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Il NY Times sulla tempesta in Medio Oriente: un attacco da Gaza e una dichiarazione di guerra israeliana. E adesso?

Dal New York Times
Steven Erlander*
Berlino, 8 ottobre 2023

(Alla fine del testo in italiano l’articolo originale in inglese)

A quasi 50 anni dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele è stato nuovamente colto di sorpresa da un attacco improvviso, che ricorda in modo sorprendente come la stabilità in Medio Oriente rimanga un sanguinoso miraggio.

A differenza dell’ultima serie di scontri con le forze palestinesi a Gaza negli ultimi tre anni, questo sembra essere un conflitto su larga scala organizzato da Hamas e dai suoi alleati, con lanci di razzi e incursioni nel territorio israeliano, con morti e ostaggi israeliani.

L’impatto psicologico sugli israeliani è stato paragonato allo shock dell’11 settembre in America. Quindi, dopo che l’esercito israeliano avrà respinto l’attacco iniziale palestinese, si porrà il problema di cosa fare dopo. Ci sono poche opzioni valide per il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha dichiarato guerra e sta subendo pressioni per una risposta militare importante.

Una palazzina palestinese distrutta da un bombardamento israeliano – credit Samar Abu Elouf for The New York Times

Considerando che finora sono morti 250 israeliani e che un numero imprecisato di persone è stato preso in ostaggio da Hamas, non si può escludere un’invasione israeliana di Gaza, e persino una temporanea rioccupazione del territorio, cosa che i governi israeliani che si sono succeduti hanno cercato di evitare.

Come ha detto Netanyahu agli israeliani nel dichiarare guerra: “Li combatteremo con una forza e una portata che il nemico non ha ancora conosciuto”, aggiungendo che i gruppi palestinesi pagheranno un prezzo pesante.

Ma una grande guerra potrebbe avere conseguenze impreviste. Sarebbe probabile che produca ingenti perdite palestinesi – civili e combattenti – interrompendo gli sforzi diplomatici del presidente statunitense Joe Biden e di Netanyahu, primo ministro israeliano, per ottenere il riconoscimento saudita di Israele in cambio di garanzie di difesa da parte degli Stati Uniti.

Ci sarebbero anche pressioni sugli Hezbollah, il gruppo militante sostenuto dall’Iran che controlla il Libano meridionale, per aprire un secondo fronte nel nord di Israele, come ha fatto nel 2006 dopo la cattura di un soldato israeliano e fatto prigioniero a Gaza.

L’Iran, nemico giurato di Israele, è un importante sostenitore di Hamas e degli Hezbollah e ha fornito armi e intelligence a entrambi i gruppi.

Il conflitto unirà Israele al proprio governo, almeno per un po’, con l’opposizione che annullerà le manifestazioni previste contro i cambiamenti giudiziari proposti da Netanyahu e obbedirà all’appello dei riservisti. Questo darà a Netanyahu “piena copertura politica per fare ciò che vuole”, ha dichiarato Natan Sachs, direttore del Centro per la Politica del Medio Oriente della Brookings Institution.

Cadaveri di civili israeliani abbattuti nei villaggi poco dopo la frontiera con Gaza – credit Ammar Awad/Reuters

Tuttavia, ha aggiunto Sachs, Netanyahu ha respinto in passato le richieste di inviare migliaia di truppe a Gaza per cercare di distruggere i gruppi armati palestinesi come Hamas, visti i costi e l’inevitabile domanda su cosa accadrà il giorno dopo.

“Ma l’impatto psicologico per Israele è simile a quello dell’11 settembre”, ha specificato infine, “Quindi i costi  potrebbero essere ben diversi questa volta”.

La domanda sarà sempre la stessa: “cosa succederà dopo”, ha detto Mark Heller, ricercatore senior presso l’Istituto israeliano per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale. Quasi ogni anno ci sono state operazioni militari israeliane limitate nei territori occupati, ma senza alcuna soluzione.

“Ci sono già molte pressioni per un’incursione su larga scala, per “farla finita con Hamas”, ma non credo che risolverà nulla nel lungo periodo”, ha poi aggiunto Heller.

Ma Carl Bildt, ex primo ministro e ministro degli Esteri svedese, ha affermato che un attacco israeliano su larga scala a Gaza è quasi inevitabile, soprattutto se soldati israeliani sono stati presi in ostaggio. “Se Hamas ha preso dei soldati israeliani come prigionieri e li ha portati a Gaza, un’operazione israeliana su larga scala a Gaza sembra altamente probabile”, ha dichiarato su X (ex Twitter). “Un’altra guerra”. Lo stesso presumibilmente varrebbe per i cittadini israeliani.

Israele e Netanyahu sono stati cauti nell’inviare forze di terra a Gaza. Anche nel 2002, quando Ariel Sharon era primo ministro e le forze israeliane schiacciarono una rivolta palestinese in Cisgiordania, il governo scelse di evitare l’invio di truppe supplementari significative a Gaza, dove allora erano presenti insediamenti israeliani.

Nel 2005, Israele ha ritirato unilateralmente i propri soldati e cittadini da Gaza, pur mantenendo il controllo effettivo di ampie zone della Cisgiordania occupata. Il fallimento di quel ritiro nel garantire qualsiasi tipo di accordo di pace duraturo, ha lasciato Gaza quasi orfana, in gran parte tagliata fuori dagli altri palestinesi della Cisgiordania e praticamente completamente isolata sia da Israele che dall’Egitto, che controllano i confini di Gaza e la sua costa. I palestinesi chiamano spesso Gaza “una prigione a cielo aperto”.

Gli israeliani si ritirano nella striscia di Gaza era il 2005 – Credit Uriel Sinai/Getty Images

Dopo il ritiro israeliano da Gaza e il conflitto del 2006, una lotta interna tra il movimento Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas e il movimento islamista più radicale Hamas, si è conclusa con la presa di controllo del territorio da parte di Hamas nel 2007, spingendo Israele a cercare di isolare ulteriormente Gaza.

Anche durante il lungo conflitto del lungo del 2008 e del 2009, le forze israeliane sono entrate a Gaza e nei suoi centri abitati, ma hanno scelto di non muoversi troppo in profondità nel territorio o di rioccuparlo, con un cessate il fuoco mediato dall’Egitto dopo un conflitto durato tre settimane.

I governi israeliani che si sono succeduti insistono sul fatto che, dopo il ritiro del 2005, non hanno più responsabilità su Gaza. Ma dato il controllo israeliano sui confini e la sua schiacciante superiorità militare, molti gruppi come B’Tselem, che monitora i diritti umani nei territori occupati, sostengono che Israele mantenga responsabilità e obblighi legali significativi per Gaza, in base al diritto umanitario internazionale.

Sebbene non sia stato chiaro perché Hamas abbia scelto di attaccare ora, una delle risposte potrebbero essere i crescenti legami di Israele con il mondo arabo, in particolare con l’Arabia Saudita, che ha negoziato un trattato di difesa con gli Stati Uniti in cambio di una normalizzazione delle relazioni con Israele, potenzialmente a scapito dei palestinesi.

Questa è l’opinione di Amberin Zaman, analista di Al-Monitor, un sito web di notizie con sede a Washington che si occupa di Medio Oriente. “La risposta di Israele agli attacchi di oggi sarà probabilmente di una portata tale da far arretrare gli sforzi statunitensi per la normalizzazione saudita-israeliana, se non addirittura da farli fallire del tutto”, ha affermato in un messaggio su X, ex Twitter.

L’Arabia Saudita non riconosce Israele dalla sua fondazione nel 1948 e finora aveva segnalato che non avrebbe nemmeno preso in considerazione la normalizzazione delle relazioni, finché Israele non avrebbe accettato di consentire la creazione di uno Stato palestinese.

Ma di recente anche il sovrano de facto dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Salman, ha affermato pubblicamente che una sorta di accordo con Israele sembrava plausibile. In un’intervista rilasciata a Fox News il mese scorso, ha sottolineato che  discorsi sulla normalizzazione erano “per la prima volta reali”.

Ora questo sarà messo in discussione, a seconda di quanto durerà il conflitto e del numero di morti e feriti.

Ma Sachs di Brookings sostiene che gli obiettivi di Hamas potrebbero essere più semplici: prendere ostaggi per liberare i prigionieri palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nelle carceri israeliane.

Aaron David Miller, ex diplomatico americano che si occupa di Medio Oriente, ha detto che Hamas è stato frustrato dalle quantità di denaro che arrivano dai Paesi Arabi a Gaza e dalle restrizioni sui lavoratori che ottengono il permesso di lavorare in Israele. “Per molti versi si tratta di un attacco di prestigio, per ricordare agli israeliani che siamo qui e possiamo farvi del male in modi che non potete prevedere”, ha aggiunto infine.

Netanyahu il mese scorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite -Credit Maansi Srivastava/The New York Times

Israele, scioccato, dovrà ora fare i conti con i risultati di quello che Miller, ora al Carnegie Endowment, ha definito il suo “eccesso di fiducia e compiacimento e la mancanza di volontà di immaginare che Hamas potesse lanciare un attacco transfrontaliero come questo”.

Le ramificazioni della guerra e le sue conseguenze saranno “di vasta portata e richiederanno molto tempo per manifestarsi”, ha detto Sachs. Ci saranno commissioni d’inchiesta sulle agenzie militari e di intelligence “e anche i vertici politici non sfuggiranno alle proprie responsabilità”.

Ma prima, come ha notato Heller, viene la guerra. “E queste cose tendono a sfuggire al controllo”

Steven Erlanger*

*Steven Erlanger è il capo del servizio  diplomatico del Times in Europa, con sede a Berlino. In precedenza ha lavorato a Bruxelles, Londra, Parigi, Gerusalemme, Berlino, Praga, Belgrado, Washington, Mosca e Bangkok.

Nearly 50 years to the day after the Yom Kippur war of 1973, Israel has again been taken by surprise by a sudden attack, a startling reminder that stability in the Middle East remains a bloody mirage.

Unlike the last series of clashes with Palestinian forces in Gaza over the last three years, this appears to be a full-scale conflict mounted by Hamas and its allies, with rocket barrages and incursions into Israel proper, and with Israelis killed and captured.

The psychological impact on Israelis has been compared to the shock of Sept. 11 in America. So after the Israeli military repels the initial Palestinian attack, the question of what to do next will loom large. There are few good options for Prime Minister Benjamin Netanyahu, who has declared war and is being pressured into a major military response.

Given that 250 Israelis have died so far and an unknown number been taken hostage by Hamas, an Israeli invasion of Gaza — and even a temporary re-occupation of the territory, something that successive Israeli governments have tried hard to avoid — cannot be ruled out.

As Mr. Netanyahu told Israelis in declaring war: “We will bring the fight to them with a might and scale that the enemy has not yet known,” adding that the Palestinian groups would pay a heavy price.

But a major war could have unforeseen consequences. It would be likely to produce sizable Palestinian casualties — civilians as well as fighters — disrupting the diplomatic efforts of President Biden and Mr. Netanyahu to bring about a Saudi recognition of Israel in return for defense guarantees from the United States.

There would also be pressure on Hezbollah, the Iran-backed militant group that controls southern Lebanon, to open up a second front in northern Israel, as it did in 2006 after an Israeli soldier was captured and taken prisoner in Gaza.

Iran, a sworn enemy of Israel, is an important backer of Hamas as well as Hezbollah and has supplied both groups with weapons and intelligence.

The conflict will unite Israel behind its government, at least for a while, with the opposition canceling its planned demonstrations against Mr. Netanyahu’s proposed judicial changes and obeying calls for reservists to muster. It will give Mr. Netanyahu “full political cover to do what he wants,” said Natan Sachs, director of the Center for Middle East Policy of the Brookings Institution.

Nevertheless, he added, Mr. Netanyahu has in the past rejected calls to send thousands of troops into Gaza to try to destroy armed Palestinian groups like Hamas, given the cost and the inevitable question of what happens the day after.

“But the psychological impact of this for Israel is similar to 9/11,” he said. “So the calculus about cost could be quite different this time.”

The question will always be what happens afterward, said Mark Heller, a senior researcher at Israel’s Institute for National Security Studies. Nearly every year there have been limited Israeli military operations in the occupied territories, but they have not provided any solutions.

“There is a lot of heavy pressure already for a large-scale incursion, to ‘finish with Hamas,’ but I don’t think it will solve anything in the longer run,” Mr. Heller said.

But Carl Bildt, the former Swedish prime minister and foreign minister, said a major Israeli assault on Gaza was almost inevitable, particularly if Israeli soldiers were taken hostage. “If Hamas has taken Israeli soldiers as prisoners and taken them to Gaza, a full-scale Israeli operation into Gaza looks highly likely,” he said on X. “Another war.” The same presumably would hold true for Israeli citizens.

Israel and Mr. Netanyahu have been wary of sending ground forces into Gaza. Even in 2002, when Ariel Sharon was prime minister and Israeli forces crushed a Palestinian uprising in the West Bank, the government chose to avoid sending significant extra forces into Gaza, where it then had Israeli settlements.

Israeli unilaterally withdrew its soldiers and citizens from Gaza in 2005, while retaining effective control of large parts of the occupied West Bank. The failure of that withdrawal to secure any sort of lasting peace agreement has left Gaza a kind of orphan, largely cut off from other Palestinians in the West Bank and almost entirely isolated by both Israel and Egypt, which control Gaza’s borders and its seacoast. Palestinians often call Gaza “an open-air prison.”

After the Israeli withdrawal from Gaza and the conflict of 2006, an internal struggle between the Fatah movement of the Palestinian president, Mahmoud Abbas, and the more radical Islamist Hamas movement ended with Hamas taking control of the territory in 2007, prompting Israel to try to isolate Gaza even further.

Even in an extended conflict of 2008 and 2009, Israeli forces entered Gaza and its population centers but chose not to move too deeply into the territory or to reoccupy it, with a cease-fire brokered by Egypt after three weeks of warfare.

Successive Israeli governments insist that after the 2005 withdrawal, it no longer has responsibility for Gaza. But given Israel’s control over the borders and its overwhelming military advantage, many groups like B’Tselem, which monitors human rights in the occupied territories, argue that Israel retains significant legal responsibilities and obligations for Gaza under international humanitarian law.

While Hamas has not been clear about why it chose to attack now, it may be a response to growing Israeli ties to the Arab world, in particular to Saudi Arabia, which has been negotiating a putative defense treaty with the United States in return for normalizing relations with Israel, potentially to the neglect of the Palestinians.

That is the view of Amberin Zaman, an analyst for Al-Monitor, a Washington-based news website that covers the Middle East. “Israel’s response to today’s attacks will likely be of a scale that will set back U.S. efforts for Saudi- Israeli normalization, if not torpedo them altogether,” she said in a message on X, formerly Twitter.

Saudi Arabia has not recognized Israel since it was founded in 1948 and until now had signaled that it would not even consider normalizing relations until Israel agreed to allow the creation of a Palestinian state.

But recently even the de facto ruler of Saudi Arabia, Prince Mohammed bin Salman, has gone public with affirmations that some sort of deal with Israel seemed plausible. In an interview with Fox News last month, he said that talk of normalization was “for the first time, real.”

That will now be in question, depending on how long this conflict lasts and with what level of dead and wounded.

But Mr. Sachs of Brookings says that the goals of Hamas may be simpler: to take hostages in order to free Palestinian prisoners from both the West Bank and Gaza in Israeli jails.

Aaron David Miller, a former American diplomat dealing with the Mideast, said that Hamas had been frustrated with the amounts of money coming into Gaza from Arab countries and restrictions on workers getting permission to work in Israel. “In many ways this is a prestige strike, to remind the Israelis that we’re here and can hurt you in ways you can’t anticipate,” he said.

Israel, shocked, will now have to deal with the results of what Mr. Miller, now with the Carnegie Endowment, called its “overconfidence and complacency and unwillingness to imagine that Hamas could launch a cross-border attack like this.”

The ramifications of the war and its aftermath will be “far-reaching and take a long time to manifest,” Mr. Sachs said. There will be commissions of inquiry into the military and intelligence agencies “and the political echelon won’t escape blame, either.”

But first, as Mr. Heller noted, comes the war. “And these things tend to get out of control,” he said.

Steven Erlanger*

*Steven Erlander is The New York Times’s chief diplomatic correspondent in Europe, based in Berlin. He previously reported from Brussels, London, Paris, Jerusalem, Berlin, Prague, Belgrade, Washington, Moscow and Bangkok.

Scienziati all’attacco della malaria: OMS autorizza secondo vaccino

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
8 ottobre 2023

Si chiama R21/Matrix-M. È il secondo vaccino per bambini contro la malaria. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) lo ha autorizzato e raccomandato con un comunicato pubblicato sul sito istituzionale lo scorso 2 ottobre.

R21 segue il vaccino RTS-S (Mosquirix) autorizzato OMS due anni fa. Con questo nuovo farmaco salvavita che ha dimostrato un’efficacia del 77 per cento, la lotta alla malattia fa un lungo salto in avanti.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS: “Come ricercatore sulla malaria, sognavo il giorno in cui avremmo avuto un vaccino sicuro ed efficace contro la malaria. Ora ne abbiamo due”.

“La domanda per il vaccino RTS,S supera di gran lunga l’offerta. Questo secondo vaccino è uno strumento aggiuntivo vitale per proteggere più bambini più velocemente. Ma anche per avvicinarci alla nostra visione di un futuro libero dalla malaria”.

vaccino contro la malaria
Vaccino contro la malaria

Oltre 100 milioni di dosi all’anno

L’R21, sviluppato con l’Università di Oxford, verrà prodotto dal Serum Institute of India, il maggior produttore di vaccini al mondo. L’azienda indiana ha concordato una capacità produttiva di 100 milioni di dosi all’anno, che nei prossimi due anni verrà aumentata a 200 milioni di dosi.

Il vaccino RTS-S è prodotto dalla GlaxoSmithKline Biologicals (GSK Bio) e, dal 2021, sperimentato in Burkina Faso, Gabon, Ghana, Kenya, Malawi, Mozambico e Tanzania. GSK Bio non ha le capacità produttive dal Serum Institute ma entro il 2025 prevede di consegnare 18 milioni di dosi a 12 Paesi africani.

Per il momento la disponibilità dell’RTS,S è limitata. Ambedue i vaccini hanno però dimostrato di essere sicuri ed efficaci nel prevenire la malaria nei bambini. Con l’aggiunta del R21 all’elenco dei vaccini contro la malattia si prevede una fornitura di vaccini per tutti i bambini delle aree a rischio.

Il vaccino R21 ha un’efficacia elevata se somministrato appena prima dell’alta stagione di trasmissione della malattia. Dodici mesi dopo una serie di tre dosi ha dimostrato di ridurre del 75 per cento i casi sintomatici di malaria.

malaria Plasmodium falciparum
Il protozoo parassita Plasmodium falciparum, responsabile della malaria

Un’efficacia simile a quella dimostrata dall’RTS,S quando viene somministrato stagionalmente. Il prezzo del R21 è tra i due e quattro dollari americani per dose. L’OMS conferma che è una cifra “paragonabile ad altri interventi raccomandati contro la malaria e ad altri vaccini infantili”.

“Questo secondo vaccino ha un potenziale reale per colmare l’enorme divario tra domanda e offerta”, ha dichiarato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa.

Distribuiti su larga scala e ampiamente diffusi, i due vaccini possono contribuire a rafforzare gli sforzi di prevenzione e controllo della malaria. Possono contribuire a salvare centinaia di migliaia di giovani vite in Africa da questa malattia mortale”.

L’incubo malaria

La malaria – conosciuta anche come paludismo perché si credeva che fosse causata dalla mala aria delle paludi – colpisce soprattutto l’Africa.

La malattia viene trasmessa dalla femmina della zanzara anofele (Anopheles stephensi) che, durante la puntura, inietta il protozoo parassita Plasmodium falciparum. Questo parassita è il più pericoloso della sua specie perché causa le maggiori complicanze e la più alta mortalità dei malati.

OMS mappa malaria nel mondo
Mappa della malaria nel mondo (Courtesy OMS-WHO)

I numeri della malaria

Dati dell’OMS (World malaria report 2020) del 2019 ci dicono che sono stati 229 milioni di casi di malaria stimati globalmente in 87 Paesi dove la malattia è endemica. Sono morti oltre 400.000 bambini.

I bambini sotto i 5 anni morti per malaria sono stati 274.000 (67 per cento del totale). Su base globale, i bambini colpiti dalla malaria sono stati 215 milioni (94 per cento) mentre il 95 per cento dei decessi sono avvenuti in 29 Paesi africani. Sei Stati africani hanno avuto oltre il 50 per cento dei morti di malaria.

I numeri più alti li hanno Nigeria (23 per cento) e Congo-K (RDC) (11 per cento). Seguono Tanzania (5 per cento), Mozambico, Niger e Burkina Faso (4 per cento).

I vaccini R21 e Mosquirix
potrebbero farci vedere un mondo futuro senza malaria.

(ultimo aggiornamento 11 ottobre 2023, 18:09)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Crediti immagini:
– Plasmodium falciparum
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La nuova “guerra” si combatte in Centrafrica: mercenari americani contro mercenari russi

Africa ExPress
6 ottobre 2023

Secondo alcune indiscrezioni rivelate da Corbeaunews Centrafrique e Africa Intelligence, il governo di Bangui sarebbe in trattative con la società statunitense, Bancroft Global Development, che in Africa è attualmente presente anche in Somalia. Nella ex colonia italiana la società si occupa soprattutto dell’addestramento delle forze governative e di quelle del contingente dell’Unione Africana presente nel Paese per combattere i terroristi di al-Shebab.

Finora è trapelato poco della bozza dell’accordo tra Bangui e la società paramilitare americana, ma a grandi linee dovrebbe comprendere la cooperazione tecnica e l’addestramento militare delle forze centrafricane.

La collaborazione tra la società di mercenari statunitensi e il governo centrafricano, sarebbe stato “suggerito” dal governo di Washington a margine del summit USA-Africa del dicembre 2022. Allora gli USA avevano proposto a Bangui di voler addestrare le truppe centrafricane e di aumentare le sovvenzioni economiche  agli aiuti umanitari. In realtà, con le “generose” proposte, Washington invitava Bangui a prendere le distanze dal gruppo paramilitare Wagner, il cui leader, Evgueni Prigozhin, secondo quanto hanno riportato le autorità di Mosca, sarebbe morto in un incidente aereo lo scorso agosto.

Proprio oggi Vladimir Putin ha dichiarato che i capi di Wagner sarebbero saliti a bordo completamente ubriachi e avrebbero gettato bombe a mano all’interno dell’aeromobile. L’inchiesta è chiusa, insabbiata. La verità probabilmente non si saprà mai.

Il tentativo americano di disimpegnare i miliziani di Wagner farebbe parte di una strategia più ampia. Secondo Charles Bouessel, consulente senior dell’organizzazione non governativa, International Crisis Group, “Tali manovre sono volte a indebolire la Russia, che da anni sta mettendo in campo una diplomazia aggressiva in Africa”.

I mercenari russi sono arrivati in Centrafrica nel 2018, da allora sono presenti ovunque nel Paese. Fanno parte della scorta personale del presidente, Faustin-Archange Touadéra, come supporto alle forze armate,  assicurano la sicurezza dei convogli, ma soprattutto gestiscono diverse miniere e controllano le dogane del Paese. Inoltre sono  impegnate nel commercio di legno pregiato, venduto dalla società Bois Rouge persino a fabbriche europee in Francia e Danimarca.

I legami tra la Bois Rouge e Wagner sono stati documentati nel 2022 grazie a una inchiesta internazionale. Ora la società ha cambiato nome, si chiama Wood International Group, che ha ereditato i permessi, il numero fiscale e doganale dalla precedente. Continua a esportare il pregiato legname dalla foresta di  Lobaye verso il porto di Douala in Camerun, come ha rivelato l’emittente statunitense CBS.

Molti siti minerari sono stati dati in gestione dal governo centrafricano a società collegate a Wagner, come la Lobaye Invest, che ora controlla molti giacimenti d’oro, di diamanti e altri e non di rado i responsabili hanno cacciato in malo modo i piccoli minatori artigianali, rimasti ora senza mezzi di sostentamento.

Mercenari russi della Wagner decorati a Bangui

I soldati di ventura sono stati accusati ripetutamente di gravi violazioni dei diritti umani. La popolazione centrafricana è terrorizzata dalle atrocità commesse dai russi.

Chissà se Touadéra è pronto a voltare pagina. Sta di fatto che il presidente centrafricano è stato ricevuto qualche settimana fa a Parigi dal suo omologo francese, Emmanuel Macron. I due capi di Stato si erano visti anche a marzo in Gabon.  Entrambi auspicano di poter riprendere le relazioni bilaterali dopo anni di tensioni, causate dall’arrivo delle milizie Wagner nel Paese.

Qualora l’accordo tra Bangui e la società paramilitare americana dovesse andare in porto, riuscirà a dare stabilità al Paese? E quale sarà il ruolo di Wagner? E cosa dovrà dare in cambio l’attuale governo?

Bancroft Global Development è stata fondata da Michael Stock come società di bonifica di mine nel 1999. Fino al 2008, il nome dell’organizzazione è stato Landmine Clearance International poi ha assunto l’attuale denominazione. La sua sede è a Washington D.C. La sua missione è quella di fornire formazione e capacità di sviluppo in regioni dilaniate da conflitti armati.

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Stravolta la Costituzione con un referendum farsa: il Centrafrica si trasforma in una dittatura filorussa

Il medico Mukwege, premio Nobel per la Pace, candidato presidente, spera di trovare la cura giusta per il Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 ottobre 2023

Il medico congolese, Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018, si è candidato alle presidenziali, che si terranno il prossimo dicembre.

Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo
Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo

Mukwege non è ovviamente il solo in lizza per la corsa alla poltrona più ambita. La lista è già lunga e fino alla fine di questa settimana CENI (Commissione elettorale Nazionale Indipendente) accetta i dossier di altri possibili aspiranti alla presidenza. Il capo di Stato uscente, Félix Tshisekedi, è tra questi, e, già nel 2020, aveva annunciato che si sarebbe ricandidato alla prossima tornata elettorale. Nel lungo elenco troviamo anche Martin Fayulu e Moïse Katumbi, oppositori al regime, due nomi forti, che daranno certamente del filo da torcere a tutti, soprattutto a Tshisekedi.

E’ ancora presto, eppure nel Paese ci si interroga già sulle possibili alleanze e sui raggruppamenti che potrebbero emergere da qui alle elezioni. Attualmente Tshisekedi è in tour nel Katanga, feudo del suo rivale Katumbi.

Il ginecologo congolese, conosciuto nel mondo intero per aver curato e essersi occupate delle donne vittime di stupri nel suo Paese, ora vuole anche “prendersi cura” del proprio Paese, che, secondo lui, è diventato la “vergogna del continente”.

Solo fino a qualche mese fa il 68enne ginecologo non ha mostrato molto interesse per la vita politica, ha sempre rifiutato di candidarsi, perché temeva che il nuovo percorso potesse portarlo a un impasse, un vicolo cieco senza via d’uscita. In fine ci ha ripensato, e lunedì a Kinshasa ha detto ai suoi sostenitori: “Sono pronto. Sono il vostro candidato. “Il nostro Paese è lo zimbello del mondo, guidato da una classe dirigente corrotta e minacciato dalla balcanizzazione”, ha dichiarato Mukwege. Con queste parole ha manifestato apertamente di essere un oppositore del presidente uscente, suo rivale in questa prossima tornata elettorale.

Dopo la visita del Santo Padre a gennaio, il Congo-K è sparito dalle prime pagine dei media internazionali. Eppure gli attacchi continuano senza sosta, la gente muore ed è costretta a fuggire dalle proprie case per timore di essere ammazzata dai gruppi armati sempre, presenti nell’est del Paese. La situazione umanitaria è drammatica. Nelle province di Ituri, Nord-Kivu e Sud Kivu ci sono attualmente oltre 6 milioni di sfollati. Le violenze sessuali sulle donne sono all’ordine del giorno, un’arma da guerra antica quanto il mondo.

Congo-K: in forte aumento violenze sui minori

Ma sono sempre i bambini a pagare il prezzo più alto nei conflitti. Nei giorni scorsi UNICEF ha annunciato che nella Repubblica Democratica del Congo l’aumento dei casi di omicidio, mutilazione e rapimento di bimbi, dovuto all’intensificarsi delle violenze, gli sfollamenti di massa e la presenza dei gruppi armati vicino alle comunità, è davvero allarmante.

Sheema Sen Gupta, direttrice della Protezione dell’infanzia dell’UNICEF, ha raccontato in un comunicato: “Ho incontrato bimbi che sono sopravvissuti agli orrori del reclutamento forzato da parte di gruppi armati. Altri sono passati attraverso il trauma indescrivibile della violenza sessuale, atrocità che nessuno dovrebbe subire, tanto meno i minori”.

Nei primi sei mesi di quest’anno i bambini soldato sono aumentati del 45 per cento rispetto all’anno precedente, alcuni di loro sono addirittura al di sotto dei 5 anni. Mentre omicidi e mutilazioni sono cresciuti del 32 per cento.

Intanto MONUSCO (missione di pace dell’ONU presente in Congo-K dal 1999) sta preparando i bagagli. La partenza dei caschi blu è stata sollecitata lo scorso settembre da Tshisekedi, durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. “In quasi 25 anni, MONUSCO, con i suoi 15mila uomini, non è riuscita a far fronte ai ribelli e ai gruppi armati che stanno dilaniando il nostro Paese e tantomeno a proteggere la popolazione civile.

Una pattuglia di caschi blu dell’ONU in Congo-K

Il Consiglio di sicurezza ha preso atto della rinnovata richiesta del leader congolese ma ha riserve su una partenza accelerata dei caschi blu. Teme infatti che la popolazione possa essere troppo esposta alle violenze. Secondo i primi accordi, MONUSCO avrebbe dovuto lasciare il Congo-K per la fine del 2024, ora le autorità congolesi chiedono che il corpo di pace lasci il Paese già quest’anno.

Nell’est della ex colonia belga sono presenti forze armate di diverse nazionalità per dare la caccia ai  molti gruppi armati presenti in quell’angolo di mondo. Oltre a quelle congolesi (FARDC), da oltre due anni ci sono anche militari di Kampala per contrastare il gruppo terrorista ADF (Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995).

Alla fine di agosto 2022 sono arrivate anche le truppe burundesi nell’ambito di EAC (East African Community, che comprende Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Ruanda, Sudan del Sud e Repubblica Democratica del Congo). Da tempo i militari di Gitega sono stati raggiunti da altri soldati provenienti da alcuni Paesi membri di EAC. Il mandato di EACRF (East African Community Regional Force), è stato rinnovato proprio i primi di settembre per altri tre mesi. Scadrà dunque poco prima delle elezioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Pesanti minacce di morte a medico congolese, premio Nobel per la Pace 2018

Congo insanguinato: un contingente regionale che stenta a decollare dovrebbe porre fine alla mattanza

Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

Congo-K: bomba dell’esercito su scuola nel Nord Kivu, ferita una bimba

 

 

Soumahoro: “Gli accordi sulla migrazione violano i diritti umani”

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
Lampedusa, 4 ottobre 2023

Le tensioni continuano ad aumentare sulle coste del Mediterraneo e non cessa l’eterna questione della gestione dei flussi migratori in Europa. La migrazione è diventata lo strumento di tutti gli eccessi politici esterofobi che oggi sono parte integrante nel dibattito pubblico. Spesso la lettura di coloro che fuggono dal proprio Paese si traduce in una tendenza volta a limitare i diritti basilari. È questo l’approccio giusto? In ogni caso, non è il più umano.

Aboubakar Soumahoro, Deputato della Repubblica Italiana

Aboubakar Soumahoro, è arrivato in Italia come migrante ed ora è diventato deputato della Repubblica Italiana. Volentieri ha concesso questa intervista ad Africa Express.

La voce di chi viene ascoltato può spostare l’opinione pubblica. E le parole si capillarizzano nelle case, nelle scuole, nelle aule di tribunale. Il problema è che la migrazione è stata sempre vista come crisi, invece è la più alta forma di adattamento. E allora chi è veramente un migrante?

La migrazione è nella natura dell’essere umano. Migrare è un diritto, ma anche restare è un diritto. Spetta all’attività politica e a quella legislativa, costruire il tessuto sociale, tale da garantire la salvaguardia della vita dei migranti, e creare condizioni dignitose per chi vuole restare, senza che la permanenza diventi un’imposizione, una costrizione, una dannazione.

Migrare fa parte dei diritti inalienabili dell’essere umano, come l’atto di rimanere. E le sfide che sono alla base di determinati processi migratori e che dovrebbero interrogare la comunità umana, sono sfide che partono dalla crisi climatica, dalle disuguaglianze economiche, dall’iniqua redistribuzione di ricchezze e di profitto.

Se osserviamo i dati macroeconomici, mettendo a confronto alcune aree geografiche, come lo spazio Euro e quello dell’Africa sub-sahariana, è evidente come la crescita dell’Africa sub-sahariana, in termini di prospettiva macroeconomica, sia superiore.

Ma sul piano della redistribuzione qualitativa ci sono enormi disuguaglianze, che dovrebbero interrogare la classe politica. Le discussioni sulle sfide globali ci dicono che se non facciamo fronte comune, in termini di creazione di opportunità, anziché riuscire ad accompagnare, ad indirizzare i Paesi africani, si creeranno situazioni che travolgeranno un tessuto giuridico-legislativo lontano dalla realtà. Ed è quello che sta emergendo da alcune scelte politiche inadeguate e irrealistiche, sia sul piano europeo, sia sul piano italiano.

Quali effetti hanno prodotto gli accordi e i pacchetti finanziari offerti dall’Unione Europea per gestire la migrazione con partner come la Libia o la Tunisia? Sono scelte politiche che hanno un senso, che siano razionali?

Innanzitutto sono accordi in violazione dei principi basilari della dichiarazione universale dei diritti umani. Se davvero questa dichiarazione è carne viva della nostra vita quotidiana, l’atto di legiferazione non può non tener conto dell’esistenza stessa di questi principi, sia sul piano europeo, sia su quello italiano. Per non parlare di quanto riportato sull’articolo 10 della nostra Carta Costituzionale.

Qui si sta parlando di violazioni sistemiche, piegando le regole di vita a una volontà di orientamento politico, che non solo è irrealizzabile ma che, oltretutto, trasforma la vita delle persone in una sorta di oggetto di scambio.

L’accordo firmato tra il nostro Paese e la Libia è un esempio di come la salvaguardia della vita dell’essere umano viene messa in secondo piano. Stesso concetto vale per il memorandum firmato tra Unione Europea e Tunisia. Tutto questo fa parte di una visione politica che pone in cima una deriva propagandistica, che tende a trasformare i processi migratori in merce elettorale.

Basta parlare con i migranti, che sono accolti nell’hotspot di Lampedusa, per capire cosa sta succedendo oggi in Libia o Tunisia, nei confronti di chi proviene dall’Africa sub-sahariana. Sono evidenti le violenze subite. Allora, noi che stiamo facendo? Stiamo sottoscrivendo accordi con Paesi che hanno ampiamente dimostrato di non tutelare la vita delle persone.

Quindi entrando nel contesto della prossima scadenza elettorale, il clima ruota attorno all’alimentare e al fermentare una sorta di mercato elettorale, che si basa sullo stare a guardare i migranti obbligati ad affrontare il mare, anziché creare canali di ingresso, attraverso il rafforzamento della rete consolare.

Bisogna avere una certa lungimiranza. E’ necessario analizzare la situazione, parlando con gli operatori che si trovano a diretto contatto con i migranti, che non solo sbarcano nel nostro Paese, ma sbarcano in Europa. Quale tipo di percorso noi possiamo creare con i Paesi africani, in termini di partenariato?

Leggendo i punti presentati dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in occasione della sua recente visita a Lampedusa, sembrerebbe che il concetto di migrazione e le eventuali soluzioni non siano state affatto messe a fuoco.
Qual è la sua opinione?

Siamo di fronte ad un fenomeno globale e affrontarlo con un approccio propagandistico, condito da un certo sentimento afro-fobico, o con una dimensione paternalista non aiuta. Alla luce dei fatti, i vari protagonisti politici, che si sono alternati in Italia negli ultimi anni, hanno dimostrato tutti i loro limiti, quando si parla di processi migratori.

E allora bisognerebbe fermarsi e chiedersi come creare delle opportunità, come costruire vie o proporre soluzioni concrete, attorno ad un fenomeno diventato così globale.
Se oggi lottiamo contro i canali di ingresso, attraverso quelle cosiddette “vie della morte”, perché nello stesso modo non costruiamo le basi e le premesse per il rafforzamento di canali diplomatici? Il tutto attraverso una prospettiva europea che possa permettere alle persone di viaggiare con l’utilizzo di reti consolari, rilascio di visti di ingresso. Oggi questa possibilità di movimento cambia a seconda del colore del passaporto.

E invece si sceglie la strada del potenziamento e rafforzamento dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Che è un fallimento totale. Sono strutture che nascono nel lontano 1998, cambiando denominazione e configurazione.

Fino agli ultimi giorni, con i famosi 5.000 euro barattati con la libertà. Sono tutte direttive che dimostrano il fallimento di una prospettiva. Se una persona viene rinchiusa in questi luoghi e non si ha il nulla osta del Paese di origine, vuol dire che quella stessa persona non verrà mai messa su un aereo per essere rimpatriata.

Quindi si ritorna al tema di costruire percorsi di condivisione, attraverso il coinvolgimento diretto dei Paesi di origine. E allora quali percorsi si possono costruire con chi migra? E ancora quali percorsi si possono costruire con la diaspora italiana afro-discendente e con la diaspora migrante presente nel nostro Paese? Sono tutti protagonisti che possono portare all’individuazione di percorsi.

Ma è chiaro che un approccio di questo tipo non genera profitto sul piano elettorale. Avere più seggi in Parlamento, vincere un’elezione sulla base di progetti irrealistici e fallimentari, vuol dire che non esiste né l’idea né la volontà di lanciare un messaggio chiaro che possa lasciare tracce tangibili. Parliamo semplicemente di consenso, che non porta a nessun cambiamento di fatto.

Migranti, rotta atlantica verso le Isole Canarie, Spagna

Il dovere di soccorrere le persone in pericolo in mare, senza ritardi, è una regola basilare del diritto marittimo internazionale. Da anni sulla rotta migratoria del Mediterraneo si gioca ad una roulette russa con la vita. Cosa non manca? Lacune nell’attività di ricerca e soccorso e garanzia di canali migratori regolari e sicuri. Come far virare questa realtà?

Bisogna costruire la prospettiva di un piano, che abbia come premessa la condivisione di un destino comune, dando risposte concrete alle persone e considerando la prossimità tra Europa e Africa.

Una proposta è sicuramente quella di rivedere il Regolamento di Dublino. Non nascondendosi dietro ai vari nazionalismi, che giocano sulla parola sovranità. La mia sovranità vale a discapito della sovranità altrui, come ha scelto l’attuale governo.

E no, sovranità vuol dire sovranità in termini di condivisione, di solidarietà. Come si vuole costruire questa prospettiva in Europa? La si vuole costruire a prescindere dal rapporto con i Paesi africani? Mentre si dice “non vogliamo un’altra colonizzazione”, di fatto prepariamo un piano per i Paesi africani, senza coinvolgere nessuno di loro. Bisogna saper legger la complessità all’interno del Paese stesso.

Altra proposta tangibile riguarda il tema del tipo di partenariato che si vuole costruire con i Paesi africani. Quale tipo di approccio si vuole avanzare? Diventa, dunque, fondamentale il coinvolgimento della diaspora afro-discendente italiana, che continua a chiedere di rafforzare il legame con l’Africa, non rimanendo spettatori e osservatori passivi. Questo significa trasformare il futuro in un speranza.

Federica Iezzi
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A Lampedusa tra i migranti privati di tutto, anche della loro identità

E’ il Benin la nuova fortezza di Europa e America contro i terroristi del Sahel

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
3 ottobre 2023

La Repubblica Presidenziale del Benin si candida a fare da fortezza armata dell’Unione Europea contro la presenza delle milizie jihadiste in Africa occidentale. Il 25 settembre la Commissione Ue ha deciso di elargire un pacchetto di aiuti militari del valore di 11,75 milioni di euro a favore delle forze armate dello Stato africano.

Nuove forniture belliche al Benin, finanziate dall’UE

Secondo il sito specializzato Analisi Difesa, la fornitura di sistemi di guerra comprenderebbe droni e aerei ai fini di intelligence per l’acquisizione di obiettivi, sorveglianza e riconoscimento nell’ambito della Operazione Mirador, la campagna militare anti-terrorismo lanciata lo scorso anno dal governo del Benin per contrastare la minaccia dei gruppi jihadisti nelle regioni settentrionali al confine con Burkina Faso e Niger.

Il pacchetto di “aiuti” è stato erogato da Bruxelles attraverso l’European Peace Facility, lo strumento utilizzato per assicurare le forniture militari destinate all’Ucraina e “finalizzato a rafforzare la capacità militare nei Paesi terzi e delle organizzazioni regionali e internazionali impegnate a preservare la pace, la stabilità e la sicurezza internazionale”.

Prima della decisione della Commissione dell’Unione Europea era stato il governo francese del presidente, Emmanuel Macron, ad armare e migliorare l’efficienza delle forze armate del Benin. Il 27 luglio 2022, in occasione della sua visita ufficiale a Cotonou, Macron aveva annunciato che i militari francesi avrebbero supportato operativamente l’esercito beninese contro i gruppi armati islamico-radicali, assicurando veicoli blindati, equipaggiamento anti-mine, giubbotti anti-proiettile, visori notturni, intelligence, supporto addestrativo ed “aiuti umanitari” alla popolazione civile.

Negli ultimi mesi il Benin ha potenziato i propri arsenali bellici grazie a una serie di commesse. A giugno sono stati acquistati tre elicotteri da trasporto multiruolo H215 “Super Puma” già in dotazione all’Aeronautica militare della Giordania, mentre a febbraio sono giunti dalla Spagna due elicotteri leggeri da trasporto tattico, intelligence e addestramento H125M, prodotti come i “Super Puma” dal gruppo francese Airbus.

“Grazie alle sofisticate apparecchiature tecnologiche ospitate a bordo, gli H125M potranno essere impiegati in missioni di sicurezza, sorveglianza, ricerca e soccorso per proteggere le frontiere, le truppe e le infrastrutture critiche del Benin”, hanno spiegato i manager di Boeing.

Secondo il sito sudafricano Defenceweb, nel corso del 2023 il Benin avrebbe ricevuto anche alcuni veicoli corazzati VAB di seconda mano provenienti dall’esercito francese, componenti elettroniche e hardware e sei veicoli da trasporto truppe CSK-131 di produzione cinese. A inizio anno il Pentagono ha consegnato alle forze armate di Cotonou una decina di battelli pattugliatori di 10 metri di lunghezza per l’impiego anti-pirateria nel Golfo di Guinea.

Il comandante di AFRICOM, Michael E. Langley, in visita ufficiale in Benin

US Africa Command, in collaborazione con l’ambasciata USA in Benin, ha fornito i nuovi pattugliatori e assicurerà le attività di manutenzione, le infrastrutture di lancio e l’addestramento alle unità special fluviali e alla Polizia marittima beninensi”, ha riferito il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. “Il Corpo del Genio di US Army in Europa ha curato la costruzione di una facility rinforzata per l’uso delle imbarcazioni. Sempre il Genio sta curando per conto del Comando di U.S. Africom alcuni progetti di assistenza umanitaria in alcune regioni remote del nord Benin dove operano le organizzazioni violente estremiste, in particolare la ristrutturazione di scuole e presidi sanitari”.

Anche l’Unione Europea sta sperimentando nel Paese dell’Africa occidentale la vecchia e consolidate politica del bastone e della carota. Oltre alla fornitura di armi e apparecchiature militari, il 20 luglio 2023 il direttore generale della Commissione europea per la cooperazione internazionale, Koen Doens, ha firmato un accordo con il ministro dell’Economia e della Finanza Romuald Wadagni, per implementare il programma “PAGODES” per supportare “le riforme di governance democratica, economiche e sociali” del Benin nel triennio 2023-25.

Grazie a “PAGODES” l’Unione Europea fornirà fondi per 63.75 milioni di euro al fine di “contribuire allo sviluppo sostenibile e inclusivo del Benin e alla riduzione della povertà e dell’ineguaglianza”. Complessivamente nell’ultimo quinquennio Bruxelles ha destinato a Cotonou aiuti economici alla “stabilità macroeconomica” per 255 milioni di euro, prevalentemente in tre “assi strategici”: sviluppo umano, crescita digitale verde, società prospera e sicura. Una formula assai ambigua che sembra voler riprodurre in toto i detestabili intenti del neocolonialismo neoliberista europeo in terra d’Africa.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Commando di cento jihadisti in moto massacra un villaggio in Benin

 

Nicaragua, la nuova rotta dei giovani africani per raggiungere gli USA

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 ottobre 2023

Il Nicaragua è ormai sulla bocca di molti giovani africani che hanno deciso di lasciare il proprio Paese. Sì, il piccolo Stato dell’America centrale è diventato il nuovo trampolino di lancio per entrare negli Stati Uniti, il sogno di tanti.


Molti mauritani, ma anche senegalesi, maliani, somali e giovani di altre nazionalità africane hanno scoperto tramite i social media questa nuova rotta verso il Paese dello zio Sam. Un modo per bypassare il pericolosissimo Darien Gap, una foresta pluviale montagnosa tra la Colombia e il Panama. Molti muoiono durante questa lunga marcia, che dura almeno sei giorni.

Ma anche i viaggi via mare, attraverso l’Atlantico verso la Spagna o la traversata del Mediterraneo centrale sono sempre più pericolosi. Sono in molti, anzi moltissimi a morire nelle acque o essere respinti dalla guardia costiera libica. Basti pensare che nei primi sei mesi di quest’anno sono annegate o date per disperse almeno 1.300 persone nel tentativo di raggiungere le nostre coste.

Il terribile naufragio del 3 ottobre 2013, durante il quale morirono 368 migranti, è ancora vivo nella memoria di molti. Allora la maggior parte dei politici europei aveva dichiarato: “Non succederà mai più”. Subito dopo il governo Letta lanciava l’operazione “Mare Nostrum”, bloccata dopo un solo anno – nell’ottobre 2014 – perché troppo onerosa.

Sta di fatto che recentemente sono arrivati parecchi migranti a Tijuana, città messicana settentrionale, al confine con gli Stati Uniti, e a Oaxaca, nel meridione del Paese. Hanno spiegato di essere arrivati in Messico via il Nicaragua, che concede visti a basso costo per gli africani.

Strage di Lampedusa
3 ottobre 2013

Infatti, anche OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) ha riferito a Reuters, che quest’anno il trend della rotta verso gli States è cambiato. Tra gennaio e luglio 2023, solamente 4.100 africani hanno attraversato il Darien Gap, ben il 65 per cento in meno rispetto all’anno scorso. Mentre nei primi sette mesi di quest’anno, 19.412 sono passati per l’Hounduras, Paese confinante con il Nicaragua, vale a dire il 553 per cento in più del 2022.

Il viaggio verso gli USA è complesso e costoso. I giovani che possono permettersi questa rotta provengono da famiglie agiate, oppure hanno parenti che vivono già negli Stati Uniti, disposti a finanziarli.

Uno studente senegalese ha raccontato che il prezzo si aggira attorno a 8.000 euro e il tragitto è il seguente: Dakar – Casablanca – Madrid – Salvador – Nicaragua.

Hamidou, un organizzatore di questi viaggi, residente negli Stati Uniti e che i candidati alla migrazione chiamano “businessman”, si occupa dell’acquisto dei biglietti, facilita le operazioni all’aeroporto di partenza per evitare che i suoi clienti siano costretti a lasciare “laute mance” a poliziotti corrotti. In seguito istruisce i ragazzi anche sull’itinerario da seguire durante le varie tappe. Inoltre, ad ogni nuova trasferta invia loro un po’ di cash –  denaro versato dai migranti sul suo conto in precedenza – per evitare che vengano derubati strada facendo.

Una volta atterrati in Nicaragua, i giovani continuano il pellegrinaggio in pullman o vetture collettive. Grazie a una rete di contrabbandieri e guide locali, i migranti generalmente riescono a attraversare senza problemi l’Honduras e il Guatemala per arrivare infine in Messico.

Migranti africani tentano di raggiungere gli USA via Nicaragua

Una volta entrati clandestinamente negli USA, molti si consegnano poi spontaneamente alla polizia di frontiera per depositare una richiesta di asilo – 1.176 senegalesi hanno inoltrato domanda nel 2022 secondo l’UNHCR -. Una volta depositata la domanda, generalmente vengono poi trattenuti per qualche giorno nei campi di detenzione americani, ma poi, per la maggior parte dei migranti inizia una corsa contro il tempo per regolarizzare la propria situazione e per ottenere un permesso di lavoro. I più fortunati sono coloro che hanno familiari negli States. Gli altri, invece, a quel punto incontrano spesso grandi difficoltà, ma ovviamente ciò non viene mai menzionato sugli account dei social network dei trafficanti che pubblicizzano i viaggi della speranza.

Le motivazioni che spingono gli africani a lasciare le proprie radici sono sempre le stesse: “Scappiamo dall’insicurezza, dalle violenze, vogliamo una vita tranquilla, un futuro”, dichiarano i più.

I giovani senegalesi, per esempio, sono preoccupati per l’instabilità politica che sta attraversando il loro Paese. “Parecchi studenti del collegio di Bakel, nell’est del Senegal, dove insegno, sono partiti in questi ultimi mesi” – ha precisato un professore ai reporter di Le Monde.

Mentre una ragazza della Mauritania ha spiegato che i genitori hanno venduto parte della loro mandria per finanziare il suo viaggio. Molti di coloro partiti dall’aeroporto di Nouakchott hanno affermato di essere in fuga dall’insicurezza economica e dalle violenze di Stato nei confronti della popolazione nera del Paese.

La società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla classe inferiore e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. E, non va dimenticato, che anche se la schiavitù è stata ufficialmente abolita nel 1981, di fatto esiste ancora. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese a cancellare tale asservimento.

Cornelia I. Toelgyes
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Pur di scappare dall’inferno africano si tenta di entrare in America Centrale

Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

Ucraina ed Emirati intervengono in Sudan e la pace si allontana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° ottobre 2023

La popolazione continua a essere ostaggio dei due generali, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RSF) e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e delle forze armate sudanesi. Il conflitto interno è scoppiato il 15 aprile scorso.

I morti non si contano più, uccisi da fame, pallottole e bombe lanciate da aerei e droni. E c’è chi mormora che persino l’Ucraina abbia inviato armi per sostenere al-Burhan.

CNN: droni ucraini in Sudan

La notizia è stata diffusa dalla CNN, citando una fonte militare ucraina, secondo cui i servizi di intelligence di Kiev sarebbero responsabili del trasferimento di materiale bellico. Alcuni attacchi con droni che avrebbero colpito le posizioni del RSF siano stati inviati dal Paese dell’Europa orientale. Il condizionale è d’obbligo, perché nemmeno la CNN è riuscita a verificare in modo indipendenti la notizia. Alcuni filmati, effettuati con un aeromobile senza pilota, ottenuti dall’emittente statunitense mostrano l’intervento ucraino.

Due tipi di droni disponibili in commercio e ampiamente utilizzati dalle forze armate di Kiev contro i russi, sono stati lanciati in almeno otto attacchi in Sudan, con testo ucraino visibile sul controller del mezzo aereo. Gli esperti hanno anche detto che le tattiche – in particolare lo schema dei droni che si dirigono in picchiata direttamente verso l’obiettivo – non è quello generalmente in uso in Sudan e in altri Paesi africani.

Ma perché Kiev interviene nel conflitto sudanese e si concentra sui miliziani RSF? Gli uomini di Hemetti sono stati anche addestrati dai paramilitari di Wagner, che combattono accanto ai soldati di Mosca nella guerra in Ucraina. Ovviamente il governo di Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’aggressione. Ma dopo la pubblicazione del rapporto del 20 settembre scorso, Andrii Yusov, rappresentante dell’intelligence della Difesa ucraina, ha dichiarato alla CNN: “Non possiamo né confermare né smentire”.

Anche altri attori stranieri sono coinvolti nell’invio di armi in Sudan. Il New York Times, in un suo articolo del del 29 settembre scorso, afferma che gli Emirati Arabi Uniti stanno fornendo armi e assistenza sanitaria alle RSF da una base in Ciad.

Cargo proveniente dagli Emirati Arabi Uniti

Secondo il NYT, gli EAU con il pretesto di salvare rifugiati, forniscono armi potenti e droni, curano combattenti feriti e trasportano quelli più gravi via aerea in uno dei loro ospedali militari. Tali interventi sono stati confermati al quotidiano statunitense da una dozzina di ex funzionari e altri ancora in servizio degli USA, dell’UE e di diversi Paesi africani.

Gli incessanti voli partiti dagli Emirati Arabi Uniti verso il Ciad sono stati rintracciati anche da Gerjon, air tracker, e condivisi sul suo account X (ex Twitter). Da maggio a settembre sono arrivati ben oltre cento aerei nella piccola base della ex colonia francese.

Il centro operativo degli emiratini è Amdjarass. Da quando è iniziata la guerra in Sudan, l’agenzia di stampa degli EAU, ha pubblicato foto e sostiene di aver curato almeno 6.000 feriti sudanesi in un ospedale da campo. Ma gran parte degli oltre 400.000 profughi sudanesi che cercano protezione in Ciad si trovano a Adre, molto vicino al confine con il Darfur, pochissimi, invece, sarebbero quelli registrati a Amdjarass.

Non è la prima volta che Abu Dhabi interviene in conflitti interni in Africa. Durante la guerra in Tigray aveva fornito droni a Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e, contravvenendo a un embargo internazionale sul materiale bellico, aveva armato il controverso generale libico Haftar.

Al-Burhane durante l’assemblea generale dell’ONU a New York

Durante il suo intervento all’assemblea generale dell’ONU a New York, il presidente sudanese al-Burhan ha affermato di essere pronto a incontrare Dagalo, capo delle RFS, che fino all’inizio della guerra era il suo vice. Al-Burhan ha però precisato che la controparte deve assolutamente rispettare la protezione dei civili, impegno preso a Gedda lo scorso maggio.

Formalmente gli Emirati Arabi Uniti stanno lavorando per riportare la pace in Sudan, in quanto fanno parte del gruppo diplomatico che comprende anche Stati Uniti, Gran Bretagna e Arabia Saudita. I quattro stanno cercando di mediare una fine negoziata del conflitto. Ma nel frattempo, le armi emiratine non fanno altro che alimentare il conflitto, seminando morte e disperazione.

Piove sempre sul bagnato. In questi 5 mesi sono già morti oltre 1.200 piccoli sotto i cinque anni. Gran parte di loro sono vittime di malnutrizione grave. Altri, invece, sono stati contagiati dal morbillo, che da quelle parti una malattia letale. In molti campi l’assistenza medica è precaria e i cicli vaccinali sono stati sospesi.

A Gedaref e nelle sue vicinanze si è aggiunto anche il colera, dove sono già morte 16 persone. Si teme che il batterio possa espandersi anche in altre regioni. E per non far mancare nulla alla popolazione tanto provata, il ministero della Sanità di Khartoum ha lanciato anche l’allerta della febbre dengue (malattia virale diffusa da alcuni tipi di zanzare), già registrata in 8 Stati del Sudan.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Photocredit: CNN

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Jihadisti all’attacco in Mozambico: undici cristiani trucidati in base al nome

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
29 settembre 2023

“I terroristi sono arrivati nel primo pomeriggio e hanno radunato gli abitanti del villaggio. Hanno diviso i musulmani dai cristiani in base al nome poi hanno aperto il fuoco sul gruppo di cristiani, crivellandoli di colpi”.

Lo racconta frate Boaventura, missionario brasiliano dei Poveri di Gesù Cristo, alla ong Aid of the Church in Need (ACN) International. Il risultato del massacro è di almeno 11 morti mentre diversi feriti sono scappati nella foresta. Si sospetta che le vittime siano molte di più.

mappa mozambico massacro cristiani
Mappa del Mozambico con il luogo del massacro dei cristiani (Courtesy GoogleMaps)

L’ACN ha riferito che ci sono testimonianze di case bruciate e proprietà distrutte. Domenica 17 agosto lo Stato islamico ha rivendicato l’attacco. Il terribile fatto di sangue è successo il 15 settembre a Naquitengue, vicino a Mocimboa da Praia, nella provincia di Cabo Delgado.

Una prova di forza?

È molto probabile che il massacro dei cristiani sia una prova di forza. La dimostrazione che l’uccisione di Ibn Omar, uno dei capi jihadisti e “nemico pubblico numero uno”, non ha decapitato il gruppo.

Bonomade Machude Omar, conosciuto come Abu Sulayfa Muhammad e Ibn Omar è stato ucciso lo scorso 22 agosto durante uno scontro armato.

Mocimboa da Praia, ex quartier generale del gruppo jihadista Al Sunnah wa-Jammà (ora IS-Mozambico), è a un’ottantina di chilometri a sud di Palma. Palma, assediata dai jihadisti nel marzo 2021 per una decina di giorni, è la capitale degli enormi giacimenti di gas naturale del Bacino del Rovuma.

Coral Sul FLNG
Primo carico di GNL-LNG della Coral Sul FLNG (Courtesy ENI)

Il gas di Cabo Delgado e le multinazionali

Nella penisola di Afungi, una decina di chilometri a sud di Palma, opera TotalEnergies. Ha dovuto chiudere i suoi cantieri a causa del terrorismo islamista e attende che la zona sia in sicurezza per riprendere i lavori. L’area è difesa dai militari ruandesi.

La multinazionale petrolifera statunitense ExxonMobil, dopo aver ridotto del 30 per cento il suo budget, ha garantito l’impegno sugli investimenti per lo sfruttamento del gas naturale nel Bacino del Rovuma. Ovviamente se torna la sicurezza ad Afungi.

L’unica multinazionale energetica che lavora è l’italiana ENI. Nei giacimenti off-shore estrae e liquefà il gas trasformandolo in gas naturale liquido (GNL-LNG) sulla piattaforma fluttuante Coral Sul FLNG. Il primo carico di GNL è partito per il Regno Unito lo scorso ottobre. 

Dal giugno 2021, a Cabo Delgado, sono sul terreno i militari ruandesi e i soldati SADC della Southern african mission in Mozambique (SAMIM). Combattono con le Forze armate mozambicane (FADM) per liberare Cabo Delgado dal terrorismo jihadista.

Sandro Pintus
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Ucciso il jihadista più ricercato del Mozambico, decapitato il gruppo terrorista

Destinazione Europa: dal Mozambico partito il primo supercarico ENI di gas naturale

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

 

Il regime in Burkina annuncia di aver sventato un golpe che però forse non c’è stato

Africa ExPress
28 settembre 2023

In uno comunicato di poche righe, il portavoce delle giunta militare del Burkina Faso, ha annunciato nella tarda serata di ieri, di aver sventato un golpe il 26 settembre scorso. Non appena divulgata la notizia, 27 settembre, è stato rinforzato di almeno un chilometro il cordone di sicurezza attorno al palazzo presidenziale.

Ibrahim Traoré, presidente del governo di transizione militare in Burkina Faso

Il comunicato stampa è stato emesso solo poche ore dopo la pubblicazione di un messaggio di Traoré: “Assicuro la mia determinazione nel portare a termine la transizione, nonostante le avversità e le varie manovre volte a ostacolare la nostra inesorabile marcia verso la rivendicazione della sovranità. Grazie a tutto il popolo del Burkina Faso che vigila costantemente sui propri concittadini”.

Dopo un appello delle autorità, martedì 26 settembre, migliaia di persone sono scese nelle strade e nelle piazze della capitale Ougadougou a sostegno del presidente ad interim, Ibrahim Traoré, salito al potere con un colpo di Stato il 30 settembre dello scorso anno. Allora aveva defenestrato un suo compagno d’armi, Paul-Henri Sandaogo Damiba, che, a sua volta, aveva rimosso il presidente, Roch Marc Christian Kabore nel gennaio dello stesso anno.

Questa mattina la procura militare ha comunicato che quattro ufficiali, implicati nel presunto putsch, sono stati arrestati, mentre le forze dell’ordine sono alla ricerca di altri due che avrebbero partecipato al tentato golpe.

Già lo scorso dicembre la procura aveva annunciato un tentativo di destabilizzazione dell’attuale regime. La situazione a Ouagadougou è tranquilla. Sta di fatto che in tutta questa situazione ci sono molte ambiguità, come ha sottolineato anche Serge Daniel, apprezzato giornalista e profondo conoscitore delle questioni nel Sahel.

Lunedì scorso le autorità del Paese hanno sospeso la diffusione del quotidiano Jeune Afrique, sia l’edizione su cartaceo che quella online. Il giornale aveva pubblicato ben due articoli nei quali annunciava disordini in diversi campi militari del Paese la sera del 20 settembre, nonché tensioni e malcontento tra le truppe. Ovviamente osservazioni non gradite al regime.

Inoltre, secondo alcune fonti, diverse frange dell’esercito non avrebbero apprezzato l’invio di truppe in Niger in caso di aggressione da parte dell’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). L’organizzazione regionale aveva minacciato più volte il dispiegamento di militari a Niamey dopo il colpo di Stato dello scorso luglio, per ristabilire l’ordine costituzionale e riportare al potere Mohamed Bazoum, eletto democraticamente nel 2021 e a tutt’oggi ancora ostaggio dei golpisti nigerini.

E’ davvero difficile capire cosa sia successo davvero a Ouagadougou in questi giorni, per ora si conosce solamente la versione rilasciata dalle autorità di transizione.

Burkina Faso: oltre un milione di bambini non possono frequentare la scuola.

Traoré, poco meno di un anno fa aveva dichiarato di aver preso in mano la situazione per ristabilire la sicurezza nelle zone fuggite al controllo del governo centrale. Ma anche sotto il suo governo la situazione non è migliorata. Gli attacchi dei jihadisti continuano e proprio qualche settimana fa a Koumbri, nella provincia di Yatenga, nel nord del Paese, sono stati brutalmente ammazzati diciassette soldati e trentasei VDP (Volontari per la Difesa della Patria, ausiliari civili dell’esercito). Le truppe erano state inviate in quell’area per permettere alla popolazione, che era fuggita dagli attacchi dei terroristi, di ritornare nei propri villaggi.

Intanto dall’inizio di agosto la Francia ha sospeso tutti gli aiuti al Burkina Faso, dopo la dichiarazione delle autorità di Ouagadougou di voler appoggiare i golpisti del Niger. Le ONG francesi sono ancora autorizzate a operare nel Paese, ma senza il supporto economico di Parigi (oltre 200 milioni di euro), la realizzazione di un centinaio di progetti in favore della popolazione locale sono fortemente minacciati.

Oltre un milione di bambini non possono frequentare la scuola a causa degli incessanti attacchi dei terroristi, oltre 6 mila istituti sono chiusi. John Agbor, direttore nazionale di UNICEF in Burkina Faso, ha sottolineato che un numero così elevato di bimbi e giovani che non possono ricevere un’istruzione mette a rischio il futuro della prossima generazione bourkinabé. Agbor ha poi aggiunto: “I piccoli e adolescenti rischiano di essere costretti a lavorare o di essere reclutati come bambini soldato da parte di gruppi armati, per non parlare di altri abusi, come lo sfruttamento e la violenza sessuale e i matrimoni precoci forzati”.

La situazione umanitaria è a dir poco devastante. Secondo l’ultimo rapporto (giugno 2023) del Norvegian Refugee Council, dall’inizio della crisi, oltre 2 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case e quasi un quarto della popolazione ha bisogno di aiuti per sopravvivere.

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