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Zimbabwe, Mugabe vola in Sudafrica per salvare la moglie Grace dalla galera

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 agosto 2017

Il caso di Grace Mugabe, la moglie del presidente dello Zimbabwe, accusata di aver malmenato una modella sudafricana, dopo averla trovata in compagnia dei due figli, Robert e Chatunga, si complica e rischia di creare un incidente diplomatico tra i due Paesi. (http://www.africa-express.info/2017/08/16/la-moglie-di-mugabe-picchia-sangue-una-giovane-modella-sudafricana/)

Ieri sera il ministro della Polizia, Fikile Mbalula, ha fatto sapere che Grace si trova ancora nel Paese, ma circolano anche indiscrezioni che la first lady sia ritornata nello Zimbabwe, dopo aver ignorato l’ordine di comparizione emesso dai giudici del tribunale di Ranburg. Sta di fatto che il marito, Robert Mugabe, è arrivato ieri sera a Pretoria, la capitale del Sudafrica, per partecipare al trentasettisimo vertice del Southern African Development Community SADC (acronimo inglese per Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale), che si terrà dal 19 al 20 agosto a Pretoria.

Grace Mugabe
Grace Mugabe

Alcune fonti governative ben informate dei fatti hanno asserito che l’arrivo anticipato del presidente zimbabwese sia da collegarsi alle scottanti questioni familiari; Mugabe vuole cercare di districare la matassa che vede protagonista non solo la moglie, ma anche i due figli, famosi solo per condurre una vita di lusso sfrenata a Johannesburg. Robert è ufficialmente iscritto al corso di architettura all’università di Johannesburg, ma mai nessuno l’ha visto frequentare le lezioni. Attualmente non è dato di sapere quale università frequenti Chatunga. Il mese scorso i due fratelli sono stati sfrattati da un appartamento di lusso a Sandton, un quartiere abitato dalla classe agiata, nella periferia di Johannesburg, per una furiosa lite scatenatasi a cause di ragazze.  

Gli avvocati della Mugabe e i rappresentanti delle autorità zimbabwesi hanno invocato l’immunità diplomatica per la loro assistita. Attualmente non è dato di sapere se tale richiesta sarà accordata o meno.
Secondo il commissario della polizia nazionale, Lesetja Mothiba, potrebbe essere formalmente accusata dell’aggressione, denunciata dalla giovane modella Gabriella Engels e, ha aggiunto: “Riteniamo comunque che debba presentarsi davanti alla Corte quanto prima”.

Nel frattempo si scatenano le polemiche. Debbie Engels, madre della giovane modella ferita, non è soddisfatta di come la polizia sta gestendo il caso e molti vorrebbero vedere Grace in un’aula di tribunale, perché pare che la first lady sia recidiva. In più occasioni durante i suoi viaggi all’estero ha perso il controllo e nel 2009, durante un viaggio a Hong Kong è stata accusata dal fotografo britannico Richard Jones di essere stata picchiata da lei, dopo che le guardie del corpo lo avevano buttato a terra e portato via la macchina fotografica. Mentre solo poche settimane fa, durante l’ultima visita a Singapore, Grace è stata messa in stato di fermo per qualche ora per aver distrutto le fotocamere a due reporter. La coppia Mugabe si era recata nella città-Stato nel sud-est asiatico perché l’anziano presidente doveva sottoporsi a cure mediche al Gleneagles Hospital. In entrambi i casi la Mugabe è stata protetta dall’immunità diplomatica.

Robert e Grace Mugabe
Robert e Grace Mugabe

Alla first lady dello Zimbabwe si attribuiscono un’infinità di soprannomi; i fedelissimi la chiamano “Amai” (mamma), “The Lady of the Revelation” o semplicemente “Amazing Grace”, mentre dai suoi oppositori viene apostrofata come “DisGrace”, “Gucci Grace” o “First Shopper”. Sta di fatto che è stato accertato che la coppia Mugabe possiede molte proprietà all’estero, nonché conti bancari offshore in diversi Paesi. La sua sete di possedere e di acquistare abbigliamento e oggetti di lusso sono ormai leggendari.

E’ molto pericoloso mettersi contro la moglie del presidente, come ha raccontato un uomo d’affari di Dubai. Ahmed Jamal ha raccontato – lo si evince dai documenti giudiziari – che lo scorso maggio Grace ha ordinato alla polizia, senza che questa avesse alcun mandato, di confiscare le sue proprietà nello Zimbabwe dopo una controversia riguardante la vendita di un anello di diamante del valore di 1,35 milioni di dollari.

E sempre a maggio Human Rights Watch scrive in un suo rapporto che la polizia, sempre dietro richiesta della Mugabe, ha tormentato, assalito e infine sfrattato oltre duecento famiglie da una tenuta agricola a Mazowe di proprietà della famiglia presidenziale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Raila fa ricorso alla Corte Suprema contro “il presidente uscito dal computer”

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 16 agosto 2017

Raila Odinga ha deciso di rinunciare alle proteste e alle azioni violente e di rivolgersi alla Corte Suprema del Kenya perché annulli le elezioni che hanno portato alla vittoria il suo rivale Uhuru Kenyatta, che lui ha battezzato “un presidente generato dal computer”, con riferimento agli imbrogli informatici del risultato, secondo lui, falso.

L’annuncio, che ribalta quanto era stato deciso in precedenza, è stato dato durante una conferenza stampa: il leader dell’opposizione keniota ha sostenuto che comunque non riconosce il risultato dalla Commissione Elettorale Indipendente (IEBC) viziato da brogli informatici. Il conteggio dei voti è stato infatti affidato a un computer che ha avvantaggiato – secondo Odinga – il suo antagonista facendolo vincere con il 54 per cento dei suffragi.

La conferenza stampa è stata introdotta da un monsignore protestante con una preghiera. “Che Dio faccia conoscere la verità a tutti, che apra gli occhi al governo e dia tranquillità, giustizia e verità al Kenya”.

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Da sinistra il senatore James Orengo, organizzatore della campagna della NASA, Kalonzo Musyoka, candidato vicepresidente, ai microfoni Raila Odinga e Musalia Mudavadi, segretario della coalizione 

Dopo aver sottolineato che la NASA (la coalizione National Super Alliance, che sostiene Odinga) non accetterà mai un risultato falsato dai brogli e annunciato il ricorso alla Corte Suprema, ha sottolineato di aver ammirato il comportamento degli elettori. “Hanno atteso in fila ordinatamente e con pazienza. Ho visto mamme con il loro bimbo legato in spalla, anziani in pacifica attesa, non c’era caos ma grande ordine. I kenioti hanno dimostrato di credere nella democrazia ma la loro volontà è stata tradita. Il processo elettorale è stato corretto. Anche nei seggi i conteggi sono stati precisi e regolari. Gli imbrogli sono avvenuti durante il calcoli elettronici dei voti: sono stati violati i computer perché i risultati favorissero Uhuru”.

“E’ la terza volta che viene proclamato presidente chi non ha vinto – ha raccontato – così per la terza volta è stata ribaltata la scelta degli elettori. Kenyatta è stato dichiarato vincitore a mezzanotte anche se non era finito il conteggio. Perché tutta questa fretta? Perché si doveva correre in questo modo?”

Infine un’assunzione di responsabilità: “E’ nostro compito difendere la Costituzione che ci dà il diritto di ottenere giustizia pacificamente senza bisogno di fare ricorso alla violenza. La Nasa non patteggerà per nessun motivo. La questione delle elezioni truccate in Kenya non riguarda solo il nostro Paese, ma tutta l’Africa e la democrazia del mondo intero. E’ per questo che chiediamo la solidarietà di tutti”.

E’ stato duro nei contenuti ma conciliante nei termini, Raila. In questi giorni ha avuto colloqui a 360 gradi soprattutto con gli ambasciatori presenti a Nairobi, non solo occidentali. Non ha attaccato gli USA e l’Europa, come aveva fatto subito dopo l’annuncio della vittoria di Uhuru, quando non erano state accolte le sue richieste di indagine.

La commissione elettorale aveva riconosciuto che c’era stato un tentativo di intrusione nei sistemi informatici ma l’attacco era stato respinto. Odinga durante la sua conferenza stampa ha sostenuto che la IEBC ha ammesso di non essere in possesso delle schede di voto cartaceo e che quindi un riconteggio dei suffragi sarà impossibile.

La scorsa settimana Uhuru Kenyatta aveva incassato l’appoggio, non ufficiale ma chiaro, degli osservatori indipendenti, tutti i gruppi compresi Commonwealth, Fondazione Carter e Unione Europea i quali avevano sostenuto che le elezioni si erano sostanzialmente svolte regolarmente.

I giornalisti assiepati attorno al palco dove tra pochi minuti parlerà Raila Odinga
I giornalisti assiepati attorno al palco dove tra pochi minuti parlerà Raila Odinga

Durante la conferenza stampa Odinga odierna non ha escluso manifestazioni e altre azioni di protesta. “Dobbiamo tenere alta l’attenzione su questa grossa ingiustizia elettorale, restare vigili, organizzare veglie silenziose, rullare i tamburi”, scendere in piazza, ma ha escluso azioni di violenza ”di cui il Kenya non ha bisogno”. “Siamo di fronte a due strade – ha aggiunto -: quella autarchica e quella della libertà. Se vinceremo noi sarà imboccata la seconda”.

Le strade degli slam di Nairobi erano vuote poco prima della conferenza stampa del leader dell’opposizione trasmesso in diretta da tutti i network kenioti. La gente era assiepata davanti ai televisori nei bar in attesa di vedere Odinga e di ascoltare le sue dichiarazioni.

Nel panorama politico keniota, sgrossando i termini e con una carta approssimazione si può collocare Uhuru Kenyatta in una posizione di destra/centrodestra e Raila Odinga a sinistra/centrosinistra. Fatto sta entrambi sono ricchi, come per altro le loro famiglie, e l’economia keniota in qualche modo circola attorno ai loro interessi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.it
twitter @malberizzi

 

La moglie di Mugabe picchia a sangue una giovane modella sudafricana

Africa ExPress
Pretoria, 16 agosto 2017

Grace Mugabe, la seconda moglie di Robert Mugabe, il novantatrenne presidente dello Zimbabwe, non si è presentata davanti a giudici di un tribunale di Johannesburg martedì pomeriggio. La first lady era stata invitata per essere ascoltata dalle autorità giudiziarie, perché accusata di aver aggredito e picchiato con una prolunga Gabriella Engels, una giovane modella sudafricane di vent’anni.

Grace si è scatenata contro la giovane domenica scorsa quando è andata a trovare i suoi due figli in un albergo a Sandton, una lussuosa periferia di Johanneburg e ha trovato Gabriella in compagnia di Robert e Chatunga. La modella ha raccontato che non sapeva chi fosse la signora, che, appena entrata, ha iniziato a colpirla su tutto il corpo con una prolunga e ha aggiunto: “C’erano dieci guardie del corpo, ma nessuno di loro è intervenuto”.

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e la moglie Grace
Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e la moglie Grace

La giovane ha riportato ferite, in particolare sulla fronte. Vishnu Naidoo, portavoce della polizia, ha fatto sapere che finora le indagini non sono concluse. Mentre Fikile Mbalula, ministro della Polizia, ha sottolineato che la moglie del presidente dello Zimbabwe non è in stato di fermo, perché si è presentata spontaneamente al commando di polizia.

Ora la situazione si sta complicando, visto e considerato che Grace ha ignorato l’ordine di comparizione e si vocifera che sia ritornata nello Zimbabwe. I suoi avvocati e le autorità sudafricane stanno lavorando sul caso. La moglie del presidente non è ancora ufficialmente indagata, dunque non è limitata nei suoi movimenti. Inoltre viaggia con passaporto diplomatico.

La first lady si trovava a Johannesburg per cure mediche, perché qualche settimana fa ha subito un trauma ad una caviglia durante un incidente automobilistico.

Grace Mugabe di oltre quarant’anni più giovane del marito e a dispetto della povertà e della carestia, che affliggono la ex colonia britannica, è amante del lusso e della bella vita. Dalla fine del 2014 è anche impegnata politicamente; è stata nominata presidente della lega delle donne dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), il partito al potere. Il marito è pronto a ricandidarsi per le elezioni che si svolgeranno il prossimo anno. Robert Mugabe, con i suoi novantatré anni, è attualmente il più anziano presidente al mondo e non sembra voler abbandonare il potere che detiene ininterrottamente dal 1987.

Il Paese dell’Africa australe è uno tra i più poveri al mondo e vanta anche un altre triste primato: un terzo dell’intera popolazione è affetta da infezione di HIV che ha abbassato l’aspettativa di vita a quarantatré  anni.  Anche la mortalità infantile è piuttosto elevata e si attesta all’ottantuno per mille.

Africa ExPress

Chi sono i mungiki, la setta ricomparsa negli scontri in Kenya dov’è tornata la calma

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Africa ExPress
Nairobi, 15 agosto 2017

Oggi giornata tranquilla in tutto il Kenya.
I quartieri di Nairobi dove nei giorni scorsi sono scoppiati tafferugli
si sono rianimati, ma non del tutto.
Un certo numero di esercizi commerciali è comunque rimasto chiuso ma per il resto
il business è ricominciato. Per le strade però resta una grande tensione.

A Mathare, quartiere che al 90 per cento ha votato
per il leader dell’opposizione Raila Odinga,
anche i kikuyu (fedeli invece al presidente uscente rieletto,
Uhuru Kenyatta) si mescolavano alla folla: “Per ora tutto

calmo – ha commentato John Kamau, guidatore di boda-boda, cioè moto taxi, senza nascondere
il suo cognome tipicamente kikuyu – aspettiamo però domani”.

Domani, infatti è previsto un comizio di Raila Odinga durante
il quale il candidato sconfitto dovrebbe annunciare nuove azioni di lotta.
Intanto negli scontri di questi giorni la popolazione ha denunciato
attacchi subiti dai mungiki, la setta che si rifà
al movimento dei mau-mau, i ribelli che negli anni 50 hanno lanciato la guerriglia
per l’indipendenza del Kenya dalla corona britannica.

Il nostro corrispondente da Mombasa, Franco Nofori,che conosce bene
il Kenya, perché ci vive da anni, spiega bene chi sono i mungiki. 

Africa ExPress
twitter @malberizzi

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 15 agosto 2017

Gli scontri dei giorni scorsi avvenuti prevalentemente negli slum di Nairobi dopo la proclamazione dei risultati elettorali dell’8 agosto, hanno fatto riapparire il nome di una setta sanguinaria e ben organizzata: quella dei mungiki, che in lingua kikuyu significa “gente unita” o “fratellanza di persone”, un gruppo che si forma attraverso segreti riti di iniziazione e di giuramenti secondo gli schemi di molte società esoteriche, numerose soprattutto nell’Africa centrale,

I mungiki (la “g” si pronuncia dura) sono divenuti noti al pubblico internazionale verso la metà degli anni ’80 costituendosi esclusivamente all’interno dell’etnia kikuyu, irriducili avversari dell’allora governo di Daniel arap Moi di etnia kalenjin, ma in realtà le loro origini o i loro riferimenti, vengono fatti risalire all’epoca dei mau-mau, i feroci combattenti per l’indipendenza del Kenya, sorti negli anni ’50, che si riconoscevano nel loro capo ideologico, Jomo Kenyatta, primo presidnte del Kenya al termine dell’occupazione britannica.

Maina Njenga considerato l’ex capo dei Mungiki al momento dell’arresto
Maina Njenga considerato l’ex capo dei Mungiki al momento
dell’arresto

L’attività dei mungiki è di natura politico-religiosa e tende a restaurare tutte le tradizioni tribali del passato, tra cui la mutilazione genitale femminile, le antiche credenze fideistiche e le pratiche di stregoneria. Naturale che, in linea con questi propositi, i mungiki, rifiutino il cristianesimo ed ogni progetto di modernizzazione sociale portato dall’occidente, esattamente secondo lo schema perseguito dai loro antenati: i mau-mau. Come loro, portano i capelli lungi ed intrecciati (con i dreadlock, i nodi tipici dei Rasta), si dipingono il volto che segnano con cicatrici tribali e rifiutano l’abbigliamento occidentale che li porta anche ad escludere la biancheria intima.

Dapprima, la loro attività, si è dedicata soprattutto al restauro degli antichi costumi tribali e si è svolta nelle campagne del Rift Valley, dove divennero anche i protettori dei diritti e delle aspettative delle genti di etnia kikuyu che pertanto, in un primo tempo, li videro  favorevolmente, finché realizzarono che l’aiuto dei mungiki non era disinteressato, ma, in linea con la metodologia mafiosa, comportava un indissolubile legame con la setta e l’obbligo di sostenere la stessa, nella misura che veniva richiesta.

Man mano che la struttura dei mungiki cresceva ed acquistava potere, fu chiaro ai loro capi che le campagne del Rift Valley, non fornivano un’adeguata potenzialità alla loro affermazione e decisero così di trasferirsi nella capitale dove si insediarono nello slum di Mathare, il secondo per ampiezza a Nairobi dopo quello di Kibera. Qui si diedero un’efficace struttura operativa articolata in cellule di 50 membri, ciascuna suddivisa in 5 plotoni e – abbandonato l’abbigliamento tribale ed i capelli lunghi – assunsero una connotazione più economica che religiosa. Tutti gli abitanti della slum dovettero pagare ai mungiki una somma per assicurarsi la loro protezione e questo consentì alla setta di allargare la propria attività alla gestione dei matatu (pulmini per il trasporto pubblico); lo smaltimento dei rifiuti; l’edilizia; i bagni pubblici e altre attivita criminali come il racket e le violenze di natura etnica.

Agli inizi del governo di Mwai Kibaki (anche lui kikuyu), i mugiki godettero, se non di una vera protezione, almeno di una blanda tolleranza, finché la spietatezza e la fequenza delle loro azioni, li portò ad un troppo esteso controllo del territorio. Verso la fine del 2002 vi furono violenti scontri tra i mungiki e gli operatori dei matatu che volevano sottrarsi all’esosa contribuzione loro imposta. L’esito di queste violenze costò la vita ad oltre 50 persone e nello stesso anno, il governo si trovò costretto a mettere al bando la setta come organizzazione criminale.

I munguki, però, non apparvero ancora domati e nel febbraio dell’anno successivo diedero corso a violenti scontri con le forze di polizia che lasciarono sul campo 74 appartenenti al loro gruppo e due agenti. Malgrado questo, parve però che il governo sottovalutasse ancora il pericolo mungiki, finché nel 2007, una serie di omicidi nello slum di Mathare di conducenti di matatu e di oppositori, provocò una vasta risposta delle forze di sicurezza che si concluse con oltre cento vittime.

Uno dei gruppi Mungiki ricomparsi nello slum di Mathare nei giorni scorsi
Uno dei gruppi Mungiki ricomparsi nello slum di Mathare nei giorni scorsi

Secondo alcuni ex affiliati al movimento, la setta dei mungiki, all’apice della sua affermazione, contava oltre 500 mila membri, ma data la segretezza dell’organizzazione, imposta ai suoi aderenti pena la morte, è impossibile confermare l’esattezza di questo dato, così come è impossibile conoscere i capi che la guidavano. Certo è che le loro strategie non erano improvvisate, ma ben studiate nei particolari ed attuate con determinata efficienza. Stando ad alcuni qualificati osservatori del fenomeno, sembra che i mungiki fossero riusciti ad infiltrarsi nei principali centri di potere: il parlamento, la polizia e perfino le corti di giustizia.

Gli unici leader mungiki identificati come tali, furono Maina Njenga (47 anni) e suo fratello Ndura Waruinge, Il primo è oggi un politico che milita nel Kenya Solidariety Movement e suo fratello è diventato un pastore protestante. Njenga fu arrestato subito dopo i massacri di Mathare nel 2007, ma alla vigilia della comparsa in corte, tramite il suo avvocato Paul Muite, minacciò di rivelare tutti i nomi dei politici coinvolti nelle attività dei mungiki e mircacolosamente, la Procura Generale, lasciò cadere tutte le accuse, rimettendolo in libertà. Nel 2010 il corpo di sua moglie, Virgina Nyako, fu trovato senza vita e orrendamente mutilato.

Fino a pochi giorni fa il potere dei mungiki, pareva in forte declino, ma la loro violenta ricomparsa a Mathare, durante i disordini post elettorali, non può che creare uno scenario di ulteriore apprensione.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Calma in Kenya, Raila ricorre all’ONU e la Società Civile alla corte suprema

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 14 agosto 2017

Giornata tranquilla, oggi, e senza violenze di rilievo in tutto il Paese, inclusi gli slum di Nairobi e la zona di Kisumu. Lo sciopero a cui Raila Odinga aveva chiamato ieri i suoi sostenitori, ha avuto un parziale successo, ma solo nelle bidonville della capitale. Molti esercizi hanno ripreso ovunque le normali attività, benchè alcuni siano rimasti ancora chiusi paventando un ritorno delle violenze.

Uhuru, oggi, ha fatto la sua prima apparizione pubblica dopo il voto, quando con un imponente scorta di auto e di moto, si è reacato all’Harambee House di Naiorobi. Il suo irriducibile avversario, Raila Odinga, ha invece fatto ricorso alla Nazioni Unite chiedendo il loro intervento per una approfondita investigazione sul meccanismo elettorale. Secondo quanto ha ripetutamente dichiarato ritiene di aver subito manomissioni a ad opera degli opponenti politici. Il leader del NASA ha anche rinnovato la sua totale sfiducia sia nei confronti della Commissione Elettorale, sia della Corte Suprema, a suo dire, entrambe controllate da Uluru Kenyatta. Ha poi ribadito la delusione sull’operato degli osservatori internazionali, soprattutto quelli americani guidati da John Kerry, per la superficialità con cui hanno condotto i loro controlli sull’operato dell’IEBC.  

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Una signora spiega cosa succede nella notte a Lucky Summer e a Baba Dogo

Nella giornata di ieri vi è anche stato il misterioso suicidio di Orenge Nyabicha, un alto funzionario dell’IEBC (la Commissione Elettorale del Kenya) che ha lasciato una nota in cui attribuiva il gesto estremo all’impossibilità morale di condividere i brogli attuati dall’organismo di cui faceva parte. La morte sarebbe stata causata da una deliberata intossicazione a base di ossido di carbonio presente nelle esalazioni di una stufa a cherosene trovata nel suo alloggio dagli investigatori. La diffusione di questa notizia ha scatenato molte opposte reazioni sui social network. I sostenitori del NASA vi leggono una tragica conferma dei brogli, mentre quelli del Jubilee, imputano agli avversari di aver creato una messinscena che avvalori la tesi complottistica ai loro danni.

Gli abitanti di Mathare e di Kibera, hanno anche denunciato violente incurisioni contro di loro ad opera di gruppi di Mungiki (la setta kikuyu, fuorilegge, che si identifica nel movimento indipendentista dei mau mau). Eventi peraltro confermati dalle stesse autorità di polizia che continuano a pattugliare in forze le zone più a rischio, ribadendo di non aver mai fatto uso di munizioni vere e attribuendo la morte della bambina di nove anni, colpita ieri sul balcone di casa, alle armi in possesso dei dimostranti.

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Il racconto dell’irruzione della scorsa notte negli appartamenti di Lucky Summer 

Gli abitanti di Lucky Summer uno slam di Nairobi, sostenitori in maggioranza di Raila Odinga, raccontano ad Africa ExPress che questa notte alcuni appartamenti sono stati devastati da squadracce armate di machete (che qui sono chiamati panga) e coltelli. “Vestivano uniformi militari ma non erano militari. Alcuni avevano i capelli con i dreadlocks (i nodi particolari che usano i rasta, ndr) – commenta George Otieno -. Impossibile che fossero soldati. Sono stati i Mungiki.

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Un abitante di Lucky Summer spiega il suo punto di vista sulle elezioni

Difficile, anche per il più accurato dei cronisti, districarsi tra i falsi e le verità enunciate da entrambi gli oppositori e non resta quindi che riportare le dichiarazioni degli uni e degli altri, senza alcuna possibilità di smentirle o di avvalorarle. Certo è che tutto lascia intendere che la questione del voto, malgrado la pace che attualmente pare regnare nel paese, sia tutt’altro che risolta. Raila Odinga afferma di essere stato depredato della vittoria per la terza volta e non è disposto a tollerare il sopruso, benché non intenda – ha assicurato – candidarsi nuovamente alla carica presidenziale.

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Un banchetto vende pesce fritto a Lucky Summer

Tuttavia, se il candidato sconfitto, non intende ricorrere alla Corte Suprema del Kenya, ha annunciato di volerlo fare domani, in sua vece la Kenya Civil Society, un’Istituzione non governativa che tutela il diritto e la legalità contro ogni atto – di origine sia pubblica, sia privata – che leda questi principi. La petizione, se satà presentata come promesso, rischia di far slittare il giuramento previsto per domani del neo riconfermato presidende Uhuru Kenyatta e del suo vice William Ruto.

Domani Raila Odinga ha convocato una conferenza stampa (l’ora e il luogo saranno comunicati all’ultimo momento per motivi di sicurezza) in cui annuncerà le mosse che intende intraprendere “per ribaltare un risultato elettorale vergognoso”, sono le sue parole.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Muktar Robow gran capo di al Shabaab si consegna alle autorità somale

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 agosto 2017

Mukhtar Robow, detto Abu Mansur, fino al 2013 vice leader del sanguinario gruppo terrorista al Shabaab legato al Al Qaeda, ha disertato e si è consegnato al governo somalo. Lo ha fatto sapere stamattina un alto ufficiale delle forze armate della Somalia.

L’ormai ex terrorista ha tagliato i ponti con il gruppo da anni. Mansur ha abbandonato gli al Shabaab nel 2013 e da allora viveva nascosto nella giungla. Più volte gli estremisti islamisti hanno cercato di catturare e di uccidere colui che un tempo era uno dei loro leader.

Mukhtar Robow Abu Mansur
Mukhtar Robow Abu Mansur

Attualmente Robow si trova a Oddur, nella regione di Bakool, insieme alle sue sette guardie del corpo; nei prossimi giorni sarà accompagnato a Mogadiscio, la capitale della Somalia. Sempre secondo un ufficiale somalo, le trattative con il governo e l’ex miliziano sono iniziate a giugno, ma fino a domenica mattina nessuno aveva certezze su una sua eventuale defezione, pur avendogli messo a disposizione diversi soldati per garantire la sua incolumità.

Bocche cucite da parte delle autorità somale sul futuro di Robow. L’opinione pubblica è divisa, c’è chi  vorrebbe che venisse processato, altri, invece, chiedono che venga ucciso seduta istante.

Il mese scorso gli Stati Uniti avevano cancellato il nome di Sheikh Mukhtar Robow Abu Mansour dalla lista dei terroristi, probabilmente perché erano iniziate le trattative con il governo somalo circa la sua resa. Nel 2012 sulla testa dell’ex islamista pendeva una taglia di cinque milioni di dollari, messi a disposizione dal Dipartimento di Stato americano. In quel periodo Robow era ancora considerato uno dei top leader degli al Shabaab, che ha abbandonato l’anno seguente per severe divergenze con l’emiro Ahmed Abdi Godane, ritenuto responsabile dell’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi nel settembre 2013, durante il quale morirono sessantasette persone. Anche su di lui gli USA avevano messo una taglia di sette milioni di dollari nel 2012. L’emiro è stato ucciso durante un raid aereo americano nel settembre del 2014, a duecentoquaranta chilometro a sud di Mogadiscio.

Robow è nato nel 1969 nella regione di Bai, nel sud della nostra ex colonia. Ha frequentato dapprima una scuola coranica locale, in seguito a proseguito gli studi religiosi in diverse moschee della capitale somala. Per diverso tempo ha frequentato anche l’università di Khartoum, la capitale del Sudan dove era iscritto al corso di legge islamica.

Il suo soprannome arabo “Abu Mansur” porta a credere che abbia avuto rapporti con gli islamici radicali del Medio Oriente.

Miliziani di al Shabaab
Miliziani di al Shabaab

Gli al Shabaab hanno cercato per anni di rovesciare il governo centrale della Somalia, e di impadronirsi del potere, secondo una loro interpretazione della Sharia. Nel 2011 questi terroristi, legati ad al Qaeda, sono stati cacciati da Mogadiscio e grazie alle offensive condotte delle truppe somale e i caschi verdi dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), hanno perso quasi tutti territori che controllavano in precedenza. Tuttavia resta un gruppo terrorista molto attivo e pericoloso, che attua frequenti attacchi a siti militari e civili, non solo nel Paese, ma anche nel vicino Kenya, proprio perché la ex colonia britannica è presente in Somala con le sue truppe che combattono nelle fila dell’AMISOM. (http://www.africa-express.info/2015/04/03/sventato-attacco-un-centro-commerciale-di-nairobi-arrestati-due-terroristi-somali/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Attentato nel ristorante degli stranieri a Ouagadougou: almeno 18 morti

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Africa ExPress
Ouagadougou, 14 agosto 2017

Attacco mortale ieri sera attorno le 21.00, ora locale, al ristorante Aziz Istanbul sull’Avenue Kwamé N’Krumah a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, quattro uomini armati sarebbero arrivati al ristorante in sella alle loro moto e avrebbero iniziato subito a sparare sui clienti che stavano consumando la cena sul terrazzo.

Un bilancio provvisorio parla di diciotto morti e di una decina di feriti, che sono stati trasportati all’ospedale Yalgado Ouédraogo. Il ristorante, molto conosciuto nella capitale, è frequentato anche da stranieri. Per il momento non sono note le nazionalità dei morti e dei feriti.

Attacco terrorista al ristorante Aziz Istanbul a Ouagadougou
Attacco terrorista al ristorante Aziz Istanbul a Ouagadougou

Secondo le ultime informazioni, le truppe di sicurezza governative sarebbero penetrate nell’edificio ieri notte, dove erano asserragliati i quattro terroristi con alcuni ostaggi. Rémi Dandjinou, ministro delle Comunicazioni del Burkina Faso ha fatto sapere che due degli assalitori sono stati neutralizzati.  Alle 3.45 di questa notte si sono sentiti gli ultimi colpi di arma da fuoco. Ora tutto il quartiere è ancora blindato, sul posto stanno operando gli agenti della polizia scientifica.

La dinamica di questo attentato è molto simile a quello del gennaio 2016, quando militanti di al Qaeda hanno attaccato l’Hotel Splendid e il caffè-ristorante “Cappuccino”, entrambi frequentati da stranieri e personale dell’ONU (http://www.africa-express.info/2016/01/16/attacco-terroristico-a-ouagadougou-morti-e-ostaggi/). Il “Cappuccino” si trova sulla stessa via e dista solo duecento metri dal luogo dell’attacco di ieri sera.

Aggiornamento ore 18.00
Dal sito della Farnesina si apprende che non ci sono italiani coinvolti nel terribile attacco terrorista della scorsa stanotte. Fonti della sicurezza burkinabè hanno confermato la morte di diciotto persone, tra loro anche otto stranieri: un signore francese sulla sessantina, un turco, un canadese, un nigeriano, un senegalese, un libanese e due provenienti dal Kuwait.

Africa ExPress

Video di Raila negli slam di Nairobi: sciopero generale primo passo per paralizzare il Paese

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 13 agosto 2017

Raila Odinga e la NASA, la National Super Alliance che lo sostiene, hanno proclamato per domani uno sciopero generale. L’appello a disertare il lavoro è stato lanciato oggi dallo stesso candidato alla presidenza durante una visita in tre slam della capitale: Kibera, Mathare e Kasarani: “Domani – ha detto il leader dell’opposizione – sarà un giorno di lutto per i patrioti caduti”. Il riferimento è alle persone uccise ieri dalla polizia il cui numero non è chiaro ma che è certo superi la trentina.

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Raila Odinga arriva nello slam di Kibera

Questa frase Raila l’ha pronunciata una prima volta nel comizio che ha tenuto a Kibara e una seconda volta a Mathare, prima di entrare nel palazzo che al quarto piano ospita l’appartamento sul cui balcone è stata ammazzata da un proiettile vagante una bambina di 9 anni.

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Tra un tumulto di folla pressante Raila Odinga comincia il suo comizio a Kibera

Quando Raila e i suoi collaboratori e militanti hanno lasciato Mathare, è il corteo di automobili è rientrato verso il centro di Nairobi, è scoppiato il finimondo. Risse, bagarre, e scontri tra la opposite fazioni. Ed è esplosa la rabbia tribale: un kikuyu è stato picchiato a sangue ed è rimasto senza vita sul selciato. Un luo massacrato di botte si è salvato solo perché creduto morto. E’ finito in coma all’ospedale.

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A Mathare dove ieri la polizia ha ucciso una bimba di 9 anni 

Per acclamare il loro leader la popolazione di Kibera è salita sui tetti, sugli alberi, si è affacciata dai balconi. Ma tanti sono corsi in strada formando un improvvisato corteo. Probabilmente Raila ha voluto tener conto anche dei desideri della comunità internazionale che gli aveva chiesto di calmare o comunque non esacerbare gli animi, sollecitando i suoi sostenitori “a non lasciare la propria casa”. “Non andate a lavorare, martedì con una annuncio vi comunicheremo come intendiamo procedere nelle nostre proteste. State comunque tranquilli che non ci faremo derubare una terza volta della nostra vittoria”.

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Il racconto degli incidenti di ieri a Mathare

“Kenyatta aveva chiaramente detto prima delle elezioni che non avrebbe mai lasciato il potere. E infatti è quello che ha fatto. Ma noi non lo permetteremo. Aspettate martedì che vi faremo sapere”, ha spiegato alla folla che lo circondava scandendo slogan: “Kenyatta must go” (Kenyatta deva andarsene) e “No Raila, no peace” (non ci sarà pace senza Raila). I pochi giornalisti occidentali presenti sono stati trattati da amici cui chiedere sostegno: “Voi siate la nostra speranza – ha commentato una signora – . Stampa e televisioni locali sono controllate dal governo e propinano notizie false e tendenzione”.

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La manifestazione di oggi a Mathare prima del tragico linciaggio di due persone

Lo sciopero generale annunciato per domani non promette niente di buono. La comunità internazionale, che con un certo veloce cinismo si è affrettata a benedire la vittoria di Uhuru Kenyatta nonostante le denunce circostanziate di brogli, sta ancora a guardare.

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La visita di Raila nello slam di Kasarani

Il tentativo di Uhuru è chiaro: bloccare il Paese a oltranza finchè qualcuno non gli sarà retta e allora si andrà a sedere tutti assieme a un tavolo dove trattare il futuro del Kenya. Ma prima di arrivare a questo punto si rischia di collezionare un buon numero di morti e feriti. Raila non sente ragioni, si considera derubato per la terza volta della poltrona di presidente e non intende mollare l’osso.

Domani capiremo come sarà andato questo sciopero generale e se Raila potrà contare su un buon numero di sostenitori, tanti da permettergli di insidiare veramente il posto di Uhuru Kenyatta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Sciopero generale in Kenya ma Raila si appella alla non violenza

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 agosto 2017

Mentre il vincitore del confronto elettorale, Uhuru Kenyatta, incassa le congratulazioni e gli auguri del premier britannico Teresa May, Raila Odinga, lo sconfitto, resta ben determinato a non essere classificato tale. Oggi, in un discorso tenuto nello slum di Kibera, a Nairobi, che con i suoi 800 mila abitanti, indicato spesso come il più grande del mondo, ha esortato i suoi sostenitori a non accettare il responso emesso dalla Commissione Elettorale (IEBC Independent Electoral and Boundaries Commission) che lo vedrebbe perdente nei confronti del rivale.

“L’IEBC – ha detto – è corrotta ed è complice del Jubelee (il partito al potere, ndr) . Inutile ricorrere nuovamente nei loro confronti, così come è del tutto inutile procedere attraverso la Corte Suprema perché anche quella è al servizio del governo.” Affermazioni indubbiamente pesanti, ma delle quali Odinga appare assoltamente convinto. “Non potete neppure riferirvi a ciò che scrivono i giornali locali perché sono tutti nella mani di Kenyatta – ha aggiunto –.  Se volete essere correttamente informati su ciò che sta realmente accadendo nel vostro Paese, dovete leggere la stampa estera.” La stessa stampa estera che, curiosamente, solo ieri è stata aspramamente criticata dalle autorità di sicurezza governative per la diffusione di notizie non veritiere sulla reale situazione del dopo elezioni.

Slum di Kibera, Nairobi. Un bambino terrorizzato davanti al poliziotto che si avvicina
Slum di Kibera, Nairobi. Un bambino terrorizzato davanti al poliziotto che si avvicina

Odinga ha anche esortato i suoi sostenitori a non presentarsi al lavoro domani in segno di rispetto per “gli innocenti cittadini brutalmente uccisi dalla polizia” ed ha rivolto pressanti esortazioni, non solo ai suoi simpatizzanti in Kenya, ma anche a quelli sparsi in ogni parte del mondo, di continuare ad esprimere il loro fermo rifiuto, senza eccedere in violenze, per la “vergognosa espropriazione della vittoria” attuata dalle istituzioni ai danni del NASA. Vedremo domani 

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Video girato da Massimo Alberizzi a Kibera al comizio di Raila Odinga 

Il quotidiano  Star di oggi, nella sua versione online, riferisce un fatto davvero sconvolgente che si sarebbe verificato nella notte di venerdì scorso a Kilo, nei dintorni di Kisumu, città sulle rive del lago Vittoria, roccaforte dell’etnia lui di Raila. A detta della madre, Lenser Achieng, una bambina di soli sei mesi sarebbe stata violentemente colpita alla testa è ridotta in stato di coma. “Alcuni poliziotti – riferisce la donna – hanno lanciato un candelotto lacrimogeno in casa e dopo aver costretto mio marito ad aprire la porta, l’hanno trascinato all’esterno dove è stato picchiato. Poi i poliziotti hanno fatto irruzione in casa ed hanno colpito sia me che la bambina.”

Subito dopo l’accaduto, la piccola è stata portata all’Aga Khan Hospital di Kisumu dove i medici hanno riscontrato gravi emorragie interne e diagnosticato lo stato di coma. Difficile districarsi nel rimpallo di accusa tra polizia e dimostranti.

La polizia, ad esempio, assicura di non aver mai utilizzato, in nessuna occasione, live ammunition (pallottole vere), ma in molti dei filmati diffusi dai media, anche in uno di quelli girati da Massimo Alberizzi per Africa ExPress in questi giorni, i dimostranti mostrano alle telecamere inconfondibili bossoli dell’AK47 che smentirebbero queste affermazioni, del resto è solo di ieri la notizia che una bambina di nove anni, è stata uccisa da una pallottola vagante mentre si trovava sul balcone di casa. 

E’ anche innegabile, perché accade ovunque, che nel gruppo dei dimostranti pacifici si inseriscono sempre elementi violenti e facinorosi, che non hanno grandi motivazioni politiche, ma vogliono solo cogliere l’opportunità per sfogare la loro rabbia e saccheggiare tutto ciò che risulta loro possibile. Tuttavia, l’agenzia si stampa francese AFP è uscita oggi con una una nota in cui accusa la polizia del Kenya di disumane crudeltà attuate anche nei confronti di minori.

Raila Odinga, ha annunciato che si incontrerà nuovamente con i suoi sostenitori nella giornata di martedì, quando darà ulteriori informazioni sulle azioni che il partito del NASA intende intraprendere.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Violenza in Kenya e Raila minaccia: ribalteremo il verdetto elettorale

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 12 agosto 2017

In Kenya un’altra giornata di violenza. L’opposizione fedele al candidato presidente sconfitto alle elezioni, Raila Odinga, ha accusato il governo di aver instaurato uno stato di terrore è ha promesso di ribaltare il risultato del voto definito “vergognoso”. Il bellicoso senatore James Orengo, uno dei leader della NASA (National Super Alliance), dopo aver ammonito la popolazione di stare calma e di accantonate le idee di ricorrere alla violenza, ha spiegato che non è intenzione di Raila di rivolgersi alla Corte Suprema per avere giustizia (“Perché tanto è corrotta e la gestiscono i nostri avversari”).

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Orengo ha poi sostento che le forze di sicurezza hanno ucciso un centinaio di persone tra cui dieci ragazzini. Non ha però fornito prove. Una ragazzina di nove anni è stata uccisa da una pallottola sparata in aria dai poliziotti nello slam di Mathare. Stava giocando sul balcone di casa al quarto piano ed è stata colpita a morte.  Mathare era tesissima e gli agenti della sicurezza pattugliavano lo slam per impedire altri incidenti. Stamattina la folla interpellata parlava di 5 persone uccise, compresa la bambina, e 15 giovani feriti picchiati a sangue con manganelli e bastoni. “La Costituzione ci dà il diritto di manifestare. Il governo manda qui gli agenti per impedircelo”, protestava un ragazzo. I video che vi presentiamo sono stati girati a Mathare

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La Kenya National Commission on Human Rights, che si occupa di monitorare il rispetto dei diritti umani nell’ex colonia britannica, parla di “soli” 24 morti dall’inizio della campagna elettorale. Altri scontri si sono verificati a Kisumu e in altre zone del nord del Paese. Calma invece Mombasa e la striscia della costa.

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L’opposizione se da un lato ha chiesto alla popolazione di rimanere calma e tranquilla, dall’altro l’ha invitato a vigilare e a tenersi pronta a manifestare in tutte le città del Kenya. Nei prossimi giorni sono previsti scioperi e boicottaggi.

La crisi keniota non è ancora terminata e molti osservatori temono che il peggio debba ancora venire.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi