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Pugno di ferro di Al Bashir: bloccati migranti al confine tra Sudan e Libia

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 settembre 2017

Tra il confine con la Libia e il Sudan sono stati intercettati quarantuno migranti “illegali” dalle Rapid Support Forces (SRF) sudanesi, nome ufficiale dei gruppi janjaweed, milizie paramilitari diventate tristemente famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo – questo il significato del loro nome – bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi. (http://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/). Ora lavorano su mandato del governo di Khartum per eseguire l’ordine dell’Europa: cacciare i migranti.

Il comandante sul campo dell’ SRF, Hassan Mohamed Abdalla, ha raccontato che i suoi miliziani  hanno ingaggiato una vera e propria battaglia con gruppi di trafficanti di uomini nel triangolo Sudan-Libia-Egitto. Gli sfortunati migranti, un gruppo composto da comoriani, somali, siriani, etiopi e bengalesi, sono stati arrestati dalle forze SRF, undici trafficanti sono stati uccisi, mentre altri sette sono finiti in manette. Sempre secondo Abdalla, gli uomini del SRF avrebbero anche sequestrato sei automezzi militari, un’automobile e diciannove telefoni satellitari; due dei suoi irregolari sarebbero stati ammazzati, altri feriti.

Mohamed Hamdan Daglo, comandante SRF
Mohamed Hamdan Daglo, comandante SRF

Durante gli scontri è stato uccisa anche la guardia del corpo del capo tribale Musa Hilal, in passato uno dei leader dei janjaweed, poi nominato consigliere del ministro degli Interni sudanese. Haroun Medikheir, il portavoce del Revolutionary Awakening Council (RAC), del quale oggi Hilal è il capo, ha sottolineato che attualmente la tensione con i familiari di coloro che sono stati uccisi dalle SRF è molto alta. I congiunti accusano il comandante supremo delle SFR, Mohamed Hamdan Daglo, di essere il responsabile della morte dei loro cari.

Daglo non era presente al momento degli scontri, ma appena ne è venuto a conoscenza, ha ordinato ai suoi di abbandonare immediatamente l’area, per evitare nuove violenze. Il portavoce ha aggiunto: “Il governo sudanese è il vero responsabile di queste tensioni tra il RAC e le SRF, peccato che Daglo non l’abbia capito”.

Musa Hilal, capo tribù dei Mahameed, era stato accusato in passato di crimini di guerra da diverse organizzazioni per i diritti umani. Oggi l’ex janjaweed è in conflitto con il governo e si oppone alla fusione della sua milizia tribale con le SFR.

Qualche giorno fa Daglo ha sottolineato che gli SFR sono impegnati nel proteggere e difendere i confini del Sudan e ha chiesto nuovamente alla comunità internazionale di supportare questi sforzi nel contrastare l’immigrazione “illegale”. In poche parole, ha chiesto ulteriori finanziamenti (http://www.africa-express.info/2016/12/02/il-sudan-massacra-italia-germania-e-ue-lo-finanziano-per-arginare-il-flusso-dei-profughi/).

Migranti intercettati al confine tra Sudan e Libia
Migranti intercettati al confine tra Sudan e Libia

Omar al-Bashir, presidente dell’ex protettorato anglo-egiziano, è al potere da ben ventisette anni e sulla sua testa pende un mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur.

Il 22 settembre si è recato in Sud Darfur, vicino a Kalma camp. In molti sono scesi nelle strada per protestare, ma i manifestanti sono stati dispersi dai militari sudanesi. Cinque persone sono state brutalmente uccise, mentre altre ventisei sono state ferite, alcune in modo grave.

Gli operatori della missione ibrida di pace Unione africana-Nazioni Unite (UNAMID) in Darfur hanno medicato chi ha subito le violenze dei militari nel campo e hanno confermato l’accaduto.

Oggi è stato reso noto che il numero dei morti è salito a nove, alcuni non sono sopravvissuti alle gravi ferite causate dalle pallottole. Le forze dell’ordine e i militari sudanesi stanno controllando tutte le maggiori entrate del campo, terrorizzando soprattutto i piccoli mercanti e gli addetti ai trasportati. Sono stati effettuati anche diversi arresti. I militari sono ancora impegnati nell’individuare le persone coinvolte nella dimostrazione contro la visita di al-Bashir. Il presidente non ama chi protesta e la sua unica risposta è l’oppressione.

Domenica scorsa è stato condannato a morte per impiccagione uno studente universitario di soli ventuno anni, ritenuto colpevole per aver ucciso un poliziotto durante le proteste studentesche scoppiate nell’aprile dello scorso anno. Piccolo particolare: durante la manifestazione fu ucciso anche uno studente dalle forze dell’ordine (http://www.africa-express.info/2016/04/24/sudan/).

 Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Africa sempre più omofoba: con pene fino all’ergastolo e alla morte

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 22 settembre 2017

Non è considerata una semplice tendenza diversa da quella eterosessuale, in una larga parte dell’Africa i tapporti intimi tra persone dello stesso sesso, sono ancora considerati disgustose peversioni come la pedofilia, l’incesto e altre aberranti pratiche a sfondo sessuale. Aspramente censurata da quasi tutte le grandi religioni monoteiste, l’omosessualità è anche ritenuta, in Africa, una tra le principali cause di diffusione dell’HIV e delle epatiti. Questo fa si che le severe leggi promulgate per combatterla, trovino ampi consensi nella popolazione continentale.

Nei regimi di più ortodossa ispirazione islamica, si arriva anche alla morte per lapidazione, eseguita nel tripudio popolare, fatto, questo, abbastanza paradossale visto che i maggiori casi di sodomia, si verificano proprio in quelle regioni dove le ferre regole di comportmento prematrimoniale costringono gli uomini a strette frequentazioni tra loro,  portandoli così a cedere agli impulsi del proprio testosterone. Questi rapporti omosessuali, pur se condotti con una parvenza di discrezione, sono ben noti alla società che li tollera nel silenzio, ma come ha recentemente rivelato un documentario della BBC, in qualche paese, come Pakistan ed Afganistan, alcuni uomini, benché regolarmente ammogliati, non disdegnano di mostrare pubblicamente e con orgoglio, il giovane amico che soddisfa la loro bisessualità.

