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Missionario italiano rapito in Nigeria ma in una zona lontana dai Boko Haram

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Africa ExPress
Abuja, 13 settembre 2017

Un sacerdote missionario italiano, Maurizio Pallù, è stato rapito in Nigeria ieri mattina, mentre si recava in macchina verso Benin City, nell’Edo State, Nigeria. Lungo la strada, l’autovettura è stata bloccata da un gruppo di uomini armati. Dopo aver derubato gli altri quattro compagni di viaggio di Pallù, quattro nigerinai, il commando ha portato con sé solamente il religioso italiano.

Padre Pallù è in Nigeria da tre anni, dove presta la sua opera nella diocesi di Abuja. E’ nato sessantatrè anni fa a Firenze e nel 1971 ha intrapreso il cammino catecumenale. Nel 1977 si laurea in storia e dopo qualche anno parte come missionario laico per un periodo di undici anni. Alla morte del padre, nel 1988, entra nel seminario “Redemptoris Mater” di Roma e nel 1991 viene ordinato presbitero. Dopo aver prestato servizio in due parrocchie romane, viene inviato nei Paesi Bassi, a Heerhurgowaart, nella Diocesi di Haarlem. Nella sua esperienza di missionario itinerante, ha conosciuto molte persone e popoli, esperienza che gli permette di inserirsi bene in qualsiasi contesto.

Maurizio Pallù, il sacerdote italiano rapito in Nigeria
Maurizio Pallù, il sacerdote italiano rapito in Nigeria

Il sacerdote appartiene alla diocesi di Roma. Non si esclude nessuna pista, nemmeno quella dei terroristi Boko Haram, anche se la zona dov’è avvenuto il sequestra è abbastanza lontana da quella dove operano i terroristi islamici. Azioni di questo genere vengono effettuate da criminali comuni che, dopo il pagamento di un riscatto, cospicuo se di tratta di un bianco, liberano le loro vittime sane e salve. Due archeologi tedeschi, rapiti all’inizio dell’anno sono stati liberati dopo pochi giorni di prigionia

nigeria_sm_2016All’inizio di settembre è stato sequestrato un sacerdote cattolico nigeriano, Cyriacus Onunkwo, nell’Imu State, assassinato barbaramente il giorno dopo, mentre a Benin City è stato rapito Joseph Osayomore, un musicista, la scorsa settimana, dopo la sua performance nel Royal Palace della città. Nell’aprile scorso, la stessa sorte è toccata ad un gesuita nigeriano, Samuel Okwuidegbe, sempre nell’Edo State, e lo scorso 27 settembre, a Lawrence Adorolo, parroco della chiesa di San Benedetto di Okpella. Solo qualche giorno fa criminali armati hanno preso in ostaggio il direttore del parco naturale di Ogba, a Benin City, uccidendo tre poliziotti.

L’Edo State è considerato ormai un’area ad alto rischio, dove i rapimenti si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per sviluppo e la crescita economica delle comunità sono certamente alla base di questi atti criminali.

Gli abitanti dell’Edo State, in particolare i cittadini di Benin City, hanno chiesto che l’attuale capo della polizia venga rimosso dal suo incarico quanto prima, proprio per i continui sequestri. Il governatore dello Stato, Godwin Obaseki, ha raccomandato di non negoziare con i criminali, promettendo di trovare una soluzione per questa piaga. Ma finora non sono state prese le misure necessarie e per coloro ce sono ancora nelle mani dei loro aguzzini sarà necessario pagare riscatti ingenti, come è stato sempre fatto finora.

Intanto la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per il reato di sequestro ai fini di terrorismo. Il caso è stato affidato al Pubblico ministero Sergio Colaiocco.

Afrixa ExPress

Kenya vietate manifestazioni: almeno tre morti e tre feriti nella contea di Syaia

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 ottobre 2017

“Preso atto del grave rischio di attentati alla pace ed alla sicurezza del paese, il Governo ordina che, nei distretti di Nairobi, Kisumu e Mombasa, siano proibite con effetto immediato, tutte le manifestazioni popolari, qualunque sia l’istanza che le motiva. Le forze di polizia siano allertate per garntire il rispetto di quest’ordine”. Questa, grossomodo, è la notifica diffusa dal ministro degli interni del Kenya, Fred Matiangi, a seguito dei gravi disordini occorsi ieri nelle città di Nairobi e Kisumu.

La drastica decisione di Matiangi, che i commenti popolari ritengono ispirata dallo stesso presidente uscente Uhuru Kenyatta, è stata accolta da un coro di proteste in quanto attenterebbe al principio della libera espressione, tanto più nel momento in cui il Paese è ancora in piena campagna elettorale. Inoltre, la proibizione in oggetto, appare come un vero e proprio schiaffo morale al leader dell’opposizione, Raila Odinga, che aveva invece esortato i suoi sostenitori a dare corso a permanenti manifestazioni fino che le istanze del NASA, l’alleanza politica a cui presiede, avesse ottenuto attenzione alle istanze presentate.

Dimostranti del NASA, oggi a Kisumu
Dimostranti del NASA, oggi a Kisumu

L’ordine governativo ha provocato vibrate proteste anche da parte di Amnesty International, mentre non poche testate indipendenti, richiamandosi a principi delle libertà democratiche, ritengono che, poiché la proibizione si riferisce di fatto ai soli sostenitori del NASA, l’impedimento di manifestare potrebbe rappresentare un’azione di boicottaggio ai danni dell’opposizione. Dal canto loro, le forze dell’ordine, replicano che i dimostranti si sono abbandonati a saccheggi e violenze, giungendo anche all’estrema provocazione di attaccare stazioni di polizia e questo, ha detto un suo portavoce, “Non può certo configurarsi nel diritto di manifestare pacificamante”. (http://www.africa-express.info/2017/10/12/dilemma-kenya-odinga-si-e-ritirato-ma-non-rinuncia-alla-corsa-alla-presidenza/)

Peraltro, la proibizione, ha finora avuto il solo risultato di infiammare ancora di più la contestazione e oggi, i sostenitori del NASA hanno nuovamente attaccato una stazione di polizia a Bondo nella contea di Syaia, uno dei feudi di Raila Odinga. Gli agenti hanno immediatamente reagito con le armi uccidendo tre persone e ferendone altrettante. A un tele-operatore della Nation TV, che riprendeva gli scontri, è stata sequestrata la telecamera e gli è stato ingiunto di allontanarsi dalla zona. Per tutto il pomeriggio, ora dopo ora, sono state diffuse notizie di altri scontri a Nairobi, Mombasa e Kisumu, che riportano altre vittime di cui si attende di conoscere dettagli.

E’ innegabile che, nel contenere gli eccessi dei dimostranti, la polizia abbia usato una certa brutalità, ma è altrettanto innegabile che tra i dimostranti, si annidiano criminali comuni il cui solo scopo è il borseggio ed il saccheggio di esercizi commerciali, creando il panico tra la popolazione inerme che è stata costretta a sospendere le proprie attività, sprangando i rispettivi esercizi.

Sostenitori del NASA portano la loro protesta a Londra davanti al Parlamento Britannico
Sostenitori del NASA portano la loro protesta a Londra davanti al Parlamento Britannico

Intanto, l’Alta Corte di Mombasa, ha respinto stamane una petizione presentata dal NASA che invocava lo scioglimento della Commissione Elettorale (IEBEC).

Regno Unito, USA e paesi dell’Unione Europea, guardano al Kenya con crescente apprensione, temendo per la sua stabilità che, se compromessa, aprirebbe il futuro del paese a pericolose avventure di indirizzo autoritario con incalcolabili danni alla sua struttura sociale ed alla già precaria situazione economica.

Franco Nifori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Dilemma Kenya: Odinga si è ritirato, ma non rinuncia alla corsa alla presidenza

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 ottobre 2017

James Orengo, governatore del NASA per la Contea di Syaia, ha annunciato ieri che il suo leader, Raila Odinga, non ha rinunciato alla corsa per la presidenza, ma ha solo ritirato la sua candidatura dalle elezioni previste per il 26 prossimo. Le ragioni di questa scelta restano quelle già precedentemente dichiarate: la Commissione Elettorale, capeggiata da Chebukati Wafula, non fornisce le necessarie garanzie di imparzialità per gestire il processo elettorale.

Dal canto suo, l’IEBC ha emesso ieri un comunicato in cui prende atto della decisione di Odinga, ma contesta il fatto che non sia stata formulata nei termini formalmente previsti ed ha stabilito che le elezioni fissate al 26 prossimo si terranno regolarmente con gli stessi canditati alla presidenza che erano già in corsa nelle elezioni dell’8 agosto. Decisione, questa, che è in aperto contrasto con le intransigenti dichiarazioni del NASA: “Niente riforme, niente elezioni”.

I disordini di ieri a Kisumu
I disordini di ieri a Kisumu

In varie parti del paese continuano intanto le dimostrazioni con scontri violenti con le forze di polizia che si mostrano ben decise a contrastarle con il massimo rigore. Gli incidenti più gravi si sono verificati a Kisumu, in borgata Kondele, dove i dimostranti hanno ieri attaccato una stazione di polizia con un nutrito lancio di sassi al quale gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e numerosi colpi d’arma da fuoco. Il bilancio è stato di ventisette vittime tra i dimostranti, tutti ricoverati presso l’ospedale locale, con tre di loro in gravi condizioni per ferite d’arma da fuoco, benché la polizia neghi di averne fatto uso. Ad uno degli agenti i dimostranti è anche stato sottratto il suo mitra AK47.

Avvocati ed esperti costituzionalisti tentano, per mezzo di interviste rilasciate ai media, di ipotizzare quale seguito avrà la clamorosa rinuncia di Raila Odinga. I loro giudizi sono però, in larga misura, viziati dalle rispettive appartenenze politiche e ne consegue che le loro previsioni sono per lo più in contrasto l’una con l’altra con il solo risultato di accrescere la confusione sul futuro del paese. Una delle ipotesi più accreditate sembra essere quella che le elezioni si terranno regolarmente alla data prevista e che al vincitore, chiunque esso sia, sarà assegnata la relativa carica. Altri obbiettano che non ci possono essere elezioni se uno dei due maggiori candidati, registrati come tali presso la Commissione, ha ritirato la propria candidatura.  

Secondo altri, il NASA potrebbe ricorrere nuovamente alla Corte Suprema affinché ordini all’IEBC di non procedere alla riconferma di Uhuru Kenyatta alla carica, disponendo per nuove elezioni. Altre ipotesi, paventano azioni di forza dei militanti del NASA per impedire la costituzione di seggi elettorali nelle zone da loro controllate, ma questo si configurerebbe in un vero e proprio atto di ribellione verso le norme costituzionali con gravi conseguenze repressive e arresto dei responsabili. Tra questa ridda di ipotesi non manca quella che vede le elezioni annullate e la prosecuzione di Kenyatta come presidente del Kenya. Infine si fa strada anche l’ipotesi più drammatica, anche se piuttosto fantasiosa: quella di un possibile colpo di stato che sciolga la camera e attribuisca tutti i poteri all’attuale presidente, instaurando di fatto un regime dittatoriale.

La Chatam House di Londra dove Raila Odinga terrà il suo discorso
La Chatam House di Londra dove Raila Odinga terrà il suo discorso

Qualunque sia la decisione che verrà presa, non sarà in ogni caso una decisione priva di effetti preoccupanti, poichè entrambi i contendenti si mostrano tenacemente determinati a non recedere dalle proprie posizioni. Forse, in situazioni di così gravi crisi, come quella che sta ora vivendo il Kenya, un coalizione di governo tra i due rivali potrebbe essere la soluzione che salverebbe il paese da gravi conseguenze sociali ed economiche. Odinga l’ha più volte proposta a Kenyatta, così com’era avvenuto all’indomani dei gravi disordini del dopo elezioni del 2007, quando, attraverso una mediazione internazionale, ottenne l’incarico di Primo Ministro sotto la presidenza di Mwai Kibaki, ma Uhuru ha sempre respinto le offerte del rivale giudicandole “meschini tentativi di accedere al potere passando dalla porta di servizio”.

Raila Odinga, nella serata di ieri, è partito alla volta dell’Inghilterra dove parteciperà a una conferenza presso la Chatham House del Royal Institute of International Affairs di Londra. Lì fornirà il suo punto di vista sull’attuale situazione politica che sta vivendo il Kenya. Il ritorno in patria del leader dell’opposizione è atteso per sabato prossimo. 

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 ottobre 2017

Il presidente del Malawi, Peter Mutharika, ha annunciato che il suo governo è determinato ad arginare la “caccia ai vampiri”, che sta dilagando nel suo Paese. Ha quindi precisato che sarà aperta un’inchiesta sulla morte di cinque persone, barbaramente ammazzate perché sospettate di essere dei picchiatori di sangue. Inoltre nelle aree meridionali del Malawi è già stato imposto il coprifuoco e nei prossimi giorni Mutharika si recherà personalmente nelle zone affette, per parlare con la popolazione.

Il terrore dei vampiri è talmente forte che persino l’ONU ha ritirato il suo staff dai distretti Mulanje and Phalombe, nel sud dello Stato dell’Africa meridionale dove la popolazione teme la presenza di “persone sanguisuga”. Sono state costituite formazioni di gruppi di vigilanti, che non esitano di ammazzare i presunti vampiri. Il personale ONU resterà temporaneamente a Blantyre, la capitale commerciale del Malawi, distante una novantina di chilometri dalle aree in questione.

Stregone malawiano
Stregone malawiano

Il dipartimento dell’ONU dell’Ordine pubblico e della sicurezza (UNDSS) sta monitorando la situazione da vicino affinché lo staff possa far ritorno quanto prima. Purtroppo la stregoneria è ancora molto radicata nelle credenze popolari in alcune zone e ciò porta anche alla caccia, ai maltrattamenti e spesso all’uccisione degli albini (http://www.africa-express.info/2016/06/10/in-malawi-gli-albini-cacciati-come-animali-per-pratiche-rituali/).

Peter Mutharika, presidente del Malawi
Peter Mutharika, presidente del Malawi

I funzionari dell’UNDSS sostengono che le attuali voci sul vampirismo – e sul terrore che hanno provocato – abbiano avuto origine dapprima in Mozambico e non avrebbero tardato ad arrivare fino nel vicino Malawi, ma non è ancora dato di sapere cosa abbia originato e scatenato questa terribile caccia all’uomo ritenuto vampiro.
Atroci credenze tribali portano regolarmente ad atti incomprensibili per noi in molti Paesi del continente africano (http://www.africa-express.info/2017/07/27/dopo-gli-albini-tanzania-e-sacrifici-umani-kenya-ora-la-volta-dei-calvi-mozambico/)

Finora sarebbero state assassinate cinque persone, alcuni invece sostengono che siano sette, forse anche di più. Diverse organizzazioni non governative hanno sospeso temporaneamente i loro programmi nei due distretti.

Immagine vampiro
Immagine vampiro

Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti, oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Qualche anno fa il Malawi è stato travolto da uno scandalo finanziario senza pari. Sessantotto personalità di spicco (politici, tra cui anche un ex-ministro, uomini d’affari, faccendieri, commercianti, alti funzionari) del Paese sono state incriminate per aver sottratto fondi statali per almeno venti milioni di dollari. Ma la cifra, sostengono molti osservatori, potrebbe essere ben più alta. I processi sono ancora in corso. (http://www.africa-express.info/2014/10/19/arrestato-malawi-per-corruzione-lex-direttore-del-budget-e-sua-moglie/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Colpo di scena in Kenya: Raila Odinga si ritira dalla corsa alla presidenza

Africa ExPress
Nairobi, 10 ottobre 2017

Raila Odinga, leader della coalizione NASA (National Super Alliance) aspirante per conto dell’opposizione alla presidenza del Kenya, “nell’interesse del Paese” ha ritirato la sua candidatura. L’annuncio è stato dato durante una conferenza stampa nella prima serata di oggi. La decisione è stata riferita dal suo compagno di cordata, che correva per la vicepresidenza per conto del NASA, Kalonzo Musoyka, secondo cui le motivazioni risiedono in 34 punti che si possono riassumere così: La commissione elettorale (IEBC, Independent Electoral and Boundaries Commission) è corrotta e non è credibile. Pertanto non ha alcun senso ripetere il voto con la stessa commissione sapendo che il risultato è già scontato.”

Raila correva contro Uhuru Kenyatta, presidente uscente e leader della coalizione Jubelee, e dopo la tornata elettorale dell’8 agosto, aveva più volte denunciato la necessità di sostituire la commissione elettorale ritenuta colpevole di non aver esercitato i dovuti controlli per evitare i brogli che avevano portato la corte Suprema ad annullare la tornata elettorale di agosto.

Raila Odinga alla conferenza stampa di oggi
Raila Odinga alla conferenza stampa di oggi

Non sono ben chiare al momento le finalità dell’iniziativa di Odinga che apre diversi ed inquietanti scenari. Si potrebbe pensare che, le defezioni sofferte dal NASA, ad opera di suoi sostenitori che sono passati al Jubilee, oltre ai vari sondaggi che lo darebbero perdente, Raila abbia preferito evitarsi l’umiliazione di una sconfitta, ma anche questa ipotesi non appare molto solida, visto che da domani, mercoledì, il NASA organizzerà nel paese una serie di manifestazioni ad oltranza. A che scopo, ci si chiede, se lui ha deciso di ritirarsi?

In questo momento la confusione è al massimo livello. Il 26 prossimo le elezioni ci saranno o no? E se ci saranno a che scopo tenerle se l’opposizione non andrà a votare? Kenyatta verrà riconfermate alla presidenza per default grazie al risultato dell’8 agosto? Ma come è possobile consacrare un risultato che la stessa Corte Suprema ha dichiarato non valido? 

Certamente, nei prossimi giorni, gli analisti locali e internazionali cercheranno di studiare nel dettaglio tutte le possibili implicazioni di questa scelta. Ciò che, purtroppo, resta già assodato è che la decisione oggi presa da Raila Odinga ha effetti gravemente deflagranti. Effetti di cui il Paese, dopo tre mesi di dofferte incertezze, proprio non meritava.

Africa ExPress

Tumulti in Kenya prima delle elezioni e un attentato a Mombasa: 2 morti

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Africa ExPress
Nairobi,10 ottobre 2017

Attentato questa mattina in un sobborgo di Mombasa. Un gruppo di uomini armati ha sparato contro un’auto della polizia che viaggiava nella costa sud del Kenya in località Ukunda. Gli aggressori, al passaggio dell’auto, gli hanno scarico contro raffiche di mitra, poi si sono dileguati rapidamente. Nell’imboscata sono rimasti uccisi due impiegati dell’Università di Mombasa che erano a bordo del veicolo delle forze dell’Ordine, mentre l’autista e altri due agenti, che viaggiavano con loro, sono stati feriti. Mancano ancora dettagli precisi sulla dinamica dei fatti, ma la polizia ritiene che si tratti dell’ennesimo attentato dei miliziani Al Shebab. Anche se l’attacco non pare legato alle controversie elettorali in corso, non può che gettare ulteriore appresione in un clima già arroventato.

Ieri, lunedì, un gran numero di sostenitori del NASA, (National Super Alliance, l’alleanza elettorale che fa capo aa capo dell’opposizione, Raila Odinga) si è riversato per le strade della capitale ed in quelle di Kisumu, roccaforte del leader dell’opposizione, ingaggiando duri scontri con le forze di polizia che hanno impiegato gas lacrimogeni e sparato diversi colpi in aria per disperdere i dimostranti. Secondo un rapporto dell’agenzia di stampa Reuters, alcuni mezzi delle forze dell’ordine si sono anche lanciati sulla folla causando diversi feriti, tre dei quali in gravi condizioni.

Sostenitori del NASA nella dimostrazione di ieri a Nairobi
Sostenitori del NASA nella dimostrazione di ieri a Nairobi

Dall’8 agosto, data della prima tornata elettorale, che ha visto vincente il presidente in carica, Uhuru Kenyatta, la tensione in Kenya non accenna a calare, soprattutto dopo che la Corte Suprema ha rilevato irregolarità nelle procedure di conteggio dei voti, e deciso di far tornare il Kenya di nuovo alle urne e fissando prima la data al 17 ottobre, poi rinviata al 26. Il NASA sembra deciso a boicottare le prossime elezioni se l’intera Commissione Elettorale – da loro giudicata corrotta e quindi inaffidabile – non sarà interamente sostituita.

“Viviamo in una società democratica. – ha dichiarato Odinga alla stampa – Se decido di non partecipare ad elezioni che giudico pre-confezionate non esercito altro che il mio democratico diritto e non c’è tribunale che possa costringermi a farlo”. L’intransigenza che entrambi i gruppi politici avversari, esprimono nel confronto, continua ad aggravare, giorno dopo giorno, le incertezze sul futuro del Paese. Non giova a tranquillizzare gli animi un recente rapporto della locale Commissione per i Diritti Umani, secondo cui le reazioni dopo il voto dell’8 agosto, hanno provocato un totale di trentasette morti che il rapporto attribuirebbe all’eccesso di forza usato dalla polizia, la quale, sempre secondo il rapporto, avrebbe anche, in alcuni casi, usato pallottole vere contro i dimostranti.

Africa ExPress

Oltre cento ippopotami uccisi dall’antrace in Namibia

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Africa ExPress
Windhoek, 10 ottobre 2017

Dal 2 ottobre ad oggi sono morti centosette ippopotami nel Parco nazionale Bwabwata nel nord-est della Namibia.

Un funzionario del ministero dell’Ambiente e del Turismo (MET) ha fatto sapere che non si è mai vista una cosa del genere nel Paese. Si sospetta che la moria dei pachidermi sia dovuta ad un’infezione di antrace, causata dal batterio Bacillus anthracis, un germe produttore di spore che possono sopravvivere a lungo nell’ambiente e che si manifesta comunemente in animali selvatici e domestici. I veterinari governativi si trovano attualmente sul luogo per indagare, accertare o confermare la causa che ha provocato questa strage.

Namibia: ippopotamo morto
Namibia: ippopotamo morto

Le carcasse di due ippopotami sono stati ritrovati all’esterno del parco, vicino al fiume Kavango. Un’infinità di altre carogne sono state avvistate sparpagliate nel fiume del parco e sulle acque stagnanti.

Casi di antrace si verificano quando il livello dei corsi d’acqua è molto basso. Tra il 2003 e il 2004 casi di antrace sono stati riscontrati in Zambia. Allora erano morti alcuni ippopotami e diversi elefanti. Anche nel 2010 si è ripresentata nella stessa area, uccidendo ottantadue pachidermi e nove bufali dopo essersi abbeverati in acque contaminate. Nel 2004 anche in Uganda soccombevano centottanta ippopotami dopo aver contratto il micidiale batterio. Mentre lo scorso anno questa patologia si è presentata in Siberia, causando il decesso di duemilatrecento renne e di un bimbo. La malattia può essere trattata con un antibiotico, ma deve essere somministrato subito dopo l’avvenuto contagio.

MAPBWA

Il governo ha informato gli abitanti dell’intera zona del pericolo antrace, ordinando loro di non consumare la carne degli animali morti, perché la via di contagio più comune è quella che deriva dal contatto con bestie infette, soprattutto durante la lavorazione di derivati animali.

Il parco nazionale Bwabwata è stato creato nel 2007 ed occupa una superficie di 6,274 chilometri quadrati ed è delimato dal fiume Kavango ad occidente e dal Kwando ad oriente, mentre l’Angola si trova al nord e il Botswana a sud. Il Bwabwata è una famosa destinazione turistica, in quanto fa parte dell’area di conservazione transfrontaliera Kavango-Zambesi e ospita molti animali tipici delle zone umide. E’ presente anche un cospicuo numero di elefanti ed è un’importante rotta migratoria per questi pachidermi e altri animali selvatici.

Nel parco vivono più o meno cinquemilacinquecento persone, cosa non usuale in un’area protetta, ma il governo ha coinvolto gli abitanti nella pianificazione e nella gestione del parco.

Africa ExPress

Presidenziali Liberia: esce di scena dopo due mandati la Nobel Ellen Johnson Sirleaf

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 ottobre 2017

Dopo 12 anni di presidenza, Ellen Johnson-Sirleaf, premio Nobel per la pace e prima donna alla guida di un Paese africano lascia la poltrona e il 10 ottobre la Liberia torna alle urne per le elezioni generali. I 2,2 milioni di cittadini aventi diritto al voto dovranno eleggere il loro nuovo presidente e settantatré  parlamentari. Venti candidati si contenderanno la carica di presidente, tra loro anche l’ex calciatore George Weah; oltre novecento sono gli aspiranti parlamentari.

In questi ultimi giorni l’Unione Africana ha preparato i suoi osservatori, che monitorizzeranno questa importante tornata elettorale del Paese, che conta poco più di 4,6 milioni di abitanti, dei quali oltre il cinquanta per cento è costituito da minorenni. E’ uno degli Stati più poveri del Continente con un’entrata pro capite annuo di soli 455,37 dollari. La storia della Liberia rappresenta un caso unico nel panorama africano. Lo Stato nacque infatti per iniziativa di un gruppo di schiavi affrancati che tornarono in Africa dagli Stati Uniti d’America, finanziati nel loro avventuroso viaggio da un gruppo di aziende private. La capitale del Paese si chiama per questo motivo Monrovia, in onore del presidente James Monroe, che liberò moltissimi schiavi, ed anche la bandiera rievoca quella americana nelle forme e nei colori.

La presidente uscente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi
La presidente uscente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

Oggi si è conclusa la campagna elettorale con una giornata di preghiera. Dal 23 settembre centinaia di donne in tutto il Paese si sono imposte il digiuno per la pace, perché queste nuove elezioni possano svolgersi in un clima rilassato e democratico. La Nazione è ancora scossa da ben quattordici anni di guerra civile.

Nel dicembre del 1989 il National Patriotic Front of Liberia (NPFL), capeggiato da Charles Taylor, comincia una rivolta nel nord del Paese  e ben presto prende il controllo di quasi tutto il territorio, eccetto della capitale Monrovia. alla guerra civile partecipano sette fazioni rivali; termina con gli accordi pace nel 1997. Nelle elezioni che seguono, Taylor viene eletto presidente. Nel 1999 ricominciano i disordini, ma Taylor prede il controllo della situazione. Nel 2003 altra guerra civile che termina con la fuga del presidente in Nigeria. Si stima che in questi quattordici anni siano morte almeno duecentocinquantamila persone, mentre centinaia di migliaia hanno dovuto lasciare le proprie case e fuggire.

Nel 2012 Charles Taylor viene condannato dalla Corte penale internazionale per ben undici capi di accusa relativi ai crimini di guerra. Attualmente sta scontando una pena di cinquant’anni in una prigione della Gran Bretagna.

Charles Taylor ex signore della guerra liberiano

Nel 2005 la presidente uscente vince le elezioni e viene riconfermata nella tornata elettorale del 2011. Pochi mesi dopo viene insignita del premio Nobel per la pace.

Durante l’ultima epidemia di ebola  http://www.africa-express.info/2016/04/08/rigurgito-di-ebola-dopo-la-guinea-nuovi-casi-anche-in-liberia/ la Liberia è stata una dei Paesi più colpiti con oltre quattromilaottocento morti. La già povera economia del Paese ne ha sofferto moltissimo. Secondo la Banca mondiale, la situazione dovrebbe essere in ripresa e mostrare i primi effetti per la fine di quest’anno, grazie anche al rilancio delle attività minerarie.

Buona parte della popolazione vive senza i servizi essenziali, come acqua corrente e energia elettrica, in parte riconducibile alla corruzione endemica, che la vincitrice del premio Nobel ha cercato di combattere con tutte le sue forze, anche se in un suo intervento in Parlamento qualche mese fa ha ammesso che si sarebbe potuto fare di più per sconfiggerla.

Dopo i lunghi anni di guerra civile la riconciliazione non è stata facile. I giovani che avevano combattuto allora, oggi sono senza istruzione e lavoro; sono arrabbiati, infelici della precaria situazione economica, che non dà le necessarie opportunitài. In particolare gli ex bambini soldato sono emarginati dalla società, vivono in baraccopoli e campano grazie a piccoli furtarelli. Non sono nemmeno interessati a questa tornata elettorale: “Tanto nessuno ci aiuterà mai”, ha rimarcato uno di loro, Winston Graham.

Taylor, che dopo il suo arresto aveva dichiarato: “Tornerò” e soprattutto gli ex bambini soldato attendono con impazienza un suo ritorno. Rimpiangono la guerra, perché secondo loro, si stava meglio allora. “Avevamo da mangiare e munizioni. Era un uomo buono. E’ l’unica persona che è in grado di governare questo Paese”, ha fatto sapere Sunny Sayon, impegnato durante il conflitto al fronte , mentre un suo amico ha aggiunto: “Non c’è pace nella mia mente. Quando non sei forte, vai fuori di testa”.

Geroge Weah, candidato presidente e Howard Taylor, candidata cice presidente di Weah e ex moglie di Charles Taylor
Geroge Weah, candidato presidente e Howard Taylor, candidata vice presidente di Weah e ex moglie di Charles Taylor

Sayon riprendendo il suo racconto, precisa: “Ero un buon soldato, ma fumavo cocaina per essere più forte. Ho visto spesso i miei commilitoni mangiare cuori umani, ma io non l’ho mai fatto”. Il cannibalismo era uno dei tanti rituali praticati dalle milizie di Taylor. Spesso combattevano nudi, oppure indossavano un vestito da sposa e/o parrucche o maschere, come se volessero proteggersi in questo modo dalle pallottole.

La ex moglie di Taylor, Howard Taylor, che ha dichiarato di aver preso le distanze dal suo ex marito, è candidata in queste elezioni con il pallone d’oro. In un’intervista ha fatto sapere che bisogna ritornare sulla linea intrapresa a suo tempo dall’ex signore della guerra. Ovviamente questa dichiarazione ha creato non poco imbarazzo a Weah, che si presenta in questa tornata elettorale come “Uomo del cambiamento”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Report di Survival: oltre duecento casi di violenze dei ranger WWF ai pigmei

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 ottobre 2017

“How will we survive?” (Come possiamo sopravvivere?) è il titolo dell’ultimo report, appena pubblicato da Survival International, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.

Il rapporto documenta le violenze sui pigmei del bacino del Congo perpetrate dalle guardie forestali finanziate ed equipaggiate dal Fondo mondiale per la natura (WWF) che coinvolge altre grandi organizzazioni come la Wildlife Conservation Society (WCS), fondazione legata allo zoo del Bronx di New York.

Un popolo intero chiede aiuto

Donne, uomini, bambini e anziani con sguardi spenti e addolorati ormai privi di speranza chiedono aiuto all’umanità intera perché non sanno più come difendersi dagli abusi sistematici e diffusi, umiliazioni, pestaggi, torture e persino la morte commessi dai guardaparco e da coloro che li pagano in nome della “conservazione”.

Attraverso questo documento continuano le accuse di Survival contro l’associazione ambientalista e altre ong – ma anche aziende del legname come Rogier Group, Cib e Sinfocam – che calpestano i diritti umani delle popolazioni delle foreste pluviali dell’Africa centrale.

La relazione di 120 pagine raccoglie oltre 200 testimonianze con la descrizione dei casi raccolti da Survival in Camerun, nella Repubblica del Congo e Repubblica Centroafricana.

Alcune testimonianze: I guardaparco hanno picchiato mia moglie incinta. I miei antenati mi hanno lasciato questa foresta, non è per le guardie del parco. Le squadre anti-bracconaggio ci picchiano e ci uccidono e ci obbligano a lasciare il Paese. (courtesy © Survival International)
Alcune testimonianze: I guardaparco hanno picchiato mia moglie incinta.
I miei antenati mi hanno lasciato questa foresta, non è per le guardie del parco.
Le squadre anti-bracconaggio ci picchiano e ci uccidono e ci obbligano a lasciare il Paese. (courtesy © Survival International)

Minacce di morte e calci a donne con lattanti

“Da una macchina bianca, con le insegne del WWF sulle portiere degli uomini mi hanno fermato e mi hanno puntato le armi sul petto – ha raccontato nel settembre 2016 un uomo di etnia Baka del distretto di Souanké – poi mi hanno puntato una pistola sotto il mento e mi hanno detto: ‘Se ti rivediamo qui attorno ti uccidiamo. E se arriva tua madre ammazziamo anche lei’.”.

I ranger non rispettano nemmeno le mamme con neonati. Una donna di etnia Bayaka ha raccontato: “Hanno iniziato a prendermi a calci su tutto il corpo… Avevo il mio bambino con me. Era nato soltanto tre giorni prima”.

Foresta vietata ai pigmei ma aperta ai cacciatori bianchi

Le squadre anti-bracconaggio delle aree protette impediscono ai pigmei di entrare nella foresta, di cacciare e raccogliere frutta ed erbe per nutrire le loro famiglie, nonostante quei territori appartengano loro da oltre 150 generazioni.

Se lo fanno vengono anche accusati di bracconaggio. I pigmei affermano che nessuno ha mai chiesto il loro coinvolgimento nella tutela della foresta e i progetti del WWF, purtroppo, sono diventati di sfruttamento del legname pregiato più che di conservazione.

Denuncia di Survival: Vietato cacciare ai pigmei per nutrire le famiglie ma la caccia è possibile per i ricchi occidentali
Denuncia di Survival: Vietato cacciare ai pigmei per nutrire le famiglie ma la caccia è possibile per i ricchi occidentali

A ricchi cacciatori occidentali che pagano in valuta pregiata e non vedono l’ora di attaccare alle pareti delle loro dimore i trofei cacciati è invece permessa la caccia grossa in vaste aree del bacino del Congo. Su internet si trovano agenzie di safari in Camerun con tanto di tariffario: per l’abbattimento di un leone si pagano €3.500 mentre uccidere un elefante costa €2.500 e un ippopotamo €1.350. Oltre al costo della “indimenticabile” esperienza nell’Africa selvaggia.

(1/2 continua)

Vedi anche:
Pigmei, nel bacino del Congo diventa crisi umanitaria
Camerun, Survival contro Wwf. L’Ocse indaga su violazione dei diritti umani dei pigmei
Diritti umani dei pigmei violati in Camerun, Survival: WWF sapeva degli abusi ma ha taciuto
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Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei
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Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Repressione in Camerun contro gli anglofoni, una ventina di morti

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Africa ExPress
Yaoundé, 7 ottobre 2017

Anche i vescovi della conferenza episcopale di Bamenda, che raggruppa le diocesi delle due regioni anglofone del Camerun, hanno condannato le barbarie e l’uso di fucili da parte delle forze armate del Paese durante le proteste dei cittadini della scorsa settimana.

Non si conosce ancora il numero esatto dei morti, alcune fonti parlano di dieci persone uccise, altre affermano che siano diciasette, Amnesty ritiene che siano almeno venti; non si sa nemmeno quante persone siano rimaste ferite e quante siano state arrestate.

Migliaia di cittadini anglofoni camerunensi si sono riversati nelle strade e nelle piazze lo scorso 1° ottobre per proclamare “simbolicamente” l’indipendenza, malgrado il coprifuoco imposto dal governo. Bernard Okalia Bilia, governatore della regione nel sud-ovest del Camerun, al confine con la Nigeria, aveva annunciato la scorsa settimana la chiusura delle frontiere terrestri e marittime, divieto dei trasporti interurbani e la circolazione di moto-tassì; ha imposto anche la cessazione delle attività di bar, ristoranti, night-club e raggruppamenti oltre le quattro persone in luoghi pubblici, dal 29 settembre al 2 ottobre 2017.

Manifestazione degli anglofoni a Bamenda, Camerun
Manifestazione degli anglofoni a Bamenda, Camerun

Ora diversi testimoni oculari affermano che nelle città di Bamenda, Buea, Ndu, Tombel e Kumbo (capoluogo del dipartimento di Bui), degli elicotteri avrebbero sorvolato a bassa quota le manifestazioni, sparando gas lacrimogeno contro la popolazione. Attivisti per i diritti umani hanno fatto sapere che a Kumba, capoluogo del dipartimento di Meme, uno dei velivoli in volo avrebbe sparato contro una bambina di dodici anni

Il portavoce delle forze armate, Didier Badjeck, afferma, invece, che gli elicotteri sarebbero stati impiegati solamente per la sorveglianza. Mentre Bilia ha fatto sapere che alcuni manifestanti avrebbero teso un agguato ad alcuni militari a Kumba, costringendoli ad aprire il fuoco per difendersi.

Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate poco meno di un anno fa, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese nelle scuole (http://www.africa-express.info/2016/11/23/camerun-proteste-degli-anglofoni-che-si-sentono-emarginati-rispetto-ai-francofoni/).

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglesi e quelle francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia.

 

Africa ExPress