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Siccità in Namibia, stato di emergenza. Colpite 500mila persone

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 maggio 2019

“A causa della siccità in tutte le regioni della Repubblica della Namibia viene dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Uffici, ministeri e agenzie sono mobilitati per assicurare l’assistenza necessaria alle comunità”.

Siccità in Namibia
Siccità in Namibia

Con un comunicato scarno e diretto, il presidente Hage Geingob, la settimana scorsa ha dichiarato grave situazione del vasto Paese dell’Africa australe. Una siccità che ha colpito diverse aree in cui impatto arriva su una popolazione di 500mila persone, un quarto degli abitanti.

Secondo il ministro dell’informazione Stanley Simataa, è la peggiore siccità registrata nel Paese fino ad oggi. E mentre il primo ministro, Saara Kuugongelwa-Amadhila, chiede aiuto alla comunità internazionale, il governo ha già stanziato l’equivalente di 35milioni di euro. Una cifra che serve per acquistare cisterne per fornire acqua a 10mila famiglie delle aree maggiormente colpite e per distribuire cibo.

Il tweet con la dichiarazione dell’ emergenza siccità del presidente Hage Geingob

Quella di quest’anno è la seconda “emergenza siccità”, in tre anni, soprattutto per la mancanza delle piogge stagionali che cadono tra gennaio e marzo. I fiumi del nord del Paese si sono seccati e la maggior parte della popolazione non riesce a coltivare per il consumo familiare.

Anche gli allevamenti sono sotto pesantissimo stress: negli ultimi sei mesi sono morti 60mila capi di bestiame. Il governo ha dichiarato che sovvenzionerà gli allevatori che riducono le loro mandrie. ll ministro Simataa, li ha invitati tenere un numero ragionevole di capi per la riproduzione fino a quando quando l’emergenza sarà terminata.

Namibia
Mappa dell’Africa australe. In rosso la Namibia (Courtesy Google Maps)

La Namibia, già colonia tedesca, poi protettorato britannico e in seguito sotto il controllo del Sudafrica, è indipendente dal 1990. Ha un territorio estremamente arido con corsi d’acqua a carattere torrentizio che prendono vita durante la stagione delle piogge.

Ricchissima di minerali ma con pochissima terra coltivabile a causa dell’aridità del suolo, il Paese africano, importa il 70 per cento del cibo dal fertile vicino Sudafrica.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Sudan, 7 dimostranti in piazza uccisi a sangue freddo dagli ex janjaweed

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Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
14 maggio 2019

Almeno sette dimostranti, che partecipavano in piazza a Khartoum al sit-in contro i militari, e un ufficiale dell’esercito, sono stati ammazzati domenica a tarda notte a sangue freddo, poche ore dopo l’annuncio di un accordo per nominare un governo di transizione misto. Diversi militanti sono stati feriti assieme a due soldati. Non è ancora ben chiaro a chi appartenga la mano omicida. I manifestati accusano le autorità, i soldati hanno addossato la colpa a elementi estranei “infiltrati nella protesta”. Sembra proprio però che l’attacco al cuore della piazza miri a fare deragliare il processo di pace, il cui obbiettivo è quello di varare un governo di transizione a partecipazione comune, civili-militari, per arrivare a elezioni democratiche e a una nuova leadership.

Proteste in Sudan

Lo stringer del Fatto Quotidiano, sentito al telefono a Khartoum, non ha avuto dubbi: “Responsabili del massacro sono i paramilitari della Rapid Support Forces, gli ex janjaweed, i diavoli a cavallo che negli anni scorsi terrorizzavano le popolazioni del Darfur. Attaccavano i villaggi indifesi, massacravano gli uomini, violentavano le donne, rapivano i bambini e bruciavano le capanne. Sono paramilitari che sostengono il presidente Omar Al Bashir, cacciato un mese fa dalle proteste di piazza e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, proprio per quei crimini contro l’umanità perpetrati delle province occidentali del Paese”.

Insomma milizie formate da criminali, cui il governo sudanese ha affidato il controllo delle frontiere settentrionali per bloccare il passaggio dei migranti, un compito finanziato – ufficialmente, con forniture logistiche, camionette, fuori strada, carburante e attrezzature diverse, ma non con denaro – dall’Unione Europea, con il concorso dell’Italia, ai tempi dell’amministrazione Gentiloni.

Secondo il nostro stringer: “Erano giorni che sul lungo Nilo si potevano veder passare automobili nere con a bordo presumibili agenti in borghese. Oggi nelle piazze erano tutti convinti che gli omicidi siano stati premeditati e organizzati per fare saltare gli accordi per arrivare a un governo civile”.

Manifestanti contro il governo militare di transizione

Certamente i gravi episodi di ieri avvalorano la tesi che una parte dell’élite militare del Paese non intende lasciare il potere. La piazza ha dato segni in insofferenza quando pochi giorni fa portavoce dell’amministrazione transitoria dei militari è stato nominato il generale Shams al-Din Kabashi. Trent’anni fa, 30 giugno 1989, quando Omar Al Bashir prese il potere e comparve in televisione per annunciare il successo del suo colpo di Stato, alle sue spalle era comparso proprio Kabashi. Ovvio il nervosismo della folla che protesta dal 18 dicembre dello scorso anno e in questi mesi ha sempre chiesto la rimozione di tutti gli ufficiali compromessi con il regime di Al Bashir.

Per altro Kabashi, in una conferenza stampa tenuta nella notte, ha tenuto a dichiarare che i soldati hanno l’ordine di non sparare sui civili e “mai spareranno”.

L’attacco di ieri segue di qualche ora l’annuncio del procuratore generale secondo cui l’ex presidente è stato incriminato per gli omicidi di manifestanti l’11 aprile scorso. Una notizia accolta con tripudio e giubilo dai dimostranti accampati da mesi davanti al quartier generale delle forze armate a Khartoum. Qualche settimana fa Al Bashir è stato accusato di riciclaggio di denaro e distrazione di fondi pubblici. In molti a Khartoum sostengono che ex dittatore sia già scappato all’estero: “Perché non lo fanno vedere in manette o dietro le sbarre?”, si è domandata una militante che ha parlato solo con garanzia dell’anonimato.

Ieri a tarda sera un portavoce del Freedom and Change Alliance (l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento), Taha Osman, ha spiegato come l’accordo per un governo comune con i militari sia già a buon punto: “Abbiamo trovato un accordo per un consiglio sovrano (una sorta di presidenza comune, ndr), un governo e un parlamento. Dobbiamo ora negoziare la loro composizione e il periodo di transizione”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Il Parlamento Panafricano invierà esperti in Libia per situazione migranti

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Africa ExPress
Pretoria, 14 maggio 2019

Ieri, il Parlamento Panafricano (PAP) (organo dell’Unione Africana, con poteri consultivi e di proposta, fondato nel 2004 e con sede a Midrand, in Sudafrica), ha dedicato la giornata al tema del 2019: “L’anno dei rifugiati, rimpatriati, sfollati, soluzioni durevoli per quanto concerne le deportazioni forzate in Africa”

Mirjam van Reisen, professoressa dell’Università di Leiden, Olanda, durante il suo intervento ha parlato della grave situazione dei migranti in Libia e della necessità di evacuare quanto prima queste persone in un luogo sicuro dove sia garantita la loro protezione. Van Reisen ha auspicato una stretta collaborazione tra l’Unione Europea e l’Africa, volta a fermare i trafficanti di esseri umani e ha sottolineato che l’esternalizzazione delle frontiere europee è stato assolutamente controproducente.

Mirjam van Reisen al Parlamento panafricano

“La schiavitù non è mai riuscita a ridurre le persone in merci e ciò non succederà mai. Il traffico di esseri umani, la riduzione in schiavitù sono crimini atroci e ognuno di noi, in qualsiasi luogo, può contribuire a fermarli”, ha concluso la van Reisen.

Alla fine della seduta del 13 maggio, il PAP ha siglato un Memorandum of Understanding (MoU) con l’UNHCR, volto, tra l’altro, alla protezione di migranti. Nei prossimi mesi PAP invierà esperti in missioni d’inchiesta in Libia e in altri Paesi africani.

Africa ExPress
@africexp

Un rapporto sulle tragiche verità in Sinai: rapimenti, maltrattamenti, torture e se la famiglia non paga il riscatto, la morte. Ma l’Eritrea continua a negare

Terroristi in azione in Burkina Faso: un prete e 4 fedeli uccisi durante la messa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 maggio 2019

Un sacerdote e cinque fedeli sono stati barbaramente ammazzati da un gruppo di miliziani durante la celebrazione della messa domenicale in una chiesa a Dablo, comune nella provincia di Sanmatenga, nel nord del Burkina Faso.

I terroristi non hanno perso tempo, il massacro è avvenuto solo due giorni dopo la liberazione di quattro ostaggi occidentali (due insegnanti francesi, una donna statunitense e una di nazionalità sud-coreana) , grazie a un’operazione congiunta delle Forze speciali francesi, americane, burkinabé e beninesi, durante il quale hanno perso la vita due teste di cuoio di Parigi e quattro terroristi.

Chiesa cattolica attaccata da terroristi a Dablo, Burkina Faso

E’ ancora incerta l’identità del gruppo jihadista responsabile dei sequestri e non si esclude che sia colpevole anche della carneficina nella chiesa di domenica mattina. Alcune fonti autorevoli ritengono che possa trattarsi di Ansarul Islam – vi aderiscono per lo più persone di etnia fulani – particolarmente attivo nel nord del Burkina Faso. Il loro leader è Jafar Dicko, fratello di Ibrahim Malam Dicko, predicatore burkinabé ucciso nel 2017, fondatore del raggruppamento. Ansarul Islam ha legami con Fronte per la liberazione di Macina, affiliato ad al-Qaeda.

Il capo è Amadou Koufa, predicatore radicale maliano, di etnia fulani, che nel marzo 2017 è apparso in un video insieme a altri quattro tra i più noti jihadisti del Sahel, annunciando l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell’area. L’organizzazione è stata chiamata Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani. La formazione terrorista è guidata da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e i talebani afgani.

Anche l’organizzazione État islamique au grand Sahara (EIGS), è molto attiva nel Burkina Faso e molto vicino a Adnane Abou Walid al-Sarahoui. Gli islamici di al Sarahoui sono ben conosciuti dagli italiani perché nel 2011 rapirono la cooperante italiana Rossella Urru.

Alla fine di aprile un predicatore protestante e altre cinque persone sono state uccise a Silgadji, nel nord del Burkina Faso, durante una funzione religiosa. Mentre a febbraio è stato ammazzato un padre salesiano spagnolo, Antonio César Fernández, insieme a quattro agenti della dogana, al confine con il Togo, nel sud-est del Paese.

Sempre nel Burkina Faso sono stati rapiti un cittadino indiano e un sudafricano. Alcuni ostaggi sono ancora nelle mani dei terroristi come l’anziano medico australiano, Kenneth Elliot, sequestrato insieme alla moglie Jocelyn nel gennaio 2016. La donna è stata liberata un mese dopo, proprio mentre era in atto l’assalto terrorista a Bamako, la capitale del Mali. La coppia, che dal 1972 risiedeva a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, aveva aperto un ospedale di 120 letti quarant’anni fa. Erano considerati i medici dei poveri, molto amati e stimati dalla popolazione locale.

A marzo è stato rapito un sacerdote burkinabé, Joël Yougbaré, parroco di Djibo, nel nord del Paese, mentre tornava da Bottogui, dove aveva celebrato la funzione domenicale.

Ma i terroristi hanno ucciso anche diversi imam, perchè non ritenuti sufficientemente radicali e accusati di collaborare con le autorità.

A gennaio è stato sequestrato e poi ucciso un ingegnere canadese, responsabile delle miniere bourkinabè e ivoriane della società Progress Minerals, della quale era vice-presidente.

Nella ex colonia francese è scomparso da metà dicembre anche un italiano, Luca Tacchetto, giovane architetto, originario di Vigonza, nel Veneto, insieme alla sua compagna Edith Blais, canadese. Finora nessun gruppo terrorista ha rivendicato il loro rapimento.

E proprio a metà aprile, Rémis Dandjinou, ministro della Comunicazione e portavoce del governo burkinabé aveva fatto sapere che ci sono buone speranze che si possa risolvere presto il rapimento di Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane. Il padre era stato sequestrato in Niger nel settembre 2018, poi, secondo Dandjinou, sarebbe stato portato in Burkina Faso, poi in Mali, ma attualmente si troverebbe nuovamente da qualche parte in Niger.

Burkina Faso: gruppo di terroristi

Secondo alcuni esperti le aggressioni alle chiese fanno parte delle strategie jihadiste, come conferma anche Corinne Dufka di Human Rights Watch: gli attacchi degli ultimi mesi nei confronti di cristiani o gruppi etnici sono una tattica dei terroristi per aumentare le tensioni inter-etniche e destabilizzare il Paese.

Recentemente la Germania ha stanziato un finanziamento di quarantasei milioni di euro al governo di Ouagadougou, per stabilizzare le regioni particolarmente colpite dai terroristi. La gran parte degli aiuti economici di Bonn dovrebbero essere investiti per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni colpite, per evitare che i giovani vengano reclutati dai gruppi armati islamisti, mentre un’altra fetta è destinata all’addestramento della polizia.

Secondo la ONG Armed Conflict Location & Event Data Project, tra il 1°novembre 2018 e il 23 marzo 2019  sono state uccise 4776 persone in tutto il Sahel.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

 

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 maggio 2019

La lotta contro la decima epidemia di ebola, che ha colpito le province di Ituri e Nord-Kivu nella Repubblica Democratica del Congo dal 1°agosto 2018, è sempre più complessa e difficile. Anche se finora sono state vaccinate oltre centomila persone, il virus continua a contagiare la gente .

Secondo l’ultimo bollettino rilasciato ieri, millecentododici persone sono morte a causa della febbre emorragica e ben milleseicentosessantadue sono state infettate dal virus, mentre quattrocentoquarantasei malati sono guariti. Se nei primi sei mesi dalla comparsa dell’epidemia sono morte poco più di cinquecento malati, nell’ultimo trimestre i decessi sono più che raddoppiati.

Operatori sanitari in Congo-K

La rappresentante speciale del segretario dell’ONU nel Congo-K, Leïla Zerrougui, ha chiesto alla popolazione di Butembu nel Nord-Kivu, di collaborare con le équipe mediche per contrastare il virus killer, invece di attaccare gli operatori sanitari. La Zerrougui ha inoltre pregato la gente di ignorare le false voci che con insistenza proclamano l’inesistenza di ebola. E ha aggiunto: “Sono assolutamente infondate e gravi le accuse che qualcuno vi vuole avvelenare e guadagnare con le vostre sofferenze”.
Purtroppo una fetta dei residenti si rifiuta di farsi curare, non accompagna i congiunti nei centri specializzati quando appaiono i primi sintomi della malattia.

Secondo David Miliband, presidente della ONG International Rescue Committee (IRC) si tratta di una sfida senza precedenti per la ex colonia belga e la comunità internazionale. Difficile dargli torto.

Dall’inizio dell’anno ad oggi i centri per il trattamento di ebola hanno subito un centinaio di attacchi: familiari disperati per la malattia o la morte di un congiunto, cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri; in altre occasioni gli ospedali specializzati hanno subito aggressioni da gruppi armati come i maï maï, guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano.

Anche l’Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, è responsabile di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di di feroci attacchi alla popolazione civile.

Congolesi in fuga verso l’Uganda

E proprio a causa delle incessanti violenze da parte di gruppi armati, dalla fine di marzo oltre sessantamila persone sono fuggite dall’area di Beni, nel Nord-Kivu, per cercare protezione in Uganda.

Mentre alcuni sono riusciti ad essere registrati come rifugiati nel Paese limitrofo, altri sono stati usati come scudi umani dai gruppi armati, costringendo i rifugiati a attraversare la frontiera in modo illegale. Sono stati esposti a viaggi rischiosi e pericolosi, senza potersi sottoporre ai controlli di routine, compresi quelli sanitari e lo screening per l’ebola. Ora l’Uganda teme che la febbre emorragica possa attraversare il confine.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Malawi, lottava contro i bracconieri: militare britannico ucciso da un elefante

Africa ExPress
Lilongwe, 9 maggio 2019

Matthew Talbot amava il suo incarico attuale, era fiero di far parte del contingente britannico dislocato in Malawi per combattere il bracconaggio. Passava il tempo libero con la popolazione locale e in breve tempo aveva appreso nozioni rudimentali della lingua locale. Domenica scorsa, durante la sua prima operazione sul campo per contrastare i bracconieri, Talbot è stato ucciso da un elefante, mentre camminava insieme alla sua pattuglia e diversi ranger nell’erba alta.

Ad un certo punto il gruppo si è imbattuto in un branco di elefanti. Uno dei pachidermi si è infuriato, perchè disturbato, e si è avventato contro Talbot, che è morto poco dopo a causa delle ferite riportate. Nessun altro dei presenti è stato aggredito o ferito.

Matthew Talbot

Dallo scorso anno oltre trenta militari britannici sono impegnati nell’addestramento dei ranger di due parchi nazionali in Malawi per fermare i cacciatori di frodo. Gli animali più a rischio sono elefanti, rinoceronti e leoni.

Penny Mordaunt, segretario alla Difesa di Londra, ha voluto ricordare che Talbot ha servito il suo Paese con coraggio e professionalità e ha sottolineato che le truppe della corona sono esposte a non pochi pericoli. Cercare di proteggere le specie animali più a rischio da criminali che vogliono trarre profitto con l’uccisione di particolari esemplari della fauna selvatica.

Branco di elefanti

Lo scorso febbraio il Department of Parks and Wildlife del Malawi ha fatto sapere che non avrebbe assolutamente firmato la proposta di Namibia, Sudafrica, Botswana e Zimbabwe, con la quale viene richiesto a CITES, (organo di regolamentazione internazionale) di annullare il divieto di vendita dell’avorio. Secondo i governi dei quattro Paesi in questione, il denaro ricavato potrebbe essere investito nella protezione della fauna selvatica. Il governo malawiano ritiene che l’abrogazione di tale interdizione potrebbe far incrementare la caccia di frodo in nazioni non coinvolte nel “commercio lecito”.

In Malawi la popolazione degli elefanti è scesa da quattromila esemplari a soli duemila in pochi anni e l’avorio, sequestrate da commercianti illegali, è pari a duemila tonnellate.

Africa ExPress
@africexp

Libia: 200 milioni di dollari da Sauditi ed Emirati ad Haftar per conquistare Tripoli

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
11 maggio 2019

La notizia, attribuita a fonti locali, è stata diffusa la scorsa settimana dall’emittente  americana CNN, secondo cui, il generale Khalifa Haftar avrebbe ricevuto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, la somma di 200 milioni di dollari, per rafforzare la propria potenza offensiva nel conflitto con il governo di Tripoli retto da Fayez al-Sarraj, la cui legittimità è riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea.

Militi del generale Haftar plaudono al passaggio di aerei che vanno a bombardare Tripoli

La terra libica torna così a essere insanguinata da lotte intestine, mentre la comunità internazionale si spacca nell’offrire sostegno all’uno o all’altro dei contendenti, anche contraddicendo posizioni precedentemente assunte, come la Francia di Emmanuel Macron che, pur occupando una posizione di rilievo nell’Unione Europea, si dissocia oggi dal sostegno che questa aveva espresso a favore del governo di Tripoli e si schiera a fianco di quello di Bengasi.

Veduta aerea delle città di Tripoli dove ha sede il governo del presidente Al-Sarraj

Il denaro fornito dai due Paesi arabi è già stato in parte utilizzato dal generale libico, per potenziare il proprio armamento con aerei da caccia e oltre cento mezzi armati per il trasporto truppe, Haftar sta inoltre sviluppando basi aeree nei dintorni di Tripoli che gli consentiranno di effettuare più rapide ed efficaci incursioni sulla capitale nemica. L’uomo forte della Cirenaica, lo stesso che fin dal 2014 aveva sostenuto che “la Libia non è ancora pronta per la democrazia“, ha già il pieno supporto di Russia, Egitto, Francia e Israele, ma – fatto abbastanza sorprendente – pare che riceverà presto anche quello degli Stati Uniti che avevano originariamente scelto di favorire Fayez al-Sarraj, in linea con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU. In questa scelta, pare che il presidente Donal Trump si sia lasciato convincere dall’alleato egiziano Abdel Fattah al-Sisi , ritenuto di rilevante importanza nello scacchiere mediorientale per il controllo delle attività jihadiste.

Il Presidente del Consiglio italiano, Conte, mentre sugella un’improbabile pace tra i due contendenti libici, Al-Sarraj (sinistra) e il generale Haftar

Questo confuso scenario internazionale – stando almeno ai suoi ultimi sviluppi – pare lasciare l’Italia isolata nel sostegno al governo di al-Sarraj, benché si tratti di un sostegno fatto di mere dichiarazioni di amicizia, che sembrano sempre meno orientate a trasformarsi in quelle azioni concrete che Tripoli si attendeva. Infatti il recente incontro con il Presidente del Consiglio Conte, ha lasciato al-Sarraj piuttosto deluso, sentendo che, nella ormai sanguinosa disputa tra Tripoli e Bengasi, l’Italia intende oggi mantenersi neutrale, contro quanto dichiarato all’inizio dell’ostilità, quando il nostro governo aveva aspramente criticato l’attacco di Haftar contro Tripoli.

Veduta aerea di Bengasi dove ha sede il quartier generale di Haftar

Che con la caduta dell’uomo forte libico, Muammar Gheddafi, il Paese sia piombato nel caos, è un fatto incontrovertibile, benché il regime da lui imposto fosse quello di una dittatura spietata che, per molti anni aveva anche sponsorizzato il terrorismo internazionale. Dal 2011, anno della raccapricciante esecuzione di Gheddafi, la Libia non ha più avuto pace e appare quantomeno anacronistico che la Francia di Nicholas Sarkozy, fosse stata la prima ad attaccare Tripoli, allo scopo di abbattere il Colonnello e oggi, quella stessa Francia, a guida Emmanuel Macron, offra il suo pieno sostegno a un altro uomo forte come il generale Haftar, che avversa dichiaratamente il sistema democratico, facendo così temere che, a vittoria conseguita, potrebbe instaurare una dittatura non troppo dissimile da quella che Gheddafi aveva allora imposto al Paese.

La cartina illustra la distribuzione territoriale delle forze che si confrontano attualmente in Libia

Le diverse posizioni assunte da Francia e Italia nel conflitto libico, non hanno nulla a che vedere con lo scambio di accuse tra i due Paesi, sulla questione migranti e sulle interferenze francesi nelle economie africane tramite il franco CFA. Indubbiamente i rapporti tra i due governi si sono un po’ esacerbati, ma ciò che Francia e Italia si contendono ora in terra libica è molto più pragmatico e non ha nulla di umorale. L’odierna contesa riguarda il petrolio, soprattutto quello estratto dall’ENI nel nord-ovest del Paese in zona al momento controllata dal governo di Tripoli. Se L’uomo forte di Bengasi dovesse appropriarsene, per l’Italia sarebbe una   débâcle di enormi proporzioni.

Un impianto petrolifero ENI nel nord-ovest libico

Ciò fa capire quanto buon governo e diritti umani, abbiano ben poca rilevanza quando si tratta di scegliere con chi allearsi. Oggi le previsioni sull’esito del conflitto propendono in favore del generale Haftar, già definito dalla stampa internazionale “il nuovo wardlord libico” (signore della guerra) e appare quindi più opportuno scommettere su di lui, ma in questa previsione non si tiene conto della miriade di formazioni guerriere presenti in Libia che, decidendo di appoggiare uno o l’altro dei contendenti, potrebbero ribaltare anche le conclusioni che appaiono più logiche. Tra queste primeggia la più forte milizia libica di al-Bunyan al-Marsos, schierata a fianco di Tripoli. Certo Haftar mostra una grinta più decisa e anche un atteggiamento decisamente laicale, rispetto al rivale: assicura la sua intenzione di combattere il radicalismo islamico e – scandalizzando l’Islam più ortodosso – ha disposto che i combattimenti contro Tripoli continuino anche durante il Ramadan.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro Archivio:

 

Libia: gli uomini di Hafter abbattono jet di Serraj pilotato da mercenario portoghese

Libia: giravolta di Trump, da Serraj passa con Haftar e lascia l’italia con il cerino

Sudafrica, conteggio dei voti alla fine: l’ANC vince. Il DA conquista il Western Cape

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 maggio 2019

“Se vince il Congresso Nazionale Africano (ANC) e il presidente Cyril Ramaphosa mantiene le promesse le cose andranno meglio”. Lo aveva detto durante la campagna elettorale Frederik De Klerk, ultimo presidente sudafricano bianco. Nel 1994 fu lui a negoziare la fine dell’apartheid con Nelson Mandela, primo presidente nero del Sudafrica.

Anche questa volta l’ANC si avvia al traguardo senza problemi sia per le elezioni dell’Assembelea Nazionale che per Assemblee provinciali. A due terzi dei conteggi è in perdita di quattro punti percentuali rispetto alle elezioni del 2014 e l’incubo dei sondaggi di un risultato sotto il 50 per cento è svanito. Almeno per questa volta.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica (Courtesy News24)

Lo spoglio di 16milioni di voti, su quasi 27milioni di votanti, dà all’ANC – al potere dalla fine della segregazione – il 58 per cento dei consensi. Cifra che va lentamente aumentando con il passar delle ore. Segue, con circa il 21 per cento, l’Alleanza Democratica (DA) di Mmusi Maimane che rimane abbastanza stabile.

I populisti, Combattenti per la Libertà Economica (EFF) di Julius Malema per ora sono vicini all’11 per cento, rispetto al 6,3 del 2014. Il Partito della Libertà Inkatha di Mangosuthu Buthelezi, ormai 90enne che non si è presentato alle elezioni, passa dal 2,4 al 3,5 per cento.

Per conoscere meglio il Sudafrica:

Mandela, l’apartheid
e il nuovo Sudafrica.
Ombre e luci
su una storia
tutta da scrivere
Nelson Mandela
Lungo cammino
verso la libertà.
Autobiografia
Film
Blue Ray
“Invictus”
di Clint Eastwood
Guida del Sudafrica,
Lesotho e Swaziland
Ed. Lonely Planet




Ma nel panorama elettorale sudafricano, nel Western Cape, regione dei grandi vigneti, l’Alleanza Democratica ha la maggioranza. Non come nel 2014, quando era arrivata al 57 per cento, però supera il 52, lasciando all’ANC il 31 per cento. Invece, nell’est del Paese, nelle Regioni del Limpopo e Mpumalanga, il partito del presidente uscente conquista la maggioranza rispettivamente con il 77 e 72 per cento.

Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al DA nel Western Cape (Courtesy TV24)
Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al DA nel Western Cape (Courtesy News24)

Nella quarantina di partitini restanti della galassia politica sudafricana, è in crescita il Fronte della Libertà Più. Il partito che rappresenta la minoranza bianca afrikaneer, coloni olandesi in Sudafrica dal Seicento, è passato dallo 0,90 per cento del 2014 al 2,40.

Probabilmente le dichiarazioni di De Klerk hanno aiutato l’ANC a uscire dal pantano causato dal dimissionario Jacob Zuma durante i suoi nove anni come capo di Stato. “Non tutto è buio in Sud Africa” – aveva affermato. “C’è luce alla fine del tunnel”.

Ora che l’ANC ha superato la prova più dura dalla fine dell’apartheid, Cyril Ramaphosa dovrà fare seriamente i conti con la crisi. Sono tanti i problemi da risolvere che hanno fatto scivolare il grande Paese africano in una devastante crisi economica durante l’ “era Zuma”.

Forse il peggiore è la corruzione dilagante all’interno del partito e nelle istituzioni. C’è poi la disoccupazione, schizzata al 27 per cento e la povertà che tocca il 40 per cento della popolazione.

Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati al'ANC nella Provincia del Limpopo (Courtesy News24)
Mappa del Sudafrica con la parcentuale dei voti dati all’ANC nella Provincia del Limpopo (Courtesy News24)

Situazioni che hanno portato all’aumento della criminalità e della xenofobia verso gli immigrati dei Paesi confinanti. Ma forse il problema più spinoso e dibattuto è la riforma agraria e la redistribuzione delle terre che appartengono ai farmer bianchi.

È una situazione estremamente pericolosa che potrebbe portare ad una crisi simile a quella del vicino Zimbabwe di Robert Mugabe. Lì, la riforma agraria con la confisca delle terre ai bianchi, nel 2000, causò il collasso dell’agricoltura e dell’economia.

Anche questa volta la maggioranza dei 440 seggi dell’Assembrea nazionale andrà all’ANC. Come da Costituzione, il leader del partito che vince diventa presidente della Repubblica e Capo del governo.

A Cyril Ramaphosa lo attendono grandi sfide e non è detto che possa avere ancora l’appoggio di Frederik De Klerk.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 maggio 2019

Con un blitz improvviso nel nord del Burkina Faso le teste di cuoio francesi hanno liberato quattro ostaggi, due francesi, una donna statunitense e una seconda di nazionalità sud-coreana, che erano stati catturati dei terroristi in Benin. Durante l’operazione hanno perso la vita due militari delle forze speciali.

Due delle persone liberate, Patrick Picque and Laurent Lassimouillas, entrambi insegnanti di musica, erano scomparse nel nulla dall’inizio del mese durante un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso. La salma della loro guida beninse era stato ritrovato qualche giorno dopo, quasi irriconoscibile in volto e il corpo crivellato da colpi di arma da fuoco.

Truppe impegnate nella ricerca di ostaggi nel Burkina Faso

Florence Parly, ministro della Difesa di Parigi ha precisato che all’operazione, per liberare i turisti, hanno partecipato anche le forze militari americane, quelle burkinabé e che oltre ai due militari francesi, hanno perso la vita anche due terroristi. Al momento attuale non è dato sapere a quale gruppo jihadista fossero affiliati i sequestratori.

Mentre il portavoce della presidenza di Cotonou, Wilfried Houngbédji, ha specificato che in tutta questa faccenda ci sono ancora altre vite in pericolo. Purtroppo finora nulla è trapelato sulla sorte del nostro connazionale, il trentenne architetto Luca Tacchetto, originario di Vigonza, nel Veneto, scomparso con la sua compagna, trentaquattro anni, canadese. I due giovani non si sono più messi in contatto con le rispettive famiglie dal 15 dicembre scorso. I parenti hanno riferito che dovevano incontrarsi con degli amici a Ouagadougou, la capitale burkinabé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guerra per l’accesso all’acqua: undici civili uccisi sul confine Kenya-Etiopia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
10 maggio 2019

L’acqua, più ancora del cibo, è una risorsa essenziale alla sopravvivenza e in alcuni luoghi del mondo si è anche pronti a uccidere, pur di potersela procurare. Quanto accaduto lo scorso lunedì, sul confine tra Kenya ed Etiopia, ne dà una sconvolgente conferma per l’azione che ha tolto la vita a undici innocenti cittadini keniani. Il fatto è avvenuto nella contea di Marsabit, più precisamente nei dintorni del villaggio di Forolle nell’estremo nord del Kenya, dove le recenti (pur se deboli) piogge, avevano offerto agli abitanti locali, di etnia borana, un minimo ristoro, grazie a un pozzo in cui – date le particolari formazioni geologiche del terreno – si raccoglieva l’acqua piovana assorbita dal suolo.

Uomini armati di guardia a un pozzo nei pressi del confine ugandese

Il pozzo, si trova in territorio keniano, pur se a minima distanza dalla linea di confine con l’Etiopia ed essendo l’unico punto di approvvigionamento idrico, attrae fatalmente anche cittadini dei vicini villaggi etiopici, cosa che provoca non poche tensioni tra i due gruppi, pur se entrambi appartengono allo stesso ceppo etnico. Oltretutto, la linea di confine è una separazione non contrassegnata da paletti o fili spinati e quindi del tutto aleatoria. Per porre fine alle frequenti contese tra le parti, per l’utilizzo della fonte idrica, gli anziani dei rispettivi villaggi, si sono accordati per organizzare un incontro in modo da disciplinare l’utilizzo del pozzo. Così è stato deciso che tale incontro si sarebbe tenuto a Ulan, un piccolo villaggio in territorio etiopico a soli tre chilometri da Forolle.

Un villaggio borana nel distretto di Marsabit

Accettando quindi l’invito dei vicini etiopici, un nutrito gruppo di esponenti della comunità keniana, si è recato all’incontro, con lo spirito di trovare un’amichevole soluzione che potesse soddisfare i comuni bisogni. Mentre tutti i partecipanti stavano discutendo, un centinaio di uomini armati, ha fatto irruzione e iniziato a sparare sui keniani, uccidendone undici e ferendone due, mentre, al momento in cui scriviamo, altri quattro risultano dispersi. Non sono chiare le ragioni dell’attacco e neppure si può presumere sia stato conseguente a disaccordi emersi nel corso della discussione, perché esso si è verificato un attimo dopo che i partecipanti si erano raccolti. Questo porta a pensare che fosse un’azione preordinata.

Uno dei pochi pozzi realizzati dalla solidarietà internazionale nei remoti territori di Marsabit

Il Chief locale, Bonaya Racha, ha accusato il governo di aver disarmato i riservisti che fornivano una protezione alla popolazione keniana, mentre un’analoga misura non è stata adottata da parte etiopica. “Viviamo nella paura per l’incolumità delle nostre famiglie – ha dichiarato – e rivolgo un appello al ministro degli interni Fred Matiang’i affinché provveda alla necessaria sicurezza”. Le contee adiacenti ai confini nord orientali del Kenya sono da sempre soggette alle incursioni dei vicini popoli somali, etiopici e sud-sudanesi, oltre ad essere loro stesse teatro di sanguinosi scontri interni per l’accesso all’acqua e ai pascoli, soprattutto tra le tribù turkana, samburu e pokot.

L’estrema povertà nelle zone nord del Kenya, colpisce soprattutto i bambini

Si tratta di territori in larga misura abbandonati a se stessi. Vere e proprie terre di nessuno, dove il governo di Nairobi è pressoché inesistente. Mancano reti idriche ed elettriche, l’assistenza sanitaria pubblica è gravemente carente e se non fosse per alcune commendevoli strutture provviste dalle congregazioni missionarie, le popolazioni locali sarebbero lasciate del tutto prive di assistenza. La povertà, il degrado e le malattie infettive, falcidiano ogni possibilità di sviluppo e – trattandosi di comunità dedite alla pastorizia – l’endemica siccità dà il colpo di grazia al già deprimente scenario.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Aggiornamento:
A dimostrazione di quanto possa rivelarsi precaria l’attendibilità delle informazioni rilasciate dalle autorità locali in Kenya, il Daily Nation di ieri (9 maggio) riporta una nuova asserzione del deputato Dido Ali Raso, che – contraddicendo quanto affermato dal Chief di Forolle – sostiene che le undici vittime keniane, non erano andate in Etiopia in missione di pace, ma con lo scopo di attaccare i vicini etiopici, che avevano conseguentemente reagito, avendo la meglio nel confronto. Ci auguriamo che nei giorni a venire, la situazione sarà meglio chiarita e l’attribuzione delle rispettive responsabilità, sarà determinata in modo definitivo.