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Spose bambine una piaga devastante in africa Centrale e Occidentale

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 ottobre 2017

Cinque dei sei Paesi con il più alto tasso di spose bambine si trovano nell’Africa centrale e occidentale. I ministri dei Paesi in cui questa piaga è diffusa si sono riuniti pochi giorni fa a Dakar, la capitale del Senegal, insieme ad esponenti della società civile, nonchè laeder religiosi e tribali, per affrontare e discutere il problema.

Il Niger è in testa con il settantasei per cento di ragazze che si sposano sotto i diciotti anni, in sei Paesi di quest’area geografica le spose bambine rappresentano il cinquanta per cento, mentre negli altri Stati sono “solo” un terzo.

Le cause profonde dei matrimoni precoci sono riconducibili a molteplici fattori, come povertà, insicurezza e  tradizioni religiose, ma non bisogna dimenticare che questa usanza è profondamente radicata nel tessuto sociale nella maggior parte dei Paesi dell’Africa centrale e occidentale.

Sposa bambina in Africa occidentale
Sposa bambina in Africa occidentale

Le spose bambine, talvolta non più grandi di undici, dodici anni, non essendo preparate ciò che le aspetta, subiscono importanti traumi psicologici e non solo, sovente sono accompagnati da problemi di salute anche gravi durante la gravidanza precoce e dopo il parto, sempre che sopravvivano ad esso. Infatti la possibilità di morire mentre danno la luce al loro bimbo e cinque volte maggiore di una partoriente ventenne

Quando una generazione intera di ragazze non ha più la possibilità di frequentare la scuola, non ipoteca solamente il suo futuro, ma quello dell’intera zona nella quale vive. La Banca mondiale ha stimato che in Nigeria il costo sociale dei matrimoni precoci ammonta a 7,6 miliardi di dollari all’anno, determinati da perdite di entrate e di produttività. Non bisogna nemmeno sottovalutare che una ragazzina senza o poca scolarizzazione diventa facile preda degli estremisti, molto attivi nel reclutamento di nuove leve in queste zone ad alto rischio.

Sono ben diciotto i Paesi africani impegnati da qualche anno nella lotta contro le spose bambine, sostenuti dalla Comunità internazionale. In particolare i ministri incaricati della protezione dell’infanzia dei governi aderenti alla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale hanno adottato proprio questo mese una nuova strategia per potenziare i sistemi nazionali riguardanti la protezione dell’infanzia.

Sia Koroma, la first-lady della Sierra Leone
Sia Koroma, la first-lady della Sierra Leone

Ma le buone intenzioni non bastano, bisogna attendere i risultati prima di cantare vittoria. E’ necessario che gli Stati s’impegnino a fissare l’età minima per poter contrarre matrimonio a dicotto anni, impegno che hanno già preso con l’Unione africana. Contemporaneamente bisogna garantire alle ragazzine l’accesso ai servizi chiave cioè alle scuole e al servizio sanitario.

Nell’ambito di questa conferenza la first-lady della Sierra Leone, Sia Nyama Koroma, molto attiva nel contrastare i matrimoni precoci, ha sottolineato: “Le spose bambine sono una grave violazione dei diritti umani e non possiamo continuare a stare a guardare. E’ arrivato il momento di agire”.

Korama visita personalmente i luoghi più remoti del suo Paese, per parlare con i capi tradizionali e religiosi, cerca di educarli, convincerli dei diritti delle bambine; infine chiede loro di firmare una sorta di “memorandum of understanding”. In questo modo i genitori sono informati che saranno multati se dovessero dare in sposa le figlie prima della maggiore età.

Da anni anche Theresa, un capo tradizionale del Malawi, usa la stessa tattica della First Lady della Sierra Leone (http://www.africa-express.info/2016/04/02/theresa-leroina-che-malawi-sottrae-le-ragazzine-ai-matrimoni-forzati/).

I leader mondiali sperano di poter bandire una volta per tutte i matrimoni precoci entro il 2030 ed questo traguardo è anche tra le priorità dello Sviluppo sostenibile dell’ONU. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), invece, visto l’andamento attuale, bisognerà attendere cento anni prima di sradicare definitivamente questo fenomeno per  poter offrire a tutte le bambine e ragazzine le medesime possibilità dei loro coetanei maschi.  

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kenya al voto tra intimidazioni, minacce e un imponente schieramento di polizia

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 ottobre 2017

L’invito di stare a casa e pregare, rivolto da Raila Odinga ai propri sostenitori, è largamente caduto nel vuoto. Sin dalle prime ore del mattino, a Kisumu, Siaya, Kibera, Migori, Mombasa ed altre località minori, nutriti gruppi di dimostranti hanno creato barricate per le strade, acceso falò e distrutto cinte murarie per procurarsi il materiale necessario a formare gli sbarramenti. Nel corso della notte scorsa, alcuni seggi elettorali sono stati resi inaccessibili e la stessa IEBC (Commissione Elettorale) non è riuscita a rifornirli del materiale necessario per procedere al voto.

Le assicurazioni fornite ieri dalle autorità governative, che era stata provveduta la necessaria sicurezza per il pacifico svolgimento del voto, si sono rivelate del tutto infondate e fino al momento in cui scriviamo, i dimostranti, sembrano essere gli assoluti padroni del campo, con timide e per lo più inefficaci reazioni delle forze dell’ordine. Oltre a Mombasa, anche in altre località della costa, come Kisauni e Shanzu, vi sono state manifestazioni violente con insulti e minacce all’indirizzo delle poche auto di passaggio.

Sostenitori del Nasa durante una manifestazione dei giorni scorsi
Sostenitori del Nasa durante una manifestazione dei giorni scorsi

I seggi si sono aperti alle 6 di questa mattina e resteranno in funzione fino alle 17. Subito dopo inizierà il conteggio dei risultati. La situazione che si è venuta a creare, rende però perplessi molti costituzionalisti. Può essere ritenuto valido un processo elettorale nel quale un considerevole numero di seggi è risultato inagibile? Paventando queste eccezioni l’IEBC ha comunicato di avere all’esame la possibilità si posticipare le elezioni limitatamente a quelle polling station che non hanno potuto operare, in modo che a tutti sia garantito il diritto al voto.

In pratica è però del tutto improbabile che, nelle zone massicciamente pattugliate di sostenitori del NASA, i pochi ed eventuali avversari, affrontino il rischio di andare a votare, rendendo così l’intenzione dell’IEBC una mera dichiarazione retorica, incapace di tradursi in effetti pratici. Comunque, la pressoché totale, diserzione dal voto da parte dei supporter di Raila Odinga, rende assolutamente scontata la vittoria di Uhuru Kenyatta che, nella tarda mattinata di oggi, ha votato presso un seggio di Gitondo, sua terra d’origine.    

La carcassa bruciata di un’auto bruciata usata come barricata a Kibera, uno degli slam di Nairobi
La carcassa bruciata di un’auto bruciata usata come barricata a Kisumu

 A Malindi, Dani e Kilifi, l’esercizio del voto sembra invece essersi svolto in modo tranquillo e senza alcuna contestazione. Buona notizia, questa, per gli operatori turistici che ormai da mesi vivono nel terrore che le confortanti prenotazioni ricevute, per l’alta stagione alle porte, vengano cancellate. Resta solo da augurarsi che i media europei forniscano informazioni accurate, senza creare allarmi indiscriminati che affliggerebbero inutilmente un settore già duramente provato da anni di acuta recessione.

Poliziotti rimuovono l’ostruzione che bloccava l’accesso al seggio elettorale di Kibera
Poliziotti rimuovono l’ostruzione che bloccava l’accesso al seggio elettorale di Kibera

Fino a questo momento, le dimostrazioni, ad esclusione dei due dimostranti feriti ieri dalla polizia a Migori, per colpi di arma da fuoco, non risulta che abbiano provocato oggi altre vittime, ma la giornata è ancora lunga ed anche i giorni che seguiranno, non si può affermare che saranno esenti da disordini, visto che Raila Odinga ha dichiarato che la sua alleanza non considererà mai valide queste elezioni e chiede che le stesse vengano riprogrammate entro 90 giorni da oggi. A questo scopo il suo partito si è trasformato in quello che lui ha definito un “Movimento di resistenza politica”.

Un ulteriore segnale della pericolosità del momento, è anche confermato dal fatto che ben 495 scrutinatori assegnati dall’IEBC ai seggi delle zone calde del NASA, sono scomparsi sottraendosi al loro compito. Davvero difficile dare loro torto visto che anche Sophia Wanuna, giornalista della rete televisiva KTN, che trasmetteva il suo reportage da Kibera (Nairobi), ha subito pesanti minacce con l’ingiunzione di andarsene dai dimostranti del NASA. Va detto a suo merito che la giovane giornalista e il suo cameraman, se pur spaventati, hanno coraggiosamente proseguito a trasmettere il proprio servizio.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
twitter@Franco.Kronos1

Aperti i seggi in Kenya, il NASA diventa movimento di resistenza, polizia e barricate in strada

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Africa ExPress
Nairobi, 26 ottobre 2017

Situazione tesissima in Kenya dove alle 6:30 di questa mattina ora locale, sono cominciate le operazioni di voto. L’opposizione del NASA (National Super Alliance) guidata da Raila Odinga, che ha ritirato la sua candidatura a presidente, ha chiesto ai suoi sostenitori di non votare e di boicottare la competizione elettorale. I seggi sono presidiati da agenti in assetto antisommossa ma in alcune aree del Paese non è arrivato il materiale elettorale per permettere l’esercizio del voto.

Dimostrazione del NASA nei giorni scorsi
Dimostrazione del NASA nei giorni scorsi

A Kisumu, Homa Bay e Syaia (roccaforti dell’opposizione) i seggi sono deserti. A Migori i dimostranti hanno innalzato barricate per impedire agli elettori di andare a votare. Stessa cosa a Mombasa.

Ieri sera Raila Odinga ha annunciato che il NASA è stato trasformato da coalizione di opposizione a movimento di resistenza e che eserciterà tutte le pressioni possibili perché siano indette elezioni entro 90 giorni.

Africa ExPress continuerà a seguire gli sviluppi durante il giorno.

Africa ExPress

Domani si vota in Kenya, il clima è incandescente, la Corte Suprema latita

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 25 ottobre 2017

Sembra incredibile, ma è accaduto: la Corte Suprema, convocata oggi per decidere se dare corso oppure posticipare la tornata elettorale prevista per domani, non ha potuto pronunciarsi perché solo due, dei sette giudici che la compongono, erano disponibili per deliberare.  Lo stupefacente annuncio è stato dato questa mattina da David Maraga, Presidente del massimo organo giudiziario del Paese: “Non è stato possibile deliberare per mancanza del quorum”, ha spiegato l’alto magistrato.

Poiché non si trattava di una pronuncia riferita a normale amministrazione, ma a un evento che segnerà una pietra miliare nella storia del Kenya, l’impossibilità della Corte a deliberare viene da molti vista come un atteggiamento pilatesco che non la coinvolga negli eventi che seguiranno, i quali, comunque la si voglia vedere, si preannunciano drammatici. Forse, ai sette giudici, è bastato il giudizio espresso dal presidente in carica, Uhuru Kenyatta, che dopo l’annullamento dei risultati dell’8 agosto, li aveva definiti, senza mezzi termini, “a gang of crooks” (una banda di criminali).

David Maraga, presidente della Corte Suprema del Kenya
David Maraga, presidente della Corte Suprema del Kenya

Domani, quindi, i cittadini del Kenya andranno al voto, ma quanti di loro voteranno? Non certo i sostenitori di Raila Odinga, visto che solo ieri, il loro leader, ha confermato il ritiro della propria candidatura. Resteranno allora quieti sapendo scontata la riconferma alla carica del loro rivale Uhuru Kenyatta? E quanto è legittimata l’IEBC (Commissione Elettorale) a proclamare il vincitore, dopo che una precedente sentenza di quella stessa Corte, oggi silente, ha sconfessato il loro operato?  A tutto questo si aggiungono anche le gravi accuse di parzialità, lanciate da Roselyn Akombe, un membro IEBC, rifugiatasi a New York perché temeva per la propria incolumità.

A trasformare l’attesa in un thriller dalle tinte sempre più fosche, hanno stamane contribuito anche alcune emittenti locali che, nei loro servizi, paventano scontri simili, per crudezza e conseguenze, a quelli del dopo elezioni 2007. L’Unione Europea, dopo aver espresso i soliti inviti alla calma e al dialogo, ha annunciato, per bocca della leader, Marietje Schaake, di aver ridotto il numero dei propri osservatori, mostrandosi preoccupata per la loro incolumità. Altra benzina sul fuoco l’ha versata anche il governo che, appresa l’intenzione del NASA di organizzare oggi un appello agli elettori presso l’Uhuru  park di Nairobi, ha dato ordine alle forze di polizia di bloccarne l’accesso.

UE kenya

Ciò che brilla per la sua assenza in questo estenuante confronto tra gli avversari e coloro che li sostengono, è l’assoluta indifferenza di tutti verso i programmi di governo. Sia il Jubilee che il NASA, non vi fanno mai cenno e arringano il popolo solo argomentando le vere o presunte malefatte dell’avversario in esclusivo riferimento al confronto elettorale. Ma pare che anche una gran parte degli elettori adotti la stessa filosofia; non si parla di scuole, di sanità, di infrastrutture, di crescente impoverimento. Tutto si esaurisce, sempre e soltanto, nel mero e accanito supporto al proprio candidato e nella denigrazione dell’avversario, atteggiamento, questo, che si configura in un’ampia e preoccupante immaturità democratica.    

Intanto, le reciproche accuse tra le parti avverse sono così numerose che è sempre più difficile darne conto. Arresti, illazioni, ipotesi, si susseguono come l’esplosione di una serie di mortaretti che rendono sempre più inquieta l’attesa del prossimo sorgere del sole. Se i sostenitori del NASA ricorreranno alla violenza e impediranno anche a un solo seggio elettorale di operare come previsto, le elezioni, a termini costituzionali, non saranno valide e dovranno essere riprogrammate. Questo, se dovesse accadere, farebbe ripiombare il Paese in un’infinita agonia che, ormai da troppo tempo, gli impedisce di poter attendere serenamente a quelle incombenze di cui ha disperato bisogno.

Franco Nofori
franco.kronos1.@gmail.com
@Franco.Kronos1

 

 

 

 

Non si arresta l’epidemia di peste in Madagascar: oltre duecento morti

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Africa ExPress
Antananarivo, 24 ottobre 2017

L’epidemia di peste in Madagascar non tende a fermarsi. In due mesi sono decedute più di cento persone e gli ospedali in tutto il Paese hanno accertato oltre millecento casi. (http://www.africa-express.info/2017/10/02/ritorno-della-peste-madagascar-24-morti-e-125-colpiti-dal-virus/)

Anche un cittadino francese è stato contagiato dalla peste polmonare e secondo il direttore generale della Salute pubblica della regione di Atsinanana, francese e proprietario di un ristorante e residente da anni nella zona, non avrebbe risposto alla terapia e deceduto poche ore dopo il suo trasferimento nell’ospedale di Taomasina, nel nord-est dello Stato insulare. E’ stato sepolto subito dopo in una fossa comune per evitare il contagio. E proprio a Toamasina, una città portuale che conta trecentomila abitanti, si è verificata la più alta concentrazione di peste polmonare quest’anno.

peste

La pesta bubbonica ritorna ciclicamente in Madagascar. È una zoonosi, il cui bacino è costituito da varie specie di roditori e il cui unico vettore è la pulce. E’ la malattia dei poveri, del degrado.

La malattia infettiva è di origine batterica, causata dal batterio Yersinia pestis. La variante polmonare si verifica durante un’epidemia di peste bubbonica, e può rappresentare una diretta complicazione della stessa. Vi è un massivo interessamento polmonare, e l’espettorato contiene grosse quantità del batterio responsabile. E’ presente una grave tosse, che produce un escreato ematico schiumoso e dispnea. Se la malattia non viene diagnosticata e trattata con rapidità, la morte è pressoché inevitabile.

Questa infezione è facilmente trattabile con antibiotici appropriati, ma è essenziale che la terapia sia immediata. Si raccomanda il trattamento preventivo per le persone a rischio infezione, come operatori sanitari o familiari dei pazienti.

Finora l’Organizzazione mondiale per la Sanità (OMS) ha inviato 1,3 milioni di dosi di antibiotici nell’ex colonia francese, oltre ad altri aiuti, come disinfettanti e indumenti protettivi per il personale medico e paramedico. Dall’inizio dell’epidemia hanno contratto l’infezione anche trentanove operatori sanitari, proprio per la mancanza di equipaggiamento specializzato. Inoltre, personale dell’OMS e di diverse Organizzazioni umanitarie stanno collaborando con il ministero della sanità malgascio per contrastare la terribile piaga. L’OMS ha già stanziato 1,5 milioni di dollari dal fondo di emergenza, ora attende un ulteriore finanziamento di 5,5 milioni di dollari per far fronte a questa crisi.

Uso delle mascherine per evitare il contagio
Uso delle mascherine per evitare il contagio

L’OMS e la Croce Rossa, stanno addestrando il personale locale per quanto riguarda il seppellimento dei morti per peste, onde evitare ulteriori contagi. Le persone sono terrorizzate dalla malattia, spesso non vanno nei centri specializzati per sottoporsi alle cure appropriate, perché si vergognano di aver contratto l’infezione e ciò comporta nuovi contagi e rende difficile tenere la malattia sotto controllo.

La Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), l’OMS e altre agenzie internazionali, hanno messo a disposizione anche ambulanze, per assicurare ai pazienti un trasporto sicuro in ospedale; bisogna evitare l’utilizzo dei mezzi pubblici per contenere l’espandersi della malattia. Gli operatori sanitari cercano di recarsi nelle le comunità locali, per informare la popolazione e spiegare la prevenzione e la necessità di recarsi immediatamente in ospedale non appena si presentano i primi sintomi. Attualmente le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse, proprio per evitare il propagarsi della patologia. Per lo stesso motivo sono state sospese le visite ai detenuti nelle prigioni.

Africa ExPress

Raila conferma: ”Non mi candido”. In bilico le elezioni in Kenya

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 24 ottobre 2017

A soli due giorni dal voto, il leader dell’opposizione
ed ex Primo Ministro del Kenya, Raila Odinga, sembra aver finalmente deciso e dopo una serie di annunci contraddittori, in una conferenza stampa, tenuta nella tarda serata di ieri, ha informato il paese che la sua candidatura alla presidenza del Kenya è definitivamente ritirata e data l’imminenza del voto, questa volta appare davvero improbabile che ci ripensi.

Il voto dell’8 agosto, che assegnava la vittoria al presidente uscente Uhuru Kenyatta, aveva scatenato violente proteste in varie parti del paese con brutali scontri tra le forze di polizia ed i sostenitori del NASA, alleanza che fa capo a Odinga, producendo, ad oggi, il triste risultato di 37 morti, tra cui due bambini. I partiti di opposizione sostenevano che, grazie ad una manomissione del sistema informatico, il Nasa era stato penalizzato con la sottrazione del 15 per cento dall’ammontare dei voti raccolti a loro favore. (http://www.africa-express.info/2017/08/11/kenya-kenyatta-secondo-mandato-ma-raila-non-ci-sta/)

Il leader del NASA Raila Odinga
Il leader del NASA Raila Odinga

Successivamente, Raila è ricorso alla Corte Suprema per denunciare l’irregolarità dei conteggi e con sentenza del 1° settembre la Corte gli ha dato ragione: ha annullato gli esiti del voto e ordinato che la consultazione elettorale fosse ripetuta entro 60 giorni. (http://www.africa-express.info/2017/09/01/kenya-la-suprema-corte-da-ragione-raila-si-torna-alla-urne-entro-60-giorni/) Il NASA, dopo un immediato trionfo per la decisione dei giudici supremi, ha chiesto però che l’IEBC (Commissione elettorale) fosse sciolta e sostituita da membri non sospetti di parteggiare per l’avversario. Il non accoglimento di questa richiesta ha provocato altre dimostrazioni ed altri disordini, con ulteriori vittime.

Ritenendo che la Commissione fosse corrotta e che quindi la ripetizione del voto, al pari della tornata precedente, sarebbe risultata inattendibile, Raila annunciava il ritiro della propria candidatura, sostenendo che non ci sarebbero più state elezioni in Kenya ed invitando i suoi sostenitori a dar vita a manifestazioni ad oltranza contro l’IEBC. Il 12 ottobre scorso, tuttavia, Raila è sembrato averci ripensato perché ha annunciato che “forse” avrebbe rimesso in gioco la propria candidatura e si è riservato di prendere una definitiva decisione alla vigilia del voto.

Ieri la decisione è stata presa e non fa che confermare il ritiro già annunciato in precedenza. Di nuovo c’è che, tra le ragioni di questa scelta, anche  la scioccante fuga dal Kenya della dottoressa Roselyn Akombe, membro di rilievo della Commissione elettorale che ha denunciato di essere stata minacciata da alcuni colleghi perché si rifiutava di aderire ai loro progetti illeciti. Da New York, dove si era rifugiata per proteggere la propria incolumità, ha dichiarato apertamente che quella Commissione da cui si era dimessa: “non era in grado di fornire un risultato elettorale trasparente e quindi credibile”.  

Roselyn Akombe il membro IEBC che si è rifugiata a New York
Roselyn Akombe il membro IEBC che si è rifugiata a New York

Accuse gravissime che hanno ulteriormente acuito le tensioni e infiammato l’opposizione e benchè in un successivo comunicato di questa mattina, Raila Odinga abbia invitato tutti i sostenitori del NASA a non dar luogo a dimostrazioni nel giorno del voto, è ovvio che l’uscita di scena del loro leader non potrà che infuriare i sostenitori e non sembra azzardato attendersi altri scontri e, forse, altre sangue che scorrerà nelle strade del Paese, soprattutto là dove il NASA ha i propri capisaldi: Kisumu, Nairobi, Syaia e Mombasa. 

Inquietanti prospettive si profilano per il Paese già prostrato da una grave crisi finanziaria, aggravata anche dalle enormi spese sostenute per l’organizzazione delle due tornte elettorali, stimate nell’iperbolica cifra di cinque milioni di euro (http://www.africa-express.info/2017/09/13/costi-della-democrazia-per-le-elezioni-il-kenya-spende-500-milioni-di-euro/), la disoccupazione, soprattutto sulla costa, è a livelli mai registrati prima ed il rischio criminalità aumenta di conseguenza. A soli due giorni dal voto, nessuno sa predire ciò che succederà dopo il prossime 26 ottobre. Se il NASA dovesse impedire con la forza la costituzione di anche un solo seggio elettorale, le elezioni dovranno essere considerate nulle e si aprirebbe uno scenario dalle implicazioni devastanti.

Chiudiamo con un’annotazione positiva rivolta ai turisti che si accingono a venire in vacanza in Kenya. Tutti i luoghi delle tradizionali destinazioni italiane, Diani, Watamu e Malindi, non presentano rischi in conseguenza alla bagarre politica. Nessuna azione dei dimostranti, com’è già stato rilevato nelle esperienze passate, ha mai interessato gli insediamenti turistici e non vi è ragione per ritenere che ciò avverrà in quest’occasione. L’importante è attenersi strettamente alle istruzioni dei tour operator e a quelle fornite dal sito “Viaggiare sicuri” della Farnesina.

