16.5 C
Nairobi
giovedì, Aprile 30, 2026

Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

  Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 28 Aprile 2026 Sette...

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...
Home Blog Page 292

Grido d’allarme dalla Tanzania contro la persecuzione di gay, lesbiche e transessuali

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
2 maggio 2019

Alla nostra redazione, arriva dalla Tanzania, l’appello che riportiamo di seguito: “Mi chiamo Yazmin. Sono un transessuale che lotta per i diritti LGBTQIA in Tanzania. (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, N.d.R.). Il Paese in cui vivo s’impegna per distruggere la nostra comunità con arresti, violenze fisiche e sessuali, pregiudizi, discriminazioni e ingiustizie. L’anno scorso, la situazione è ulteriormente peggiorata quando il governatore della regione di Dar es Salaam ha lanciato una caccia ai membri LGBTAIA. Sui social erano pubblicate liste di nomi per renderne pubblica l’omosessualità. Le persone sospettate di essere LGBTQIA sono state sfrattate dalle case. Per strada hanno subito molestie e lanci di pietre. Se già prima la nostra vita non era facile, con questa repressione è diventata un incubo. Uno dei pochi gruppi che resiste all’onda d’odio è la Eagle Wings Youth Initiative, un gruppo di attivisti coraggiosi che combatte per il bene delle persone LGBTQIA. In passato hanno fatto uno straordinario lavoro di sensibilizzazione, offrendo quell’assistenza sanitaria e legale indispensabile in momenti di crisi, ma devono superare ostacoli enormi. Di recente, un collettivo analogo è stato bandito dal governo per aver «promosso» i diritti LGBTQIA. Sono stati chiusi ambulatori che fornivano servizi legati all’HIV/AIDS e un gruppo di avvocati sudafricani è stato arrestato e deportato per il lavoro condotto sulla salute e i diritti LGBTQIA. In quest’ambiente ostile, per Eagle Wings è impossibile reperire localmente i fondi destinati al rifugio. Mancano soltanto 366 donazioni per rendere il nostro rifugio una realtà. Ci aiutate? Grazie del vostro sostegno”.

Arresto di un giovane omosessuale a Dar es Salam, Tanzania

Le preferenze sessuali sono di carattere strettamente individuale ed è quindi comprensibile che molti non le condividano, questo non dà tuttavia il diritto di criminalizzarle o anche solo discriminarle. Nella maggior parte dei casi, essere gay, lesbiche o transgender, non è una scelta, ma un fatto determinato dal complesso equilibrio ormonale che è proprio di ogni creatura vivente. In quasi tutte le avanzate democrazie occidentali, si è ormai approdati a una ragionevole presa d’atto di questa realtà, fornendo a essa gli stessi diritti e le stesse prerogative di legge, riconosciute a ogni altro cittadino, ma restano, però molti i Paesi, in cui questa presa d’atto stenta a realizzarsi e non solo; si attuano repressioni, anche feroci, contro chiunque non rientri nella sfera dell’eterosessualità.

Il presidente della Tanzania John Magufuli, ispiratore di sentimenti omofobi nel Paese

Tra questi, la Tanzania a guida John Magufuli che, benché firmataria dell’accordo internazionale sui diritti umani, continua la persecuzione contro i membri del LGBTQIA, ricorrendo addirittura alla pubblica delazione, come avveniva durante il regime sovietico o le dittature nazi-fasciste. Pare che nel solo distretto dell’ex capitale, Dar es Salam, al governatore in carica, Paul Makonda, siano pervenute oltre cinquemila segnalazioni da parte di comuni cittadini. Tutto questo, può certamente indignare, ma non stupisce, perché la campagna anti-gay, messa in atto dal governo, è largamente condivisa dalla maggioranza della popolazione ed è proprio in forza di questo consenso che il presidente Magufuli ha definito l’omosessualità come “un disgustoso male da estirpare”.

Copertina del vademecum LGBTQAI per il sesso sicuro

Il governo tanzaniano ha addirittura creato un corpo speciale, per dare la caccia agli omosessuali e pare che questi abbiano preso moto seriamente l’incarico, poiché in sole tre settimane hanno arrestato ventitré persone, tra Dar es Salam e Zanzibar, accusate di “pratiche contro natura”. La persecuzione dei gay non è comunque limitata alla Tanzania, ma si estende a una gran parte di Paesi africani, alcuni dei quali hanno adottato politiche ambigue, come il Kenya dov’è stato recentemente riconosciuto ai non transessuali, il diritto di associarsi, pur mantenendo nei loro confronti la criminalizzazione di eventuali rapporti intimi.

