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Kenya: Flavio Briatore mette in vendita i suoi prestigiosi resort di Malindi

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 24 agosto 2017

Amara risoluzione per “Lion in the Sun” e “The Billionaire”, i due prestigiosi resort di Malindi riservati ai VIP internzionali, creati da Flavio Briatore nella “Little Italy” del Kenya. Il drastico calo degli afflussi turistici nella famosa località costiera dell’Africa orientale, risultavano, ormai da qualche anno, desolatamente semivuoti. Alla crisi del turismo, si sono aggiunti i timori di un’impennata della criminalità – più percepita che reale – determinata soprattutto dalla dilagante disoccupazione conseguente alla chiusura di molte strutture di accoglienza e, non ultime, le attività terroristiche dei somali di Al Shaabab.

Briatore, Fede, Gregoraci
Flavio Briatore, Emilio Fede e Elisabetta Gregoraci

Per la verità, mentre crisi del turismo e disoccupazione, sono da registrare come realtà oggettive, il timore di atti terroristici, forse troppo enfatizzati dai media internazionali, sono sicuramente sovrastimati e producono un allarme del tutto immotivato, soprattutto a confronto delle ormai quasi quotidiane azioni terroristiche che insanguinano le strade d’Europa. Dopo la cruenta incursione al centro commerciale Westgate di Nairobi, del settembre 2013, nessun atto terroristico ha mai causato vittime tra i turisti e gli atti di cui hanno diffusamente riferito i media internazionali, per quanto raccapriccianti, hanno sempre interessato zone adiacenti ai confini nordorientali del Paese, ben lontane dalle aree di destinazione del turismo.

Comunque sia, questo reale o presunto stato di cose, ha indotto il noto e discusso uomo d’affari piemontese, a liberarsi dei suoi due gioielli africani ponendoli in vendita. Il “Lion in The Sun”, era a suo tempo nato come residenza di Briatore ed in esso erano transitate tutte le icone della pruriginosa ribalta internazionale. Prime tra tutte l’allora statuaria Naomi Campbell, con cui Briatore ha avuto una lunga love story; poi Silvio Berlusconi, Fernando Alonso, Simona Ventura, Paolo Bonolis, Heidi Klum, Eva Herzigová, la sua bella ed attuale moglie, Elisabetta Gregoraci, ed altri prestigiosi esponenti del mondo dello spettacolo e della politica. 

Il “Billionaire”, realizzato più recentemente a pochi passi di distanza dal “Lion in The Sun” e con accesso alla spiaggia, è quello che ha avuto vita più breve. Ancora non si conoscono le cifre che Briatore chiede per i due resort, ma certamente non può trattarsi di un’inezia e in un mondo in cui l’apparenze ed il prestigio, possono essere facilmente acquisiti in soldoni, non dovrà sorprendere se non pochi taycoon internazionali se ne contenderanno l’acquisto.

L’ingresso del resort di Flavio Briatore, il “Lion in the sun"
L’ingresso del resort di Flavio Briatore, il “Lion in the sun”

Affermato uomo d’affari, guascone spregiudicato, impenitente Don Giovanni, affarista abile e privo di scrupoli, Flavio Briatore ha accentrato su se stesso sentimenti contrastanti di rispetto, repulsione, invidia e sfrenata ammirazione. Canonicamente non bello, ha tuttavia avuto tra le donne più desiderate del mondo e nella sua scalata verso il successo, ha indubbiamente dimostrato una tenacia ed un intuito vincenti che vanno ascritti a suo credito, benché, lungo quel percorso, non si sia curato troppo di chi calpestava.

Nato nel 1950 a Verzuolo, modesto Comune in provincia di Cuneo, da genitori entrambi maestri di scuola, Flavio Briatore ha conseguito, con qualche fatica, il diploma di geometra, subendo due bocciature, ma subito dopo ha dato le prime prove delle sue ambizioni e della sua ecletticità. Le stesse che l’avrebbero presto portato alla ribalta internazionale. L’ascesa a quella ribalta sarà però costellata non solo da successi ma anche da ombre piuttosto inquietanti.

Per raccontare l’intera evoluzione della sua scalata al podio della notorietà ci vorrebbero così tanti tomi da riempire una libreria, la stessa libreria della sua lussuosa casa londinese nell’esclusivo quartiere di Knightsbridge in cui, per darsi un tono da letterato, Briatore allineò una lunga teoria di libri finti che, ahimé, andarono distrutti nel 1993 per una bomba fatta esplodere davanti all’abitazione. Bomba che, dalla polizia britannica, fu un po’ troppo frettolosamente addebitata all’IRA

Briatore al Billionaire con Francesco Menegazzo
Briatore al Billionaire con Francesco Menegazzo

Briatore inizia la sua attività come assicuratore nel cuneese e apre un ristorante, il “Tribulà” che in dialetto piemontese sta per “tribolazione”. Ed effettivamente questo primo esordio nell’imprenditoria si rivela piuttosto “tribolato” perché poco dopo dovrà chiudere i battenti sommerso dai debiti, ma il rampante giovanotto, un po’ dandy e un po’ playboy, non si dà per vinto e capisce subito che il costruire qualcosa offre esiti troppo incerti e faticosi, meglio infilarsi in progetti già ben consolidati creati da altri. Da qui, con il trasferimento a Milano, comincia il suo formidabile e inarrestabile percorso verso la meta.

Nel perseguire i sui scopi, il geometra cuneese, non si mostrerà mai schizzinoso né turbato da scrupoli morali. Entrerà in proficui rapporti con la Benetton; intratterrà amicizie con Bettino Caxi, Emilio Fede, Silvio Berlusconi. Si dedicherà al gioco d’azzardo insieme all’amico Emilio con il quale accalappierà facoltosi polli da spennare. Per liberarsi del pilota brasiliano di Formula 1, Roberto Moreno, falsificherà certificati medici in modo che questi lo dichiarino inabile alla guida. Tratterà affari con personaggi vicino agli ambienti mafiosi, tra cui i Gambino ed i Genovese, pur senza restarne mai formalmente invischiato.

Un’accurata biografia di Flavio Briatore è prodotta dalla fatica di tre giovani giornalisti: Andrea Sceresini, Maria Elena Scandaliato e Nicola Palma, che l’hanno raccolta nel libro Il signor Billionare; ascesa, segreti, misteri e coincidenze della Aliberti Editore. In cui si legge che nella cerchia delle conoscenze di Briatore “non mancano i personaggi discutibili, il gioco d’azzardo, le truffe, la latitanza all’estero e le morti sospette”.

E proprio a seguito di queste truffe che Briatore – come racconta il libro – sarà condannato in primo grado a un anno e sei mesi dal tribunale di Bergamo e a tre anni da quello di Milano. Scaltro, come ha già dimostrato di essere, sfuggirà al carcere rifugiandosi St Thomas, nelle isole Vergini. E qui, fidando nulle periodiche inizitive salva-galera che caratterizzano il sistema italiano, aspetterà paziente fino al 1990 quando una benefica admistia cancellerà ogni colpa e lo restituirà intonso ai suoi affari e ai suoi fans.

Da lì in poi la sua ascesa prenderà sempre più forza e lo farà diventare, per eccellenza, il simbolo delle riviste gossipare. Dalla sua residenza di Montecarlo, che condivide oggi con la bella moglie Elisabetta, si cimenterà nelle corse di formula uno e in una lunga serie di altre attività redditizie, fino alla creazione dei due resort keniani che sono ora in vendita. Difficile prevedere se questo allontanerà per sempre Briatore da Malindi e – se ciò avverrà – difficile anche decidere come leggere questo eventuale allontanamento: per il Kenya sarà una fortuna o una sventura?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Elezioni in Angola: spoglio in corso ma si sa già chi sarà il presidente, designato dall’uscente

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2017

Lo spoglio delle schede non è ancora terminato, ma già si sa per certo chi sarà il vincitore delle elezioni che si sono tenute ieri in Angola: João Lourenço, il delfino che il presidente Dos Santos, dopo 38 anni di potere quasi assoluto, ha designato come suo successore. Edoardo dos Santos non ha partecipato a questa tornata elettorale come protagonista e João Lourenço, ministro alla difesa e vice presidente del partito Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola è pronto a ereditarne le redini. Dos Santos resta comunque segretario dell’MPLA almeno fino 2022. Le opposizioni ( l’UNITA, Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola, e il CASA -CE, Convergenza Ampia per la Salvezza dell’Angola – Coalizione elettorale, le due più grosse) hanno già denunciato brogli e e manipolazioni. 

Le elezioni si sono svolte in modo tranquillo durante tutta la giornata di ieri. In tre delle diciotto province del Paese l’apertura dei seggi è stata prolungata, mentre quindici seggi sono rimasti chiusi durante tutta la giornata di mercoledì nelle province di Benguela e Lunda Norte, perché, come ha fatto sapere Julia Ferreira, portavoce della Commissione elettorale nazionale angolana, l’aereo che avrebbe dovuto consegnare in alcune zone molto isolate le schede elettorali, le urne e altro materiale, si è schiantato al suolo nella regione di Moxico.

Edorado dos Santos, presidente uscente dell'Angola
Edorado dos Santos, presidente uscente dell’Angola

Alcuni cittadini sono stati informati solo una volta giunti al seggio, di essere stati iscritti in un altro ufficio elettore, spesso assai distante. Una signora anziana di Luanda, la capitale, ha percorso oltre venticinque chilometri a piedi, pur di poter esercitare il suo diritto-dovere. L’opposizione ha fortemente criticato questi trasferimenti. Isaias Samakuva, candidato dell’UNITA, primo partito all’opposizione, sostiene che questi inconvenienti siano stati creati di proposito per impedire ad alcune persone di andare a votare.

Per l’Angola e la sua gente questa tornata elettorale rimarrà nella storia: nessuno è voluto mancare a questo appuntamento, nessuno si è lasciato scoraggiare da inconvenienti burocratici, anche se ha dovuto spostarsi di due o trecento chilometri, come è successo in alcune zone di campagna. Gli oltre nove milioni di elettori angolani non vogliono rimanere solo spettatori. Vogliono scegliere il loro nuovo presidente, anche se il risultato è già scontato.

File ordinate davanti ai seggi elettorali angolani, malgrado le lunghe attese
File ordinate davanti ai seggi elettorali angolani, malgrado le lunghe attese

Finora sono stati scrutinati solamente poco più del sessanta per cento dei voti e il partito al potere è in netto vantaggio. Ecco i risultati parziali: MPLA 64,57 per cento, UNITA 24,04 per cento. La partecipazione al voto è stata del 76,83 per cento, secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale. Ma già piovono le polemiche. L’opposizione si chiede da quale fonte la Commissione abbia potuto prendere i dati provvisori annunciati poco fa.

Ma cosa cambierà con l’arrivo del nuovo presidente? Forse ben poco. Attualmente la maggior parte degli incarichi di rilevanza sono occupati da persone che godono della massima fiducia del presidente usceente. La figlia Isabel dos Santos è a capo della Sonangol, la società petrolifera di Stato (http://www.africa-express.info/2016/06/03/il-dittatore-angolano-nomina-la-figlia-a-capo-della-compagnia-statale-del-petrolio/), il figlio amministra il fondo statale petrolifero e anche gli alti funzionari di polizia, dei servizi segreti e dell’esercito sono tutte persone dell’entourage del dittatore.

In linea di massima nessuna di queste persone dovrebbe decadere con il cambio della guardia al governo perché una delle ultime leggi che ha fatto approvare a grande maggioranza dal Parlamento prevede che le scelte sul personale, effettuate da dos Santos non possono subire variazioni con la nomina del nuovo capo di Stato. Ovviamente questa legge è stato motivo di grandi polemiche, perché limita enormemente la libertà d’azione del nuovo futuro leader del Paese.

L’Angola è uno dei maggiori produttori di petrolio dell’Africa, secondo solo alla Nigeria, eppure il trenta per cento della popolazione vive in povertà estrema, vale a dire con meno di 1,9 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è relativamente bassa, non supera i cinquantuno anni, mentre la malnutrizione infantile è tra il trenta e il quaranta per cento.

Appello di Amnesty Angola al nuovo governo
Appello di Amnesty Angola al nuovo governo

Dos Santos non ama le critiche. Sotto il suo regime i dissidenti molto spesso venivano arrestati e processati (http://www.africa-express.info/2016/07/01/angola-liberati-17-dissidenti-in-galera-per-aver-letto-un-libro-sovversivo/). Diciamolo francamente: i diritti umani non erano tra le priorità del vecchio leader, che durante gli anni ha avuto – come per altro tanti leader africani – una trasformazione copernicana: da combattente per la libertà e l’uguaglianza è saltato nei panni del dittatore cleptocrate dal portafoglio gonfio di capitali all’estero. E infatti, Amnesty ha spesso protestato e oggi ha fatto un appello al governo che sarà formato dopo le elezioni perché attenui la morsa liberticida.

Ben cosciente del malcontento che regna nel Paese, negli ultimi mesi l’MPLA ha letteralmente invaso la ex colonia portoghese con tutta la sua potenza finanziaria a disposizione; si sono moltiplicate le inaugurazioni di grandi opere, come dighe e ponti. E il delfino di dos Santos ha fatto sapere durante una conferenza stampa alla vigilia delle elezioni: “La mia missione sarà quella di rilanciare il Paese. Vorrei essere ricordato come l’uomo del miracolo economico in Angola”.

Gli analisti politici sono cauti nell’esprimere la loro opinione su questa tornata elettorale, ma visto il contesto attuale sono tutti concordi che l’MPLA non raggiungerà certamente il settantadue per cento dei voti come cinque anni fa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sangue sulla costa del Kenya: suicida un italiano e due svizzeri ammazzati

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 agosto 2017

Risiede forse nel drastico calo dei flussi turistici l’estremo gesto del sanremese Edmondo Buffa, 71 anni, che tutti a Malindi chiamavano semplicemente “Eddy”, trovato tre giorni fa, privo di vita, a bordo della sua auto, quasi ai limiti di quell’Oceano Indiano che, oltre vent’anni fa, l’aveva incantato spingendolo a trasferirsi lungo le sue coste.

Eddy era il proprietario della “Tusker Safari” una delle migliori e più attive agenzie escursionistiche di Malindi. Impulsivo, sanguigno, irascibile, sempre pronto al rimbotto ed al confronto, Eddy era dotato di una stupefacente umanità che gli faceva compiere, sempre sotto le bizzarre spinte umorali che lo soggiogavano, anche gesti di straordinaria generosità. Ecco perché molti connazionali, pur se intimiditi dai suoi sempre incombenti scatti d’ira, non potevano evitare, come chi scrive, di essergli genuinamente affezionati.

Di natura ben diversa, è stato invece l’omicidio, compiuto con agghiacciante premeditazione, ai danni di una coppia di pensionati svizzeri; Werner Borner Paul e Marriane Hornel, entrambi settantenni, che da oltre dieci anni soggiornavano frequentemente in Kenya. Avevano una abitazione, sulla Links road, nel prestigioso quartiere residenziale di Nyali a nord di Mombasa.

I due erano atterrati poco dopo la mezzanotte di sabato, all’aeroporto internazionale di Mombasa, erano stati accolti dal loro autista e dal personale domestico. Caricati i bagagli a bordo dell’auto di loro proprietà, avrebbero dovuto dirigersi verso casa con i loro accompagnatori, ma quella destinazione non è stata mai raggiunta. La mattina successiva, domenica, un passante ha scoperto il loro corpi senza vita buttati ai bordi di un tratto di strada sterrata, tra Kisauni e Kiembeni, due popolose borgate di fama discutibile, nella contea della capitale costiera.

La strada dove sono stati trovati i cadaveri dei coniugi svizzeri
La strada dove sono stati trovati i cadaveri dei coniugi svizzeri

Identificate le vittime, la polizia ha trovato subito l’auto, probabile teatro dell’omicidio, nel parcheggio dell’abitazione dei due svizzeri. Gli interni del mezzo presentavano numerose tracce di sangue. Appare ovvio che la coppia di anziani doveva sicuramente fidarsi del gruppo che l’aveva accolta, diversamente non sarebbe salita a bordo, di notte, con gente sconosciuta. Nel corso del sopralluogo, la polizia ha arrestato il giardiniere, ritenuto l’ideatore del crimine e dopo uno stringente interrogatorio, ha emettesso tre ordini di cattura a carico del guardiano notturno, del custode e di un vicino di casa, che, stando alle conclusioni degli inquirenti, avrebbero attivamente partecipato al crimine.

I tre presunti complici del giardiniere, peraltro si erano già dileguati, ma la polizia afferma di aver localizzato uno di loro a Nairobi, tramite il segnale GPS del suo cellulare e conta di procedere rapidamente ad altri arresti. Non è noto da quanti anni, i presunti assassini fossero al servizio della coppia, ma è certo che fatti del genere, oltre che a spingere verso sempre più accurate cautele, creano uno stato di ansia e di sospetto generalizzati che non forniscono certo la serenità necessaria per godersi il salutare relax di una bella vacanza africana.

Con tutti gli averi al seguito e con una presumibile e consistente somma di denaro che avrebbe loro consentito la necessaria autonomia finanziaria durante la permanenza in Kenya, i due sventurati coniugi, fornivano senz’altro, agli occhi dei loro carnefici, un’attrattiva troppo allettante, per sollecitare anche quel minimo residuo di umanità che ancora potevano possedere. Come recita uno scioglilingua inglese: “God made man, man made money, money made man mad”. (Dio fece l’uomo, l’uomo fece il denaro, il denaro fece impazzire l’uomo)

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Il pugno di ferro egiziano contro i giornalisti: fotoreporter in galera da ottobre

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 agosto 2017

Khaled Mamdouh Mohamed Matei, reporter e fotogiornalista egiziano è stato arrestato nella sua abitazione al Cairo lo scorso 9 ottobre. All’una di notte, otto agenti della sicurezza nazionale, con i visi coperti dal balaclava e fucili automatici hanno fatto irruzione nella casa di Matei, lo hanno ammanettato, bendato sugli occhi e portato in un luogo sconosciuto.

