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Il 13 maggio la crisi del Camerun verrà discussa in Consiglio di Sicurezza

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 maggio 2019 

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU,  per iniziativa degli Stati Uniti, si occuperà della crisi del Camerun. La riunione è prevista per il 13 maggio. Si discuterà  del conflitto in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Paul Biya – che è stato rieletto lo scorso ottobre – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Già dall’inizio dell’anno il Pentagono aveva tagliato gli aiuti militari a Yaoundé, proprio per le continue violazioni dei dirittti umani. Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, si è recata nel Paese in questi giorni, e ha bollato l’escalation delle violenze come non è più sostenibile. Ha sottolineato che con l’uso eccessivo della forza delle truppe governative nei confronti dei separatisti la situazione potrebbe deteriorarsi velocemente. Inoltre le continue incursioni dei jihadisti Boko Haram nelle zone confinanti con la Nigeria non fanno che accentuare i già gravi problemi presenti. La Bachelet ha fatto sapere inoltre che Yaoundé intende collaborare con l’ONU, in particolare con l’OHCHR, per trovare soluzioni volte a risolvere le questione dei diritti umani e le crisi umanitarie che affliggono parte del Paese.

Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i Diritti umani, a sinistra, e Paul Biya, presidente del Camerun, a destra

Recentemente una ricercatrice di Human Rights Watch per l’Africa centrale, Ilaria Allegrozzi, impegnata nello studio del conflitto nelle zone anglofone, è stata fermata da alcuni agenti della sicurezza all’aeroporto di Duala, la capitale commerciale del Camerun. Senza alcuna spiegazione, i poliziotti  le hanno comunicato che era persona non grata nel Paese.

I fatti risalgono al 12 aprile, ma sono stati resi noti solamente qualche giorno fa dalla ONG per la difesa dei diritti umani. Il ministero camerunense per le Comunicazioni non ha voluto rilasciare commenti. Certamente tali misure drastiche sono state prese perchè solo due giorni prima HRW aveva pubblicato un rapporto nel quale puntava nuovamente il dito sull’esercito camerunense per l’uso eccessivo della forza. Durante l’attacco contro un villaggio in zona anglofona sarebbero morte cinque persone. Ma già in una precedente relazione di fine marzo, la ONG aveva accusato le forze governative di aver ucciso numerosi civili negli ultimi sei mesi. Allora le autorità di Yaoundé avevano accusato HWR di non essere imparziale.

E una settimana fa il ministero della Difesa camerunense, in un post pubblicato su facebook ha accusato HRW, Amnesty international e i media internazionali per non menzionare e/o condannare le violenze dei separatisti.

Gente in fuga dalle violenze in Camerun

In un nuovo rapporto del 6 maggio 2019, HRW afferma di avere le prove che tra gennaio 2018 e gennaio 2019 sono stati effettuati ventisei arresti arbitrari e sparizioni forzate nel centro di detenzione presso il Secrétariat d’Etat à la Défense. Quattordici dei ventisei rinchiusi in isolamento avrebbero regolarmente subito torture. Ma HRW denuncia anche i maltrattamenti inflitte dai separatisti ai civili. E l’International Crisis Group fa sapere che in venti mesi di conflitto sono morte almeno milleottocentocinquanta persone, mentre ben più di mezzo milione di residenti hanno lasciato le loro case a causa di scontri e violenze.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Sudafrica alle urne per la sesta volta 25 anni dopo l’apartheid. Ma i giovani non votano

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 maggio 2019

Quasi 27 milioni di sudafricani, oggi hanno deciso chi eleggere come presidente alla guida del grande Paese africano e per l’Assemblea nazionale. Alle 21 ora locale si sono chiusi i seggi.

Mappa del Sudafrica
Mappa del Sudafrica

Questa tornata elettorale, 25 anni dopo la fine della segregazione razziale, vede la partecipazione di 48 partiti ma i veri sfidanti sono tre. Il favorito Congresso Nazionale Africano (ANC) al potere dal 1994, il centrista Alleanza Democratica (DA); e i Combattenti per la Libertà Economica (EFF) all’estrema sinistra.

Dalla fine dell’apartheid, quello di oggi è il sesto appuntamento elettorale e appare piuttosto tortuoso. A complicare la scena nell’ex colonia britannica, c’è una situazione economica traballante, disoccupazione al 27 per cento e conseguente aumento della povertà. Ad accrescere la sfiducia, le vicende sulla corruzione dell’ex presidente Jacob Zuma e di esponenti dell’ANC che hanno fatto crescere la rabbia dei sudafricani.

Cyril Ramaphosa, attuale presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, attuale presidente del Sudafrica

L’attuale presidente Cyril Ramaphosa (ANC) dovrà vedersela con Mmusi Maimane (DA), che vuole porre fine al potere dell’ANC e con l’aggressivo populista Julius Malema.

La vittoria dell’ANC, che nel 2014 ha avuto il 62 per cento delle preferenze, pare scontata ma analisti politici danno un ulteriore calo del partito al potere. Si parla addirittura della diminuzione di dodici punti percentuali mentre il DA passerebbe al 20 per cento e i populisti dell’EFF, dal 6 per cento, arriverebbero al 15.

Julius Malema, leader dei Combattenti per la Libertà Economica
Julius Malema, leader dei Combattenti per la Libertà Economica

Nelson Mandela con la fine dell’apartheid era riuscito a fare il miracolo. Aveva portato il sogno di grandi speranze per un futuro migliore. Ma, durante l’ “era di Zuma”, in pochi anni è stato demolito il percorso iniziato nel 1994 dal grande statista sudafricano.

Jacob Zuma, capo dello stato dal 2009 al 2018, ha collezionato 783 capi d’accusa tra cui corruzione, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e traffici illeciti. Condannato per utilizzo di fondi pubblici per ristrutturare il suo compound in KwaZulu-Natal si è salvato miracolosamente dall’impeachment.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata però la candidatura della sua ex moglie alle elezioni per la presidenza della repubblica. Nemmeno il partito ha potuto accettare la proposta e, dal suo partito, è stato costretto a dimettersi. Ed è crollata la fiducia nell’ANC.

Sostenitori di Mmusi Maimane, dell'Alleanza Democratica
Sostenitori di Mmusi Maimane, dell’Alleanza Democratica

In questo scenario si aprono spazi per Mmusi Maimane, che si propone come alternativa all’ANC e Julius Malema che ha maggiore appeal sui giovani. Cyril Ramaphosa, anche se ha cercato di arginare i danni creati da Zuma, rappresenta il potere corrotto e la vecchia classe dirigente, ma potrebbe avere un’altra chance.

C’è però la “Born free generation”, i nati liberi, i figli del 1994 nati quando Madiba è diventato il primo presidente nero del Sudafrica. Sono sei milioni di giovani che non si sono iscritti nelle liste elettorali.

Un bacino di tra i 18 e 25 anni che non ha memoria dell’apartheid, apatici e delusi dalla politica che fa arricchire i potenti e impoverisce tutti gli altri. Ma chiedono maggiore giustizia. Sono quelli che potrebbero fare la differenza alle prossime elezioni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Libia: gli uomini di Hafter abbattono jet di Serraj pilotato da mercenario portoghese

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
7 maggio 2019

Un aereo da combattimento di fabbricazione francese, Mirage F21, della milizia di Misurata, alleata del governo di Fayez Al Serraj, è stato abbattuto dagli uomini del generale Khalifa Haftar. Il pilota, un mercenario portoghese, Jimmy Reiss, 29 anni si è lanciato con il paracadute ed è stato catturato.  Durante un interrogatorio, il cui filmato è stato diffuso dai social media, ha ammesso di essere stato incaricato di bombardare e distruggere strade e ponti. Ha raccontato di essere stato arruolato da un uomo che si chiama Al Hadi, ma di non conoscere il suo vero nome.

Fonti vicine al generale della Cirenaica hanno raccontato che il pilota durante le sue missioni ha colpito obiettivi civili a Tarhunam, Qasr bin Ghashir e Sog Al Khimi.

 

Jimmy Reiss, pilota portoghese mentre viene interrogato dagli uomini di Haftar

Il primo ministro Fayez Al Serraj è in giro per l’Europa a chiedere sostegno per il suo governo riconosciuto dalle Nazioni Unite ma seriamente minacciato dal generale Khalifa Haftar.

Ufficialmente il generale va sbandierando che “occorre liberare Tripoli dai terroristi islamisti che controllano la capitale”, ma in realtà ci sono altri problemi che attanagliano le popolazioni che gli sono fedeli o delle quali controlla i territori, primo tra tutti il mancato pagamento degli stipendi ai funzionari pubblici.

giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri italiano, a destra e Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, presidente del governo di Accordo Nazionale della Libia, a sinistra

Con gli accordi di Skhirat del 2015, le Nazioni Unite hanno riconosciuto i cosiddetti “organi sovrani”, l’agenzia della contabilità dello Stato, la Banca Centrale, la Compagnia petrolifera nazionale. In base alle intese raggiunte, le royalty pagate dalle compagnie petrolifere vengono versate direttamente alla Banca Centrale la quale poi le distribuisce ai vari attori, sostanzialmente al governo di Serraj e al parlamento di Tobruk, eletto con elezioni organizzate con la supervisione dell’ONU nel 2014. I due governi libici (quello di Sarraj e quello guidato da Al Thinni con sede ad Al Baida, nella Montagna Verde a nord-est di Bengasi) si adoperano poi per distribuire a chi ne ha diritto le risorse sul territorio che controllano.

Da gennaio però la Banca Centrale non ridistribuisce più alle regioni orientali e meridionali, controllate da Haftar, la quota spettante di denaro pagato dalle compagnie petrolifere, con il risultato che gli stipendi dei funzionari pubblici non sono stati più pagati, cosa che ha messo il generale in seria difficoltà con la sua gente. Il governo Al Thinni, tramite la sede locale della Banca Centrale, quindi ha reagito accendendo prestiti con i Paesi del Golfo, in particolare con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Ecco perché i due Paesi mediorientali lo stanno appoggiando nella sua guerra per conquistare Tripoli.

Ma proprio ieri il governo Serraj, poco prima dell’abbattimento del Mirage, ha lanciato pesanti accuse verso gli Emirati Arabi Uniti, alleati di Haftar che, secondo un rapporto dell’ONU, avrebbe usato droni di fabbricazione cinese per bombardare obiettivi civili.

La denuncia arriva dopo la rivelazione dell’agenzia France Press che ha preso visione di un rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’embargo delle armi, varato nel 2011.

Il generale Khalifa Haftar

Il 19 e 20 aprile è stato registrato un attacco missilistico dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar, contro un sobborgo di Tripoli. Persero la vita numerosi civili. Il panel di esperti ha esaminato le fotografie dei rottami degli ordigni e ha concluso che si tratta di missili aria-terra Blu Arrow, in dotazione soltanto a tre Paesi, Cina, Kazakhstan e Emirati, mai usati finora in Libia. Nel rapporto segreto inviato al Consiglio di Sicurezza – secondo il resoconto della France Presse – c’è scritto che il “team di indagine sta investigando sul possibile uso dei droni da parte dell’esercito di Haftar o di un soggetto terzo che sostiene gli uomini del generale”.

Il Consiglio di Sicurezza è profondamente diviso sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Libia. Nei giorni scorsi una risoluzione britannica che chiedeva l’invio di una forza multinazionale di interposizione di caschi blu è stata accantonata per l’opposizione di Russia e Francia ma anche, alla fine, degli Stati Uniti che hanno chiesto “tempo per approfondire la situazione”. Anche il governo britannico comunque ora sostiene che, nonostante l’offensiva su Tripoli, qualunque soluzione politica non può prescindere dalla presenza di Haftar in un futuro governo.

Massimo A. Alberizzi
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Capo Verde, famiglia Solazzo: “Vogliamo la verità. Chiediamo aiuto alle istituzioni”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 maggio 2019

“Non escludiamo a priori l’ipotesi dell’incidente ma chiediamo l’appoggio delle istituzioni per sapere la verità sulla morte di David”. Sono le parole del video di Marija Tosic, da dieci anni compagna dell’agronomo fiorentino dell’ong COSPE, deceduto in circostanze poco chiare a Capo Verde lo scorso 1° maggio.

Secondo l’autopsia, David Solazzo è morto dissanguato e non ci sono indagini contro terzi che possano far pensare a una rapina finita male in casa. Ma la famiglia non ha mai creduto all’incidente domestico.

“Marija è l’unica che, con un grande fatica, ha raccolto le forze per rilasciare le dichiarazioni in video – spiega Giovanni Conticelli, legale della famiglia -. I genitori di David al momento non sono in condizioni di parlare”.

Marija Tosic, compagna di David Solazzo
Marija Tosic, compagna di David Solazzo

La famiglia di David non si accontenta delle risposte ricevute e vuole capire. Ma vediamo cosa non torna dell’ “incidente” domestico. “Sappiamo con certezza che David aveva le chiavi di casa sua e non aveva motivo di rompere il vetro della porta d’ingresso. Oltretutto, non sappiamo se il vetro è stato rotto da fuori o da dentro”.

“Visto che ci sono tracce di sangue secondo me il ferimento è avvenuto all’interno dell’androne condominiale. E perché non ha chiamato i soccorsi? Nel braccio ci sono tre tagli procurati in una dinamica convulsa e non trasparente – dice il legale -. La casualità attiene a un taglio, due possono essere un dubbio ma con tre tagli l’incidente riesce poco credibile”.

Intanto la casa dove abitava David è stata restituita ai proprietari e ormai può entrare e uscire chiunque. La speranza del legale e della famiglia è che nelle prime ventiquattro ore dal fatto le autorità di Capo Verde abbiano fatto tutte le indagini. “Qualunque tipo di indagine fatto ora rischia di non avere grande attendibilità vista la complessità di alcune analisi.

Per il momento alla famiglia Solazzo non è arrivato nessun documento ufficiale da Capo Verde. È stata data, dal console italiano Luigi Zirpoli, solo la comunicazione verbale sull’esito dell’autopsia. E poi hanno la descrizione dei luoghi riportata da Marija che era andata a trovare David e delle persone che sono sul posto e conoscono il luogo.

Nel centro della foto David Solazzo nel suo ufficio a Fogo (Courtesy COSPE)
Nel centro della foto David Solazzo nel suo ufficio a Fogo (Courtesy COSPE)

In attesa di ricevere formalmente il referto scritto da parte della Procura della repubblica di Capo Verde, COSPE ha assunto un avvocato locale. “Da vicino potrà seguire le indagini, garantire la correttezza del loro svolgimento – si legge nella nota – nel rispetto delle richieste della famiglia e delle procedure, e anche per assicurare sicurezza e protezione legale al nostro personale in loco”.

Giorgio Menchini, presidente COSPE, ha confermato che l’ong fiorentina, rinnovando la fiducia nell’operato degli inquirenti, non abbasserà la guardia. Continuerà a fare pressione perché tutto sia chiarito, fino a costituirsi parte civile in caso di processo.

Nell’isola di Fogo oggi si è svolta la commemorazione di David e gli è stata dedicata la dodicesima “mesa di dialogo”. È incontro mensile previsto tra tutti gli attori del territorio per uno sviluppo partecipato del turismo sull’isola. Alla fine dell’incontro tutti i ricordi saranno raccolti in un album che verrà consegnata alla famiglia.

La salma di David è attesa in Italia tra una decina di giorni. E la famiglia vuole un’altro esame autoptico per scoprire la verità.

Sandro Pintus
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Turisti francesi scomparsi in Benin forse rapiti: trovato il cadavere della loro guida

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 maggio 2019

Il cadavere della guida dei due turisti francesi scomparsi da mercoledì scorso in Benin è stato ritrovato nel parco nazionale Pendjari, poco lontano dalla frontiera con il Burkina Faso. Si rafforza quindi l’ipotesi che gli europei siano stati rapiti.

L’identificazione della salma è avvenuta grazie ai sui pantaloni. Il viso, infatti, era totalmente sfigurato e il corpo crivellato da pallottole. Dal canto loro le autorità burkinabé hanno fatto sapere che un pick-up distrutto e carbonizzato è stato scoperto ad una sessantina di chilometri dal confine con il Benin.

Turisti in safari nel parco nazionali Pendjari, Benin

Secondo una prima ricostruzione dei fatti sembra che il gruppo, composto appunto da due francesi – due insegnanti in vacanza per una decina di giorni nella ex colonia francese – e la loro guida beninese abbiano percorso una pista che costeggia il fiume Pendjari, confine naturale tra il Benin e il Burkina Faso e in base ai rilevamenti eseguiti, risulta che abbiano addirittura attraversato il fiume, penetrando così nel Paese vicino.

Le ricerche continuano senza sosta, ma alla luce di questi fatti si fa sempre più consistente l’ipotesi del rapimento – anche se non confermata da fonti ufficiali –  da parte di gruppi jihadisti che terrorizzano il Burkina Faso da tempo e i loro attacchi non si concentrano più solamente al confine con Niger e Mali, ma si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin. E proprio a marzo, per contrastare il terrorismo e per riportare l’autorità dello Stato, il governo di Ougadougou ha lanciato un’operazione militare nell’est e nel centro-est  denominata Otapuanu (tradotto dalla lingua gulmacema parlata sopratutto nell’est del Burkina Faso, significa “pioggia di fuoco” o “fulmine”).

La popolazione residente è sotto choc, è la prima volta che succede un fatto così increscioso dalla creazione della riserva nazionale nel 1961.

Operazione Otapuanu delle Forze armate burkinabè

Il parco nazionale Pendjari è situato nel Benin nord-occidentale, al confine con il parco nazionale di Arly nel vicino Burkina Faso. Si estende su 2755 chilometri quadrati e fa parte del complesso di parchi transfrontaliero denominato WAP ((W–Arly-Pendjari), una vasta area protetta al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. Nel 2017 sia la riserva di Pendjari che quella di Arly sono stati inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come ampliamento del sito del Parco nazionale W del Niger.

Il Pendjari è uno dei parchi più interessanti dell’Africa occidentale;  le accidentate rupi e la savana boscosa dell’Atakora sono habitat di elefanti, leoni, ghepardi, leopardi, antilopi e molte specie di uccelli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Duecento morti negli scontri etnici in Etiopia: Addis Ababa invia l’esercito

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 maggio 2019

Nelle ultime settimane si sono verificati nuovi scontri etnici tra gli amhara (rappresentano il ventisette per cento della popolazione, secondi solo agli oromo, che con il trentaquattro per cento è la prima etnia del Paese) e i gumuz. Si parla di duecento morti. Per arginare il conflitto, il governo di Addis Ababa ha inviato l’esercito per calmare gli animi nel nord-ovest dell’Etiopia, mentre le autorità di entrambe le regioni –  Amhara e Benishangul Gumuz – stanno tentando una mediazione tra le parti per evitare una recrudescenza delle violenze.

Anche lunedì scorso, secondo fonti amministrative locali, sarebbero state uccise decine e decine di gumuz a Jawi, località al confine tra la regione Benishangul-Gumuz e Amhara. Si parla di ottanta feriti e oltre, mentre altre novanta, sopravvissute alla carneficina, sono stati portati nel cortile di una scuola vicina. Certamente si tratta di una rappresaglia alle violenze dello scorso fine settimana, durante le quali sono morte una ventina di persone di entrambe le etnie a Dangur, nella regione di  Benishangul-Gumuz. E in base a quanto riferiscono funzionari locali, le aggressioni si sarebbero propagate velocemente dopo un litigio tra due lavoratori.

Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed invia l’esercito per arginare conflitti etnici

Conflitti inter-etnici sono all’ordine del giorno in Etiopia, quasi sempre causati da controversie sui confini distrettuali.  Anche se il Paese è unificato politicamente da secoli, la convivenza di oltre cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il federalismo etiopico, strutturato su basi etniche, potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.

Il Centro di monitoraggio degli sfollati interni (IDMC), un gruppo di studio con sede a Ginevra, la situazione umanitaria è peggiorata in modo significativo nell’ultimo anno. Attualmente 8,13 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha fatto sapere che attualmente ci sono oltre 2,35 milioni di persone hanno lasciato le loro case proprio a causa delle violenze; l’Etiopia risulta essere il paese con il maggior numero di sfollati al mondo, superando persino la Siria.

Due giorni fa quindicimila persone, ospiti di un campo nell’area di Gedeb, avrebbero dovuto far ritorno a West Guji (zona degli oromo), ma i più si sono rifitate di salire sui pullman. Sei tra loro, i portavoce degli sfollati, sono stati fermati dalle forze dell’ordine perchè hanno espresso la volontà della gente che ritiene sia prematuro essere rispediti a casa, l’area è ancora instabile. Secondo molti analisti è assolutamente necessario invitare esponenti della società civile nelle consultazioni delle autorità locali per costruire una pace durevole.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia, al potere da poco più di un anno, durante il suo primo discorso alla nazione nell’aprile 2018, aveva richiamato l’attenzione degli etiopi sulla necessità dell’unità etnica. Un percorso ancora lungo e in salita. Il governo di Addis Ababa dovrà effettuare riforme interne, sopratutto economiche, volte a creare occupazione e maggiore stabilità alle popolazioni in conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

Stupri, furti, risorse rapinate: il fallimento dell’avventura del Kenya in Somalia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
5 maggio 2019

Un paio di successi, ma molte più sconfitte, sembra essere il bilancio della presenza militare AMISOM (African Mission in Somalia) promossa dall’Unione Africana per contrastare l’attività del gruppo terroristico Al Shebab, che controlla tuttora una larga parte del territorio somalo. Il Kenya partecipa alla coalizione da otto anni con una forza di quattromila uomini, insieme a Uganda, Burundi, Etiopia, Gibuti, Sierra Leone, Nigeria e Ghana per un totale di circa 22 mila uomini, che contano oggi pesanti perdite, stimate in oltre duemila morti. Si tratta di un dato approssimativo, poiché tutti i governi coinvolti nell’operazione sono riluttanti a fornire informazioni più precise e diffondono spesso notizie molto distanti dalla realtà.

Il professore Paul Williams, autore del libro “Fighting for peace in Somalia”

Questa situazione è dettagliatamente illustrata nel libro “Fighting for Peace in Somalia” recentemente edito dalla Oxford University Press, con il supporto della George Washington University’s Elliott School of International Affairs, il cui autore è il professor Paul Williams, docente presso lo stesso ateneo. Nella sua ricostruzione degli eventi, Paul Williams, dedica, particolare attenzione al Kenya, al quale riconosce due successi di rilievo: la presa di Chisimaio – importante città e porto della regione – avvenuta nel 2012 e la vittoriosa battaglia di Hoosingo, che ebbe luogo nello stesso anno, in si cui stima perirono oltre cento militanti di Al Shebab. Tuttavia, l’impressione è che questi successi, si siano rivelati del tutto insufficienti a bilanciare la situazione, poiché il Kenya, da solo, conta perdite sul campo dichiarate in centosessanta uomini, che gli osservatori internazionali ritengono ampiamente sottostimate.

Le truppe del KDF (Kenya Defence Force) proteggono una loro postazione in territorio somalo

Secondo il professor Williams, la cui opera è stata acquisita dall’ONU – principale sponsor del progetto AMISOM – è inconcepibile che una forza così imponente, non riesca a esprimere una superiorità militare nei confronti dei gruppi combattenti di Al Shebab, giungendo anche a soffrire l’umiliazione, toccata al Kenya, di vedere dodici dei propri soldati presi in ostaggio dai guerriglieri, a seguito della pesante sconfitta subita nella battaglia di El Adde nel 2016 (la peggiore sofferta dalle truppe AMISOM) ma solo un anno dopo, il Kenya, ha addirittura subito un attacco di Al Shebab nella propria base di Kulbiyow, in territorio keniano, che ha lasciato sul campo trenta vittime.

Le milizie di Al Shebab reclutano nelle proprie file anche bambini

“Lo scenario – ha commentato Paul Williams – non potrebbe essere più chiaro: dopo dieci anni di battaglie, l’AMISOM ha dimostrato di non essere in grado di sconfiggere Al Shebab, così come Al Shebab, non è in grado di controllare l’intero Paese, com’era nelle sue attese. Si è così creata una permanente situazione di stallo, che neppure i bombardamenti americani, riescono a risolvere”. Per un efficace controllo della Somalia, occorrerebbe quindi non limitarsi alle incursioni aeree, ma dispiegare forze di terra, cosa che americani e italiani, dopo le terrificanti esperienze dei primi anni ’90, si guardano bene dal fare. Indisciplina e carente addestramento, sarebbero, secondo Williams, alla base degli insuccessi keniani, ma il professore accusa anche i soldati del Kenya di vere e proprie azioni criminali.

Il campo dei profughi somali, in territorio keniano

Tra queste, ci sarebbero i ricorrenti stupri a danno delle giovani profughe somale; i furti dei loro miseri beni; il costante maltrattamento dei rifugiati e anche il trafugamento del carbon fossile custodito nei depositi di Chisimaio. “Le truppe del Kenya – riferisce Williams nel suo rapporto – hanno infranto il veto delle Nazioni Unite, di esportare il carbon fossile della Somalia e si sono appropriate del 50 per cento dei proventi generati dal porto di Chisimaio. E’ quindi comprensibile che nove somali su dieci, guardino con astio alla presenza dei militari del Kenya nel proprio territorio ”. Dal canto suo, Nairobi ha seccamente smentito queste accuse, dichiarandole del tutto infondate, benché siano state accertate da ispettori appositamente inviati dell’ONU.

La città di Chisimaio nel sud della Somalia

Alle considerazioni del professor Williams, si uniscono quelle del giornalista britannico Tristan McConnel, secondo cui “L’ostinata tendenza del Kenya a mentire nelle conferenze stampa e nelle interviste, mostra che si è raggiunta la deprimente conclusione di considerare più attendibili i proclami dei terroristi, delle dichiarazioni del governo di Nairobi”. Un giudizio pesante, questo, che è però difficile confutare. Ma perché il Kenya, pur essendo oggetto di umiliazioni e di riprovazioni internazionali, continua a mantenere attiva la sua forza militare in Somalia, pur se contestata dalla maggior parte dei propri cittadini? Si tratta forse di non voler rinunciare ai contributi ONU o alla possibilità – come attesterebbero le accuse – di depredare la Somalia delle proprie risorse?

Un soldato del Kenya di guardia al carbon fossile somalo, pronto per l’esportazione

A tutto questo e alle perdite sul campo – per una campagna militare che si è largamente dimostrata inefficace – si devono anche aggiungere le diverse centinaia di vittime, che le incursioni terroristiche di Al Shebab producono in territorio keniano, proprio come ritorsione al mantenimento di questa presenza, per non contare la flessione degli arrivi turistici, dovuti al timore (largamente sovrastimato) di attentati. Ne vale davvero la pena? Il professor Paul Williams ritiene di no. “Non si può pretendere di liberare il popolo somalo da Al Shebab, imponendogli soldati stranieri che sono visti come spietati invasori. La Somalia deve raggiungere la propria libertà con una presa di coscienza che germogli e si sviluppi all’interno di se stessa”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

Burocrazia ottusa: il record clandestino, ma non illegale, di Great Nnachi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 5 maggio 2019

Anzi no, è un record fantasma, come tanti immigrati. Ma lei non è un fantasma, è una ragazzina in carne e ossa e pelle nera, italiana, anzi no …italiana ma fra 4 anni…

Il tema della cittadinanza italiana per i ragazzi stranieri che crescono insieme ai “nostri figli”, è tornato d’attualità in questi giorni con il caso “Great Nnachi”.

Chi è Great? “Il nome di Great Nnachi forse non dirà ancora molto agli sportivi appassionati di atletica leggera – ha scritto il sito Atletica Live – ma è destinato a far parlare di sé”. Great è la ragazza di 14 anni, figlia di nigeriani, nata nell’ospedale Regina Margherita di Torino il 5 settembre 2004, che il 27 aprile scorso a Borgaretto (frazione di Beinasco, nel Torinese), ha battuto il primato italiano di salto con l’asta nella categoria Cadetti, superando i 3,70 metri. La giovanissima atleta aveva un già notevole limite personale di 3,60 ma con i 3,70 . al secondo tentativo , prima di provare addirittura i m. 3,80, ha compiuto un capolavoro, avvicinandosi al limite mondiale.

Eppure il suo volo con l’asta  non può essere omologato – secondo la Federazione Italiana di Atletica Leggera (Fidal) in quanto compiuto da straniera, da cittadina non italiana. Il nostro passaporto lo otterrà, infatti, una volta compiuti 18 anni, in base alla legge attuale  sullo ius soli (che, come è noto, significa acquisire la cittadinanza per il fatto di essere nati sul territorio).

Il tema dello ius soli era tornato in auge grazie al  coraggio di Ramy Shehata e Adam El Hamami, i due piccoli eroi del bus dirottato e incendiato (il 20 marzo scorso)  ed è – ha scritto la testata on-line Il Giornalettismo – “uno dei grandi interrogativi di una nazione che si confronta con un crescente multiculturalismo dei suoi cittadini. E non è un quesito che si limita all’integrazione e alla scuola, ma anche allo sport”. Di sicuro ci troviamo a leggere, in questi giorni con la vicenda di Great, una nuova pagina incivile per l’Italia.

Great Nnachi

E vien da ripetere quello che l’Unicef aveva lapidariamente dichiarato il 23 dicembre 2017: “Chiediamo scusa agli 800mila compagni di scuola dei nostri figli”.

Quel 23 dicembre venne affossata la legge sullo ius soli temperato e sullo ius culturae che facilitava la concessione della cittadinanza. La legge non ha mai visto la luce nonostante l’approvazione da parte della Camera nell’ormai lontano 13 ottobre 2015.  L’assurdo è che però esiste lo Ius Soli sportivo: nel 2016 è infatti entrata in vigore una norma che permette ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane a patto che  risiedano sul nostro territorio «almeno dal compimento del decimo anno di età».

Le perplessità sul suo record sono assurde e davvero impossibili da spiegare a una ragazzina che, nel suo nome, evidentemente già tradisce il suo destino: Great, grande”, ha dichiarato (a “Forlitoday”)  Bruno Molea, ex deputato forlivese della XVII Legislatura, e “padre” della legge sullo ius soli sportivo. “E’  incredibile e anacronistico che il suo record non possa considerarsi italiano – ha aggiunto Molea, presidente dell’ente di promozione sportiva Aics e membro della giunta nazionale Cip  (Comitato italiano paralimpico)- mi sono battuto per una legge di cui vado molto orgoglioso. Essa consente ai minori stranieri di essere tesserati presso le federazioni sportive italiane, perché se la politica non era ancora pronta a parlare di Ius Soli, volevo fosse ben chiaro che, invece, il mondo dello sport lo è da tempo”. “Che Great sia italiana, italianissima, lo dicono i  fatti, a partire dal suo parlare perfettamente la nostra lingua”.- ha scritto La Repubblica, che ha anticipato la notizia sul suo sito – Great è figlia di genitori nigeriani ma è nata nel cuore di Torino non parla la lingua dei genitori anche perché ha seguito tutto il percorso scolastico italiano. A scuola, va benissimo, come dimostra quella media del 10 con cui è uscita dalle Secondarie; un rendimento eccellente che non è cambiato neppure adesso che l’asticella si è alzata, frequentando la prima superiore all’istituto Primo Levi, Liceo Scientifico di scienze applicate con curvatura sportiva”.

Ha commentato Luciano Gemello, che da 4 anni allena la ragazzina nella società Cus Torino :  “Great studia con grande facilità, la stessa con cui valica misure rilevanti con l’asta”. Ma che cosa dice la diretta interessata? “Io mi sento italiana, io sono italiana – ha affermato con decisione nel video pubblicato su Facebook da Ford Authos S.p.a. – . Mio padre lavorava in Fiat ma è mancato quando io avevo appena cinque anni. Sono stati momenti difficili, mia madre era molto triste e io ho cercato di aiutarla facendo anche un po’ la mamma per il mio fratellino Mega che adesso gioca nella Juventus. Il salto con l’asta mi fa sentire come se volassi. Devo dire grazie al mio allenatore, che è diventato un secondo papà e ai miei compagni. Miro a volare sempre più in alto, ad andare un giorno alle Olimpiadi e a vincere. Ma soprattutto mi piace non mollare mai”.

Ius soli

Intanto continua ad allenarsi per superare il limite della categoria che è di 3 metri e  91 centimetri. “Al mondo non c’è nessuna ragazza che ha le sue qualità – sostiene il suo allenatore -. Io ho allenato gente fortissima, ma Great ha qualcosa in più”. In realtà l’ostacolo più arduo da superare è ben più alto  dei 3 metri e 91 centimetri.  E’ quello della legge che le impedisce di urlare al mondo la sua appartenenza al nostro Paese. Questo Paese che, però, – come ha rivelato il Corriere della Sera – consente all’attaccante del Barcellona, Leo Messi, nato in Argentina, residente di  Spagna, di votare per le Europee e le amministrative il 26 maggio. Questo perché risulta iscritto all’anagrafe di Recanati da dove, nel tardo ‘800, il suo trisavolo Angelo partì per il Sudamerica!

La legge che risale al 1992, invece, incatena 800 mila bambini italianissimi fino al 18° anno di età. Una legge superata dalla realtà, dalle mutate condizioni sociali, che impedisce di considerarsi italiani ai ragazzi che sono nati nel nostro Paese, che parlano l’italiano con accento cremasco, o torinese, e magari vorrebbero diventare carabinieri come Ramy e Adam. O continuare a volare come Great. Da italiana quale  si sente ed è.

Costantino Muscau
muskat@gmail.com

Capo Verde, “Solazzo morto dissanguato”. Ma la famiglia non ci sta

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 maggio 2019

“Il decesso del nostro cooperante David Solazzo, trovato morto nella sua casa di Fogo lo scorso 1° maggio, sarebbe avvenuto per l’emorragia provocata da tagli profondi sul braccio destro”.

L'agronomo David Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)
L’agronomo David Solazzo a Capo Verde (Courtesy COSPE)

Questi sono i primi risultati, riferiti al console italiano a Capo Verde, Luigi Zirpoli, dalla Procuratrice della Repubblica di Capoverde, Silvia Soares.

Ma la famiglia di David non crede nell’incidente domestico e vuole vederci chiaro. Lo fa attraverso il suo legale, Giovanni Conticelli: “Esigiamo che la Procura di Capo Verde faccia ogni indagine, con estremo rigore, non tralasciando nessun aspetto. Alla luce di tutti gli elementi oggettivi emersi sino ad oggi, non accettiamo la tesi di un generico incidente domestico”.

Quindi non ci sono indagati per il momento, secondo le autorità di Capo Verde, e cade il sospetto di omicidio legato alla rapina nella casa dell’agronomo fiorentino. Ma, visto che la dinamica dei fatti non è ancora chiara gli inquirenti intendono approfondire il caso. A breve si attende che la Procura della Repubblica di Capoverde rilasci una dichiarazione scritta.

Uno dei vulcani dell'arcipelago di Capo Verde
Uno dei vulcani dell’arcipelago di Capo Verde

Secondo Giorgio Menchini, presidente COSPE “i risultati dell’autopsia stabiliscono alcuni punti fermi”. “Riteniamo importante che le indagini facciano chiarezza sull’intera dinamica dell’accaduto – afferma – ed escludano sulla base di ulteriori accertamenti l’assenza di coinvolgimento di soggetti terzi”.

Il trentenne fiorentino, è stato trovato senza vita a casa sua in una pozza di sangue. Viveva a Fogo, una delle isole dell’arcipelago vulcanico di Capo Verde dove, dal novembre scorso, lavorava per l’ong fiorentina COSPE.

Era agronomo del progetto Rodas de Fogo, finanziato dall’Unione Europea che termina nel 2020. Lo scopo del programma è il miglioramento delle condizioni socio-economiche e ambientali delle aree rurali per lo sviluppo di un turismo eco-sostenibile.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Benin: due turisti francesi e la loro guida spariti da mercoledì nel parco Pendjari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 maggio 2019

Due turisti francesi e la loro guida sono stati dati per dispersi da mercoledì sera, quando non hanno fatto ritorno nell’albergo dopo un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso.

Parco nazionale Pendjari, Benin

Il ministero degli Esteri francese ha confermato il fatto e ha precisato in un comunicato che le ricerche procedono a ritmo serrato e “Il centro di crisi, in collaborazione con la nostra ambasciata nel Paese sono stati mobilitati, supportati dalle autorità locali”.

Fran Read, portavoce di African Parks, ONG che amministra il parco,  fatto sapere: “Siamo in grande apprensione, ma allo stato attuale non possiamo parlare di rapimento”.

Ovviamente preoccupa la situazione nel vicino Burkina Faso, dove gli attacchi dei jihadisti non si concentrano più solamente al confine con Niger e Mali, ma da tempo si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.

Gruppo di miliziani jihadisti in Burkina Faso

Il parco nazionale Pendjari è situato nel Benin nord-occidentale, al confine con il parco nazionale di Arly nel vicino Burkina Faso. Si estende su 2755 chilometri quadrati e fa parte del complesso di parchi transfrontaliero denominato WAP ((W–Arly-Pendjari), una vasta area protetta al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. Nel 2017 sia la riserva di Pendjari che quella di Arly sono stati inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come ampliamento del sito del Parco nazionale W del Niger.

Il Pendjari è uno dei parchi più interessanti dell’Africa occidentale;  le accidentate rupi e la savana boscosa dell’Atakora sono habitat di elefanti, leoni, ghepardi, leopardi, antilopi e molte specie di uccelli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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