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Amnesty, in Ciad dittatura all’attacco: repressi ferocemente dissenso e proteste

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 settembre 2017

Solo nel 2016 ci sono stati 13 decreti ministeriali per impedire lo svolgimento di proteste contro il governo; in due anni sono state vietate 65 manifestazioni pacifiche e sono stati chiusi 10 siti critici verso il governo.

Accade in Ciad, dove cittadini sono spiati come in uno stato di polizia e il dissenso contro il presidente Idriss Deby Itno è diventato impossibile. Nell’ex colonia francese si sta tornando agli anni della dittatura di Hissène Habré, colui che per la sua ferocia veniva chiamato il Pinochet africano e che durante gli otto anni di governo è stato accusato di aver ucciso 40 mila oppositori e averne brutalmente torturati 200 mila.

Il presidente del Ciad Idriss Deby e la mappa del Ciad con il luogo della prigione di Koro Toro nel deserto ciadiano
Il presidente del Ciad, Idriss Deby, e la mappa del Paese africano con il luogo della prigione di Koro Toro nel deserto (courtesy Google Maps)

La denuncia arriva da Amnesty international attraverso il rapporto appena pubblicato “Between recession and repression the rising cost of dissent in Chad” (Tra repressione e recessione. Il prezzo crescente del dissenso in Ciad), per voce di Alioune Tine, direttore dell’associazione per i diritti umani per l’Africa occidentale e centrale.

“Il Ciad è a un bivio – ha affermato Tine durante la presentazione del rapporto – Le autorità devono scegliere tra continuare a soffocare l’opposizione politica e le critiche, e mantenere le promesse fatte dal presidente Idriss Déby quando è stato riconfermato al potere”.

La maggioranza delle azioni repressive sono eseguite dall’Agenzia per la sicurezza nazionale (Ans), la polizia segreta che, secondo il documento di Amnesty opera spesso in contrasto con la stessa legge del Ciad.

Un ulteriore giro di vite contro i difensori dei diritti civili è del gennaio 2017 quando è stato ampliato il suo mandato per consentire ai suoi agenti di arrestare i dissidenti per motivi di sicurezza nazionale.

Repressione in Ciad (Courtesy Amnesty INternational)
Repressione in Ciad (Courtesy Amnesty International)

Con l’aumento dei suoi poteri, l’Ans ha potuto eseguire arresti illegali e trasferimenti dei detenuti in centri non ufficiali, impedendo agli arrestati di contattare famiglie e avvocati.

Il Ciad è ormai un Paese dove i cittadini sono tutti controllati. “Le forze di sicurezza e i servizi segreti stanno attuando una brutale repressione che, negli ultimi due anni, ha fatto sì che criticare il governo sia diventato sempre più pericoloso. Ora minacciano di riportare il paese indietro al periodo nero di repressione”, ha commentato il direttore di Amnesty per l’Africa occidentale.

La conferma viene direttamente dall’Ans durante un incontro con Amnesty International durante il quale il ministro della Pubblica sicurezza e dell’immigrazione ha detto: “Puoi essere ascoltato e spiato. È il lavoro dei servizi di sicurezza”.

Secondo Amnesty, per il ministro per la Pubblica sicurezza e l’immigrazione, i movimenti di base e campagne non registrate ufficialmente sono stati dichiarati “illegali” e sono stati arrestati leader della società civile tra cui Nadjo Kaina e Bertrand Solloh del Mouvement Citoyen IYINA (MCI).

Non se la passano meglio i giornalisti. Il blogger e attivista Tadjadine Mahamat Babouri, noto come Mahadine è in prigione da quasi un anno. Arrestato il 30 settembre 2016 dopo aver pubblicato un post su Facebook con alcuni video sulla gestione governativa dei fondi pubblici, è accusato di mettere a rischio l’ordine costituzionale, minacciare l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale e collaborare con un movimento insurrezionalista. Con queste accuse Mahadine rischia l’ergastolo.

Il blogger Mahadine in catene
Il blogger Mahadine in catene

Sylver Bendé Bassandé, direttore dell’emittente comunitaria Al Nada FM di Moundou – 480 km a sud della capitale N’Djamena – lo scorso 20 giugno è stato condannato a due anni di carcere e a una multa di 100 mila franchi ciadiani (circa 150, euro un’enormità nel Paese africano) per complicità in oltraggio al tribunale e minaccia all’autorità giudiziaria.

Vista la pericolosa situazione dell’ex colonia francese molti giovani scappano verso i Paesi limitrofi o, quando è possibile, in Europa e Canada. Il regime ha creato una cellula speciale incaricata di esaminare le richieste di espatrio perché teme che si uniscano all’opposizione politica-militare in Libia meridionale. I richiedenti asilo che vengono rimandati in Ciad saranno quindi esposti a gravi pericoli, tra i quali la deportazione nella prigione di Koro Toro nel mezzo del deserto ciadiano.

Idriss Deby è diventato presidente del Ciad nel 1990 dopo un colpo di stato contro il dittatore sanguinario Hissène Habré al potere dal 1982 al 1990 che a sua volta con un putsch aveva rovesciato il presidente Goukouni Oueddei.

Durante i 27 anni come presidente della repubblica Deby ha via via inasprito la lotta contro l’opposizione e la critica. La dittatura strisciante è diventata sempre più visibile dal 2004 con la cancellazione dalla Costituzione del limite di due mandati del presidente della repubblica.

Accusato varie volte di brogli, ma anche di nepotismo e corruzione è sospettato di avere avuto un ruolo nell’assassinio di alcuni suoi avversari politici ma nonostante queste denunce è stato rieletto per la quinta volta nel 2016. Ma prima della sua ultima elezione il governo di Deby mostrato le vere intenzioni repressive contro chi è critico.