Dimostrazione contro l’omosessualità in Tanzania. “L’omosessualità è orrenda, come un demone immorale”, recita il cartello

In Nigeria, i gay, rischiano fino a dieci anni di carcere, mentre in Uganda spetta loro l’ergastolo. L’omosessualità è punita anche in Marocco, Camerun, Burundi, Ghana, Senegal, Mauritania, Algeria, Angola, Somalia, Sudan, Zimbabwe, Zambia, Swaziland… insomma, sono ben trentotto su cinquantaquattro le Nazioni africane che criminalizzano l’essere gay, cioè il 70 per cento del totale. Il primato della lotta contro i gender considerati “anomali”, spetta comunque ai paesi del Golfo Persico, dove le misure contro l’omosessualità raggiungono il più alto livello di spietatezza, come in Arabia Saudita, Iran, Oman, Yemen, dove, non raramente, viene addirittura inflitta la pena di morte. Rigore alquanto singolare, considerato che le proibizioni di rapporti sessuali, prima del matrimonio, in vigore in quei Paesi, rendano più facili (almeno nell’opinione comune) promiscuità intime tra persone dello stesso sesso.

La mappa sull’accettazione delle diversità gender. Il rosso indica le zone ostili, l’azzurro quelle favorevoli e il grigio le indifferenti

Sebbene il progressivo riconoscimento dei diritti a favore di gay, lesbiche e transessuali, cui molti paesi sono approdati negli ultimi decenni, le Nazioni che ancora adottano iniziative discriminatorie nel loro confronti, sono ancora troppe: circa un terzo del totale mondiale. Questo indica che il cammino verso la reale emancipazione di queste minoranze è ancora lungo e cosparso di ostacoli, ostacoli che non sono solo rappresentati dai governi in carica, ma lo sono soprattutto dai sentimenti popolari dei rispettivi Paesi, decisamente avversi a quelli che considerano “riprovevoli atti contro natura”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Indagini sulla misteriosa morte dell’agronomo fiorentino a Capo Verde

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 maggio 2019

Davide Solazzo, 31 anni, agronomo fiorentino, potrebbe essere morto dissanguato. Per il momento questa è una delle l’ipotesi sulla morte del giovane che lavorava a Capo Verde per l’ong fiorentina COSPE.

Un'immagine di Davide Solazzo a Capo Verde Courtesy Cospe)
Un’immagine di Davide Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)

La conferma del decesso è stata data dal console italiano a Praia, Luigi Zirpoli. Il cadavere è stato trovato nella sua abitazione, sull’isola di Fogo, una delle Isole di Sottovento del piccolo arcipelago africano.

Sul sito dell’ong il messaggio di cordoglio. “COSPE annuncia con immenso dolore la perdita di David Solazzo, cooperante prima in Angola e poi a Capo Verde, amico e professionista serio e appassionato. David si trovava a Capo Verde per coordinare il progetto Rotas de Fogo per la nostra ong, portando avanti azioni per il rafforzamento del turismo rurale e sostenibile nell’isola di Fogo”.

Nel suo sito, il COSPE spiega che “il giovane sarebbe morto in un incidente sul quale le autorità locali stanno ancora indagando”. Secondo le ricostruzioni David è tornato a casa all’alba dopo una festa nella piazza di São Filipe. È stato detto che aveva dimenticato le chiavi della sua abitazione e che ha spaccato un vetro con un pugno per entrare in casa.

I vetri che hanno causato le ferite sul braccio potrebbero essere stati la causa della sua morte. Ma la tragedia del giovane si tinge di giallo: qualcuno ha scritto che le chiavi di casa sono state trovate nella toppa della porta.

Mappa dell'arcipelago di Capo Verde e la posizione dell'Isola Fogo
Mappa dell’arcipelago di Capo Verde e la posizione dell’Isola Fogo

Nella tarda mattinata di ieri una vicina ha visto sangue nell’androne di casa e ha chiamato la polizia che ha trovato il corpo. La donna ha detto di aver sentito rumore di vetri rotti e ha pensato a una rapina.

Ma il ritrovamento delle chiavi nella toppa è stato smentito da Anna Meli, responsabile della comunicazione COSPE. “La nostra collega non ci ha dato questa versione. Le autorità stanno ancora indagando, evidentemente ci sono delle cose poco chiare. All’inizio hanno parlato di incidente domestico ma stiamo aspettando i risultati dell’autopsia.

Il giovane agronomo era arrivato a Capo Verde nel novembre scorso per lavorare nel progetto finanziato dall’Unione Europea. Rodas de Fogo è iniziato nel settembre 2017 e dura fino a febbraio 2020. Laureato all’Università di Firenze in Agronomia e un master in Bioenergia e Ambiente, David si era specializzato nel settore biogas. Per quasi tre anni era stato consulente della FAO in Namibia e Angola.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
Pubblico dominio, Collegamento
Di Alvaro1984 18Opera propria, Pubblico dominio, Collegamento

Elezioni in Benin: polizia circonda casa dell’ex presidente leader dell’opposizione

Africa ExPress
Cotonou, 1° maggio 2019

Circondata la casa dell’ex capo di Stato del Benin, Boni Yayi, che, insieme a Nicéphore Soglo, un altro ex presidente, lunedì scorso aveva chiesto la sospensione della procedura elettorale del 28 aprile.

L’affluenza registrata, secondo CENA, la Commissione elettorale nazionale autonoma del Paese, è stata del 22,99 per cento della popolazione avente diritto al voto. Mai si è vista una partecipazione tanto bassa. Il motivo è semplice: solo due partiti, vicini a Patrice Talon hanno potuto schierare i propri candidati e spartirsi gli ottantatré seggi al parlamento; l’opposizione è stata esclusa dalla tornata elettorale.

Durante il giorno del voto internet si è rallentato visibilmente, impossibile connettersi ai social network.

Bono Yayi, ex presidente del Benin

Attualmente la situazione è confusa e le versioni tra opposizione e forze di sicurezza sono divergenti. Secondo i supporter di Yayi, la sua casa sarebbe stata circondata e che ci sarebbe una ferma volontà di voler arrestare l’ex presidente. La popolazione e altri esponenti dell’opposizione avrebbero reagito immediatamente, incendiando pneumatici e lanciando pietre contro gli agenti, che avrebbero prontamente risposto all’aggressione facendo largo uso di gas lacrimogeni.

Mentre Nazaire Hounnonkpè, direttore generale della polizia repubblicana, ha fatto sapere che non c’è alcuna intenzione di arrestare l’ex presidente e che la sua casa non è mai stata circondata dai suoi agenti. Infine ha aggiunto: “Siamo qui per preservare l’ordine. Siamo stati informati che a Cadjehoun, un quartiere di Cotonou, alcuni balordi sono scesi in strada. Non abbiamo ricevuto nessun ordine di fermare Yayi”.

Il presidente del Benin, Patrice Talon, con capi tradizionali

Il ministro degli Interni, Sacca Lafia, ha confermato la versione di Hounnonkpè, ma le dichiarazioni fatte non hanno convinto affatto Renaud Agbodjo, avvocato dell’ex leader del Benin e ha fatto sapere che intorno alle 10 del mattino le guardie del corpo e i vicini hanno notato una massiccia presenza di agenti nei pressi dell’abitazione di Yayi. L’avvocato ha specificato: “Certamente volevano arrestare il mio cliente, coglierlo alla sprovvista, senza preavviso”.

Africa ExPress
@africexp

 

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Sud Sudan, ventenne massacrata di botte: rifiutava matrimonio combinato

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 30 aprile 2019

È stata ammazzata a soli vent’anni. Massacrata di botte fino alla morte dai suoi due fratelli e da uno zio. Si chiamava Nyaluak Magorek Mariak e la sua colpa è stata il rifiuto di sposare un uomo che non amava. Un matrimonio combinato dalla famiglia con una persona scelta senza il suo consenso. Il terribile fatto di sangue è successo a Yirol, nel centro del Sud Sudan, a 300km a nord ovest della capitale Giuba.

Mappa del Sus Sudan. È indicato il luogo dell'omicidio (Courtesy Google Maps)
Mappa del Sud Sudan. È indicato il luogo dell’omicidio (Courtesy Google Maps)

Joan Nyanyuki, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale, area del Corno e dei Grandi Laghi è stata chiara nella sua denuncia. “Costringere qualcuno a sposarsi contro la sua volontà è una chiara violazione della costituzione del Sud Sudan. E lo è anche nei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani”.

Per l’organizzazione è la conseguenza disumana di questo matrimonio forzato che ha provocato la morte della giovane. Una pratica diffusa in parecchi Paesi africani che mette in evidenza la necessità di porre urgentemente fine a questa usanza.

Secondo uno studio dell’UNICEF del 2017, il 52 per cento delle ragazze sud sudanesi si sposa prima di compiere il diciottesimo anno di età. Nel novembre scorso, ha creato scalpore il caso di Nyalong Ngong Deng Jalang. È una ragazza sudanese di diciassette anni dell’area di Awerial, 200km a Nord della capitale Giuba. Il padre della ragazza l’ha messa all’asta su Facebook.

Come se fosse il mercato delle vacche, hanno partecipato sei uomini per avere la giovane vergine come sposa. Tra questi anche David Mayom Riak, un vice governatore, che aveva offerto 353 vacche e terreni di “prima qualità”.

La diciassettenne sposa in Sud Sudan
La diciassettenne sposa in Sud Sudan

La competizione è invece stata vinta da Kok Alat, un ricco uomo d’affari. Per la mano della giovane ha pagato la famiglia della sposa con 530 mucche, tre auto Land Cruiser e 10mila dollari americani. Pesanti critiche sono state fatte al social network che ha eliminato l’asta online dopo due settimane, quando era ormai tutto finito.

“La pratica patriarcale di forzare ragazze e donne a sposarsi è una crudele manifestazione della grande disuguaglianza tra uomini e donne nel Sud – ha sottolnieato Joan Nyanyuki -. Le donne e le ragazze sono trattate come beni comuni”.

In una nota, Amnesty chiede al governo del Sud Sudan l’adozione di misure urgenti per porre fine ai matrimoni precoci e forzati affinché i diritti delle donne e delle ragazze siano tutelati. Ricorda che coloro che commettono questa atroce forma di violenza violano i diritti umani.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Dirigente della compagnia petrolifera francese Total rapito a Tripoli

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
30 aprile 2019

Bashir Bzezi, uno dei più importanti dirigenti francesi della compagnia petrolifera Total in Libia, è stato rapito da un non meglio identificato gruppo di miliziani a Tripoli. Il sequestro è avvenuto il 26 aprile ma finora era stato tenuto segreto per la delicata situazione in cui si trovano i francesi nel Paese nordafricano. L’amministrazione di Emanuel Macron, infatti sostiene l’offensiva del generale Khalifa Haftar, che il 4 aprile ha lanciato un’operazione militare per impadronirsi della capitale e costringere il governo di Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, alla resa.

Bzezi, è si è laureato in ingegneria petrolifera all’Università di Austin, è stato per lungo tempo il numero due delle operazioni per Marathon Oil in Libia. Quando nel 2018 la compagnia petrolifera francese ha acquisito la Marathon lui è passato alla Total e rappresenta gli interessi d’Oltralpe nel consorzio Waha, come ha spiegato la rivista specializzata Africa Intelligence.

Il rapimento di Bzezi arriva in un momento delicatissimo nei rapporti tra Francia e Libia. Tripoli qualche giorno fa ha denunciato l’accordo di cooperazione militare stipulato con Parigi, che peraltro ha sempre negato l’appoggio ad Haftar, verificato però nei fatti. Ogni giorno a Tripoli, in piazza dei Martiri, si susseguono manifestazioni di protesta contro Haftar, reo di avere scatenato la nuova guerra. Molti dei dimostranti indossano i gilet gialli, per segnalare la loro contrarietà alla politica francese. Oltre al governo di Parigi il generale ribelle è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia. A fianco di Serraj sono schierati, Turchia, Qatar, Unione Europea, Gran Bretagna e Italia e Nazioni Unite.

Qualche giorno fa un gruppo di francesi armati è stato bloccato mentre aveva appena superato il confine con la Tunisia. I media vicini a Serraj hanno subito parlato di mercenari, ma si è poi scoperto che si trattava di agenti della sicurezza dell’ambasciata francese a Tripoli che stavano tornando in patria.

Massimo A. Alberizzi

 

Sudan: la protesta continuerà finchè non parte il governo tra militari e civili

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 aprile 2019

Il Consiglio militare transitorio (TMC) e i responsabili di Sudanese Professional Association (SPA) con i leader di alcuni partiti all’opposizione, che insieme rappresentano la coalizione Freedom and Change (a gennaio avevano firmato un documento in tal senso), hanno ripreso il dialogo per la formazione di un governo di transizione provvisorio congiunto.

Le trattative sono tutt’ora in corso, restano ancora parecchi punti spinosi da chiarire, come per esempio, la durata della transizione, quanti componenti militari e quanti civili faranno parte della nuova giunta e quali competenze saranno attribuite a ciascun membro e, punto davvero cruciale, la scelta del nuovo presidente del Consiglio. Inoltre, molti gruppi radicali islamici hanno chiesto di non cancellare la sharia prima delle nuove elezioni. Non sarà semplice formare un governo provvisorio. Sono ancora molte le questioni aperte per le quali è necessario trovare soluzioni e/o compromessi che possano garantire stabilità e sicurezza al Paese e  traghettarlo verso nuove elezioni democratiche.

Nel frattempo le piazze e le strade non si svuotano, anzi, i manifestanti aumentano di ora in ora. La popolazione non demorde, vuole essere protagonista del futuro del Sudan, dopo trent’anni di oppressione e tirannia.

Manifestanti in Sudan

Come già annunciato qualche giorno fa, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano offerto tre miliardi di aiuti al TMC: cinquecento milioni di dollari in contanti da versare sulla Banca centrale sudanese per incrementare le riserve di denaro liquido. Mentre il resto sarà devoluto sotto forma di cibo, medicinali e prodotti petroliferi. I primi duecentocinquanta milioni sono già arrivati dagli Emirati, un accordo è stato firmato a Abu Dabi tra Amna Mirhgani Hassan, capo del settore finanziario della Banca centrale del Sudan e  Mohammed Saif Al Suwaidi, direttore generale di Abu Dhabi Fund for Development (ADFD).

Omar al Bashir, presidente destituito l’11 aprile, salito al potere nel 1989 dopo un colpo di Stato, si trova attualmente in una prigione a Khartoum. L’opposizione chiede che venga consegnato alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini commessi durante la guerra in Darfur. Nel 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d’arresto internazionale contro l’ex presidente sudanese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Sudan dimostranti insistono: dimissioni immediate del consiglio militare

Revolution at the Mombasa Port: Japanese Will Finance Kipevu Container Terminal

Special for Africa ExPress
Andrew Mwangura
Mombasa, 27th April 2019

Deeply vested interests characterized by a campaign of misinformation are hindering the official handing over of the running of KES 27 billion Kipevu Container Terminal to Kenya National Shipping Line (KNSL), which had been scheduled for mid this month.

One key condition for funding the multi-billion three-phase terminal by the Japanese government was that it be operated privately.

Kipevu Container Terminal

Available documents indicate that Kenya Ports Authority would be guaranteed about KES 10 billion for phase one and increase port volumes to about 600,000 Twenty Foot Equivalent Units (TEUs) in the first year of operation.

The deal is expected to create KNSL into a Global Shipping Line lifting about 100,000 TEUs in the first year making it top five (5) of the KPA customers.

KNSL is expected to call about 550 ports in the World as opposed to the current 11 seaports.

The deal shows that MSC will make Mombasa port a hub for her ships to call Mombasa port only while the KNSL will operate feeder services to the rest of the sea ports along the Western Indian Ocean region.

MSC cruise ship

The deal is billed to turn Kenya into a major Maritime labor supplying country.

In the deal the Geneva based Mediterranean Shipping Company (MSC) is expected to employ about 2,000 seafarers per year to a high of about 52,000 in 10 years, or 200,000 seafarers in 15 years.

Based on an average of US$ 1,000 for an Ordinary Sailor per seafarer a month total earning for 2,000 seafarers is expected to be US$24 million.

MCS which owns and operates cruise ships and merchant vessels is expected to bring 40 cruise ships annually at the port of Mombasa hence boost tourism industry in Kenya.

The Geneva based MSC, which is the second largest shipping line at the port of Mombasa and a minority shareholder in Kenya National Shipping Line, bought the KNSL stake during a restructuring exercise in 1999.

Bandari Maritime Academy is also expected to benefit a lot in this deal.

Behind the-scenes lobbying by global operators angling for cargo handling business at the Port of Mombasa has intensified following reports that the State is keen to lease it out.

Smear campaigns by the global port operators through their local agents and the Dock Workers Union are in top gear and they want to paint KNSL as ‘inept’ or unable to run the terminal.

They prefer a concessionaire from outside the country.

Twelve companies were shortlisted to be considered for 25-year concessions in regard to the first phase of the Kipevu Container Terminal.

They include major logistics firms Dubai Port (DP World), China Merchant Holdings and French firm Bollore formerly Transami, that is in a consortium with Toyota Tsusho Corporation.

Others were Hutchison Ports Investment S.A.R.L. in a consortium with Mitsui & Company, Grup Maritim TCB with Mitsubishi Corporation and Freight Fowarders, COSCO Pacific, Carrix and Interperl Investments, International Container Terminal Services Inc, APM Terminals BV, CMA/CGM SA, Terminal Investment Ltd Sa and PSA International Pte with Marubeni Corporation and Multiple Hauliers E.A.

The whole world generally and Kenya in particular needs seafarers not only to facilitate the movement of goods at sea, but also to help reduce the huge unemployment problem in the country.

If the amendment of section 4 and addition of section 4A of the Merchant Shipping Act goes through at the National Assembly, then Kenya will be a major maritime labor supplying country in the world.  It is projected that in 15 years, Kenya can have a staggering 200,000 seafarers working on the seagoing merchant vessels.

Certainly, if this is implemented amid the current shortage of labor at seas, seafaring and KMA will become the highest foreign exchange earner for the Country just like it is in the Philippines.

Philippine Overseas Employment Administration (POEA) data showed that there are 367,166 Filipino seafarers with POEA approved contract deployed in 2013.

In 2014, the deployed seafarers brought into that country US$5,575,722,000 as dollar remittances.

The remittances from the sea based sector comprise at least 22% of the total dollar remittances of Overseas Filipino Workers (OFWs).

The seafarer, like other OFWs, is often looked up to as one of today’s heroes, who through the huge remittances in billions of dollars they earn, have propped up the country’s economy.

These remittances help spur domestic consumption in the Philippines and a key ingredient in the country’s drive to achieve higher but sustainable growth.

There are around 280,000 students who graduate from maritime schools every year.

Filipino seafarer

In 1996, it was estimated that there were more than 250,000 Filipino seafarers; in 2013, that number has been estimated to have increased to about 460,000.

Filipinos employed as seamen worldwide are more than those of any other nationality.

In fact, Filipino seafarers comprise more than 25 percent of the 1.5 million mariners worldwide, making them the “single biggest nationality bloc” in the global shipping industry.

The cash sent home by overseas Filipino seafarers through banks breached the $6-billion-mark last year.

Andrew Mwangura
Secretary General
Seafarers Union of Kenya

Somali pirates released Indian hostages after 4 years of captivity

 

 

Conte ad Al Sisi: “Insoddisfatto di come l’Egitto tratta il caso Regeni”

Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
28 aprile 2019

Appare irritatissimo Giuseppe Conte quando nella conferenza stampa tenuta a Pechino – dove si trova per il Belt and Road Forum for International Cooperation – deve affrontare il caso Regeni. Il premier racconta di aver appena incontrato il presidente egiziano Abd al-Fattaḥ al-Sisi, e di aver discusso della terribile vicenda. Su un quotidiano romano ieri è stata pubblicata una lettera di Paola e Claudio Regeni, genitori del ricercatore triestino assassinato tra il gennaio e il febbraio del 2016. “Quella lettera di chi ha perso un figlio in quel modo, è terribile – ha raccontato Conte -. Rivela circostanze e dettagli che mi hanno turbato. Quando ho incontrato al-Sisi gli hospiegato che parlavo di Giulio non per mera ritualità, ma per una mia personale attenzione, quella del governo e di tutta la popolazione italiana. L’Italia non potrà mai ritrovare pace finché la vicenda non sarà chiarita, finché non ci sarà una verità acclarata che regga sul piano giudiziario”.

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e Abd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl al-Sīsī, presidente egiziano

Insomma l’Italia non è contenta di come l’Egitto sta gestendo le cose: “Gli ho manifestato tutta la mia insoddisfazione. Non c’è stato nessun concreto passo avanti. E gli ho detto che l’Italia non verrà mai meno all’impegno di cercare la verità, fatta di rilievi oggettivi e inoppugnabili”. L’Italia quindi non si accontenterà di una verità di comodo che lasci impuniti i veri responsabili dell’omicidio del ricercatore: “Vogliamo riscontri plausibili e oggettivi”.

Al-Sisi ha spiegato a Conte che le investigazioni continuano ma dalle parole del premier è apparso chiaro che non ci sono grandi aspettative. In riferimento alle dichiarazioni di Di Maio di qualche tempo fa che aveva minacciato ritorsioni diplomatiche ed economiche, Conte non ha mostrato grande fiducia. “Non abbiamo strumenti diretti per ottenere una verità giudiziaria – ha spiegato -. Anche la nostra magistratura ha avviato un dialogo con quella egiziana, ma non abbiamo nessun mezzo per sostituirci al potere giudiziario di quel Paese. L’unica cosa che possiamo fare è continuare a esercitare pressioni sul presidente al-Sisi e cercare di impiegare su di lui tutta l’influenza possibile”.

Giulio Regeni

Con il presidente egiziano, che governa il suo Paese con il pugno di ferro e reprime ogni dissenso con la forza riempiendo le galere di oppositori, dissidenti, contestatori e critici, Conte ha affrontato anche il problema della guerra in Libia. Al-Sisi, assieme a Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Francia sostiene il generale della cirenaica Khalifa Haftar che dal 3 aprile sta cercando con la forza di conquistare Tripoli. L’Italia invece è schierata, assieme a Gran Bretagna, Unione Europea, Qatar, Turchia e movimenti islamisti, con il governo di Fayaz Serraj, riconosciuto dall’ONU. Gli Stati Uniti, dopo che Donald Trump – cambiando alleanza – ha manifestato il sostegno a Haftar abbandonando Serraj, non si sa bene da che parte stiano.

L’Italia sembra che sia rimasta un po’ disorientata dal cambio di rotta di Washington. Haftar ha chiesto il ritiro del piccolo contingente italiano (400 uomini) che proteggono l’ospedale organizzato dal nostro Paese a Misurata, città controllata da una milizia fedele e Serraj. “Il nostro personale – ha assicurato Conte, rivendicando la neutralità sul campo dell’Italia – non fornisce alcun supporto militare ai combattenti. Aiutiamo la popolazione e i feriti da entrambe le parti. Anzi, poiché siamo in una zona controllata dal governo di Tripoli abbiamo offerto ai feriti di Haftar la possibilità di raggiungere il nostro ospedale via mare. I nostri medici sono a disposizione di chiunque ne abbia bisogno”.  Bisogna però chiarire che se un combattente di Haftar ferito trovasse rifugio in un ospedale in zona controllata dalle milizie di Serraj rischia di essere fucilato all’istante appena scoperto, una prospettiva certamente non incoraggiante.

Secondo Conte “Al-Sisi è preoccupato dalla possibilità di infiltrazioni di terroristi dell’ISIS o di Al Qaeda in Egitto, ma ha assicurato che non interverrà mai direttamente; non intende farsi coinvolgere”. Probabilmente è vero che truppe egiziane non andranno mai a combattere al fronte ma, secondo fonti diplomatiche contattate dal Fatto Quotidiano, da tempo consiglieri e istruttori militari inviati dal Cairo sono già presenti nelle retrovie a fianco dei soldati di Khalifa Haftar.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@tmail.com
twitter @malberizzi

Legislative in Benin, esclusa l’opposizione dalla tornata elettorale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 aprile 2019

Elezioni legislative inedite in Benin: per la prima volta si svolgono senza la partecipazione dell’opposizione, esclusa da questa tornata elettorale. Due partiti vicini al presidente, Patrice Talon, si spartiranno ottantatré seggi al parlamento.

Alla competizione odierna sono stati ammessi i candidati di Bloc républicain e Union progressiste, nessun’altra formazione politica è stata ammessa. Con “La Carta dei partiti politici”, una nuova legge adottata lo scorso luglio, sono cambiate le norme per la registrazione e solo due raggruppamenti hanno ottenuto il certificato di conformità. Nessun partito dell’opposizione è riuscito a avere il nulla osta e dunque non hanno potuto presentare i propri candidati alle legislative.

Elezioni legislative in Benin

A nulla sono serviti gli interventi dell’Unione Africana, della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), della vicina Nigeria o le consultazioni con i capi tradizionali dell’Alto consiglio del re del Benin (la religione di Stato è il vodoo). Talon è stato irremovibile a costo di indebolire l’immagine del sistema democratico del Paese,

Amnesty international ha espresso grande preoccupazione: da mesi nel Paese dell’Africa occidentale regna la repressione e una serie di arresti non hanno fatto altro che alimentare la tensione nel periodo pre-elettorale.

La repressione va avanti da febbraio, le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e manganelli per disperdere manifestanti pacifici, diversi esponenti dell’opposizione sono stati arrestati. A Kilibo, città nel nord della ex colonia francese, è morta almeno una persona a febbraio, quando sono scoppiate scaramucce tra i dimostranti e la polizia. In diverse zone le autorità locali hanno vietato qualsiasi manifestazione in queste ultime settimane.

François Patuel, ricercatore per l’Africa occidentale della ONG con base a Londra, ha sottolineato: “Le autorità devono assolutamente fare in modo che il diritto della libertà di espressione venga rispettato, specie nel periodo che precede le elezioni. La pubblica sicurezza non deve assolutamente ricorrere alla forza indiscriminata nei confronti di manifestanti pacifici”.

Anche i giornalisti hanno pagato un tributo elevato in questi mesi, come minacce di arresto e intimidazioni di ogni genere. Alcuni sono stati incarcerati, poi liberati su cauzione, con l’accusa di aver pubblicato notizie false.

In questi ultimi anni il Benin ha adottato diverse leggi repressive, utilizzate proprio ora per reprimere i dissidenti, come, per esempio, il codice numerico del 2017, che configura come reato la pubblicazione di notizie false e incitamento alla ribellione su internet.

Il presidente del Benin, Patrice Talon, con capi tradizionali

E il Codice penale, adottato nel 2018, punisce le ingiurie contro i simboli e i valori della nazione, lo Stato, la Repubblica, le comunità e le religioni, inoltre “è vietato qualsiasi raggruppamento non armato che potrebbe turbare la quiete pubblica” e “qualsiasi provocazione nei confronti di un raggruppamento non armato”.

Sempre l’anno scorso l’Assemblea nazionale ha adottato una legge sul diritto allo sciopero che limita a dieci giorni all’anno l’astensione al lavoro di tutti funzionari, membri del personale dei collettivi locali, lavoratori del settore pubblico e privato e gli impiegati di organi statali. Mentre è vietato lo sciopero a tutti gli operatori del servizio sanitario.

Amnesty chiede alle autorità di Cotonou (la capitale della ex colonia francese è Porto-Novo, ma la sede del governo è Cotonou) “di prendere tutte le misure necessarie, affinchè questa tornata elettorale possa svolgersi in un clima privo di violenze, che permetta a tutta la popolazione di esprimere liberamente la propria opinione”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Libia: giravolta di Trump, da Serraj passa con Haftar e lascia l’italia con il cerino

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 27 aprile 2019

Guerra di posizione a Tripoli con attacchi mordi e fuggi da entrambe le parti. Le milizie che sostengono il primo ministro Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, rafforzano le loro posizioni nel centro della città, mentre gli uomini dell’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar cercano di avanzare. L’aeroporto internazionale è fuori uso da quasi 5 anni, quando la pista fu bombardata e crivellata di buche, ora i governativi difendono strenuamente il piccolo scalo di Mitiga nelle loro mani, aperto a intermittenza, unica porta aperta sul mondo.

Se sul campo la situazione è di stallo, sul piano diplomatico va registrata l’avanzata di Haftar che ha incassato l’appoggio degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi il presidente Donald Trump e il generale della Cirenaica si sono parlati. Secondo l’agenzia Bloomberg, che cita imprecisate fonti diplomatiche “informate sulla questione”, la Casa Bianca ha assicurato il sostegno militare all’offensiva dell’ufficiale ribelle sulla capitale. In proposito Haftar, sempre secondo l’agenzia,  aveva ricevuti pochi giorni prima le assicurazioni anche di John Bolton, consigliere per la sicurezza di Trump.

Questa foto di Philippe Wojazer per Reuters, mostra il presidente francese, Emmanuel Macron, tra I due arcinemici, il primo ministro libico Fayez al-Sarraj (a sinistra), e il generale Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto esercito Nazionale Libico. I due si stringono le mani dopo i colloqui di pace a La Celle-Saint-Cloud, vicino Paris. E’ il 25 luglio 2017

Il cambio di cavallo degli Stati Uniti non ha convinto tutti. E’ vero che Washington non ha smentito, ma alcuni diplomatici di stanza a Tripoli, sentiti al telefono con la promessa di non rivelare il loro nome, hanno espresso qualche dubbio: “Gli americani usano spesso giocare su due tavoli. In realtà cercano di non schierarsi, o meglio di schierarsi con entrambi i contendenti per non perdere il loro ruolo di arbitri”. Forse per questo ieri, per l’ennesima volta, gli Stati Uniti  hanno chiesto di deporre le armi.

Che la guerra si combatta soprattutto sul piano della propaganda è ogni giorno più chiaro.  Nelle prime ora della mattina il network qatariota Al Jazeera (Doha sostiene Serraj) nella sua versione in arabo, ha lanciato la notizia secondo cui una nave francese, con a bordo un arsenale destinato ad Haftar, aveva attraccato nel porto di Ras Lanuf. Notizia smentita da Parigi. La risposta dei siti vicini al generale era stata: “Armi destinate al governo Serraj sono state stoccate in Tunisia, a Gerba”. Stavolta la smentita è arrivata da Tripoli.

Poiché il cambio di alleanze di Trump, vero o supposto che sia, potrebbe essere stato determinato da una presunta liaison di Serraj con gli islamici (cosa che spaventa di americani), il governo di Tripoli ha tenuto a prendere le distanze dagli integralisti. Così ieri un portavoce del ministero degli interni ha annunciato con gran clamore la cattura di Yasser Saleh Kalfeh Al Majeri, presentato come il vice capo dell’ISIS in Libia. Ovvio, nessuna conferma indipendente della notizia.

Di certo c’è solo che Tripoli ha comunicato la sospensione di ogni collaborazione militare con la Francia, anche se il ministro degli esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, poche ore dopo l’annuncio, ha ribadito l’impegno dell’Unione Europea – di tutta l’Unione Europea, quindi anche della Francia – per una tregua immediata.

Da Pechino, dov’è in visita, il premier Conte ha fatto sapere che “la posizione del governo italiano si sta rivelando la più lungimirante alla luce della concreta evoluzione dello scenario: no è con ‘opzione militare che si può stabilizzare la Libia. Né con Haftar, né con Serraj, ma con il popolo libico” ha concluso, mentre in video sul sito del Corriere della Sera il generale Ahmed Mismari, portavoce di Haftar, ha intimato all’Italia di ritirare il suo ospedale a Misurata e i 400 militari che vi operano.

Un altro episodio che sarebbe comico, se non si svolgesse nel bel mezzo della tragedia libica, m che spiega bene la confusione che regna nel Paese sudafricano è quello che, sempre ieri, ha coinvolto Cipro. Il ministro degli interni di Serraj, Fathi Ali Basha Agha, annuncia che i quattro figli di Haftar hanno chiesto la cittadinanza cipriota. Sostiene quindi di aver mandato un messaggio a Nicosia chiedendo di ignorare la richiesta. Poche ore dopo arriva la doppia smentita dal governo dell’isola: i figli di Haftar non hanno mai fatto richiesta di cittadinanza e Tripoli non ha mai chiesto di non concederla.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi