19.9 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 29, 2026

Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

  Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 28 Aprile 2026 Sette...

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...
Home Blog Page 379

Kenya: la Suprema Corte dà ragione a Raila. Si torna alla urne entro 60 giorni

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 1°settembre 2017

La notizia erutta come una bomba, nella tarda mattinata, dalle reti TV di tutto il paese. La Corte Suprema ha accolto la petizione presentata dal NASA e ordina che le elezioni siano ripetute entro 60 giorni da oggi. Con questa sentenza, raggiunta con quattro voti favorevoli su sei, i supremi giudici riconoscono implicitamente che Raila Odinga aveva ragione: i risultati elettorali dell’8 agosto sono stati manipolati ai suoi danni. Esplodono i festeggiamenti tra i suoi sostenitori, nel silente sconcerto di quelli dell’avversario Uhuru Kenyatta e brilla sul tutto il vergognoso imbarazzo degli osservatori internazionali che hanno frettolosamente posto il loro imprimatur sul corretto svolgimento del processo elettorale.  

[embedplusvideo height=”337″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/2vS3okB” standard=”http://www.youtube.com/v/pABVFfKKM7c?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=pABVFfKKM7c&width=600&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep6551″ /]

[embedplusvideo height=”337″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/2vQrOuQ” standard=”http://www.youtube.com/v/bLEQ72t2czs?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=bLEQ72t2czs&width=600&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep8540″ /]

E’ noto che verso Raila Odinga, l’occidente non provi grandi simpatie per i suoi ripetutamente dichiarati orientamenti marxisti ereditati dal padre. Entrambi erano amici di Fidel Castro ed entrambi guardavano al regime di Nyerere in Tanzania, come al faro ispiratore per la loro affermazione politica. Come nell’italia del dopoguerra molti nomi di battesimo svelavano le simpatie politiche paterne – Edda, Ciano, Vittorio, Benito – così Raila manifestò le sue tendenze ideologiche nel nome che attribuì al suo unico figlio che, fino al giorno della sua sventurata scomparsa di pochi hanni fa, portò il nome del dittatore cubano Fidel Castro.

Sostenitori di Raila festeggiano per le strade di Nairobi la sentenza che dà ragione al loro leader
Sostenitori di Raila festeggiano per le strade di Nairobi la sentenza che dà ragione al loro leader

Se l’ostilità occidentale verso Raila, può avere una sia pur discutibile motivazione, soprende però il responso della delegazione di osservatori del Commowealth, guidata dall’ex premier sudafricano Tembo Mbeki che, al pari di europei ed americani, legittimò anche lui la vittoria di Uhuru Kenyatta subito dopo che questa venne proclamata dalla commissione elettorale. Atteggiamento quantomeno sosprendente, visto che Mbeki, forse più ancora del suo augusto predecessore Nelson Mandela, era un risoluto attivista rivoluzionario sin dai tempi dei suoi studi in Gran Bretagna, quando nello scontro con un robusto Bobby londinese, ne usci con un incisivo rotto che lui, a ricordo del proprio passato marxista, conserva tuttora.

Tutto da rifare insomma, per il presunto vincitore kikuyu, Uhuru Kenyatta ed il suo vice kalenjin, William Ruto che restano in stand by, insieme ai rivali, il luo, Raila Odinga ed il suo vice, il Kamba, Kalonzo Musyoka, fino alla prossima tornata elettorale. Si esulta a Kisumu, Kibera, Mathare, Mombasa e in tutta la costa. Mentre in un plumbeo silenzio, sfilano facce lunghe e disperate a Gatundu, feudo di Kenyatta, ed in tutta la Rift Valley per una sconfitta, non ancora confermata dall’esito delle prossime consultazioni, ma comunque del tutto inaspettata. Nel trascorrere delle ore, però, anche i sostenitori di Kenyatta ritrovano brio. In fondo la loro vittoria non è irrimediabilmente perduta, ma solo (sperano) rinviata di due mesi.

[embedplusvideo height=”337″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/2vQPNK1″ standard=”http://www.youtube.com/v/a6HZhG7NaM4?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=a6HZhG7NaM4&width=600&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep8008″ /]

Fatto salvo il sacrosanto principio di ogni sistema democratico, secondo il quale è solo la sovranità popolare che ha il diritto di scelta sui leader che dovranno rappresentarla, non ci si può tuttavia esimere dal chiedersi quale impatto questa decisione della Suprema Corte avrà sul tessuto sociale ed economico del paese. E la risposta non può essere che una: disastroso. Le spese per la chiamata alle urne rappresentano per qualsiasi paese un costo che fa vibrare anche le più solide casse pubbliche. Immaginiamo quale può essere l’effetto su un’economia arrancante come quella del Kenya che è tenuta artificiosamente in vita grazie agli interventi assistenziali esteri.

Raila Odinga si congratula con un giudice della Corte Suprema dopo la sentenza
Raila Odinga si congratula con un giudice della Corte Suprema dopo la sentenza

Inoltre, è già da almeno un semestre che il paese soffre di un immobilismo totale in attesa di queste elezioni. Molti imprenditori, temendo violenze, hanno lasciato il Kenya per rifugiarsi all’estero. L’economia ristagna. Nessuno prende iniziative e tutti gli investimenti sono rinviati in attesa di tempi più stabili. Ora, questo ulteriore rinvio lascia di fatto il paese privo di governo, senza contare che non si può prevedere, cosa accadrà una volta resi noti gli esiti del prossimo voto. C’è il rischio che gli sconfitti, chiunque essi siano, non accetteranno pacificamente il verdetto delle urne e si lasceranno andare alle tragiche violenze sperimentate in passato.

I siti dei vari ministeri degli esteri internazionali, oltre a quelli dedicati alle informazioni turistiche, scoraggiano, quando non sconsigliano decisamente, di programmare vacanze in Kenya. Del resto che altro ci si potrebbe aspettare da chi ha il dovere di informare e proteggere l’incolumità di chi li interpella? I due mesi di attesa per la nuova chiamata alle urne, porteranno il paese proprio a ridosso della sua più alta stagione turistica. Non occorre essere una Casandra per prevedere che questa situazione infliggerà un altro duro colpo al già agonizzante apparato ricettivo del Paese.

[embedplusvideo height=”337″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/2vQ1pNG” standard=”http://www.youtube.com/v/x4J_wabbP7s?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=x4J_wabbP7s&width=600&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep4011″ /]

Intanto le tv locali continuano a trasmettere immagini di esultanza che nel rispetto degli usuali canoni africani, si attuano nell’isteria e nell’irrefrenabile parossismo. Gente che si denuda, che stramazza a terra per eccesso di esaltazione, che lancia ululati al cielo invocando divinità sconosciute. Difficile convincersi che tutto questo faccia parte della preparazione interiore al sereno esercizio democratico. Qui la scelta del candidato ha la stessa connotazione della tifoseria calcistica. Non importa che la squadra del cuore vinca per un rigore non assegnato all’avversario. L’importante e che vinca è basta, se no che squadra del cuore sarebbe?

La sede della Corte Suprema keniota a Nairobi
La sede della Corte Suprema keniota a Nairobi

La conferma ci viene da alcuni di loro, gli elettori. Simon, un giovane kikuyu che vive e lavora sulla costa, dice: “Raila non deve assolutamente vincere! Non possiamo avere un tuo (l’etnia di Raila,ndr) al governo!” E se vincesse? “Non deve vincere! – E’ la categorica risposta – Dobbiamo farlo perdere a qualunque costo!” Anche con i brogli? “Sì, se è necessario anche con quelli!” Non molto diversa e l’opinione di Anne una giovane e graziosa luo che fa la segretaria in ufficio di Mombasa. “Basta con i kikuyu! – afferma – E’ ora il nostro turno di prendere il potere!” E se non ci riuscirete? “Faremo come fanno sempre loro: ruberemo il risultato!”

 E’ triste rilevare che in un paese con un terzo degli abitanti sotto la soglia di povertà, semplici cittadini parlino di “noi al potere” mentre parteggiano per l’uno o per l’altro degli avversari politici. Quando mai quel “potere” è effettivamente stato nelle loro mani? E perché la scelta deve sempre essere fatta tra un “kukuyu”, un “luo”, un “kalenjin” o un “Kamba”, cioè tra le tribù e non tra quei candidati che presentino credenziali e progetti di governo condivisibili? Ma la domanda è puramente retorica: questa è la democrazia intesa all’africana.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
twitter @franco.kronos1

BREAKING NEWS/Annullate le elezioni in Kenya, si vota entro 60 giorni

Africa-Express-breaking-news-600Breaking News
Africa ExPress
Nairobi, 1° settembre 2017

La Corte suprema del Kenya ha annullato le votazioni per la presidenza della Repubblica che si sono tenute a inizio agosto. Una nuova tornata elettorale si terrà antro 60 giorni. Ci sono state gravi irregolarità, hanno stabilito i giudici.  Da qui la decisione di invalidare i risultati.

[embedplusvideo height=”337″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/2woM1eK” standard=”http://www.youtube.com/v/6_cjIi_KURQ?fs=1″ vars=”ytid=6_cjIi_KURQ&width=600&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=0&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep7744″ /]

La commissione elettorale aveva già dichiarato vincitori il presidente uscente, il kikuyu Uluru Kenyatta, e il suo vice, il kelenjin William Ruto. Ora è tutto da rifare.    

Esultano i sostenitori di del candidato dell’opposizione, il suo Raila Odinga, e il candidato alla vicepresidenza, il kamba Kalonzo Musioka, che avevano accusato i loro avversari di aver hackerato il sistema informatico di conteggio dei voti.

Africa ExPress

 

Continua inarrestabile l’avanzata cinese in Africa: ora è la volta dell’Etiopia

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 1 settembre 2017

Dopo la nuova ferrovia in Kenya, che collega Mombasa a Naiorbi, è ora la volta dell’Etiopia con un realizzazione ancora più ambiziosa. Anche in questo progetto, oggi completamente ultimato, si sono cimentati i cinesi che sembrano aver fatto dell’Africa la loro nuova terra di conquista.

In questa superba opera, che con un complessivo sviluppo di 700 km di ferrovia, collega la capitale etiopica Addis Abeba, a Gibuti, non manca tuttavia una nota grottesca: pare infatti che il nuovo treno elettrico non possa viaggiare perchè la locale società elettrica non è in grado di fornire l’energia necessaria.

La nuova ferrovia realizzata dai cinesi in Etiopia
La nuova ferrovia realizzata dai cinesi in Etiopia

Grande imbarazzo per le autorità etiopiche che vedevano nel lancio della nuova ferrovia un ulteriore prova di affermazione allo sviluppo dei trasporti, dopo quella egregiamante fornita dall’attivissima compagnia di bandiera, Ethiopian Airlines.

Il progetto è stato studiato ed eseguito dall’ormai famosa China Railway Engineering Corporation (CREC) che insieme alla China Civil Engineering Construction (CCECC), ha dato vita ad un’opera ciclopica al costo di circa 4 miliardi di dollari USA, sostituendo e prolungando la vecchia strada ferrata a scartamento ridotto con quella internazionalmente adottata. La nuova ferrovia prevede, entro il 2020, una totale estensione di 5 mila km che servano l’intero paese.   

Oltre alla linea principale Addis Abeba-Gibuti, saranno subito create altre due linee lungo le quali si progetta di costruire varie infrastrutture, tra cui strade e dighe per la produzione di corrente elettrica. Malgrado la sua scarsa sensibilità nei confronti dei diritti umani, più volte lamentata da Amnesty International, l’Etiopia, che sfiora i 100 milioni di abitanti, ha tuttavia un trend di crescita economica di tutto rispetto che, stando a dati recenti, pare consolidato nell’5,4% ma si propone di raggiungere l’8% entro il 2020.

Uno dei siti industriali etiopi recentemente realizzati
Uno dei poli industriali recentemente realizzati nell’ex colonia italiana

L’Etiopia, che con l’aiuto del suo partner cinese, si prefigge di costituirsi come polo preferenziale ai traffici commerciali con l’est e il centro Africa, apre così le braccia agli investitori internazionali ai quali assicura assisenza logistica e condizioni altamente allettanti. Ad incoraggiare tali investimenti, il governo etiopico, ha già creato nelle località di Mekelle e Kombolcha, ripettivamente ad 800 e 250 km dalla capitale, due parchi industriali dedicati al settore manufatturiero tessile, sui quattro previsti che insieme a quelli esistenti forniranno un totale di 10 poli industriali.

A detta di Sisay Gemechu, responsabile delle opere pubbliche etiopiche, questo progetto di espansione, nel settore manufatturiero tessile, prevede che entro il 2020 potrà fornire occupazione a 45 milioni di persone e fornirà al paese proventi per un miliardo di dollari. Previsioni, queste, forse un po’ troppo ottimistiche poiché un solo progetto che dia di colpo occupazione a quasi il 50% della popolazione, includendo vecchi e bambini, sarebbe davvero un primato da Guinnes.

Oltre ai 4 miliardi di dollari per la nuova ferrovia – per ora senza corrente – quest’ultimo progetto manufattirero costerà al paese altri 250 milioni di dollari. Forse, ce lo aguriamo, l’Etiopia potrà a medio termine beneficiarne, ma è certo che le imprese cinesi ne beneficeranno subito e questo non può che essere ascritto a loro merito per l’instancabile e determinata intraprendenza sul mercato africano.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Camerun: Biya ordina la liberazione dei leader anglofoni in carcere

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 agosto 2017

Paul Biya, presidente del Camerun, ha ordinato ieri la sospensione, con effetto immediato, dei procedimenti giudiziari ancora pendenti contro tre leader della minoranza anglofona, accusati di “atti di terrorismo”.

In seguito ai disordini scoppiati lo scorso novembre, Nkongho Felix Agbor, avvocato, Fontem Aforteka’a Neba, professore universitario, e l’ex magistrato Paul Ayah Abine, esponenti di Cameroon Anglophone Civil Society Consortium (Cacsc), movimento che era stato messo al bando a gennaio dalle autorità camerunesi, sono stati arrestati con accuse pesanti dopo aver indetto uno sciopero generale.

Paul Biya, presidente del Camerun
Paul Biya, presidente del Camerun

Tali misure, come si legge nel testo rilasciato dalla presidenza, dovrebbero essere estese anche nei confronti di altre persone coinvolte negli scontri che si sono verificati in questi mesi nelle due regioni anglofone del Paese situate nel sud-ovest e nel nord-ovest.

Sono una trentina gli attivisti camerunesi anglofoni accusati di aver partecipato ad atti di terrorismo, ostilità contro la patria e ribellione, in seguito alle proteste iniziate nel novembre dello scorso anno (http://www.africa-express.info/2016/11/23/camerun-proteste-degli-anglofoni-che-si-sentono-emarginati-rispetto-ai-francofoni/) contro l’emarginazione della minoranza di lingua inglese, che rappresenta il venti per cento della popolazione, stimata a ventidue milioni di cittadini. Lo sciopero degli avvocati dapprima, seguita da quello degli insegnanti, è infine degenerato in una crisi socio-politica nelle due regioni. In molti avevano chiesto il ritorno al federalismo, pochi altri erano favorevoli alla scissione. Proposte che Yaoundé ha rigettato duramente e per tre mesi il governo centrale ha isolato i ribelli anche tagliando internet.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente nelle due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia.

Ieri Samira Daoud, vicedirettore di Amnesty International per l’Africa centrale ha sottolineato che i componenti del movimento, rimasti in galera per sei mesi e più non sarebbero mai dovuti essere arrestati; stavano semplicemente organizzando manifestazioni pacifiche. Tuttavia Daoud considera la loro liberazione un fatto importante da parte delle autorità del Paese. “Va comunque ricordato  – ha scritto il vicedirettore di Amnesty per l’Africa centrale nel suo appello –  che nelle prigioni camerunesi languono ancora altre persone, condannate con false accuse in relazione a minacce alla pubblica sicurezza. Tra loro anche Fomusoh Ivo Feh e due suoi amici, che devono scontare una pena detentiva di dieci anni per aver scambiato privatamente dei messaggi scherzosi sui Boko Haram.  E Aboubakar Siddiki, leader del partito Mouvement patriotique du salut camerounais e Abdoulaye Harissou, un famoso notaio, sono rimasti in galera per ben tre anni senza processo, solo con accuse false, montate ad arte”.

Protesta pacifica in una regione anglofona del Camerun
Protesta pacifica in una regione anglofona del Camerun

In un comunicato il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ferdinand Ngho Ngho, ha sottolineato che l’atto firmato dal presidente è solo una delle tante azioni prese dalle autorità, per riportare la pace e la serenità nelle zone anglofone. Quest’ultima iniziativa di Yaoundé coincide con il rientro scolastico ipotetico nelle due regioni in questione. Gli attivisti rimasti in libertà hanno decretato di voler continuare a sfidare lo strapotere del governo centrale e secondo alcune informazione locali le iscrizioni per il nuovo anno scolastico sarebbero ad un punto morto, malgrado le molteplici iniziative promosse dalle autorità competenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger forti piogge, morti, migliaia in fuga, nessun piano d’emergenza

0

Africa ExPress
Niamey, 30 agosto 2017

Il Niger è in stato d’allerta. Lo scorso fine settimana un nubifragio si è abbattuta sulla capitale e il suo hinterland.  Le autorità comunali hanno fatto sapere che nel giro di poche ore sono cadute cento millimetri di pioggia. Sono state colpite in modo particolare le periferie e migliaia di persone sono state evacuate a cause di forte inondazioni che ne sono seguite. Sono crollate case e muri, seppellendo anche un padre con i suoi figlioli.

Soumana Ali Zataoua, governatore della regione di Niamey, e Abdoulaye Bako, direttore della protezione civile nazionale, hanno invitato le persone di abbandonare le loro case nelle zone allagate. Bako ha fatto notare che la zona vicino al letto del corso d’acqua Gountou-Yéna, in secca da tempo immemorabile, è particolarmente colpita. Il fiume, situato proprio al centro della capitale, si sta appropriando dei suoi diritti. La natura non fa sconti.

La forte inondazione nel Niger ha provocato il blocco di molte strade
La forte inondazione nel Niger ha provocato il blocco di molte strade

Sempre secondo il direttore della protezione civile nazionale, la cause delle inondazioni sarebbero i canali di scolo perennemente ostruiti.

La gente è disperata, molti hanno perso tutto, la casa, i loro averi e i soldi. Non sa dove andare. Non esistono nè un piano di evacuazione, tantomeno centri di accoglienza. Le autorità hanno suggerito alla popolazione colpita di rifugiarsi temporaneamente nelle scuole. Il governo ha promesso di provvedere quanto prima all’approvvigionamento di cibo, mentre le Organizzazioni Non Governative porteranno coperte, brandine e quant’altro.

Da giugno ad oggi sono morte quarantaquattro persone e sessantottomila  sono state colpite in tutto il Paese a cause delle forti piogge. Le Nazioni Unite in maggio ha avvisato le autorità nigerine del rischio di nuove inondazioni e il governo insieme ai suoi partner aveva fatto sapere di aver elaborato un piano di sostegno per 6,5 milioni di dollari. Evidentemente tali misure non sono ancora state messe in atto.

Lo scorso anno le zone di Agadez e Tahoua erano ugualmente state colpite da forti inondazioni. Allora erano morte una cinquantina di persone, centocinquantamila hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Ed ora un nuovo disastro nella capitale, che conta oltre un milione di abitanti e nessun piano di emergenza era pronto sul tavolo dei responsabili. L’Unione Europea forse dovrebbe investire nello sviluppo dei Paesi africani e non nella sicurezza. Le popolazioni già tanto provate necessitano di futuro, non di armi.

Africa Express

Arrestato e estradato in Italia, il figlio di 2 anni resta senza sostentamento in Kenya

0

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 29 agosto 2017

Riccardo è nato due anni fa a Mtwapa, Kenya, da Fulvio Alberto Leone e dalla sua convivente africana. Insieme alla madre il piccolo è rimasto ora privo di sostentamento dall’arresto del padre,  da parte della polizia keniana, nell’aprile scorso. (http://www.africa-express.info/2017/04/02/arrestati-kenya-tre-italiani-su-mandato-di-cattura-internazionale/) . Sette giorni dopo l’arresto Leone è stato estradato e tradotto nel carcere di Civitavecchia, dove si trova tuttora. (http://www.africa-express.info/2017/04/09/kenya-gli-arrestati-italiani-estradati-prima-pattuglia-di-un-gruppo-numeroso/)

Fulvio Leone, originario di Genova, era in Kenya fin dal 1994. Su di lui pendevano due condanne emesse dai tribunali di Torino e di Genova per un cumulo di reati che totalizzavano una pena complessiva di dieci anni. Si trattava di reati commessi nel 1983 quando, l’oggi sessantanovenne Leone, aveva 34 anni. Nelle more del lungo iter giudiziario, è riuscito a rifugiarsi in Kenya sottraendosi così alla detenzione, senza immaginare che il braccio lungo, lento, ma inesorabile della giustizia italiana, l’avrebbe raggiunto per fargli scontare la sua pena.

Leone
Fulvio Leone

Fin qui il puro resoconto dei fatti. Occorre aggiungere che, dopo il trasferimento in Kenya, Leone, a detta di chiunque lo conosceva, ha sempre tenuto un atteggiamento rispettoso e corretto. Era conosciuto in Kenya, all’interno della comunità italiana –  e di quella locale – per la sua inesauribile allegria e generosità, conquistandosi così la benevolenza e la simpatia di chiunque ha avuto a che fare con lui. Tutti, fino all’arresto, erano all’oscuro dei suoi trascorsi illeciti. 

Per un po’ di anni ha gestito con soddisfacenti risultati il “Ristorante-Pizzeria Giardino”  a Bamburi sulla superstrada Mombasa-Malindi. Poi la generale crisi del turismo, che a partire dall’ultimo decennio ha messo in gravi difficoltà l’intero settore, l’ha indotto a cedere il locale e – al momento dell’inatteso arresto – aveva trovato lavoro come manager presso il ristorante di un amico italiano a Mtwapa. Un incarico che gestiva con responsabile efficienza.

Nel 2009 aveva chiesto ed ottenuto la cittadinanza keniana che gli è stata concessa a condizione che lui rinunciasse a quella del suo paese d’origine e solo tre anni dopo gli è stato anche rilsciato un certificato di buona condotta. Del tutto sereno ed orientato a consolidare la sua esistenza nella patria adottiva, a cavallo dell’Equatore, Leone poteva aspettarsi di tutto tranne che la giustizia italiana, 35 anni dopo, si ricordasse ancora di lui e andasse a scovarlo dove si era creato una nuova vita e aveva messo su famiglia.

Quella famiglia viveva, non nel lusso, ma nel decoro, grazie ai proventi che Leone portava a casa. Con il suo arresto, ora quella famiglia si trova improvvisamente ridotta alla fame, senza che nessuno possa prestarle aiuto a causa di capricciose, indecifrabili e burocratiche norme che hanno reso Fulvio Leone, una singolare specie di apolide. Il Kenya, reclamando che la cittadinanza conferitagli, era stata ottenuta illegalmente, si rifiuta di riconoscerlo come un proprio cittadino e l’Italia, pur tenendolo in carcere sul proprio territorio, non risulta, almeno a momento di andare in macchina, che gli abbia riassegnato la cittadinanza italiana.

Il piccolo Riccardo, pur avendo un padre ed una madre che l’hanno formalmente riconosciuto, si ritrova nei fatti, ad essere figlio di nessuno. Per un padre, per quanto colpevole e come tale chiamato dalla giustizia a rispondere dei suoi atti, l’immagine di un figlio abbandonato a se stesso, mentre lui, che dovrebbe assisterlo e proteggerlo, si trova impotente dietro le sbarre di una cella, è indubbiamnte una delle esperienze più strazianti che un essere umano possa sperimentare

Quell’Italia, generosa ed accogliente, che riceve, assiste, cura, sfama ed alloggia le centinaia di migliaia di disperati in fuga da un’Africa crudele che li induce all’espatrio forzato. Quell’Italia acclamata da quasi tutta Europa per  la sua umana solidarietà, ma lasciata desolatamente sola a gestirla. Quell’Italia dal cuore tenero e caritatevole, quell’Italia, non trova un minimo spazio, per un solo, piccolo bimbo di due anni che, se non è italiano sulla carta lo è nel sangue e nel cuore.

Chi aiuterà Riccardo nella sua crescita? Capirà perché suo padre l’ha improvvisamente abbandonato? Andrà a scuola? Oppure, tra qualche anno, si ritroverà sui bagnasciuga delle immacolate spiagge coralline ad imparare il mestiere dai beach boy? Riuscirà la grande e generosa comunità italiana a far si che anche a questo incolpevole bimbo di 2 anni sia assicurato un futuro?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Si aggrava la crisi umanitaria in Sud Sudan. Ucciso giornalista americano

0

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 agosto 2017

Negli scontri di sabato scorso tra truppe regolari e ribelli a Kaya in Yei, River State in Sud Sudan, insieme ad una ventina di altre persone è stato ucciso Christopher Allen, un giornalista free lance statunitense di soli ventisei anni. Il giovane, laureato in storia, voleva raccontare, documentare  questa stupida, inutile guerra civile, scoppiata nel dicembre 2013 nel più giovane Stato della Terra. Ora dovranno farlo altri per lui.

Santo Domic Chol, un portavoce del Sudan People’s Liberation Army (SPLA) – le truppe regolari – parlando con i reporter di Reuters ha spiegato: “Per terra, nelle vicinanze della postazione di difesa, c’erano sedici corpi, forse di più, tra loro anche quello di un uomo bianco”

Christopher Allen, il giornalista statunitense ucciso in Sud Sudan
Christopher Allen, il giornalista statunitense ucciso in Sud Sudan

Christopher è stato identificato dalle truppe ribelli, era con loro insieme ad altri due giornalisti nelle ultime settimane per denunciare gli orrori di questo conflitto, ignorato dalla maggior parte dei media.

Uno dei ribelli ha precisato che sul giubbotto del giornalista era ben visibile la scritta “PRESS”, ma malauguratamente è stato colpito mentre si trovava in mezzo al combattimento. L’ambasciata degli Stati Uniti d’America ha confermato la sua morte e la sua famiglia è stata informata.

Crisi umanitaria in S.Sudan
Si aggrava la crisi umanitaria in Sud Sudan

Dall’inizio del conflitto ad oggi sono state uccise decine di migliaia di persone, tra loro donne e bambini. Oltre quattro milioni di cittadini hanno dovuto abbandonare le loro case, due milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, un milione e più sono nella vicina Uganda, che sta affrontando una delle peggiori crisi migratorie del momento.

Violenze e stupri sono all’ordine del giorno. Non si muore solo per le pallottole o per i colpi di machete, in questo Paese si viene uccisi anche dalla fame, perchè fame e stupri sono vere e proprie armi da guerra.  (http://www.africa-express.info/2017/07/06/catastrofe-umanitaria-sud-sudan-infuria-la-guerra-non-ce-cibo-la-gente-muore/). Nel Sud Sudan non si ammazza solo la popolazione ma anche giornalisti e operatori umanitari, oltre ottanta impiegati di ONG hanno perso la vita dall’inizio del conflitto.

donna sud sudanese
Donna sud sudanese in lacrime

L’attuale situazione nel Sud Sudan è frutto di una guerra civile iniziata ormai più di tre anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

E proprio in questi giorni sono stati lanciati nuovi appelli da parte di alcune Organizzazioni non governative sudafricane, che operano nel settore umanitario in Sud Sudan. Lamentano la quasi totale assenza del rispetto dei diritti umani. Anche la Commissione per i diritti umani delle Nazione unite ha più volte sottolineato come in questo Paese venga colpita la popolazione civile a seconda della loro origine etnica. Insomma, il Paese è ad alto rischio genocidio.

E Christopher Allen non voleva tacere, voleva che il mondo conoscesse la sofferenza di questa gente, dei bambini dei Nuer, dei Dinka, di tutta la popolazione di questo giovane, infelice Stato.

La Foreign Correspondents’ Association of East Africa (FCAEA) e la Foreign Correspondents’ Association of Uganda (FCAU) hanno espresso il loro dolore per la perdita del giovane collega. Le due associazioni hanno richiamato tutte le parti coinvolte nel conflitto in Sud Sudan di rispettare le leggi internazionali che prevedono anche la protezione dei civili, inclusi i giornalisti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Angola: il nuovo presidente grande amico dell’Italia. Da noi ha già comprato armi

0

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 agosto 2017

Il generale João Lourenço, delfino del presidente uscente dell’Angola, Edoardo dos Santos, e attuale ministro della Difesa, secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale nazionale (CNE), ha vinto questa tornata elettorale storica con il 61,1 percento dei consensi. Il partito al potere, Il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, del quale dos Santos resterà segretario fino al 2022 è al primo posto, anche se ha perso terreno rispetto alle scorse votazioni. Da non sottovalutare che sugli oltre nove milioni di cittadini aventi diritto al voto, una percentuale relativamente alta, quasi il ventitré percento, non si è presentato ai seggi.

Il “generale” presidente sarà senz’altro ben accolto dalla comunità internazionale, in particolare dall’Italia, che ha concluso ottimi affari a Luanda proprio con il ministero della Difesa. Lo scorso anno, infatti, è stato autorizzata dall’Unità Autorizzazioni Materiali Armamento del nostro ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale l’esportazione di armamenti in l’Angola per un  valore che supera gli ottantotto milioni di Euro:

  1. Armi ed armi automatiche di calibro uguale o inferiore a 12, millimetri
  2. Apparecchiature per la direzione del tiro
  3. Agenti tossici, chimici o biologici, gas lacrimogeni, materiali radioattivi
  4. Aeromobili
  5. Apparecchiature elettroniche

Già fanno impressione che ci siano armi da usare in una guerra chimico-batteriologica e materiali radioattivi, ma quello che più sorprende è che noi vendiamo a un governo che non rispetta i diritti umani materiali per la repressione, delle proteste di piazza, cioè i gas lacrimogeni.

A_BmXxCDE45I_2016-01-22_1453445917resized_pic

Comunque questo breve elenco emerge dalle comunicazioni ufficiali, ma secondo gli analisti del settore, le forniture sarebbero ben più consistenti. Lo abbiamo segnalato su Africa ExPress alla fine del 2015 con un particolareggiato articolo a firma di Antonio Mazzeo. http://www.africa-express.info/2016/01/23/litalia-arma-le-dittature-africane-affari-milionari-in-angola/

E non dimentichiamo che sotto la presidenza di Lourenço potrebbe ritornare vivo l’interesse per l’acquisto la nostra portaerei Garibaldi, interesse già sollevato sotto il governo Letta, poi sfumato perché l’allora ministro Paolo Mauro ha disertato l’appuntamento con il suo omologo a Luanda nel febbraio 2014 per la caduta del Consiglio dei ministri.

La Garibaldi e altri sistemi di difesa avevano suscitato l’attenzione dell’Angola, grazie al tour dell’ammiraglia della nostra marina militare, la portaerei “Cavour”, che nel 2013-2014 ha portato il made in Italy anche in diversi Paesi africani.

Per quello che riguarda le elezioni, finora gli osservatori internazionali non hanno avuto nulla di cui lamentarsi, anzi, si sono complimentati con la CNE per il lavoro svolto; Augustine Mahiga, a capo della delagazione della Southern African Development Community (SADC) ha sottolineato che considera le elezioni svoltesi in Angola il 23 agosto scorso come un esempio per tutto il continente. La tornata elettorale è stata monitorata anche da osservatori della Economic Community of Central African States (ECCAS), dell’Unione Africana (UA) e dalla Comunità dei Paesi di lingua portoghese (CPLP). Mentre l’Unione europea (UE) ha rinunciato all’invio di una missione, in quanto Luanda non aveva accettato le condizioni imposte dall’UE, compreso l’accesso a tutti seggi elettorali sparsi nel Paese.

João Lourenço, il probaile vincitore di queste elezioni in Angola. Sullo sfondo, il presidente uscente, Edoardo dos Santos
João Lourenço, il probaile vincitore di queste elezioni in Angola. Sullo sfondo, l’imagine del  presidente uscente, Edoardo dos Santos

La CNE ha già attribuito centocinquanta dei duecentoventi seggi del Parlamento ai rappresentanti del MPLA, che, quindi, potrà promulgare leggi senza l’aiuto di nessun partito all’opposizione. Cosa cambierà dunque nella ex colonia portoghese? Soltanto il nome del presidente, che comunque dipenderà sempre da dos Santos, che resta il segretario del partito e del quale João Lourenço è il numero due.

Il leader del primo partito all’opposizione “Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola” (UNITA), Isaias Samakuva, si oppone fortemente ai risultati elettorali comunicati finora dal CNE. In un comunicato ha fatto sapere che i controlli incrociati effettuati dal suo partito non combaciano con quelli comunicati dalla Commissione e ha chiesto chiarimenti.

Isaias Samakuva, leader dell'UNITA
Isaias Samakuva, leader dell’UNITA

Il vecchio presidente ha tutelato molto bene la sua famiglia e le persone del suo entourage, che occupano da tempo posizioni chiave nel Paese. La figlia Isabel dos Santos è a capo della Sonangol, la società petrolifera di Stato (http://www.africa-express.info/2016/06/03/il-dittatore-angolano-nomina-la-figlia-a-capo-della-compagnia-statale-del-petrolio/), il figlio amministra il fondo statale petrolifero e anche gli alti funzionari di polizia, dei servizi segreti e dell’esercito sono tutte persone di sua fiducia. In linea di massima nessuna di queste persone dovrebbe decadere con il cambio della guardia al governo perché una delle ultime leggi che ha fatto approvare a grande maggioranza dal Parlamento prevede che le scelte sul personale, effettuate da dos Santos non possono subire variazioni con la nomina del nuovo capo di Stato. Ovviamente questa legge è stato motivo di grandi polemiche, perché limita enormemente la libertà d’azione del nuovo futuro leader del Paese.

Un’altra legge che ha fatto assai discutere è la buona uscita riservata al presidente stesso. Una volta “in pensione” percepirà il novanta per cento dello stipendio attuale, guardie del corpo, macchina, autista, viaggi aerei in prima classe, tutto a spese delle casse dello Stato. Non è chiaro se sia stato creato effettivamente uno status particolare per il presidente uscente. In un progetto di legge, presentato al Parlamento angolano a fine giugno, il partito al potere aveva chiesto che a dos Santos venisse riconosciuto lo status di “presidente della Repubblica emerito onorario”. Dunque una sorta di immunità a vita, in particolare per atti di corruzione. Sembra comunque che nel testo proposto ai deputati siano stati cancellati le espressioni “presidente emerito” e “tribunale speciale”.

João Lourenço è nato nel  1954 e ha iniziato la sua carriera militare combattendo contro i portoghesi durante la guerra dell’indipendenza e in seguito nelle file del MPLA durante la guerra civile angolana. Nel 1978 è partito per l’Unione Sovietica, dove si è laureato in storia. Tornato nel suo Paese nel 1982 è diventato generale dell’artiglieria, ma con un occhio puntato alla carriera politica, dove non sono tardati ad arrivare i primi frutti.

Gli incarichi importanti sono arrivati nel 2003, quando è stato eletto vice presidente dell’Assemblea nazionale, funzione che ha mantenuto fino al 2014, anno in cui dos Santos lo ha nominato ministro della Difesa. Nel 2016 è diventato anche vicepresidente del MPLA e nel dicembre dello stesso anno il partito lo ha proposto come suo candidato alle presidenziali.

download161-300x218L’Angola investe moltissimo nella difesa e il bilancio è in continua crescita, 6,4 miliardi di dollari nel 2015 ai 13 miliardi previsti del 2019. Chissà se la situazione economica attuale, dovuta alla crisi petrolifera, il basso costo del greggio, permetteranno al nuovo governo a mantenere tutti gli impegni stipulati. Ma ricordiamoci le parole del futuro nuovo presidente alla vigilia delle elezioni: “La mia missione sarà quella di rilanciare il Paese. Vorrei essere ricordato come l’uomo del miracolo economico in Angola”. Chissà se, pronunciando queste parole, ha pensato anche al trenta per cento della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, ai bambini malnutriti della sua gente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Banche del Kenya: interessi allettanti, ma molte finite in bancarotta

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa 27 agosto 2017

Dal 1984 ad oggi le banche fallite o poste in liquidazione in Kenya, sono state una ventina, vale a dire: più o meno una ogni 18 mesi. Tra queste, anche alcuni colossi come la Trade Bank, la Trust Bank, la Billion Bank e l’Imperial Bank. Insomma, uno scenario non certo rassicurante per chi decida di affidare la custodia del proprio denaro alle istituzioni finanziare locali.

Quasi tutte queste banche, al loro esordio sul mercato, si caratterizzavano con una rapida espansione nel territorio, la disinvolta concessione del credito, un solerte servizio ad personam e il riconoscimento di interessi principeschi ai clienti più facoltosi. Naturalmente, per godere di questi benefici occorreva convertire in scellini le valute estere che ci si portava appresso.  L’Imperial Bank, ad esempio, era arrivata a riconoscere ad alcuni clienti, interessi annui che sfioravano il 13 per cento.

Ricavi certamente allettanti, ma che si ridimensionano molto se si considera che, a fronte di divise abbastanza stabili come dollari ed euro, lo scellino del kenya conosce un trend di svalutazione raramente inferiore al 10 per cento annuo. Quindi, considerati i rischi, forse sarebbe più prudente mantenere i risparmi in valuta pesante, in una più affidabile banca estera e convertirli di volta in volta nella moneta locale, nella misura occorrente.  

La Banca Centrale del Kenya (BCK) preposta al controllo delle attività degli Istituti di Credito nel Paese
La Banca Centrale del Kenya (BCK) preposta al controllo delle attività degli Istituti di Credito nel Paese

La Central Bank of Kenya, che dovrebbe attentamente monitorare le attivita e le necessarie coperture degli istituti bancari soggetti al suo controllo, non solo non si è mai ingegnata di predisporre un apposito fondo che garantisca i correntisti, ma si è sempre e soltanto limitata ad emettere continue norme, spesso contradditorie, futilimente burocratiche e finalizzate a rendere ogni operazione bancaria più complessa e disagevole con conseguente nocumento all’efficienza delle attività imprenditoriali dei clienti.  

Neppure le banche con altisonanti nomi internazionali come la Barclays, la Standard Bank, la Chase bank, offrono garanzie superiori alle altre poiché, malgrado i marchi di prestigio che espongono, non hanno nulla a che vedere con le consolidate istituzioni estere, regine dei mercati finanziari interazionali, da cui prendono il nome. Una prova di questo l’ha recentemente fornita la Chase bank, che si fregiava del nome della potente Chase Manahattan Bank americana, ma che, malgrado questo, è recentemente finita in amministrazione fiduciaria, sfiorando il rischio della bancarotta, da cui si è poi fortunosamente ripresa. Tra i suoi maggioro clienti, la Chase Bank annoverava il colosso dei supermecati Nakumatt, oggi in gravi difficoltà, e molti osservatori  finanziari fanno risalire le sue difficoltà, proprio a questo rapporto.

Ma oltre al sempre incombente rischio della bancarotta, le banche del Kenya, hanno anche l’assurda abitidine di gestire il denaro loro affidato, secondo criteri estremamente disinvolti che possono mettere in ginocchio o addirittura, distruggere totalmente un’azienda, impedendogli di svolgere la sua attività. Qualche anno fa un’agenzia della Barclays Bank di Mombasa, con la quale operava un connazionale, gli ha accreditato in conto un assegno emesso da un banca di Lamu, ben 22 giorni dopo la data in cui era stato versato. Alle proteste del cliente, la banca rispondeva: “L’assegno era stato tratto da una banca molto lontana e qundi ci vuole tempo per accreditarlo”

Una risposta del tutto assurda, quasi non esistesse tra le banche una quotidiana camera di compensazione e che ci fosse invece un fattorino appiedato che porta fisicamente i quattrini da Lamu a Mombasa.  Malauguratamente, nel caso che riferiamo, si trattava di un importo considerevole e necessario all’interessato per procedere allo sdoganemento di alcuni container in attesa al porto di Mombasa. Il ritardo nell’accredito, aveva comportato un conseguente ritardo nelle operazioni doganali con l’aggravio di ulteriori addebiti e penalità. E si trattava di una delle più grosse ed “affidabili” banche del Kenya…

L’esperienza peggiore la sta però vivendo un altro connazionale con la filale di Mombasa della Middle Est Bank (MEB), una piccola banca, apparentemente senza mire espansionistiche, con la quale operava da più di un decennio. Si è scoperto che, all’interno di questa filiale, il direttore, la sua vice ed il cassiere al banco, si dilettavano in stretta complicità, di prosciugare i conti dei clienti più facoltosi. Adducendo vari problemi del centro elettronico di Nairobi, gli estratti conto non arrivavano mai e quando i clienti insistevano per averli venivano loro forniti documenti contraffati. Naturalmente gli assegni emessi venivano regolarmente onorati in modo da non creare sospetti. Quando le malversazioni sono state scoperte e i tre finiti in galera, la direzione della banca ha preso l’unilaterale decisone di bloccare i conti depauperati, per il sospetto che vi fossero legami di complicità tra i tre malandrini ed i correntisti loro vittime.

Agli sportelli di una banca del Kenya
Agli sportelli di una banca del Kenya

Dalla scoperta di questi misfatti è ormai trascorso un anno. Il connazionale di cui parliamo, insieme ad altri correntisti coinvolti nella stessa sventura,non può avere accesso nè ai conti aziendali nè a quelli personali che ammontano ad un totale di oltre 200 mila euro. In conseguenza di questo, non ha potuto onorare le sue obbligazioni, per le quali si attende di essere citato in giudizio. Sta liquidando l’azienda senza riuscire a pagare il personale e senza neppure avere il denaro occorrente per procedere a sua volta contro la banca che, forte della situazione che ha creato, se ne sta tranquilla in attesa della sua totale disfatta.

Tutto questo, induce ad un’estrema cautela nel dar vita a rapporti con le banche locali. Meglio non trasferivi capitali ingenti, ma aprire solo piccoli conti di transito da alimentare esclusivamente in ragione delle quotidiane necessità, oppure, nel caso necessitino importi di rilievo, prelevarli immediatamente dopo l’avvenuto  trasferimento. Queste semplici accortezze eviteranno disastri e lacrime amare in futuro.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Angola: prima dei risultati finali il partito al potere ha già vinto

0

Africa ExPress
Luanda, 25 agosto 2017

Man mano che procede lo spoglio delle schede elettorali in Angola aumentano le polemiche. I partiti all’opposizione chiedono maggiore trasparenza nel conteggio dei voti.
In alcune province, precisamente a Benguela, Lunda Norte e Moxico si vota anche domani a causa delle avverse condizioni meteorologiche e per il ritardo con cui è giunto il materiale necessario.

La portavoce della Commissione elettorale, Julia Ferreira, ha rilasciato un aggiornamento questa sera. Finora è stato scrutinato il 97,38 per cento dei voti. I cittadini iscritti a votare erano 9,3 milioni in tutto il territorio nazionale.

João Lourenço, attuale ministro della difesa e possibile nuovo presidente dell'Angola
João Lourenço, attuale ministro della Difesa e molto probabile nuovo presidente dell’Angola

MPLA, il partito al potere, è sempre in testa

UNITA, il primo partito all’opposizione ha raccolto il 26.71 per cento dei voti

La coalizione CASA-CE segue con 9,46 per cento delle preferenze e a seguire gli altri partiti minori.

Nel pomeriggio di oggi José Maria das Neves, capo degli osservatorie dell’Unione Africana (UE) ha elogiato il lavoro svolto dalla Commissione elettorale.

Mentre il presidente di tale Commissione, André da Silva Neto, ha chiesto a tutti i partiti maggiore serenità durante la divulgazione dei risultati parziali..

Pare comunque ormai certa la vittoria del partito al potere, il cui candidato alla presidenza è il delfino di Edoardo dos Santos. (http://www.africa-express.info/2017/08/24/elezioni-angola-spoglio-corso-ma-si-sa-chi-sara-il-presidente-designato-dalluscente/).

João Lourenço, attuale ministro alla Difesa, un generale,  è più a suo agio sulle brandine delle caserme che seduto sulle lussuose poltrone della vita mondana di Luanda.

L’Unione Europea era presente solamente con un piccolo team, composto da poche persone, avendo dovuto abbandonare il progetto iniziale, che prevedeva un’analisi approfondita del risultato del voto. Luanda non aveva accettato le condizioni imposte dall’UE, compreso l’accesso a tutti seggi elettorali sparsi nel Paese. (http://www.africa-express.info/2017/07/28/si-vota-angola-fine-agosto-ma-leuropa-non-invia-osservatori-ucciso-ragazzo-di-17-anni/

Africa ExPress