Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi
22 maggio 2019
Per qualche ora si è temuto che Tripoli sarebbe stata strangolata dall’arsura. Una milizia locale, comandata da un signore dalla guerra scatenato, ma poco conosciuto, Khalifa Hanaish, lunedì ha assalito la centrale idrica di Shuwairif, 450 chilometri a sud di Tripoli, costringendo i tecnici, armi in pugno ma senza sparare un colpo, a chiudere le valvole che alimentano l’acquedotto della capitale. Tripoli è rimasta senza acqua per 24 ore.
Tripoli senza acqua per 24 ore
Khalifa Hanaish è uno stretto alleato del potente generale Khalifa Haftar che il 4 aprile scorso ha cominciato una dura offensiva verso Tripoli per rovesciare il governo, riconosciuto dall’ONU, guidato dal primo ministro Fayez Al Serraj. Poiché quella in Libia è una guerra che si combatte sul piano delle propaganda, appena l’acqua ha smesso di scendere dai rubinetti della capitale, l’apparato pubblicitario del governo ha addossato la responsabilità ad Haftar, accusato di voler annientare gli avversari prendendoli per sete. Il generale della Cirenaica ha smentito le accuse, sostenendo di aver immediatamente spedito i suoi uomini alla centrale di Shuwairif per garantire la distribuzione. Fatto sta che poco ore dopo l’acqua ha ricominciato a defluire nelle case di Tripoli. Un portavoce di Haftar ha respinto le accuse: “Credete che vogliamo fare morire di sete la nostra gente? I nostri soldati sono appostati e controllano la periferia di Tripoli. Come pensate che avremmo potuto lasciarli senz’acqua?”
Non è il primo attacco di Khalifa Hanaish per cercare di convincere il governo a rilasciare suo fratello Al Mabruk Hanaish arrestato con l’accusa di appartenere a un gruppo armato. Qualche tempo fa i suoi uomini hanno rapito e tenuto in ostaggio quattro espatriati, un sudcoreano e tre filippini, tecnici che lavoravano in un impianto idrico nel Fezzan (la regione meridionale della Libia). La loro liberazione, avvenuta il 17 maggio, è stata possibile grazie all’intervento del generale Haftar in persona, che ha esercitato forti pressioni sul suo alleato. E così gli ostaggi sono stati consegnati alle autorità degli Emirati Arabi Uniti e immediatamente liberati.
Occorre poi sottolineare che la milizia locale di Brak comandata da Hanaish, assomiglia più a una banda di briganti tagliagole che a un gruppo politico. Prima il suo business era rappresentato dal trasposto di migranti che dal deserto del Fezzan volevano arrivare alle coste del Mediterraneo. Oggi che gli affari si sono assottigliati sono costretti ad arrangiarsi con taglieggiamenti e estorsioni.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni
Antananarivo, 21 maggio 2019
Il cambio di guardia al vertice dell’ufficio anti corruzione del Madagascar sta provocando un terremoto. La nuova dirigenza ha reso pubblici numerosi dossier che gettano luce su reati che riguardano importanti personalità del mondo politico e economico malgascio.
Negli ultimi giorni due notizie sono state riportate in prima pagina sui giornali locali: l’inchiesta contro il personale dell’ambasciata a Washington, in particolare per quanto concerne l’ex ambasciatore Zina Andrianarivelo, e l’indagine contro settantanove deputati, oltre la metà degli onorevoli dell’Assemblea nazionale.
Oltre metà dei deputati malgasci sotto inchiesta
L’ex rappresentante diplomatico di Antananarivo, accreditato a Washington e all’ONU per ben quindici anni è sotto inchiesta per malversazione.
Un’inchiesta dell’FBI del 2011 ha stabilito che la vendita dello stabile dell’ambasciata malgascia a Washington, fruttò dodici milioni di dollari ma ne furono dichiarati solo otto. Quattro milioni sparirono nel nulla. L’indagine, inoltre, aveva portato anche alla chiusura del conto bancario dell’ambasciata stessa da parte dell’autorità giudiziaria USA. A questo episodio si erano poi aggiunte investigazioni sull’uso improprio del parco macchine della rappresentanza malgascia e su contratti di lavoro fittizi di personale che non ha mai lavorato alle dipendenze della delegazione di Washington.
L’ambasciatore Zina Andrianarivelo è già stato silurato lo scorso anno dal Consiglio dei ministri di Antananarivo. Ma era sopravvissuto per ben quindici anni alle dipendenze di quattro diversi regimi diversi.
L’ufficio indipendente anti-corruzione sta inoltre indagando su settantanove deputati, accusati di aver ricevuto ingenti somme di denaro per votare in favore di un progetto di revisione della legge elettorale. Il fatto risale al 2018, poco prima delle elezioni. Se le accuse dovessero essere confermate, gli onorevoli rischiano da due a cinque anni di galera. I loro nomi però sono stati tenuti segreti e neppure la stampa locale ha osato pubblicarli.
Il direttore dell’Ufficio anti-corruzione malgascio, Jean-Louis Andriamifidy, sta indagando su diversi personaggi del mondo politico e finanziario del Paese. La lotta contro la corruzione sta portando i suoi primi frutti, anche grazie alle pressioni della comunità internazionale.
Le operazioni di sminamento a Casamance, Senegal, sono state sospese dallo scorso 14 maggio, dopo il rapimento di cinque artificieri della ONG Humanité et Inclusion (ex-Handicap international).
I cinque impiegati della ONG sarebbero stati sequestrati da due uomini armati nei pressi del villaggio di Bafat, tra Ziguinchor e Sédhiou, mentre erano impegnati nello sminamento in una fitta foresta. Secondo una prima ricostruzione, il fatto si è svolto in modo non violento. I cinque sono stati rilasciati la sera stessa vicino alla frontiera con la Guinea Bissau, dopo essere stati derubati di tutti i loro beni.
Si suppone che i due uomini armati, responsabili del sequestro-lampo, siano ribelli dell’MFDC (Mouvement des forces démocratiques de Casamance), attivo nella regione di Casamance da decenni. Dopo un periodo di calma, attualmente si nota nuovamente una recrudescenza delle violenze, aggressioni e furti a mano armata, che minacciano la sicurezza in questa zona del Senegal.
Ora la ONG sta valutando quando riprendere le operazioni di sminamento. Bisogna prima chiarire se si sia trattato di una “semplice” aggressione da parte di criminali comuni o di un atto di intimidazione da parte dei ribelli. Finora nessuna frangia di MFDC ha rivendicato l’aggressione.
Terreno disseminato di mine anti-uomo a Casamance, Senegal
Bahram Thiam, direttore del Centro nazionale d’azione antimine, ha precisato che il conflitto non è ancora terminato e ha aggiunto: “Non stiamo eseguendo azioni di sminamento post-conflittuali. Ci sono dei rischi legati a questo tipo di lavoro. Il dialogo non si è mai interrotto. Anche noi, come parte esecutiva, siamo in costante contatto con tutte le parti coinvolte”.
Il conflitto è scoppiato nel lontano 1982, quando Casamance ha rivendicato la sua indipendenza. La regione confina a nord con l’enclave del Gambia, mentre a sud con la Guinea Bissau e la Guinea e a est con il Mali. E’ abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.
Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.
Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente gambiano Yahya Jammeh, che ora è in esilio in Guinea Equatoriale.
La popolazione ora è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 maggio 2019
Ieri notte, un gruppo di terroristi ha preso di mira il sud-est del Paese, finora risparmiato dagli attacchi di gruppi armati. Due località, Koury e Boura, nel circondario di Yorosso, nella regione di Sikasso, hanno subito quasi contemporaneamente due aggressioni. Il bilancio è pesante a Koury, dove hanno perso la vita tre gendarmi, due doganieri e due autisti, mentre a Boura, pochi chilometri più in là, i temibili jihadisti sono stati respinti dalle guardie della sottoprefettura. Un solo agente è stato ferito mentre una decina di uomini armati in sella alle loro moto hanno cercato di circondare il cortile della prefettura.
La Missione integrata dell’ONU per la stabilizzazione in Mali (MINUSMA) ha subito due nuovi attacchi. A Timbuctu un casco blu nigeriano è stato ucciso, e un secondo è rimasto ferito durante un aggressione di un gruppo di uomini armati non ancora identificati.
Mentre a Tessalit, nella regione di Kidal, al confine con l’Algeria, tre militari ciadiani di MINUSMA hanno riportato lesioni quando l’automezzo sul quale viaggiavano ha urtato un ordigno esplosivo.
Caschi blu MINUSMA in Mali
Giorni fa hanno perso la vita anche ventotto soldati nigerini nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. La mattina del 14 maggio, una colonna militare delle Forze armate del Niger è stata attaccata da un gruppo di terroristi. Diciassette soldati sono morti sul colpo, altri sei gravemente feriti, mentre undici di loro sono stati inizialmente dati per dispersi; i loro corpi senza vita sono stati ritrovati solamente parecchie ore dopo. Niamey ha inviato immediatamente rinforzi per dare la caccia ai terroristi, che sarebbero fuggiti verso nord, al confine con il Mali.
Barkane, la missione francese presente in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, non ha partecipato alle operazioni per rintracciare i responsabili della carneficina.
Militari delle Forze armate del Niger
La missione MINUSMA ha perso quasi duecento uomini dal 2013. Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo di MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.
Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha espresso preoccupazione per le incessanti aggressioni in Mali e ha precisato che le violenze contro i militari della missione potrebbero essere considerati come crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Guterres ha inoltre chiesto al governo di Bamako di fare il possibile affinchè i responsabili degli attacchi possano essere consegnati quanto prima alla giustizia.
Solo pochi giorni fa hanno perso la vita ventotto soldati nigerini nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. La mattina del 14 maggio, una colonna militare delle Forze armate del Niger è stata attaccata da un gruppo di terroristi. Diciasette soldati sono morti sul colpo, altri sei gravemente feriti, mentre undici di loro sono stati inizialmente dati per dispersi; i loro corpi senza vita sono stati ritrovati solamente ore dopo. Niamey ha inviato immediatamente rinforzi per dare la caccia ai terroristi, che sarebbero fuggiti verso nord, verso il confine con il Mali.
Barkane, la missione francese presente in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, non ha partecipato alle operazioni per rintracciare i responsabili della carneficina.
Una fonte di sicurezza nigerina ha specificato che al momento dell’imboscata, i soldati stavano inseguendo i terroristi, che il 13 maggio avevano attaccato Koutoukalé, prigione di massima sicurezza, a nord della capitale. Secondo Mohamed Bazoum, ministro degli Interni del governo di Bamako, un militare della guardia nazionale avrebbe perso la vita durante l’assalto di un gruppo di una decina di uomini armati. E, sempre secondo il ministro, i terroristi avrebbero approfittato della giornata di mercato per nascondersi tra la popolazione, prima dell’incursione alla prigione. Le forze nigerine hanno prontamente respinto gli aggressori: erano già in stato di allerta, perché avvisati di un possibile attacco dei terroristi.
Dallo scorso 11 aprile risulta disperso Oumarou Roua, consigliere del governo del Niger. Roua si era recato nel nord del Paese, nella regione di Tongo Tongo, dove avrebbe dovuto incontrarsi con un emissario dello stato islamico del grande Sahara (EIGS), per negoziare la liberazione di un operatore umanitario tedesco, dell’organizzazione non governativa tedesca “Help” con sede a Bonn, rapito nell’aprile del 2018 ad Ayourou, venticinque chilometri a sud di Inatès, poco distante dal confine con il Mali.
Kiro (il sopranome di Roua), si è recato all’appuntamento accompagnato dall’autista e un rappresentante della missione Haute autorité à la consolidation de la paix, che, dopo essere stato torturato, è riuscito a liberarsi cinque giorni più tardi. Il funzionario ha poi affermato che Kiro sarebbe stato ucciso, mentre l’autista, che ha fatto ritorno dalla prigionia solo dopo una settimana, ha detto che il consigliere sarebbe ancora in vita, ma di non averlo più visto dopo l’11 aprile. Un vero e proprio giallo. Un dirigente nigerino ha fatto sapere che molto probabilmente la negoziazione per la liberazione del tedesco sarebbe stato solamente un tranello. Infatti Roua non godeva della stima dei jihadisti, in quanto sarebbe sempre stato in contatto con i francesi e inoltre avrebbe cercato di scoraggiare i giovani fulani dall’arruolarsi nei ranghi del gruppo dell’EIGS.
Lunedì scorso, solo un giorno dopo l’uccisione di un sacerdote e di alcuni partecipanti alla celebrazione domenicale, sono stati brutalmente ammazzati altri fedeli cattolici durante una processione a Zimtenga, nel nord del Burkina Faso. I terroristi hanno intercettato il corteo, uccidendo quattro dei partecipanti e bruciato la statua della Madonna.
Venerdì scorso, invece, è stato pugnalato a morte il salesiano spagnolo, Fernando Fernández, nel centro studi don Bosco a Bobo-Dioulasso, città nel nord-est del Paese, mentre un suo confratello, Germain Plakoo-Mlapa, un sacerdote togolese e direttore del centro, è stato ferito. Secondo quanto riportano fonti vaticane, questa volta il folle gesto non sarebbe opera dei terroristi, ma si tratterebbe della vendetta di un anziano cuoco, licenziato due mesi fa.
L’Unione Europea è fortemente preoccupata per l’attuale recrudescenza delle violenze nel Burkina Faso e in tutto il Sahel. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UEe per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza, durante un meeting con i ministri degli Esteri della regione, ha fatto sapere che la situazione è davvero paradossale: la sicurezza nel Sahel sta precipitando pericolosamente, malgrado gli sforzi messi in campo in favore degli Stati del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Niger e Mali).
In risposta alla Mogherini, Tiébilé Dramé, ministro degli Esteri del Mali, ha chiesto un’accelerazione delle procedure, una mobilitazione internazionale contro la minaccia terrorista.
Molte sono ancora le questioni aperte per quanto concerne il contingente FC G5 Sahel, incaricato di contrastare il terrorismo nella regione. La multiforza africana è co-finanziata dall’Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, oltre che dai cinque Stati africani del G5. Purtroppo stenta a decollare anche per mancanza di fondi. Infatti non tutti i finanziamenti promessi finora sono stati elargiti.
I militari della FC G5 Sahel dovrebbero intervenire nelle zone di maggior rischio nei vari territori, ma finora i loro interventi sono stati limitati. Infatti, dopo l’attacco alla base del contingente nel giugno 2018, le operazioni sono state interrotte fino all’inizio di quest’anno. Ora la forza tutta africana è attiva al settantacinque per cento delle sue capacità.
E proprio a causa della sicurezza precaria nel Sahel, a tutt’oggi sono ancora chiuse oltre duemila scuole. Ai piccoli viene così negato il diritto allo studio, base fondamentale per un futuro migliore.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 19 maggio 2019
Ieri pomeriggio, in una Firenze piovosa, si sono svolti i funerali di David Solazzo, giovane agronomo fiorentino morto a Capo Verde, in circostanze poco chiare.
I risultati della seconda autopsia, effettuata al policlinico Gemelli a Roma, confermano il decesso per dissanguamento. Lo stesso risultato del primo esame autoptico eseguito a Capo Verde.
David Solazzo, agronomo fiorentino morto a Capo Verde (Courtesy COSPE)
La conferma è arrivata attraverso il legale della famiglia, Giovanni Conticelli. Sull’avanbraccio destro del cooperante, vicino al gomito, il medico legale ha trovato tre profondi tagli compatibili con la rottura del vetro infranto di casa sua. Ma, secondo il medico, potrebbero essere stati causati anche da altri strumenti da taglio.
La famiglia di David non crede all’ipotesi dell’incidente domestico dichiarata dagli inquirenti di Capo Verde e resta determinata ad andare avanti. Rimangono molti dubbi sulla dinamica di quello che le autorità capoverdiane hanno definito “incidente” che ne ha causato la morte per dissanguamento. Secondo l’avvocato Conticelli l’unica cosa che si può escludere è l’omicidio diretto del giovane ma mancano molte spiegazioni sulla dinamica.
David Solazzo, agronomo fiorentino morto a Capo Verde (Courtesy COSPE)
Sarebbero emersi elementi oggettivi che portano a pensare che nell’appartamento del giovane agronomo ci sarebbero state altre persone. Lo dimostra il fatto che sulle maniglie delle porte non c’era sangue che invece è stato trovato in diversi punti all’interno dell’appartamento.
Secondo il legale di famiglia potrebbe essere stato un ladro o qualcuno con il quale ha discusso in modo animato. Una collutazione potrebbe essere la ragione degli altri tagli superficiali sul corpo e varie lesioni sulle ginocchia. ”Abbiamo saputo anche che non è stata fatta intervenire la polizia scientifica”, ha dichiarato Conticelli a RaiNews24.
Inoltre, dai rilievi effettuati nell’appartamento potrebbero emergere informazioni preziose, anche provenienti dal cellulare che per il momento è in mano degli inquirenti a Capo Verde.
La porta della casa di David Solazzo a Capo Verde
Sulla verifica di questi ultimi indizi potrebbero venir fuori nuove prove che escludono l’incidente. La famiglia Solazzo, spera che l’inchiesta per omicidio aperta della Procura di romana continui. Potrebbe smentire l’ipotesi della disgrazia.
David, 31 anni, era a Capo Verde, nell’Isola di Fogo con l’ong fiorentina COSPE per lavorare come agronomo nel progetto Rodas de Fogo, finanziato dall’Unione Europea. Il giovane il primo maggio è stato trovato morto in casa in una pozza di sangue.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 19 maggio 2019
Le celebrazioni pasquali coincidevano con il suo centesimo compleanno e Sheikh Osman Sharubutu, autorevole capo Imam del Ghana, ha voluto festeggiarlo in un modo davvero singolare: nel generale stupore, sia della comunità islamica, sia di quella cristiana, si è presentato presso la Chiesa Cattolica di Cristo Re, ad Accra, dove ha assistito alla messa celebrata da padre Andrew Campbell, un sacerdote di origine irlandese. Il venerando Imam, nonostante l’età avanzata, è lucidissimo, legge senza uso di lenti ed è in perfetto controllo delle proprie facoltà mentali per esprimere valutazioni e giudizi.
Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu
La professione della fede islamica, in Ghana, è minoritaria rispetto a quella cristiana e l’iniziativa dell’eclettico Imam non è piaciuta agli ambienti più ortodossi che hanno giudicato oltraggioso il fatto che un’alta autorità dell’Islam offendesse i precetti coranici, pregando insieme a degli infedeli, nel loro tempio, ma l’Imam ha subito precisato che non si è recato in quel tempio per pregare secondo il rito cattolico, ma solo per assistere al suo svolgimento come profferta di pace e di solidarietà, verso i duecentocinquanta “fratelli cristiani”, brutalmente uccisi nel recente attacco terroristico in Sri Lanka.
Il capo Imam del Ghana con Padre Andrew Campbell, dopo la celebrazione della messa pasquale ad Accra
“Allah, vuole armonia e pace – ha detto Osman Sharubutu – che possono essere conseguite solo attraverso la reciproca tolleranza tra cristiani e islamici”. La decisione di partecipare a uno dei più significativi eventi della cristianità, ha fatto definire la sua scelta, dai media locali e internazionali, come una “vivida luce di speranza, nelle tenebre dell’incomprensione e dell’odio”. In un’intervista rilasciata alla BBC, Aremeyao Shaibu, portavoce ufficiale dell’Imam, ha detto: “Con questo gesto, il venerabile Sheikh Osman Sharubutu, ha voluto cancellare l’immagine di una religione islamica, votata al conflitto e all’intolleranza, per restituirla ai suoi valori fondanti di solidarietà, di pace e di amore”.
La Chiesa Cattolica del Cristo Re di Accra, dove si è svolto il servizio pasquale cui ha partecipato l’Imam ghanese
Questi concetti, l’Imam Sharubutu, non li limita al mero valore delle parole, ma li attua pienamente nel suo stile di vita. Il cancello della sua modesta dimora, nel povero quartiere di Fadama, alla periferia di Accra, è sempre aperto a chiunque abbia bisogno di assistenza. La sua fontanella offre liberamente acqua potabile a tutti e la sera, viene anche servito cibo gratuito a chi non ha i mezzi per procurarselo. Considerando l’istruzione, un importante strumento per l’emancipazione, morale e sociale, l’Imam Sharubuto, ha sostenuto centinaia di giovani ghanesi nei loro studi in patria e all’estero, favorendo così la creazione di una futura classe dirigente in grado di sostenere il Paese nei suoi progetti mirati alla giustizia sociale e allo sviluppo economico.
Il Capo Imam del Ghana, Sheikh Osman Sharubutu, con il vescovo cattolico di Accra, Monsignor Charles Gabriel Palmer-Buckle
La comunità islamica del Ghana, rappresenta solo il 18 per cento dell’intera popolazione, ma non sono solo gli islamici a pregare affinché il capo Imam Sheikh Osman Sharubutu, possa vivere ancora a lungo. Per tutto il popolo ghanese, la sua figura – che ha più volte interloquito con le autorità politiche per riportare la pace là dove questa appariva a rischio – è un simbolo di pace e di stabilità nazionale che lo rende simile a un Ghandi africano. Con alcuni dissennati Imam che in varie moschee del mondo incitano i loro proseliti all’odio e allo sterminio, è naturale che ci sia apprensione su chi potrà succedere a questo venerando e saggio uomo di Allah, nel proseguire il suo stupefacente ministero.
La croce in pietra portoghese di Cape Cross tornerà in Nambia il prossimo agosto. Lo ha annunciato un portavoce del Museo di Storia Tedesca (Deutsches Historisches Museum) di Berlino.
Cape Cross, Namibia
Il monumento del XV secolo era posizionato a Cape Cross, un promontorio sulla costa atlantica della Namibia, per guidare gli esploratori portoghesi. Nel 1876, durante il periodo coloniale tedesco, la croce in pietra era stata portata in Germania. Il governo di Windhoek nel 2017 aveva fatto formale richiesta a Berlino per la restituzione dell’opera.
Monika Grütters, ministro tedesco per i beni culturali tedesco ha sottolineato che la restituzione della croce in pietra di Cape Cross è un segnale che la Germania riconosce il suo passato coloniale e che desidera costruire un rapporto di reciproco rispetto con i Paesi che aveva amministrato. Il ministro ha aggiunto che le ingiustizie commesse all’epoca sono state dimenticate e rimosse per troppo tempo.
In effetti, la restituzione della croce è un gesto significativo e permette ai due Stati di intensificare le loro relazioni, visto che già da diversi anni i due Paesi hanno avviato negoziati perché Berlino riconosca il genocidio commesso da tedeschi nei confronti dei nama e herero. Le due etnie hanno chiesto alla Germania non solo il riconoscimento ufficiale per gli orrori commessi, ma pretendono anche un copioso risarcimento.
Alla fine dell’ottocento La Namibia è diventata colonia della Germania. I soldati tedeschi e i coloni sequestrarono le terre e il bestiame delle popolazioni locali, per non parlare delle violenze razziali, stupri e omicidi contro loro, riducendo anche in stato di schiavitù molti uomini e donne. Parecchi abitanti del posto si indebitarono con gli europei, facendosi prestare soldi a interessi altissimi: nella maggior parte dei casi non riuscivano a onorare il debito, con conseguente confisca di terre e animali, oltre a quelle arbitrali commessi dai soldati tedeschi.
Nel 1885 gli herero firmarono diversi trattati con la Germania per garantirsi protezione. Ma gli accordi furono sistematicamente violati dai militari tedeschi. Stanchi delle continue vessazioni, nel 1904 gli herero si ribellarono, un anno dopo si aggiunsero anche i Nama. In un attacco a sorpresa uccisero oltre cento coloni tedeschi. Il 2 ottobre dello stesso anno il generale tedesco Lothar von Trotha firmò l’ordine di annientamento (Vernichtungsbefehl) nei confronti dei guerrieri herero, le loro donne e i loro bambini, esteso in seguito ai nama. Ebbe così inizio quello che è stato definito il “primo genocidio del XX secolo” .
Herero e nama, Namibia, durante il periodo coloniale tedesco
Colpevoli di essere insorti, gli herero furono uccisi sistematicamente dai militari tedeschi e spinti nel deserto dell’Omaheke, al confine con l’attuale Botswana, dove molti morirono di stenti. I sopravvissuti furono internati in campi di concentramento e condannati ai lavori forzati. Si stima che durante la repressione tedesca morirono l’ottanta per cento degli herero e il cinquanta per cento dei nama.
Speciale per Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi
17 maggio 2019
Sono quasi sei mesi che Silvia Romano è stata rapita a Chakama e di lei non si sa più nulla. Notizie provenienti da sciacalli sono state diffuse senza alcuna verifica. Comportamenti sciagurati che hanno fatto traballare le speranze della famiglia, madre, padre e sorella, oscillate tra speranze di rivedere Silvia viva e vegeta e terrore di non poterla rivedere mai più.
Ora si apre uno spiraglio, che fa un po’ sperare in una soluzione del grave episodio criminale. La ragazza milanese potrebbe essere stata testimone di un episodio di violenza e qualcuno avrebbe potuto farla rapire per evitare le gravi conseguenze provocate da una sua possibile denuncia.
Silvia Romano con uno dei bambini di cui si prendeva cura
Ma Silvia ha scritto tutto in un suo memoriale. E’ bene che resti in vita perché un eventuale suo omicidio su commissione potrebbe avere effetti ancora più gravi e devastanti per i mandanti del suo rapimento.
Nei mesi scorsi più volte sono state messe in giro notizie inventate secondo cui la giovane milanese sarebbe stata portata dai suoi rapitori in Somalia. Il contesto somalo è complicato e difficile, ma nell’ex colonia italiana – dove tutto è distrutto (Mogadiscio è ridotta a un cumulo di macerie), gli attentati sono continui, ci si muove solo con una buona scorta armata facendo attenzione ai banditi e alle gang di tagliagole islamici, dove la vita non vale niente e si può essere ammazzati per una bottiglietta di Coca Cola – una cosa funziona a dovere: le telecomunicazioni. Non è quindi difficile parlare con qualche leader governativo, qualche signore della guerra o addirittura qualche capo islamico (c’è perfino qualcuno che incarna tutte e tre le figura assieme). Bene, un’indagine in proposito porta a una sola conclusione: Silvia Romano non è mai stata portata in Somalia.
Per parlare invece di Chakama, occorre conoscere il contesto del villaggio in cui il 20 novembre dell’anno scorso Silvia è stata portata via da un commando armato. “Si tratta di un territorio completamente a economia rurale lontano dalle vie di comunicazione – spiega qualcuno che conosce molto bene la zona ma che non vuole sia reso pubblico il suo nome -. E’ un grande comprensorio che abbraccia 17 villaggi e sotto villaggi (da noi si parlerebbe di frazioni, n.d.r.), anche in Kenya piuttosto sconosciuto. A Chakama occorre andare apposta, non è un punto di passaggio, dove si capita per caso. E’ lontano da tutto, non arrivano i giornali, non si riesce a captare neppure la radio. Non ci sono negozi se non piccole botteghe, si vive di agricoltura e si campa ancora con il baratto. Non si vedono facce estranee e i pochi forestieri che arrivano vengono immediatamente notati dai locali. Insomma un modus vivendi senza alcuna relazione con il terrorismo organizzato. Quando è stata rapita, Silvia è stata caricata in spalla e portata verso il fiume, piuttosto che su un mezzo verso la strada più comoda e agibile”.
Uno scenario che apre numerose ipotesi ma che lascia anche spazio a parecchie domande. Per esempio, nessuno conosce le ultime telefonate di Silvia perché non si sa dove sia finito il suo telefono che era rimasto nella sua stanzetta di Chakama al momento del suo rapimento. E’ rimasto spento e bloccato per 40 giorni, poi qualcuno l’ha acceso e i messaggi whatsapp che le erano stati indirizzati sono stati ricevuti. Quindi il cellulare è rimasto inattivo ed è rimasto così per settimane.
Altro mistero: che fine ha fatto la scheda telefonica italiana di Silvia. Non era installata su nessun telefono perché lei in Kenya non la utilizzava. Riposta da qualche parte in camera sua nel villaggio dove soggiornava, è sparita.
Gli inquirenti italiani si sono recati in Kenya e a Nairobi, la capitale dell’ex colonia britannica, hanno avuto colloqui con i loro omologhi locali. Si è discusso delle indagini senza grande soddisfazione. Gli inquirenti kenioti mostrano una sorta di reticenza a parlare della vicenda di Silvia Romano. Perché? Hanno commesso qualche errore nelle ricerche? Hanno battuto realmente tutte le strade? Oppure, ipotesi inquietante: è coinvolto qualche pezzo grosso? Il Paese non è certamente un esempio di trasparenza, ma di solito su queste cose, da qualche anno, si mostra assai collaborativo con i nostri investigatori. Proprio qualche mese fa dalle parti di Malindi sono stati arrestati alcuni italiani che dovevano sanare i loro conti con la giustizia del nostro Paese. Forse qualche forte pressione diplomatica potrebbe portare a una chiara definizione della questione e non è detto che la ragazza non potrebbe tornare finalmente a casa. Perché nessuno ha pensato di stanziare una ricompensa seria (non i risibili 8 mila euro messi a disposizione delle autorità keniote) per chi darà notizie certe sulla sorte di Silvia?
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Una giovane sudafricana, Saray Khumalo, conquista l’Everest. La Khumalo, dopo tre tentativi falliti, entrerà così nella storia come prima donna nera che è riuscita a toccare il punto più alto del mondo.
La Khumalo vive a Johannesburg, è mamma di due maschietti e è una top manager di uno degli istituti finanziari più prestigiosi del Sudafrica. In passato ha scalato altre montagne di tutto rispetto, come il Kilimanjaro (5 896m) in Tanzania (2012), Mera Peak (6 476m) in Nepal (2014), Lobuche East (6 119m) sempre in Nepal (2014), l’Elbrus (5 642m) in Russia (2014) e l’Aconcagua (6 980m) in Argentina (2015).
Saray Khumalo che questa mattina ha conquistato la vetta più alta dell’Everest
Saray ha provato già altre tre volte a raggiungere la prestigiosa vetta. Nel 2014 è arrivata fino al campo base, ma non ha potuto procedere a causa di una valanga che ha travolto sedici sherpa. L’anno seguente la spedizione è stata bloccata al campo 2 per un terremoto. Mentre nel 2017, a novantanove metri dalla vetta si è infortunata per il maltempo. E’ stata portata a valle da un elicottero. Oggi finalmente la sua perseveranza e grinta è stata premiata.
Grazie alle sue ardue e coraggiose imprese, la scalatrice è riuscita a raccogliere fondi da molti sponsor e privati, che ha utilizzato per realizzare biblioteche per bambini nel suo Paese.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano,15 maggio 2019
Un’ex fotomodella romana della Nigeria; una poliziotta nigeriana di Fidenza; una soldatessa modenese del Sudan, una friulana ex calciatrice cresciuta a Laguna Beach (California). Questo il quartetto azzurro-colorato che ha scritto una pagina di storia dell’atletica femminile.
Maria Benedicta Chigbolu, 29 anni, Ayomide Folorunso, 23, Raphaela Lukudo, 25, Giancarla Dimich Trevisan, 26, pochi giorni fa (il 12 maggio per la precisione) a Yokohama, in Giappone, ai Mondiali di staffette, hanno conquistato nella 4×400 una medaglia da tutti definita storica.
Il quartetto, piazzandosi al terzo posto in finale con il tempo di 3’27″74, preceduto soltanto da Polonia (3’27″49) e Stati Uniti (3’27″65), ha ottenuto il miglior tempo stagionale. L’Italia non era mai salita sul podio in questa manifestazione (la IAAF World RELAYS) giunta quasi ignorata alla quarta edizione e con questa medaglia di bronzo ha guadagnato l’accesso ai Mondiali di atletica di Doha (27 settembre-6 ottobre). Un evento avvenuto senza polemiche, per fortuna. Forse sintomo dì normalità della diversità in un’Italia avvelenata dall’intolleranza? Facciamo un salto indietro, alla fine di giugno 2018.
Le ragazze italiane che hanno vinto il bronzo nella 4 x 400 ai mondiali in Giappone
Voliamo da Yokohama a Tarragona, in Spagna. Ai giochi del Mediterraneo il medesimo quartetto, quasi nella stessa formazione, vinse la medaglia d’oro.
Quel successo fu definito la risposta al raduno leghista che si svolgeva domenica 1 luglio, a Pontida. “Prime le italiane”, “Realtà 1 vs Pontida 0”, “ciaone Salvini”, furono i beffardi e polemici commenti su social.
Questa volta, no. Nessuno, giustamente, ha sottolineato il colore o l’origine di tre delle quattro atlete. Il Messaggero – più che giustamente – parlando di Maria Benedicta Chigbolu la definisce atleta reatina, perché vive e si allena a Rieti sotto la guida di Maria Chiara Milardi, che segue anche il suo fidanzato, il quattrocentista della Nazionale Matteo Galvan.
In realtà, Benedicta, seconda di 6 figli, è nata a Roma nel quartiere Torrevecchia (il suo accento è inconfondibilmente romanesco) da mamma italiana, Paola, insegnante di religione, e papà nigeriano, Augustine, consulente internazionale. Suo nonno, Julius , è stato una celebrità nel suo Paese nel salto in alto: giunse in finale alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956.
Benedicta, che corre per l’Esercito, ha fatto anche la modella e si è laureata in Scienze dell’educazione (sogna di aprire un asilo nido). Nel 2016, per meriti sportivi il comune di Cercemaggiore (Campobasso) le conferì la cittadinanza onoraria. Questo perché a Cercemaggiore, simpaticamente autodefinitosi paese di vino e di briganti, era nato suo nonno materno e Benedicta vi trascorre le vacanze.
Anche Ayomide Folorunso, Ayo per gli amici, nata da una famiglia originaria del Sud-Ovest della Nigeria (Abeokuta) nel 1996, non è stata ricordata per le sue origini né come icona anti-Pontida. Dal 2004 vive a Fidenza (Parma) con la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario. È diventata italiana nel 2013 e nel giugno 2015 è stata arruolata nelle Fiamme Oro della Polizia, proveniente dal Cus Parma e – come avevamo scritto lo scorso anno – studia Medicina perché mira a diventare pediatra e dedicarsi alla cura dei piccoli.
Anche Rapahela Bohaeng Lukudo gareggia da 4 anni per l’Esercito: si allena nel centro sportivo della Cecchignola. È nata ad Aversa (Caserta) da genitori sudanesi ma – come ricorda il sito della Federazione italiana di Atletica leggera – “quando “Raffaella” aveva appena due anni, la famiglia si trasferì a Modena e nel 2011 per un paio di anni nei pressi di Londra, rientrando poi in Italia. Studia scienze motorie ma ha frequentato l’istituto d’arte, conservando la passione per disegno e foto”.
Per assurdo quella che ha suscitato una certa curiosità è stata proprio la più….italiana di tutte (almeno nel nome): Giancarla Dimich Trevisan. Il nonno era, infatti, puro friulano, di San Vito al Tagliamento, la nonna toscana di Lucca. Si erano trasferiti oltreoceano a Des Moines (Iowa) dove è nato il papà di “Gia”, architetto, che poi si è spostato in California del Sud per lavoro. Il primo sport di Giancarla è stato il calcio nel ruolo di attaccante, ma per un infortunio al ginocchio ha deciso di passare all’atletica. Ora vive a Los Angeles con il marito Corey Butler, sposato nel 2018. Ha studiato psicologia e management dello sport. Nel tempo libero ama dipingere ma senza trascurare (e come poteva essere diversamente nel mare per eccellenza dei surfisti?) il windsurf.
Ecco, in queste quattro maglie azzurre sono racchiusi un mondo e la nuova Italia pronte a regalare ancora sorrisi e soddisfazioni arcobaleno all’Atletica italiana.
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