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Il futuro di Gaza legato a soluzioni impossibili

Da La voce di New York
Eric Salerno
4 novembre 2023

E domani? Cosa si fa di Gaza, di ciò che rimane della Striscia? Dei palestinesi ancora vivi dopo settanta anni di occupazione israeliana e dopo i massicci bombardamenti israeliani dell’ultimo mese? La parola “olocausto” è sulla bocca di tutti.

Per gli ebrei israeliani e per molti nelle comunità ebraiche della diaspora c’è comprensibile odio nei confronti degli arabi per l’assalto criminale dei militanti di Hamas alle popolazioni israeliane lungo il confine. Vogliono sterminarci tutti, dicono gli ebrei; vogliono sterminarci tutti, ribattono i palestinesi man mano che il massacro dei civili continua e viene considerata anche da chi è vicino a Israele un “crimine di guerra”.

È difficile pensare al dopo. Il premier israeliano scivola via e cerca di non rispondere quando gli viene chiesto se ha in mente a chi affidare la Striscia e la sua popolazione di rifugiati palestinesi. Ci vorranno mesi – ammette anche per guadagnare tempo e inventare un progetto – per eliminare Hamas, i suoi leader e militanti – sapendo bene che significa altri morti e forse una guerra che si estenderà all’intera regione. E forse oltre.

Palestinesi cercano corpi e sopravvissuti tra le macerie dopo gli attacchi aerei israeliani su Al Falouja nella città di Jabalia, nel nord di Gaza, 01 novembre 2023. Più di 8.500 palestinesi e almeno 1.400 israeliani sono stati uccisi, secondo l’IDF e l’autorità sanitaria palestinese, da quando i militanti di Hamas hanno lanciato un attacco contro Israele dalla Striscia di Gaza il 7 ottobre e le operazioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania che ne sono seguite EPA/MOHAMMED SABER

Preoccupano le parole dello storico israeliano, Benny Morris. Scrive che il momento è giusto per colpire l’Iran e distruggere Hezbollah – anche se per eliminare il vasto arsenale dell’organizzazione con i suoi 150 mila missili puntati su Israele – va appiattito il Libano. Sembra essere d’accordo sull’idea anche il ministro della difesa israeliano Gallant che dopo il 7 ottobre aveva proposto di scatenare la furia militare israeliana sugli ayatollah di Teheran e sugli alleati degli sciiti iraniani. Potrebbe ancora succedere e ne è consapevole il presidente americano, che con la scusa di difendere Israele ha inviato una flotta massiccia nel Mediterraneo e nel Golfo arabo- persico.

Joe Biden ha anche un’altra paura e ne ha parlato più volte con Netanyahu. Riguarda la Cisgiordania, la fetta più estesa del territorio occupato da Israele, e i coloni ebrei oltranzisti che, giorno dopo giorno, minacciano i suoi abitanti sottomessi. Scappate, andate in Giordania, questa è la nostra terra, ripetono mentre bruciano orti e ulivi degli arabi. La lista delle vittime palestinesi – morti e feriti, grandi e piccoli – aumenta giorno dopo giorno. “Sarà per voi una nuova Nakba” – l’olocausto dei palestinesi – minacciano i coloni.

Trenta anni fa la soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi, due popoli che rivendicano la stessa terra, era sulla bocca di tutti. Un compromesso: Una parte agli israeliani (ebrei soprattutto), l’altra ai palestinesi. La linea verde, quella del vecchio armistizio, doveva essere il tracciato di partenza: buona parte della Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza ai palestinesi con un piccolo piede arabo a Gerusalemme per segnare la loro capitale nella città rivendicata, conquistata storicamente dalle tre religioni monoteistiche. Ma gli accordi di Oslo non andarono avanti.

Domani? Ripartire da quelle per forgiare il futuro? Dopo quello che è accaduto in questo mese è impossibile, dicono in molti. Eppure, rispondono altri, la Germania, nonostante l’Olocausto, è oggi uno dei maggiori partner diplomatici ed economici di Israele.

La pace si fa con il nemico. È vero, ma è difficile pensare che oggi o domani, un esponente dell’Autorità Nazionale Palestinese possa presentarsi a Gaza e in cima alle rovine prodotte dalle bombe e ai missili israeliani chiedere ai palestinesi sopravvissuti di seguirlo in un processo di pace tutto da costruire.

Come è difficile pensare che un governo israeliano guidato da Netanyahu, da sempre contrario all’esistenza stessa di uno stato palestinese indipendente, possa essere sincero se costretto dalla comunità internazionale a sposare la two state solution. Il governo israeliano di oggi, dicono gli stessi israeliani che hanno manifestato per mesi contro Netanyahu, è il più religiosamente fanatico e di destra della storia. Per gli ideologi della destra sionista e per i coloni religiosi estremisti la terra che va dal Mediterraneo al fiume Giordano fu un regalo divino al popolo d’Israele. E così deve restare.

ll giornalista Meron Rapoport è co-fondatore del movimento israelo-palestinese A Land For All (precedentemente noto come Two States, One Homeland). Per loro si dovrebbe creare una confederazione con uno Stato israeliano indipendente e uno Stato palestinese indipendente. L’idea è riconoscere e accettare il fatto che due popoli vivono nello spazio tra il Giordano e il Mar Mediterraneo, ed entrambi vedono l’intero territorio come la loro patria.

Gli ebrei e i palestinesi che vivono in questa terra hanno diritto a uguali diritti civili e nazionali, e dunque due stati indipendenti – Israele e Palestina – nei confini del 1967: cioè quelli che esistevano prima della guerra dei “sei giorni” quando Israele conquistò la Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan.

Secondo i fautori del movimento, i due popoli dovrebbero avere libertà di movimento e di residenza in tutto il territorio per consentire “a tutti di realizzare la loro connessione
con l’intera terra”. Domani? Ci credono in pochi. Dopo domani? Un sogno.

Eric Salerno
Eric2sal@yahoo.com
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La Russia alla conquista dell’Africa: prossima tappa Guinea Equatoriale

Africa ExPress
3 novembre 2023

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale, ha incontrato il suo omologo russo, Vladimir Putin mercoledì nella sua residenza a Novo-Ogariovo, sobborgo esclusivo frequentato da personaggi famosi e oligarchi poco fuori dal centro di Mosca.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale e Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa

Le relazioni diplomatiche tra Malabo e Mosca sono di lunga data, risalgono a subito dopo l’indipendenza ottenuta nel 1968. Attualmente la Federazione russa ha solamente un consolato nel Paese, ma pare che Putin voglia aprire anche un’ ambasciata nel prossimo futuro.

Durante l’incontro tra i due presidenti, Putin ha voluto sottolineare che le imprese russe sono sempre più interessate a lavorare in Africa, e ha aggiunto: “In particolare nel suo Paese, dove le possibilità di investimento sono significative, in particolare nel settore minerario”. Putin ha poi anche sollevato la questione sicurezza, problemi dei quali avrebbe già discusso cono alcuni altri presidenti di Paesi della regione.

Una proposta che ovviamente l’81enne dittatore equatoguineano, al potere dal 1976, ha molto apprezzato: “Gli uomini d’affari russi, che certamente daranno un contributo significativo allo sviluppo del continente africano, saranno ben accolti”.

“È chiaro che l’Africa viene sfruttata pesantemente in questo momento. Il continente ha bisogno di crescere economicamente, le nostre risorse naturali vengono utilizzate, siamo sfruttati. E questo ostacola lo sviluppo dell’Africa”, ha affermato Obiang.

Speriamo che gli uomini d’affari russi vengano davvero accolti a braccia aperte. Più di una volta facoltosi investitori, anche italiani, sono finiti nelle putride galere del Paese.

A tutt’oggi è ancora detenuto un nostro connazionale, l’ingegnere Fulgencio Obiang Esono, originario della Guinea Equatoriale, partito per il Togo nel settembre 2018 per un viaggio d’affari. Lì è stato sequestrato insieme a Francisco Micha, un amico equatoguineano di 68 anni che viveva in Spagna dalla fine degli anni Novanta.

