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Mercenari sudafricani in azione anche in Palestina a fianco degli israeliani

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
13 novembre 2023

Mercenari sudafricani partecipano alla guerra a Gaza pagati da Israele: lo ha affermato il ministro alla presidenza del Sud Africa, Khumbudzo Ntshavheni, davanti al Parlamento. L’Agenzia di sicurezza sudafricana avrebbe la lista dei nomi. I diretti interessati – l’IDF (Israeli Defence Forces) – negano.

Mercenari sudafricani in Israele

La presenza di mercenari e combattenti di agenzie private sudafricane al fianco di Israele contro i palestinesi e Hamas sta creando un enorme problema diplomatico. Il governo sudafricano infatti il 5 novembre ha richiamato i suoi diplomatici a Tel Aviv in seguito alla sanguinosa rioccupazione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano che sta colpendo indiscriminatamente scuole e ospedali per colpire – dice Israele – le roccaforti di Hamas e i suoi tunnel.

Morale sono morte oltre 11 mila persone, ci sono oltre 2,700 dispersi e i feriti superano i 27 mila. La reazione israeliana è la risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ai kibbutz e a un rave party vicini alla Striscia che ha causato 1.400 morti.

Il Sud Africa è costretto ad ammettere che alcuni suoi concittadini sono andati a combattere come mercenari forse anche nella Striscia di Gaza. La questione ha suscitato un discreto dibattito nell’Assemblea nazionale sudafricana in quanto una legge specifica vieta ai cittadini sudafricani di combattere sotto le bandiere di altri Paesi e tanto più vieta impiegare mercenari.

“Il problema della partecipazione di sudafricani che si sono uniti alle truppe militari del ministero della Difesa israeliano è sotto la nostra attenzione, anche se riguarda anche altri conflitti dove soggetti statali e non, stanno addestrando e utilizzando truppe per guerre in corso”, ha detto la politica in Parlamento, ammettendo “il problema diplomatico”.

Una parte di questi mercenari o impiegati sotto agenzie militari private avrebbe anche in passato prestato servizio nei ranghi dell’esercito sudafricano: “finiranno a processo anche loro”, ha tuonato Ntsahvheni.

Il parlamentare Jerome Maake, politico molto noto dell’African National Congress (il partito al potere in Sudafrica, ndr), ha detto che ogni esitazione nel proseguire i mercenari sarà una collaborazione al genocidio dei palestinesi e che di fatto il Paese “sta esportando cani da guerra”.

Ritirando i suoi diplomatici da Israele, il Sud Africa ha parlato apertamente di “genocidio” e ha anche chiesto che la Corte Penale Internazionale processi il primo ministro israeliano Benjamin Nethanyau.

Il Sud Africa ha ribadito che l’unica soluzione per la questione israelo-palestinese è quella dei due Stati. La notizia del Sud Africa si è intrecciata con un’altra vicenda emersa su un media spagnolo, El Mundo, che venerdì scorso ha pubblicato l’intervista a un certo Pedro Diaz Flores Corrales, 27 anni, che afferma di far parte di un gruppo di mercenari spagnoli al soldo di Israele, prima impegnato a fianco degli ucraini.

Mercenari al soldo di Israele nella guerra contro Hamas

Secondo le sue parole “siamo pagati bene (3.900 euro a settimana), ben equipaggiati e il lavoro non è difficile”. Corrales pubblica le sue gesta militari anche sui social e dice di essere impegnato nelle Alture del Golan, ma appare in una foto insieme ad altri mercenari al confine tra Gaza e Israele.

https://www.elmundo.es/cronica/2023/02/20/63eff176fdddffe5488b4583.html

Secondo El Confidential si tratta però di un falso in quanto la foto sarebbe truccata e il ragazzo non è mai  stato in Ucraina.

https://www.elconfidencial.com/mundo/2023-11-07/mercenario-espanol-que-no-era-israel_3768742/

IDF nega che ci siano mercenari e afferma che tra riservisti (300 mila) e truppe regolari se la cavano benissimo da soli.

Alessandra Fava
alessandrafava2023@proton.me
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il sentimento di molti israeliani sta cambiando: basta vendette vogliamo la pace

 

L’accordo tra Italia e Albania tratta i migranti più come bestie che come esseri umani

 

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
13 novembre 2023

“Un modello di cooperazione tra l’Unione Europea (UE) e i Paesi extra-UE nella gestione dei flussi migratori”. E’ così che Giorgia Meloni definisce la prossima costruzione di due centri di detenzione per migranti in Albania.

Photo credit Marina Militare

Il nuovo accordo tra Italia e Albania, potrebbe determinare il trasferimento forzato di almeno 36.000 migranti all’anno, per l’accoglienza, la valutazione e il trattamento della richiesta di asilo. Le strutture individuate nel Paese dell’Adriatico si trovano presso il porto commerciale di Shengjin e nell’ex base militare di Gjader (in auge durante la Guerra Fredda), nel nord-ovest dell’Albania.

L’ultradestra italiana è passata come un carrarmato sopra la mancanza di consenso politico. Il protocollo d’intesa, infatti, salta il passaggio in Parlamento e con esso il rischio di non essere approvato, vista l’esplicita violazione del diritto costituzionale di asilo. L’UE, in attesa di un’analisi critica dei dettagli dell’accordo, ribadisce l’obbligo di rispettare il diritto comunitario e internazionale.

La prima enorme irregolarità dell’accordo riguarda i protagonisti stessi. Le persone soccorse in mare dalle autorità italiane (Marina Militare, Guardia di Finanza) sono sotto la giurisdizione italiana e il quadro normativo non permette la deportazione verso un altro Paese, prima che le richieste di asilo e le circostanze individuali non siano state esaminate.

La protezione dal respingimento è un diritto fondamentale dei richiedenti asilo e dei rifugiati. E l’Italia è già stata condannata per la violazione di questo principio dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Non è ancora chiaro cosa accadrà a coloro che non hanno i requisiti per ottenere lo status di rifugiato, anche se il governo Meloni si è concentrato sull’uso della minaccia di deportazione immediata, come mezzo per scoraggiare gli sbarchi sulle coste italiane. Quale sarebbe dunque la sorte di queste persone?

L’espulsione immediata non è consentita all’interno dell’UE grazie alla protezione assicurata dagli statuti sui diritti umani che consentono a tutti gli arrivi di richiedere asilo. Poiché l’Albania non è un membro dell’UE, tali regole non si applicano.

L’Italia ha affermato che le persone detenute rimarranno sotto la giurisdizione italiana, ma la realtà è che l’accordo verrà utilizzato per eludere il diritto nazionale, quello internazionale e quello comunitario. La Commissione europea ha già chiarito, nel lontano 2018, che l’applicazione extraterritoriale del diritto dell’UE non è realizzabile.
Dunque, il piano così prospettato consentirebbe all’Italia di aggirare l’accordo di Dublino, secondo il quale la responsabilità di asilo è del Paese di primo sbarco.

Cosa ci guadagna l’Albania? Intanto 16,5 milioni di euro, come anticipo, che Roma dovrà accreditare entro 90 giorni dall’entrata in vigore del protocollo, più 100 milioni a titolo di garanzia.

E poi l’accelerazione della sua corsa verso l’ingresso nell’Unione Europea. L’Albania ha ottenuto lo status di candidato all’Unione Europea quasi dieci anni fa, ma non ha ancora aderito al blocco.

L’accordo disumanizzante segna l’inizio di un tortuoso e sgradevole cammino in cui un Paese dell’UE esternalizza le proprie procedure di asilo a un Paese che tenta di unirsi alle sue fila. Ed è diretta testimonianza dell’attenzione sproporzionata e fuorviante nel prevenire l’ingresso in Europa, piuttosto che nel creare vie sicure e legali per coloro che cercano rifugio.

Nessun diritto di difesa e nessuna garanzia della libertà personale, previsti dalla Costituzione italiana, nessuna tutela in materia di riconoscimento della protezione internazionale, prevista dalle norme sovranazionali delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea: è questa la cifra morale e politica condivisa da Giorgia Meloni e il Primo Ministro albanese, Edi Rama. Tendenza preoccupante che mina il diritto fondamentale di chiedere asilo.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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A Lampedusa tra i migranti privati di tutto, anche della loro identità

Non solo Gaza: la crisi palestinese riguarda tutto il Medio Oriente

Editoriale
Eric Salerno
11 novembre 2023

Il Mare Nostro, ossia il Mediterraneo, è intasato. Portaerei e le navi che le accompagnano: marine americane, russe, italiane e potenze varie del vecchio continente si sfiorano. Sotto, negli abissi, girano sommergibili di tutti i tipi, dal nucleare al tradizionale, armati di un ricco arsenale di missili capaci di distruggere mezzo mondo.

epa10956222 Un partecipante tiene un cartello raffigurante l’ex leader supremo iraniano Ayatollah Ruhollah Khomeini (D), l’attuale leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei (C) e il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah (S) durante un raduno di sostenitori palestinesi in piazza Imam Hussein per ascoltare il discorso del leader di Hezbollah, a Teheran, Iran, 03 novembre 2023. Migliaia di israeliani e palestinesi sono morti da quando il gruppo militante Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti contro Israele dalla Striscia di Gaza, il 7 ottobre, e dai successivi attacchi israeliani all’enclave palestinese. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Ogni tanto incrociano navi e sommergibili dell’unica potenza effettivamente in guerra, con un popolo non uno Stato. Israele è il centro del conflitto. Il suo obiettivo dichiarato: distruggere Hamas. Ci riuscirà? Non si sa. E non si sa quale sarà il futuro della striscia e del lungo conflitto tra Israele e il popolo palestinese.

È trascorso un mese dall’inizio del conflitto, l’azione terroristica lanciata dal movimento islamista che governava la striscia di Gaza. L’aria, oggi, è quella che potrebbe anche precedere un complesso, contorto, conflitto mondiale, non più regionale. l’altro giorno un membro del governo israeliano, ultra-religioso di destra, ha annunciato fiero che nella riunione del gabinetto si è discusso della possibilità di usare una bomba nucleare per appiattire la striscia con i suoi oltre due milioni di abitanti.

Il premier Netanyahu, infastidito lo ha “sospeso” anche se, come scrive un editorialista di Tel Aviv, la “sospensione” non esiste. La bomba sulla striscia non è proponibile, spiega un altro uomo di governo israeliano, soprattutto perché non tiene nella dovuta considerazione la probabilità di eliminare anche gli oltre duecento ostaggi di Hamas prigionieri e nascosti nell’enclave palestinese.

E oltretutto ha ricordato un altro militare, da sempre Israele è ambigua: non ammette e non smentisce di avere un’arsenale con almeno cento, probabilmente di più, bombe e missili nucleari nelle posizioni strategiche sui monti a ridosso di Gerusalemme o sui sommergibili nucleari (acquistati dalla Germania) e sicuramente in navigazione nel Mediterraneo o nel Golfo persico-arabico con l’Iran (e forse altri Paesi) nel mirino.

Altra gaffe, sabato del rabbino capo delle forze armate israeliane. “Dio ci ha dato la Terra promessa”, ha spiegato ai soldati sulla linea del fronte nord, “e ci appartiene, tutta”. Non solo Gaza e Cisgiordania ma anche il Libano, ha voluto spiegare.

Razzi dell’esercito israeliano illuminano il cielo del campo profughi di Al Shatea durante uno scambio di fuoco tra l’esercito israeliano e i militanti della milizia Ezz Al-Din Al Qassam, l’ala militare del movimento Hamas, nel nord della Striscia di Gaza. 05 novembre 2023 ANSA/EPA/MOHAMMED SABER

Le bombe stanno devastando la Striscia, le diplomazie non solo occidentali cercano con poco successo di frenare rabbia e follia tra assurdi riferimenti biblici consapevoli che si è a passo dalla guerra mondiale. L’atteso discorso del capo di Hezbollah, l’importante gruppo politico-militare libanese, è stato un esempio di diplomazia.

Nessun dubbio sulla rabbia sua, dell’Iran, e di buona parte del mondo anche arabo ma, per ora, salvo sorprese, Hezbollah e Teheran non sembrano intenzionati ad allargare il conflitto. Sicuramente li spaventa non solo la potenza militare anche nucleare di Israele ma anche la minacciosa parata dei sommergibili americani in zona.

Sono un deterrente, dice Washington. E Netanyahu, tranquillo, va avanti. Come tutti spera che i piccoli incidenti, come quelli a ridosso del Libano non si trasformano in grandi. Domenica pomeriggio Hezbollah ha sparato un missile anticarro contro un camion vicino al kibbutz Yiftach nell’Alta Galilea. Il civile che guidava il mezzo è stato ucciso. Come risposta un drone israeliano ha colpito un’auto sul lato libanese del confine uccidendo una donna e i suoi tre nipoti. Un errore, si è giustificato Israele. Hezbollah ha risposto sparando razzi sulla cittadina israeliana di Kiryat Shmona.

Civili palestinesi, israeliani e ora libanesi continuano a morire ma nessuno in grado, o vuole, fermare il massacro. Israele continua a respingere l’idea stessa di un cessate il fuoco temporaneo. Netanyahu vuole la fine di Hamas ma i suoi consiglieri militari, oltre a quelli Usa mandati da Biden a dar loro una mano e frenare gli eccessi, ritengono impossibile l’eliminazione di tutti i capi dell’organizzazione islamista e del suo piccolo esercito. Prima o poi, però, le operazioni militari si fermeranno. E poi?

La solita domanda senza risposta. La visita del segretario di Stato americano a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, non ha dato i frutti sperati. Washington, l’amministrazione Biden, voleva un chiaro impegno da parte di Abu Mazen e ha avuto l’unica risposta che poteva arrivare dall’anziano, molto screditato presidente dell’Autorità nazionale palestinese. “Sono pronto ad assumere il controllo di Gaza quando Israele finisce di ammazzare i palestinesi e lascia la striscia ma soltanto all’interno di un accordo chiaro, senza ambiguità, che porterà alla creazione di uno stato palestinese a Gaza, Cisgiordania e con una parte di Gerusalemme come suo capitale”.

In qualche modo Israele ha già risposto. “Gaza resterà per sempre sotto il controllo militare israeliano”.

Eric Salerno
Eric2sal@yahoo.com
X: @africexp

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Pace lontana in Sudan, in Darfur i paramilitari janjaweed si dedicano al genocidio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 novembre 2023

Anche l’altra mattina a Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo, sibilavano proiettili sopra le teste dei civili. Alcuni sono morti mentre si trovavano in strada quando sono iniziati i combattimenti tra le due fazioni. Testimoni oculari hanno raccontato che esercito e Rapid Support Forces se la sono date di santa regione. I militari del generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato, e le Rapid Support Forces, capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti hanno usato anche armi pesanti in quartieri densamente popolati.

I feriti sono stati portati nell’unica struttura sanitaria ancora operativa a Omdurman, l’Al-Nao hospital.

Civili in fuga dai combattimenti a Omdurman, Sudan

Se a Khartoum e nelle zone limitrofe la situazione è molto grave, nel Darfur è proprio catastrofica. L’ONU teme un nuovo possibile genocidio simile a quello compiuto nella prima decade del Duemila dagli ex janjaweed (termine che più o meno significa “diavoli a cavallo”), che sono stati ribattezzati Rapid Support Forces. Va ricordato che Hemetti ne era il  leader: assaltavano i villaggi africani, bruciavano le capanne, ammazzavano senza pietà gli uomini, stupravano le donne e rapivano i bambini costringendoli a arruolarsi.

Persone in fuga verso il Ciad hanno riferito di una nuova ondata di omicidi a sfondo etnico nel Darfur occidentale, dopo che le RSF hanno preso il controllo della principale base dell’esercito a El Geneina, capoluogo della regione. Anche in questo caso testimoni oculari hanno riferito ai reporter di Reuters di aver visto le milizie arabe in azione mentre perseguitavano i masalit a Ardamata, vicino a El Geneina, dove si trova anche un campo per sfollati.

In quell’area l’obbiettivo sono proprio le persone di etnia masalit, popolazione musulmana, ma non araba, che vive a cavallo tra Sudan e Ciad. Si pensi solo che la loro lingua usa caratteri latini e non arabi. UNITAMS (United Nations Integrated Transition Assistance Mission in Sudan) ha confermato l’attacco congiunto di milizie arabe e dei paramilitari, sottolineando che sono stati attaccati soprattutto i masalit. Nel suo comunicato UNITAMS ha poi evidenziato che gli attaccanti hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani.

Pulizia etnica in Darfur

Secondo quanto riportato Dabanga News, le RSF, dopo aver attaccato un campo per sfollati il 2 novembre scorso nel Darfur occidentale, nei giorni seguenti avrebbero compiuto un strage. In base a quanto ha riferito un testimone all’emittente televisiva Al Jazeera, avrebbero ammazzato brutalmente oltre 1.300 persone, i feriti sarebbero oltre 600, altre 350 disperse.

I miliziani sarebbero entrati in tutte le case, separando gli uomini dalle donne, uccidendo poi moltissimi uomini, soprattutto i più giovani. “Le strade sono cosparse di cadaveri”, ha aggiunto il ragazzo. Si tratta della peggior uccisione di massa dall’inizio della guerra.

Mohamed Hamdan Daglo Hemetti, leader delle RSF, circondato dai suoi uomini

I vertici delle RSF hanno annunciato che gran parte delle maggiori città del Darfur sono ora sotto il loro controllo. Hemetti ha poi chiesto ai suoi miliziani di avanzare verso Al Fashir, capoluogo del Darfur settentrionale.

Altri 700 sfollati sono stati cacciati da Gadaref, regione orientale dell’ex condominio anglo-egiziano, dove avevano trovato rifugio in una scuola. Un abitante della zona ha poi riferito ai reporter di AFP di aver visto arrivare vetture della polizia a sirene spiegate e di aver sentito grida provenienti dall’interno della scuola. Gente disperata, costretta a fuggire da un luogo all’altro. Attualmente Gadaref accoglie oltre 273.000 sfollati.

Mentre infuriano le battaglie a Khartoum e in altre parti del Paese, a qualche migliaio di chilometri di distanza, a Gedda, in Arabia Saudita, dalla fine di ottobre rappresentanti delle due parti in guerra, insieme ai mediatori di Washington, Riyad e IGAD sono seduti al tavolo delle trattative per parlare di pace. I precedenti negoziati sono stati interrotti all’inizio dell’estate.

Anche ora le trattative procedono a rilento. Nessun passo significativo è stato fatto finora per porre fine a questa terribile guerra iniziata lo scorso 15 aprile, che, secondo gli ultimi dati rilasciati ieri da ACLED (ONG statunitense, specializzata nella mappatura e analisi nelle zone di conflitto nel mondo), OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR, in poco meno di sette mesi ha causato la morte di quasi 13mila persone (cifra quasi certamente sottostimata). Poco meno di 5 milioni sono sfollati, altri 892.888 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, mentre 24,7 milioni necessitano di aiuti umanitari.

E con grande rammarico i mediatori hanno fatto sapere che le parti in causa non sono riuscite a concordare un cessate il fuoco. L’Agenzia di stampa saudita ha però riportato mercoledì che le due fazioni hanno accettato di collaborare con le Nazioni Unite per facilitare la consegna degli aiuti umanitari, dopo che il giorno precedente l’Alto Commissariato per i Rifugiati aveva lanciato un nuovo allarme sull’insostenibile situazione umanitaria in Sudan.

Distribuzione aiuti umanitari, Sudan

Nel frattempo a Kassala, capoluogo dell’omonima regione sudanese al confine con l’Eritrea, Unops (Ufficio delle Nazioni Unite per servizi e progetti) e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo hanno firmato un’intesa di 4,2 milioni di euro per la fornitura di servizi sanitari.

Michele Tommasi, il nostro ambasciatore accreditato a Khartoum, ma attualmente residente a Addis Abeba per questioni di sicurezza, ha spiegato che l’Italia sta finanziando la creazione della cittadella della salute di Kassala, che, oltre a 120 posti letto, comprenderà anche un centro diagnostico, una banca del sangue, un reparto pediatrico e altre divisioni ospedaliere. Del nuovo centro usufruirà un bacino di utenza piuttosto vasto, circa 2,8 milioni di persone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Israele e Italia: si rafforza pesantemente la collaborazione militare

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
9 Novembre 2023

Mentre il governo italiano si è astenuto sul cessate al fuoco in Palestina, chiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la società civile del nostro Paese si mobilita.

Fermare i combattimenti, le vendite di armi italiane ad Israele ed avviare indagini per portare i responsabili delle barbarie di Hamas e di Tel Aviv in giudizio davanti alla Corte Penale Internazionale.

Bombardamenti su Gaza

Lo chiedono Amnesty International, la CGIL, Rete Pace e Disarmo ed altre organizzazioni. Se vogliamo agire per la pace, bisogna vietare gli aiuti militari verso il Paese ebraico. Si tratta di attuare l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma anche la legge 185/ 1990 che vieta le esportazioni verso i Paesi belligeranti o retti da regimi liberticidi e verso quelli la cui politica contrasti con i princìpi del citato articolo 11.

Nel momento in cui si applica solo la legge dell’occhio per occhio, l’Italia può fornire un contributo alla pace vietando gli aiuti militari a Tel Aviv e proporre una cosa analoga agli altri governi europei. Sarebbe un segnale forte, ma Roma appoggia incondizionatamente la vendetta di Tel Aviv.

Le atrocità di Hamas non hanno scusanti, ma non va dimenticata la continua repressione del popolo palestinese. L’Assemblea Generale ONU – come ricorda Giorgio Beretta di Rete Pace e Disarmo –  ha approvato molte risoluzioni di condanna di Israele per l’occupazione dei territori e inoltre ha anche “chiesto a tutti gli Stati di desistere dal fornire ogni aiuto militare e economico fintanto continua ad occupare territori arabi e nega i diritti inalienabili del popolo palestinese” (risoluzione n.31/61 del 9.12.1976). Va ricordato che Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente.

Per vent’anni i governi italiani, hanno mantenuto una politica di equidistanza verso il Medio Oriente, conservando però buoni rapporti diplomatici ed economici con Israele.  Roma ha attuato una prassi rigorosa e restrittiva sulle forniture di armi a Tel Aviv; infatti tra il 1990 e i primi anni 2000 le autorizzazioni per tali invii erano irrilevanti .

Con il governo Berlusconi però c’è stato un cambio di rotta. Nel 2003 fu firmato un accordo di cooperazione militare con Tel Aviv, ratificato con la legge n.95 del 2005. L’intesa, finalizzata a favorire l’interscambio fra i due Paesi è coperta dal segreto, neanche il Parlamento ne conosce i dettagli.

L’intesa tra i due governi prevede anche la lotta al terrorismo, su tale aspetto il senatore Luigi Malabarba (Misto-Rifondazione Comunista) nel dibattito sulla ratifica dell’accordo ha sottolineato: “Un’altra clausola centrale nella nuova intesa riguarda una non meglio precisata “collaborazione nel combattere il terrorismo”. Visto che Israele considera “terrorismo” qualsiasi forma di resistenza palestinese e libanese, con l’approvazione del Memorandum il nostro Paese rischia di entrare in guerra con i movimenti arabi che cercano di liberare le loro terre dall’occupazione”.

L’accordo prevede in particolare lo scambio di informazioni e esperienze di interesse reciproco in materia di difesa, lo svolgimento di esercitazioni congiunte, l’invito di osservatori, lo scambio di informazioni e attività culturali e ancora lo scalo di unità navali ed aeromobili, incoraggiando inoltre le rispettive industrie alla ricerca, sviluppo e produzione nel settore militare.

Nel 2012 il governo Monti, a seguito degli accordi presi precedentemente presi da Berlusconi, firmò il contratto per la vendita  di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 di Alenia Aermacchi, azienda del gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), un affare da un miliardo di dollari.

Gli M-346 possono anche essere equipaggiati di armi e bombe. I primi aerei sono stati consegnati nel 2014. La vendita fa parte di un accordo più ampio fra i Italia e Israele, del valore complessivo di due miliardi di dollari.

La commessa è compensata da Israele, che ha venduto al nostro Paese armi per un importo equivalente. In cambio l’aeronautica militare italiana ha acquistato due aeromobili spia Gulfstream 550 (costo complessivo 800 milioni di dollari circa) e il sistema satellitare OPTSAT-3000  (245 milioni di dollari).

Da allora in poi ci sono state altre forme di collaborazione per la realizzazione congiunta di armi: dai droni subacquei, ai veicoli blindati da combattimento. Contemporaneamente sono aumentate le esercitazioni delle rispettive aviazioni: aerei israeliani hanno utilizzato l’aeroporto militare di Decimomannu, in Sardegna, mentre quelli italiani hanno partecipato a manovre in Israele.

L’aviazione italiana addestra, secondo il blog di Antonio Mazzeo –  i piloti di Tel Aviv a Pisa, nell’International Training Center, per l’abilitazione ai velivoli da trasporto C130J e ciclicamente i nostri si recano alla base di Palmachim per addestramenti nella guida di velivoli a controllo remoto.

Palmachim, Israele: addestramento militari italiani per la guida remota di droni

Nel  2019, i ministeri della Difesa dei due Paesi hanno firmato un accordo per l’acquisto di sette AW119Kx, elicotteri d’addestramento avanzato, per le forze aeree israeliane, del valore di 350 milioni di dollari, in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un valore equivalente di tecnologia militare israeliana.

Nel settembre del 2020, l’accordo è stato ampliato con la fornitura di altri cinque elicotteri AW119Kx, in cambio l’Italia ha acquistato altri missili anticarro israeliani. Il ministro della Difesa di Tel Aviv, Benny Gant, ha così commentato l’accordo: “Riflette l’importante e stretta collaborazione con il ministero della Difesa italiano che va avanti da anni”.

Anche l’allora ministro della Difesa, Lorenso Guerini, in visita a fine 2020 in Israele, era dell’idea che “La volontà di sviluppare ulteriormente gli ambiti di cooperazione nel settore specifico della difesa, una collaborazione che contribuisce sia alla rispettiva sicurezza dei Paesi, sia a ulteriori positive ricadute in termini industriali”.

Nel gennaio 2023, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha incontrato l’ambasciatore israeliano a Roma, Alon Bar. Nel nel corso dell’incontro è emersa la volontà di intensificare ulteriormente la collaborazione fra i due Paesi. Tuttavia come dimostrano i massacri del 7 ottobre, la sicurezza non è data dalle armi bensì da una soluzione politica al problema palestinese

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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ONU condanna Tel Aviv per violazioni dei diritti umani, ma Roma rafforza collaborazione con Israele

Tra gli ostaggi di Hamas a Gaza anche due studenti della Tanzania

Il sentimento di molti israeliani sta cambiando: basta vendette vogliamo la pace

Con la Superlega il calcio africano cerca la sua indipendenza nello sport

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Novembre 2023

Fermiamo lo shopping europeo e mondiale dei nostri giocatori. Valorizziamo il nostro calcio. Creiamo scuole e miglioriamo gli stadi in Africa.

Sono questi i goal che veramente conteranno domenica 12 novembre, allo stadio Loftus Versfeld di Pretoria (capitale amministrativa del Sud Africa).

Loftus Versfeld Stadium, Pretoria (Sudafrica)

Obiettivi più importanti dei goal materiali che potranno segnare i giocatori delle due squadre in campo: Mamelodi Sundowns e Wydad Athletic Club Casablanca. Non sarà una partita come le altre. In palio c’è il primo ambitissimo trofeo continentale African Football League, promosso dalla FIFA (Federazione mondiale del calcio) e dal CAF (Federazione africana).

Una specie di super Coppa dei Campioni, simile a quella che in Europa è stata bocciata, che elargirà ricchissimi premi: ben 4 milioni di dollari alla prima, 3 milioni alla seconda, 1,7 alle semifinaliste, 1 milione a chi si è fermata ai quarti di finale.

L’African Football League, detta a anche SuperLega, non prende il posto della già presente e più nota CAF Champions League o della CAF Confederations Cup. È invece un’aggiunta (ma forse una concorrente), per aiutare lo sviluppo finanziario del calcio africano in termini di infrastrutture, promozione e crescita finanziaria.

E per tentare di frenare gli emigranti col pallone, o per il pallone. L’Africa da decenni è terra di conquista, anche dei due piedi. Saccheggiata di un’altra sua risorsa.

È un enorme giacimento di talenti pallonari. E anche di illusioni e di sfruttamento, come hanno denunciato in tanti. Un ex calciatore del Camerun, Jean Claude Mbvoumin, 49 anni, nel 2000 ha fondato Culture Foot Solidaire, un’associazione internazionale con sede a Parigi, ma con uffici di corrispondenza anche a Bamako, Dakar, Losanna…, che protegge e aiuta migliaia di aspiranti ragazzini comprati e venduti inseguendo il pallone.

Secondo una recente ricerca, in Europa giocano circa 500 calciatori di origine africana. Basti dire che il campionato italiano è stato chiamato serie A..FRICA. In Francia, la base multietnica della nazionale calcistica non fa più notizia. In Gran Bretagna il numero degli atleti africani si spreca. E ora le organizzazioni mondiali e continentali del pallone hanno lanciato questo minicampionato di 8 equipe per tentare di limitare l’accaparramento di campioni, o aspiranti tali, e riappropriarsi e valorizzare in casa tanta ricchezza calcistica.

Il torneo ha preso il via il 20 ottobre scorso con 8 squadre nazionali, tutte campioni nei rispettivi Paesi. A parte le due già citate, che si stanno contendendo il titolo, le altre in lizza erano Al Ahly (Egitto), Enyimba (Nigeria), Espérance (Tunisia), Mazembe (Repubblica Democratica del Congo), Petro de Luanda (Angola), Simba (Tanzania).

L’anno venturo le squadre dovrebbero essere 24, generando un giro d’affari di 100 milioni di dollari. Domenica pomeriggio, a Pretoria, si confrontano le due finaliste, accompagnate dall’inno ufficiale composto dall’artista torinese Henoel Grech, 47 anni, e cantato in swahili, francese, inglese. dalla voce solista di Spirit-T, 31 anni, cantante camerunense, al secolo Rinus Ngwang Nformi.

Mamelodi gioca in casa, avendo sede nella municipalità metropolitana di Tshwane, a 20 km da Pretoria; la seconda viene dal Marocco. Entrambe sono tra le formazioni più titolate in patria, avendo vinto coppe e campionati a iosa. E di ciò vanno fierissime. Il Mamelodi (significa Madre di melodie) ha per slogan: “il cielo è il
nostro limite” ed è stato fondato nella cittadina un tempo ghetto per
soli neri. Oggi i suoi giocatori sono noti come “i brasiliani” per il colore giallo oro della maglia e per aver spesso acquistato giocatori sudamericani. A sua volta, Wyad, che in arabo significa amore, dalla nascita è il simbolo della resistenza all’oppressore francese in Marocco.

Domenica scorsa, 5 novembre, il team marocchino ha vinto la prima delle due partite della finale. Ha sconfitto per 2-1 i sudafricani nello stadio Mohammed V di Casablanca ribollente come un vulcano del tifo di 45 mila fans.

Ora c’è la partita di ritorno (90 mila gli spettatori previsti), al termine della quale si avrà il primo detentore del nuovo trofeo, simbolo del rilancio del calcio africano da . L’iniziativa in realtà non è stata accolta da un consenso generale. Molto scettico l’allenatore del Gambia, Tom Saintfiet, 50 anni, belga. Saintfiet, ribattezzato anche l’Indiana Jones del calcio per aver allenato in alcune zone molto tormentate del pianeta (Yemen, Bangladesh, Zimbabwe.. ), ha contestato la modalità della selezione delle 8 società :”È pericoloso creare una competizione esclusiva per alcuni club scelti in base al loro standard in quel momento e non dopo le eliminatorie sul campo”.

I presidenti delle squadre dell’Africa occidentale, a loro volta, hanno espresso il timore di restare emarginati e di vedere aumentare il dislivello con i migliori team. L’interrogativo più inquietante riguarda però il destino della pioggia di dollari riversati dagli sponsor (arabi e Rwanda, fra gli altri) e gli ideatori della manifestazione, Gianni Infantino, 53 anni, presidente della Fifa, e Patrick Motsepe, 61 anni, il miliardario sudafricano presidente della Confederazione calcistica africana e padrone proprio del Mamelodi.

Che fine faranno i milioni di dollari sulla prima e successiva African Football League? Il sito ufficiale dell’African Football League proclama: “La nostra mission è elevare la qualità dello sport sia in termini di capacità sia generando sostanziali introiti da distribuire in proporzione fra i club partecipanti e tutti i gruppi coinvolti”.

Serviranno veramente a bloccare lo shopping dei calciatori africani da parte del resto del mondo? A migliorare strutture, preparare arbitri e ragazzi? O si disperderanno nei rivoli della corruzione continentale, in cui alcune delle 54 federazioni africane sono vere campionesse?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Genocidio: parola tragica che comincia ad apparire in Palestina

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
7 novembre 2023

Genocidio. La parola impronunciabile comincia ad apparire. Per Gaza, per la Cisgiordania. Perpetrato da un’estrema destra di un popolo che sa bene cos’è un genocidio. Anche se i reporter sono tenuti fuori da Gaza e solo alcuni media tra cui Al Jazeera e Bbc hanno ancora qualcuno sul posto. Anche se immagini e filmati escono a spizzichi e bocconi. Anche se la guerra è sopratutto mediatica e i giornalisti devono fare debunking per sfuggire ai fake. Anche se farsi un’idea complessiva è difficile.

Gaza

Non sono fake le immagini del bombardamento di Jabaliya e neppure le scene di violenze nella West Bank ad opera dei coloni e dell’esercito che hanno legato, imbavagliato, preso a calci e fatto violenza a decine di palestinesi nudi.

Il bombardamento di Jabalia ha scosso le coscienze internazionali. Una delle poche immagini arrivate è un cratere di decine di metri che finisce nelle viscere della terra. Come se una trivella avesse rovesciato il palazzo di decine di piani e scavato sotto. D’altra parte l’esercito israeliano ha detto due giorni fa di aver fatto 11 mila azioni aeree nella Striscia dall’inizio dell’azione contro le violenze di Hamas del 7 ottobre nei kibutz intorno a Gaza.

Undicimila bombardamenti in 360 chilometri quadrati in una ventina di giorni. Infatti le testimonianze video dei gazawi raccontavano del suono della caduta della bombe quasi ininterrotto notte e giorno. E intanto fame, carenza di acqua, corrente che va e viene e non viene più. E morti. Anche se il numero di 9 mila e 61 fornito ora da Hamas viene contestato da Israele e Usa, tra bombe e il crollo di tanti edifici è difficile capire quanti siano i sepolti.

L’esercito israeliano IDF (Israel Defense Forces) dice che il bombardamento con ordigni ad alta penetrazione a Jabaliya serviva per distruggere i tunnel di Hamas che raggiungerebbero in alcuni punti della Striscia i 60 metri sotto terra. Serviva per colpire i terroristi del 7 ottobre.

Ma da quanto riferito da una fonte militare a Le Monde (articolo pag. 2 del 3 novembre) sarebbero stati ammazzati “tra i 12 e i 15” membri di Hamas. Insomma una carneficina di civili per colpire una dozzina di militanti avversari.

A Jabaliya ci vivevano ancora in tanti. Non tutti hanno obbedito all’ordine dell’IDF di andare a sud, per poi bombardare pesantemente il sud della Striscia, ospedali compresi. Su Haaretz nei giorni scorsi compariva l’intervista a una ucraina sposata con un medico palestinese che aveva deciso di rimanere nel Nord della Striscia in un’area “un po’ meno sotto le bombe”.

Mentre le azioni di Israele cominciano a inquietare anche gli Usa, a Ginevra si parla di genocidio: un gruppo di esperti dell’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu da Ginevra il 2 novembre ha scritto “rimaniamo convinti che i palestinesi siano a grave rischio di genocidio. Il tempo di agire è subito. Gli alleati di Israele sono responsabili e devono agire ora per prevenire il disastro”.

L’attacco del 31 ottobre al campo di Jabaliya, parte integrante della Striscia di Gaza dove molti hanno trovato rifugio, ha suscitato “profondo orrore” ed “è una palese violazione della legge internazionale”, scrivono. “Attaccare un campo di rifugiati che accoglie civili, incluse donne e bambini, è una completa violazione della proporzionalità e della distinzione tra combattenti e civili”.

Il rapporto (www.ohchr.org/en/press-release/2023/11/gaza-running-out-time-un-experts-warm-demanding-ceasefire-prevent-genocide) è firmato da sette specialisti su accesso all’acqua e alla sanità, diritti al cibo, discriminazione e territori occupati, tra cui Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, dal maggio del 2022, già accusata di essere una nemica di Israele. Come avvocatessa specializzata in diritti umani ha respinto l’accusa.

Intanto Bolivia, Cile, Colombia, Honduras e anche la Giordania hanno interrotto ogni relazione diplomatica con Israele richiamando i loro ambasciatori. La Bolivia aveva già reagito così nel 2009 nel precedente bombardamento di Gaza. Ora l’ex ministro degli esteri Freddy Mamani Machacha ha detto che la decisione nasce dalla “condanna dell’offensiva militare di Israele aggressiva e sproporzionata nella Striscia di Gaza e dalla minaccia per la pace e la sicurezza internazionali”.

Evo Morales ex presidente boliviano il 31 ottobre sul suo suo account Twitter @evoespueblo complimentandosi per la decisione ha aggiunto che “la Bolivia deve dichiarare lo stato di Israele come stato terrorista e presentare denuncia presso la Corte penale internazionale”.

Ma il peggio sta succedendo in Israele e nei Territori occupati della Cisgiordania. Mentre la BBC rivela che sono stati revocati i permessi di lavoro a migliaia di lavoratori palestinesi in Israele che sarebbero stati ributtati nella Striscia di Gaza, alcuni di questi dichiarano di essere stati legati, imbavagliati e torturati per ore. “Neppure i cani vengono trattati così”, ha detto un certo Zakaria.

Così sono avvenute violenze dei coloni intorno ad Hebron e in altre zone della Cisgiordania. Minacce di stupri fatte al telefono, incursioni. Solo uno dei coloni è finito a processo e condannato a 4 mesi di carcere. Altri episodi sono ancora tutti da indagare.

Alessandra Fava
alessandrafava2023@proton.me
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il sentimento di molti israeliani sta cambiando: basta vendette vogliamo la pace

 

Congo-K: operazione congiunta dell’esercito e dei caschi blu per bloccare i ribelli M23

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 novembre 2023

Venerdì scorso ha preso il via l’operazione Springbok, una vasta offensiva delle forze armate congolesi (FARDC) e dei caschi blu della Missione di pace delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) contro i ribelli M23, che da ottobre hanno intensificato i loro attacchi nel Nord-Kivu, nell’est del Paese.

Operazione Springbok delle forze armate congolesi e i caschi blu per contrastare i ribelli M23

Come ha riferito il generale Otavio Rodrigues de Miranda Filho, comandante di MONUSCO, le continue aggressioni dei miliziani M23 (che prende il nome da un accordo, firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009), fanno temere potenziali attacchi a Sake e Goma, capoluogo del Nord-Kivu. L’operazione congiunta Springbok è volta a contrastare e fermare l’avanzata dei ribelli.

Secondo diverse fonti autorevoli, l’M23 è sostenuto dal governo ruandese. E a giugno gli esperti dell’ONU hanno presentato al Consiglio di Sicurezza un rapporto finale che documenta il coinvolgimento dell’esercito ruandese nella guerra nel Nord Kivu. Kigali continua a respingere le accuse.

Il comandante dei caschi blu ha specificato: “Per il momento si tratta solo di un approccio difensivo, ma se i ribelli dovessero tentare di attaccare Sake o Goma, cambieremo tattica e adotteremo la linea offensiva”. Infine ha aggiunto: “Il contingente ONU si è unito alle forze armate per proteggere la popolazione civile dai ribelli M23”.

Oltre al nome dell’operazione, non sono stati resi noti dettagli sull’intervento congiunto e, nonostante il lancio di Springbok, MONUSCO inizierà il suo ritiro dal Paese a partire da dicembre, come richiesto della presidenza congolese. I caschi blu, presenti in Congo K dal 1999, sono molto criticati dalla popolazione per non essere riusciti a contrastare gli attacchi perpetrati dai miliziani.

L’est del Congo-K è una zona particolarmente militarizzata, soldati di molte nazionalità ed eserciti sono stati sguinzagliati nel Paese, con il compito di sradicare i gruppi armati presenti sul territorio.

Alla fine di giugno dello scorso anno è nata una nuova forza militare, volta a contrastare i miliziani dei gruppi ribelli M23 e ADF. Il nuovo contingente di EAC (acronimo per Comunità dell’Africa Orientale), è coordinato dal Kenya. Viste le tensioni tra Kigali e Kinshasa le truppe ruandesi non ne fanno parte.

I militari dell’EAC operano in collaborazione con le autorità del Congo-K. Inoltre, cooperano in maniera complementare con le altre missioni internazionali, da quella di MONUSCO, alla Force Intervention Brigade (FIB) della SADC (Southern African Development Community), passando per il contingente UPDF (Uganda People’s Defens Forces), schierato a Beni e Ituri e presente nel Paese dal novembre del 2021.

I soldati ugandesi stanno dando la caccia ai terroristi di ADF (Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995) che recentemente hanno ammazzato brutalmente anche una coppia di turisti in viaggio di nozze – inglese lui, di origine sudafricana lei – e la loro guida locale nel parco nazionale Queen Elizabeth, nell’Uganda occidentale.

I capi di Stato della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) si sono riuniti sabato scorso a Luanda, in Angola per discutere della grave situazione in Congo-K. Tra i temi discussi durante l’incontro si è parlato anche del dispiegamento di una forza regionale della SADC, per sostituire quella dell’EAC, visto che la loro presenza non è più gradita dalle autorità di Kinshasa.

Alla fine del vertice straordinario di SADC sono trapelati ben pochi dettagli. E’ stato solo evidenziato che Tanzania, Sudafrica e Malawi sono pronti a inviare le proprie truppe. I capi di Stato presenti hanno anche parlato del budget e della tabella di marcia, ma finora non è stato rilasciato nessun comunicato ufficiale a tale proposito.

Joâo Lourenco, capo di Stato dell’Angola e attuale presidente di SADC, lo scorso anno è stato nominato anche mediatore dall’Unione Africana per le tensioni tra Ruanda e Congo-K. Durante il vertice di sabato scorso i suoi colleghi gli hanno chiesto di intensificare gli sforzi per riavvicinare Kigali a Kinshasa.

Congo-K: civili in fuga dagli attacchi dei miliziani M23

La situazione umanitaria nell’est del Congo-K è catastrofica, e a causa dell’intensificarsi delle aggressioni e l’escalation delle violenze, molti residenti hanno lasciato e continuano a abbandonare le proprie case. Secondo l’ONU, gli sfollati sono ormai oltre 6,9 milioni, una cifra record, mai registrata in precedenza. La maggior parte di queste persone necessita di assistenza umanitaria. OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) sta cercando di assistere gli sfollati anche se il budget è ridotto all’osso. Finora sui 100 milioni di dollari richiesti, nelle casse dell’organizzazione  sono entrati solamente 37 milioni.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato un nuovo allarme poche ore fa: stanno aumentando i casi di colera nei campi per sfollati nel Nord-Kivu. In particolare in quello di Kanyaruchinya, che si trova a nord del capoluogo della provincia, sono stati registrati oltre 200 casi da settembre 2023. I più colpiti sono come sempre i più vulnerabili: donne e bambini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

Allarme violenze sessuali nei campi per rifugiati in Congo-K

Scambio di accuse tra Ruanda e Congo-K mentre un nuovo rapporto dell’Onu inchioda le ingerenze di Kigali con forniture d’armi ai ribelli M23

Morti e feriti nel Congo-K orientale nella rivolta popolare contro la presenza dei caschi blu

 

En plein degli atleti dell’Etiopia e del Kenya alla 52esima Maratona di New York

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
5 novembre 2023

E’ finita in parità speculare la sfida tutta africana (che novità) per la vittoria della maratona più ambita, o meglio la più iconica, anche se non la più remunerativa: quella di New York, 52a edizione.

Maratona di New York 2023

L’unica differenza è stata che sul fronte maschile, Tamirat Abera Tola, 32 anni, campione mondiale dei 42,195 km, non solo ha vinto facendo corsa a sé negli ultimi 12 chilometri, ma ha anche battuto il record newyorkese con il tempo di 2h04:58. Il che vuol dire che ai 100 mila dollari di premio per il primo posto, il runner etiope ha aggiunto 50 mila di bonus per il primato.

Sul traguardo ha fatto in tempo ad abbracciare il manager italiano Gianni Demadonna, a farsi un giretto avvolto nella bandiera verde-giallorossa con disco centrale azzurro e poi attendere il secondo, giunto due minuti dopo: Albert Korir, keniano, 29 anni, primo al Central Park due anni fa. Il terzo è stato un altro atleta proveniente dalle parti di Addis Abeba, Shura Kitata, 27 anni arrivato 2 minuti e 13 secondi dopo.

L’etiope, Tamirat Abera Tola, vincitore della 52esima Maratona di New York

In campo femminile invece tutt’altro lo svolgimento della gara. Fino agli ultimi 2 chilometri, ben 5 donne lottavano duramente per il primato: ben quattro del Kenya e una, l’elegante Letensebet Gidey, 25 anni, proveniente dalla regione del Tigray, (Etiopia), detentrice del titolo mondiale dei 10 mila metri e della mezza maratona.

Alla fine ha salutato la compagnia la keniana Hellen Obiri, nata 33 anni fa a Kisii, (nel sud est del Kenya), in 2h27’23” (tempo molto lento), dando solo 6 secondi di distacco alla Gidey, che è crollata nell’ultimo chilometro. In febbraio Gidey aveva perso tutto a pochi metri dal traguardo in occasione della gara valida per i Mondiali di cross in Australia.

In campo femminile vince l’atleta del Kenya, Hellen Obiri

Terza, a dieci secondi dalla Obiri, l’altra atleta di Nairobi, Sharon Lokedi, 29 anni, originaria di Burnt Fores a 270 chilometri da Nairobi, vincitrice nel 2022 della competizione americana alla sua prima partecipazione! E questa primavera, non dimentichiamolo, si era imposta nella maratona di Boston. La prima donna a realizzare questa doppietta. Già nel 2013, comunque, la giovane aveva mostrato di che stoffa fosse fatta: nel suo stile di corsa un po’ disordinato, ma efficacissimo, era stata eletta l’atleta dell’anno nella scuola femminile Kapkenda.

La Kosgei a sua volta ha riconosciuto: Sharon ha preceduto ben quattro connazionali e di livello alto: Brigid Kosgei, 29 anni, detentrice del record mondiale della maratona; Mary Wacera Ngugy, 34, Viola Cheptoo, 34 (giunta seconda 2 anni fa) e la veterana Edna Kiplagat, 43 anni, ma con due titoli mondiale nelle gambe (nel 2011 e nel 2013).

Insomma, una gara molto più avvincente grazie alla marea femminile keniana! Due parole, infine, sugli italiani, presenti in massa come sempre a New York: ben 2368, il più alto numero degli stranieri. Ottima la figura dell’unico professionista, Iliass Aouani, 28 anni, primatista nazionale, nato in Marocco, ma milanese da quando aveva due anni. E’ arrivato settimo e considerato chi aveva davanti, è stato un grande onore essere finito nella top ten.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marinava la scuola per non partecipare alle gare di corsa: ora un’etiope vince la medaglia d’oro ai mondiali di atletica

Il futuro di Gaza legato a soluzioni impossibili

Da La voce di New York
Eric Salerno
4 novembre 2023

E domani? Cosa si fa di Gaza, di ciò che rimane della Striscia? Dei palestinesi ancora vivi dopo settanta anni di occupazione israeliana e dopo i massicci bombardamenti israeliani dell’ultimo mese? La parola “olocausto” è sulla bocca di tutti.

Per gli ebrei israeliani e per molti nelle comunità ebraiche della diaspora c’è comprensibile odio nei confronti degli arabi per l’assalto criminale dei militanti di Hamas alle popolazioni israeliane lungo il confine. Vogliono sterminarci tutti, dicono gli ebrei; vogliono sterminarci tutti, ribattono i palestinesi man mano che il massacro dei civili continua e viene considerata anche da chi è vicino a Israele un “crimine di guerra”.

È difficile pensare al dopo. Il premier israeliano scivola via e cerca di non rispondere quando gli viene chiesto se ha in mente a chi affidare la Striscia e la sua popolazione di rifugiati palestinesi. Ci vorranno mesi – ammette anche per guadagnare tempo e inventare un progetto – per eliminare Hamas, i suoi leader e militanti – sapendo bene che significa altri morti e forse una guerra che si estenderà all’intera regione. E forse oltre.

Palestinesi cercano corpi e sopravvissuti tra le macerie dopo gli attacchi aerei israeliani su Al Falouja nella città di Jabalia, nel nord di Gaza, 01 novembre 2023. Più di 8.500 palestinesi e almeno 1.400 israeliani sono stati uccisi, secondo l’IDF e l’autorità sanitaria palestinese, da quando i militanti di Hamas hanno lanciato un attacco contro Israele dalla Striscia di Gaza il 7 ottobre e le operazioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania che ne sono seguite EPA/MOHAMMED SABER

Preoccupano le parole dello storico israeliano, Benny Morris. Scrive che il momento è giusto per colpire l’Iran e distruggere Hezbollah – anche se per eliminare il vasto arsenale dell’organizzazione con i suoi 150 mila missili puntati su Israele – va appiattito il Libano. Sembra essere d’accordo sull’idea anche il ministro della difesa israeliano Gallant che dopo il 7 ottobre aveva proposto di scatenare la furia militare israeliana sugli ayatollah di Teheran e sugli alleati degli sciiti iraniani. Potrebbe ancora succedere e ne è consapevole il presidente americano, che con la scusa di difendere Israele ha inviato una flotta massiccia nel Mediterraneo e nel Golfo arabo- persico.

Joe Biden ha anche un’altra paura e ne ha parlato più volte con Netanyahu. Riguarda la Cisgiordania, la fetta più estesa del territorio occupato da Israele, e i coloni ebrei oltranzisti che, giorno dopo giorno, minacciano i suoi abitanti sottomessi. Scappate, andate in Giordania, questa è la nostra terra, ripetono mentre bruciano orti e ulivi degli arabi. La lista delle vittime palestinesi – morti e feriti, grandi e piccoli – aumenta giorno dopo giorno. “Sarà per voi una nuova Nakba” – l’olocausto dei palestinesi – minacciano i coloni.

Trenta anni fa la soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi, due popoli che rivendicano la stessa terra, era sulla bocca di tutti. Un compromesso: Una parte agli israeliani (ebrei soprattutto), l’altra ai palestinesi. La linea verde, quella del vecchio armistizio, doveva essere il tracciato di partenza: buona parte della Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza ai palestinesi con un piccolo piede arabo a Gerusalemme per segnare la loro capitale nella città rivendicata, conquistata storicamente dalle tre religioni monoteistiche. Ma gli accordi di Oslo non andarono avanti.

Domani? Ripartire da quelle per forgiare il futuro? Dopo quello che è accaduto in questo mese è impossibile, dicono in molti. Eppure, rispondono altri, la Germania, nonostante l’Olocausto, è oggi uno dei maggiori partner diplomatici ed economici di Israele.

La pace si fa con il nemico. È vero, ma è difficile pensare che oggi o domani, un esponente dell’Autorità Nazionale Palestinese possa presentarsi a Gaza e in cima alle rovine prodotte dalle bombe e ai missili israeliani chiedere ai palestinesi sopravvissuti di seguirlo in un processo di pace tutto da costruire.

Come è difficile pensare che un governo israeliano guidato da Netanyahu, da sempre contrario all’esistenza stessa di uno stato palestinese indipendente, possa essere sincero se costretto dalla comunità internazionale a sposare la two state solution. Il governo israeliano di oggi, dicono gli stessi israeliani che hanno manifestato per mesi contro Netanyahu, è il più religiosamente fanatico e di destra della storia. Per gli ideologi della destra sionista e per i coloni religiosi estremisti la terra che va dal Mediterraneo al fiume Giordano fu un regalo divino al popolo d’Israele. E così deve restare.

ll giornalista Meron Rapoport è co-fondatore del movimento israelo-palestinese A Land For All (precedentemente noto come Two States, One Homeland). Per loro si dovrebbe creare una confederazione con uno Stato israeliano indipendente e uno Stato palestinese indipendente. L’idea è riconoscere e accettare il fatto che due popoli vivono nello spazio tra il Giordano e il Mar Mediterraneo, ed entrambi vedono l’intero territorio come la loro patria.

Gli ebrei e i palestinesi che vivono in questa terra hanno diritto a uguali diritti civili e nazionali, e dunque due stati indipendenti – Israele e Palestina – nei confini del 1967: cioè quelli che esistevano prima della guerra dei “sei giorni” quando Israele conquistò la Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan.

Secondo i fautori del movimento, i due popoli dovrebbero avere libertà di movimento e di residenza in tutto il territorio per consentire “a tutti di realizzare la loro connessione
con l’intera terra”. Domani? Ci credono in pochi. Dopo domani? Un sogno.

Eric Salerno
Eric2sal@yahoo.com
X: @africexp

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