Dimostranti africani invocano la pena di morte contro la sodomia
Dimostranti africani invocano la pena di morte contro la sodomia

Ma se il mondo islamico presenta queste ipocrisie, non è molto di diverso quello cristiano, soprattutto cattolico, dove la regola del celibato impone a preti e suore un’esclusivsa convivenza tra loro con totale rinuncia a soddifare i naturali bisogni sessuali, così che anche tra coloro che nella vita laica sarebbero stati eterosessuali, la frustazione di questa rinuncia li porta sovente ad utilizzare dei surrogati, come i molti scandali di violenza sessuale imputati alla chiesa cattolica nel mondo, hanno dimostrato.

In Italia, benché dopo il regime fascista, nessuna specifica norma di legge prevedesse punizioni per gli omosessuali, fino ai tardi anni ’60 la “Buon Costume” compiva frequenti retate nei luoghi di ritrovo dei gay, arrestandoli e denunciandoli con il ricorso ad accuse di comportamenti contro la morale o per l’utilizzo di abbigliamento improprio concepito per il sesso opposto. Se quindi l’evoluto mondo occidentale, è solo recentemente pervenuto alla liberalizzazione delle tendenze sessuali, è facile comprendere quanta strada debbano ancora fare in questa direzione le neonate democrazie africane. 

O in forza di specifiche leggi o a causa dell’intolleranza religiosa, quasi tutti i paesi africani rendono la vita davvero difficile agli omosessuali. Tra questi uno dei regimi più accaniti è quello tanzaniano che non si limita solo ad incarcerare i gay, ma per bocca del suo ministro degli interni, Mwigulu Nchemba, ha annunciato che verranno perseguiti anche i membri di tutti gli organismi, locali ed internazionali, che li proteggono, estendendo questa minaccia anche a chi intrattiene contatti con i gay sui social network di internet (http://www.africa-express.info/2017/09/17/caccia-al-gay-tanzania-arrestati-venti-omosessuali-dodici-donne-e-otto-uomini/)

Perfino il Ghana, ritenuto un esempio di illuminata amministrazione africana, con cui l’ex presidente americano Barak Obama si era pubblicamente complimentato, mostra di cedere alla stessa omofobia e punisce con l’arresto e la detenzione chiunque abbia praticato un “innaturale atto carnale” con persone dello stesso sesso. Peggio ancora fa il Gambia dove l’ex presidente Yahya Jammeh, defenestrato meno di un anno fa,  aveva orgogliosamente dichiarato che avrebbe fatto precipitare “la cancrena omosessuale giù nella fogna e da lì fino alla cloaca dell’inferno!”. Ai gay “recidivi” in Gambia spettava, infatti, la condanna all’ergastolo. “Li scoverò ad uno ad uno e li farò fuori!”, aveva anche aggiunto l’irruente ex capo di stato africano. (http://www.africa-express.info/2014/05/22/il-presidente-del-gambia-vorrebbe-uccidere-gay-e-lesbiche/) (http://www.africa-express.info/2014/01/24/nigeria-aperta-la-caccia-ai-gay-piu-importante-che-affrontare-la-guerra-alla-corruzione/)

Nigeria: due gay sfidano il rischio di arresto scambiandosi effusioni in pubblico
Nigeria: due gay sfidano il rischio di arresto scambiandosi effusioni in pubblico

Altri paesi, come Nigeria, Uganda e Kenya, hanno promulgato leggi persecutorie contro le pratiche omosessuali, perché queste sarebbero un disgustoso e corrotto retaggio delle potenze coloniali con cui l’Occidente si prefiggerebbe di infettare, con i sui vizi, le “giovani e vigorose popolazioni africane”(Daniel Arap Moi, ex presidente del Kenya). In realtà questo assunto è tutt’altro che vero, anzi: è esattamente vero il contrario. Dai rapporti dei primi missionari che approdarono in Africa, si apprende che le popolazioni locali erano dedite ad attività sessuali del tutto libere e spregiudicate, che imbarazzavano fortemente l’ottocentesco perbenismo europeo. Fu proprio l’ingresso delle religioni cristiane, insieme all’esasperato bacchettonismo vittoriano, che fecero nascere in Africa una profonda repulsione per la pratica omosessuale. (http://www.africa-express.info/2014/08/06/uganda-la-corte-costituzionale-cancella-la-legge-anti-gay/) (http://www.africa-express.info/2014/02/03/le-severe-legge-anti-gay-uganda-e-nigeria-spaccano-la-chiesa-anglicana/)

In quasi tutti questi Paesi, l’atto sessuale tra persone appartenenti allo stesso sesso, è considerato un “atto contro natura” e quindi equiparato all’accoppiamento incestuoso o con animali. Da qui la gravità delle pene inflitte. Ma al di là delle norme di legge, ciò che in Africa rende davvero difficile la vita degli omosessuali, è la feroce avversione popolare che spesso fa loro subire atti cruenti di giustizia sommaria.

Del resto, malgrado le recenti leggi che la tutelano, la stessa società occidente è ancora ben lontana da una serena accettazione dell’omosessualità.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Sempre più fosco il futuro del Kenya: sotto inchiesta la commissione elettorale

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 25 settembre 2017

Malgrado tutti parlino di non violenza e di pace, i fatti quotidiani che avvengono nel paese contraddicono sfacciatamente questi intenti. Il Procuratore Generale del Kenya,  Keriako Tobiko, ha aperto un’inchiesta a carico dell’IEBC (la Commissione Elettorale Indipendente), sospettata di aver manipolto i risultati dell’8 agosto per favorire la vittoria del presidente uscente Uhuru Kenyatta, il quale, dal canto suo, aveva già qualche giorno prima, accusato la Corte Suprema (a caldo definita: gang di criminali) di aver effettuato un colpo di Stato, annullando il risultato elettorale, per far salire al potere Raila Odinga.

Mentre su ordine della Procura, la polizia e l’Autorità anti-corruzione hanno avviato indagini sulla commissione posta sotto accusa, vi è stato oggi l’annuncio che il capo dela polizia, William Saiya, è stato rimosso dall’incarico e rimpiazzato da Noor Cabow, quale misura atta ad assicurare un più trasparente svolgimento del voto che, dalla data originariamente prevista al 17 ottobre, è stato spostato al 26 ottobre.

Spoglio delle schede di voto nelle elezioni dello scorso 8 agosto
Spoglio delle schede di voto nelle elezioni dello scorso 8 agosto

Non occorre un quoziente intellettivo da record per concludere, almeno stando a quanto dichiarato in occasione di questa nomina, che, se ci si aspetta che Noor Cabow fornisca garanzie per “un più trasparente svolgimento del voto”, ciò significa che, il capo destituito, William Saiya, tali garanzie non era in grado di fornirle.

Raila Odinga, comunque, continua a reiterare che “con questa commissione elettorale corrotta e faziosa” lui non intende assolutamente andare al voto. Un altro allarmante fatto è stato riportato poche ore fa dalla stampa locale. Geoffrey Mosoku, del quotidiano Standard, riferisce che la polizia, probabilmente a seguito del recente ordine della Procura Generale, ha intercettato, nella sera di matedì scorso, un autocarro con duecentomila sacchi contenenti documenti elettorali di pertinenza dell’IEBC, che stavano per essere trasferiti dalla sede della Commissione ad una residenza privata.

La polizia, insospettita dai numerosi viaggi compiuti dall’autoccaro, tra la sede IEBC e la palazzina familiare, ha bloccato il mezzo e una volta accertato il contenuto, l’ha posto sotto sequestro. Il Signor Omondi, titolare della Hopeland Advertizing & Design Ltd. è intervenuto sul luogo del sequestro spiegando agli inquirenti che la sua azienda era stata appaltata dall’IEBC con un tender di circa settecentomila euro, per la distribuzione del materiale elettorale e che lo stoccaggio del materiale in quella residenza rispondeva solo ad una necessità di spazio.

Tuttavia questa spiegazione non ha soddisfatto gli investigatori che hanno mantenuto il veicolo sotto sequestro rilevando che non esisteva alcuna autorizzazione formale a che quel trasferimento avvenisse verso una residenza privata e che, comunque, trattandosi di documenti sensibili, quel trasferimento avrebbe dovuto avvenire con una scorta che ne garantisse la sicurezza.

Il Procuratore Generale del Kenya Keriako Tobiko
Il Procuratore Generale del Kenya Keriako Tobiko

Dopo le dimostrazioni della scorsa settimana, promosse dal Jubilee di Uhuru Kenyatta, che hanno creato gazzare in varie parti del paese e in particolare davanti ai cancelli delle Corte Suprema a Nairobi, con aperte minacce ai giudici che la compongono, ieri c’è stato l’ennesimo massacro tribale a Narok tra la comunità Masai e quella dei Kipsigis, entrambe di etnia nilota. Sul campo sono rimasti sette morti. Si tratta di due tribù dedite alla pastorizia, da sempre antagoniste per l’accesso ai pascoli. Gli scontri sarebbero quindi il frutto di ataviche rivalità, non politicamente motivate, così come la decapitazione avvenuta ieri di tre militari kenyani ad opera di Al Shabaab nel villaggio somalo di Jillib dove gli sventurati kenyani erano detenuti.

Tutti questi drammatici eventi, connessi o meno alla controversa questione politica in atto, giocano tuttavia un deprecabile ruolo nel creare un acuto senso di instabilità e di insicurezza sia nella popolazione locale che negli investitori esteri. Se a questo si aggiunge la sempre più precaria situazione della cassa di Stato, ne consegue che il Kenya rischia di dover pagare lunghi e dolorosi effetti, soprattutto a scapito dei suoi cittadini più indigenti.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Centrafrica nuovo massacro: feroci miliziani del 3R attaccano il villaggio dei diamanti

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 settembre 2017

Nuovo cruentissimo attacco ieri mattina a Bocaranga, città nell’ovest della Repubblica Centrafricana, al confine con il Camerun. Testimoni oculari riferiscono che un gruppo di uomini armati fino ai denti sono entrati nella città alle prime ore del mattino: si presume appartengano al gruppo ribelle 3R, acronimo per “ Retour, Réclamation et Réhabilitation”, nota per la sua ferocia.

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I colpi sparati da fucili automatici si sono sentiti in tutta la città e i miliziani del gruppo hanno in seguito occupato i punti strategici di Bocoranga. Una fonte militare di Bangui, la capitale della ex colonia francese, ha riferito che buona parte degli abitanti è fuggita in preda al panico. Ieri sera il numero delle vittime e dei feriti non era ancora stato reso noto, ma tutto porta a pensare che ci sia stato un vero massacro.

Un altro testimone ha fatto sapere ai reporter della France Presse che un gruppo di autodifesa anti-balaka (per lo più composto da cristiani e animisti) avrebbe risposto all’attacco.

Attacco da parte di gruppo armato a Bocaranga, nella Repubblica Centrafricana
Attacco da parte di gruppo armato a Bocaranga, nella Repubblica Centrafricana

Il gruppo 3R non ha partecipato ai colloqui che si sono svolti a Roma lo scorso giugno. Al tavolo delle trattative erano presenti tredici gruppi ribelli – su quattordici attivi nella ex colonia francese – e la presidenza della Repubblica Centrafricana. In tale occasione era stato siglato un trattato di pace, grazie alle mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Negli ultimi giorni tre formazioni armate hanno consegnato le armi alle autorità centrafricane, ma la pace sembra ancora molto lontana.

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Il miliziani 3R sono apparsi per la prima volta sulla scena due anni fa. Il loro obiettivo è quello di proteggere i fulani, pastori seminomadi, per lo più musulmani, dagli attacchi degli anti-balaka. La città di Bocaranga è un crocevia nel periodo della transumanza e viene appunto utilizzato dai fulani. Un assalto simile nella stessa area si è verificato nel mese di febbraio .

Anche molti diamanti, grazie ai quali viene finanziata gran parte di questa miserabile guerra, passano attraverso questa zona per raggiungere il vicino Camerun ed essere poi smerciati in Occidente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Centrafrica fuori controllo: il presidente chiede aiuto alla comunità internazionale

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 settembre 2017

Martedì scorso il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, ha parlato di fronte alla settantaduesima assemblea generale dell’ONU a New York, supplicando la comunità internazionale di non dimenticarsi del suo Paese. Il presidente ha sollecitato l’ONU a rafforzare la presenza dei caschi blu a causa delle continue e crescenti violenze che rischiano di trasformare il Centrafrica in un Paese fuori qualsiasi controllo. Il presidente ha ricordato che la partenza dei militari americani e ugandesi, presenti sul territorio per contrastare in particolare l’LRA (Lord’s Resistance Army)  (http://www.africa-express.info/2017/04/20/la-caccia-joseph-kony-e-finita-stati-uniti-e-uganda-ritirano-le-proprie-truppe-dal-centrafrica/) e il ritiro del contingente francese Sangaris hanno lasciato un vuoto, che la Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana (MUNISCA) dovrebbe colmaree.

E concludendo Touadéra ha precisato: “Il mio Paese sta attraversando un momento davvero difficile e critico, abbiamo assolutamente bisogno dell’aiuto e del sostegno dei nostri amici, c’è davvero il rischio di essere dimenticati”.

Faustin-Archange Touadéra alla 72esima Assemblea dell'ONU a New York
Faustin-Archange Touadéra alla 72esima Assemblea dell’ONU a New York

Anche nell’ultimo rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), presentato a Ginevra il 15 settembre scorso, è stato sottolineato che per uscire da questa crisi il Paese necessità maggiori finanziamenti; finora è arrivato solo il nove per cento dei fondi richiesti. Andrej Mahecic, un portavoce dell’UNHCR, ha fatto sapere che con il riaccendersi delle violenze, le persone che hanno dovuto lasciare le loro case sono 1,1 milioni. Oltre seicentomila sono sfollati interni, mentre 513 676 hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

Nuovi violenti scontri sono scoppiati lo scorso maggio (http://www.africa-express.info/2017/05/14/oltre-centocinquanta-morti-centrafrica-tra-loro-anche-sei-caschi-blu-di-minusca/)  tra i vari gruppi armati, responsabili di morte, distruzione e sofferenze tra popolazione civile. Molti dei nuovi sfollati hanno affermato di essere stati testimoni di attacchi mortali nei loro villaggi, saccheggi e sequestri di persone. Spesso, anche quando credono di aver raggiunto un luogo sicuro, rischiano di essere aggrediti nuovamente, non appena escono dai campi per rifugiati. Quasi il cinquanta per cento della popolazione necessità di assistenza umanitaria, di protezione, per poter sopravvivere. La relazione dell’UNHCR esprime la sua forte preoccupazione circa lo sviluppo socio-economico della ex colonia francese. 

E’ assolutamente necessario ristabilire lo Stato di diritto, la popolazione, le vittime colpite dalle tragedie che si sono consumate in questi anni vogliono giustizia, basta con l’impunità, con l’amnistia concessa in questi anni ai signori della guerra. Touadéra ha incontrato il procuratore generale della Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Ajaper fare il punto della situazione a proposito delle inchieste criminali che il CPI sta svolgendo nel Paese. Le autorità centrafricane hanno nominato da tempo dei giudici internazionali e nazionali e istituito una corte criminale speciale, il cui procuratore è Toussaint Muntazini Mukimapa, un magistrato militare del Congo-Kinshasa, per far luce sui delitti e le atrocità commesse, dare un nome e cognome ai responsabili.    

In questi ultimi anni si sono susseguiti svariati trattati di pace, eppure il Paese è ancora in guerra. L’ultimo della serie è stato siglato a Roma, grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, tra tredici gruppi rebelli  – su quattordici attivi nel Paese – e la presidenza della Repubblica centrafricana. (http://www.africa-express.info/2017/06/23/centrafrica-13-gruppi-armati-firmano-la-pace-ma-la-guerra-non-si-ferma/). L’accordo poteva rappresentare una nuova speranza per questo travagliato Paese, ma anche questo sogno è stato ben presto seppellito dal rombo delle armi. Solo in questi giorni tre dei tredici gruppi che avevano aderito all’accordo di Roma, hanno finalmente aderito al disarmo e hanno consegnato mitra, granate, fucili e munizioni.

Violenze nella Repubblica centrafricana
Violenze nella Repubblica centrafricana

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016 (http://www.africa-express.info/2016/03/02/12483/) e una successione infinita di conflitti tra le forze regolari e i diversi gruppi armati (ex Séléka, vi aderiscono soprattutto musulmani e anti-balaka, formato per lo più da cristiani e animisti), nonché scontri sanguinosi continui tra i vari gruppi stessi e questo sempre a discapito della popolazione civile.

La crisi della Repubblica Centrafricana inizia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka attestati alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

I primi dicembre 2013 il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza con risoluzione nr. 2127 la Missione dell’Unione Africana e quella delle truppe francesi dell’Operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni, anche a causa dei vari scandali che si sono verificati e che ha fatto cadere più di una testa anche nei vertici ONU (http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/), (http://www.africa-express.info/2015/08/13/la-crisi-centrafricana-investe-anche-lonu-nel-caos-dopo-e-dimissioni-dellitaliana-che-si-occupava-di-diritti-umani/) e (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/).

downloadIl 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu di MUNISCA. Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rinnova il mandato della Missione ONU fino a novembre 2017.

Attualmente MINUSCA è presente nel CAR con 12.870 persone in uniforme, tra loro 10.750 militari (compresi 480 osservatori) e 2.080 agenti di polizia e un numero significativo di personale civile internazionale e locale, nonché volontari dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La pesca illegale europea a largo di Gambia e Guinea Equatoriale

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Milano, 22 settembre 2017

Secondo uno studio recentemente pubblicato dall’ONG Oceana, che si occupa di conservazione ed advocacy degli ambienti marini oceanici, diversi paesi europei avrebbero violato apertamente le norme comunitarie che regolano l’attività di pesca autorizzando i propri pescherecci a spingersi fino alle acque territoriali africane del Gambia e della Guinea Equatoriale.

Portogallo, Spagna, Grecia e Italia, sulle cui tavole il pesce abbonda ogni giorno, avrebbero violato le regole comunitarie spingendosi troppo oltre: secondo lo studio, elaborato dai dati dei sistemi trasponder e AIS di diversi pescherecci europei, ben 19 di queste navi avrebbero trascorso illegalmente 31.800 ore nelle zone economiche marittime esclusive di Gambia e Guinea Equatoriale, all’interno tratto di mare che va dalla costa fino alle 200 miglia, nel periodo compreso tra l’aprile del 2012 e l’agosto del 2015.

Va specificato che il monte ore calcolato da Oceana è quasi interamente indicativo dell’attività di pesca nelle acque gambiane: nel caso della Guinea Equatoriale infatti solo un peschereccio spagnolo avrebbe pescato illegalmente, un’attività durata 170 ore.

Pescherecci cinesi

Dal rapporto di Oceana si evince chiaramente come i pescherecci italiani siano i più inclini a svolgere attività di pesca illegale nelle acque africane: 5 pescherecci con le Repubbliche Marinare sul vessillo che hanno navigato e pescato per un totale di 12.537 ore a largo del Gambia, un primato europeo decisamente poco edificante. L’attività di pesca illegale delle navi italiane evidenziata nello studio è iniziata nel 2014 e proseguita nel 2015 e nulla fa supporre che questa si sia interrotta nell’ultimo anno e mezzo. Attratte in particolare dai tonni di grande pezzatura ed alto valore economico, che abbondano in quei mari e che un tempo abbondavano anche nel Mediterraneo, molte navi da pesca operano illegalmente a largo dell’Africa occidentale, causando spesso incidenti diplomatici anche gravi. Uno dei più recenti vide la nave “Idra Q” della società Italfish Srl di Martinsicuro – che ha una base operativa anche in Senegal – sequestrata nel marzo 2015 dalle autorità del Gambia, paese all’epoca sotto la dittatura di Yahya Jammeh: due pescatori italiani furono trattenuti per settimane in un carcere di Banjul con l’accusa di avere avuto a bordo reti con maglie non regolamentari.

La pesca illegale costa ogni anno all’economia dell’Africa occidentale ben 2,3 miliardi di dollari: una fetta importante, il 10% del valore dell’intero settore ittico, stimato dalla FAO in 24 miliardi di dollari l’anno. Gambia e Guinea Equatoriale negoziano da anni, con l’Unione Europea e i singoli paesi membri, accordi ufficiali che permettano l’accesso dei pescherecci europei nei loro mari, senza i quali accordi è semplicemente illegale pescare in quelle acque. La ragione è molto semplice e prende esempio da quanto successo nel Mediterraneo con il tonno rosso, una specie che oggi è praticamente in via di estinzione dopo decenni di pesca intensiva: gli accordi con i paesi africani servono a stringere la sorveglianza, dare garanzie agli equipaggi e consentire la pesca solo delle scorte in eccedenza, salvaguardando quindi la fauna marittima. Per questa ragione la Guinea Equatoriale ha negoziato per anni, tramite l’ambasciatrice residente in Italia e tramite l’ex-ambasciatore alla FAO, un accordo con il distretto pesca di Mazara del Vallo (Tp) e con altri enti italiani del settore ittico, e sempre per questa ragione da sei anni sia la Guinea Equatoriale che il Gambia partecipano al Blue Sea Land, un Expo internazionale dei distretti agroalimentari del Mediterraneo, Africa e Medio Oriente che si tiene, guarda caso, proprio a Mazara del Vallo. Come mai i due paesi partecipano a questa importante ed esclusiva fiera internazionale senza avere alcun accordo in piedi con le autorità centrali italiane ed europee?

Per ben due volte la Commissione Europea, nel gennaio 2014 e nell’aprile 2015, ha intimato ai paesi i cui pescherecci violavano le norme di smetterla con questa pratica, spiegando che se gli accordi e le trattative con i paesi africani erano ufficialmente “sospesi” allora anche l’attività di pesca andava “sospesa”, anche in presenza di accordi privati. Ma nessuno sembra averci fatto molto caso ed è curioso osservare come a commettere gli illeciti siano, secondo il rapporto, imbarcazioni provenienti da Paesi con forti normative giuridiche.

“Il distretto in questi 10 anni ha coltivato accordi leali di cooperazione con Paesi del Mediterraneo, Africa e Medioriente, trasferito il know-how delle nostre imprese, per proporre il modello distrettuale secondo la filosofia della Blue Economy. Ciò vuol dire creare ponti, dialogare. Da parte di questi Paesi vi è un forte interesse a cambiare rotta in direzione dell’economia circolare, del restauro e della rigenerazione delle risorse naturali a partire dall’acqua. Credo che il dialogo attraverso una cooperazione responsabile sia la chiave del cambiamento per salvare i nostri mari e le risorse sia marine che terrestri” spiegò all’ANSA Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto pesca di Mazara e di Crescita Blu.

Secondo il rapporto pubblicato da Oceana le diverse navi scoperte a svolgere attività di pesca illegale nei mari africani avrebbero stretto accordi privati con le autorità dei due stati, entrambi in fondo alle classifiche di tutto il mondo per quanto riguarda la corruzione. Proprio la Guinea Equatoriale ed il Gambia sono due delle cleptocrazie più affamate del continente africano: non a caso l’ex-presidente gambiano Yahya Jammeh, dopo aver mantenuto il potere assoluto fino a gennaio di quest’anno e arrivando quasi alla guerra col Senegal, ha chiesto ed ottenuto un esilio dorato dal suo amico Teodoro Obiang, presidente della Guinea Equatoriale e leader africano più longevo. Jammeh ha trafugato centinaia di milioni dalle casse dello Stato gambiano, arraffato tutti i beni mobili che poteva, caricato tutto su diversi voli cargo diretti a Malabo e infine è fuggito, con tutta la famiglia, pensionandosi in una faraonica villa nella capitale equatoguineana.

Trattandosi di due paesi ad altissimo tasso di corruzione e bassissimo di trasparenza viene anche da chiedersi con chi abbiano stretto accordi le diverse aziende ittiche europee che operano illegalmente nei mari africani: è difficile, per non dire impossibile, operare con il beneplacito del governo di Banjul o di Malabo senza avere elargito somme generose già in presenza di accordi ufficiali ma quando tutto viene fatto al di fuori della legalità allora non è una semplice supposizione quella che porta a chiedersi “chi è stato pagato e quanto?” da parte delle compagnie di pesca europee. Il rapporto di Oceana, in sintesi, dimostra due cose: la prima è che senza una regolamentazione internazionale, transnazionale e bilaterale con gli altri Paesi difficilmente tali attività potranno essere sostenibili per l’ambiente marino e la seconda è che difficilmente tali accordi potranno essere firmati senza avere ottenuto prima specifiche garanzie sullo stato di diritto. Garanzie che forse, e solo oggi, è in grado di fornire unicamente il nuovo Gambia di Adama Barrow; per la Guinea Equatoriale invece la strada è ancora molto lunga.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

Profughi burundesi protestano Congo-K, l’esercito spara: 39 morti

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Africa ExPress
Kinshasa, 21 settembre 2017

Trentanove profughi burundesi sono stati barbaramente ammazzati venerdì scorso  dalle forze armate della Repubblica Democratica del Congo (Forces armées de la RDC, FARDC). I soldati hanno sparato contro un gruppo di rifugiati a Kamanyola, nel Sud-Kivu, nell’est della ex colonia belga, mentre manifestavano contro l’espulsione nel Paese di origine di quattro loro compagni. Tra i morti, anche un bimba di dieci anni. Molti i feriti, un centinaio, i più gravi sono stati trasferiti in un ospedale a Goma con l’elicottero dell’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU).

Non è del tutto chiaro perché siano scoppiati questi disordini e perché si sia arrivati ad uno scontro di tale violenza. Sembra comunque che una settimana fa siano stati arrestati quattro rifugiati armati di fucile. Ma un video li mostrerebbe con in mano con quattro bastoni. I giovani burundesi sono rimasti in prigione per un paio di giorni, per poi essere trasferiti presso la direzione generale per l’immigrazione.

Profughi burundesi uccisi in Congo-K
Profughi burundesi uccisi in Congo-K

Venerdì scorso un folto gruppo di profughi e richiedenti asilo si è recato davanti agli uffici dell’Agenzia per sicurezza nazionale congolese.

Secondo alcuni testimoni, due agenti della polizia locale avrebbero cercato di impedire ai manifestanti di avvicinarsi agli uffici. In seguito le truppe avrebbero cercato di disperdere la folla sparando in aria e i rifugiati hanno risposto lanciando sassi. Sempre in base alle testimonianze, un ragazzo si sarebbe poi impossessato dell’arma di un soldato congolese, uccidendolo.

E’ allora che i militari hanno aperto il fuoco, sparando indiscriminatamente ovunque. Una strage. Dopo l’accaduto, almeno la metà dei duemila profughi presenti nell’area di Kamanyola, poco distante dalla frontiera con il Burundi, hanno cercato protezione nelle vicinanze della base militare della missione d’ell’ONI, la MONUSCO  (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo).

Kinshasa ha giustificato il comportamento delle proprie truppe sostenendo che i militari sono stati attaccati da persone armate e non da un gruppo di rifugiati. E Lambert Mende, ministro per le comunicazioni ha aggiunto: “Chi li ha identificati come rifugiati? Abbiamo aperto un’inchiesta per identificare queste persone”. L’esercito rilascerà una dichiarazione non appena saranno concluse le indagini.

L’ONU, afferma invece che i manifestanti erano rifugiati e richiedenti asilo, in attesa di protezione internazionale. MONUSCO e l’ONU nel Congo-K hanno condannato il sanguinoso incidente e chiedono con fermezza che venga aperta un’inchiesta. Florence Marchal, portavoce di MONUSCO, ha descritto la reazione delle forze armate come sproporzionata e ha aggiunto: “Queste persone sono venute nel Paese per cercare protezione, non per essere uccise”.

Dopo i disordini scoppiati nel 2015 in Burundi, oltre trecentomila persone hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, quarantaquattromila si trovano attualmente nella ex colonia belga, un luogo poco adatto per chi cerca pace e serenità. Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, ha vinto nuovamente le elezioni alla fine del 2015,  afferma di non aver perseguitato nessuno dei suoi cittadini, eppure l’ONU ha raccolto una dossier che documenta assassini e uccisioni mirate, avvenuti negli ultimi due anni.

Africa ExPress

Un sogno avveniristico: un ponte di 140 chilometri per collegare la Tunisia alla Sicilia

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 settembre 2017

Come Julius Verne insegna, anche le ipotesi più strampalate trovano, a volte, la possibilità di realizzarsi nella realtà. Sarà questo il caso anche per lo stupefacente progetto dell’ingegniere Enzo Siviero di cui l’Ansa ha dato ieri notizia? Per quanto possa apparire bizzarra l’idea di Siviero pare già aver trovato prestigiose istituzioni internazionali pronte a sostenerla, tra queste l’Eamc (Engineering Associations of Mediterranean Countries), Pam (Parliament Assembly of Mediterranean), lo Schiller Institute, il Ministero italiano per lo Sviluppo Economico, la fondazione Craxi, l’Università La Sapienza di Roma, l’Ensit, la Federarchitetti e le Ferrovie dello Stato Italiano.

Enzo Siviero è nato nel 1945 a Vigodarzere in provincia di Padova, nella cui Università ha conseguito, nel 1969 la laurea in ingegneria. E’ stato docente di Tecniche delle Costruzioni presso l’Ateneo di Venezia e nel 1989 ha fondato la rivista Galileo per il collegio ingegnieri di Padova, pubblicazione che dirige tutt’ora. Nel corso della sua carriera professionale si è particolarmente distinto, in italia e all’estero, nella progettazione e costruzione di ponti, meritandosi numerosi premi e riconoscimenti. Attualmente è rettore dell’Università Ecampus di Marsiglia.

Il disegno della prima campata del ponte che dovrebbe unire la Tunisia alla Sicilia
Il disegno della prima campata del ponte che dovrebbe unire la Tunisia alla Sicilia

La sua proposta, che Papa Bergoglio ha definito come un magnifico “Progetto Visionario”, si realizzerebbe attraverso la creazione di quattro isole artificiali attraverso il canale di Sicilia, con cinque campate di ponti per collegare il Capo Bon a Torretta Granitola a Mazara del Vallo. Una di queste isole, afferma Siviero, si costituirà in un resort turistico, mentre le altre avranno funzioni di gestione tecnica e di ricerca nell’ambito delle energie alternative e dello smaltimento rifiuti.

Oltre alle difficoltà tecniche di una cosi ambiziosa realizzazione che, peraltro, l’ingegnier Siviero minimizza in quanto si tratterebbe di strutture esistenti e già ampiamente utilizzate in altre opere, il principale ostacolo a questo progetto è dato dal suo costo che viene stimato intorno ai 100 miliardi di euro. Trovare finanziatori che coprano un simile fabbisogno sarà tutt’altro che facile, anche perché il maggior beneficiario di questo progetto, tra le potenze economiche europee, risulta essere un solo paese: l’Italia che, quindi, dovrà farsi carico dell’intero costo o, almeno, della sua parte più rilevante.

La mappa che illustra come si intenderebbe realizzare il ponte sul Canale di Sicilia
La mappa che illustra come si intenderebbe realizzare il ponte sul Canale di Sicilia

La Tunisia, malgrado le non indifferenti opposizioni interne che provengono dagli ambienti islamici più ortodossi, si sta gradualmente aprendo ai principi di uguaglianza e di parità dei diritti tra uomo e donna. E’ quindi naturale che veda in questo progetto un modo per collegarsi fisicamente all’Europa per condividerne i sistemi sociali e quelli di affermazione economica. Con una recente circolare, il ministro della Giustizia tunisino, Ghazi Jeribi, ha infatti annullato, definendole incostituzionali, le norme che discriminano la donna sui diritti ereditari (la legger coranica prevede che a loro spetti solo la metà di quanto aspetta al maschio) e la proibizione di contrarre matrimonio con un non musulmano. Da ora in poi le donne tunisine potranno quindi unirsi in matrimonio con chi vogliono, alla pari dei loro concittadini di sesso opposto.

L’Ingegnier Enzo Siviero
L’Ingegnier Enzo Siviero

Tornando al progetto del ponte, Enzo Siviero, ha intanto lanciato un invito ai laureati in ingegneria e architettura che vogliano impegnarsi nella formulazione di proposte utili alla sua realizzazione. Quelli che aderiranno all’invito saranno organizzati in gruppi di studio che si occuperanno delle varie componenti del progetto; impatti ambientali, sicurezza, trasporti e sviluppi commerciali ipotizzati. Malgrado l’alto costo dell’operazione, l’ingegniere padovano si dice fiducioso che tanto l’Italia, quanto i paesi dell’Africa settentrionale, sapranno ben valutare i benefici economici derivanti dalla sua realizzazione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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La seconda tornata elettorale rinviata, il Kenya rischia il caos

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francoDal nostro Corrsipondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 settembre 2017

Pare senza fine l’estenuante saga delle elezioni presidenziali in Kenya. La società francese Morpho incaricata dall’IEBC (Commissione elettorale) per la messa a punto del sistema informatico che dovrà eleborare i voti in arrivo dai vari seggi, si è oggi dichiarata nell’impossibilità di completare l’incarico entro la prevista data del 17 ottobre. “Non si tratta solo di una messa a punto – ha precisato un portavoce della Morpho – ma di una completa re-installazione dell’intero programma. Un lavoro imponente che non può essere concluso nelle poche settimane che sono state ipotizzate.”

Una prima previsione, peraltro non ancora confermata, indicherebbe nel 26 ottobre la nuova data prescelta.  Nel frattempo, in un suo intervento di domenica scorsa, trasmesso dai network locali, il leader del NASA (National Super Alliance) Raila Odinga, ha detto testualmente: “Questa Commissione elettorale si è squalificata per la scorretta gestione dei risultati dell’8 agosto, pertanto non ci saranno altre elezioni in Kenya finché la stessa commissione manterrà l’incarico”. Una dichiarazione alquanto ambigua che non lascia chiaramente intendere a cosa prelude; un invito ai propri sostenitori affinchè non vadano a votare? Oppure il richiamo a dar vita a dimostrazioni volte a che la commissione sotto accusa venga ricostituita?

Tecnici della TO-Morpho al lavoro
Tecnici della TO-Morpho al lavoro

Nel dubbio, il candidato antagonista alla vice-presidenza del partito Jubilee, William Ruto, ha voluto leggere nelle parole di Odinga, l’intenzione di organizzare un colpo di stato per poter prendere il potere, scavalcando il processo elettorale. Un giudizio probabilmente eccessivo che non può che gettare altra benzina sull’infuocato dibattito politico, già costellato di denunce, ricorsi, contro-ricorsi e disinvolte defezioni da uno schieramento all’altro dei vari candidati alle cariche regionali.

Tra minacce di arresto per sobillazione popolare, compromissione delle attività turistiche e degli investimenti esteri, Raila Odinga dovrà anche vedersela con la società Morpho che ha fornito i propri servizi informatici all’IEBC. Odinga ha infatti pubblicamente accusato la Morpho di essere collusa con chi ha perpetrato le manipolazioni del risultato elettorare a seguito della prima chiamata alle urne dell’8 agosto. Un indignato Frederic Beyer, dirigente esecutivo dell’azienda francese, ha denunciato per diffamazione Odinga presso ben quattro sedi giudiziarie: i tribuali di Parigi, Londra, Washington e Nairobi. “Non intendiamo – ha detto l’alto dirigente – diventatare il capro espiatorio delle controversie politiche del Kenya e non accettiamo che la reputazione della nostra azienda e quella dei suoi dipendenti, venga offesa da accuse gratuite e del tutto infonadate.”

Dal canto loro centinaia di sostenitori del Jubilee party di Uhuru Kenyatta, questa mattina sono scesi in piazza a Nairobi, Nakuru, Kikuyu, Nyeri ed Eldoret per  dimostrare contro la decisione presa venti giorni fa dalla Corte Suprema del Kenya di annullare il risultato elettorale dell’8 agosto che vedeva vincente il presidente in carica. Nella capitale i dimostranti hanno premuto contro i cancelli della massima istituzione giudiziaria del paese scuotendoli violentemente senza che la polizia intervenisse in modo efficace per disperderli.

“Maraga ci ha rubato la vittoria e deve andarsene!” Urlavano i dimostranti. Maraga è l’attuale presidente della Corte Suprema che ha pronunciato la sentenza di annullamento, sentenza che era stata raggiunta con il voto di quattro giudici su sei. L’accusato ha immediatamente reagito convocando una conferenza stampa nella quale ha giudicato intollerabile il tentativo di intimidire il massimo organo garante della giustizia costituzionale del paese. “Se non si vuole più che esista una Corte Suprema – ha detto – basterà indire un referendum popolare che la abolisca. Ma fino ad allora questa Corte  continuerà a svolgere il suo mandato nel pieno rispetto delle norme costituzionali.”

Nairobi: Sostenitori di Uhuru Kenyatta dimostrano davanti alla Corte Suprema
Nairobi: Sostenitori di Uhuru Kenyatta dimostrano davanti alla Corte Suprema

Poiché sono esplose a cosi grande distanza dalla sentenza di annullamento, è oggettivamente  difficile poter definire “spontanee” queste dimostrazioni, ma anche volendolo fare, si sarebbe subito smentiti dal fatto che sono scoppiate simultaneamente in varie città del paese, in molte delle quali, a guidare i dimostranti, vi erano personalità di rilievo del Jubilee, come a Nakuru dove lo stesso governatore Lee Kinyanjui, capeggiava la folla insieme al membro del parlamento David Gikaria. I tumulti hanno prodotto blocchi stradali con parecchi contusi.

Il percorso democratico, in Kenya, appare quindi ancora troppo costellato di ostacoli e segnato da una ben scarsa sensibilità verso le norme della legge e del  diritto. Del resto che altro ci si potrebbe aspettare quando i due massimi contendenti al potere mettono il loro totale impegno perché ciò avvenga? Mentre Raila Odinga definisce “Corrotti e inaffidabili” i membri della Commissione Elettorale, il suo avversario Uhuru Kenyatta gli fa eco affermando che i giudici della corte suprema sono una “Gang of crooks”, una banda di criminali.   

Franco Nofori
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Guinea Equatoriale, la spietata dittatura fa arrestare l’artista Ramon Esono Ebalé

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 18 settembre 2017

Nella serata di sabato 16 settembre 2017 l’artista, fumettista ed attivista equatoguineano Ramon Esono Ebalé, meglio noto come Nsé Ramon, residente per ragioni di sicurezza in Paraguay, è stato arrestato nel corso di una retata della Sicurezza Nazionale a Malabo, capitale isolana della piccola Guinea Equatoriale.

Secondo la ricostruzione fornita da Radio Macuto, che cita fonti vicine alla famiglia dell’arrestato, Nsé, che era momentaneamente in Guinea per ragioni burocratiche legate al rinnovo del passaporto, si trovava in compagnia di due persone in un ristorante della capitale – nei pressi del Centro Culturale spagnolo – quando la Polizia equatoguineana ha fatto irruzione bloccando le uscite, fermando ed identificando tutti i clienti presenti nel locale. Tre persone in divisa, riconosciute da diversi testimoni come appartenenti alla sicurezza nazionale, lo hanno immediatamente ammanettato, portato di peso a bordo di una camionetta con altre persone e da qui trasferito nel commissariato centrale della capitale, conosciuto dalla popolazione col soprannome di “Guantanamo”.

nse

Qui, secondo il testo della petizione lanciata dalla ONG EG Justice, è stato tenuto in attesa per ore prima che gli fosse comunicata la ragione del suo arresto: durante un duro interrogatorio gli agenti della sicurezza nazionale, che fa capo al figlio maggiore del dittatore e capo di Stato, gli hanno chiesto dettagli circa il suo lavoro più noto, “La Pesadilla de Obi” (“Obi’s Nightmare” in inglese, “L’Incubo di Obi” in italiano), una graphic novel satirica e dissacrante sul presidente più longevo di tutta l’Africa, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, sulla sua famiglia e sui loschi affari che rendono il clan di Mongomo – cui appartiene la famiglia del presidente – così ricco, potente e apparentemente invincibile. Secondo EG Justice gli agenti avrebbero ammonito Nsé spiegandogli che i suoi disegni potrebbero essere considerati come una grave calunnia alla persona del presidente.

Dalla sera di sabato di Nsé Ramon non si hanno notizie: “L’attivista Nsé Ramon” ha dichiarato ad Africa ExPress Tutu Alicante, presidente di EG Justice e forse il guineano della diaspora più attivo ed efficace nel denunciare la spietata dittatura africana, “è stato arbitrariamente arrestato ed è sottoposto a torture psicologiche in Guinea Equatoriale, di recente divenuta membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, solo per avere esercitato il proprio diritto alla libertà di parola. La sua arte non ha violato alcuna legge della Guinea Equatoriale. Nel frattempo – ha concluso Alicante – il Presidente Obiang sta partecipando alle riunioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: questo è un insulto all’umanità e al popolo della Guinea Equatoriale”.

Anche Rita Bosaho, deputata di Podemos al Parlamento spagnolo ma originaria del piccolo paese africano, si è dichiarata “preoccupata” su Twitter, contribuendo tra l’altro a diffondere la notizia dell’arresto.

Nsé è molto noto in Guinea Equatoriale e non solo: nato nel 1977 è un artista, fumettista e disegnatore dissacrante e satirico, attivista per i diritti umani ed attento osservatore della realtà guineana, acuto punzecchiatore della dittatura nguemista, è stato professore di disegno presso il Centro Culturale Spagnolo di Malabo. Ha lavorato come illustratore per UNICEF ed ha esposto le sue opere in Spagna, Mozambico, Etiopia ed Algeria, oltre ad essere il co-fondatore della prima rivista a fumetti africana. Autodidatta del disegno e dell’arte grafica Nsé, la cui opera si caratterizza per una chiara opposizione al regime dittatoriale del suo paese, ha vinto premi in tutto il mondo, qualche anno fa passò da Bologna a ritirarne uno riconosciutogli dall’associazione Africa e Mediterraneo, ha creato il blog Las Locuras firmandosi come Jamon y Queso e la web-tv Locos TV.

La sua opera più famosa è “La Pesadilla de Obi”, una graphic novel nella quale non si limita a descrivere le spericolate aspirazioni di immortalità del presidente Teodoro Obiang e della moglie Constancia Mangue, ma denuncia anche con durezza e precisione le costanti violazioni dei diritti umani e civili da parte delle autorità del Paese su ordine della famiglia presidenziale. Arrestare artisti, intellettuali ed attivisti che denunciano l’assenza di libertà fondamentali e la dilagante corruzione è un atteggiamento tipico delle dittature più spietate, non solo in Africa ma in tutto il mondo, e, in questo aspetto, la Guinea Equatoriale non fa alcuna eccezione.

Certo, viene anche da chiedersi come un Paese in fondo alle classifiche di tutto il mondo per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, il livello di democrazia e il rispetto dello stato di diritto possa essere entrato nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: l’assordante silenzio che il mondo intero ha sempre, e da sempre, garantito al regime di Malabo ha dato ampi margini di manovra alla famiglia Obiang per ideare e realizzare la cleptocrazia (letteralmente “governo dei ladri”) più crudele, affamata e spietata del mondo.

La libertà di Nsé è la libertà di un Paese che da oltre 40 anni vive l’incubo della sferza del clan di Mongomo, è la necessità che oggi un intero Paese ha di sentirsi finalmente libero. In ragione di due cittadini italiani che languono da oltre due anni nelle carceri del piccolo e ricchissimo paese africano, nella galera militare di Bata Central, occuparsi e preoccuparsi dell’arresto arbitrario e della detenzione di Ramon Esono Ebalé è non solo un dovere ma anche, purtroppo, una necessità.

Un’altra ragione risiede in Francia, dove ad ottobre si attende la ripresa del processo al figlio di Obiang, il vicepresidente Teodorin Nguema, che da contumace deve rispondere di appropriazione indebita di fondi pubblici, corruzione e riciclaggio: tra le vittime dello spericolato Teodorin c’è anche il suo ex-socio Roberto Berardi, di cui Africa ExPress ha seguito e raccontato l’intera lunga e terribile detenzione, che in Italia ancora non è riuscito a convincere nessuna procura ad aprire un fascicolo sul suo caso.

Andrea Spinelli Barrile
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@spinellibarrile