In Ciad vietate 65 manifestazioni pacifiche i due anni (Courtesy Amnesty International)
In Ciad vietate 65 manifestazioni pacifiche i due anni (Courtesy Amnesty International)

Comprendendo l’importanza e il potere “democratico” dei social network ha bloccato Whatsapp e Facebook impedendo così le possibili interazioni tra le persone. L’impossibilità di utilizzare i social network è rimasta in vigore per buona parte dell’anno e dal marzo 2017 sono stati chiusi i portali critici nei confronti del presidente.

Nel frattempo il governo è alla ricerca di finanziamenti. Lo scorso 6 settembre, le autorità ciadiane sono andate a Parigi con il cappello in mano per chiedere soldi per il Piano nazionale di sviluppo 2017-2021 approvato il 7 luglio scorso. Il governo si è presentato nella capitale francese con circa 300 progetti e una richiesta di €5,7 miliardi che dovrebbero servire a rafforzare l’economia del Paese africano.

Opposizione e società civile locale hanno dissentito sull’incontro con il governo francese perché sostengono che i fondi concessi a Deby fino ad oggi non sono mai serviti a portare benefici alla popolazione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

– Idriss Deby Itno
Office of the White House (Amanda Lucidon) – Questo file è stato ricavato da un’altra immagine: Idriss Deby with Obamas 2014.jpg, Pubblico dominio, Collegamento

Caccia al gay in Tanzania: arrestati venti omosessuali, dodici donne e otto uomini

Africa ExPress
Zanzibar, 17 settembre 2017

A Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, abitata per lo più da cittadini di fede islamica, sono state arrestate venti persone, sospettate di essere omosessuali. Si tratta di dodici donne e otto uomini.

Le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nell’albergo dove questo gruppo di persone seguiva un corso di prevenzione contro l’infezione da HIV / AIDS, tenuto da un’organizzazione non governativa.  Hassan Ali, comandante della polizia regionale, ha confermato il fatto e ha aggiunto che attualmente tutte le persone fermate sono sotto interrogatorio.

Omofobia a Zanzibar, Tanzania
Omofobia a Zanzibar, Tanzania

In Tanzania l’omosessualità viene considerata un crimine ed è punibile con una pena detentiva fino a trent’anni. Fino a qualche tempo fa le autorità tanzaniane erano più tolleranti rispetto ad altri Paesi africani e ignoravano praticamente le comunità gay. Solo recentemente il governo ha inasprito i controlli, tant’è vero che all’inizio dell’anno sono stati chiusi i centri anti AIDS, perché, secondo il ministro della Salute, Ummy Mwalimu, alcune ONG userebbero le cliniche private per promuovere il sesso tra gay (http://www.africa-express.info/2017/02/18/tanzania-campagna-contro-omosessuali/)

Venerdì scorso il viceministro della Salute ha chiesto in Parlamento di combattere l’omosessualità e i gruppi che la sostengono con tutte le forze. Nel recente passato il governo aveva anche preannunciato che non avrebbe più tollerato gli stranieri nel Paese che promuovono campagne in favore di gay e lesbiche. Inoltre, da luglio dello scorso anno è stata vietata l’importazione e la vendita di lubrificanti sessuali, che, sempre secondo il ministro della sanità, incoraggerebbero l’omosessualità, che a sua volta sarebbe fonte di infezione da HIV/AIDS.

In trentotto Paesi africani l’omosessualità è considerata un crimine. In alcuni Paesi, come in Mauritania, Sudan e Somalia è punibile con la pena di morte, grazie all’applicazione della Sharia.

Africa ExPress

Una ricerca del “Sun”: il cannibalismo rituale è ancora diffuso in Africa

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 17 settembre 2017

Secondo una recente ricerca del quotidiano britannico The Sun, sembrerebbe proprio che il cannibalismo, sia durante ritualità tribali, sia come semplice supporto alimentare, esista ancora in varie parti del pianeta ed è fortemente radicato nelle abitudini e nei costumi di chi lo pratica.

I Paesi in cui il ripugnante uso di cibarsi di carne umana sembra essere più diffuso, sono prevalentemente asiatici: India, Papua Nuova Guinea ed Isole Fiji, ma non ne sarebbero estranei anche molti paesi africani, tra i quali il Congo e la Liberia.

Si ricorderà, inoltre, che il dittatore ugandese Idi Amin Dadà e quello della Repubblica Centro Africana, Jean-Bédel Bokassa, conservavano in frigorifero il cuore ed altri organi dei nemici uccisi per cibarsene ed appropriarsi così delle loro energie spirituali.

Il cannibalismo, a scopi rituali, permane peraltro anche sulla costa del Kenya, per propiziare, per esempio, un buon raccolto (http://www.africa-express.info/2017/07/15/sacrifici-umani-il-racconto-terrificante-e-orribile-del-marito-di-una-vittima/)

“L’ho appena portato nel tempio – dice questo giovane liberiano mostrando alla telecamera un cuore umano – ed ora lo mangerò.”
“L’ho appena portato nel tempio – dice questo giovane liberiano mostrando alla telecamera un cuore umano – ed ora lo mangerò.”

In Papua Nuova Guinea, la tribù tribù dei korowai, situata lungo il Ndeiram Kabur River, si ciba dei resti dei compagni uccisi al fine di vendicare la loro morte. Nelle isole Fiji – un tempo denominate “Isole dei cannibali” – il ricorso all’usa alimentare di carne umana assolve, invece, ad una semplice necessità, un tempo diffusa in tutto il Paese ed ora solo circoscritta alla tribù dei Naihehe Caves, in Sigatoka, dove è ancora intensamente praticata. I monaci della setta indiana degli Aghori, piccolo gruppo stanziale lungo le rive del Gange, si cibano dei resti di cadaveri, morti per cause naturali al fine di accrescere la propria spiritualità e si adornano con alcuni organi estratti dai corpi già in decomposizione. I soldati dell’esercito cambogiano, durante la feroce e sanguinosa guerra contro i Khmer Rossi, estraevano cuore e fegato dai nemici uccisi per cibarsene con calma al termine degli scontri.

In Africa la situazione non si presenta molto diversa da quella asiatica. Il primato del cannibalismo, sempre secondo la ricerca dello Star, apparterebbe alla Repubblica Democratica del Congo, dove i pigmei Mbuti, attraverso il loro portavoce, Sinafasi Makelo, hanno denunciato alla Nazioni Unite che i ribelli congolesi della provincia di Ituri, si cibano dei loro compagni, divorandoli vivi.

Pigmei congolesi che, secondo il rapporto di Medici senza frontiere, verrebbero divorati vivi dai ribelli
Pigmei congolesi che, secondo il rapporto di Medici senza frontiere, verrebbero divorati vivi dai ribelli

Ma tra tutte queste rivoltanti pratiche, quella che più sbalordisce è forse quella che viene dalla Liberia, il paese creato con il supporto degli Stati Uniti, che doveva essere un fulgido esempio dell’emancipazione africana e della capacità all’autodeterminazione delle sue genti. Dopo il sanguinoso conflitto capeggiato da Charles Taylor, condannato nel 2002 dal tribunale internazionale ONU per crimini contro l’umanità, la Liberia, la cui bandiera richiama quella degli Stati Uniti ed ha per capitale Monrovia, così battezzata in onore al presidente americano James Monroe che nel 1823 la rese indipendente, stanca dei continui eccidi, vide sorgere al suo interno, un movimento che invocava un governo retto dagli Stati Uniti, loro antichi schiavisti.

Una così appassionata spinta verso i principi di libertà, di legalità e di giustizia, non potrebbe certo far pensare che la Liberia potesse di colpo ricadere nei barbari costumi delle peggiori superstizioni africane. Ma invece, un dettagliato rapporto di Medici Senza Frontiere, inoltrato ad Amnesty International, evidenzia che gli atti di cannibalismo, largamente diffusi durante la guerra civile, ancora sopravvivono nelle ritualità tribali del Paese. Interrogato al riguardo dal Sun, un esponente delle Nazioni Unite, che ha chiesto di restare anonimo, avrebbe risposto ammiccando: “Ciò che avviene dei corpi delle vittime decedute a seguito di violazioni dei diritti umani, non è cosa di nostra competenza.”

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

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Fame e miseria, nelle zone minerarie della Guinea scoppiano le proteste: morti e feriti

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 settembre 2017

Durante una manifestazione che si è svolta il 13 settembre a Boké, città nella regione mineraria nel nord-ovest della Guinea, un dimostrante è stato ucciso dalle forze dell’ordine, che lo hanno colpito alla testa con una pallottola. Un altro ragazzo è morto in ospedale il giorno seguente a causa delle lesioni riportate e molte altre persone sono state ferite: tra loro anche tre gendarmi e due poliziotti.

La popolazione esasperata, era già scesa nelle piazze il giorno precedente. In modo civile e assolutamente pacifico, reclamava semplicemente diritti elementari come il ripristino dell’acqua corrente e dell’elettricità e lavoro per i giovani.

Polizia durante una manifestazione a Boké in Guinea
Polizia durante una manifestazione a Boké in Guinea

Nella regione si trovano i due terzi dei giacimenti di bauxite della Guinea, ma come accade quasi sempre in questi casi, le miniere non portano alcun benessere alla popolazione. Anzi, oltre ad essere affamati più di prima, i residenti devono vivere con l’inquinamento causato dagli scavi e dalla lavorazione delle rocce. I guadagni non vengono investiti nemmeno parzialmente in infrastrutture o altro nelle aree circostanti. “Siamo allo stremo, abbiamo fame, siamo stanchi di promesse mai mantenute – ha fatto sapere un giovane ai reporter. Aggiungendo: – Siamo già scesi in piazza pacificamente martedì, mentre mercoledì mattina abbiamo trovato uno spiegamento delle forze dell’ordine ovunque nelle strade di Boké”.

I giovani, innervositi dalla presenza degli uomini in divisa, hanno commesso atti di vandalismo e polizia e militari hanno risposto con l’uso della forza. Dapprima con gas lacrimogeni e manganellate, poi sono passati alle pallottole vere.  A maggio, durante una manifestazione analoga nella capitale Conakry, sono state ferite almeno cinque persone perché protestavano contro l’interruzione dell’erogazione di acqua e corrente elettrica.

Giovani durante la manifestazione a Boké
Giovani durante la manifestazione a Boké

Secondo alcuni testimoni, la città è rimasta paralizzata per tutto il giorno e gli spari si sentivano fino alla sera tardi. Siba Lohalamou, governatore della regione, un generale, ha fatto sapere che le autorità del luogo avevano chiesto pazienza e comprensione alla cittadinanza. Secondo Lohalamou, la centrale di Boké avrebbe subito un guasto i primi del mese e l’amministratore della società elettrica della ex colonia francese avrebbe promesso di far riparare i danni quanto prima. Ma della mancanza di lavoro, della fame, della miseria della popolazione il governatore non ha fatto cenno alcuno. Difficile aver pazienza quando la pancia reclama cibo. La fame non perdona.

Un momento della protesta in Guinea
Un momento della protesta in Guinea

Malgrado le infinite ricchezze del sottosuolo – oro, diamanti, minerali di ferro, bauxite – oltre la metà della popolazione – poco più di dodicimilioni di persone – vive al di sotto della soglia della povertà, vale a dire con meno di un euro al giorno. La mortalità infantile è ancora piuttosto alta e riflette il sistema sanitario precario. L’aspettativa di vita è molto bassa: cinquant’anni per le donne e quarantotto per gli uomini.

Nel recente passato l’ex colonia francese è stata tra i tre Paesi maggiormente colpiti dal virus ebola, anzi l’ondata di questa epidemia ha avuto inizio proprio in Guinea nel dicembre 2013 e si è propagata dopo poco tempo in Liberia e Sierra Leone; questi tre Paesi hanno registrato il novantanove percento dei morti per ebola. Il terribile virus killer ha ucciso oltre 11.300 persone. L’epidemia ha messo in ginocchio la già precaria economia del Paese, che stenta a riprendersi.

Il presidente, Alpha Condé e la mappa della Guinea Conakry
Il presidente, Alpha Condé e la mappa della Guinea Conakry

La gente è stanca, inizia a ribellarsi, scende nelle piazze per farsi ascoltare. Ma il presidente Alpha Condé non apprezza il dissenso. (http://www.africa-express.info/2016/03/30/guinea-al-presidente-non-piace-chi-protesta-condannati-cinque-sindacalisti/). Condé è stato eletto alla massima carica dello Stato nel 2010 ed è stato riconfermato durante la tornata elettorale del 2015. Non si esclude che Condé possa decidere di candidarsi per un terzo mandato nel 2020, ma in tal caso bisognerebbe chiamare alle urne la popolazione per un referendum per cambiare la Costituzione, che prevede solamente due mandati consecutivi.

Poco più di un mese fa decine di migliaia di persone hanno protestato nella capitale Conacry proprio contro un eventuale terzo mandato ma anche perché il governo non ha mantenuto gli accordi politici siglati nell’ottobre 2016 tra Condé e l’opposizione. Nel trattato erano previste quanto prima anche elezioni locali, ma la promessa non è stata mantenuta e il test elettorale è stato rinviato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’utopia di Juncker: “L’Europa incrementi gli aiuti all’Africa per fermare gli sbarchi”

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 15 settembre 2017

Nel suo discorso di ieri sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha nuovamente richiamato gli stati membri a versare, senza ulteriori indugi, quanto di loro spettanza affinché il fondo di supporto allo sviluppo dei paesi africani raggiunga il previsto ammontare di 2,7 miliardi di euro, fondo che ad oggi, presenta un esiguo saldo di soli 150 milioni. Senza questo sforzo congiunto dell’Unione, a suo dire, è utopico pensare che si possano efficacemente arrestare i flussi migratori che hanno messo in ginocchio l’Europa.

In apertura al suo appello, Juncker, si è calorosamente complimentato con l’Italia, le cui recenti iniziative, adottate dal ministro Minniti, attraverso accordi con le autorità libiche, hanno di colpo dimezzato gli sbarchi. “L’Italia – ha detto l’alto funzionario europeo – merita la nostra riconoscenza perché ha salvato l’onorabilità dell’Europa, ma ora occorre che questi risultati siano consolidati con la partecipazione di tutti”.

Jean-Claude Junker, presidente della Commissione Europea
Jean-Claude Junker, presidente della Commissione Europea

Il richiamo alla solidarietà arriva proprio mentre la FAO annuncia di essere a sua volta arrivata al limite delle proprie disponibilità destinate al continente africano.

E’ fuor di dubbio che un’Africa che investa massicciamente nel proprio sviluppo, crei opportunità di lavoro e garantisca migliori condizioni di vita ai propri cittadini, possa efficacemente combattere le situzioni che spingono all’esodo verso altri lidi. Lidi spesso troppo idealizzati e che quasi mai si conformano alle promesse che gli emigranti ricevono quando si decidono all’espatrio. L’Europa che li accoglie è del tutto impreparata a gestire la loro sistemazione. Annose procedure di carattere bizantino, impiegano anni per approdare a definitive pronunce sull’accettazione o sul respingimento delle richieste di asilo.

Nel frattempo, gli immigrati, o sono ospitati in costose strutture alberghiere, cosa che crea forti e legittimi risentimenti nella popolazione locale, oppure stipati in centri di accoglienza inadeguati e fatiscenti o, peggio ancora, abbandonati a se stessi, senza controlli di sorta e senza alcuna localizzazione, condizioni, queste ultime, che li espongono fatalmente ad essere reclutati dal caporalato del lavoro in nero o dalle organizzazioni criminali che li avviano allo spaccio di droga, alla prostituzione e ad altre attività illegali.

Fino ad ora l’Europa, soprattutto l’Italia, ha affrontato il fenomeno migratorio con un atteggimento caratterizzato dalla schizofrenia, senza avere la capacita e l’intenzione di valutarlo nei suoi aspetti pratici.

Si sono create correnti e spaccature che hanno diviso pericolosamente il paese tra i pro ed i contro immigrati, basandosi esclusivamente su reazioni umorali o vanamente idealistiche e sempre caparbiamente slegate dalle reali cause del fenomeno. Così ha fatto anche la classe politica che si è lanciata in esasperate zuffe tra governo e opposizione, più mirate alla perenne campagna elettorale che ad una reale volontà di porre mano al probema.

Sul piano umanitario, non si può considerare risolto il problema dell’immigrazione, nè quindi sentirsi adulati dagli apprezzamenti di Juncker, semplicemente perché gli sventurati che approdavano sulle nostre coste, sono ora bloccati in Libia dove ricevono un trattamento incivile e disumano: botte, stupri, torture ed anche uccisioni. E’ del tutto ipocrita che il governo italiano si ritenga legittimato  a cantare vittoria per aver conseguito un risultato simile che non può produrre altro che vergogna di fronte alle coscienze del mondo. (http://www.africa-express.info/2013/09/16/i-migranti-perseguitati-in-libia-di-cornelia-i-toelgyes/) Del resto, questa misura, sta già dimostrandosi ineffiace perché il businness dell’immigrazione, ha già individuato altre strade per raggiungere l’Europa.

Su una cosa Juncker avrebbe però ragioni da vendere: per arrestare i flussi migratori, la soluzione non è quella di indirizzarli ai centro di raccolta libici anzichè alle nostre coste, ma intervenire efficacemente sulle cause che portano questa gente a fuggire dai propri paesi: guerre, persecuzioni etniche, povertà, assenza dei fondamentali diritti umani. E’ lapalissiano che eliminando queste cause, si eliminerebbero radicalmente anche le partenze alla volta dell’Europa, ma quanto questo progetto è realisticamente fattibile? Ben poco, ahimé come i trascorsi storici dell’Africa ne danno ampia testimonianza.

Uno dei tanti scandali sull’appropriazione di aiuti internazionali all’Africa
Uno dei tanti scandali sull’appropriazione di aiuti internazionali all’Africa

Per poter attuare quel “Piano Marshall per l’Africa” di cui in questi giorni si parla da più parti, occorre prima realizzare un’irrinunciabile condizione: la profonda moralizzazione delle leadership africane. Senza questa condizione il piano di finanziamenti farebbe la misera fine che hanno fatto fino ad ora la maggior parte di aiuti indirizzati al continente, cioé: uno spudorato arricchimento dei potenti ai danni di popolazioni sempre più condannate all’indigenza ed alla sudditanza assoluta verso chi le governa.

Potrà questo proposto fiume di denaro, combattere la smisurata ingordigia dei leader africani? Potrà annullare, come per incanto, le tensioni etnico-religiose? Potrà far ristabilire i principi del diritto e della lgalità là dove, ormi da molti decenni, sono sfacciatamente calpestati? E’ difficile crederlo senza che gli organismi internazionali decidano un risoluto e diretto intervento nella gestione della pubblica amministrazione africana, ma inevitabilmente questa sarebbe una scelta atta a provocare impetuose levate di scudi da parte dei propugnatori del diritto all’auto-determinazione; di accuse per l’interferenza nella sovranità di altre nazioni e via di questo passo, così che il tutto finisca, come sempre, in sterili ed accesi dibattiti che lasceranno invariabilmente le cose come stanno.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Al-Bashir collabora con l’Europa e rispedisce i profughi nell’inferno eritreo

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 settembre 2017

Il sito di Radio Dabanga, un’emittente solitamente ben informata, ha scritto lo scorso agosto che tribunali sudanesi hanno ordinato la deportazione di ben centoquattro eritrei, mentre altri sono stati condannati a una pena detentiva nelle terribili galere del Paese, perché accusati di infiltrazione illegale nel territorio del Sudan. Alcuni di loro erano stati fermati oltre un mese fa, mentre si stavano recavando in Libia.

Una fonte confidenziale che ha preferito mantenere l’anonimato, ha informato Radio Dabanga che la Corte sudanese non ha permesso che i rifugiati eritrei fossero difesi da un avvocato. I documenti di viaggio di queste persone sono stati consegnati subito dopo la sentenza alle autorità eritree al confine di El-Laffa.

Tra gli eritrei condannati alla deportazione ci sono anche trenta minori, che sono già stati dati in custodia  alle forze dell’ordine della nostra ex colonia.

Deportazione forzata di eritrei dal Sudan
Deportazione forzata di eritrei dal Sudan

Attivisti per i diritti umani in Sudan hanno informato immediatamente l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), chiedendo un suo intervento per fermare queste deportazioni di massa.

Human Rights Concern-Eritrea (HTCE), un’organizzazione non profit indipendente, con base a Londra, impegnata nella difesa dei diritti umani,  è seriamente preoccupata per i trenta giovani e giovanissimi rimpatriati alla fine di agosto e in un comunicato ha fatto sapere che potrebbero essere imprigionati e essere torturati e maltrattati. Il rimpatrio forzato di rifugiati nei loro Paesi d’origine è una grave violazione del diritto internazionale.

Anche Elizabeth Tan, vice rappresentante dell’UNHCR per il Sudan, ha espresso le sue perplessità sul rimpatrio forzato e sul fatto che i rifugiati siano stati privati del diritto di essere assistiti adeguatamente da un legale durante il processo che li ha visti come imputati per immigrazione illegale. La Tan ha sottolineato che trattandosi di profughi, tali posizioni andrebbero stralciate durante i dibattimenti giudiziari.

Il governo sudanese non è mai stato molto tollerante con i richiedenti asilo e i migranti, ma da quando  l’Unione Europea e l’Italia hanno promesso a Omar al Bashir, il presidente del Sudan ricercato dal tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità commessi in Darfur, somme consistenti (cento milioni di euro) per il controllo delle frontiere, la condotta delle forze dell’ordine nei confronti dei profughi si è inasprita. (http://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/ e
http://www.africa-express.info/2016/10/28/i-finanziamenti-italiani-e-europei-agli-stupratori-sudanesi-gli-eurodeputati-scrivono-al-governo-di-roma

Martedì scorso sono stati fermati altri quindici eritrei durante controlli al confine tra il Sudan e la nostra ex colonia. Ora si trovano in prigione a Kassala in attesa di giudizio.

Theo Francken, Segretario di Stato belga per l'Asilo e l'Immigrazione e l'ambasciatore sudanese a Bruxelles, Mutrif Siddiq
Theo Francken, Segretario di Stato belga per l’Asilo e l’Immigrazione e l’ambasciatore sudanese a Bruxelles, Mutrif Siddiq

Residenti della zona riportano che negli ultimi mesi sono nuovamente aumentati i rapimenti di rifugiati nell’est del Sudan da parte di gruppi di trafficanti. Recentemente sono stati liberati ventidue giovani, tra loro anche tre ragazzine. Per il loro rilascio sono stati chiesti riscatti tra millecinquecento e cinquemila dollari a persona. Il problema che persiste ormai da anni (http://www.africa-express.info/2015/05/05/bashir-rieletto-presidente-del-sudan-mentre-aumenta-la-violenza-contro-profughi-eritrei/).

Il governo di al Bashir non nega la propria collaborazione all’Unione Europea, ai suoi Paesi membri per combattere il flusso migratorio. Qualche giorno fa Theo Franken, segretario di Stato belga per l’Asilo e per l’Immigrazione ha chiesto aiuto alle autorità di Khartoum per il rimpatrio di “illegali sudanesi”. A tale proposito Franken ha incontrato la scorsa settimana l’ambasciatore a Bruxelles, Mutrif Siddiq, il quale ha confermato che i necessari documenti per i suoi connazionali sono in fase di preparazione per accelerare il loro rimpatrio forzato.

Il ministro belga ha sottolineato che un team di agenti dell’ambasciata sudanese perlustrerà il Maximilian Park di Bruxelles dove sono accampati oltre seicento migranti africani, per identificare coloro che sono scappati dall’ex protettorato anglo-egiziano. La maggior parte di loro non intende chiedere asilo in Belgio, perché  vorrebbe raggiungere la Gran Bretagna.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

I costi della democrazia: per le elezioni il Kenya spende 500 milioni di euro

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 settembre 2017

Le elezioni presidenziali dell’8 agosto scorso erano già costate al Kenya la strepitosa somma di circa 400 milioni di euro. Una delle più alte cifre mai spese in Africa per una consultazione elettorale. Ed ora, in forza dell’annullamento del risultato, che vedeva vincente il partito Jubilee di Uhuru Kenyatta, il Tesoro del Kenya ha ricevuto in questi giorni da Ezra Chiloba, direttore esecutivo dell’IEBC (Commissione Elettorale) la richesta di altri 100 milioni di euro per la seconda tornata che dovrebbe tenersi il 17  ottobre.  

Per uscire da questo sofferto periodo di stallo, che sta affliggendo la già precaria situazione economica del Paese e avere finalmente una leadership legittimata a governare, ogni nucleo familiare del Kenya dovrà quindi farsi grosso modo carico del costo di 60 euro, vale a  dire, circa la metà dello stipendio medio mensile di un cittadino che ha la fortuna di avere un impiego.

Seggio elettorale in Kenya
Seggio elettorale in Kenya

Una cifra che, dal punto di vista occidentale, potrebbe forse apparire modesta, ma stando ai dati di Index Mundi (aggiornati al 2015) il 43% della popolazione del Kenya, vive sotto la soglia di povertà, cioè con meno di 1,5 dollari al giorno. La mortalità infantile ha raggiunto il 40 per cento, mentre il debito pubblico è al 52,2 per centodel PIL che l’Index Mundi valuta in circa 65 miliardi di euro. Positivo, in questo scenario abbastanza deludente, è il trend di crescita economica che si prospetta in un 5 per cento annuo, ma resta tuttavia altissimo il tasso di disoccupazione che ormai da diversi anni non si schioda da un 40 per cento tondo, aggravato anche dall’imponente e costante crescita demografica.

Fin dall’adozione del sistema multipartitico, introdotto nel 1992, nessuna consultazione elettorale si  è mai svolta in Kenya senza violenze, morti e sospette manipolazioni del voto. L’anelito al potere, con i privilegi e gli arricchimenti che ciò comporta, resta l’imperante patologia che affligge, non solo la classe politica Kenyana, ma anche quelle di una larga parte  dei paesi africani. Le varie classi dirigenti che si sono alternate alla guida del paese, non si sono mai preoccupate di consolidare gli enormi flussi turistici realizzati negli anni ’90, quando questo settore rappresentava la voce più importante nell’economia del paese.

Ezra Chiloba (sinistra) e Wafula Chebukati, direttore esecutivo e presidente della Commissione elettorale del Kenya
Ezra Chiloba (sinistra) e Wafula Chebukati, direttore esecutivo
e presidente della Commissione elettorale del Kenya

Quasi tutti i proventi che entravano in valuta pregiata, venivano fagocitati dall’apparato governativo senza che il trend degli arrivi fosse mai stato irrobustito da un minimo di investimenti per creare le infrastrutture atte a favorirlo: acqua, corrente elettrica, trasporti e strade. La stessa cosa è avvenuta nei riguardi di altri prodotti in cui il Kenya primeggiava a livello mondiale: tè, caffè, piretro. Esportazioni, queste, che hanno visto il Kenya cedere i suoi primati ad altri paesi più intraprendenti e con più oculate amministrazioni pubbliche.      

Questo stallo che da ormai quasi sei mesi paralizza il paese e le sue attività produttive, proprio non ci voleva ed è tale da scoraggiare qualsiasi progetto imprenditoriale. La colpa di questo stato di cose risiede una classe politica perennemente litigiosa, che da troppi anni presenta sempre le stesse facce che ora si candidano in uno schieramento ed ora nell’altro, non per adesione ai progetti di crescita del paese, ma scommettendo sulle probabilità di vittoria di chi si contende il successo, solo per potersi assicurarsi un posto alla mangiatoia dei potenti. Tutto questo non può che avvilire il concetto di democrazia, già peraltro avvelenato dalle superstizioni e dal radicato tribalismo.

C’è molto di irresponsabile in un Paese che spende quasi l’8 per cento del suo Prodotto Interno Lordo per portare i propri candidati al potere, candidati che si azzannano tra loro come cani rabbiosi e che la TV locale NTV, definisce nel titolo di un suo servizio: “Uniti nell’odio”. Del resto questa è l’Africa e questo è il processo democratico, quel processo di cui Wiston Churchill diceva: “E’ spaventosamente inadeguato, ma tutti gli altri sono peggio.”

Tuttavia, questa enunciazione dell’eminente ex primo ministro britannico, non pare del tutto condivisa dall’inviato speciale della BBC, Fergal Kean, un valente giornalista pluripremiato per la sua integrità e per i sempre propugnati principi di diritto all’autodeterminazione. Quando Kean assistette al terrificante massacro ruandese (quasi un milione di morti in poco più di tre mesi) si trovò a commentare che, forse, l’Africa, non era ancora pronta per quella gestione democratica incautamente esportata dall’Occidente.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Bamburi, Kenya: Strabiliante intervento di uno stregone che fa ritrovare un’auto rubata

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francoDal nostro Corrispondete
Franco Nofori
Mombasa, 07 settembre 2017

Un’attonita folla di curiosi nel villaggio di Bamburi, contea di Mombasa, ha questa mattina potuto godere di uno spettacolo davvero insolito. Due individui totalmente nudi e ricoperti di fango, l’uno con un serpente al collo e l’altro con un tablet in mano, si aggiravano instupidi, barcollanti e accennando scoordinati passi di danza, lungo la Mtambo road, una stradina interna del villaggio. Il traffico è stato a lungo bloccato mentre gli spettatori scattavano foto e video della curiosa esibizione.

Nel giro di poche è arrivata sul posto la polizia accompagnata da alcuni agenti del Kenya Wildlife Service che hanno recuperato il grosso rettile, probabilmente non velenoso. I due sono poi stati portati presso la stazione di polizia di Bamburi dove è stato richiesto l’intervento dello stregone che aveva prodotto “l’incantesimo” affinchè restituisse alle  sventurate vittime le necessarie facoltà mentali per poter essere interrogate dagli inquirenti.

Due uomini con serpente, Bamburi, Mombasa
Due uomini con serpente, Bamburi, Mombasa

La sconcertante vicenda ha avuto inizio cinque giorni fa quando, alla stazione di polizia di Kiambeni, si presentava una donna disperata per denunciare il furto della propria auto. Poco dopo, la donna, consigliata da un’amica e forse scarsamente fiduciosa del ritrovamento dell’auto da parte della polizia, decideva di chiedere l’intervento di uno stregone il quale, contro il pagamento di una parcella di centomila scellini, lanciava un sortilegio contro chiunque fosse venuto a contatto con l’auto in questione.

Il tutto dovrebbe far sorridere, ma il fatto è che i due arrestati sembravano essere andati davvero fuori di senno. Scesi improvvisamente dall’auto rubata, si erano totalmente spogliati ed uno dei due avvolgendosi un serpente intorno al collo, pare inviato dallo stregone, iniziava ad imbrattarsi di fango e a ballare, immediatamente imitato dal complice. L’artefice del sortilegio ha chiesto agli agenti di poter condurre i due presso la sua abitazione per poter procedere al rito che avrebbe loro restituito il senno. Lo stregone ha anche esortato chiunque altro avesse, volontariamente o involontariamente toccato l’auto in questione, di prendere immediato contatto con lui o con la polizia, per poter essere liberati dallo stesso sortilegio.

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L’Africa, anche in questo caso, si conferma regina delle contraddizioni. L’attività di stregoni, di streghe e di riti magici, in Kenya à formalmente proibita dalla legge, ma è risaputo che vi ricorrono quasi tutti, comprese anche influenti personalità politiche e ne fa frequente uso la stessa polizia che, nella fattispecie, ha già posto in custodia i due sospetti colpevoli, ritenuti tali senza l’ausilio di prove circostanziate, ma basandosi sempliemente sulle dichiarazioni dello stregone.

Difficile, per noi occidentali, vincere lo scetticismo e trovare il giusto modo di porsi di fronte a questi inesplicabili eventi, anche quando questi si compiano sotto i nostri occhi. Secoli di ferreo raziocigno hanno creato una barriera, spesso insormontabile, che non ce ne consente l’accesso, salvo la tendenza a liquidarli come impossibili perché non compatibili con la scienza e la logica che sono alla base della nostra cultura. Del resto come accettare l’esistenza di fenomeni sovrapersonali, quando le credenze che li sostengono spesso si confutano l’una con l’altra?

Un esempio viene dalla cultura tribale kikuyu, oggi l’etnia più progredita del Kenya, che non più lontano degli anni ’40, riteneva che i bimbi nati da un parto podalico fossero maledetti da Ngai, il loro dio, e come tali dovevano essere posti fuori dalla capanna affinchè diventassero pasto per le iene. Invece, quando lo spietato generale spagnolo, Francisco Pizzarro, conquistò nel 1500 l’odierno Perù, facendo una tremenda strace degli Inca che lo abitavano, constatò con sorpresa che i figli nati da parto podalico venivano, da quel popolo, considerati prediletti dagli dei e destinati ad un futuro radioso. Quindi venivano allevati con cura e dedizione straordinarie per non irritare le divinità sotto la cui tutela erano nati.

Insomma, l’insondabile mistero cosmico è tale proprio perché sfugge alla nostra analisi e non può che lasciarci muti e sconcertati davanti a tutto ciò che non sappiamo spiegare.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Lesotho: assassinato capo dell’esercito, arrivano le truppe della SADC

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 settembre 2017

La Southern African Development Community regional body (SADC, la Comunità di sviluppo per l’Africa meridionale) sta inviando truppe speciali dal Sudafrica, Mozambico e Angola nel piccolo regno di Lesotho, un’enclave nel Sudafrica, per mantenere l’ordine e indagare sull’uccisione di Khoantle Motsomotso, il capo dell’esercito.

Motsomotso è stato ammazzato brutalmente nelle baracche militari nella capitale Masero martedì scorso da altri due ufficiali, uccisi a loro volta durante la sparatoria. Il fatto è stato confermato dal ministro della Difesa di Lesotho, Sentje Lebona. I due ufficiali che hanno assassinato Motsomotso, erano sospettati di essere coinvolti anche nell’uccisione del precedente capo dell’esercito, Maaparankoe Mahao, fatto che risale al 2015.

Mahao era un oppositore dell’élite militare, nonché del precedente regime guidato da Pakalitha Mosisili, ma un alleato dell’attuale primo ministro.

Militari davanti al quartiere generale di Maseru, capitale del Lesotho
Militari davanti al quartiere generale di Maseru, capitale del Lesotho

Per anni la SADC ha cercato di rafforzare e di potenziare una governance democratica nell’enclave, ma pare ormai evidente, e questo lo dimostrano le violenze di questi giorni, che le lotte di potere tra militari e politici non sono ancora finite. E Mafa Sejanamane, un ricercatore di scienze politiche dell’università nazionale del Lesotho, ha evidenziato che il problema della politicizzazione dell’esercito persiste da quando il piccolo regno ha ottenuto l’indipendenza nel 1966 dalla Gran Bretagna.

L’attuale primo ministro Thomas Thabane, si è fatto parecchi nemici dalla sua ultima elezione nello scorso giugno, dopo aver annunciato pubblicamente di voler effettuare delle riforme militari, come lo aveva appunto raccomandato la SADC.

Il piccolo Regno non riesce a trovare una stabilità politica. Basti pensare che tre anni fa, un colpo di Stato ha costretto il primo ministro, che anche allora era Thabane, alla fuga in Sudafrica (http://www.africa-express.info/2014/08/30/colpo-di-stato-lesotho-il-primo-ministro-fuga-sudafrica/). Nel marzo 2015 sono seguite nuove elezioni generali, ma nel giugno di quest’anno la popolazione è stata nuovamente chiamata alle urne.  Il re Letsie III – Lesotho è una monarchia parlamentare – aveva sciolto l’Assemblea nazionale e indetto una nuova consultazione elettorale, perché il primo ministro, Pakhalita Mosisli, era stato sfiduciato dal Parlamento.

Thomas Thabane, Primo ministro del Regno di Lesotho
Thomas Thabane, Primo ministro del Regno di Lesotho

E’ la terza tornata elettorale dal 2012 (http://www.africa-express.info/2017/06/05/caos-elettorale-lesotho-due-agguerriti-ultrasettantenni-si-contendono-la-leadership/). Queste ultime elezioni sono state vinte da Thabane e dal suo partito, l’ All Basotho Convention (ABC). Erano all’opposizione durante la precedente breve legislatura capeggiata da Mosisli.

Il clima che si respira nel Paese non è sereno. Basti pensare che solo un paio di giorni prima del giuramento di Thabane è stata assassinata sua moglie, Lipolelo Thabane, mentre stava tornando a casa in macchina con un’amica. Allora si temeva che potessero scoppiare altre violenze e disordini.

Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare.  I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Altro focolaio di guerra in Nigeria: i pastori fulani attaccano i contadini

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 settembre 2017

Venerdì mattina all’alba un folto gruppo di uomini armati  ha attaccato il villaggio di Ancha, nell’area del governo locale di Bassa, nel Plateau State, centro-nord della Nigeria, uccidendo almeno diciannove persone, tra loro anche sei bambini, oltre a sette uomini e sei donne. Altre cinque persone sono state ferite.

La polizia di Jos, il capoluogo del Plateau State, non ha ancora terminato gli accertamenti, ma finora tutti gli indizi portano ai pastori semi-nomadi fulani; si sarebbero vendicati dell’omicidio di un ragazzino, prima sparito, poi trovato morto. Gli abitanti del villaggio erano stati ritenuti responsabili prima della sparizione e poi dell’uccisione dell’adolescente dai pastori nomadi. Per questo delitto sono state arrestate già cinque persone.  Non così per quanto riguarda la strage di venerdì mattina.

Pastore semi-nomade fulani con fucile automatico
Pastore semi-nomade fulani con fucile automatico

Muhammadu Buhari, il presidente della ex colonia britannica, ha richiamato tutte le parti interessate – i residenti, contadini stanziali, per lo più cristiani, e i fulani, pastori semi-nomadi musulami, giunti nella zona nel XVII secolo provenienti dal Mali – alla calma e all’ordine, per evitare nuovi scontri.

Molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia sempre stato sempre sottovalutato in questi anni dal governo centrale, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence consulting, negli ultimi vent’anni sono morte tra cinque a diecimila persone durante gli scontri tra agricoltori residenti e i pastori semi-nomadi. Nella pubblicazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche secondo il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.

In Nigeria, dove i sanguinari  jihadisti continuano indisturbati o quasi i loro attacchi, alcuni residenti hanno fatto sapere che spesso non riescono a distinguere i terroristi Boko Haram dai miliziani fulani, che da anni non combattono più con machete o forconi, sono invece armati di kalashnikov (AK 47s) e altri fucili automatici di ultima generazione e si presentano come gruppo ben organizzato.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria
Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Garus Gololo, presidente di un’associazione di bestiame del Benue State, nell’est del colosso africano, ha sottolineato che spesso gruppi di fulani stranieri arrivano dal Mali, Senegal, Ciad e Niger, attraverso le foreste, rotte sconosciute o quasi, distruggono interi villaggi, uccidono i residenti e poi spariscono nuovamente.

Sono in molti ad aver perso la pazienza e la fiducia nel governo, incapace di contrastare questo conflitto, soprattutto per quanto concerne “l’invasione straniera” di fulani.

I fulani hanno origini antiche. Si ipotizza che siano i discendenti di una popolazione preistorica del Sahara, immigrata in seguito nel Senegal, per poi spostarsi verso l’anno 1000 d.C. lungo le rive del fiume Niger, alla ricerca di nuovi pascoli per le loro mandrie. A loro si deve la diffusione della religione islamica nell’Africa occidentale. Vivono in un territorio che va dalle coste dell’Oceano Atlantico a quelle del Mar Rosso.

Loro stessi si chiamano con il nome “fulbe” (singolare pullo, infatti in francese sono conosciuti come poel), vocabolo che deriva dalla lingua fufulde che significa “nuovo”.

Nel passato i fulani e gli agricoltori vivevano in armonia. I primi, grazie alle loro mandrie, fertilizzavano i campi dei secondi e offrivano latte e carne. In cambio ricevevano grano e altri prodotti agricoli. Con il passare degli anni questa pacifica convivenza è venuta meno. Anzi, si è trasformata in guerra e questo anche a causa dei cambiamenti climatici, sviluppo e incremento delle aree coltivabili da una parte e l’aumento delle mandrie dall’altra.

Questo conflitto d’interessi ha portato a scontri importanti un po’ ovunque, non solo in Nigeria, ma anche tutto il Sahel, con la differenza sostanziale che in nel colosso africano gli agricoltori sono per lo più di religione cristiana, mentre i fulani sono musulmani. Gli Stati più colpiti da questa faida sono: Benue, Taraba, Nasarawa e Plateau, che si trovano al centro della Confederazione nigeriana.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes