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Survival accusa il Wwf: non vuole coinvolgere i pigmei nella tutela delle foreste

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 settembre 2017

Nemmeno la mediazione dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è servita. Riguardo alla situazione dei pigmei Baka il WWF (Fondo mondiale per la natura) si è rifiutato perfino di impegnarsi a garantire l’ottenimento del consenso degli indigeni del Camerun sulla gestione futura delle aree di conservazione create nelle foreste indigene dall’associazione ambientalista.

Pigmei © Selcen Kucukustel/Atlas
Pigmei – Survival International © Selcen Kucukustel/Atlas

Lapidario il commento di Stephen Corry, antropologo e direttore generale di Survival International: “Un risultato sconcertante ma non certo sorprendente”. E sorprendente lo è senza dubbio viste le magagne denunciate da Survival sull’atteggiamento del WWF verso i popoli della foresta nel bacino del fiume Congo.

Le organizzazioni per la conservazione dovrebbero assicurarsi che vi sia il ‘consenso libero, previo e informato’ per le terre che vogliono controllare – ha dichiarato Corry – Questa è stata la politica ufficiale del WWF negli ultimi venti anni.  Ma questo consenso non viene mai ottenuto nella pratica, e il WWF non si è voluto impegnare per assicurarlo in futuro nell’ambito del suo lavoro.  Adesso è chiaro che il WWF non ha alcuna intenzione di cercare, tanto meno assicurare, il consenso formale delle comunità a cui ruba le terre in collusione con i governi. Dovremo trovare altri modi per spingere il WWF a rispettare la legge, e la sua stessa politica.

Da diversi decenni, le popolazioni pigmee Baka, Bayaka, Batwa e altre etnie come Fang, Djem, Nzimédi, subiscono pesanti minacce e umiliazioni. Sono continuamente vessati e intimiditi dalle squadre anti-bracconaggio finanziate attraverso i progetti di conservazione del WWF.

Mappa del Camerun. Nel cerchio l'area nella quale vivono i pigmei Baka
Mappa del Camerun. Nel cerchio l’area nella quale vivono i pigmei Baka

Le guardie forestali continuano a usare violenza gratuita soprattutto verso i pigmei: vengono picchiati, torturati, arrestati. Tra di loro ci sono stati dei morti – anche bambini – a causa delle violenze subite.

I Baka vivono tra Camerun, Gabon e Africa centrale sin dal dal 1500 a.C. e oggi sono circa 30mila persone. Per loro la foresta non è solo fonte di cibo ma anche un luogo sacro e di sepoltura dei loro morti e degli antenati ma anche base fondamentale della loro cultura e religione.

Djami è un Baka. La sua comunità è stata sfrattata illegalmente dalle terre ancestrali per far spazio a un parco nazionale. Anche sua figlia di 10 anni è stata picchiata: “Le squadre anti-bracconaggio uccidono le persone. Hanno ucciso Lapo e Mimbo che non avevano fatto nulla. Sono morti a causa dei pestaggi – racconta in un video girato da Survival -.  Ci fanno soffrire senza alcuna ragione, ecco perché vogliamo che le squadre non vengano più qui. Senza motivo hanno picchiato anche mia figlia che è solo una ragazzina e l’hanno percossa nel nome della protezione degli elefanti. Né io ne lei uccidiamo elefanti”.

Secondo Survival, dagli anni ‘90, la loro situazione sanitaria è peggiorata a causa dell’impossibilità di procurarsi il cibo nella foresta e ad avere accesso ai loro luoghi sacri.

Gli uomini delle squadre anti-bracconaggio sono diventati i carnefici di queste popolazioni di cacciatori-raccoglitori che rischiano di scomparire per sempre, nonostante siano coloro che custodiscono la foresta e ne siano i migliori conoscitori.

Dai guardaparco viene loro impedito di cacciare e raccogliere frutta e erbe per nutrire le loro famiglie nei territori che gli appartengono da migliaia di anni. Le loro abitazioni e i loro villaggi vengono distrutti in nome della conservazione di aree della foresta pluviale, progetti gestiti dal Fondo mondiale per la natura. E nessuno ha mai chiesto il loro coinvolgimento nei progetti di conservazione del Wwf.

Survival, come movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha lanciato pesanti accuse anche contro la Wildlife Conservation Society (WCS) – organizzazione legata agli Zoo del Bronx e di New York.

Secondo Survival, WWF e Wcs sono in partnership con diverse compagnie del legname. Tra queste aziende che hanno la concessione sul taglio degli alberi delle foreste pluviali troviamo Rougier, Cib e Sinfocam.

Camion con tronchi di legno pregiato – Foto © Margaret Wilson/Survival
Camion con tronchi di legno pregiato – Foto © Margaret Wilson/Survival

Mentre WWF e Wcs con Rougier, Cib e Sinfocam e altre compagnie con l’alibi della conservazione sfruttano le foreste e fanno il possibile per espellere illegalmente le popolazioni dai loro territori, Survival propone un Manifesto per un nuovo modello di conservazione.

Si tratta di un appello  che mette al centro i diritti dei popoli indigeni e tutti possono aderire. Sono già state superate le 15mila firme tra cui anche quelle del filosofo e teorico della comunicazione, Noam Chomsky; l’ambientalista e attivista politico britannico, George Monbiot; lo scrittore britannico e consulente per la sostenibilità, Tony Juniper; sir Tim Smit co-fondatore dell’Eden Project e Greenpeace.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Togo: pugno di ferro di Gnassingbè bloccato l’accesso a internet

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 8 settembre 2017

Appare sempre più difficile per molti leader africani rinunciare al potere, anche quando simulacri di norme democratiche non glielo consentirebbero. Farue Gnassingbè , attuale presidente del Togo, si allinea anche lui alla cultura del sopruso e dopo e dopo 38 anni di incontrastato e sanguinoso dominio del padre, Eyadéma, e 17 dei suoi, vuole trattenere in mano il potere, benché la norma costituzionale glielo proibisca (http://www.africa-express.info/2017/08/22/togo-7-morti-e-decine-di-feriti-magnassingbe-non-rinuncia-al-potere/)

Dimostrazioni a Lomè
Dimostrazioni a Lomè

Ormai da mesi, nella capitale Lomè, vi sono scontri quotidiani tra le forze dell’ordine e i dimostranti che chiedono, in pieno diritto, il ripristino del disposto costituzionale varato nel 1992, in aperto spregio del quale Farue Gnassingbè, ha già detenuto il potere ben oltre i termini consentiti. Ma l’erede del regime feudale, che di fatto si è instaurato in Togo, non ne vuole proprio sapere e oltre che a soffocare con la forza le proteste dell’opposizione, si è ora anche risolto a renderla muta, bloccandogli l’accesso a internet.

Vale a dire che, in esecuzione a questo disposto, l’informazione in Togo sarà  veicolata soltanto attraverso i media locali, che hanno già ampiamente dimostrato di essere asserviti al potere. Non più scambi di opinioni, quindi, attraverso i vari social network, whatsapp ed anche le semplici e-mail. Con questa trovata l’ultimo “erede al trono” del Togo, conta di rafforzare il suo proposito di restare in carica sino al 2030 per festeggiare 68 anni di potere della famiglia Gnassingbè e giungere a sfidare anche la più più famosa testa coronata del mondo: quella della regina Elizabetta d’Inghilterra.

Il presidente Farue Gnassingbè alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Obama e dalla moglie Michelle
Il presidente Farue Gnassingbè alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Obama e dalla moglie Michelle

Secondo vari osservatori, alle ultime dimostrazioni organizzate nella capitale Lomè, avrebbero partecipato oltre trecentomila persone rendendo estremamente difficile il loro controllo da parte delle forze di polizia che dopo nutriti e ripetuti lanci di lacrimogeni, ha dovuto retrocedere lasciando il campo ai dimostranti.

Ma a tutto questo Farue Gnassingbé si mostra indifferente, certo di avere il pieno sostegno del suo apparato governativo che con lui condivide tutti gli alti privilegi negati al resto della popolazione.

Il presidente del Togo Farue Gnassingbè
Il presidente del Togo Farue Gnassingbè

Gli esperti della geopolitica internazionale, non sono d’accordo però questo ottimismo: molti sostengono che se continua così il rischio di guerra civile diventa concreto. Il Paese in questo caso scivolerà nel caos e costerà al regime di Farue una fine amara ed ingloriosa. Malgrado i suoi evidenti attengiamenti anti democratici, Farue Gnassingbè, è stato sempre accolto con grandi onori da quasi tutti i capi di stato internazionali tra cui, nel 2014, lo stesso Barak Obama e papa Bergoglio, mentre Fra’ Matthew Festing, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, fortemente impegnati nell’assistenza medica al paese africano, ha organizzato una sontuosa cena in suo onore presso il Palazzo Magistrale dell’Ordine, complimentandosi con lui per l’impegno mostrato “nel diffondere la pace e la prosperità nel paese da lui governato”.

Forte di questi autorevoli consensi, Farue Gnassingbè, si gode il suo confortevole patrimonio, personale stimato in un mliliardo e quattrocentomila dollari, di cui fanno parte lussuosi yachts a aerei privati. Il suo sogno, esattamente come quello del padre, Eyadéma, è di poter regnare sul proprio Paese a vita. Il padre non ci riuscì perché, nel pieno di questo progetto, fu stroncato da un infarto. Lui ci riuscirà malgrado il forte antagonismo del suo popolo?

Franco Nofori
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Tanzania: ferito gravemente leader dell’opposizione duro critico del presidente

Africa ExPress
Dodoma, 8 settembre 2017

Tundu Lissu, numero due dell’opposizione al Parlamento tanzaniano, è stato ferito in modo grave ieri pomeriggio poco dopo l’ora di pranzo durante un assalto armato al suo domicilio a Dadoma, la capitale del Paese. Lo ha fatto sapere Chadema, il partito di Lissu, in un suo comunicato.

Lissu è uno dei più accaniti critici del presidente John Magufuli. L’aggressione si è consumata poco dopo la sua partecipazione ad una sessione del Parlamento. Attualmente il suo stato di salute è ancora preoccupante. Tumaini Makene, un portavoce di Chadema, ha precisato che Lissu è stato colpito dalle pallottole allo stomaco e ad un piede.

Tundu Lissu, oppositore di John Magufuli, presidente della Tanzania
Tundu Lissu, oppositore di John Magufuli, presidente della Tanzania

Le indagini sono ancora in corso, ma da una prima ricostruzione dei fatti sembra che un’autovettura nera abbia seguito il parlamentare fino a casa sua, una volta uscito dalla sede dell’assemblea legislativa. Il suo partito condanna severamente il vile attacco.

Anche il Chama cha Mapinduzi (CCM), la formazione politica al potere, biasima il crudele attacco a Lissu e chiede che le autorità preposte trovino e consegnino quanto prima i responsabili alla giustizia.

Molti attivisti per la difesa dei diritti umani si sono espressi contro questo gesto, definendolo “codardo” e Sarah Jackson, vicedirettore dell’ufficio di Amnesty International per l’est Africa, ha sottolineato: “Un attacco vigliacco nei confronti di uno dei politici più coraggiosi della Tanzania solleva la questione sulla sicurezza di tutte le voci dissidenti del Paese”.

Bombardier Q400
Bombardier Q400

Lissu è un avvocato di quarantanove anni e dall’inizio del 2017 è stato arrestato in almeno sei occasioni  per eversione. L’ultima volta il deputato è stato fermato il 22 agosto scorso per insulti al capo dello Stato, dopo aver rivelato il sequestro di un aereo commerciale, un Bombardier Q400, in Canada, acquistato dal suo governo per la compagnia nazionale Air Tanzania. Il velivolo era stato trattenuto nel Paese nordamericano per una controversia con una società canadese, che pretendeva il pagamento di trentadue milioni di euro da parte del governo tanzaniano.

A luglio invece, il deputato è andato a finire in galera per aver criticato pubblicamente il presidente; lo aveva accusato di voler imbavagliare l’opposizione e di aver instaurato un sistema basato su favoritismi,  nepotismo, tribalismo.

Dalla sua elezione, avvenuta nel 2015, il presidente Magufuli è determinato nella lotta contro la corruzione, ma è poco incline a tollerare le critiche dell’opposizione, ovviamente a discapito della libertà di espressione

Africa Express

UNHCR al Madagascar: “Accogliete i profughi siriani”, la popolazione è contraria

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 settembre 2017

Lo scorso 23 agosto l’UNCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati , tramite il suo ufficio regionale in Sudafrica, ha chiesto al Madagascar di impegnarsi nell’aiuto umanitario ai rifugiati con lo studio e la realizzazione di soluzioni di accoglienza per i richiedenti asilo. L’UNHCR ha precisato che finanziamenti per la realizzazione dei progetti sarebbero a disposizione.  Secondo un quotidiano malgascio, il governo avrebbe già preso degli accordi con quello turco per accogliere rifugiati siriani. Una fonte ben informata avrebbe rivelato al giornale che le strutture per i profughi dovrebbero sorgere nella zona RN2 della capitale Antananarivo e sarebbe già stato dato l’incarico per la loro costruzione ad una società immobiliare.

La richiesta da parte dell’UNHCR al governo del Madagascar ha lasciato perplesso in molti. Trattandosi di uno Stato insulare, finora non ha avuto richieste o domande d’asilo, anche perché si trova assai distante dai conflitti attualmente in atto.

Béatrice Atallah, ministro degli Affari esteri del Madagascar
Béatrice Atallah, ministro degli Affari esteri del Madagascar

L’appello dell’UNHCR comprende anche un secondo progetto con relativi finanziamenti: prevenzione e interventi per i casi di apolidia. Il ministro degli esteri malgascio, Béatrice Atallah, è apparsa un po’ stizzita e ha fatto sapere che il Paese non è assolutamente tenuto a soddisfare la richiesta dell’UNHCR. “Siamo uno Stato sovrano, saremo noi a decidere se accogliere i rifugiati. L’ONU non ha alcun mandato, non dispone dell’autorità, del potere decisionale di imporci l’accoglienza di rifugiati per motivi politici o umanitari”, ha aggiunto il ministro.

Durante un vertice umanitario mondiale tenutosi a Istanbul nel maggio 2016, l’ONU aveva chiesto ai suoi Stati membri di rendersi disponibili per l’accoglienza dei profughi. Per il contesto socio-economico in cui vige lo Stato insulare, i rappresentanti del Madagascar non avevano posto al loro firma sull’accordo.

Attualmente il 90 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà (calcolata su una base di 1,90 dollari al giorno) e il Madagascar è il Paese che, dopo la Corea del Nord, ha accesso al minor contributo internazionale con soli 24 dollari all’anno per abitante.

L’opinione pubblica accusa Hery Rajaonarimampianina e il suo governo di accettare tutto, pur di far quadrare il povero bilancio. Una guerra tra poveri, ovviamente, come succede un po’ ovunque nel mondo. I più agguerriti chiedono case per la popolazione residente, perché sono davvero in molti qui a dormire per strada e sotto i ponti. La povertà e la disperazione si respirano in ogni angolo.

I malgasci sono invitati ad esprimere la loro opinione sull’accoglienza dei rifugiati su un sito nei social network, lanciato da un quotidiano locale.

http://www.newsmada.com/2017/09/06/refugies-syriens-le-sujet-dun-eventuel-accueil-de-refugies-syriens-a-madagascar-continue-de-faire-des-vagues-sur-les-reseaux-sociaux/

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Triste declino economico e sociale del Sud Africa di Jacob Zuma

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francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 5 settembre 2017

La miracolosa transizione dall’apartheid all’autogestione africana, attuata attraverso il pacifico processo di riconciliazione di Nelson Mandela, nel quale nessuno pareva voler credere, è ora alle corde sotto la guida del suo discusso leader Jacob Zuma che, malgrado i sondaggi gli assegnassero solo il 20% dei consensi popolari, è comunque riuscito, l’8 agosto scorso, a vanificare il settimo tentativo di impeachment e a conservare il potere grazie a 198 voti a favore, contro i 177 che lo volevano estromettere dalla carica detenuta sin dal 2009 e riconfermata nel 2014

Il voto dell’Assemblea Nazionale, in cui il partito di Zuma, l’ANC (African National Congress) ha la maggioranza, è stato chiaramente un voto che non riflette la volontà del paese e avrebbe certamente dato un risutato diverso se fosse stato espresso attraverso un referendum popolare. Tuttavia, anche il Sudafrica, che con il trapianto del cuore di Christiaan Barnad,  l’inarrestabile crescita economica e la temibile potenza del suo apparato militare, si era piazzato tra le prime potenze mondiali, è oggi soggetto alla stessa metastasi tribale che affligge l’intero continente. Qui, a confrontarsi con crescente ferocia, sono gli Zulu, l’etnia di Zuma, e gli Xhosa, loro acerrimi rivali.

Manifestazione contro il presidente del Sudafrica Jakob Zuma
Manifestazione contro il presidente del Sudafrica Jakob Zuma

Una volta al potere, Zuma, si è attribuito nei fatti, non pochi privilegi che lo equiparano alla deprimente categoria dei satrapi d’Africa. Tra questi privilegi emerge la condotta morale che, all’età di 75 anni, lo vede sposato per ben 6 volte con ventuno figli formalmente riconosciuti. Si noti che la poligamia, pur essendo tutt’ora praticata dall’etnia Zulu, è comunque proibita dalle leggi del paese, leggi che, soprattutto un presidente, non dovrebbe disattendere. E’ stato  anche inquisito per aver stuprato una giovane sieropositiva, ma fu soprendentemente assolto, malgrado le sue parziali ammissioni, forse perché, scatenando l’ilarità generale, dichiarò che, dopo il rapporto, si era “accuratamente lavato per escludere il rischio di aver contratto l’HIV”. Qualche tempo dopo e con una certa fierezza, ammise anche di aver avuto un figlio dal rapporto con la giovane figlia di un caro amico.  

Ma a parte queste geriatriche tendenze da impenitente gigolò, il “suo” Sudafrica ha ben altro di cui lamentarsi. Tra queste Il nepotismo che, alla pari di un vero reuccio feudale, gli fatto assegnare alte posizioni nell’apparato governativo a membri di famiglia e compagne di letto, come la sua ex moglie, Nkosazana Dlamini, che per consolarla del divorzio avvenuto nel 1998, fu elevata dal rango di ministro degli esteri, che già deteneva, al potente ministero degli interni. Zuma, il cui mandato scade nel 2019, ha dichiarato che sosterrà la candidatura della sua ex moglie alla successione, col presumibile intento di farsi proteggere in vista dei probabili procedimenti che dovessero essere attivati a suo carico al termine del mandato presidenziale. Anche ad uno dei suoi rampolli, Duduzane Zuma, allora appena ventisettene, il padre, appena giunto al potere, affidò la direzione della prestigiosa South African Businness Corporation.

Altri gravissimi segnali mostrano un traballante futuro per il grande paese africano, un tempo ammirato dal mondo. Sotto la gestione Zuma, l’inflazione è arrivata al 5% annuo, la disoccupazizone al 27% ed il PIL non riesce a smuoversi da un misero 0.1% di incremento. Durante il suo mandato, il Rand (la moneta locale) ha totalizzato una complessiva svalutazione nel confronti del dollaro USA pari al 40% (fonte FMI), mentre Standard & Poor’s aveva già relegato il Sudafrica al livello più basso degli investimenti: il BBB che è solo un gradino sopra a quello di  junk (spazzatura).

Non meglio vanno le cose sul piano sociale. Zuma è stato sanzionato da un tribunale sudafricano per aver sottratto 20 milioni di dollari alle casse dello Stato per la costruzione della sua sontuosa dimora privata di Nkandla e si è protetto dalle varie accuse su di lui per traffico d’armi e corruzione, facendo fuori in poco tempo ben 8 ministri ed alte cariche dello stato. Epurazione, questa, che ha messo a serio rischio la stessa governabilità del paese. Nel Sudafrica vi sono inoltre 5 milioni di HIV positivi, il più alto numero del mondo e malgrado lo Stato fornisca loro i farmaci necessari al suo controllo, l’infezione continua a diffondersi rapidamente. Zuma è anche sospettato di collusioni con la potente famiglia Gupta, di origine indiana,  che tutti considerano coinvolta in attività criminose.

Jacob Zuma festeggia il suo quinto matrimonio secondo le ritualità tribali
Jacob Zuma festeggia il suo quinto matrimonio secondo le ritualità tribali

Ad allontanare gli investimenti, c’è infine la rampante criminalità, forse la più alta del mondo, che ha indotto molte attività imprenditoriali ad abbandonare il paese incrementando così il sempre più alto tasso di disoccupazione, vera anticamera al crimine. Johannesburg, Durban, Città del Capo, e Pretoria diventano, dopo il tramonto, città off limit perché cadono sotto l’incontrastato dominio di gang dedite all’omicidio, alla rapina ed allo stupro. Bande che sono spesso opposte tra loro ed ingaggiano sanguinarie battaglie.

Insomma, il Sudafrica, sognato da Nelson Mandela, durante la sua lunga e sofferta prigionia nelle carceri del regime boero, sembra essere ben diverso da quello che la presidenza Zuma sta realizzando. E l’evidente dicotomia tra la volonta del popolo che vuole cacciarlo e quella del partito che strenuamente lo protegge, perdonandogli anche l’imperdonabile, getta sul futuro del paese le cupe avvisaglie di una guerra civile.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Ciad, Niger, campi per profughi, soldi per l’ennesimo promesso sviluppo

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 settembre 2017

Al vertice di Parigi sulle migrazioni, che si è tenuto la scorsa settimana, hanno partecipato, oltre al padrone di casa Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il nostro capo del governo Paolo Gentiloni, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione. Al tavolo delle trattative dell’Eliseo sono stati invitati anche il presidente nigerino Mahamadou Issoufou, quello ciadiano Idriss Déby e Fayez al-Sarraj, il premier libico riconosciuto dalla comunità internazionale.

In tale occasione Déby ha sottolineato che la crisi migratoria può essere solamente risolta con un adeguato sviluppo. Ha più che ragione il presidente ciadiano, peccato che sino ad oggi lui abbia contribuito ben poco alloo sviluppo del proprio Paese. Basti pensare al tasso di analfabetismo molto elevato, che si attesta al settantacinque per cento e solo il dieci per cento degli studenti riesce ad arrivare al diploma. All’università gli insegnanti, sottopagati, sono spesso assenti perchè si dedicano anche all’insegnamento in strutture private a discapito degli studenti che perdono anni e anni prima di arrivare alla laurea. E, diciamolo pure, il Ciad si colloca tra gli ultimi posti nella tabella dell’indice dello sviluppo umano e l’aspettativa di vita supera a malapena i cinquantuno anni.

Vertice di Parigi sulle migrazioni del 28.8.2017
Vertice di Parigi sulle migrazioni del 28.8.2017

Déby è salito al potere con un colpo di Stato nel dicembre 1990, e nella tornata elettorale che si è svolta nell’aprile dello scorso anno, è stato confermato presidente per la quinta volta.  

Chiede sviluppo e progresso per arginare il flusso migratorio, ma intanto Débry decurta gli stipendi ai funzionari governativi, ai quadri militari e della pubblica sicurezza: bisogna fare economia, sottolineano a N’Djamena, per la grave crisi economica che attraversa il Paese, dovuta alle ridotte entrate a causa della caduta del prezzo de petrolio.

Gente nel Ciad
Gente nel Ciad

Eppure fino a non molto tempo fa questa ex colonia francese disponeva di entrate importanti perchè produttore di greggio; qualche anno fa la Banca mondiale aveva persino finanziato un oleodotto fino ad un porto nel Camerun. I finanziatori avevano messo come condizione che le maggiori entrate così ricavate venissero investite in un fondo di sviluppo per le generazioni future. Un’utopia, i giovani non vedranno mai nulla, perché il governo dopo poco si era opposto a tale clausola e l’ha di fatto cancellata.

 A Doba, nel sud del Paese dove si trovano i giacimenti petroliferi, la popolazione locale vive con 0,56 centesimi pro capite al giorno. I profitti del petrolio restano in mano a l’elite, a l’entourage del presidente e la corruzione è regina anche in Ciad, come in molti altri Paesi di questo ricco, povero continente; è presente  ormai ovunque nella pubblica amministrazione, dai gradi più alti, al poliziotto di quartiere e al vigile che dirige il traffico.

Il presidente ciadiano non ha tutti torti quando afferma di fronte ai leader europei che i giovani partono a causa della bassa scolarizzazione, la mancanza di lavoro, la povertà, la fame, uno stato di insicurezza generale. Peccato solo che nessuno, o pochi governanti africani siano disposti a cercare da soli una soluzione, un rimedio a questo stato di fatto. Anzi, ad ogni insurrezione si risponde con la forza delle armi, la repressione.

 Oltre alla corruzione, le spese militari incidono non poco nel PIL. Il Ciad, è impegnato su diversi fronti, come per esempio nella multi task force per lotta contro i Boko Haram. Inoltre fa parte insieme a Mauritania, Burkina Faso, Mali e Niger della nuova Force conjointe du G5 Sahel (FC-G5S), finanziata anche in parte dalla Francia e dall’Unione europea, oltre che dagli Stati che vi aderiscono. Tale contingente è stato creato per contrastare i terroristi e i trafficanti di uomini, armi, droga (http://www.africa-express.info/2017/07/04/il-g5-sahel-bamako-lancia-un-nuovo-contingente-africano-contro-jihadisti/).

La scorsa settimana si sono riuniti anche i rappresentanti e ministri della Difesa africani a Kampala, la capitale dell’Uganda, nell’ambito dei Paesi che hanno aderito come volontari a Capacité africaine de réponse immédiate aux crises (ACIRC), un’iniziativa multinazionale provvisoria, isituita nel 2013. I responsabili intervenuti alla riunione hanno convenuto di voler dare vita quanto prima ad una “forza di intervento rapido”, capace di agire in qualunque momento, in qualsiasi parte del Continente, qualora si dovesse presentare la necessità.

I governi di Algeria, Angola, Burkina Faso, Ciad, Egitto, Ruanda, Senegal, Tanzania, Sudafrica, Niger, Sudan e Uganda, che hanno aderito come Paesi volontari all’ACIRC, dovranno dare la loro approvazione definitiva per la creazione di questo contingente entro il prossimo ottobre, data per la quale è stato fissato un nuovo incontro. L’ACIRC dovrebbe rimanere attiva per poco tempo, vale a dire fino all’entrata in vigore della Forza di riserva africana (ASF).

Smaïl Chergui, Commissario dell'UA per la sicurezza e la pace
Smaïl Chergui, Commissario dell’UA per la sicurezza e la pace

Il commissario per la sicurezza e la pace dell’Unione Africana, Smaïl Chergui ha sottolineato che è indispensabile trovare con celerità i fondi necessari perché questo nuova contingente possa decollare quanto prima. Chergui ha inoltre evidenziato l’importanza di questa missione per il mantenimento della pace nel Continente. E ha aggiunto: “In questo modo sapremo mostrare di essere capaci di difendere i nostri interessi di sicurezza da soli, senza aiuti o interventi esterni. Il ritiro delle truppe occidentali nella gestione dei conflitti africani dopo i loro interventi catastrofici in Somalia nel 1993 e in Ruanda nel 1994 dovrebbero rinforzare questa nostra iniziativa”. Non ha però spiegato la cosa più importante: da dove verranno i soldi per questo progetto.

Ora l’Unione europea, tra le tante strategie elaborate e parzialmente già attuate per arginare il flusso migratorio, ha individuato il Niger e il Ciad, due dei Paesi di maggior transito dei migranti, per la creazione di campi per profughi e hot spot, con l’obbiettivo di distinguere direttamente in Africa i rifugiati politici dai migranti economici. I siti sorgeranno in zone sicure, già individuate nei due Paesi, dovrebbero essere gestite dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).

Gli Stati membri dell’UE sono disposti a mettere le mani nel portafoglio, pur di chiudere la rotta del Sahel. I Paesi ospitanti saranno ampiamente ricompensati. Oltre a dotazioni economiche come jeep, e sistemi radar, è previsto addestramento del personale per formare una vera e propria guardia di confine. In seguito  dovrebbero arrivare finanziamenti per progetti di sviluppo, in particolare per sanità e istruzione.

In tutti i vari vertici che si sono tenuti in questi anni per arginare il flusso migratorio, sono stati messi a disposizione fiumi di denaro con il paravento dello sviluppo a molti governi del Continente africano. Che cosa è stato realizzato finora per migliorare la qualità della vita delle popolazioni ?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Kenya il colera colpisce anche gli agenti di polizia: cinquantanove ricoverati in ospedale

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 4 settembre 2017

Era una forza totale di 430 agenti posti di guardia alla Suprema Corte del Kenya che ha emesso la controversa sentenza di annullamento delle elezioni presidenziali dello scorso 8 agosto. Cinquantanove di loro hanno preso il colera e sono attualmente ricoverati in vari ospedali di Nairobi in stretta osservazione. Gli agenti erano alloggiati presso il Multimedia University Hotel in Rongai, dove si presume sia avvenuto il contagio. Sotto accusa il ristorante dell’albergo dove gli agenti consumavano i loro pasti quotidiani.

La Corte Suprema presidiata da agenti di protezione
La Corte Suprema presidiata da agenti di protezione

Il colera – una infezione epidemica causata dal bacillo Vibrio cholerae – ha causato in passato milioni di morti. Si trasmette attraverso il contatto orale con le feci, per ingestione diretta o per mezzo di alcuni veicoli preferenziali, come acque inquinate e cibi contaminati. L’inosservanza delle basilari norme igieniche, la condivisione di cibi o bevande e la mancata purificazione delle acque ritenute potabili, sono alla base dell’insorgere di questa infezione il cui esito letale, nei casi più gravi, avviene soprattutto a causa degli inarrestabili effetti diarroici e di vomito che portano ad un’irreversibile disidratazione.

Da molti anni, i vari organismi internazionali per la sanità, mettono in guadia il Paese contro il pericolo di questa epidemia causata da un non adeguato trattamento delle acque ad uso domestico le cui condutture sono risultate, in alcuni casi, inquinate dalla vicinanza con le reti fognarie. Inoltre, la scarsità d’acqua di cui soffre il paese, soprattutto nelle remote zone rurali, induce spesso la popolazione a fare uso di qualsiasi pozza d’acqua disponibile, comprese quelle di fiumi, paludi e addirittura pozzanghere.

Bimbo beve da pozza
Bimbo beve da pozza

Pare, tuttavia, che i poliziotti colpiti dall’infezione non versino in condizioni particolarmente preoccupanti, grazie alla rapidità della diagnosi che ha permesso di individuare in tempo il bacillo e porre in atto la necessaria terapia farmacologica, volta prevalentemente a ripristinare i liquidi corporei che le scariche diarroiche ed il vomito avevano compromesso. Questo ultimo evento che ha colpito gli agenti di polizia non è comunque un caso isolato, poichè negli ultimi mesi, focolai della stessa infezione si sono verificati in varie parti del paese, tra cui, uno dei più noti, è quello occorso al Weston Hotel di Nairobi dove alcuni ospiti ne sono stati colpiti, ma senza gravi conseguenze.

Il Kenyatta Hospital a Nairobi
Il Kenyatta Hospital a Nairobi

Questo nuovo flagello che è piombato sul Paese, va comunque molto ridimensionato perché, pur nella molteplicità dei casi rilevati, ha finora prodotto un molto limitatato numero di vittime grazie alle terapie prontamente messe in atto. Tuttavia, in un Kenya bersagliato da azioni terroristiche, eventi criminosi e messo recentemente in forte apprensione, sociale ed economica, per l’incertezza della sua futura leadership, del colera ne avrebbe fatto volentieri a meno. Inutile continuare a ripetere che le presenze occidentali nel paese, sia turistiche che stanziali, sono solo occasionalmente toccate da questi eventi. I media internazionali continuano a darne straordinario risalto, spesso anche attraverso un’informazione incorretta e raffazzonata che nuoce enormemente all’immagine del Kenya.

Più che legittimi e del tutto comprensibili sono quindi gli appelli rivolti dall’anemico apparato turistico keniano ai vari organi d’informazione internazionale affinché, pur nel pieno rispetto dei professionali doveri di cronaca, si astengano dal diffondere ingiustificati allarmismi dei quali, tra l’altro, ne fa soprattutto le spese la nutrita imprenditoria italiana che nel settore turistico ha investito ingenti risorse finanziarie ed umane.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
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Kenya: terroristi attacano chiesa cristiana sulla costa e uccidono due poliziotti

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 3 settembre 2017

Ennesimo tributo di sangue della polizia kenyana versato questa mattina in una chiesa cristiana di Ukunda, sulla costa sud del Kenya. Quattro terroristi, che il comandante regionale di polizia, Larry Kieng, ritiene appartenenti al gruppo Al Shebab hanno fatto fuoco con una sventagliata di mitra sui due agenti di guardia all’ingresso di una chiesa anglicana, uccidendoli entrambi. Uno e morto sul colpo mentre l’altro è deceduto poco dopo nell’ospedale in cui si stava tendando di rianimarlo. Gli aggressosi sono poi fuggiti a bordo di motociclette dopo essersi impossessati dei due fucili mitragliatori AK47 in dotazione alle vittime.

Ukunda è una localita ben nota ai turisti europei, perché rappresenta il punto di passaggio obbligato per accedere ai lussuosi resort di Diani, la prestigiosa località balneare, anche chiamata “Seconda Malindi” per la nutrita presenza di italiani e amata soprattutto dai connaziinali residenti a Nairobi che la scelgono per le loro vacanze, preferendola alle località della costa nord da loro – e da sempre – un po’ snobbate per le non qualificate presenze che, a loro dire, le popolano.

Il comandante regionale di polizia, Larry Kieng (a destra) durante la conferenza stampa di oggi
Il comandante regionale di polizia, Larry Kieng (a destra) durante la conferenza stampa di oggi

Ciò che, ancora una volta, stupisce di questo attacco, l’ultimo di una lunga serie, che solo tra le forze di sicurezza, ha finora prodotto oltre un centinaio di vittime. E’ la scarsa capacità di reazione degli agenti che quasi sempre hanno la peggio nei confronti dei terroristi. E’ stato certamente opportuno, mettere delle gurdie armate agli ingressi delle chiese cristiane, visto che queste sono tra i più ambiti bersagli del fondamentalismo islamico, ma occorre prepare forze che siano convenientemente addestrate, vigili e pronte a reagire fulmineamente.

Tutti gli italiani almeno quarantenni, che come tali hanno assolto l’obbligo al servzio di leva, ricorderanno con quale pignoleria il sott’ufficiale istruttore imponeva di impugnare le armi durante il servizio di guardia. Dovevano essere immediatamente pronte a far fuoco e sistemate in modo tale da non poter essere strappate via da un male intenzionato. Quando si osservano, in Kenya, gli agenti di scorta alle banche ai furgoni portavalori, li si vedono sempre stravaccati e intenti a sghignazzare tra loro, mentre le armi sono tenute per la canna ed appoggiate al suolo come ramazze, se non ddirittura sistemate contro un muro. Difficili essere pronti ad una reazione in queste condizioni.

Un misero quartiere di Ukunda, porta d’accesso allo splendore della località turistica di Diani
Un misero quartiere di Ukunda, porta d’accesso allo splendore della località turistica di Diani

In un Paese già sotto forti tensioni per l’ennesimo pasticciaccio elettorale che rimanderà tutti alle urne entro due mesi, i continui attacchi di al Shebab non possono che esacerbare di più una situazione già in ebollizione e sono in molti a chiedersi quanto sia oppotuno che il Kenya continui, visti gli scarsi risultati finora ottenuti, a mantenere una forza militare in Somalia, se il costo di questa presenza, che ormai si protrare da sei anni, ha un prezzo così alto in vite umane. Questo senza voler contare l’acuta percezione di pericolo avvertita in Occidente, che induce a scegliere altri lidi vacanzieri.

Su tutta la costa sud, la polizia ha ora disposto numerosi posti di blocco ed effettuato diverse perquisizioni, in automezzi e abitazioni, ma fino al momento in cui scriviamo non risulta sia ancora stato rinvenuto nulla che possa collegarsi all’aggressione di questa mattina. Se non altro, la presenza dei due agenti all’ingresso, ha scongiurato un incursione dei terroristi all’interno della chiesa, cosa che avrebbe certamente provocato ben più tragici effetti.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
twitter@Franco.Kronos1

La donna italiana uccisa in Kenya: il giardiniere accusato del delitto

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franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 2 settembre 2017

E’ ancora vivo in tutta la comunità italiana del Kenya, l’orrore per l’efferata aggressione del luglio scorso nella villetta di Kikambala, in cui ha perso la vita la settantenne Maria Laura Satta e ha subito gravi ferite il marito Luigi Scassellati, 71 anni, entrambi ex imprenditori in pensione, di origine sarda, ma da molti anni residenti a Cremona.   (http://www.africa-express.info/2017/07/23/breaking-newsrapina-villa-mombasa-uccisa-unitaliana-il-marito-gravemente-ferito/)

Il Capo della polizia criminale della contea di Kilifi, ha presentato all’alta corte di Mombasa le prove che inchioderebbero il giardiniere Lewis, da subito sospettato, di essere l’ideatore ed uno degli esecutori del massacro.  Lui, dal carcere di massima sicurezza di Shimo la Tewa (letteralmente: “Tana della cernia”), alle porte di Mtwapa, sulla costa nord del Kenya, continua a proclamarsi innocente, non rivela alcun dettaglio sui supposti complici e si dice ostinatamente estraneo alla sanguinosa vicenda.

Il carcere di massima sicurezza di Shimo la Tewa in cui è rinchiuso il giardiniere Lewis
Il carcere di massima sicurezza di Shimo la Tewa in cui è rinchiuso il giardiniere Lewis

La polizia, però, si mostra ben sicura delle accuse che gli rivolge ed è riusita ad ottenere dall’alta corte la sua fomale incriminazione. Si attende ora che il collegio giudicante completi l’inchiesta e pronunci la sentenza a carico dell’uomo che è stato posto in custodia fin dal giorno in cui fu scoperto il crimine. Da Cremona, Luigi Scassellati, sopravvisuto alla feroce incursione,  si dice soddisfatto di questo risultato. Lui, del resto, non aveva mai avuto dubbi sulla responsabilità del giardinerie e l’aveva più volte affermato durante la sua degenza presso l’ospedale di Mombasa che gli aveva prestato le prime cure.

Malgrado siano passati 41 giorni dal fatto, Luigi non si è ancora del tutto ristabilito. Permane la quasi totale insensibilità della gamba sinistra e del braccio destro che sono stati oggetto di violenti e ripetuti colpi, oltre alle ferite da taglio inflittegli al capo con il machete. Queste condizione sono monitorate dai medici a cui si è affidato immediatamente dopo il suo rientro in Italia ed è presumible che il costante ricordo della moglie perduta, nei confronti della quale aveva confessato profondi complessi di colpa, aggiunga, oltre al disagio fisico, anche un inconsolabile turbamento morale.

Ma quali circostanze rendono la polizia così sicura della responsabilità del giardiniere? Lo spiega il sergente Mukaya della polizia di Mtwapa che ha personalmente condotto le indagini. Secondo le sue dichiarazioni Lewis, il giardiniere, aveva lasciato la casa della coppia alle 6.10 del mattino di domenica 23 luglio per andare in chiesa. La notte, sempre a suo dire, era trascorsa senza che si verificasse nulla di insolito e – per conseguenza – l’aggressione non poteva quindi che essersi verificata dopo che lui aveva lasciato il posto di lavoro.

Laura Maria Satta e Luigi Scassellati
Laura Maria Satta e Luigi Scassellati

Due aspetti, di questa versione degli eventi, creerebbero però forti  perplessità negli inquirenti. La prima è che, per gli africani, il tempo è un elemento misurato in modo molto aleatorio ed è estremamente raro che venga da loro definito con la precisione utilizzata da Lewis. I residenti locali, inoltre, comunicano tra loro contando le ore partendo dal sorgere del sole, per cui le sei del mattino corrispondono all’una, le sette alle due e così via. Qantomeno inusuale, dunque, che Lewis, non solo riferisse l’ora in cui ha lasciato la casa in questione alla maniera occidentale, ma addirittura fissandola alle 6.10, cioè con estrema e pignola precisione. 

Inoltre, gli abitanti della costa sono molto mattinieri ed è raro che non siano già in piedi prima ancora del sorgere del sole. Com’è allora possibile che nessun abitante del popoloso aggromerato urbano di Kikambala, interrogato dagli investigatori, abbia visto Lewis mentre si recava in chiesa? “Situi”,  è stata la riposta di tutti (non so). Si tratta di un semplice atteggiamento omertoso oppure Lewis non è effettivamente transitato in quei luoghi e in quell’ora? Ed è poi davvero credibile che i malviventi abbiano scelto le prime ore di luce per compiere l’aggressione? Come hanno poi potuto, non visti neppure loro, abbandonare l’abitazione dei poveri coniugi, con gli abiti, molto presumibilmente, imbrattati di sangue?

E vero che questi, insieme ad altri riferiti dagli inquirenti, sono solo indizi e non prove, ma la polizia è certa di aver incastrato Lewis sulla base di un’evidenza regina che lo inchioderebbe alla sua responsabilità.  Il giardiniere, come lui stesso ha riferito, pernottava sempre in un locale a lui riservato nel giardino dei suoi datori di lavoro. All’alba, qualche volta usciva per poi riprendere servizio alle 8, ma quel giorno, domenica, era il suo giorno libero e non era quindi previsto che facesse ritorno. L’accesso all’esterno della proprietà avveniva attraverso un porticino metallico protetto da un lucchetto fissato all’interno. Di quel  lucchetto, Lewis, aveva la chiave. Apriva. Usciva e grazie ad uno sportello che rendeva il lucchetto agibile dall’esterno, lo faceva scattare richiudendolo.

La chiave di questo lucchetto doveva quindi essere sempre nelle sue mani, ma a detta della polizia, quella chiave è stata invece rinvenuta abbandonata sul piano di un tavolo all’interno dell’abitazione il cui accesso era chiuso dall’interno. Come poteva Lewis, si chiedono gli inquirenti, aprire il portoncino ed uscire se non aveva la chiave? E se quella chiave l’aveva, come ha fatto, dopo che lui se ne era andato, a finire sul tavolo in cui è stata ritrovata? Questa è la circostanza che non ha lasciato dubbi, né alla polizia né al tribunale, circa l’attiva partecipazione del giardiniere al fatto criminioso, anche perché una copia di quella chiave che era nella diponibilità dei due italiani è stata ritrovata in un mazzo che conteneva le varie chiavi di casa.

Effettivamente si tratta di un riscontro difficilmente contestabile che ha indotto la polizia a concludere che l’aggressione non è avvenuta al mattino, come la versione fornita da Lewis lascerebbe intendere, ma nel corso della notte. Resta tuttavia da sciogliere un interrogativo che solo un ritorno della memoria di Luigi potrebbe svelare: chi ha aperto la porta d’ingresso all’abitazione, che non mostrava segni di scasso? E’ stato lo stesso Luigi? E’ se così, perché ha aperto?

Insieme a questa incognita, che forse non sarà mai svelata, ne resta anche un’altra non meno importante: sono state rilevate le impronte digitali all’interno dell’alloggio? Se ciò è stato fatto, perché non si sono trovate quelle di Lewis? E se invece le impronte non sono state rilevate, perché la polizia ha rinunciato ad un così importante riscontro, visto che il presunto colpevole è in loro mani ed una verifica sarebbe risultata del tutto agevole ed altamente probatoria?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Sud Sudan: processo per stupro contro 5 straniere, solo un’italiana testimonia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° Settembre 2017

Una coraggiosa donna italiana, punta il dito contro i soldati sud sudanesi senza esitazioni durante il processo per stupro che si sta svolgendo in questi giorni in un tribunale di Juba, la capitale del più giovane Paese della Terra.

La nostra connazionale, una figura chiave di questo processo, ha identificato alcuni dei militari, accusati di stupro di gruppo e di omicidio. I dodici soldati hanno inoltre costretto le sopravvissute (5 donne straniere) di assistere all’omicidio di una giornalista sud sudanese e al saccheggio dell’albergo. E’ stata l’unica delle vittime a presentarsi davanti ai giudici. Sarebbe importante che anche le altre si facciano avanti.

Udienza durante il processo contro militari a Juba, Sud Sudan
Udienza durante il processo contro militari a Juba, Sud Sudan

In questo Paese, dove si consumano i più efferati crimini, difficilmente i fautori di questi delitti vengono portati davanti ad un Tribunale. E’ praticamente assente lo Stato di diritto, ecco perché questo processo assume un’importanza senza precedenti.

La testimone italiana ha rilasciato la scorsa settimana un’intervista all’Associated Press in modo anonimo perché teme ripercussioni. In tale occasione ha sottolineato: “Gli uomini non corrono gli stessi rischi delle donne, loro possono difendersi e reagire alle aggressioni e violenze sessuali”.

L’assalto all’albergo Terrain è avvenuto a Juba l’11 luglio dello scorso anno, subito dopo violenti scontri tra le truppe del presidente Salva Kiir e quelle leali all’ex vicepresidente Riek Marchar. E secondo un video dell’AP, le vittime avrebbero chiesto aiuto ai caschi blu della vicina base dell’ONU, che non avrebbero risposto immediatamente a tale richiesta. L’ONU ha poi aperto un’inchiesta interna su questo fatto. Ma in particolare il governo degli Stati Uniti ha fatto pressione sul Sud Sudan affinchè le autorità procedessero per vie legali contro i dodici militari ritenuti responsabili dei delitti descritti sopra. Gli USA hanno inoltre offerto il loro supporto durante la fase investigativa per la raccolta delle prove necessarie.

Il processo era arrivato ad una fase di stallo il mese scorso, perchè i giudici e la Corte militare si rifiutavano di accettare le testimonianze delle vittime sopravvissute via internet. Hanno persino minacciato di archiviare i crimini di stupro di massa e assassinio se le vittime non si fossero presentate di persona all’udienza. Fortunatamente ora hanno fatto un passo indietro e hanno ammesso le dichiarazioni dei testimoni online.

La donna italiana, che ha lavorato nel Sud Sudan come operatrice umanitaria, ha precisato di essere stata terrorizzata quando le è stato chiesto di ritornare nel Paese: “Avevo paura che tutto ciò potesse accadere di nuovo, ma ho capito che la mia presenza era indispensabile, dovevo dare voce ai milioni di vittime di questo Paese. Ho riconosciuto immediatamente quattro dei colpevoli”.

Sud sudanesi in fuga da violenze
Sud sudanesi in fuga da violenze

La testimonianza della nostra connazionale ha dato un nuovo imput e credibilità a questo processo e il suo atto coraggioso è stato apprezzato dagli osservatori, ha sottolineato Joanne Mariner, consiglere di crisi di Amnesty International.

Le udienze riprenderanno alla fine di ottobre e si spera che altri testimoni si faranno avanti dopo questo grande esempio che ha saputo dare la giovane italiana.

Violenze e stupri sono all’ordine del giorno. Non si muore solo per le pallottole o per i colpi di machete, in questo Paese si viene uccisi anche dalla fame, perchè fame e stupri sono vere e proprie armi da guerra.  (http://www.africa-express.info/2017/07/06/catastrofe-umanitaria-sud-sudan-infuria-la-guerra-non-ce-cibo-la-gente-muore/). Nel Sud Sudan non si ammazza solo la popolazione ma anche giornalisti e operatori umanitari, oltre ottanta impiegati di ONG hanno perso la vita dall’inizio del conflitto.

 L’attuale situazione nel Sud Sudan è frutto di una guerra civile iniziata ormai più di tre anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes