16.2 C
Nairobi
giovedì, Aprile 30, 2026

Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

  Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 28 Aprile 2026 Sette...

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...
Home Blog Page 373

Tra insulti, violenze, arresti e defezioni, il Kenya si prepara alla tornata elettorale

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 ottobre 2017

Dall’indomani della senteza della Suprema Corte che annullava i risultati elettorali dell’8 agosto, il Kenya vive una situazione di stallo venata da oscure previsioni. Ogni giorno la cronaca scaraventa sui cittadini impauriti ed attoniti, notizie sempre più allarmanti che fanno presagire disastri tali da mettere a serio rischio il sistema democratico, faticosamente raggiunto dal paese negli ormai lontani anni ‘90.

Nella notte tra lunedì e martedì la poliza ha fatto irruzione in varie abitazioni di proprietà del miliardario  Jimmy Wangjigi, sequestrandovi un fucile a pompa e quattro pistole. L’uomo è stato arrestato, ma l’Alta Corte di Naiorbi ha ordinato il suo immediato rilascio. Pare che le armi in questione fossero tutte detenute con regolare licenza.Wangjigi è un influente personaggio, velato da un’aura di mistero.  Ciò che si sa per certo è che si tratta di un uomo ricchissimo che, fino poco tempo fa, parteggiava e sosteneva finanziariamente l’alleanza Jubilee di Uhuru Kenyatta, poi, forse per la mancata assegnazione di appalti governativi, ha deciso si schierarsi a fianco di Raila Odinga.

Il ricco uomo d’affari Jimmy Wangigi
Il ricco uomo d’affari Jimmy Wangigi

Wanjigi ha già denunciato il funzionario di polizia che ha ordinato l’incursione e i sostenitori del NASA lamentano l’ennesimo atto intimidatorio attuato dal governo nei confronti dei rivali. Un altro segnale di allarme è giunto dalla decisione di Roselyn Akombe, autorevole ed attivo membro dell’IEBC, la Commissione Elettorale del Kenya, che si è dimessa dalla carica e si è immediatamente rifugiata a New York perché teme per la propria incolumità. A suo dire avrebbe ricevuto pesanti minacce da alcuni colleghi che volevano piegarla alla propria linea di comportamento, da lei non condivisa. In un’intervista rilasciata alla NPR, un’emittente radiofonica americana, la dottoressa Akombe, alla soglia delle lacrime ha dichiarato: “I miei genitori mi hanno educata a perseguire sempre la verità. Amo il mio paese, ma non posso piegarmi a sostenere posizioni che giudico ingiuste.”

Intanto, ieri a Kisumu, alcuni furiosi sostenitori del NASA, galvanizzati dal grido “No Raila, no Election”, hanno distrutto un insediamento mobile dell’IEBC destinato ad istruire gli addetti allo spoglio delle schede elettorali. Sempre ieri, Raila, ha però spiazzato tutti, sostenendo che “forse” potrebbe ripensarci e rimettere in campo la sua candidatura. In questa atmosfera infuocata, che mostra di non voler tenere in nessun conto le raccomandazioni dell’ONU e dell’Unione Europea, le principali banche del paese hanno annunciato che chiuderanno tutti i loro sportelli nei tre giorni a cavallo del 26 ottobre per il timore di violenze.

Una delle installazioni della Commissione Elettorale attaccata dai dimostranti
Una delle installazioni della Commissione Elettorale attaccata dai dimostranti

franco

La sede di Nairobi delle Nazioni Unite, ha altresì annunciato l’immediata cessazione di tutte le attività nel Paese fino al 2 novembre prossimo, per garantire l’incolumità del proprio personale. La buriana degli aspri confronti non ha risparmiato neppure il presidente uscente, Uhuru Kenyatta, che si è visto appioppare una condanna dall’Alta Corte di Naiorbi per aver reclamizzato, durante la campagna elettorale, i successi e le opere realizzate dal suo governo con denaro pubblico. L’azione è stata considerata lesiva dell’equità che la costituzione garantisce a favore di tutti i candidati.

La stessa Alta Corte ha anche bloccato il tentativo del governo di arrestare Gladys Wanga, rappresentante femminile del NASA di Homa Bay, accusata di aver tenuto comizi in cui incitava alla violenza i propri sostenitori. Insomma, il Kenya resta dominato da azioni e contro reazioni che esprimono tutto fuorché l’allineamento ai principi democratici ed il proccupante risultato è che, a soli sei giorni dalla data prevista per la seconda tornata elettorale, lo scenario che il paese presenta è del tutto incerto e fa paventare grossi rischi di instabiità.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Centrafrica, il Paese dimenticato tra massacri e carestia mortale

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 ottobre 2017

Najat Rochdi, coordinatore per gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite nella Repubblica Centroafricana ha denunciato la morte di una decina bambini per malnutrizione grave: “Abbiamo dovuto sospendere qualsiasi assistenza umanitaria, la popolazione è allo stremo – ha raccontato -. Nessuno riceve più assistenza, perché gli operatori hanno dovuto abbandonare i luoghi dove i conflitti sono particolarmente violenti”. E ha aggiunto: “Verificheremo le cause dei decessi di questi piccoli non appena saremo nella possibilità di recarci nuovamente sul posto”.

Nelle ultime settimane nel CAR si sono verificate nuove violenze. Gli operatori umanitari hanno dovuto interrompere tutte le operazioni nelle aree colpite, senza poter fornire in questo modo gli aiuti essenziali alla popolazione. Per questo motivo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutters ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’ONU l’invio di altri novecento caschi blu per rinforzare la Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana dell’ONU (MINUSCA) presente nel Paese dal 2014.  

Attualmente MINUSCA è presente nel CAR con 12.870 persone in uniforme, tra loro 10.750 militari (compresi 480 osservatori) e 2.080 agenti di polizia, e un numero significativo di personale civile internazionale e locale, nonché volontari dell’ONU.

Centrafrica, un Paese dimenticato
Centrafrica, un Paese dimenticato

La mancanza di fondi han costretto le Organizzazioni non governative a dimezzare gli aiuti umanitari in altre parti del Paese, dunque la malnutrizione grave colpisce moltissimi bambini sotto i cinque anni.

Il terribile conflitto interno che è in corso nella  ex colonia francese dalla fine del 2012, è anche basato su contrasti etnici, spesso accresciuti da superstizione e stregoneria. In uno degli ultimi rapporti umanitari si evince che quattro bimbi sono stati sequestrati e uccisi vicino a Bambari. I loro corpicini sono stati ritrovati privi degli organi interni, segno che qualcuno li ha espiantati e portati via, probabilmente per servirsene durante riti magici o satanici.

Anche a Kembe recenti attacchi hanno ucciso o ferito una quarantina di persone. Il numero delle persone, che hanno abbandonato le loro case è aumentato considerevolmente in quest’ultimo anno. Attualmente si registrano quasi 1,2 milioni tra sfollati e profughi fuggiti nei Paesi limitrofi. Oltre quattrocentomila bambini non possono frequentare le scuole. Inoltre, i campi per sfollati sono sovraffollati, dunque i vari gruppi armati non hanno difficoltà nel reclutare nuovi miliziani.

Violenze in Centrafrica
Violenze in Centrafrica

Come in tutti i conflitti, sono i bambini a pagare il prezzo più alto. Malnutrizione, malattie, spesso orfani di uno, se non di entrambi i genitori, campi di accoglienza che molto difficilmente corrispondono agli standard richiesti e dove per la maggior parte delle volte le scuole sono inesistenti (http://www.africa-express.info/2016/09/29/centrafrica-scuole-occupate-da-gruppi-armati-lanno-scolastico-non-comincia/).

La situazione di insicurezza è degenerata nuovamente a maggio (http://www.africa-express.info/2017/05/14/oltre-centocinquanta-morti-centrafrica-tra-loro-anche-sei-caschi-blu-di-minusca/). E MINUSCA condanna veementemente la nuova ondata di violenze che ha investito Bangassou, Mobaye,  Zémio, Rafai e Obo, dove sono già stati inviati gruppi di caschi blu per proteggere i civili.

Nel mese di giugno è stato firmato un nuovo accordo di pace tra tredici gruppi ribelli – su quattordici attivi nella ex colonia francese – e la presidenza della Repubblica Centrafricana, grazie alle mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Le parti si sono incontrate il 19 giugno a Roma, nella sede dell’organizzazione religiosa. Il trattato prevede, tra l’alto, un cessate il fuoco immediato, oltre al riconoscimento delle autorità elette democraticamente durante le votazioni che si sono svolte tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. (http://www.africa-express.info/2017/06/23/centrafrica-13-gruppi-armati-firmano-la-pace-ma-la-guerra-non-si-ferma/).

L’ultimo rapporto di MINUSCA, pubblicato due giorni fa, è agghiacciante. La nuova ondata di violenze non tende a diminuire e per questo motivo la missione di pace nel CAR invita il governo di Bangui, la comunità internazionale tutta, nonché i vari gruppi armati, di intensificare la lotta contro l’impunità delle gravi violazioni e degli abusi del diritto internazionale dei diritti umanitari e ritiene sia necessario che le inchieste criminali vengano affidate alle autorità giudiziarie competenti. La relazione evidenzia quanto sia urgente di disarmare tutte le persone e i membri affiliati ai gruppi armati.

La protezione dei civili non può essere affidata solamente a MINUSCA, a dei militari. Il dialogo politico, denunciare e emarginare i sabotatori, condannare pubblicamente le violenze, sono mezzi che contribuiscono a ristabilire lo Stato di diritto in questo in questo martoriato Paese.   

MINUSCA
MINUSCA

I media sono poco interessati alla Repubblica centrafricana, che ha dato i natali anche a Bokassa, il feroce dittatore di questa ex colonia francese. Eppure se la Comunità internazionale puntasse gli occhi maggiormente su questo conflitto interno, dove non solo bombe e pallottole sono la causa di morte di molti, ma dove anche la fame è un temibile nemico. E si sa, la fame non perdona. Uccide, è una vera e propria arma da guerra.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria, quattro missionari britannici sequestrati nel Delta del Niger

0

Africa ExPress
Abuja, 18 ottobre 2017

Quattro missionari britannici, un medico, sua moglie e altri due uomini, sono  stati sequestrati venerdì scorso nel Delta State, nel sud della Nigeria, ma la notizia è trapelata solamente oggi.

Andrew Aniamaka, un portavoce della polizia del Delta State, ha fatto sapere che le quattro persone sono state rapite verso le due della notte tra venerdì e sabato da un gruppo di uomini armati dalla Comunità di Enukorowa, situata nel governo locale di Burutu.  Animaka ha sottolineato che la polizia ha individuato i responsabili: sono membri di un gruppo, che si fa chiamare “The Karowei”. I quattro missionari sono tutti attivi in campo medico e nella distribuzione di medicinali.

Forze armate nigeriane impegnate in controlli
Forze armate nigeriane impegnate in controlli

Il portavoce ha precisato che finora i criminali non hanno stabilito alcun contatto con le forze dell’ordine e non è stato richiesto alcun riscatto. Finora il Foreign Office non ha rilasciato alcun commento, ma raccomanda di non recarsi nella sua ex colonia se non è strettamente necessario per i continui rapimenti,  anche di stranieri, che sono ormai all’ordine del giorno. Generalmente le vittime vengono rilasciate dietro il pagamento di un cospicuo riscatto.

Il Delta del Niger è una delle zone più ricche di greggio. Per anni è stato anche teatro di insurrezioni da parte di vari gruppi che protestano contro la devastazione sociale e quella ambientale causate dall’estrazione dell’oro nero. Lo scorso anno i “Niger Delta Avengers” avevano effettuato parecchi sabotaggi agli impianti petroliferi, mettendo in serie difficoltà l’economia del Paese, basata principalmente sul petrolio (http://www.africa-express.info/2016/05/09/delta-del-niger/). E poco più di un anno fa durante un attacco sono morti anche tre tecnici dell’ENI http://www.africa-express.info/2016/07/02/attacco-a-tecnici-delleni-in-nigeria-tre-morti-tra-cui-un-italiano/.

intanto Maurizio Pallù, un missionario italiano, sequestrato giovedì scorso, è stato rilasciato nemmeno ventiquattro ore fa. (http://www.africa-express.info/2017/10/14/missionario-italiano-rapito-nigeria-ma-una-zona-lontana-dai-boko-haram/).

Africa ExPress

Pigmei, ragazzo ammazzato da ranger pagati da Fondazione dello zoo di New York

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 ottobre 2017

Era un pigmeo Batwa di soli 17 anni e si chiamava Mbone Christian Nakulire. È stato assassinato a freddo dai guardaparco perché, con il padre Mobutu Nakulire Munganga, era entrato nell’area “protetta” dalla Wildlife Conservation Society (WCS), la fondazione di conservazione imparentata con lo zoo del Bronx di New York.

Mbone Christian Nakulire, pigmeo Barwa di 17 anni assassinato dai guardaparco finanziati da WCS e WWF (courtesy © Survival International)
Mbone Christian Nakulire, pigmeo Barwa di 17 anni assassinato dai guardaparco finanziati da WCS e WWF (courtesy © Survival International)

Si tratta dell’ultimo dei tanti omicidi che si conoscono di pigmei che vivono delle foreste del Bacino del Congo. Questa volta è accaduto nel Parco nazionale di Kahuzi-Biega, sei mila kilometri quadrati di foresta pluviale ad est della Repubblica Democratica del Congo.

Eppure dal 1500 a.C. vaste aree delle foreste pluviali del bacino del grande fiume africano sono sempre state territorio dei pigmei ma grandi associazioni di “conservazione” come il WCS e WWF attraverso i ranger da loro addestrati e pagati, non permettono alle popolazioni native di raccogliere erbe medicinali e frutti e di cacciare per mantenere le loro famiglie.

Nella mappa la posizione del parco Kahuzi-Biega nelle Repubblica Democratica del Congo (courtesy Bing maps)
Nella mappa la posizione del parco Kahuzi-Biega nelle Repubblica Democratica del Congo (courtesy Bing maps)

Mobutu Nakulire non può e non vuole accettare la morte del figlio ammazzato così giovane dalle guardie del parco per un atto che per la vita dei pigmei deve essere la normalità della loro giornata.

Mobutu Nakulire Munganga, pigmeo Barwa padre del 17enne assassinato dai guardaparco finanziati da WCS e WWF (courtesy © Survival International)
Mobutu Nakulire Munganga, pigmeo Barwa padre del 17enne assassinato dai guardaparco finanziati da WCS e WWF (courtesy © Survival International)

Con sua moglie, Mauwa M’Nachabi, ha deciso di scrivere a Cristián Sampe, presidente e amministratore delegato della Wildlife Conservation Society per denunciare l’omicidio del loro figlio e il suo ferimento da parte delle guardie anti-bracconaggio della WCS.

Il 26 agosto 2017, padre e il figlio sono entrati nel parco per raccogliere delle piante medicinali e hanno incontrato una squadra di quattro guardaparco. Nella lettera di denuncia Mobutu racconta che hanno sentito dire da uno dei ranger “Non bisogna uccidere suo figlio” mentre gli altri hanno risposto “Li dobbiamo eliminare” e hanno sparato.

Lettera scritta da Mobutu Nakulire Munganga a Cristián Sampe, presidente WCS e divulgata da Survival International (courtesy © Survival International)
Lettera scritta da Mobutu Nakulire Munganga a Cristián Sampe, presidente WCS e divulgata da Survival International (courtesy © Survival International)

Il ragazzo è stato ucciso mentre il padre, ferito al braccio destro, è riuscito a scappare ed è stato poi portato in ospedale dove è rimasto quasi un mese.

“Mi hanno detto che, secondo la Carta africana, tutti i grandi progetti che sono nel nostro territorio devono avere il nostro consenso – si legge nella lettera di Mobutu al presidente della famosa fondazione newyorkese creata nel 1895 – e che la WCS ha adottato una politica dei diritti umani che gli impone di rispettare questo principio. Nessuno è mai venuto a chiederci il consenso per il Parco nazionale di Kahuzi-Biega, allora perché il WCS continua a finanziare coloro che ci vogliono uccidere? Niente potrà mai compensare la perdita di mio figlio ma consegno questa denuncia affinché possiate aiutare me e il mio popolo ad avere giustizia e a tornare nelle nostre terre”.

Dura presa di posizione di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, attraverso il direttore generale Stephen Corry: “Questa tragedia è l’ultimo capitolo di una lunga e vergognosa storia. Prima il popolo del signor Nakulire è stato sfrattato illegalmente e violentemente dalle proprie terre, e oggi rischia la morte se prova a farvi ritorno. La WCS deve mantenere le sue promesse sul rispetto del diritti dei Batwa. Se non hanno il loro consenso per ciò che stanno facendo, semplicemente non dovrebbero trovarsi lì.”

La Wildlife Conservation Society ha un progetto di protezione dei gorilla nel parco nazionale Kahuzi-Biega dove, attraverso i ranger, interviene contro i bracconieri. Per le guardie anti-bracconaggio anche i pigmei, popolazione di cacciatori-raccoglitori che hanno sempre usato le foresta per nutrire le loro famiglie, vengono ritenuti bracconieri ma fino ad oggi né WCS né WWF sono intervenuti per fermate gli abusi.

Survival International continua a denunciare abusi, pestaggi, mutilazioni, sfratti, distruzione di case e villaggi e perfino omicidi per mano di guardaparco finanziati e equipaggiati dal WWF e WCS che hanno accordi con società di legname e operano nelle foreste del Bacino del Congo. Tutto ciò accade in nome della “conservazione”. Da poco l’ong per i diritti peri popoli indigeni ha pubblicato “How will we survive?” (Come possiamo sopravvivere?) un report che documenta oltre 200 casi di gravi abusi contro le popolazioni della foresta in Camerun, nella Repubblica del Congo e nella Repubblica Centroafricana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Congo-K eletto nel Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti umani

0

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 ottobre 2017

La Repubblica Democratica del Congo (RDC o Congo-K) è stata eletta ieri nel Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) con centocinquantuno voti su centonovantatré, tanti sono gli Stati membri dell’ONU. Novantasette voti a favore è la soglia minima necessaria per poter far parte del Consiglio.

Oltre centocinquanta Organizzazione non governative, tra loro anche Human Rights Watch, hanno chiesto agli Stati membri di non accettare la candidature del Congo-K, per le gravissime e continue violazioni dei diritti umani (http://www.africa-express.info/2017/06/21/congo-k-riesplode-la-guerra-civile-meno-di-un-anno-oltre-3000-morti/). Anche gli Stati Uniti d’America si sono espressi negativamente circa l’ammissione della RDC in seno all’UNHRC. L’ambasciatore degli USA presso l’ONU, Nikki Haley, già nel mese di luglio aveva reso noto le sue perplessità circa la candidatura del Congo-K.

ONU
ONU

Il Consiglio dell’ONU per i Diritti umani era già stato aspramente criticato per aver eletto nel suo seno Stati come l’Arabia Saudita, Egitto, Cina, Iraq, Ruanda e Cuba. L’ex colonia belga è il primo Paese africano francofono a far parte dell’UNHRC. L’elezione avviene proprio in un momento in cui il Paese è al centro di una grave crisi politica e umanitaria interna e quindi è alla ricerca di legittimità a livello internazionale, specie dal dicembre 20016,quando cioè  il presidente Joseph Kabila avrebbe dovuto lasciare il potere (http://www.africa-express.info/2016/11/10/parola-dordine-di-joseph-kabila-oppressione-interrotte-due-emittenti-radio-nel-congo-k/).

 ll presidente è salito al potere dopo l’assassinio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011; il suo mandato è scaduto a dicembre dello scorso anno.  Ma lui ne ha chiesto un altro, il terzo, e la sua pretesa è stata fortemente contestata dall’opposizione, perché anticostituzionale. Dopo lunghe ed estenuanti trattative (http://www.africa-express.info/2017/01/15/congo-k-la-firma-di-un-accordo-tra-governo-e-opposizione-non-ferma-le-violenze/), una nuova tornata elettorale era stata fissata per la fine di quest’anno, comunque pare che questo termine non possa essere rispettato.

Solo pochi giorni fa Maman Sidikou, l’inviato speciale dell’ONU nel Congo-K ha specificato che le violenze devono cessare, in particolare nel Kasai centrale e i responsabili devono essere assolutamente consegnati alla giustizia e ha aggiunto: “Prevale ancora il contesto di incertezza politica”. Ora il Consiglio di sicurezza dell’ONU attende un calendario dettagliato, ma soprattutto realistico per le prossime elezioni, con relativo budget e l’attuazione di misure volte ad un clima politico meno teso e la garanzia che vengano rispettate le libertà fondamentali.

violenze nel Congo-K
Violenze nel Congo-K

Le forze di sicurezza di Kinshasa sono accusate di essere i responsabili della maggior parte degli orribili crimini e delle violenze commesse nella regione del Kasai; non dimentichiamo le fosse comuni ritrovate e che proprio l’ONU aveva minacciato di essere pronta ad avviare un’inchiesta presso la Corte penale internazionale dell’Aja, se le autorità di Kinshasa dovessero rifiutarsi di aprire proprie indagini, finalizzate a scovare i responsabili di questi massacri. Ed ora questo Paese è stato eletto nel Consiglio dell’ONU per i diritti umani, un ennesimo esempio di ipocrisia della diplomazia internazionale.

Il gruppo dei Paesi africani si era accordato per proporre le proprie candidature: oltre a Kinshasa, Nigeria, Angola e Senegal. L’Angola è stata ammessa con centottantasette voti, la Nigeria con centottantacinque, mentre il Senegal con centottantatre.

L’UNHRC ha sede a Ginevra e lavora a stretto contatto con l’Alto commissariato per i diritti umani. E’ stato istituito nel 2006.  È composto da 47 Stati, eletti a scrutinio segreto dall’Assemblea generale a maggioranza dei suoi membri. Come in altri organismi dell’ONU, si applica il principio dell’equa ripartizione geografica. Il mandato ha la validità di tre anni e non è rinnovabile. Oltre ai quattro Paesi africani, sono stati eletti lo scorso lunedì anche Afghanistan, Australia, Cile, Messico, Nepal, Pakistan, Spagna, Ucraina e Slovacchia e Perù.

Marie-Ange Mushebekwa, ministro per i diritti umani del Congo-K, ha ringraziato gli Stati dell’Assemblea generale dell’ONU che con il loro voto hanno espresso la fiducia nel governo di Kinshasa e per non essersi piegati alle pressioni alle quali sono state sottoposti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Minaccioso monito dell’ONU al Kenya: “Togliete il divieto al diritto di manifestare”

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 17 ottobre 2017

Più che una raccomandazione, ha il tono di una minaccia. La dichiarazione rilasciata ieri dalle Nazioni Unite non lascia dubbi: il divieto a manifestare nel periodo di campagna elettorale è considerato, dal potente organismo internazionale, un atto palesemente autoritario e quindi anti democratio.  Ma l’intervento ONU non si ferma qui, le sue considerazioni si estendono anche al comportamento della forze di polizia contro i dimostranti che è definito “brutale”, “eccessivo” e “chiaramente intimidatorio”.

“E’ proprio di fronte ad alte tensioni politiche – c’è scritto nel comunicato dell’ONU – che il governo deve esprimere il massimo impegno nel garantire alla gente il diritto di manifestare. Chi partecipa a pacifiche dimostrazioni per esprimere le proprie idee ed il proprio dissenso, non fa altro che esercitare un democratico ed inalienabile diritto.” Il comunicato esorta anche i due leader che si contendono la presidenza ad evitare ulteriori ed offensivi attacchi contro il sistema giudiziario e la società civile.

La sala conferenze della sede ONU di Nairobi
La sala conferenze della sede ONU di Nairobi

La nota prosegue sostenendo che l’atteggiamento delle forze dell’ordine – definito “crudele, inumano e degradante” –  si è dimostrato incompatibile con le convenzioni di una società civile e precisa: “Anche prima dell’imposizione del divieto a manifestare, abbiamo potuto testimoniare direttamente la brutalità e l’eccesso di forza impiegati  dagli agenti contro i dimostranti”. La nota accenna anche all’energica repressione messa in atto il 28 settembre scorso, contro gli studenti e lo staff dell’università di Nairobi, quando la polizia si è lasciata andare ad intollerabili violenze causando 27 feriti, bastonando, derubando e anche stuprando alcune studentesse.

“Il Kenya è ora di fronte ad una scelta – dice la nota dell’ONU –  e questa scelta dev’essere fatta nel rispetto della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano, senza esasperare divisioni politiche e tensioni tra le parti avverse”.  L’ONU chiede anche una trasparente e pronta investigazione per accertare e punire i responsabili delle brutalità commesse, poiché “l’impunità verso il sopruso non può che favorire la cultura della violenza e della sfiducia, l’esatto opposto di ciò di cui il Paese ha bisogno mentre si prepara alla prossima tornata elettorale”.

L’incursione della polizia all’università di Nairobi del 28 settembre scorso
L’incursione della polizia all’università di Nairobi del 28 settembre scorso

Dal canto suo il team degli osservatori europei , guidati da Marietje Schaake, ha emesso un comunicato che, seppure in tono meno aggressivo, ricalca le stesse considerazioni espresse dall’ONU. A queste aggiunge un pressante invito a Raila Odinga, affinchè abbandoni la sua intenzione di rinunciare al confronto elettorare e mantenga la sua candidatura nelle consultazioni che si terranno tra nove giorni. Circa la ventilata poposta di far intervenire l’ex segretario ONU Kofi Annan, per mediare la controversia tra i due rivali alla presidenza del Kenya, la stessa è stata categoricamente respinta da Uhuru Kenyatta che ha chiaramente ammonito il diplomatico ghanese a non venire in Kenya dove “non è il benvenuto”.

Una breve schiarita sulla cappa di tensione che incombe sul paese, l’ha fornita oggi Raila Odinga, annunciando la sospensione delle manifestazioni per la giornata di oggi. Ciò dovrebbe dar modo ai suoi sostenitori di riprendersi dalle brutalità subite ed attendere in modo conveniente alle vittime. Un segno senz’altro positivo, ma di breve durata poichè lo stesso comunicato annuncia che le dimostrazioni riprenderanno da domani, mercoledì 18 ottobre.

Incertezza ed apprensione continuano a dominare il paese in un nodo perverso che si scioglierà solo al’indomani del prossimo 26 ottobre.  E non è detto che una volta sciolto, svelerà uno scenario più rassicurante di quello attuale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.it
@Franco.Kronos1

Elezioni in Liberia: George Weah verso il ballottaggio

0

Africa ExPress
Monrovia, 16 ottobre 2017

Procede a ritmo rallentato lo spoglio dei voti in Liberia (http://www.africa-express.info/2017/10/09/presidenziali-liberia-esca-di-scena-dopo-due-mandati-la-nobel-ellen-johnson-sirleaf/) dove si sono tenute le elezioni generali lo scorso 10 ottobre. Ad oggi sono state scrutinate le schede del 95,6 per cento dei seggi elettorali sparsi in tutto il Paese, vale a dire 5151 su un totale di 5390.

George Weah, ex pallone d'oro, possibile futuro presidente della Liberia
George Weah, ex pallone d’oro, possibile futuro presidente della Liberia

Venti i candidati in lizza per la più ambita poltrona di Monrovia; dai dati raccolti ad oggi emerge che George Weah, l’ex calciatore del Milan, “Pallone d’oro 1995”, che nel 1999 fu anche scelto come miglior calciatore africano del secolo dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistiche Calcio (IFFHS), conduce finora questa nuova sfida con il trentanove per cento dei voti, che corrispondono a 572.374 preferenze. Mentre Joseph Nyuma Boakai, che per dodici lunghi anni ha occupato la posizione di vice presidente durante il governo di Ellen Johnson-Sirleaf, premio Nobel per la pace e prima donna alla guida di un Paese africano, ha racimolato poco più del ventinove per cento, ossia 427.544 voti. Al terzo posto troviamo Charles Brumskine, politico e avvocato, con meno del dieci per cento, i restanti voti sono andati agli altri diciasette candidati.

E’ quasi certo che con questi dati si arriverà al ballottaggio. La seconda tornata elettorale potrà svolgersi solo due settimane dopo la pubblicazione dei risultati definitivi. La Commissione elettorale (NEC) comunicherà entro il 25 ottobre l’esito delle urne.

Dunque il “match” non è ancora concluso. Per conquistare la presidenza del suo Paese Weah, che si è presentato con lo slogan “Uomo del cambiamento” durante la campagna elettorale, dovrà convincere la sua gente di essere in grado di saper guidare con saggezza la più antica repubblica dell’Africa.  

Africa ExPress

L’attentato di Mogadiscio e i nuovi scenari della crisi somala

Massimo Alberizzi FrancobolloEDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
Milano, 16 ottobre 2017

Ogni giorno a Mogadiscio c’è un attentato, una bomba, un’imboscata. Gli abitanti della capitale somala, in lacrime, contano spesso i loro morti. Ma quello che è esploso sabato davanti a Safari Hotel è un ordigno di dimensioni talmente potenti da lasciare tutti attoniti e atterriti. L’edificio che ospitava l’albergo è completamente distrutto, ridotto a un cumulo di macerie e molte delle palazzine vicine sono state danneggiate. Alcune sono pericolanti, con intere ali crollate.

L’albergo Safari si trova nel distretto chiamato “Quinto Chilometro” (a Mogadiscio si usa questa denominazione in italiano) poco lontano da quella che era l’enorme isolato che ospitava l’ambasciata americana, deserta dal 1994 e più volte saccheggiata. Il “Quinto Chilometro” accoglie ministeri, uffici pubblici, il tribunale e l’ospedale Medina, dove sono stati ricoverati i feriti dell’attentato di sabato.

Bomba Hotel
Le macerie dell’Hotel Safari dopo il crollo

L’attacco non è stato rivendicato, anche se tutti danno la responsabilità al gruppo terrorista islamico Al Shebab, la branca di Al Qaeda in Africa Orientale. Gli shebab normalmente sono rapidissimi a spiegare la matrice degli attentati e se stavolta non lo hanno fatto – commentano gli osservatori a Nairobi – è perché dev’essere accaduta qualcosa: o il gruppo si è spaccato oppure una nuova componente fondamentalista (probabilmente legata all’ISIS, cioè lo stato islamico, antagonista di al Qaeda) ha fatto il suo ingresso nel teatro somalo.

Gli shebab nelle ultime settimane hanno subito diverse sconfitte militari e sofferto parecchie defezioni, anche di dirigenti importanti, come quella di Muktar Robow, alias Abu Mansur che si è consegnato alle autorità.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @sbavaglio

Massacro a Mogadiscio: due esplosioni oltre 200 morti e altrettanti feriti

Massacro a Mogadiscio: due esplosioni oltre 200 morti e altrettanti feriti

0

Africa ExPress
Mogadiscio, 15 ottobre 2017

Ieri, pomeriggio due bombe, esplose in due quartieri di Mogadiscio, la capitale della Somalia, hanno seminato panico, morte e distruzione. Un camion-bomba è deflagrato all’altezza dell’incrocio J15, davanti al Safari Hotel, un albergo molto conosciuto, ma generalmente non frequentato da impiegati statali. Nella zona ci sono molti negozi, chioschi, ristoranti e uffici governativi. Due ore più tardi una seconda bomba ha investito un altro quartiere della capitale, nel distretto di Medina.

Diversi gli edifici crollati, tra questi il Safari, decine di macchina hanno preso fuoco. Ieri dopo una prima analisi dei fatti, la polizia aveva annunciato “solamente” una ventina di morti e un centinaio di feriti, ma oggi, i soccorritori e le forze dell’ordine hanno trovato sotto le macerie un numero ancora imprecisato di altre persone uccise, ferite e alte risultano disperse. C’è chi parla di ottantacinque deceduti, altri di duecento e più.

Mogadisco, Somalia, dopo le esplosione di ieri
Mogadisco, Somalia, dopo le esplosione di ieri

Allo stato attuale i due attentati non sono stati rivendicati, ma è ovvio che si punta il dito sui terroristi al Shabaab. Giovedì scorso, Abdirashid Abdulahi Mohamed, ministro della Difesa e il Capo delle forze armate somale, Mohamed Ahmed Jimale, avevano rassegnato le loro dimissioni durante il Consiglio dei ministri. Le ragioni della rinuncia ai rispettivi incarichi probabilmente devono ricercarsi nei continui attacchi degli shebab contro l’esercito somalo. Entrambi erano protagonisti nella lotta contro gli al shebab. Diverse fonti governative, che si sono avvalse dell’anonimato, perché non autorizzate a rilasciare comunicati ufficiali, hanno fatto sapere che tra il ministro e il capo delle forze armate non correva buon sangue. Altri, invece, hanno parlato di rivalità tra i due e di poca cooperazione per contrastare i sanguinari terroristi.

A breve le truppe dell’Unione africana (UA) termineranno il loro mandato nella nostra ex colonia, perciò il compito di salvaguardare la sicurezza nel Paese sarà affidato unicamente alle ancor deboli forze armate somale. E’ dunque probabile che le dimissioni del Ministro e del generale siano riconducibili a questa situazione, visto che già ora, con l’aiuto di forze dell’UA resta difficile contrastare i continui assalti degli shebab contro le basi militari e gli avamposti miliatari. 

Ad agosto, Muktar Robow, detto Abu Mansur, vice leader del gruppo terrorista fino al 2013, si era consegnato alle autorità somale e si sperava, grazie alle sue informazione, in un maggiore controllo dei continui attacchi dei miliziani. (http://www.africa-express.info/2017/08/14/muktar-robow-gran-capo-di-al-shabaab-si-consegna-alle-autorita-somale/)

Il presidente della Somalia, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmaajo, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. Questa mattina sul suo account Twitter è stato postato: “Osserviamo tre giorni di lutto per le vittime innocenti, tutte le bandiere a mezz’asta, è il momento di restare uniti e di pregare insieme”.

00181748-0aa6a2b66cafe96067820dcdeb828146-arc614x376-w614-us1

Gli al Shabaab hanno cercato per anni di rovesciare il governo centrale della Somalia, e di impadronirsi del potere, secondo una loro interpretazione della svaria, la legge coranica. Nel 2011 i terroristi, che sono legati ad al Qaeda, sono stati cacciati da Mogadiscio e grazie alle offensive condotte delle truppe somale e i caschi verdi dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), hanno perso quasi tutti territori che controllavano in precedenza. Tuttavia il gruppo terrorista non è stato sconfitto ma resta molto attivo e pericoloso e attua frequenti attacchi a siti militari e civili, non solo nel Paese, ma anche nel vicino Kenya, proprio perché la ex colonia britannica è presente in Somala con le sue truppe che combattono nelle fila dell’AMISOM. (http://www.africa-express.info/2015/04/03/sventato-attacco-un-centro-commerciale-di-nairobi-arrestati-due-terroristi-somali/)

Questo è il più grave attacco che la capitale somala ha subito dal 2007.

Africa ExPress

L’attentato di Mogadiscio e i nuovi scenari della crisi somala

L’Egitto di Al-Sisi alla soglia di una rivoluzione dei poveri?

0

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori,
Mombasa, 14 ottobre 2017

L’Egitto “è un dono del Nilo”, scrive Erodoto, ma nonostante i mille chilometridi lunghezza, vi è terra fertile solo lungo le sue sponde. Un sasso lanciato da queste cadrà in una desolata distesa di sabbia e roccia. Nel Cairo nascono ogni giorno più di mille bambini, da subito condannati alla fame. A loro si aggiungono ogni anno circa centomila contadini che vengono in città perché nei luoghi d’origine non c’è nulla che possa essere coltivato.

E’ stimato che gli abitanti di questa megalopoli sfiorano i dodici milioni e malgrado il governo abbia in atto un alacre progetto di edilizia popolare, il problema della casa – dopo la fame – resta la più drammatica emergenza. I quartieri più popolosi ospitano fino a duecentosettantamila abitanti per mille metri quadri, due volte e mezzo quelli di più elevata densità di Calcutta. In queste allucinanti aree urbane, dieci persone e più possono vivere stipate in una sola stanza senza finestre.  Molti, che non trovano un tetto, vanno addiritura dormire nelle tombe delle famiglie patrizie nei cimiteri.

Il Presidente egiziano Al-Sisi nell’incontro con l’allora Presidente del Consiglio Italiano Matteo Renzi
Il Presidente egiziano Al-Sisi nell’incontro con l’allora Presidente del
Consiglio Italiano Matteo Renzi

Dopo la rivolta del 2011 che rimosse dal potere Honsi Mubarak, fu la volta dei Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi, che dopo ottant’anni di tentativi, raggiunsero il potere con il quaranticinque per cento dei consensi. Considerato un movimento clandestino, il loro avvento inquietò l’occidente e l’imprenditoria egiziana, non del tutto a torto, visto che l’orientamento del nuovo governo era ispirato al radicalismo islamico.

Tuttavia la presidenza Morsi durò poco più di un anno perché nel luglio del 2013 fu scalzata da un colpo di stato promosso dal generale Abd al-Fattāḥ al-Sīsī che assunse la carica sotto gli occhi sostanzialmente compiaciuti dell’occidente. Come c’era da attendersi, il nuovo presidente promulgò subito provvedimenti straordinari per combattere non solo il terrorismo, ma anche ogni forma di dissenso, limitando drasticamente le libertà di pensiero e di stampa. (http://www.africa-express.info/2017/08/21/bloccato-sito-di-repotre-senza-frontiere-egitto/)

I rischio del fondamentalismo venne così rimpiazzato dal terrore con misure repressive che fornirono ai servizi di sicurezza licenza di torturare ed uccidere, come nello sventurato caso dello studente italiano Giulio Reggeni, che il governo egiziano continua ad attribuire alla criminalità comune. Versione alla quale nessuno crede. In questo tragico evento, l’atteggiamento dell’Italia non è stato certo edificante, così come ha fatto rilevare un’inchiesta recentemente pubblicata dal New York Times che, non lascia dubbi sulla matrice governativa dell’omicidio e delle torture inflitte al nostro giovane connazionale.

Unio dei poveri quartieri del Cairo
Unio dei poveri quartieri del Cairo

L’Italia, del resto, ha enormi interessi in Egitto. Sono molte le nostre aziende che operano ed esportano nel paese. Vi è lo sfruttamento ENI delle enormi riserve di gas naturale scoperte nelle acque territoriali egiziane e vi sono anche gli ottimi rapporti di Al-Sisi con il generale libico Haftar che controlla la cirenaica ed ha avuto, fino ad ora con noi, rapporti non proprio idilliaci, mentre, grazie all’intercessione del suo amico egiziano, potrebbe diventare un prezioso alleato nel contenimento dei flussi migratori verso le nostre coste.  

Nel maggio scorso, a seguito degli attentati contro le chiese copte di Tanta e Alessandria, Al-Sisi proclamò lo stato d’emergenza (tuttora in vigore). Amnesty International fornisce dati agghiaccianti: sessantamila persone, tra dissidenti e presunti terroristi, sarebbero trattenuti nelle carceri dove molti di loro subiscono quotidianamente la tortura, ma a questo regime di terrore e di delazione, che ricorda i tempi della Russia sovietica, si è ora aggiunto lo sfacelo economico che spinge alla ribellione anche gente comune senza velleita politiche, che chiede semplicemente di poter sopravvivere. . (http://www.africa-express.info/2017/05/02/save-fadl-al-mawla-lultima-condanna-a-morte-sommaria-in-egitto/)

Per accedere al prestito del Fondo Monetario Internazionale, previsto in 12 miliardi di dollari, Al-Sisi ha dovuto adottare severe misure di austerità. Misure che, fino ad ora, pur avendo evitato il crollo economico del paese, grazie all’erogazione della prima trance del prestito di 2,75 miliardi di dollari e della seconda, liquidata recentemente per 1,25 miliardi, si sono tuttavia rivelate inefficaci a migliorare le condizioni di vita della popolazione, benche al finanziamento del FMI sia sia anche aggiunto quello di tre miliardi di dollari erogati dalla Banca Mondiale.  

Le condizioni imposte dai finanziatori sono durissime: Taglio dei sussidi alle famiglie più povere; imposizione dell’IVA al 13 per cento; drastica riduzione dei posti di lavoro nel pubblico impiego; svalutazione della moneta locale. Queste misure, nel 2016, hanno fatto balzare il tasso di inflazione al 24,4 per cento; i prezzi dei generi di prima necessita, farmaci inclusi, sono raddoppiati; la lira egiziana si è svalutata del 47 per cento rispetto al dollaro, mentre i salari sono rimasti gli stessi e la disoccupazione è salita ai più alti livelli della storia egiziana.

Queste misure stanno creando nel paese una frustrazione trasversale che si fa sempre più minacciosa e poiché Al-Sisi, risponde a queste tensioni con l’inasprimento della repressione, aumenta anche, in modo esponenziale, la rabbia della popolazione contro il regime e si creano focolai di protesta che contengono i semi di una vera e propria rivolta dei poveri.

Franco Nofori
franco.kronos1.@gmail.com
@Franco.Kronos1