Per ore e ore gli agenti hanno continuato a frugare nella bella casa dei coniugi Matei, devastando mobili e oggetti alla ricerca di non so cosa, ha riferito la moglie tedesca a Africa ExPress. “Era una notte bellissima, sui 22 gradi. Eravamo appena andati a letto quando sono arrivati. Hanno distrutto la nostra casa, le nostre vite”. E Judith Weber continua il suo racconto: “Gli agenti hanno sequestrato tutta l’attrezzatura di mio marito, fotocamera e macchine fotografiche con tutti gli accessori, microfoni, computer, notebook e telefoni cellulari, comprese le schede di memoria. Hanno portato via anche il mio laptop e le mie simcard”.

Il giorno seguente il reporter viene trasferito nel carcere di Tora e la procura per la sicurezza nazionale conferma la detenzione cautelare con le seguenti accuse: appartenenza a gruppo terroristico (nello specifico, visto che ci troviamo in Egitto, ai “fratelli musulmani”) e divulgazione di notizie false.

Judith viene informata dell’arresto del coniuge solo dopo quattro giorni, ma si ritiene pure fortunata, precisa nel suo racconto: “In molti casi di detenzione preventiva i familiari non hanno più notizie del proprio congiunto per settimane, a volte mesi”.

Khaled Mamdouh Mohamed Matei
Khaled Mamdouh Mohamed Matei

Sono passati oltre dieci mesi dall’arresto di Matei. Proprio due giorni fa è stato condannato ad altri quarantacinque giorni di galera. Da diverso tempo ormai ogni quarantacinque giorni gli accusati come Khaled vengono convocati dal procuratore per la sicurezza nazionale, che puntualmente infligge una nuova pena detentiva per lo stesso lasso di tempo. Durante i primi centocinquanta giorni a Tora, i prigionieri in detenzione cautelare, si devono presentare davanti al magistrato ogni quindici giorni, che puntualmente conferma la pena della durata di due settimane. Questo per dieci volte di seguito. Man mano che passa il tempo, le condanne, sempre provvisorie, si allungano. Un modus operandi arbitrario, che non trova alcun fondamento legale.

Khaled Mamdouh Mohamed Matei
Khaled Mamdouh Mohamed Matei

Judith Weber  è una donna coraggiosa e forte; non si è mai arresa e continua a combattere per il suo uomo, anche se ora, dietro consiglio delle autorità tedesche, ha lasciato l’Egitto. Ha bussato a mille porte per avere aiuto, sostegno. Grazie ai contatti suggeriti da Amnesty International ha trovato una porta aperta presso Media Legal Defence Initiative con sede a Londra, che a sua volta l’ha indirizzata all’ Egyptian Comittee for Right and Freedom (ECRF) del Cairo. L’ECRF ha garantito alla coppia l’assistenza legale per tutto il periodo di detenzione del marito di Judith. Durante ogni apparizione davanti al procuratore per la sicurezza nazionale è richiesta la presenza di un avvocato, un onere che oggi come oggi la coppia non potrebbe permettersi.

Khaled è nato nel 1971 al Cairo. Nel 2008 ha iniziato la sua carriera professionale come reporter e giornalista fotografico presso giornali egiziani. Nel 2009 ha lavorato anche per un emittente televisiva sportiva e nel 2010 ha partecipato alla realizzazione di un documentario per l’NTN. Fino al suo arresto ha collaborato con diversi settimanali, ma lavorava anche come reporter e fotogiornalista freelance

Non ci sono parole per descrivere la putrida galera di Tora. In quel luogo non c’è nulla di umano, violenze e supplizi fanno parte della quotidianità. Succede che le celle vengano devastate dagli agenti di sicurezza durante i controlli; distruggono non solo i pochi e poveri averi dei malcapitati, ma anche i generi alimentari che i familiari portano ogni qualvolta viene loro concesso una visita.

Khaled Mamdouh Mohamed Matei
Khaled Mamdouh Mohamed Matei

“Mio marito è un uomo distrutto, sia fisicamente e che moralmente. Pesa ormai solo quarantacinque chilogrammi ed è alto un metro e ottantacinque centimetri. Un’ulteriore perdita di peso potrebbe compromettere la sua vita. Malgrado tutti gli sforzi messi in campo, finora non gli è stato concesso alcun trattamento medico. Sono mesi che mio marito non riceve visite”, precisa Judith e dopo un sospiro profondo continua il suo racconto: “Io mi trovo all’estero e dunque non c’è nessuno che possa portagli del cibo decente, la sua vita dipende dal buon cuore dei compagni di cella, che condividono con lui di tanto in tanto ciò che ricevono dai propri parenti. A volte è costretto a consumare i pasti che passa la prigione, una specie di poltiglia dagli ingredienti incerti”.

I prigionieri possono acquistare settimanalmente sigarette, snakes, succhi di frutta e bibite gasate, grazie al denaro che viene inviato o portato dai familiare. In particolare le sigarette sono ottima merce di scambio. Servono principalmente per ricompensare i favori dei compagni di cella oppure “concessioni” fatte dalla polizia penitenziaria.

L’Egitto si posiziona ormai al terzo posto a livello mondiale per il numero di giornalisti imprigionati. Il primato è detenuto dalla Cina, mentre la Turchia occupa il secondo posto di questa triste classifica.

L’ECRF e l’avvocato di Khaled sostengono che dal materiale sequestrato dagli agenti della sicurezza nazionale il giorno del suo arresto non sarebbero emerse prove contro di lui. Purtroppo non c’è alcun atto giudiziario che lo possa confermare. Intanto Matei continua a marcire in prigione, senza sapere quando finirà questo calvario, mentre la moglie non cessa la sua battaglia per il marito dall’estero.

La coppia si è sposata nel 2014, Judith era già nel Paese per motivi di lavoro da parecchi anni. Durante la sua ultima visita in Egitto, la moglie ha portato con sé il loro gatto, che ora è accovacciato sulle sue ginocchia, come se volesse proteggere la padrona con il suo dolore, la sua sofferenza, la sua dignità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’assurda polemica con il New York Times offende la famiglia Regeni

EDITORIALE barbara-ciolli-francobollo
Barbara Ciolli
22 agosto 2017


Le cronache sul caso Regeni abbondano di ricostruzioni su presunte finte rivelazioni del New York Times a orologeria, manovre di anglo-americani contro gli interessi dell’ENI e degli italiani in Egitto, volontà di boicottaggio dei buoni rapporti tra il governo Renzi e poi Gentiloni con il regime di al Sisi, anche attraverso l’intrigo della morte del giovane ricercatore al Cairo.

L’ultimo polverone sulla lunga inchiesta del prestigioso giornale americano, pubblicata all’indomani dell’annuncio dell’Italia di rispedire un ambasciatore in Egitto dopo oltre un anno di sospensione dei rapporti diplomatici, esaspera le tesi complottiste sull’atroce uccisione di Giulio Regeni.

Con l’assurdo che – dalla solita destra della Realpolitik ma anche dalla sinistra stalinista (il presidente egiziano al Sisi è alleato in Libia con Putin e si fa armare dalla Russia) sempre più fascio-comunista e da una buona fetta di governativi del Pd – si arriva a gridare contro le potenze straniere che “non vogliono che l’Italia abbia un ambasciatore al Cairo” e contro i “buonismi” controproducenti del solidarizzare troppo con la famiglia Regeni.

Ma come, non erano Renzi e Gentiloni, rispettivamente premier e ministro degli Esteri alla scomparsa del ragazzo il 25 gennaio 2016, a essere schiavi dei poteri forti e del maxi giacimento offshore scoperto dall’ENI a Nord del Cairo, per aver esitato mesi e mesi prima di richiamare in patria l’ambasciatore in Egitto?

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Nella calda estate della guerra alle ONG sui migranti (un’altra battaglia incredibile della pseudosinistra) la pistolettata del NYT all’Italia sul caso Regeni diventa il mostro, ma è come guardare il dito e non la luna. Oltreoceano – per qualsivoglia ragione, magari anche ideologica – nella sostanza si è attaccata la fine del gelo diplomatico tra l’Italia e l’Egitto, che era l’unico strumento di vera pressione sul regime per poter fare un po’ di luce e giustizia sull’accaduto.

Hanno ragione i genitori di Regeni a “sentirsi presi in giro”: un po’ da tutti a questo punto. Un anno fa erano in tanti dalla loro parte, adesso sono sempre più soli. L’indignazione sarebbe dovuta montare qui, in Italia, invece le acque sono state agitate dagli Usa e ci si arrabbia pure molto.

Giulio Regeni è morto a 28 anni al Cairo, dove stava svolgendo un dottorato per l’università di Cambridge, dopo un’agonia durata giorni in seguito a terribili percosse e torture perpetrate su tutto il suo corpo, ritrovato poi in un fosso il 3 febbraio 2016. Se è lecito dubitare della tempistica e delle informazioni poco circostanziate dell’inchiesta del NYT (pur a firma di un giornalista basato al Cairo da anni, molto esperto della vicenda), non ci sono prove di macchinazioni internazionali ai danni dell’Italia.

Sparare giudizi universali è un’offesa, della collettività ormai, ai famigliari di Giulio. Mentre sono evidenti i tentativi di depistaggio della polizia egiziana sul caso, tant’è che cinque agenti della sicurezza nazionale sono stati indagati dalla procura. Certa è anche la pratica nell’Egitto che arresta i giornalisti e censura i siti liberi, della sparizione, della tortura, a volte anche dell’uccisione di migliaia tra attivisti e dissidenti. Normale amministrazione, specie il 25 gennaio: anniversario della rivolte di piazza Tahrir del 2011 e della scomparsa di Regeni.

Ogni giorno, nell’Egitto che fa comodo all’Italia anche per prendersi indietro i migranti, dai dati delle ONG (anch’esse al soldo dei poteri economici e politici americani, si dice) tre Regeni egiziani scompaiono nel nulla: l’ex generale al Sisi sarà pure nel mezzo di una faida tra procura e polizia e relativi servizi rivali d’intelligence, non sarà neanche il peggiore, ma guida un regime militare dove anche un ragazzo italiano è morto di morte ingiusta. Perché prendersela con il NYT e difendere lui?

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

 

Togo: 7 morti e decine di feriti ma Gnassingbé non rinuncia al potere

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 21 agosto 2017

La polizia spara ad altezza d’uomo sui dimostranti che chiedono la restaurazione dei valori costituzionali negati dal presidente del Togo Faure Gnassingbé che, instauratosi alla morte del padre, Eyadéma, ha di fatto trasformato, sin dal 1967, la pretesa Repubblica Democratica Togolese, in una sorta di dinastia monarchica. I violenti scontri avvenuti ieri nella capitale Lomè fanno al momento registrare sette vittime e decine di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni.

Piccolo gioiello naturale incastonato tra Ghana, Benin e Burkina Faso, il Togo, pur nella sua limitata estensione di soli 57 mila km quadrati, (un sesto dell’Italia) offre una stupenda varietà paesaggistica. Dalle vaste spiagge atlantiche alle incontaminate e lussureggianti foreste dell’interno. In questo pressochè intatto scenario primordiale vivono 6 milioni di abitanti di prevalente religione animista. All’apparenza sembrano pochi, ma sono il frutto di un poderoso incremento demografico poiché nel 1960, alla proclamazione dell’indipendenza dal dominio francese, non superavano il milione e duecentomila unità.   

Gli scontri di ieri, domenica 20 agosto tra polizia e dimostranti a Lomé, la capitale del Togo
Gli scontri di ieri, domenica 20 agosto tra polizia e dimostranti a Lomé, la capitale del Togo

Il Togo, date queste condizioni, potrebbe costituirsi in una terra idilliaca, ma anche qui la pervicace metastasi che avvelena il continente africano, non ha rinunciato ad annoverarla tra le proprie vittime. Il primo colpo di stato, che depose l’allora presidente Sylvanus Olympio, avvenne solo 4 anni dopo l’ottenuta indipendenza quando Olympio fu ucciso e rimpiazzato dal suo primo ministro Nicolas Grunitzky che, a sua volta, tre anni dopo, fu deposto da Étienne Eyadéma, un semplice sergente dell’esercito che instaurò un regime monopartitico e fortemente autarchico .   

La forte avversione vero l’occidende, portò Eyadéma ad espropriare tutte le attività gestite dai bianchi e non solo: impose a tutti i concittadini che avevano un nome di battesimo europeo di sostituirlo con un equivalente togolese. Egli stesso cambiò il proprio nome da Étienne Eyadéma, in quello di Gnassingbé Eyadéma. Secondo alcuni osservatori questo rancore verso i vecchi dominatori francesi, derivava dal fatto che, durante il loro controllo dell’esercito, non l’avevano mai promosso ad una grado superiore, relegandolo a quello di semplice sergente.

Il presidente del Togo Faure Gnassingbé
Il presidente del Togo Faure Gnassingbé

Durante il suo regime, Eyadema, si comportò come il peggiore dei dittatori, soppresse le libertà di espressione, il libero associazionismo ed applicò criteri di giustizia feudale. Comportamenti, questi che, sotto le forti pressioni internazionali, lo costrinsero, nel 1990, a dimettersi lasciando l’incarico ad interim al proprio primo ministro. Ma la rinuncia ai privilegi del potere, assaporati così a lungo, dovette risultargli inaccettabile perché immeditamente dopo, l’esercito, da lui controllato, diede vita a vere e proprie azioni terroristiche tra cui il bombardamento dell’abitazione del primo ministro, attentati ed uccisioni di esponenti politici, funzionari sindacali, giornalisti e altre organizzazioni che gli si opponevano.

Questi atti crearono nel paese un’atmosfera di terrore e molti cittadini fuggirono per rifugiarsi nei paesi confinanti, Ghana e Benin. Il Togo si trovò così alla soglia di una guerra civile che fu scongiurata solo grazie al ricorso alle elezioni generali del 1993 che approdavano finalmente ad un sistema multipartitico. Ma anche questo appello all’elettorato finì per rivelarsi una farsa perché, grazie a probabili brogli ed intimidazioni, Gnassingbé Eyadéma vinse addirittura con il 96% dei consensi.

Il Togo che peraltro solo un anno prima si era dotato di una Cosituzione democratica, si ritrovò così al potere lo stesso dittatore che l’aveva soggiogato per 16 lunghi anni e che mostrò subito di non aver perso le sue velleità egemononiche. Compì una nutrita serie di intimidazioni e di attività antidemocratiche, tra cui ripetute alterazioni della carta costituzionale che, praticamente, gli garantivano il diritto di “regnare” a vita. Una garanzia che però non riuscì a sconfiggere il potere del fato che nel 2005 lo portò alla morte per un infarto.

A termini costituzionali ed in attesa di un nuovo processo elettorale, avrebbe dovuto succedergli il portavoce del parlamento che doveva porsi alla guida di un governo di transizione della durata massima di 60 giorni, ma un altro colpo di Stato, attuato con la complicità del parlamento, portò invece al potere Faure Gnassingbé, rampollo del dittatore scomparso, il quale, da bravo “figlio d’arte”, seguì pedissequamente le orme paterne e tra operazioni di maquillage politico, alternate a feroci rappresaglie contro gli oppositori (sempre taciute dalla stampa togolese) riuscì a conservare il potere che detiene tutt’oggi a scapito di un popolo che da ormai quasi 60 anni invoca quella l’ibertà e quell’auto determinazione attese all’indomani dell’ottenuta indipendenza.            

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Egitto, pugno di ferro contro i media: bloccato il sito di Reporter senza Frontiere

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Africa-Express-breaking-news-600Africa ExPress
Il Cairo, 20 agosto 2017

Repoter sans Frontière (RSF) fa sapere nella sua pagina web, che il loro blog non è più raggiungibile in Egitto dal 14 agosto.

Chiuso, bloccato per ordine del governo egiziano. In questo Paese non ci si stupisce più di nulla; la libertà di espressione è un optional da anni; centinaia di siti d’informazione e news sono stati chiusi recentemente, precisamente dalla fine del 2016, data nella quale Abdel Fattah el-Sisi, presidente dell’Egitto, ha varato una nuova legge a dicembre 2016, riguardante i media e che prevede la creazione di un Consiglio supremo per l’amministrazione dei media.

Tale consiglio è autorizzato a revocare le licenze ai media stranieri, di multare o sospendere le organizzazioni di stampa. Gli analisti considerano questa nuova legge un duro colpo alla democrazia e alla libertà di stampa.

Sito bloccato in Egitto di Reporter senza Frontiere
Sito bloccato in Egitto di Reporter senza Frontiere

RSF hanno chiesto spiegazione all’Egitto per queste misure ed ha invitato le autorità competenti di togliere il blocco per di rendere visibile la loro pagina. L’accesso al sito (https://rsf.org), che condivide a livello mondiale le violazioni contro la libertà di stampa in diverse lingue, incluso l’arabo, è stato bloccato in Egitto dal 14 agosto 2017.

Impossibile accedere alla pagina in nessun modo, né via Vodafone, Orange, Estalate e tantomeno via Tedate, di proprietà dello Stato egiziano. Con questo gesto l’Egitto si è allineato agli Stati non democratici come l’Iran e la Cina, che hanno bloccato RSF ben due volte in passato.

RSF ha contattato diversi enti governativi telefonicamente, anche il Ministero per le telecomunicazioni e il Consiglio supremo citato sopra, nessuno ha saputo dare una spiegazione perché il sito di RSF in arabo sia stato bloccato.

Un addetto stampa del National Telecommunications Regulatory Authority (NTRA) ha sottolineato che non sono responsabili di questo blocco e il Consiglio supremo per l’amministrazione dei media ha promesso a  Alexandra El Khazen, responsabile esecutivo per il Medio oriente di RSF, che avrebbe aperto un’inchiesta. Promesse simili erano state fatte ad altri media, bloccati in passato. Nessuno ha mai ricevuto una scusa plausibile. Dal 24 maggio sono stati chiusi ben centotrentacinque siti;  nessuno dei responsabili ha ricevuto una comunicazione ufficiale a riguardo.

Comunque RSF ha potuto verificare che il proprio sito è stato chiuso dopo aver condannato l’arresto extra giudiziario di Mahmoud Abou Zeid, conosciuto anche come Shawkan, che si trova da ben quattro anni nelle putride galere egiziane senza accusa formale alcuna.

Africa Express

Congo-K: firmato il “Manifesto del cittadino congolese” per mandare a casa Kabila

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 agosto 2017

Alcune decine di persone della società civile della Repubblica Democratica del Congo si sono riunite venerdì scorso a Parigi, dove hanno siglato un “Manifesto del cittadino congolese” con l’obiettivo di unire il popolo per riuscire a spodestare Jospeh Kabila, il presidente della ex colonia belga al potere da ben sedici anni. E’ uno dei tanti leader africani che amano restare incollati alla loro poltrona. Il suo mandato è scaduto a metà dicembre 2016, ma lui ha semplicemente rinviato le elezioni.

Tra i firmatari del Manifesto erano presenti membri del movimento cittadino, rappresentanti della Lucha, acronimo per Lutte pur le changement (in italiano: lotta per il cambiamento) e ancora Les Congolais Debout di Sindika Dokolo, marito di Isabel dos Santos, figlia del presidente dell’Angola. Dokolo, un collezionista d’arte di origini congolesi, figlio del miliardario banchiere e collezionista di arte africana classica, Augustin Dokolo e di Hanne Kruse, danese.

Joseph Kabila, presidente del Congo-K
Joseph Kabila, presidente del Congo-K

Dokolo l’11 agosto ha presentato il suo movimento cittadino non violento “Congolesi in piedi” scorso. L’obbiettivo è quello di svegliare le coscienze dei cittadini del Paese. Les Congolais Debout è stato lanciato anche in rete per raccogliere le adesioni.

“Vive le peuple – viva il popolo – è lo slogan che si è sentito più volte nella piccola sala delle conferenze della sede della Federazione internazionale dei diritti umani e ognuno dei presenti vorrebbe che questo 18 agosto 2017 restasse per sempre nella storia del Congo-K. Tra i presenti c’era anche Fedel Barro, del movimento senegalese Y’en a marre in veste di consigliere.

Isabel dos Santos e Sindika Dokolo
Isabel dos Santos e Sindika Dokolo

I diversi gruppi hanno voluto rispondere allo slogan lanciato tempo fa dagli arcivescovi Debout congolais con il Manifesto aperto a tutti i cittadini del Congo-K, “Perché la Repubblica è una questione che concerne tutti e non uno solo o un gruppo di persone”, ha spiegato André Mbata, direttore esecutivo dell’Istituto per la democrazia, la governance, la pace e lo sviluppo in Africa. E infine ha aggiunto: “L’obiettivo è arrivare alla mobilitazione dei cittadini, per un ritorno all’ordine costituzionale; l’attuale governo è incostituzionale, in quanto non sono state tenute le elezioni”.

La nuova “associazione” che raggruppa vari movimenti, è totalmente apolitico, nessuno dei componenti è iscritto ad un partito. I firmatari si considerano semplicemente cittadini del loro Paese, che vogliono contrastare lo strapotere di Kabila e mandarlo a casa. Dal suo insediamento nel 2001 ha saputo solo spargere morte, alimentare contrasti e ridurre il popolo alla fame.

Dokolo ha sottolineato che la chiave di tutto è la massa; la popolazione tutta deve essere protagonista e far comprendere che l’unica alternativa possibile è quella di ricreare un ambiente politico virtuoso perché si possa giungere ad un cambiamento.

manifesto

La situazione umanitaria nella ex colonia belga è davvero drammatica, come lo si evince dall’ultimo rapporto della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione, pubblicato lo scorso 14 agosto. Oltre 7,7 milioni di persone vivono oramai in stato di estrema necessità, legato alle violenze che non tendono a placarsi. Nelle zone rurali una persone su dieci soffre la fame, in particolare nelle regioni Kasaï e attorno al lago Tanganyika.

Tale condizione è alimentata anche dall’invasione del bruco legionario in gran parte delle colture e dalle epidemie di colera e di morbillo che hanno colpito vaste zone. E nelle aree dove il conflitto non dà segni di tregua, un milione e mezzo di persone sono in uno stato di insicurezza alimentare grave. Non sempre riescono a consumare un pasto al giorno. Donne e bambini sono i più colpiti da questa carestia e il quarantatré per cento dei piccoli sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica.

Catastrofe nel Congo-K. Frana travolge oltre 200 persone
Catastrofe nel Congo-K. Frana travolge oltre 200 persone

Pochi giorni fa una valanga di fango, causata dalle piogge torrenziali, ha travolto case e ucciso almeno duecento persone nel nord-est della Repubblica democratica del Congo. I soccorsi sono resi assai difficili, perché l’intera zona è circondata da montagne.  Altra tragedia, altre lacrime in questo Paese, già tanto provato e tormentato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: Buhari malato a Londra, terrorismo e corruzione continuano

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 agosto 2017

Tre kamikaze si sono fatti esplodere martedì nel nord-est della Nigeria, uccidendo ventisette persone e ferendo altre ottantatré, ovviamente il bilancio è ancora provvisorio. Gli attentati non sono ancora stati rivendicati, ma portano l’evidente firma dei sanguinari terroristi Boko Haram.

Martedì mattina una donna si è fatta esplodere vicino ad un mercato di Maiduguri, capoluogo del Borno State, che è stato teatro di moltissimi attentati simili negli ultimi anni. Altri due attacchi, sempre ad opera di due giovani donne suicide, si sono verificati all’entrata di un campo per sfollati non lontano dalla città.

Attacco kamikaze a Maiduguri, capoluogo del Borno State, Nigeria
Attacco kamikaze a Maiduguri, capoluogo del Borno State, Nigeria

Altri due attentati si sono verificati lunedì notte nell’Adamawa State, sempre nel nord-est della ex colonia britannica. Gli abitanti delle comunità Nyibango e Muduhu sono fuggiti dopo l’arrivo dei miliziani, che hanno saccheggiato la case, portando via le provvigioni di cibo e poi le hanno incendiate. Yusuf Muhammed, responsabile del governo locale di Madagali, ha ricordato che solo pochi giorni prima un attacco simile è stato messo in atto a Mildu,  un villaggio nelle vicinanze degli altri due. Durante tale incursione dei Boko Haram sono state uccise sette persone. Certo, interessa poco il destino di questa gente, la lotta alla ricerca fabbisogno quotidiano, la miseria che li spoglia persino della loro identità.

Il governo nigeriano non è ancora assolutamente in grado di garantire protezione alla popolazione civile. Dal mese di giugno ad oggi sono state barbaramente ammazzate centoquarantatré persone, senza contare i morti di martedì.

Muhammadu Buhari, che ha vinto le elezioni presidenziali nel 2015 a più riprese ha fatto sapere che la distruzione totale del gruppo terrorista era vicina. Intanto il tempo è passato e dal 2009, anno nel quale sono comparsi per la prima volta i Boko Haram, oltre ventimila persone hanno perso la vita, 2,3 milioni hanno dovuto lasciare le loro radici, i loro villaggi, ed ora i più sono senza lavoro, allo stremo. Molti bambini e giovani non possono frequentare le scuole, il servizio sanitario è carente, a volte addirittura inesistente. I giovani sono disoccupati, molte donne sono costrette a prostituirsi pur di portare un pezzo di pane a casa.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria
Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Mentre Buhari si trova a Londra da oltre novanta giorni per terapie mediche – non è dato di sapere di quale patologia soffra, perché la sua malattia viene custodita come un segreto di Stato – i suoi oppositori chiedono le sue dimissioni immediate. Da tempo gira in rete l’hashtag #ResumeOrResign e i cittadini chiedono maggiori dettagli sull’assenza del presidente, trasparenza sulla sua malattia, ma il partito al potere, l’ All Progressives Congress, e Yemi Osinbajo, il vicepresidente, che da mesi ha in mano il timone del Paese, tacciono. In un comunicato di pochi giorni fa Buhari ha evidenziato: “Mi sento bene, sono pronto per tornare a casa, ma sono in mano ai medici. Ho imparato ormai che devo obbedire e non solo pretendere di essere obbedito”. Difficile crederci, visto che Buhari è un ex militare, che ha organizzato un colpo di Stato del 1983.

Sta di fatto che da quando l’ex putschista è al potere, la situazione economica generale nel Paese è peggiorata, malgrado le sue promesse pre-elettorali, Difatti nel 2016 oltre 3,7 milioni di nigeriani hanno perso il loro posto di lavoro. Un Paese ricco di petrolio, ma con la corruzione che si espande come la peste, e dove una grande fetta della popolazione vive in povertà estrema.  

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Solo due giorni fa è stato attaccato l’edificio di Abuja dell’Economic and Financial Crimes Commission (EFCC)  (Commissione contro i crimini di corruzione economica e finanziaria) da alcuni uomini armati. Fortunatamente sono stati fermati dal personale addetto alla sicurezza, ma hanno lasciato un biglietto con minacce di morte indirizzato a Ishaku Sharu, uno degli investigatori capo della commissione. Sharu sta attualmente indagando su alcuni politici e ex militari sospettati di essere coinvolti in casi di corruzione.
Lo scorso mese di giugno un altro membro dell’ufficio anti-corruzione di Port Harcourt, capoluogo del Rivers State, è stato ferito da alcuni proiettili (http://www.africa-express.info/2017/06/30/nigeria-tra-corruzione-miseria-e-boko-haram/).

Da giorni alcune centinaia di residenti delle comunità di Belema and Offoin-Ama nel Rivers State stanno bloccando gli impianti petroliferi della Shell ad Akutu Toru nel Delta del Niger, chiedendo posti di lavoro e infrastrutture. Il Delta del Niger rappresenta la cassaforte della Nigeria, perché ricchissima di oro nero, eppure la maggior parte della popolazione non ha mai tratto beneficio dall’estrazione del greggio. Anzi in cambio ha ricevuto solo miseria e devastazione ambientale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia, arzillo di 107 anni sposa giovane di trentatré. E vuole tanti bambini

sandro_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 agosto 2017

 

Ha 107 anni di età, almeno così dice Haji Abdulkadir Dekema, e durante lo scorso fine settimana è convolato a nozze la sua fidanzata Furo Guyo di 33 anni.

Torta nuziale africana
Torta nuziale africana

Anche se in Africa spesso non è sicura l’età per mancanza di dati anagrafici, Dekema afferma di avere 108 eredi tra figli in su con gli anni, nipoti adulti e pronipoti.

Il vecchio Haji Abdulkadir è etiope della zona di Shashamane, città a 240 km a sud di Addis Abeba, nella regione di Oromia, Etiopia centrale. Oltre a Furo, con la quale ha intenzione di avere molti bambini, l’anziano sposino ha altre due mogli.

Hailè Selassiè
Hailè Selassiè

La notizia è stata data Radio Fana, emittente di Addis Abeba, e ripresa anche dall’agenzia Nuova Cina.

Shashamane è famosa per essere la patria dei Rasta, che deriva da Ras Tafari,  così come era chiamato il negus Haile Selassiè. L’area era considerata una zona franca per il consumo di ganjia, il nome locale che indica hashish e marijuana.

Perfino Menghistu Hailè Mariam, primo capo di stato della Repubblica etiope, cercò di proibire il consumo di ganja senza riuscirci.

Da diversi anni il governo etiope ha avviato una politica per ridurre la poligamia nelle regioni centrali e orientali dove i musulmani costituiscono la maggioranza della popolazione. Evidentemente le politiche statali non hanno influito sulle decisioni di Dekema.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin