Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 6 ottobre 2017
“Oggi nel nostro Paese ci sono mostri senza volto che ci fermano a tutti i livelli”. Questo diceva Mahamudo Amurane, ammazzato il 4 ottobre a Nampula, 2000 km a nord della capitale, Maputo.
Secondo quanto raccontato da testimoni oculari, mercoledì sera, sei persone sono entrate nella farmacia nella quale si trovava il politico e uno di loro gli ha sparato alcuni colpi d’arma da fuoco colpendolo al torace. Trasportato in ospedale è morto poco dopo.
Amurane era sindaco della città di Nampula, capitale dell’omonima provincia, ed era considerato un politico che lottava contro la corruzione dilagante nel Paese africano con il pugno duro, ragione per la quale si era fatto molti nemici.
Panoramica di Nampula, Mozambico
“Sono mostri che ci tengono legati a situazioni con cui spesso non siamo d’accordo – dichiarava il politico mozambicano in un’intervista all’emittente Nampula Online qualche mese fa – Questi mostri ci fermano a tutti i livelli politici, dal presidente della Repubblica fino alla politica locale, e impediscono il confronto e la critica per un migliore sviluppo della nostra società”.
Amurane si era dimesso dal suo partito, il Movimento Democratico del Mozambico (Mdm), per divergenze politiche con la direzione che aveva criticato duramente durante l’intervista, accusando la presidenza di fare “iniezioni di ipnosi” durante le riunioni per evitare il confronto. Per le elezioni municipali, che si terranno il 10 ottobre 2018, aveva deciso di fare un accordo con il Frelimo, il partito al potere dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975.
Mahamudo Amurane, sindaco anti-corruzione, durante l’intervista a Nampula Online (courtesy Nampula Online)
Anche l’ambasciata Usa a Maputo e Amnesty International Southern Africa Regional office hanno preso posizione sull’omicidio di Mahamudo Amurane. In un comunicato Amnesty afferma che dalla sua elezione nel 2013, il sindaco aveva affrontato coraggiosamente la corruzione e che per questa ragione era un bersaglio anche all’interno del suo partito, il Movimento Democratico del Mozambico.
L’ong per i diritti umani chiede alle autorità mozambicane di “avviare un’inchiesta tempestiva, approfondita, trasparente e imparziale sull’assassinio, e rendere pubblici i rapporti di qualsiasi inchiesta e assicurare che gli autori siano portati alla giustizia in un processo equo”.
Il Movimento Democratico Mozambicano è terzo partito del Paese dopo il Frelimo e il Renamo. È una costola del Renamo (Resistenza nazionale mozambicana) dal quale si è distaccato nel 2009.
Dal nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 6 ottobre 2017
Grace Mugabe, l’autorevole moglie di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, ama il lusso sfrenato. Ama, soprattutto, il poterlo ostentare in un paese ridotto alla rovina economica e alla fame. Il suo ultimo capriccio è la prestigiosa Rolls Royce “Ghost” acquistata a Johannesburg per l’irrisoria somma di euro trecentottantamila. Una bazzecola per la famiglia Mugabe, che dispone di un parco auto di alto prestigio, del valore di soli 2,2 milioni di euro. Per evitare la tassa import, la nuova Rolls è stata (e rimarrà) registrata in Sud Africa.
Lo Zimbabwe, che nell’aprile scorso ha festeggiato il suo trentasettesimo anno di indipendenza, ha all’attivo un bel po’ di disastrosi primati: il più evidente e quello di poter vantare, in Robert Mugabe (93 anni), il più vecchio capo di stato del mondo; un altro, quello di aver fatto forfait della propria moneta per adottare il dollaro americano, emettendo – probabilmente per la prima volta nella storia del Cosmo – una banconota da 100 trilioni di dollari! Secondo alcuni riviste di gossip, lo Zimbabwe avrebbe anche, in Grace Mugabe, la più spendacciona first Lady del pianeta,novella versione nera di Maria Antonietta (senza rischio ghigliottina). Per questa attititudine al lusso, la potente signora africana è stata soprannominata Grace “Gucci” Mugabe.
La Rolls Royce Gosth di Grace Mugabe
Di 41 anni più giovane del consorte, Grace pare saper interpretare al meglio (ovviamente meglio per lei) il ruolo di “presidentessa”. Fa quello che le pare, nei confronti di chi le pare e non si volta neppure a guardare chi ha calpestato. Tutto, del resto, le risulta facile grazie all’enorme ed incontrastato potere feudale che condivide con il marito su un paese che ha anche totalizzato la fantascientifica iper-inflazione della propria moneta del 26.470 per cento!
Per dare lustro culturare alla sua discussa personalità, Grace Mugabe ha anche ottenuto nel 2014 un dottorato in sociologia dall’Università dello Zimbabwe. Una laurea che le è stato conferita solo due mesi dopo che si era iscritta ai corsi di studio. In agosto, durante una visita presso l’abitazione del figlio a Johannesburg (Sud Africa), ha selvaggiamente picchiato una modella locale, Gabriella Engles di vent’anni, percuotendola con un cavo elettrico il cui terminale ha procurato alla giovane una profonda ferita alla fronte.
La ragione di questo assalto? La modella era accusata di convivere con il figlio.
Un interno del bus che trasporta la coppia Mugabe nel paese
L’aggressiva first lady, non è nuova a simili e violente estemporaneità. Nel gennaio 2009, mentre faceva shopping a Hong Kong, diede ordine alle sue body guard di riempire di botte Richard Jones, un malcapitato fotografo del Sunday Time che l’aveva ritratta. Ma fece anche di più: Per non rinunciare alla festa, si unì al pestaggio, scaricando una serie di pugni in faccia al poveretto. Del resto perché mai dovrebbe soffocare la propria battagliera natura, visto che sia le autorità sudafricane che quelle cinesi non presero alcuna iniziativa nei suoi confronti riconoscendole l’immunità diplomatica? (http://www.africa-express.info/2017/08/17/zimbabwe-mugabe-vola-sudafrica-per-salvare-la-moglie-grace-dalla-galera/)
L’ecletticità di Grace, grazie anche ad una moralità piuttosto disinvolta, fu indubbiamente lo strumento che l’aiutò nell’ascesa al potere. Sposata con un pilota dell’areonautica militare, da cui ebbe un figlio, divenne prima segretaria particolare e poi amante del presidente Robert Mugabe, mentre era ancora la moglie del pilota tradito, che fu consolato con la nomina ad addetto militare presso l’ambasciata dello Zimbabwe in Cina, cioè ben lontano dall’alcova presidenziale che fu consacrata con il solenne matrimonio tra Robert e Grace (72 anni lui, 31 lei) nel 1996
Grace, moglie del presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe
Coinvolta in dozzine di scandali ed anche lei colpita, insieme al marito, dalle sanzioni europee ed americane, ha subito il congelamento di tutti i beni presenti in quei paesi, e le è stato anche negato il visto d’ingresso. Questo costringe una frustrata Grace a fare shopping esclusivamente nelle nazioni compiacenti, rinunciando a New York, Roma, Londra e Parigi. Uno smacco, questo, che ha certamente acuito i suoi forti sentimenti anti-occidentali, gli stessi che, secondo alcuni biografi della coppia, l’avrebbero portata ad istigare il marito verso la brusca e scellerata epurazione dell’anno 2000 che requisì le terre agli agricoltori britannici e ripudiò contemporaneamente tutti i debiti contratti con il Fondo Monetario Internazionale. Iniziative scriteriate che sono state le genitrici del disastro economico attuale.
Pare anche sia stata partorita da Grace, l’idea di fornire bestiame (vacche, percore, suini) alle banche, quale garanzia per l’ottenimento di prestiti. Forma, questa, che era stata già utilizzata in passato da altri paesi, quali Ghana, Kenya e Nigeria, ma in forma temporanea, mentre in Zimbabwe è stata adottata come una scelta permanente che, nelle aspettative del vecchio leader, dovrebbe favorire la sua rielezione nelle prossime consultazioni elettorali del 2018, successo questo che – se avverrà – sancirà il suo incontrastato dominio su un paese allo sfascio per oltre mezzo secolo. (http://www.africa-express.info/2017/07/08/morto-gheddafi-lunione-africana-senza-soldi-mugabe-le-regala-un-milione-di-dollari/)
I poteri acquisiti da Grace Mugabe nella sua posizione di compagna del leader, oltre all’ingente patrimonio personale – con l’annessa forza “persuasiva” che ciò comporta – la fanno da molti ritenere la possibile alternativa alla presidenza del paese, qualora Robert Mugabe decida di “abdicare” in suo favore o raggiunga fatalmente quel traguardo ultimo che neppure il suo tenace attacamento al potere è in grado di eludere. Nulla da stupirsi se così avverrà; lo Zimbabwe non sarà la prima nè l’unica “democrazia” africana che perpetua il potere per successione dinastica.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 ottobre 2017
L’U.S. Africa Command (AFRICOM, il comando militare unificato delle forze armate americane in Africa) ha confermato che tre militari statunitensi sono stati uccisi in un’imboscata tesa dei ribelli. Assieme a loro hanno perso la vita alcuni soldati nigerini.
La pattuglia mista di americani e e soldati africani è stata attaccata nel sud-ovest del Niger da un gruppo di uomini armati provenienti dal Mali. Non si conoscono ancora i dettagli dell’assalto.
Mali : ministro difesa olandese si dimette
Situazione sempre precaria in tutto il Paese
Il ministro della difesa dei Paesi Bassi, Jeanine Hennis-Plasschaert, ha rimesso ieri il suo mandato ieri, dopo la pubblicazione di un rapporto della Commissione di sicurezza olandese, che evidenzia gravi mancanze del suo dipartimento nella Missione ONU di pace in Mali (MINUSMA). Lo scorso anno due militari olandesi sono rimasti uccisi e un terzo è stato gravemente ferito durante un’esercitazione nel nord della ex colonia francese (http://www.africa-express.info/2016/07/07/morti-accidentalmente-in-mali-due-caschi-blu-olandesi/).
I Paesi Bassi partecipano alla Missione MINUSMA dal 2014 con quattrocento uomini, quattro elicotteri Apache e tre elicotteri da trasporto Chinook.
Caschi blu della Missione ONU MINUSMA
Il ministro ha dichiarato ieri in Parlamento di assumersi la responsabilità politica del caso e ha rassegnato le sue dimissioni. Anche il capo delle forze armate dell’Aja ha lasciato il suo incarico. Le granate, responsabili della morte dei due militari, sarebbero state acquistate nel 2006 grazie all’aiuto del ministero della Difesa statunitense. Fidandosi delle forze armate USA e per mancanza di tempo, non sono stati effettuati i necessari controlli sulle bombe a mano ora sotto accusa, perché difettose.
MINUSMA è ritenuta una delle più pericolose missioni di pace dell’ONU. Dall’inizio della missione nell’aprile del 2013 al 31 agosto 2017 sono morti ben centotrentatré caschi blu. Lo scorso 24 settembre tre militari ONU bengalesi sono stati uccisi durante un attacco al loro convoglio nel nord della ex colonia francese. Altri quattro sarebbero stati feriti.
Jeanine Hennis-Plasschaert, ex ministro della Difesa olandese
Attualmente MINUSMA è presente nel Mali 13.289 soldati e 1.920 poliziotti, oltre ad un numero adeguato di personale civile. La missione è stata rinnovata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino al 30 giugno 2018 con risoluzione numero 2364 del 29 giugno 2017.
Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’area è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).
Tale trattato di pace stenta a decollare. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, in un rapporto al Consiglio di sicurezza ammette di essere profondamente preoccupato per l’insorgere di nuove violenze tra i vari gruppi armati, firmatari del trattato di pace di Algeri. “Non vedo progressi nell’applicazione dell’Accordo di pace e di riconciliazione del Mali” – ha precisato Guterres. Il segretario generale è inoltre deluso per la totale assenza di progressi amministrativi e istituzionali a Kidal, nel nord e a Timbuctu, nel centro del Paese. Anche i continui attacchi dei vari gruppi terroristi, che non risparmiano nemmeno il vicino Niger e il Burkina Faso, destano non poca preoccupazione.
Infine il capo dell’ONU ha chiesto alla comunità internazionale di contribuire economicamente affinchè la nuova “Force conjointe du G5 Sahel” (FC-G5S) possa decollare per combattere attivamente il terrorismo nella zona http://www.africa-express.info/2017/07/04/il-g5-sahel-bamako-lancia-un-nuovo-contingente-africano-contro-jihadisti/ e (http://www.africa-express.info/2017/09/30/mali-jihadisti-arruolano-nei-villaggi-della-regione-di-mopti/).
Firma Trattato di Pace e di riconciliazione per il Mali
E a proposito di finanziamenti, alla fine di settembre l’ambasciatore di Bonn a Bamako, Dietrich Becker, durante una conferenza stampa ha fatto il punto sulla situazione circa la cooperazione della Germania nel Mali. Nel suo discorso Becker ha chiarito che attualmente il suo Paese partecipa a EUCAP Sahel Mali – European Union External Action e a EUTM (European Union Training Mission) per la formazione di agenti della gendarmeria, poliziotti e della guardia nazionale. Oltre all’appoggio militare, Bonn ha già investito per lo sviluppo nella ex colonia francese; nuovi fondi sono stati stanziati per la realizzazione di progetti a Gao, altri saranno presto disponibili anche per Kidal e Timbuctu. L’ambasciatore tedesco ha rimarcato che malauguratamente i fondi sarebbero malgestiti in Mali.
Becker ha promesso che il suo Paese sosterrà la formazione della nuova forza congiunta FC-G5S alla quale parteciperanno militari del Mali, Niger, Ciad, Mauritania e Burkina Faso. Infine ha sottolineato che è indispensabile instaurare la pace e la sicurezza nel Mali; solamente così il Paese sarà in grado di attrarre investitori privati stranieri, che potrebbero in parte contribuire all’inserimento dei molti giovani disoccupati nel mondo del lavoro.
Migranti deceduti nel deserto
Nel frattempo molti maliani fuggono dalla loro patria, perché terrorizzati dalle violenze che affliggono il Paese o per cercare un lavoro dignitoso. I più tentano di raggiungere i porti libici, con la speranza di potersi imbarcare verso le nostre coste. Ma questo lungo viaggio è pieno di insidie, specie da quando i confini sono particolarmente controllati grazie agli accordi stretti con l’Unione europea, l’Italia con i diversi governi dei Paesi di transito, per arginare il flusso migratorio. Le rotte sono sempre più pericolose per i migranti, spesso si viaggia solo di notte, su sentieri impervi.
Certo, nessuno si aspetta un trattamento di favore nei vari Paesi di transito, ma molti migranti sono addirittura perseguitati come criminali. Qualche giorno fa il Consiglio superiore della diaspora maliana (CSDM) ha denunciato che centinaia di uomini, donne e bambini africani, tra loro moltissimi migranti originari dal Mali, vengono perseguiti arbitrariamente in Algeria e buttati senza pietà nella zona di confine nel deserto di Tamanrasset. Qualche giorno fa una giovane donna sarebbe morta di stenti, tenendo stretta tra le sue braccia i suoi due figli piccoli.
Il CSDM ha evidenziato che da diverso tempo i migranti riportano le loro testimonianze circa i maltrattamenti di carattere xenofobo e razzista subiti in Algeria sui loro profili nei vari social network. Malgrado i vari appelli alle autorità di Bamako da parte del CSDM, il governo non sarebbe mai venuto in soccorso ai proprio cittadini.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 3 ottobre 2017
La tragica situazione dei pigmei, causata dal “colonialismo verde” da quasi tre decenni continua ad aggravarsi e, secondo Survival International, sta diventando una crisi umanitaria.
L’OCSE, per la prima volta ha accolto la denuncia contro una ong e ha tentato una mediazione tra Survival e Fondo mondiale per la natura. Purtroppo il WWF ha rifiutato di impegnarsi nel coinvolgimento delle popolazioni pigmee nella cosiddetta “conservazione” di quelle che chiama “aree protette” facendo cadere la trattativa.
Alcune testimonianze dei pigmei: “Le guardie forestali mi hanno detto che mi avrebbero tagliato la gola”. “I guardaparco hanno ucciso mio marito”. (Courtesy Survival International)
“I principi del WWF stanno cambiando sulla carta ma sono per lo più ignorati nella realtà. I Baka continuano ad essere quotidianamente molestati da guardie armate e viene loro impedito di entrare nella foresta per la loro sussistenza”. Questo hanno confermato le due associazioni nel luglio 2011.
In verde i parchi e le riserve; in rosso le aree di utilizzate per il taglio degli alberi; in rosso a righe le zone dove viene praticata la caccia grossa (courtesy Survival International)
I pigmei costretti ad abbandonare le foreste
France24, in un servizio trasmesso nello scorso mese di luglio, ha confermato che nel Camerun orientale ogni anno spariscono oltre 20 mila ettari di foresta vergine. La causa principale è il taglio degli alberi operato dalle compagnie del legname. La scomparsa della foresta costringe i pigmei Baka ad abbandonare i loro territori perché non possono più trovare il cibo per la loro sopravvivenza.
E quando non riescono ad andarsene sono costretti a svolgere attività sottopagate. Secondo France24, con questa pesante situazione, un numero crescente di pigmei cade nella trappola dell’alcol e fa uso di sostanze stupefacenti.
I difficili rapporti tra bantu e pigmei
Ma, oltre all’ostinazione del WWF nel coinvolgere i pigmei nella tutela delle foreste, ci sono due problemi difficili da risolvere. Il primo, con il quale le popolazioni della foresta si scontrano, è il rapporto con i popoli di etnia bantu e i ranger con funzioni anti-bracconaggio sono bantu.
Questi hanno una bassissima considerazione dei pigmei, che considerano alla stregua di esseri inferiori, e li trattano come schiavi. Il secondo è che essendo i pigmei cacciatori-raccoglitori nomadi, dagli stati nei quali vivono non viene loro riconosciuta l’appartenenza a un territorio.
Oltre a Survival, hanno manifestato preoccupazione per gli abusi contro i pigmei numerosi esperti indipendenti e diverse organizzazioni non governative. Tra questi troviamo Greenpeace, Oxfam, UNICEF, Global Witness, Forest Peoples Programme, ricercatori della University College London, dell’Università di Oxford, dell’Università di Durham e dell’Università di Kent.
Se non si interviene rapidamente la popolazione di questi custodi della foresta rischia di scomparire portandosi via secoli di conoscenza della selva del bacino del Congo e una preziosa parte della cultura umana. Per sempre, lasciando l’umanità più povera.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 ottobre 2017
Come quasi ogni anno durante il periodo delle piogge che corrisponde con il proliferarsi dei ratti, si ripresenta la peste in Madagascar. Dai primi di agosto ad oggi sono morte ben ventiquattro persone, tra loro anche l’allenatore della squadra di basket del club Beau Vallon delle Seychelles, Alix Allisop. Infatti in questi giorni ad Antananarivo, la capitale dello Stato insulare, si sta disputando il campionato dei club dell’Oceano Indiano.
Le tribune dello stadio Mahamasina, dove si è disputato un incontro di basket sabato sera, erano vuote, per ordine del primo ministro malgascio, Olivier Mahafaly Solonandrasana. Dal 30 settembre tutti gli incontri pubblici e gli assembramenti sono vietati nella capitale, per evitare il propagarsi della malattia.
Dopo il torneo, tutti i giocatori sono stati visitati da un medico, ma nessuno degli atleti è stato messo in quarantena. Non presentavano i sintomi del contagio come febbre e/o tosse. “Non c’è da preoccuparsi – ha spiegato Manitra Rakotoarivony, direttore per la promozione della salute, sottolineando – Se dovessero sopraggiungere eventuali avvisaglie della malattia o se gli atleti dovessero entrare in contatto con una persona ammalata, inizieremo immediatamente una terapia preventiva”.
Madagascar, quartiere in periferia
Malgrado il divieto di tutti gli incontri pubblici, oggi si sono spalancate le porte delle scuole nel Paese per l’inizio del nuovo anno scolastico. Le autorità competenti hanno inviato a tutti presidi una normativa da seguire per evitare il più possibile il contagio. In ogni istituto deve essere inoltre affisso un numero verde, che si raccomanda di chiamare se dovessero insorgere dubbi su un eventuale contagio. Molti genitori sono assai scettici circa la decisione del ministero della Pubblica educazione e preoccupati per la salute dei propri figli.
Al 30 settembre sono stati registrati centoventicinque casi di peste, tra loro, come detto, ventiquattro morti. Il periodo di incubazione è molto breve: da due a sette giorni, e, una volta fatta la diagnosi, la peste bubbonica è facilmente curabile con antibiotici. Ma spesso la malattia può progredire in peste polmonare, il cui esito è letale, generalmente dopo soli 4 giorni. Questa variante si trasmette per le vie aeree. Infatti, secondo il ministro della Sanità malgascio, la maggior parte delle persone affette da questa patologia hanno contratto la forma polmonare.
Alix Allisop, l’allenatore della squadra di Baket delle Seychelles deceduto di peste polmonare in Madagascar
La malattia infettiva di origine batterica causata dal batterio Yersinia pestis, ha raggiunto già diverse regioni della ex colonia francese, ma la capitale e la città di Toamasina, che ospita il più grande porto del Paese, ne sono particolarmente colpite. Nei villaggi attorno Moramanga nella parte nord-orientale dello Stato insulare, la gente scappa verso le grandi città, pensando di essere al sicuro. Tra la popolazione è scoppiato il panico, tutti cercano di approvvigionarsi di antibiotici efficaci contro tale malattia e molte farmacie della zona sono ormai sprovviste. Sono in molti a fare diagnosi fai da te e anche la relativa cura. Eppure il governo ha reso noto che la terapia è gratuita negli ospedali e nei pronto soccorso. Oltre alla somministrazione dei medicinali appropriati, è necessario che il paziente sia messo in quarantena.
La pesta bubbonica ritorna ciclicamente in Madagascar. È una zoonosi, il cui bacino è costituito da varie specie di roditori e il cui unico vettore è la pulce. E’ la malattia dei poveri, del degrado.
La variante polmonare si verifica durante un’epidemia di peste bubbonica, e può rappresentare una diretta complicazione della stessa. Vi è un massivo interessamento polmonare, e l’espettorato contiene grosse quantità del batterio responsabile. E’ presente una grave tosse, che produce un escreato ematico schiumoso e dispnea. Se la malattia non viene diagnosticata e trattata con rapidità, la morte è pressoché inevitabile.
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha già inviato personale specializzato per assistere quello locale, grossi quantitativi di antibiotici, indumenti di protezione per il personale medico e paramedico. L’OMS ha anche stanziato un primo finanziamento di trecentomila dollari dal fondo di emergenza e ha fatto una richiesta per un’ulteriore erogazione di 1,5 milioni di dollari per far fronte all’epidemia.
L’Astral, il veliero di ben trenta metri, dell’Organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms, dal 2016 attivo nel Mediterraneo in operazioni SAR (serach and rescue) per salvare vite di migranti è approdato a Cagliari lo scorso 29 settembre.
Riccardo Gatti, portavoce della ONG, e il comandante dell’Astral, Michele Angioni, hanno raccontato ad un folto pubblico durante il Convegno organizzato dalla Facoltà di scienze economiche, giuridiche e politiche a Cagliari, la vita di bordo durante le operazioni di recupero, le immense difficoltà e i pericoli che l’equipaggio incontra, in particolare da quando Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, ha puntato il dito contro alcune organizzazioni attive in operazioni SAR.
Il veliero Astral della ONG Proactiva Open Arms
E’ importante capire le realtà dei diversi Paesi africani dai quali partono i profughi: oppressione, conflitti interni, terrorismo, fame spingono i più a cercare un futuro e libertà. “Chi parte, chi scappa dalla propria patria, sa bene a cosa va incontro. Eppure non esita ad andarsene da una realtà che non regala futuro, dove si rischia di morire comunque”, ha precisato Massimo Alberizzi durante il suo intervento occasione del convegno. (http://www.africa-express.info/2017/09/28/flussi-migratori-e-stragi-lungo-la-rotta-libica-a-cagliari-se-ne-parla-con-africa-express/).
Mentre Fulvio Vassallo, Associazione diritti e frontiere, ha esposto via collegamento Skype, i vari trattati firmati dal nostro governo con la Libia e altri Stati africani per arginare il flusso migratorio, il perchè del rafforzamento degli sbarchi di algerini sulle coste sarde (http://www.a-dif.org/2017/09/28/accordi-bilaterali-e-diritti-senza-confine/).
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile Roma, 29 settembre 2017
Quando pensiamo all’Africa senza esserci mai stati pensiamo ad un posto come Mopti, in Mali: tramonti color harissa, polvere ocra e auto che sferruzzano rumorose sulle strade sabbiose piene di buche, guizzanti corpi neri come la pece che sfoggiano sorrisi che così grandi non li si vede da nessuna parte, lance di legno, tetti di paglia e tetti di lamiera che si alternano. Persone. Ovunque, persone.
Situata alla confluenza dei fiumi Bani e Niger, Mopti è un’importante porto fluviale nel cuore del Sahel e regge la propria economia su due pilastri: i cantieri navali e l’agricoltura (arachidi e cotone). Non è proprio il cotone del Burkina Faso, il migliore del mondo, ma è uno dei prodotti di esportazione più preziosi che il Mali ha nel proprio paniere, il cui commercio ha scalzato completamente l’economia che ruotava attorno alla lavorazione ed all’esportazione delle piume d’airone, che nei primi del Novecento in Europa andavano di gran moda su cappelli e spolverini.
A Mopti, capitale dell’omonima regione, la più ricca del Mali, vivono circa 120.000 persone, in maggioranza musulmani che ogni venerdì affollano la grande moschea della città. La città è più vicina al confine con il Burkina Faso che con la capitale maliana Bamako ed anche il confine con il Niger non è molto lontano: per questo motivo, da qualche anno, la città e la regione di Mopti sono diventati un crocevia importantissimo per il traffico di esseri umani e, sopratutto, per le campagne di reclutamento dei gruppi islamisti dell’Africa nord-occidentale. Non passa giorno senza che le agenzie stampa francofone non battano la notizia di scontri a fuoco tra miliziani ed esercito maliano e non passa giorno senza che i vertici dell’esercito di Bamako invochino aiuto, sopratutto ai francesi, per contrastare questo problema. Nel marzo di quest’anno, quando tutte le sigle islamiste dell’Africa occidentale si sono unite sotto l’egida di al-Qaeda, la tensione si è bruscamente alzata in tutta la regione e da allora le cose non sono che andate peggiorando.
uomini appartenenti al gruppo terrorista islamista MUJAO
Alla fine di luglio diversi politici maliani “illuminati” hanno cercato di aprire diversi canali negoziali con gli islamisti guidati da Amadou Kufa, il cui vero nome è Amadou Diallo, predicatore di etnia Fulani che ha viaggiato in Pakistan e Mauritania, vicino al numero uno del jihad delle zone desertiche, Iyad ad Ghali. Kufa ha iniziato il suo jihad nel 2012, con la guerra in Mali tra le fila di Ansar Eddine, l’anno successivo ha partecipato alla battaglia di Konna e nel 2015 ha fondato Macina, un fronte di liberazione a vocazione islamista salafita.
Accettando il negoziato con Bamako Kufa ha inviato emissari presso gli uffici della capitale dell’ex-presidente dell’Assemblea Nazionale, Alioune Diallo, uno dei leader carismatici della comunità Fulani, chiedendo tre cose: la fine della missione ONU Minusma, la partenza immediata dell’esercito francese (che invece si è rinforzato) e di avere come unico negoziatore proprio l’ex-Presidente Diallo. Ovviamente l’affare non è andato in porto e la situazione, dai primi di agosto, è letteralmente precipitata.
Secondo diverse testimonianze riportate da RFI nelle ultime settimane Mopti e i villaggi della regione – in particolare nelle zone adiacenti ai porosissimi confini col Burkina Faso – sono diventati la meta preferita dei reclutatori islamisti fedeli a Amadou Kufa. Il venerdì e la domenica una decina di giovani motociclisti arrivano rombando nei villaggi e cominciano a predicare nella pubblica piazza, una campagna battente di reclutamento intensificatasi nel tempo: gli islamisti vanno e vengono indisturbati attraversando il confine e negli ultimi giorni sembra che a fare compagnia alle moto siano arrivati anche dei grossi pick-up. Gli islamisti chiedono donazioni in natura “per aiutare la causa”: bestiame, raccolto, cibo in scatola, tutto ciò che è possibile donare e che viene loro dato senza troppe discussioni. Il perché è presto detto: i numerosi attentati e attacchi succedutesi negli ultimi anni in Mali, particolarmente nella regione di Mopti fino a Koro, hanno letteralmente stravolto le abitudini, spesso millenarie, degli abitanti dei villaggi, instillando loro due dei più pericolosi virus dell’umanità: la paura e il sospetto.
La paura che chiunque andando al mercato o al lavoro possa saltare in aria o finire crivellato dai kalashnikov, il sospetto che gli islamisti ascoltino tutto, tutti, in ogni momento, che tra loro ci possa essere il mio vicino di casa, un mio parente o mio figlio. Un cocktail che cambia l’esistenza delle persone. A Mopti il terrorismo islamista ha già vinto per mancanza d’altro, ed ha vinto a mani basse: come vincevano Riina e Provenzano, come vincevano i cutoliani prima e il clan di Secondigliano poi, come vinceva Pablo Escobar oggi in Mali vince Amadou Kufa.
In un recente file audio pubblicato su diversi canali Telegram Kufa esorta le sue truppe, le motiva e si riferisce esplicitamente alla zona tra Mopti e Koro: anche se diverse decine di miliziani sembra abbiano abbandonato il jihad nelle ultime settimane la campagna di reclutamento è più battente che mai, lo stipendio da miliziano più che adeguato agli standard maliani e burkinabé e, sopratutto, si spara con il kalashikov. Si ha il potere direttamente per mano di Allah: per gli ultimi degli ultimi, è come sentirsi toccati direttamente da dio.
Un rapporto recente di Amnesty International denuncia che oltre 150.000 alunni maliani non possono più andare a scuola per mancanza di sicurezza e buona parte di questi vive nella regione di Mopti: oltre a perdere il proprio diritto all’istruzione questi bambini diventano carne fresca facile preda dei predicatori islamisti, che fanno leva sull’orgoglio e sulla fame per arruolare spesso ragazzini.
La scorsa settimana nel villaggio di Toguerekoumbé l’esercito di Bamako è riuscito, non senza perdite consistenti, ad espellere gli islamisti fuori dall’area urbana ma questi si sono rifugiati da un’altra parte, a Kouakrou. Questo ha permesso agli islamisti di organizzare dei posti di blocco attorno a Toguerekoumbé, dove oggi non arriva più niente: niente cibo, niente scorte, niente acqua, niente di niente. Gli islamisti sono riusciti a imporre un embargo durissimo alla città occupata dai militari governativi, una delle tante assurde contraddizioni africane dei tempi moderni.
Andrea Spinelli Barrile aspinellibarrile@gmail.com @spinellibarrile
Speciale per Africa ExPress Costanza Troini
Roma, 25 settembre 2017
Presentato in sede Confindustria l’evento economico Italia Africa Business Week – IABW, che si terrà a Roma martedì 17 e mercoledì 18 ottobre prossimi. Secondo gli organizzatori si tratta della prima occasione nel nostro Paese dedicata interamente a far incontrare imprenditori africani e italiani mediante meeting incontri B2B, conferenze e workshop. Per ora hanno confermato la propria partecipazione una quarantina tra aziende e rappresentanti della cooperazione internazionale.
Per spiegare meglio le finalità dell’evento, la parola va al direttore della Cooperazione italiana, l’ambasciatore Pietro Sebastiani: “L’Africa, continente enorme con oltre un miliardo di abitanti, ha il potenziale in questo momento più interessante. Inoltre la diaspora crea ingenti rimesse che vanno utilizzate bene, anche tramite imprese individuali, per una crescita più sostenibile dal punto di vista umano e ambientale”.
“Abbiamo pensato a IABW – dice Cléophas Adrien Dioma, general manager dell’evento – per mettere in contatto tra loro imprenditori italiani e africani. Vogliamo facilitare il lavoro di chi conosce il territorio e di chi ha il know how di un modello da sviluppare. Ci stiamo lavorando moltissimo e ci sentiamo particolarmente positivi sui risultati”.
“Vogliamo anche dimostrare che in Africa c’è un tessuto imprenditoriale, nonostante lo stereotipo negativo che è assolutamente da combattere – aggiunge Mehret Tewolde, direttore generale di IABW – E speriamo che ci siano imprenditori africani che siano interessati a investire in Italia. Abbiamo scelto settori trasversali di grande importanza: agribusiness, biomedicale, energie rinnovabili, infrastrutture e costruzioni, nuove tecnologie. Ad esempio nell’agribusiness, l’Africa è ricca di produzione ma manca di impianti di trasformazione, campo in cui l’Italia ha notevoli eccellenze. Organizziamo in un momento in cui in Italia le PMI stanno soffrendo e in cui l’Africa ha estremo bisogno di internazionalizzazione e sviluppo”.
A proposito di tecnologia, a IABW partecipa la società VMK, con Vérone Mankou, un giovane della Repubblica del Congo, conosciuto come lo “Steve Jobs africano”, il primo a lanciare sul mercato smartphone e tablet studiati per i paesi a Sud dell’equatore.
“Possibilità e opportunità misconosciute in Italia – conclude Dioma – un paese cui invece l’Africa si rivolge direttamente . Con IABW intendiamo colmare il gap di comunicazione tra due realtà altamente compatibili”.
Dal nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 29 settembre 2017
Mancano ancora 28 giorni alla seconda chiamata alle urne che dalla data originaria del 17 ottobre è stata spostata al 26 dello stesso mese, ma tensioni, accuse, controaccuse e reciproche minacce tra le opposte fazioni non mostrano di volersi placare. Questa mattina Il canditato alla vice presidenza dell’opposizione, Kalonzo Musioka, che doveva recarsi in Uganda per presiedere al conferimento delle lauree presso l’università di Kampala, è stato bloccato dalla polizia all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi, perché non aveva il “permesso all’espatrio” rilasciato dalla State House (equivalente locale del Quirinale). Con lui viaggiava anche il senatore Moses Wetangula che ha subito lo stesso trattamento.
La notizia è stata diffusa oggi da un comunicato del NASA, firmato dal suo leader Raila Odinga, che ha denunciato l’accaduto come l’ennesima intimidazione attuata dal governo del presidente uscente Uhuru Kenyatta per creare nell’opposizione “un’atmosfera di paura”. Nessuno, tranne la polizia aeroportuale, pare fosse a conoscenza di questa norma che, a detta di Odinga, sembra essere esclusivamente riferita ai rappresentanti del NASA e che lui giudica come un arrogante oltraggio alla costituzione e al diritto di libero movimento di tutti i cittadini.
Kalonzo Musioka all’aeroporto di Nairobi subito dopo il fermo di polizia
Lo stesso Odinga ha dato atto che ai due leader del NASA è stato poi consentito di imbarcarsi poco tempo dopo il fermo, ma questo, secondo Odinga, non riduce la gravità del fatto che farebbe apparire, quello di Kenyatta un “regime paranoico” che si beffa della legge ed è solo finalizzato a mantenere il potere con qualsiasi mezzo. Più tardi, nella giornata, fonti governative del Jubilee, hanno defnito l’evento denunciato da Raila Odinga, come il frutto di mere invenzioni propagandistiche, ma senza entrare in ulteriori dettagli sul reale svolgimento dei fatti e senza precisare se il presunto “permesso all’espatrio” per i rappresentanti del NASA esista o meno nella realtà.
L’atmosfera si era già fatta rovente nella prima mattinata quando Raila Odinga ha comunicato ai media che gli agenti di polizia assegnati alla sua protezione, a quella di Kalonzo Musioka candidato alla vicepresidenza, e delle loro rispettive famiglie, era stata bruscamente interrotta e senza alcun preavviso. “Mi sono alzato dal letto per scoprire che la mia scorta e quella del mio vice Kalonzo era scomparsa – ha detto il leader del NASA – la scorta ci spetta per diritto di legge, non per il comando o la simpatia di Uhuru Kenyatta.”
I due acerrimi rivali, Raila Odinga e Uhuru Kenyatta. Sorrisi genuini?
Il portvoce della polizia, George Kinoti, ha comunque respinto le accuse, dchiarando che gli agenti assegnati alla protezione dei leader del NASA, non sono stati rimossi, ma semplicemente ridotti nel numero, come sarebbe avvenuto per tutti i rappresentanti politici e non solo per quelli del partito di Odinga. “Andate a vedere davanti alle loro case – ha detto l’ufficiale ai giornalisti presenti – e guardate con i vostri occhi se gli agenti di guardia ci sono o no.”
Queste tranquillizzanti dichiarazioni non sembrano comunque condivise dai partiti di opposizione che tramite i loro legati hanno posto un ultimatum al governo perché ripristini il servizio di sicurezza esattamente com’era entro 24 ore, o avrebbero avuto a che fare con “massiccie proteste popolari”. Il presidente del partito ODM (Orange Democratic Movement), John Mbadi, che fa parte dell’alleanza NASA, ha a sua volta annunciato che riterrà “personalmente responsabile Uhuru Kenyatta, per qualsiasi cosa dovesse accadere ai nostri leader.”
In questo estenuante scenario di acidi rimbotti, dispetti e ritorsioni, che hanno spesso il sapore di controversie infantili, cio che stride con una visione razionale del grave e disastroso stallo politico in atto, è anche il modo in cui reagisce la popolazione del Kenya. A parte gli uomini d’affari che vivono il momento con reale e sofferta angoscia, intervistando persone, di vari strati sociali e di diverse simpatie politiche, quasi nessuno, soprattutto tra i più indigenti, parla di cose relative al loro vivere, ai bisogni essenziali, alle infrastrutture, alla sanità, alla scuola. Tutti, invece, si sperticano a sostegno del proprio leader, evidenziando quante cattiverie ed ingiustizie il “poveretto” si trovava a subire per colpa dei biechi avversari. Tutto questo non può, ovviamente, che portare acqua al mulino del “dividi ed impera”, perla di sagezza, eternamente attuale, dell’antica Roma.
Che tipo di accordi politici sono stati presi tra le potenze interessate alla spartizione della Libia e le milizie armate locali? A chi rispondono le formazioni anti emigrazione e chi le arma? Quante sono le guardie costiere libiche e a chi rispondono? Che ruolo ha la C-Star noleggiata dai neonazisti di Defend Europe?
Mappa delle migrazioni elaborata da Proactiva Open Arms (courtesy Proactiva Open Arms)
Sono questi alcuni degli argomenti che saranno trattati durante il meeting “Flussi migratori e stragi lungo la rotta libica” che si tiene domani 29 settembre all’Università di Cagliari.
L’incontro nel capoluogo sardo (alle 16.30, aula SIB_0A, Via Sant’Ignazio da Laconi, 76), è organizzato dalla Facoltà di Scienze Economiche, Giuridiche e Politiche in collaborazione con l’associazione Diritti e Frontiere,Africa ExPress e l’ong spagnola Proactiva Open Arms che con le sue imbarcazioni salva i migranti in pericolo nelle acque del Mare nostrum.
I relatori del convegno sono: Fulvio Vassallo Paleologo dell’associazione Diritti e Frontiere; Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress e Riccardo Gatti di Proactiva Open Arms.
Il meeting è stato organizzato nell’ambito dell’iniziativa “L’Astral a Cagliari. Nessuno alla deriva”. L’imbarcazione a vela della Open Arms, che fino alla scorsa settimana era utilizzata nei salvataggi in mare al limite delle acque territoriali libiche, è ancorata nel porto di Cagliari prima di continuare la sua rotta per Barcellona.
Astral, barca a vela di Open Arms (courtesy Proactiva Open Arms)
Dopo le accuse lanciate da Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, alle ong che salvavano migranti in pericolo nel Mediterraneo di essere finanziate dagli scafisti o che collaboravano in modo attivo con i trafficanti di esseri umani, le attenzioni dei media oggi si sono spostate sui forti vincoli contenuti nel cosiddetto “codice Minniti” che prende il nome dal ministro degli Interni..
Il suo nome completo è “Codice di condotta per le Ong implicate nelle operazioni di salvataggio dei migranti in mare” ed è un codice di autodisciplina che vincola chi lo accetta ma non dovrebbe sanzionare chi non lo accetta.
L’azione di salvataggio delle ong si è fermata a causa delle minacce e delle aggressioni operate a colpi d’arma da fuoco dalla Guardia costiera libica. Contemporaneamente sul territorio libico hanno cominciato a operare milizie armate formate per reprimere il flusso di migranti, incarcerandoli all’interno di un’estesa rete di campi e di centri di prigionia.
Salvataggio di migranti di Open Arms nel Mediterraneo (courtesy Proactiva OpenArms)
Anche l’estrema destra europea si è mossa con la C-Star noleggiata dai neonazisti di Defend Europe e Generazione identitaria con l’intento ostacolare le imbarcazioni delle ong accusate dalle destre di “portare i clandestini in Europa”.
Nelle ultime settimane i flussi migratori hanno subito una drastica riduzione celebrata dasl governo italiano come “grande successo dell’Italia” ma è stato documentato che, lungo le coste libiche operano milizie armate con lo scopo specifico di contrastare l’emigrazione e che intercettano le imbarcazioni dei migranti.
Queste milizie fanno respingimenti in mare, aggressioni, deportazioni e incarcerazioni all’interno di un’estesa rete di campi e di centri di prigionia, dove i migranti vengono derubati, picchiati, stuprati, torturati, sequestrati a scopo di estorsione, ridotti in schiavitù, uccisi.
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