Franco Nofori
franco.kronos@gmail.com
@Franco.Kronos

Panama Papers 1: Mozambico, coinvolti ministri e generali nel saccheggio di pietre preziose

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 ottobre 2017

Almeno sette tra politici, militari di alto rango e personaggi collegati al Frelimo – il partito al potere dall’indipendenza dell’ex colonia portoghese – risultano coinvolti nei Panama Papers.

È quanto emerge dall’indagine “The plunder route to Panama” (La rotta del saccheggio per Panama) pubblicata da un gruppo di reporter investigativi africani del Consorzio di giornalismo investigativo del Togo (Cojito) che ha lavorato sui documenti di Panama Papers. L’indagine svela l’evasione erariale dei personaggi coinvolti nell’inchiesta con fondi trasferiti in paradisi fiscali.

Il consorzio di giornalisti espone un elenco di sette paesi nei quali gli oligarchi monopolizzano la ricchezza nazionale e trasferiscono il maltolto a conti bancari off-shore tra cui Panama.
plunder_route_panama

Nel documento di trenta pagine del Cojito, oltre al Mozambico, i reporter hanno indagato anche su Togo, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Sudafrica e Botswana.

I personaggi mozambicani coinvolti

La figura più conosciuta è senza dubbio quella del generale in pensione Joaquim Alberto Chipande. Già ministro della Difesa, ex guerrigliero della lotta di liberazione, è conosciuto come colui che ha sparato il primo colpo della lotta di indipendenza dal Portogallo.

Il generale Raimundo Pachinuapa è stato comandante durante la lotta di liberazione. Deputato al parlamento è autore di diversi libri sulla storia dell’indipendenza del Paese. Grande alleato di Chipande, è stato governatore di Cabo Delgado durante la presidenza di Samora Machel e membro del Comitato politico del Frelimo, rieletto nel 2012. Oggi è imprenditore nel settore delle pietre preziose.

Josè Pacheco, ministro dell'Agricoltura e il generale Joaquim Alberto Chipande
Josè Pacheco, ministro dell’Agricoltura e il generale Joaquim Alberto Chipande

Nell’elenco figura anche il generale Lagos Lidimo. L’alto ufficiale lo scorso gennaio è stato nominato responsabile dei servizi informativi e di sicurezza mozambicani (SISE) dal presidente della Repubblica Filipe Nyusi. Lidimo ex combattente nella lotta di liberazione nel Frelimo, durante gli anni della guerra civile contro la Resistenza nazionale mozambicana (Renamo, che oggi maggior partito di opposizione del Paese), era a capo dei servizi segreti militari.

Mappa del Mozambico
Mappa del Mozambico

José Pacheco è l’attuale ministro dell’Agricoltura. Ex governatore di Cabo Delgado è stato ministro dell’Interno durante la presidenza di Armando Guebuza e, quando nel 2005 si insediò nel dicastero, promise “lotta senza quartiere” alla corruzione della polizia.

Oltre ai quattro nomi eccellenti nel documento del Cojito si trovano anche Felício Zacarias, agronomo, ex ministro dei Lavori pubblici durante il primo governo Guebuza e governatore delle province di Manica e Sofala durante due mandati del presidente Joaquim Chissano; David Simango, ex governatore del Niassa, poi ministro della Gioventù e dello sport e dal 2008 sindaco di Maputo e Lukman Assada Amane, avvocato legato al Frelimo, che con la sua azienda, la SLR, è partner dell’australiana Mustang.

Maxime Domegui, presidente del Cojito è tra gli autori dell’indagine: “Quando si parla di evasione fiscale, di solito pensiamo alle multinazionali straniere che vengono a fare una fortuna in Africa. Questa ricerca mostra in che misura gli oligarchi africani sono complici nel saccheggio del continente”.

Il rapporto Cojito sottolinea che in particolare la più grande concessione di estrazione di rubini nella provincia di Cabo Delgado, in parte di proprietà del generale Pachinuapa, verosimilmente non ha pagato le tasse dovute allo Stato. E una montagna piuttosto alta di dollari è svanita nel nulla senza lasciare tracce.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(1/3 – continua)

 

Panama papers Mozambique
Panama papers Mozambique

Panama Papers 2: Mozambico, i rubini di Montepuez tra violenze e omicidi

L’OMS revoca l’incarico a Robert Mugabe come “Goodwill Ambassador”

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Africa ExPress
Ginevra, 22 ottobre 2017

L’incarico di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, come “Goodwill ambassador” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per combattere e sensibilizzare in Africa le patologie non trasmissibili come infarto, asma e ictus, è stato di breve durata. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ex ministro della Salute etiope, ha revocato la nomina dell’anziano leader, dopo le polemiche che si sono scatenate nel mondo intero (http://www.africa-express.info/2017/10/22/piovono-le-critiche-mugabe-scelto-dalloms-come-goodwill-ambassador/).

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe
Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe

Finanziatori, Stati membri dell’OMS e Organizzazioni per i diritti umani avevano espresso profonda indignazione dopo aver appreso del ruolo di Mugabe in seno a questo organo dell’ONU. Un coro di protesta generale si è sollevato anche nello Zimbabwe, dove la sanità pubblica è totalmente al collasso, praticamente inesistente.

Durante gli anni del suo regime, Mugabe ha prosciugato i conti pubblici, sia per cattiva amministrazione, sia per soddisfare i capricci della moglie, Grace Mugabe, amante del lusso e della bella vita. (http://www.africa-express.info/2017/10/06/zimbabwe-lultima-rolls-royce-per-la-first-lady-mentre-il-paese-e-al-collasso/)

Obert Gutu, portavoce del principale partito zimbabwiano all’opposizione ha urlato allo scandalo, quando è venuto a conoscenza della nomina come “Goodwill ambassador” del suo presidente, precisando: “Lui e la sua famiglia vanno a curarsi a Singapore, mentre i nostri ospedali sono praticamente allo sfacelo”. E Lain Levine, un responsabile dell’ONG Human Rights Watch, aveva spiegato che tale nomina era veramente imbarazzante per l’OMS.  

Il capo dell’OMS aveva elogiato il sistema sanitario dello Zimbabwe con queste parole: “Harare ha messo al centro della sua politica il servizio sanitario nazionale, accessibile a tutti”, quando aveva dato l’annuncio della nomina di Mugabe. Poche ore fa, in un comunicato, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha fatto sapere di essersi consultato con il governo zimbabwiano circa la revoca della nomina, sottolineando che questa decisione è stata presa nell’interesse dell’OMS.

Africa ExPress

Piovono le critiche: Mugabe scelto dall’OMS come “Goodwill ambassador”

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2017

Robert Mugabe, il novantatrenne presidente dello Zimbabwe, è stato insignito dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Sanità (OMS) come nuovo “Goodwill ambassador” ed è scoppiata subito la polemica.

Diverse Organizzazioni internazionali e il governo britannico hanno descritto la scelta dell’OMS come “sorprendente e seccante”. Un portavoce di Downing Street ha fatto sapere che diversi diplomatici britannici hanno già sottoposto le loro serie preoccupazioni circa la scelta del tanto discusso presidente dello Zimbabwe al direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il direttore generale dell'OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus
Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus

L’organo dell’ONU ha chiesto la collaborazione dell’anziano presidente per combattere e sensibilizzare in Africa le patologie non trasmissibili come infarto, asma e ictus.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, ex ministro della Salute etiope, ha fatto sapere di essere onorato che Mugabe abbia accettato questo incarico e ha elogiato il governo di Harare, perché ha messo al centro della sua politica il servizio sanitario nazionale accessibile a tutti.

Peccato solo che il sistema sanitario zimbabwese sia al collasso grazie al regime autoritario di Mugabe. La maggior parte degli ospedali non ha a disposizione nemmeno i medicinali essenziali, strumenti sanitari di prima necessità e altro. Spesso le casse governative non dispongono del denaro necessario per pagare gli stipendi dei medici e del personale paramedico, che sono spesso in sciopero per questo motivo. Vista la precaria situazione del servizio sanitario nazionale, vengono anche precettati i medici dell’esercito, ma ovviamente non riescono a far fronte alle esigenze e richieste della popolazione, già duramente provata.

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e nuovo "Goodwill Ambassador" dell'OMS
Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e nuovo “Goodwill Ambassador” dell’OMS

Mugabe stesso va a curarsi all’estero, a Singapore, perché affetto da cataratta e da cancro alla prostata.

Il vecchio leader è stato più volte biasimato dall’Occidente per aver distrutto l’economia del Paese e per non rispettare i diritti umani (http://www.africa-express.info/2017/02/03/zimbabwe-critica-mugabe-arrestato-per-insulto-alla-bandiera/).

Nello Zimbabwe sono insorti anche i partiti all’opposizione, mentre un portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha comunicato: “Questa nomina evidenzia ancora una volta come gli ideali dell’ONU siano in netto contrasto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e della dignità dell’uomo.

Lo Zimbabwe è finito sullo cronache in questi giorni anche per un altro fatto. Il governo è alla ricerca di un nuovo boia e per questo impiego, generalmente poco amato dalla popolazione, si sono presentate ben cinquanta persone. Quando il lavoro manca e ci sono molte bocche da sfamare, si è disposti anche a uccidere in nome dello Stato.

Cercasi boia nello Zimbabwe
Cercasi boia nello Zimbabwe

Virginia Mabhiza, la segretaria permanente del ministero della Giustizia ha fatto sapere che questo posto è vacante da oltre dieci anni, invece, negli ultimi mesi il suo ufficio ha ricevuto una valanga di richieste per questo lavoro.

L’ultima esecuzione è stata eseguita nel 2005 e Mugabe è propenso di abolire la pena capitale. A tutt’oggi ben novanta persone sono ancora rinchiuse nel braccio della morte in attesa di esser giustiziati. Ma Emmerson Mnangagwa, vicepresidente e già ministro della Giustizia, ha annunciato che non è sua intenzione di autorizzare alcuna esecuzione, in quanto contrario.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Buoncostume in azione in Tunisia: si baciano in pubblico e finiscono in galera

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 ottobre 2017

In Tunisia lo chiamano “L’affare del bacio” e vede coinvolto un trentenne franco-algerino e una quarantenne tunisina. I due sono stati condannati in appello mercoledì scorso a quattro mesi di galera lui e a due lei, per atti osceni in pubblico.

Il portavoce della Procura della Repubblica tunisina sostiene che la coppia non sia stata arrestata e condannata per un semplice bacio. I due sarebbero stati sorpresi dalla polizia abbracciati e nudi nella loro macchina in una periferia di lusso di Tunisi.

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La pena è stata leggermente ridotta in appello rispetto a quella inflitta durante il processo di primo grado, che si era svolto il 4 ottobre. Nessim Ouad, il giovane franco-algerino, è stato condannato per atti osceni in pubblico e resistenza a pubblico ufficiale, mentre la sua compagna solamente per il primo capo d’accusa.

Durante il dibattimento in aula la donna ha sostenuto che si stessero semplicemente baciando, mentre i poliziotti, che si erano avvicinati alla vettura in abiti civili per fare dei controlli, ha affermato di averli trovati nudi. Ouad, dal canto suo, ha spiegato ai giudici di aver cercato di filmare con il suo cellulare gli agenti, per denunciare il loro comportamento aggressivo. Una decina di avvocati, incaricati della difesa della coppia, avevano chiesto l’assoluzione per i due innamorati.

Questo caso ha scatenato un’ondata di polemiche nel Paese per l’eccesso di sorveglianza sul buoncostume e gli abusi delle forze dell’ordine.

Gli avvocati hanno eccepito diversi vizi di procedura, come interrogatori in arabo, ancor prima dell’arresto, lingua che l’imputato, pur essendo franco-algerino, non comprende.

Anche Nadia Chaabane, membro del Comitato per la difesa dei carcerati, ha sottolineato come questo caso abbia evidenziato una volta in più tutti i problemi della giustizia tunisina e delle forze dell’ordine: abuso di potere, il non-rispetto del cittadino e dei suoi diritti, violazioni contro la libertà personale e altro ancora.

Uno degli avvocati del giovane, condannato con la sua compagna, ritiene che il caso vada oltre la questione morale, dimostra una volta in più come il sistema sostenga e appoggi lo strapotere della polizia.

La condanna di questa coppia a diversi mesi di galera per “atti osceni in pubblico” ha sollevato non poco scalpore nella ex colonia francese, è persino diventato un caso diplomatico. Olivier Poivre d’Arvor, ambasciatore francese in Tunisia, non approva la vigilanza assidua sui cittadini con ripercussioni sulla libertà personale, sia che essa sia di natura politica, oppure dovuta a pressioni degli islamisti.

Raouf el-May, parlamentare tunisino, mentre bacia la sua compagna in pubblico per protestare contro la condanna dei due giovani
Raouf el-May, parlamentare tunisino, mentre bacia la sua compagna in pubblico per protestare contro la condanna dei due giovani

Depenalizzare il bacio in luogo pubblico è diventata la parola d’ordine: molti cittadini, tra loro anche  esponenti politici di spessore, hanno postato foto che li ritraggono mentre si scambiano baci affettuosi con i loro partner, per far pressione sulle autorità giudiziarie e politiche.

Anche questa volta la società civile non è rimasta in silenzio di fronte a questo nuovo scandalo che abbraccia interessi politici, decisioni giudiziarie e il modus operandi delle forze dell’ordine, pur avendo portato a casa alcune importanti vittorie in questi ultimi mesi: a fine luglio passa in Parlamento a stragrande maggioranza la nuova legge contro la violenza sulle donne; a metà settembre viene abolito il divieto di matrimonio con uomini non musulmani. Infine il governo si è anche impegnato, dietro raccomandazione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, di non imporre più il test anale per chi è sospettato di essere omosessuale.  

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes