale sostiene che il dispiegamento di forze keniote a Haiti sarebbe incostituzionale, in quanto non supportato da alcuna legge o trattato. Aukot afferma che il Kenya non può dispiegare la sua polizia all’estero se non riesce a contenere l’insicurezza all’interno dei propri confini.

Haiti è in subbuglio da anni, tra gang armate che hanno preso il controllo di intere aree del Paese. Hanno roccaforti in baraccopoli molto densamente popolate e conoscono nel dettaglio il territorio in cui operano. La missione sostenuta dalle Nazioni Unite è stata approvata perché la polizia keniota collabori con la controparte haitiana, nel supporto operativo e nel rafforzamento delle capacità, attraverso pianificazione e conduzione di operazioni congiunte di sostegno alla sicurezza.

La missione mira inoltre a creare le condizioni per lo svolgimento di regolari elezioni, che nel Paese caraibico non si tengono ormai dal 2016.

Sebbene, la missione multinazionale potrebbe rappresentare la libertà per gli abitanti di città come la capitale Port-au-Prince, tormentata da anni dalla più cruda violenza, gli haitiani sono diffidenti nei confronti della presenza di forze di polizia straniere.

Federica Iezzi
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Riti propiziatori contro fame e miseria: 5 nigeriani arrestati per traffico di resti umani

Africa ExPress
18 ottobre 2023

Un gruppo di cinque giovani nigeriani è stato arrestato all’inizio di settembre, perché trovati in possesso di un teschio umano.

Dopo essere stati presi con le mani nel sacco, nel senso letterale dei termini, visto che avevano nascosto il teschio in un borsone, durante l’interrogatorio hanno ammesso la loro colpa. I poveracci hanno però precisato di essere stati incaricati da un “dottore” tradizionale di procurare il reperto umano, indispensabile per un rito propiziatorio. Secondo quanto riportato dai ragazzi – tutti tra i 18 e 28 anni – il guaritore avrebbe promesso di condividere con loro tutte le ricchezze derivanti da tale attività criminale.

Ma altro che ricchi, l’esumazione del teschio è costata ben 12 anni di galera a ciascuno di loro, pena inflitta ai baldi giovani dai giudici del Tribunale di Minna, capoluogo del Niger State. Il guaritore in questione non è stato arrestato, tantomeno accusato di qualsiasi crimine.

Secondo l’accusa, i cinque avrebbero dissotterrato un corpo sepolto tre anni prima in un cimitero musulmano nello Stato del Niger centro-settentrionale.

I riti juju, vudù o magia nera sono ancora molto diffusi in Nigeria. Tali credenze, in particolare quella che parti del corpo umano insieme a particolari rituali possano produrre denaro da un vaso di argilla, hanno portato a una recente ondata di omicidi raccapriccianti. Spesso i malviventi prendono di mira persone vulnerabili come bambini, donne sole o diversamente abili.

Anche le autorità locali hanno confermato il giro criminale volto alla vendita di parti del corpo per rituali che si ritiene generino ricchezza. Un macabro mercato alimentato da disperazione e fame. Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale, nella “ricca Nigeria”, il colosso dell’Africa, quattro persone su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà.

Africa ExPress
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Cannibalismo e traffico di resti umani: arrestate 4 persone in Nigeria

Orrore in Tanzania: trovati i corpi di dieci bambini mutilati per riti di stregoneria

Troppi interessi contrastanti: il conflitto israelo-palestinese spacca l’Africa

Africa ExPress
17 ottobre 2023

Durante il fine settimana in tutto il Maghreb si sono svolte manifestazioni in favore del popolo palestinese. Nella capitale algerina quasi duemila persone sono scese nelle strade, sventolando un grande cartello con la scritta: Nous donnerons notre vie pour toi Palestine (Daremo la nostra vita per te, Palestina).

Manifestazione a sostegno dei palestinesi a Rabat, Marocco

Anche un migliaio di tunisini ha manifestato per sostenere la causa dei palestinesi. Dopo la preghiera del venerdì, centinaia di libici sono scesi in Piazza dei Martiri a Tripoli, per mostrare sostegno alla Palestina e denunciare i crimini di guerra e le atrocità commesse contro i civili di Gaza.

La più grande marcia di solidarietà si è però svolta domenica a Rabat. Decine di migliaia di cittadini, oltre a esprimere la loro solidarietà ai palestinesi, hanno chiesto al governo di rivedere la propria posizione a riguardo della normalizzazione delle relazioni tra il regno e Israele, della cooperazione militare ed economica.

Sebbene le relazioni tra Marocco e Israele siano messe a dura prova, il governo di Rabat non è pronto a porre fine alla normalizzazione, visto che lo Stato ebraico ha recentemente riconosciuto la sovranità del Regno sui territori occupati del Sahara occidentale. Tuttavia, secondo diversi specialisti, la grande manifestazione di domenica, ha messo le autorità marocchine in una posizione al quanto scomoda.

I mauritani, invece, hanno denunciato il “silenzio” occidentale con una marcia, apparentemente spontanea, guidata dalla polizia, partita dalla Grande Moschea Saudita di Nouakchott. La popolazione ha voluto così manifestare sostegno alla causa palestinese e denunciare secondo i manifestanti, il silenzio e l’inazione dei governi occidentali. “Ogni giorno vengono uccise centinaia di persone, le case vengono distrutte. Da 70 anni Israele colonizza e massacra i nostri fratelli palestinesi”, hanno puntualizzato alcuni manifestanti ai reporter di RFI.

Anche i mauritani esprimono sostegno ai palestinesi

Il governo sudafricano e il partito al potere, l’ANC (African Nationl Congress) si sono schierati subito con il popolo palestinese, chiedendo anche l’immediata cessazione delle ostilità. Entrambi dichiarano che i palestinesi sono vittime dell’apartheid come lo furono i sudafricani fino l 1994. ANC, in un comunicato pubblicato sabato, sostiene che la recrudescenza del conflitto è dovuta a Israele. A causa dell’occupazione illegale, della colonizzazione ininterrotta e dell’oppressione permanente dei palestinesi. ANC non ha fatto menzione di Hamas o degli abusi commessi contro i civili.

Dalla fine dell’apartheid, proprio per il trauma subito dalla popolazione sudafricana all’epoca del sistema segregazionista, Pretoria è sempre in prima linea nella lotta internazionale per la libertà e i diritti dei palestinesi. E, il 4 dicembre 1997, in occasione della giornata internazionale per la solidarietà con il popolo palestinese, l’allora presidente, Nelson Mandela, dichiarava: “Sappiamo che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Non va dimenticato che nel 2001, alla Conferenza di Durban contro il razzismo, i Paesi africani e arabi hanno condannato la politica di Israele nei territori occupati. Nel 2009, Pretoria ha sostenuto la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduta dal giudice sudafricano Richard J. Goldstone, che ha accusato Israele di aver commesso crimini nella Striscia di Gaza durante la guerra del 2008-2009.

Infine, nel 2019, il ministro degli Esteri sudafricano, Lindiwe Sisulu, in seguito all’uccisione di 52 palestinesi durante manifestazioni per il trasferimento della rappresentanza diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, ha ridotto all’osso l’ambasciata sudafricana in Israele. Da allora l’ambasciata è un semplice ufficio di collegamento, senza alcun mandato politico o commerciale e nel luglio 2022, il ministro degli Esteri sudafricano Naledi Pandor ha chiesto alle Nazioni Unite di dichiarare Israele uno “Stato di apartheid”.

E non va dimenticato che durante la cerimonia d’apertura della 36esima sessione dell’Unione Africana, tenutasi a Addis Abeba lo scorso febbraio, per un pasticcio amministrativo diplomatico è stato allontanato il rappresentante dello Stato ebraico. Malgrado le divergenze sulla questione palestinese, il Sudafrica è il più grande partner commerciale di Israele in Africa.

Africa divisa dopo conflitto israelo-palestinese

Ma non tutti i Paesi del continente sono allineati con i palestinesi. Kenya, Zambia, Ghana, Congo-K e altri sostengono la posizione di Israele.

La risposta è molto semplice. Secondo gli esperti, le divisioni in Africa evidenziano il tentativo di ogni governo di difendere i propri interessi e sottolineano contemporaneamente il rafforzamento delle relazioni di alcuni Paesi con Israele. Da un lato ci sono dunque i legami radicati con il movimento palestinese; dall’altro, ci sono le alettanti offerte di tecnologia all’avanguardia, assistenza militare e aiuti da parte dello Stato ebraico.

Dopo la guerra del 1973, solo poche nazioni africane avevano mantenuto rapporti diplomatici con Israele. Oggi, però, la situazione è radicalmente cambiata: 44 dei 54 Paesi africani riconoscono la Stato di Israele e quasi 30 hanno aperto ambasciate o consolati nel Paese.

Proprio a causa della crescente siccità e i cambiamenti climatici, molti governi africani sono interessati alle tecnologie agricole, cui lo Stato ebraico è leader mondiale. Ma non solo agricoltura, anche interessi commerciali e di sicurezza hanno fatto sì che molti Paesi africani si siano avvicinati a Israele.

Tuttavia, lo stato ebraico ha forti legami con diverse nazioni al di là del commercio. Per decenni l’Etiopia ha ricevuto milioni di dollari in aiuti umanitari e migliaia di falasha, gli ebrei etiopici, sono stati portati in Israele.

La sua agenzia per gli aiuti internazionali, Mahav, ha formato studenti kenioti in agricoltura e medicina e imprenditori senegalesi in management.

Secondo alcune fonti l’esercito israeliano starebbe attualmente addestrando in Camerun, i militari appartenenti al corpo scelto BIR (Brigata di Reazione Rapida) che prende ordini direttamente dal presidente Paul Biya. Ma secondo alcuni media israeliani, sembra che le forze di Tel Aviv siano presenti anche in altri Paesi del continente per la formazione di soldati.

Le diverse, a volte contrastanti posizioni dei Paesi del continente non dovrebbero meravigliarci più di tanto e, come ha ricordato Tighisti Amare, vice direttore del Programma Africa, presso il think tank londinese Chatham House: “Un terzo dei governi africani ha scelto di restare neutrale in occasione del voto della Nazioni Unite che condannava l’invasione russa in Ucraina”.

Africa ExPress
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Israele autorizza l’arrivo degli ultimi 119 falascia dall’Etiopia