La prigione “Spiaggia Nera”, Malabo, Guinea Equatoriale

Fin da subito sono circolate voci sul loro rapimento da parte delle forze di sicurezza di Malabo e sulla detenzione nella “Spiaggia nera”descritta da un ex prigioniero come una sorta di buco umidissimo in cui la tortura era la regola – voci poi confermate da fonti ufficiali. I due sono stati processati nel 2019 insieme a altri 110 imputati, perché ritenuti colpevoli di aver partecipato a un colpo di Stato nel 2017 per rovesciare Obiang.

I due sono stati condannati a 60 anni di detenzione. Le loro famiglie non hanno più notizie dai loro congiunti dal momento della loro scomparsa. La sorella di Fulgencio è disperata. E proprio a fine luglio ha detto in lacrime a Amnesty International: “Non sapere se mio fratello è morto o ancora vivo è un’agonia senza fine”.

Ovviamente i due dittatori non hanno fatto accenno a sparizioni extragiudiziali, arresti arbitrari e torture. Anzi, Obiang dopo  l’incontro con il leader russo, si è offerto di ospitare il prossimo vertice Russia-Africa  in Guinea Equatoriale.

“Ho chiesto al mio amico, Vladimir Putin, di concedere tale possibilità al mio Paese. Se tale proposta dovesse essere accettata, sarebbe la prima volta che un incontro di tale importanza si svolgerà in un Paese africano”. Obiang ha precisato che in passato la Guinea Equatoriale ha ospitato altre conferenze internazionali.

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La Guinea Equatoriale sfida la Farnesina: altro italiano in Galera

Guinea Equatoriale: è morto il dissidente con passaporto spagnolo sequestrato e torturato dai sicari del regime

Guinea Equatoriale, anche un italiano tra centinaia di dannati nelle putride galere

È vivo ma in carcere l’ingegnere pisano rapito dai servizi della Guinea Equatoriale

Proposta-ricatto a Roberto Berardi prigioniero in Guinea Equatoriale: firma la tua colpevolezza e ti liberiamo

Farsa elettorale: il sanguinario dittatore della Guinea Equatoriale succede a se stesso per la sesta volta

L’imperativo di Netanyahu in Israele: “Andare avanti” nonostante tutto

Editoriale
Eric Salerno
2 novembre 2023

Israele va avanti. Lunedì sera il premier Netanyahu è stato chiaro, o quasi. Le iniziative umanitarie – ha ripetuto nel suo inglese impostato e per anni studiato di fronte alle telecamere americane – sono importanti. Non è assolutamente contrario all’aiuto ai civili di Gaza se medicine, acqua, prodotti alimentari e soprattutto benzina non finiscono in mano ad Hamas ma le operazioni militari devono andare avanti. L’obiettivo strategico di eliminare fisicamente i leader e le truppe del movimento integralista palestinese resta prioritario.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva per una conferenza stampa nella base militare di Kirya a Tel Aviv, Israele, 28 ottobre 2023. Credit EPA/ABIR SULTAN /

Gli ostaggi? Donne, bambini, uomini e militari rapiti da Hamas quando i militanti, un vero e proprio esercito, sferrarono il loro attacco-massacro contro Israele sono in cima alle priorità del premier ma lo scambio di tutti in cambio dei prigionieri palestinesi delle carceri israeliane – circa seimila – è da escludere.

Come è ormai chiaro che, per Israele, l’idea stessa di un cessate il fuoco non sarà nemmeno presa in considerazione. Una pausa umanitaria? Forse, se molto limitato nel tempo. E quasi tutti gli alleati di Israele, anche se si dicono preoccupati per quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni, sono spaventati dell’idea da più parti ventilata-minacciata di un allargamento della guerra da Gaza ad altri settori, ad altri attori nel complesso gioco di un Medio Oriente che potrebbe estendersi a raggiera, come la classica pietra nello stagno.

Il giornale londinese The Guardian ha raccontato come un deputato conservatore è stato licenziato dal suo incarico di governo dopo aver rotto i ranghi e sollecitato il premier Rishi Sunak a sostenere un cessate il fuoco permanente a Gaza.

Paul Bristow, in una lettera di due pagine al primo ministro la scorsa settimana, aveva detto che i civili palestinesi a Gaza stavano affrontando una “punizione collettiva” a seguito dell’assedio e degli attacchi aerei di Israele sulla scia dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. “Un cessate il fuoco permanente salverebbe vite umane e consentirebbe una continua colonna di aiuti umanitari [per] raggiungere le persone che ne hanno più bisogno”, aveva scritto.

Sulla sua pagina Facebook, Bristow ha poi aggiunto: “I palestinesi non sono Hamas. Cerco senza successo di capire come Israele possa essere più sicuro dopo migliaia di morti di palestinesi innocenti. Non dovrebbero subire punizioni collettive per i crimini di Hamas”.

Il fumo esce dagli edifici residenziali dopo gli attacchi aerei israeliani nel quartiere di Tel al-Hawa a Gaza City, 30 ottobre 2023 ANSA/EPA/MOHAMMED SABE

Nella sua conferenza stampa dell’altra sera, Netanyahu aveva ancora una volta decisamente respinto le richieste di un cessate il fuoco con Hamas. “Questo – ha insistito – è un momento di guerra” e combattere Hamas a Gaza è il modo migliore per liberare gli ostaggi. Guerra, dunque, a Gaza e non soltanto.

Sono giorni che gli agenti dello Shin Bet – servizi segreti interni – e reparti militari israeliani stanno setacciando la Cisgiordania occupata alla ricerca di noti – e meno noti – dirigenti e militanti di Hamas. I palestinesi uccisi dal 7 ottobre a oggi sono oltre cento, i feriti non si contano, gli arrestati hanno portato a oltre seimila i detenuti nella carceri israeliane. Soltanto manifestare a parole sostegno ad Hamas o ad altre organizzazioni che non siano l’Anp o l’Olp significa arresto e una condanna a due anni di prigione, senza appello.

Ordinaria amministrazione in tempi di guerra si potrebbe dire se non fosse per il fatto che molti dei morti e dei feriti palestinesi sono vittime dei coloni israeliani provenienti dagli insediamenti più estremisti.

“I coloni armati – ha raccontato l’inviato del Washington Post nella Cisgiordania occupata – hanno iniziato a vagare per la piccola comunità beduina del Wadi Siq quasi ogni giorno dopo il 7 ottobre, minacciando i palestinesi di massacro se si fossero rifiutati di andarsene, secondo Tariq Mustafa.

“Via da qui; vai in Giordania”, hanno gridato i coloni in arabo prima di abbattere le tende dei beduini. “Uno dei coloni è andato via con l’auto di Mustafa, costringendolo a camminare con sua moglie e i suoi tre figli verso la città più vicina. È fuggito dalla sua casa nella piccola comunità beduina di Wadi Siq nel vicino villaggio di Taybeh con la sua famiglia dopo minacce e attacchi da parte dei coloni. Non pensa che riuscirà mai a tornare a casa.

“La guerra a Gaza ha dato il via libera ai coloni. Prima, ci urlavano di andare a Ramallah. Ora ci stanno dicendo di andare fino in Giordania”.

L’esercito tende a chiudere un occhio e soltanto le azioni più clamorose vengono notate e denunciate come la distribuzione, l’altro giorno, di volantini in arabo indirizzati ai palestinesi minacciando loro di una nuova Nakba, la parola usata dai palestinesi per definire la loro cacciate dalla Palestina dagli ebrei nella guerra del 1948. “Se volete vivere andate via, andate in Giordania, questa è la nostra terra, non la vostra, il senso del messaggio-minaccia tanto grave da convincere lo stesso presidente Biden a invitare Israele a maggiore cautela, a controllare e fermare i coloni, a mettere un freno agli estremisti israeliani.

Rafforzati dai loro rappresentanti nel governo e della guerra, a Gaza, che oggi sembra non solo vendetta ma anche parte di un piano per cacciare l’intera popolazione palestinese fuori da quel lembo di terra. Dove? Nel Sinai egiziano? Dicono molti a Tel Aviv con l’idea di consentire a Israele e non solo ai coloni israeliani di tornare nella striscia dove si erano stabiliti in riva al Mediterraneo fino a 2005 e alla decisione del governo Sharon di chiudere tutti gli insediamenti illegali in mezzo agli arabi.

Non soltanto per i coloni, la “terra promessa” e quella che va dal Mediterraneo al fiume Giordano. Buona parte della popolazione israeliana n’è sempre più convinta. Soltanto – sostengono non solo le destre – con la realizzazione del vecchio sogno-disegno del sionismo si può sperare nella sicurezza, forse, nella pace.

Sulla scelte e decisioni di Biden, in questo anno pre-elettorale conta molto il fatto che anche molti fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti (elettori repubblicani ma sostenitori di Israele) vedrebbero la fine del conflitto con la sconfitta dei palestinesi e la trasformazione di Israele in uno stato ebraico senza la presenza di cittadini di altre religioni, soprattutto musulmani.

Eric Salerno
Eric2sal@yahoo.com
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Mali: i caschi blu lasciano Kidal, città sotto il controllo dei ribelli tuareg

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° novembre 2023

I jihadisti hanno voluto dare un addio in grande stile ai caschi blu della missione Pace delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), posizionando due ordigni artigianali lungo il percorso dell’ultimo convoglio partito dalla base Kidal ieri mattina. Per fortuna non ci sono stati feriti, solamente danni materiali.

Convoglio di MINUSMA attaccato dai jihadisti

Con ben due settimane di anticipo sulla tabella di marcia prevista, MINUSMA  ha messo un punto finale alla sua presenza nel nord-est della ex colonia francese. Ieri mattina gli ultimi caschi blu hanno lasciato con aerei e un lungo convoglio via terra la base di Kidal, alla volta di Gao, nel centro del Paese.

Da agosto a oggi MINUSMA ha abbandonato già otto delle sue tredici basi in Mali. Secondo un comunicato della missione di pace, le partenze dai loro campi sono state assai complesse e rese difficili dalla situazione di estrema insicurezza nelle varie zone. Per non parlare delle autorizzazioni di volo per il trasporto del personale da Kidal verso Gao, arrivate con molto ritardo da parte delle autorità competenti di Bamako.

Una richiesta del ritiro immediato della missione ONU è stata presentata al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro dal ministro degli Esteri maliano, Abdoulaye Diop, lo scorso 16 giugno e ha sorpreso un pochino tutti. Sul tavolo dei lavori erano già pronte varie opzioni per la riorganizzazione di MINUSMA; Bamako ha scelto invece diversamente: ha voluto che i caschi blu facessero i bagagli per lasciare il Paese entro la fine di quest’anno.

Va poi sottolineato che non è semplice organizzare una partenza veloce di MINUSMA, presente nel Paese dal 2013 con 11.676 militari, 1.588 personale di polizia, 1.792 civili (859 nazionali – 754 internazionali, compresi 179 volontari delle Nazioni Unite), per un totale di 15.056 uomini. Non bisogna dimenticare che durante i quasi 10 anni di permanenza nella ex colonia francese hanno perso la vita oltre 200 caschi blu.

La chiusura del campo di Kidal da un lato è in linea con il desiderio della giunta maliana di vedere MINUSMA lasciare il Paese entro la fine dell’anno, dall’altro però Bamako non ha gradito la partenza accelerata dei caschi blu da questa base, prevista inizialmente per metà novembre. Proprio per la recrudescenza delle violenze nella regione, la missione di pace dell’ONU ha fatto i bagagli in fretta e furia, senza attendere l’arrivo delle forze di Bamako e i suoi alleati, i mercenari russi del gruppo Wagner.

I ribelli della coalizioneCadre Stratégique Permanent pour la Paix, la Sécurité et le Développement (CSP-PSD), di maggioranza tuareg, firmatari del trattato di pace nel 2015 – sono nuovamente sul piede di guerra contro il regime di Bamako e controllano Kidal. E non hanno fatto mistero della loro intenzione di impedire alle truppe regolari e ai loro alleati, il gruppo paramilitare russo Wagner, di trasferirsi nella ex base della missione ONU. Sono sempre stati contrari alla partenza dei caschi blu e alla consegna dei campi di MINUSMA alle autorità maliane.

Quando tre settimane fa l’esercito maliano ha preso il controllo della città di Anéfis, a un centinaio di chilometri da Kidal, si poteva pensare che i militari e i mercenari russi intendessero avanzare non appena MINUSMA se ne fosse andata, per insediarsi nella base di Kidal. Ma così non è stato.

Mali

Prima della firma del tratto di pace nel 2015, ribelli tuareg avevano creato problemi al governo di Bamako. Ora, per evitare una nuova insurrezione, l’esercito ha inviato già all’inizio di ottobre un contingente di rinforzo nella zona. I soldati sono però ancora posizionati ad Anéfis, a circa 110 chilometri a sud di Kidal, mentre altre truppe sono già a Tessalit, a circa 200 chilometri da Kidal.

I ribelli dicono di essere pronti a difendersi. In attesa di ulteriori sviluppi, la regione di Kidal si sta svuotando. Molti civili si sono già rifugiati nella vicina Algeria per il timore di cruenti scontri.

Solo poco più di un mese fa il capo della giunta militare di transizione, Assimi Goïta, a margine di una parata militare, aveva assicurato che lo Stato riprenderà il totale controllo di tutti i territori, senza però precisare entro quanto tempo.

Aggiornamento 2 novembre 2023

Mentre i ribelli hanno preso il controllo della base di Kidal, un altro mezzo del convoglio della missione ONU ha urtato un’altra mina tra Kidal e Gao. E’ il terzo attacco dei jihadisti nel giro di 24 ore. Questa volta però sono stati feriti 8 caschi blu, come riferisce MINUSMA sul suo account X (ex Twitter).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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jihadisti e tuareg hanno ripreso gli attacchi

La giunta militare del Mali: “Riprenderemo il controllo di tutto il territorio”, ma jihadisti e tuareg hanno ripreso gli attacchi

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

 

 

Il sentimento di molti israeliani sta cambiando: basta vendette vogliamo la pace

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
31 ottobre 2023

Il falso video in cui si vede una prigioniera israeliana che insulta il premier israeliano è probabilmente un fake. Ma, falso o no, esprime in sentimento di molti israeliani: che il governo Netanyau non è più credibile, che l’esercito non li ha difesi perché era impegnato a difendere i coloni intenti a portare avanti la loro guerra nella West Bank da anni ai danni dei palestinesi, che questa guerra a Gaza non la vuole nessuno, che le famiglie dei rapiti vogliono riabbracciare i loro cari e non covano desideri di vendetta.

Combattimenti feroci sulla Striscia di Gaza

Questa guerra sta scuotendo le fondamenta di Israele, non tanto dal punto di vista politico, quanto da quello ideologico. E’ un fiume carsico che scava da anni, sono le opinioni che qualche migliaio di pacifisti porta avanti da decenni e ora stanno diventando opinione pubblica e questo nuovo sentire sta erodendo i credo dell’occupazione sionista, la guerra permanente contro nemici perenni che alla lunga diventa creare sempre un nuovo nemico.

In passato certo c’era la giustificazione degli attacchi dei paesi limitrofi, oggi la giustificazione dei crimini orrendi portati avanti da Hamas nei paesi vicino alla Striscia, ma la normalizzazione delle relazioni con Egitto ed Emirati ha eroso questo spirito di guerra permanente. Sta inserendo una nuova visione anche di Medio Oriente.

Molti israeliani oggi vogliono vivere in pace, vogliono la fine dell’occupazione di territori destinati ai palestinesi dal diritto internazionale. Prima erano una minoranza, oggi stanno diventando la maggioranza. Per questo in un articolo pubblicato dal francese da Africa ExPress leggete che alcuni israeliani temono la guerra civile. Prima o poi ci sarà una resa dei conti tra chi vuole la fine della guerra guerreggiata contro tutti e soprattutto contro i palestinesi e i coloni che portano avanti una versione estremista del sionismo con la conquista di territori sempre più allargati. Ricordo le proteste davanti alla Knesset quando Sharon voleva disoccupare Gaza: i coloni parlavano e parlano di un’Israele fino al Tigri e l’Eufrate.

Signora 85enne israeliana rilasciata da Hamas

Leggendo le parole dei familiari dei rapiti, dei parenti di soldati, dei rapiti liberati di fatto si legge in filigrana un desiderio di pace. Le generazioni sono cambiate. Viaggiano. Vedono che cosa vuol dire vita quotidiana con una progettazione e senza conflitti.

Lo shock della violenza dell’attacco di Hamas ritorna da settimane nei giornali, ma mentre da parte del governo si traduce in vendetta anche perché se cade il governo Netanyau andrà a processo (almeno quattro inchieste sono in corso per corruzione e reati vari), molta parte vuole la fine dei conflitti.

Ecco alcuni numeri; quando si parla di Palestina e Israele bisogna partire dai numeri:

Popolazione Gaza: 2,3 milioni di persone

Popolazione Israele 9 milioni di persone di cui un terzo arabi/palestinesi con passaporto israeliano

Israele e Territori Occupati/Cisgiordania e Gaza sono grandi in tutto quanto la Lombardia

Hamas annovera all’interno di Gaza fra gli 8 mila soldati (stima di molti studiosi) fino a 36 mila (fonte Reuters)

Coloni che occupano illegalmente Territori occupati/Cisgiordania: 700 mila in 300 colonie. Da maggio ad oggi hanno costretto alla fuga centinaia di famiglie palestinesi.

E’ importante tenere presente che di fatto la Palestina non ha confini specifici, a meno che di non rifarsi a quelli dell’accordo di Oslo che divise la Cisgiordania in zone A, B, C, violate da successive occupazioni illegali delle colonie.

Anche Israele non riconosce confini certi, anche nelle scuole le mappe variano e i confini non sono segnati.

A Gaza hanno paura di Hamas da quando si è insediata con le legittime elezioni. Difficilmente ne parlano volentieri. Eppure, come successo con Hezbollah in Libano, Hamas è riuscita a colmare un vuoto assistenziale. Di fatto fornisce aiuti, medicine, educazione a chi ne ha bisogno. Per cui per necessità o per adeguamento molti di Gaza alla fine si sono messi sotto il suo ombrello.

Hamas però ha proliferato grazie alla compiacenza di Israele: a Gaza non entra uno spillo senza che lo sappiano egiziani ed israealiani. Quindi i miliardi arrivati cash dal Quatar piuttosto che dall’Iran non sono volati dall’alto ma passati per terra attraverso frontiere, tunnel.

Hamas si è costruita negli anni un dedalo di tunnel sottoterra, ce lo raccontano anche i prigionieri liberati. “C’è umido” ha detto una pacifista rilasciata. Prima aiutava i gazawi a raggiungere gli ospedali israeliani fuori di Gaza. La chiamano Metro Gaza.

Detto questo l’attenzione mediatica è concentrata sulla Striscia, ma per capire questa guerra bisogna guardare alla Cisgiordania dove da anni la popolazione palestinese alla quale secondo gli accordi di Oslo avrebbe dovuto andare la West Bank, detta Cisgiordania e Gaza (dopo l’evacuazione delle colonie di parte di Sharon), viene depredata e allontanata da fonti, vigneti, oliveti, villaggi, paesi.

Dalla primavera scorsa le azioni, dei veri e propri pogrom, dei coloni armati fino ai denti, sono cresciute di dismisura. Ce lo dice Ocha https://www.unocha.org/ , un organismo delle Nazioni Unite che studia la situazione della Cisgiordania, misurando check point e violazioni dei diritti. La scorsa settimana i giornali israeliani, Haaretz in prima fila, denunciavano le persecuzioni verbali, telefoniche e la violenza fisica e le distruzioni operate da alcuni coloni ai danni di palestinesi che alla fine hanno abbandonato i loro villaggi.

Fino a violenze contro i palestinesi stile Abu Ghraib e purtroppo non si tratta di fake.

Insomma per capire Gaza bisogna guardare anche alla West Bank.

Sempre Ocha nel suo report del 31 ottobre dà due flash della Cisgiordania che riportiamo direttamente in inglese co la traduzione in italiano più sotto :

– In the West Bank, Israeli forces killed six Palestinians and an Israeli settler killed another Palestinian between the afternoon of 29 October and 21:00 on 30 October. This brings the total number of Palestinian fatalities by Israeli forces or settlers since 7 October to 121, including 33 children, alongside one Israeli soldier killed by Palestinians.

– Nearly 1,000 Palestinians have been forcibly displaced from their homes in the West Bank since 7 October. This includes at least 98 Palestinian households, comprising over 800 people, driven out from 15 herding/Bedouin communities in Area C, amid intensified settler violence and access restrictions. Another 121 Palestinians were displaced following the demolition of their homes by the Israeli authorities on grounds of lack of Israeli-issued building permits or as a punitive measure.

Traduzione:

– In Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso sei palestinesi e un colono israeliano ha ucciso un altro palestinese tra il pomeriggio del 29 ottobre e le 21:00 del 30 ottobre. Questo porta il numero totale di morti palestinesi uccisi dalle forze israeliane o dai coloni dal 7 ottobre a 121, tra cui 33 bambini, oltre a un soldato israeliano ucciso da palestinesi.

– Quasi 1.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza dalle loro case in Cisgiordania dal 7 ottobre. Tra questi, almeno 98 famiglie palestinesi, per un totale di oltre 800 persone, sono state cacciate da 15 comunità di pastori/beduini nell’Area C, tra l’intensificarsi della violenza dei coloni e le restrizioni di accesso. Altri 121 palestinesi sono stati sfollati in seguito alla demolizione delle loro case da parte delle autorità israeliane per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele o come misura punitiva.

I coloni – settlers in inglese –  meritano una voce intera del report Ocha che riportiamo in inglese e poco dopo in italiani:

“Settler-related Violence”

The most severe incidents of settler violence during the past 24 hours were reported in southern Hebron. In one, Israeli settlers, reportedly from Havat Ma’on, broke into a home in Tuba, physically assaulted its residents, stole their mobile phones, and killed six sheep. Reportedly, the settlers threatened the family to leave the community, or they would be killed.

In another incident, a group of masked and armed settlers physically assaulted Palestinian farmers harvesting their olives near Qawawis (Hebron). The settlers threatened to kill the harvesters if they didn’t leave. Israeli forces who arrived injured three Palestinians farmers and detained them for several hours.

The already high level of Israeli settler violence recorded during the first nine months of 2023 has sharply increased since the escalation of hostilities. Since 7 October, OCHA has recorded 171 settler attacks against Palestinians, resulting in Palestinian casualties (26 incidents), damage to Palestinian property (115 incidents), or both casualties and damage to property (30 incidents). This reflects a daily average of seven incidents, compared with three since the beginning of the year.

Out of the 171 settler attacks, more than one-third involved threats with firearms, including shooting. Almost half of all incidents involved Israeli forces accompanying or actively supporting Israeli settlers while carrying out the attacks. Many of the latter incidents were followed by confrontations between Israeli forces and Palestinians, where three Palestinians were killed, and dozens injured. Affected properties included 24 residential structures, 42 agricultural/animal-related structures, 74 vehicles and more than 670 trees and saplings”.

Traduzione:

“Violenza dei coloni”

Gli episodi più gravi di violenza da parte dei coloni nelle ultime 24 ore sono stati riportati nel sud di Hebron. In uno di questi, i coloni israeliani, secondo quanto riferito da Havat Ma’on, hanno fatto irruzione in una casa a Tuba, hanno aggredito fisicamente i residenti, rubato i loro telefoni cellulari e ucciso sei pecore. Secondo quanto riferito, i coloni hanno minacciato la famiglia di lasciare la comunità, altrimenti sarebbero stati uccisi.

In un altro incidente, un gruppo di coloni mascherati e armati ha aggredito fisicamente i contadini palestinesi che raccoglievano le olive vicino a Qawawis (Hebron). I coloni hanno minacciato di uccidere i raccoglitori se non se ne fossero andati. Le forze israeliane arrivate hanno ferito tre agricoltori palestinesi e li hanno trattenuti per diverse ore.

Il già alto livello di violenza dei coloni israeliani registrato nei primi nove mesi del 2023 è nettamente aumentato dopo l’escalation delle ostilità. Dal 7 ottobre, l’OCHA ha registrato 171 attacchi di coloni contro palestinesi, che hanno causato vittime palestinesi (26 incidenti), danni alle proprietà palestinesi (115 incidenti), o sia vittime che danni alle proprietà (30 incidenti). Questo dato riflette una media giornaliera di sette incidenti, rispetto ai tre dell’inizio dell’anno.

Dei 171 attacchi dei coloni, più di un terzo ha riguardato minacce con armi da fuoco, compresi gli spari. Quasi la metà degli incidenti ha visto le forze israeliane accompagnare o sostenere attivamente i coloni israeliani durante gli attacchi. Molti di questi ultimi incidenti sono stati seguiti da scontri tra forze israeliane e palestinesi, in cui tre palestinesi sono stati uccisi e decine feriti. Le proprietà colpite comprendono 24 strutture residenziali, 42 strutture agricole/animali, 74 veicoli e più di 670 alberi e alberelli”.

Alessandra Fava
alessandrafava2023@proton.me
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Apocalisse in Palestina e il lento suicidio di Israele

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Per capire la Striscia di Gaza: come ha fatto Hamas a crescere e rafforzarsi così

Il NY Times sulla tempesta in Medio Oriente: un attacco da Gaza e una dichiarazione di guerra israeliana. E adesso?

Il quotidiano israeliano Haaretz: siamo un Paese traumatizzato e privo di un governo

Israele bombarda violentemente Gaza e l’Italia continua a comprare armi sofisticate da Tel Aviv

Tra gli ostaggi di Hamas a Gaza anche due studenti della Tanzania

 

 

Tra gli ostaggi di Hamas a Gaza anche due studenti della Tanzania

Africa ExPress
30 ottobre 2023

Dopo giorni e giorni di grande preoccupazione i due studenti tanzaniani, presi in ostaggio da Hamas sono stati identificati. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri israeliano sul suo account X (ex Twitter).

Joshua Loitu Mollel , a destra, e Clemence Felix Mtenga

I due giovani, Joshua Loitu Mollel e Clemence Felix Mtenga si trovavano in Israele insieme a altri 258 studenti della Tanzania nell’ambito di un programma di studio di metodi e tecniche dell’agricoltura moderna.

Nel comunicato del ministero degli Esteri israeliano è stato specificato che i due ragazzi “sono stati sequestrati dai terroristi di Hamas e sono ora ostaggi a Gaza”.

Il signor Mollel, il papà di Joshua, contattato dai reporter della BBC, ha risposto molto sollevato dopo l’ansia dei giorni scorsi: “Ho fiducia che mio figlio maggiore torni a casa sano e salvo”. Ha poi aggiunto che l’ambasciatore di Dodoma accreditato in Israele gli avrebbe assicurato che i due governi stanno collaborando per il rilascio del figlio. “Sono stato davvero male la scorsa settimana, ero disperato, perché non sapevo che fine avesse fatto il mio figlio. Ci siamo sentiti l’ultima volta telefonicamente il 5 ottobre scorso e più nulla. Lui studiava proprio nel Kibbutz di Nahal Oz”.

Secondo quanto riportato dalle autorità tanzaniane, 9 concittadini presenti in Israele hanno risposto all’offerta del governo per essere riportati a casa. Sono atterrati all’aeroporto di Dar es Salam lo scorso 18 ottobre.

Durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, 230 persone sono state rapite, prese in ostaggio in Israele e portate nella Striscia di Gaza. I sequestratori hanno assicurato che stanno bene e si trovano “in posti sicuri, in tunnel”.

Il governo israeliano ha comunicato che tra gli ostaggi ci sono cittadini di 25 nazionalità, anche un sudafricano. Pretoria non ha voluto rilasciare commenti finora. Va ricordato che Il governo sudafricano e il partito al potere, l’ANC (African Nationl Congress) si sono schierati subito con il popolo palestinese, chiedendo anche l’immediata cessazione delle ostilità. Dalla fine dell’apartheid, proprio per il trauma subito dalla popolazione sudafricana all’epoca del sistema segregazionista, Pretoria è sempre in prima linea nella lotta internazionale per la libertà e i diritti dei palestinesi.

Finora sono stati rilasciati 4 ostaggi, tra gli altri l’85enne Yocheved Lifschitz è stata liberata. Al momento del suo rilascio, l‘anziana signora ha stretto la mano al suo rapitore salutandola con uno “Shalom”, cioè, “Pace” . Ha poi voluto sottolineare di essere stata picchiata durante la trasferta a Gaza, ma di essere stata trattata molto bene in seguito.

Israele ha risposto all’attacco di Hamas con incessanti raid aerei, uccidendo oltre 8.000 persone.

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La logica brutale di legare pezzi di spago colorato ai polsi dei bambini a Gaza

Pubblichiamo questo interessante articolo
per gentile concessione del Washington Post.
Africa ExPress

dal Washington Post
Ishaan Tharoor (con Sammy Westfall)
28 ottobre 2023

In basso l’articolo originale in inglese

A quasi tre settimane di attacchi aerei israeliani, a Gaza è emersa una pratica desolante. Alcuni genitori nel territorio assediato stanno scarabocchiando i nomi dei loro figli sulle Braccia dei più piccoli. Altri legano ai loro polsi braccialetti di identificazione di fortuna o piccoli pezzi di spago colorato.

C’è una logica semplice e brutale: Mentre il bilancio delle vittime palestinesi supera i 7.000 morti, tra cui quasi 3.000 bambini, secondo le agenzie umanitarie, gli obitori e gli ospedali sono sovraccarichi. I chierici musulmani hanno approvato sepolture di massa per i morti non identificati, ma le famiglie sperano che segni più chiari di identificazione possano evitare questo destino per i loro cari uccisi. “Se dovesse succedere qualcosa – ha detto un padre di 40 anni alla Reuters – in questo modo li riconoscerò”.

Non è chiaro quando Israele inizierà la tanto attesa operazione di terra nella Striscia di Gaza come parte della sua campagna per “eliminare” il gruppo islamista Hamas, il cui macabro attacco del 7 ottobre al sud di Israele ha segnato il giorno più sanguinoso nella storia di Israele e nella storia del popolo ebraico dopo l’Olocausto.

Internally displaced Palestinians find shelter at a U.N. camp in western Khan Younis, Gaza, on Thursday. (Loay Ayyoub for The Washington Post)
Palestinesi sfollati trovano riparo in un campo delle Nazioni Unite nella parte occidentale di Khan Younis, a Gaza, giovedì. (Loay Ayyoub per il Washington Post)

I funzionari israeliani hanno chiarito che la loro attuale campagna di punizione cambierà irrevocabilmente lo status quo a Gaza, dove Hamas è al potere dal 2007. Invocando le richieste di una “potente vendetta”, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha giurato di distruggere qualsiasi parte del territorio in cui Hamas sia rimasto radicato.

La guerra ha messo in crisi la vita dei comuni palestinesi di Gaza. Hanno sopportato 16 anni di blocco israeliano, ma ora si trovano in gran parte senza carburante, acqua, elettricità e altri elementi fondamentali per la sopravvivenza. Israele ha ordinato unilateralmente l’evacuazione dei civili dalle aree settentrionali di Gaza per la loro sicurezza, ma molti sono morti in attacchi aerei più a sud.

“Quando le vie di evacuazione vengono bombardate, quando le persone, sia a nord che a sud, sono coinvolte nelle ostilità, quando manca l’essenziale per la sopravvivenza e quando non ci sono garanzie per il ritorno, alle persone non restano che scelte impossibili”, ha dichiarato Lynn Hastings, il più alto funzionario umanitario delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, aggiungendo che “nessun luogo è sicuro a Gaza”.

Circa 1,4 milioni di persone dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono attualmente sfollati all’interno del Paese. Più di 613.000 in fuga da Gaza sono ospitati in 150 strutture gestite dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, o UNRWA, alcune delle quali ospitano da 10 a 12 volte più persone rispetto alla loro capacità progettuale. Nell’ultima settimana, l’agenzia ha registrato circa 7.000 casi di infezioni respiratorie acute, circa 3.000 casi di diarrea e centinaia di casi di scabbia e pidocchi.

Queste condizioni sono destinate a peggiorare con l’esaurirsi delle scorte di carburante nel territorio. Con l’elettricità assente e i generatori di riserva incapaci di funzionare senza carburante, le strutture di pompaggio e desalinizzazione dell’acqua non funzionano. Molti nel territorio bevono acqua sporca o salata. Per molti palestinesi di Gaza, quando non si riparano dai bombardamenti aerei, la vita quotidiana ruota in fila per ore, alla disperata ricerca di cibo e acqua potabile.

Gli aiuti umanitari cui le autorità israeliane hanno permesso di entrare nel territorio dall’Egitto sono di gran lunga inferiori a quelli necessari. Secondo un’analisi dell’organizzazione benefica Oxfam, dal 7 ottobre è stato permesso l’ingresso di solo il 2 per cento delle forniture alimentari normalmente consegnate a Gaza. “Ci sono stati alcuni camion che hanno superato il confine. Questo non significa nulla”, ha dichiarato alla NPR (National Public Radio, l’emittente statale americana, ndr) Cindy McCain, responsabile del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. “Abbiamo bisogno di centinaia di camion che attraversino il confine per contribuire a mitigare ciò che questa catastrofe potrebbe significare”. Ha anche avvertito che “ci saranno malattie come non mai se non entriamo lì”.

Mercoledì, la Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato che finirà il carburante per le sue ambulanze entro la fine della settimana. Già più di un terzo degli ospedali di Gaza e quasi due terzi delle cliniche di assistenza sanitaria primaria hanno chiuso i battenti, a causa dei bombardamenti o della mancanza di energia elettrica. Le strutture ancora in funzione lo fanno sotto una notevole pressione, con i pazienti sparsi per i corridoi e le forniture mediche critiche in diminuzione.

“I teatri sono pieni di pazienti. I medici devono prendere decisioni molto difficili su chi curare perché non riescono a far fronte al numero di feriti che arrivano”, ha dichiarato alla BBC Abdelkader Hammad, un chirurgo britannico ora rifugiato in una struttura delle Nazioni Unite. “Stanno esaurendo le attrezzature mediche”.

Questa cartina mostra come l’assedio di Israele ha fatto sprofondare Gaza nell’oscurità e nell’isolamento

Le possibilità per gli abitanti di Gaza sono terribili. C’è la fatica quotidiana di sopravvivere in un paesaggio di guerra disseminato di macerie, che comprende anche la ricerca di segnali WiFi e di stazioni di ricarica per i telefoni. Le famiglie si separano e trasferiscono figli e parenti in diverse parti del territorio, nella speranza che le probabilità di evitare gli attacchi aerei siano migliori quando ci si disperde. Le strade che collegano il nord e il sud di Gaza sono diventate trappole mortali, vulnerabili ai bombardamenti. Molti residenti di Gaza non hanno le risorse per affrontare il viaggio verso sud o per trovare una sistemazione sicura una volta raggiunta.

L’idea di lasciare completamente Gaza è ancora più problematica: per ragioni diverse, né Israele né l’Egitto sono disposti ad accettare centinaia di migliaia di rifugiati. E i palestinesi, così come i governi arabi, temono che un esodo da Gaza segni un’altra perdita di terra a favore dello Stato israeliano – un’altra “nakba”, il termine arabo spesso invocato per descrivere il “cataclisma” che ha rappresentato la fondazione di Israele nel 1948 e l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dai loro villaggi nativi.

“La stragrande maggioranza di coloro che stanno sopportando l’infernale bombardamento di Gaza accetterebbe un rifugio temporaneo solo se venissero fornite garanzie per il loro ritorno alle loro case a Gaza dopo la fine della guerra”, ha scritto lo scrittore palestinese e attivista per i diritti umani Raja Shehadeh. “Questa determinazione dei palestinesi a non permettere a Israele di sfollarli ancora una volta funge anche da freno contro una seconda nakba”.

I funzionari delle Nazioni Unite hanno denunciato l’assalto  terroristico di Hamas e hanno chiesto al gruppo di rilasciare immediatamente i numerosi ostaggi rapiti e che ora detiene a Gaza. Ma le atrocità compiute da Hamas “non giustificano i crimini in corso contro la popolazione civile di Gaza, compreso il suo milione di bambini”, ha scritto Philippe Lazzarini, capo dell’UNRWA, in un articolo sul Guardian.

“Negli ultimi 15 anni Gaza è stata descritta come una grande prigione a cielo aperto, con un blocco aereo, marittimo e terrestre che soffoca 2,2 milioni di persone in un raggio di 365 kmq”, ha scritto Lazzarini. “La maggior parte dei giovani non ha mai lasciato Gaza. Oggi questa prigione sta diventando il cimitero di una popolazione intrappolata tra guerra, assedio e privazioni”.

Ishaan Tharoor (con Sammy Westfall)

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Washington Post
Ishaan Tharoor (with Sammy Westfall)
26 ottobre 2023

The brutal logic of tying colorful pieces of string around children’s wrists in Gaza

Amid close to three punishing weeks of Israeli airstrikes, a bleak practice has emerged in Gaza. Some parents in the embattled, besieged territory are scrawling the names of their children on the limbs of the little ones. Others are tying makeshift identification bracelets or little colorful pieces of string around their wrists.

There’s a simple, brutal logic: As the Palestinian death toll soars past 7,000 killed, including close to 3,000 children, according to aid agencies, morgues and hospitals are overwhelmed. Muslim clerics have approved mass burials for the unidentified dead, but families hope that clearer markers of identification may prevent that fate for their slain loved ones. “If something happens,” a 40-year-old father told Reuters, “this way I will recognise them.”

Internally displaced Palestinians find shelter at a U.N. camp in western Khan Younis, Gaza, on Thursday. (Loay Ayyoub for The Washington Post)
Internally displaced Palestinians find shelter at a U.N. camp in western Khan Younis, Gaza, on Thursday. (Loay Ayyoub for The Washington Post)

It’s unclear when Israel will commence a much-anticipated ground operation into the Gaza Strip as part of its campaign to “eliminate” the Islamist group Hamas, whose grisly Oct. 7 attack on southern Israel marked the single bloodiest day in Israeli history and in the history of the Jewish people since the Holocaust. Israeli officials have made it clear that their current campaign of retribution will irrevocably change the status quo in Gaza, where Hamas has held sway since a 2007 putsch. Invoking the demands of a “mighty vengeance,” Prime Minister Benjamin Netanyahu vowed to lay waste to any part of the territory where Hamas remained entrenched.

The war has plunged the lives of ordinary Palestinians in Gaza into crisis. They have endured 16 years under Israeli blockade, but now find themselves largely without fuel, water, electricity and other basics for survival. Israel unilaterally ordered the evacuation of civilians from northern areas of Gaza for their own safety, but many have died in airstrikes farther to the south.

“When the evacuation routes are bombed, when people north as well as south are caught up in hostilities, when the essentials for survival are lacking, and when there are no assurances for return, people are left with nothing but impossible choices,” Lynn Hastings, the top U.N. humanitarian official for the occupied Palestinian territories, said in a statement, adding that “nowhere is safe in Gaza.”

Some 1.4 million people out of Gaza’s 2.3 million population are now internally displaced. More than 613,000 displaced Gazans are sheltering in 150 facilities operated by the United Nations’ agency for Palestinian refugees, or UNRWA, some of which hold 10 to 12 times more people than their designed capacity. Over the past week, the agency has recorded about 7,000 cases of acute respiratory infections, about 3,000 cases of diarrhea, and hundreds of cases of scabies and lice.

Those conditions are set to grow more dire as fuel stores effectively run out in the territory. With electricity out and backup generators unable to operate without fuel, water pumping and desalination facilities are failing. Many in the territory are drinking dirty or salty water. For many Palestinians in Gaza, when they’re not sheltering from airstrikes, their daily life revolves around lining up for hours in a desperate search for food and safe drinking water.

The humanitarian aid that Israeli authorities have permitted to enter the territory from Egypt is far short of what’s needed. According to analysis by the charity Oxfam, only 2 percent of food supplies normally delivered to Gaza have been allowed in since Oct. 7. “There have been a few trucks that have gotten over the border. That doesn’t mean anything,” Cindy McCain, head of the U.N. World Food Program, told NPR. “We need hundreds of trucks to get across the border to help mitigate what this catastrophe could mean.” She also warned that “there’s going to be disease like nobody’s business unless we get in there.”

On Wednesday, the Palestinian Red Crescent said it will run out of fuel to operate its ambulances before the end of the week. Already, more than a third of Gaza’s hospitals and nearly two-thirds of its primary health-care clinics have shut down, either because of the bombardments or a lack of power. The facilities still operating are doing so under considerable duress, with patients strewn across hallways and critical medical supplies dwindling.

“Theatres are full of wounded people. They have to make very difficult decisions about who they treat because they cannot cope with the sheer number of [wounded] people coming,” Abdelkader Hammad, a British surgeon now sheltering in a U.N. facility, told the BBC. “They are running out of medical equipment.”

See how Israel’s siege has plunged Gaza into darkness and isolation

The options for Gaza’s residents are grim. There’s the daily toil of survival in a rubble-strewn landscape of war, which also includes searches for WiFi signals and phone-charging stations. Families are separating and moving children and relatives to different parts of the territory out of hope that the odds of avoiding airstrikes are better when dispersed. The roads linking Gaza’s north to its south have themselves become death traps, vulnerable to bombings. Many Gaza residents lack the resources to make the journey south or find safe accommodations once they reach it.

The idea of leaving Gaza entirely is all the more fraught: For different reasons, neither Israel nor Egypt is willing to accept hundreds of thousands of refugees. And Palestinians, as well as Arab governments, fear that an exodus from Gaza will mark another loss of land to the Israeli state — another “nakba,” the Arabic term often invoked to describe the “cataclysm” that represented Israel’s founding in 1948 and the expulsion of hundreds of thousands of Palestinians from their native villages.

“An overwhelming majority of those enduring the hellish bombardment in Gaza would accept temporary refuge only if guarantees were provided for their return to their homes in Gaza after the war ends,” wrote Palestinian author and human rights activist Raja Shehadeh. “This determination of Palestinians not to allow Israel to displace them once again also acts as a restraint against a second nakba.”

U.N. officials denounced Hamas’s act of terrorism and called on the group to immediately release the many hostages it abducted and now holds in Gaza. But the atrocities carried out by Hamas do “not justify the ongoing crimes against the civilian population of Gaza, including its 1 million children,” wrote Philippe Lazzarini, UNRWA chief, in a Guardian op-ed.

“Gaza has been described over the last 15 years as a large open-air prison, with an air, sea and land blockade choking 2.2 million people within 365 sq km,” Lazzarini wrote. “Most young people have never left Gaza. Today, this prison is becoming the graveyard of a population trapped between war, siege and deprivation.”

Ishaan Tharoor (with Sammy Westfall)

Mentre si aprono trattative di pace a Gedda la battaglia infuria in tutto il Sudan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 ottobre 2023

Le due fazioni sudanesi in conflitto dal 15 aprile scorso, si sono nuovamente sedute al tavolo delle trattative a Gedda in Arabia Saudita giovedì scorso, sotto la mediazione di Riyad e Washington. Gli scorsi dialoghi di pace sono stati interrotti all’inizio dell’estate.

Gedda, Arabia Saudita: ripresi i colloqui di pace tra le due fazioni sudanesi in conflitto

Questa volta partecipa anche IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), rappresentata a Gedda dal suo segretario esecutivo, Workneh Gebeyehu, ex ministro degli Esteri etiopico, che ha raggiunto i mediatori statunitensi e sauditi giovedì, sperando che finalmente si possa raggiungere un cessate il fuoco umanitario. Non si sa se al tavolo dei negoziati si siederanno anche altri membri di IGAD, come delegati del Kenya, Gibuti, Sud Sudan, Etiopia e altri.

Mentre i rappresentanti delle parti in causa, le Rapid Support Forces, capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, da un lato e le forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato, dall’altro, parlano di pace, la guerra infuria nel Paese.

I violenti combattimenti degli ultimi giorni e l’annuncio delle RSF di aver preso Nyala, capoluogo della provincia del Darfur meridionale, mettono fortemente in dubbio le reali intenzioni delle due fazioni belligeranti. Vogliono veramente raggiungere la pace?

Dall’inizio di ottobre, le RSF hanno mobilitato migliaia di combattenti tribali dal Darfur centrale, occidentale e orientale per sostenerli nella conquista di Nyala. Secondo un comunicato rilasciato dai vertici degli ex janjaweed, SAF avrebbe subito imponenti perdite: oltre 2mila soldati ammazzati e parecchi mezzi militari distrutti. Inoltre avrebbero preso possesso di tutto l’equipaggiamento bellico della base delle forze armate nella città.

Civili in fuga da Nyala, capoluogo del Sud Darfur

I morti civili non si contano più. Si parla di oltre 9mila, bilancio certamente sottostimata dalle Nazione Unite, mentre ben più di 5,6 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case per fuggire alla furia di bombardamenti e combattimenti. Oltre la metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari.

Tra i fuggiaschi oltre un milione ha cercato protezione nei Paesi limitrofi; purtroppo la loro situazione nei campi per rifugiati è tutt’altro che rosea. Dall’inizio delle ostilità, in aprile, oltre 423.000 sudanesi hanno attraversato il confine con il Ciad, ma le ONG e le agenzie ONU presenti sul posto sono a corto di fondi per far fronte alla terribile emergenza umanitaria. I rifugiati fanno fatica a nutrirsi e all’inizio del mese, secondo quanto ha riportato la BBC, 42 sudanesi sarebbero morti nel Ciad orientale a causa della grave carenza di cibo e acqua potabile e della diffusione di malattie, come la malaria e altre.

Pur di mettere fine alla guerra, anche la società civile e politica sudanese si sta muovendo. Una delegazione di rappresentanti di varie organizzazioni e partiti si sono riuniti questa settimana a Addis Abeba per far pressione sui militari con un progetto politico alternativo credibile. Il comitato preparatorio del Fronte civile per fermare la guerra, che comprende una sessantina di persone, ha scelto come suo leader l’ex primo ministro sudanese Abdallah Hamdok.

al-Burhan, presidente del Sudan e capo comandante delle forze armate (a sinistra), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF e vicepresidente

Secondo diverse fonti militari sul campo, le RSF controllano la maggior parte della capitale Khartoum e della città gemelle Omdurman e Bahri e continuano a fare breccia nel territorio controllato dall’esercito. Hemetti e i suoi uomini hanno in mano la vasta regione occidentale del Darfur, Nyala nel Sud Darfur e si sono impadroniti anche di gran parte del Kordofan settentrionale, che si trova lungo la principale rotta tra Khartoum e il Darfur, dove le RFS portano rifornimenti da Libia, Ciad e Repubblica Centrafricana.

Tuttavia nove dei 18 stati sudanesi, situati al centro, est e nord del Paese, sono completamente nelle mani del SAF, compreso Port Sudan, il principale porto marittimo, dove si trova anche l’unico aeroporto funzionante per i passeggeri che viaggiano all’estero. L’esercito ha dichiarato Port Sudan come capitale alternativa e molte missioni diplomatiche straniere hanno portato la loro sede nella città.

Le istituzioni governative del Sudan sono controllate dall’esercito, compresi i ministeri delle Finanze e degli Esteri, nonché la Banca Centrale, anche se molti dei principali edifici pubblici del Paese sono in mano ai paramilitari di Hemetti.

A Khartoum, Bahri e Omdurman, le RSF controllano la maggior parte degli edifici governativi e altri luoghi strategici, tra questi la raffineria di petrolio al-Jaili, che dista 70 chilometri dalla capitale, il palazzo presidenziale, l’aeroporto di Khartoum e l’edificio della radiotelevisione di Stato a Omdurman.

Insomma, è evidente che il Paese è diviso, spartito tra i due generali. Entrambe le parti hanno dichiarato l’intenzione di istituire un proprio governo in Sudan – una mossa che ricorda la Libia – con una parte governata dalle Forze Armate Sudanesi (SAF) e un’altra dalle RSF.

Al-Burhan ha minacciato di istituire un gabinetto a Port Sudan. Hemetti ha replicato che un governo a Port Sudan lo spingerebbe a crearne uno rivale nella capitale Khartoum o in un’altra città sotto il controllo dei suoi uomini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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A Khartoum tra furiosi combattimenti i janjaweed vogliono costituire un governo

Ucraina ed Emirati intervengono in Sudan e la pace si allontana

Medici Senza Frontiere sospende interventi chirurgici a Khartoum

Aiuti all’Africa con il Global Gateway, sfida UE alla Via della Seta

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 ottobre 2023

“Nessun Paese dovrebbe trovarsi in una situazione in cui l’unica opzione per finanziare le infrastrutture essenziali è quella di vendere il proprio futuro”. Global Gateway significa dare ai Paesi una scelta migliore”.

È la sfida di Ursula von Der Leyen, presidente della Commissione europea alla politica della Cina nel Sud del mondo. È successo al Forum Global Gateway 23 che si è tenuto il 25 e 26 ottobre a Bruxelles.

Global gateway
Global Gateway (Courtesy Commissione Europea)



Trecento miliardi UE e 90 progetti


Al Global Gateway la von der Leyen ha messo sul banco 300 miliardi dal 2023 al 2027 per aiuti ai Paesi più poveri. Si tratta di una novantina di progetti. Una parte del finanziamento andrà anche all’Africa.

I campi di intervento toccano la mobilità sostenibile; la transizione digitale con cavi sottomarini tra Europa e Nord Africa e l’energia pulita. Gli aiuti riguardano anche il miglioramento del sistema sanitario e il rafforzamento dell’istruzione e la formazione oltre che la creazione di posti di lavoro dignitosi.

Global gateway (Courtesy Commissione Europea)


I mille miliardi della Cina



I 300 miliardi dell’Unione Europea rappresentano meno di un terzo dei fondi cinesi. Il Dragone, per i Paesi che hanno bisogno dei suoi soldi, ha stanziato ben mille miliardi. 

Secondo l’Unione Europea ci sono promesse di investimento che hanno un “prezzo elevato” per l’ambiente, i diritti dei lavoratori e la sovranità. Anche qui i riferimenti sono diretti al Gigante asiatico.

Secondo gli osservatori la Cina utilizza quella che viene chiamata “diplomazia della trappola del debito”. L’esperienza cinese in Africa evidenzia che costringe i Paesi nei quali è presente a indebitarsi. Con l’aumento del debito che non riescono a pagare aumenta quindi la loro dipendenza da Pechino.

I primi accordi UE con Paesi africani

La Commissione ha già stretto un accordo con la Repubblica Democratica del Congo (Congo-K) e lo Zambia sulle materie prime essenziali.

 Con la Namibia invece l’accordo è stato siglato sulla produzione di idrogeno verde. Windhoek sta già lavorando alla produzione di idrogeno sostenibile attraverso la HYPHEN Hydrogen Energy che sta installando gli impianti nel Namib desert.

Secondo studi della  Banca europea per gli investimenti (EIB), International Solar Alliance (ISA) e Unione Africana (AU) l’Africa potrebbe diventare l’hub dell’idrogeno verde.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Namibia inizia la corsa verso la produzione di idrogeno verde

Africa futuro hub mondiale per l’idrogeno verde: progetto da mille miliardi

Liberia presidenziali 2023: l’ex pallone d’oro Weah vs Boakai, nuovamente al ballottaggio come nel 2017

Africa ExPress
26 ottobre 2023

Anche stavolta si va ai rigori, un déjà vu. Come nel 2017, l’attuale ex pallone d’oro e attuale presidente uscente della Liberia, George Weah e il suo “eterno” antagonista, Joseph Boakai, si “giocheranno” la poltrona presidenziale al ballottaggio, fissato per il 14 novembre.

Il presidente liberiano uscente, George Weah, e il contendente Joseph Boakai

Nessuno dei due candidati è riuscito ad arrivare alla soglia del 50,1 per cento per evitare un secondo turno. Weah ha superato Boaki con una manciata di preferenze, poco più di 7mila, fermandosi al 43,83 percento, mentre il suo rivale al 43,44.

Il capo della commissione elettorale liberiana (NEC), Davidetta Browne Lansanah, ha confermato i risultati martedì scorso. Le elezioni presidenziali e legislative si sono svolte lo scorso 10 ottobre e la partecipazione al voto è stata del 78,86 per cento dei 2,4 milioni di cittadini iscritti alle liste elettorali.

I candidati in lizza per le presidenziali sono stati 20, ma nessuno degli altri 18 ha superato la soglia del 3 per cento delle preferenze. Ora si ripresenta nuovamente il faccia a faccia della ex stella del calcio George Weah e Joseph Boaki, ex vicepresidente durante il governo di Ellen Johnson-Sirleaf, prima donna ad aver occupato la poltrona più prestigiosa di un Paese del continente africano. Fu eletta nel 2005 per un primo mandato e nel 2011 per un secondo. Perse poi le elezioni nel 2017. Nel 2011 le fu conferito anche il premio Nobel per la Pace.

Ma l’inclusione delle donne in politica è ancor un miraggio anche in Liberia. Tant’è vero che tra i 20 candidati in lizza alle presidenziali c’erano solamente due candidate.

Weah era convinto di vincere al primo turno. Non aveva dubbi, visto che nel 2018 aveva annullato le tasse universitarie degli atenei pubblici per tutti gli studenti. Attualmente il suo governo sta pagando anche le tasse per gli esami di maturità dell’Africa occidentale, per gli studenti del 9° e 12° anno delle scuole pubbliche della Liberia

Inoltre, il governo ha provveduto a diffondere l’accesso alla rete elettrica e ridotto i costi dei consumi. L’amministrazione Weah ha anche avviato diversi progetti di costruzione di strade in tutto il Paese. Ma a  quanto pare tutto ciò non è bastato. L’opposizione gli rimprovera che la sua battaglia contro la corruzione endemica nel Paese ha portato pochi frutti. Conferme in tal senso sono arrivate anche da Transparency International, che classifica la Liberia al 126esimo posto su i 180 Paesi compresi nell’indice.

Gli si rimprovera inoltre che il tribunale istituito per giudicare i crimini di guerra commessi durante il conflitto interno (1989 and 2003), durante il quale morirono oltre 250mila persone, non sia ancora operativo. Weah è poi stato criticato per essere stato assente dal Paese per quasi cinquanta giorni alla fine del 2022.

Nonostante la sua grande popolarità tra i giovani, Weah ha deluso molti. Le condizioni di vita dei più svantaggiati non sono migliorate e la corruzione è aumentata sotto la sua presidenza. In questi sei anni di governo l’immagine dell’ex campione di calcio si è un po’ appannata, anche se i suoi sostenitori sostengono che abbia consolidato la pace, dopo la terribile guerra civile. Ma il grande guaio è che ora la sua amministrazione viene associata all’impunità nei casi di corruzione.

Joseph Boakai, ha promesso di migliorare la vita dei più poveri, ma ha stretto alleanze con i baroni locali – in particolare con l’ex signore della guerra, Prince Johnson – che potrebbero giocare a suo sfavore. Johnson, ex generale e oggi senatore, è tristemente famoso per la sua crudeltà dimostrata durante la guerra civile.

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