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Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

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Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

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Le calciatrici del Gabon molestate perchè hanno preso troppi goal

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 30 maggio 2019

Sventurate giovani calciatrici del Gabon. Massacrate in campo a suon di goal dalle avversarie , maltrattate e perfino violentate fuori campo dai loro dirigenti . Tutto perché di reti ne avevano incassate troppe: 44 in 5 partite.

Nella prima (8 maggio) avevano perso per 7- 0 contro le ragazze di Haiti; nella seconda (10 maggio) per 11-0 contro il Giappone; nella terza (13 maggio) era andata meglio contro la Francia: 6-0; ma due giorni dopo erano ricadute in basso nella sfida con la Corea del Nord:10-0.

Giocatrici del Gabon al Sud Ladies Cup in Provenza, Francia

E il 18 maggio avevano finito ingloriosamente con un altro 10-0 ad opera delle rivali messicane.
Questa disfatta calcistica è avvenuta in Provenza, nel sud della Francia, in occasione della seconda edizione della “Sud ladies cup”, un torneo femminile per under 19 (vinto dalla Corea del Nord).

Uno smacco sportivo pagato a carissimo prezzo dalle povere ragazze del Gabon, secondo quanto hanno denunciato al giornalista Freddhy Koula una volta tornate in patria , a Libreville, mercoledì 22 maggio scorso, dopo 3 settimane di lontananza dai propri cari.

La débacle della giovane nazionale femminile ha offerto il destro – secondo le accuse – a qualcuno per sfogare il più becero e violento machismo.
“Siamo state segregate e trattate come bestie da parte di alcuni responsabili della squadra – hanno denunciato le calciatrici, pur terrorizzate da minacce di rappresaglie – Siamo state costrette a dormire su materassi per terra in una stanza di un albergo di infima categoria, dopo che ci avevano sequestrato telefoni, per non comunicare con i nostri familiari, e i passaporti per non scappare; poi siamo state vittime di insulti, palpeggiamenti e violenze sessuali vere e proprie”.

In effetti video e foto circolati sui social mostrano le sfortunate calciatrici ammassate in una squallida stanza di un motel, su materassi buttati sul pavimento.
“È vero che in campo non siamo state all’altezza di quanto ci si aspettava da noi – hanno aggiunto – e non solo per colpa nostra, ma questo li autorizzava a farci vivere un simile calvario?”.

Al danno si è aggiunta pure la beffa: le atlete non avrebbero ricevuto neppure un franco in tutto questo periodo. Al punto che per rientrare a casa, una volta tornate in Gabon, hanno dovuto inscenare una manifestazione di protesta davanti alla sede della Federazione calcistica, a Libreville. Alla fine sono riuscite a ottenere 60 mila franchi (un centinaio di euro) per comprarsi cibo e pagarsi il viaggio per riabbracciare i propri cari.

Alain-Claude Bilie-By-Nze, ministro dello Sport gabonese

L’eco di questa denuncia è stata talmente forte che il ministro degli Sport del Gabon, Alain-Claude Bilie-By-Nze, venerdì 24 maggio ha informato l’autorità giudiziaria per l’apertura di un’inchiesta e, a sua volta, ha disposto un’indagine amministrativa.

“I fatti raccontati sono talmente gravi – ha tuonato il ministro – da spingermi a prendere direttamente sotto controllo la Federazione calcistica gabonese (Fegafoot) e a coinvolgere il Procuratore della Repubblica perché punisca gli eventuali responsabili. Io sono impegnato a che lo sport sia un elemento di arricchimento della persona, di coesione e di unità nazionale. Le molestie sessuali, le violenze psicologiche o le pressioni qualsiasi tipo non posso prosperare nello sport”
.
En passant – e solo come dato cronistico – ricordiamo che Alain-Claude Bilie- By-NZe, 62 anni, è un personaggio molto noto in Gabon per il suo passato di sindacalista studentesco, di politico e per due singolari incidenti: uno giudiziario e l’altro di… corna.

Nel gennaio 2018, dopo aver lasciato da pochi giorni la carica di ministro dei Trasporti, fu arrestato per l’emissione di un assegno a vuoto e condannato a un mese di prigione e a un milione di franchi di ammenda (poco più di 1500 euro). Nel 2015, invece, fu accusato da un uomo d affari franco-beninese di essere stato sorpreso con la (di lui) moglie in camera da letto (sempre di lui). Non solo: Alain-Claude avrebbe tentato di far assumere la medesima signora, denominata dai media locali “sua amante” al ministero della Comunicazione. Tutto il mondo è paese, ovvero niente di nuovo sotto il sole.

Queste vicende, comunque, non hanno stroncato la carriera di Alain-Claude, che nel dicembre scorso è stato chiamato dal nuovo primo ministro  a dirigere il dicastero degli Sport.

Ma torniamo alle nostre sfortunate atlete, meglio note in Gabon come Pantere calcistiche.
A parte le inchieste per accertare la veridicità dell’accaduto ed eventuali responsabilità civili e penali, il caso delle Pantere ferite e non solo nell’onore, ha suscitato profondo sdegno nella popolazione.

Valga per tutte la reazione su Gabon review.com di un cittadino comune,che si firma Mbadinga: “Sarebbe ora di fare un repulisti nelle scuderie del calcio gabonese. I comportamenti deviati e abietti sono una pratica ormai decennale. Gli abusi sessuali devono essere banditi dal mondo dello sport”. E non solo da quel mondo.

Costantino  Muscau
@muskost@gmail.com

Gambia, volevano restaurare il dittatore: condannati otto ex militari

Africa ExPress
Banjul, 29 maggio 2019

Otto ex militari sono stati condannati dalla corte marziale gambiana per aver complottato contro l’attuale presidente, Adama Barrow nel 2017. Gli accusati avrebbero sostenuto il predecessore di Barrowe, Yahya Jammeh, attualmente in esilio in Guinea Equatoriale.

Jammeh, che è stato al potere per oltre ventidue anni nell’ex colonia britannica, un’enclave anglofona all’interno del Senegal francofono, ha perso le elezioni alla fine del 2016. Ha dovuto lasciare il Paese nel gennaio 2017 sotto le pressioni della comunità internazionale e solo dopo aver svuotato le casse del governo.

Yahya Jammeh a destra, e Adama Barrow

Ovviamente i cospiratori si sono dichiarati non colpevoli, ma sono stati ritenuti ugualmente rei di ben di nove capi accusatori, tra gli altri,  tradimento, cospirazione per aver detenuto ex ministri e ufficiali militari, per aver attaccato le forze internazionali, intervenuti in Gambia per ristabilire l’ordine nel Paese dopo la partenza dell’ex dittatore. L’Economic Community of West African States (ECOWAS), era intervenuta in Gambia all’inizio del 2017 con l’Operazione “Restore Democracy”.

Sette dei militari sono stati condannati a nove anni di detenzione, mentre l’ottavo a tre. Tutti erano rimasti in contatti con Jammeh via whatsapp, che, pur essendo in esilio, dettava ordini come e dove attaccare le truppe nelle zone ancora leali al dittatore. Come, per esempio, la regione natale dell’ex presidente Yahya Jammeh.

Gruppi per la difesa dei diritti umani e l’attuale governo hanno affermato che durante il regime di Jammeh siano stati calpestati i diritti fondamentali civili e umani e inoltre hanno accusato il tiranno di frode, addebiti che l’ancien regime nega categoricamente.

Africa ExPress
@africexp

Le truppe senegalesi di ECOWAS restano per altri sei mesi in Gambia

Gambia, la difficile via verso lo Stato di diritto con la pesante eredità di Jammeh

Ebola continua a mietere vittime in Congo-K: morti sono quasi 1300

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 maggio 2019

Quando è ricomparso il virus ebola il 1° agosto 2018 nel Nord-Kivu e a Ituri, due province nella Repubblica Democratica del Congo, i più erano convinti che sarebbe stato debellato presto, ma così non è stato. La lotta contro la febbre emorragica è complessa per le continue aggressioni da parte di vari gruppi armati nell’area e per l’ostruzionismo di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale rilasciato il 26 maggio 2019, contagiate da ebola, sono morte 1277  persone, 1912 sono state infettate dal virus e 496 sono guarite.

Ebola in Congo-K

Un operatore sanitario dell’equipe per la prevenzione della malattia infettiva è deceduto domenica durante il trasporto in ospedale dopo un’aggressione da parte di alcuni residenti del villaggio di Vusahiro, nel Nord-Kivu. Il centro è stato saccheggiato e tre case sono state incendiate. Durante la notte tra sabato e domenica nella zona di Butembo un altro ambulatorio è stato distrutto da sconosciuti.

Nel suo ultimo rapporto del 25 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha precisato che gli operatori sanitari, responsabili locali per l’igiene pubblica, membri delle comunità che collaborano per arginare la propagazione del virus ebola, subiscono di continuo intimidazioni da vari gruppi armati. Di conseguenza in alcune aree gli addetti ai lavori non possono intervenire. A Beni e Lubero alcune infermiere e medici hanno persino dovuto lasciare le loro case e traslocare con le famiglie in altre zone per le continue minacce di morte.

Per dare risposte concrete alla lotta contro la febbre emorragica, è stato nominato come vice-rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU nell’ex colonia belga, David Gressly con il compito di coordinatore per gli interventi d’urgenza del Palazzo di Vetro nelle zone colpite dalla letale malattia. Gressley dovrà affrontare parecchi problemi, come migliorare la questione securezza e il clima politico affinchè la lotta contro l’ebola possa essere più rapida e efficace. “Finora la costante insicurezza e le manifestazioni politiche hanno reso molto difficile il nostro compito. Non possiamo assolutamente perdere altro tempo se vogliamo annientare la malattia”,  ha dichiarato il nuovo coordinatore.

Attacchi ai centri di ebola in Congo-K

In occasione della settantaduesima assemblea dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione, ha sottolineato che per combattere il nemico pubblico numero uno bisogna essere uniti: il governo di Kinshasa, l’opposizione, le persone sul campo devono collaborare tutti insieme per sconfiggere la malattia.

Intanto il governo congolese ha fatto sapere che in dieci mesi si sono verificati ben centotrentadue aggressioni contro le equipe sanitarie. Attacchi che sono costati la vita a quattro persone e trentotto feriti tra personale e pazienti. Inoltre, il personale addetto alla cura dell’ebola è particolarmente esposto al contagio; dal 1° agosto ad oggi sono morti oltre trenta operatori del settore infettati dal virus killer.

In Congo-K ci sono state dieci epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 maggio 2019

“Ho deciso che l’accusato, il signor Manuel Chang, sarà estradato in Mozambico per essere processato per i suoi presunti crimini”. Queste le parole scritte in una nota da Michael Masutha, ministro della Giustizia del Sudafrica.

In questo modo Masutha ha liquidato il problema dell’ex ministro delle Finanze mozambicano, arrestato dall’Interpol lo scorso 29 dicembre all’aeroporto di Johannesburg su richiesta USA.

L'ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg
L’ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg

Dopo l’arresto gli Stati Uniti ne hanno richiesto l’estradizione, per poterlo processare su crimini riguardanti la legislazione americana. Poche settimane dopo, anche il Mozambico ha richiesto a Pretoria la consegna del suo ex ministro.

Nonostante la domanda della magistratura americana sia arrivata prima, il ministro Masutha ha deciso di soddisfare la richiesta di Maputo. Lo ha fatto dopo aver considerato la questione nel contesto globale affermando che “…l’interesse giudiziario sarà meglio servito aderendo alla richiesta della Repubblica del Mozambico”.

In Mozambico c’è chi insinua, che l’African National Congress (ANC) e partito FRELIMO, al potere rispettivamente in Sudafrica e Mozambico, si stiano supportando a vicenda.

Ma la questione è un’altra. Dagli USA Chang è accusato di frode elettronica, frode di titoli, corruzione e riciclaggio di denaro a danno dei cittadini statunitensi. Secondo gli analisti un processo all’ex ministro in USA potrebbe portare alla luce dettagli sulle implicazioni di membri anziani del partito al potere.

Dal suo Paese invece l’ex ministro sarebbe accusato di aver firmato illegalmente la garanzia del prestito per il Credit Suisse di 1,9 miliardi di euro.

Inutile dire che la decisione di Michael Masutha non è piaciuta per niente agli Stati Uniti che attraverso l’ambasciata a Pretoria hanno espresso “grande disappunto”.

Il prestito, che sarebbe dovuto servire per l’ampliamento di una flotta di imbarcazioni della Ematum per la pesca del tonno, è stato utilizzato per l’acquisto di navi militari. Nelle tasche di Manuel Chang e di altre quattro persone è finito il 10 per cento del totale (190 milioni di euro).

Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo
Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo

Difficile pensare che l’attuale governo mozambicano del FRELIMO si possa mettere contro il suo ex ministro che ha distratto denaro per comprare navi per la sua Marina militare.

Inoltre non gli è stata annullata l’immunità parlamentare e, poco dopo aver toccato il patrio suolo, potrebbe tornare libero. In attesa delle elezioni nazionali del prossimo ottobre che gli restituiranno il vantaggio dell’immunità.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter:

Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Sospetto brogli in Malawi: la Corte suprema ordina il riconteggio dei voti

Africa ExPress
Lilongwe, 27 maggio 2019

La Commissione elettorale del Malawi ha sospeso la pubblicazione dei risultati elettorali delle elezioni presidenziali, che si sono svolte martedì scorso. Giovedì la Commissione aveva diffuso i primi risultati parziali, che davano in netto vantaggio il presidente uscente, Peter Mutharika, candidato del partito al potere, Democratic Progressive Party (DPP) con il 40,49 per cento di preferenze dopo lo spoglio di due terzi delle schede, mentre Lazarus Chakwera, leader del maggiore partito all’opposizione, Malawi Congress Party (MCP), aveva raggiunto il 35,44 per cento.

L’ordine è arrivato dalla Corte Suprema, che ha imposto di ricontare le schede di oltre un terzo dei seggi, dopo il ricorso presentato da Chakwera, per sospetti brogli elettorali. Secondo MCP in dieci dei ventotto distretti si sarebbero verificate irregolarità.

Seggio elettorale in Malawi

I partiti all’opposizione hanno inoltre fatto notare che alcuni nomi sulle schede sarebbero stati alterati tramite l’uso di correttori.

Saulos Chilima, attuale vicepresidente del Malawi e candidato alla presidenza nella recente tornata elettorale ha chiesto l’annullamento delle votazioni per le gravi anomalie riscontrate durante lo spoglio. Chilima nel conteggio diffuso giovedì aveva raccolto solamente il diciotto per cento delle preferenze.

Gli osservatori dell’Unione Europea, invece, non hanno riscontrato irregolarità, anzi, hanno ritenuto la tornata elettorale “ben gestita, inclusiva, competitiva, trasparente”.

Lo scorso 21 maggio 6,8 milioni cittadini malawiani aventi diritto al voto si sono recati alle urne non solo per le presidenziali, ma anche per le legislative e per il rinnovo dei consiglieri dei governi locali.

Africa ExPress
@africexp

Brusco voltafaccia del Kenya contro i gay: “L’Alta Corte conferma il carcere”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
26 maggio 2019

Chi conosce l’Africa, sa che è una splendida terra ma piena di contrasti e contraddizioni che sfiorano spesso il paradosso. Nel marzo scorso la Corte d’Appello di Nairobi aveva emesso una sentenza che, rigettando l’istanza avanzata dal coordinamento centrale delle NGO nazionali, riconosceva il diritto di gay, lesbiche e transessuali a costituirsi in associazioni iscritte presso il registro nazionale. Considerati i forti sentimenti omofobi presenti nel Paese, si trattava indubbiamente di una sentenza destinata a fare storia e ad aprire, negli appartenenti al gruppo LGBTQIA (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali) uno spiraglio di speranza verso la legittimazione dei propri orientamenti sessuali.

La dolorosa reazione di gay e lesbiche alla pronuncia della sentenza dell’Alta Corte di Nairobi

Questa speranza è stata però bruscamente affossata da una nuova pronuncia giudiziaria che fa apparire la precedente come una sorte di cinica beffa. L’Alta Corte del Kenya ha respinto l’istanza presentata, da Eric Gitari, attivista keniano dei diritti della LGBTQIA, di depenalizzare i reati previsti dagli articoli 162 e 165 del vigente codice penale, che prevedono fino a quattordici anni di carcere per chi pratica“carnal knowledge against the order of nature”, cioè: conoscenza carnale contro natura.

Enunciazione dal vago sapore biblico che è comunemente intesa come rapporto anale tra uomini. Questa sentenza, come i giudici hanno dichiarato, si fonda sul comma 2 dell’articolo 45 della Costituzione, fondamento che appare alquanto forzato, poiché il comma citato non fa alcun cenno alla tipologia di atti sessuali, ma si limita solo a riconoscere come unico matrimonio legittimo quella tra uomo e donna.

Nairobi: giovani gay, davanti alla Corte di giustizia, attendono la proclamazione della sentenza

Impossibile non chiedersi che senso ha consentire ai gay di associarsi – riconoscendo così implicitamente le loro tendenze sessuali – per poi criminalizzarli quando le praticano. Inoltre, salvo che tali manifestazioni avvengano in pubblico, come sarà possibile per le forze di polizia accertare che tali rapporti abbiano avuto luogo, giacché l’ispezione anale, un tempo ritenuta legittima, è stata proibita da una sentenza dell’Alta Corte di Mombasa fin dal marzo dello scorso anno? Il tema dell’omosessualità resta un tema molto controverso, che trova granitici elementi di avversione soprattutto nelle religioni cristiane e islamiche. Il termine “sodomia”, deriva, infatti, dalle pratiche “contro natura”, così definite dalla Bibbia, che erano praticate nella città di Sodoma, la quale – sempre secondo il testo biblico – fu totalmente distrutta insieme alle altre città “peccatrici” di Gomorra, Zeboim, Adma e Zoar, in occasione del Diluvio Universale.

Una delle tante manifestazioni popolari anti-gay in Kenya

Ma più ancora delle enunciazioni bibliche, ciò che fornisce un formidabile sostegno alle motivazioni dell’Alta Corte, che ha mantenuto intonsa la criminalizzazione dell’atto omosessuale, è la generale avversione del pubblico verso le pratiche in questione. Avversione che non si riferisce solo al Kenya, ma è estesa a macchia d’olio in tutto il continente africano, nei Paesi arabi e in alcuni di quelli asiatici di fede islamica. Nel pronunciare la sentenza, il presidente della Corte, Roselyne Aburili, ha detto che “non esistono prove assolutamente certe che i membri della LGBTQIA siano nati con le caratteristiche sessuali da loro dichiarate”. In altre parole, ciò significa che, nell’opinione del collegio giudicante, non si tratta di equilibri cromosomici, ma di semplici e viziose aberrazioni sessuali.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Burkina Faso nel caos, attacchi continui dei terroristi contro i militari

Africa ExPress
Ouagadougou, 25 maggio 2019

I terroristi continuano incessantemente i loro attacchi in Burkina Faso. Giovedì scorso, militari dell’operazione Otapuanu (tradotto dalla lingua gulmacema parlata sopratutto nell’est del Burkina Faso, significa “pioggia di fuoco” o “fulmine”), istituita all’inizio di marzo per contrastare il terrorismo e riportare l’autorità dello Stato nell’est e nel centro-est, sono caduti in un’imboscata.

I soldati, guidati da un agente dell’ente Acque e Foreste, dopo aver distrutto una base presumibilmente utilizzata da terroristi, sulla via del ritorno hanno subito un’aggressione da parte di un gruppo armato. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i soldati burkinabè sarebbero stati sorpresi con lanci di razzi e colpi di una mitragliatrice pesante; i terroristi, molto probabilmente, sapessero che i militari avrebbero percorso proprio quel determinato sentiero al loro rientro.

Durante il conflitto a fuoco è morta la guida e altri tre militari sono stati feriti, mentre i terroristi sono riusciti a fuggire sulle loro motociclette e veicoli tricicli.

Militari dell’operazione Otapuanu, Burkina Faso

Attualmente le forze di difesa e di sicurezza del Burkina Faso stanno consolidando l’operazione Otapuanu per smantellare le basi dei terroristi nelle fitte foreste.

Ouagdougo ha fatto sapere che dall’istituzione del nuovo contingente sono stati distrutti parecchi depositi di armi, oltre al sequestro di molto altro materiale e un centinaio di presunti terroristi sono stati arrestati.

Quindici giorni fa, sempre nel Burkina Faso, nella zona al confine con il Benin, le teste di cuoio francesi hanno liberato quattro ostaggi: una donna statunitense e una seconda di nazionalità sud-coreana, tra loro anche due francesi, che erano rapiti all’inizio del mese durante un safari nel parco Pendjari, nel nord del Benin, al confine con il Burkina Faso. La salma della loro guida beninese era stato ritrovato qualche giorno dopo, quasi irriconoscibile in volto e il corpo crivellato da colpi di arma da fuoco.

E solo pochi giorni dopo è stato ammazzato un sacerdote e quattro fedeli durante la celebrazione domenicale; altri fedeli sono stati uccisi il giorno seguente nel corso di una processione.

Africa ExPress

 

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

I familiari delle vittime del volo Ethiopian Airlines 302 citano in giudizio la Boeing

Speciale per Africa ExPress
Franco Nofori
25 maggio 2019

Il 2 e il 16 maggio scorso, le famiglie di quattro vittime del disastro aereo occorso il 10 marzo di quest’anno, pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Addis Abeba, hanno citato in giudizio la Boeing americana, presso la Corte distrettuale del nord Illinois, per comportamento negligente attuato nel corso dei collaudi del nuovo aereo 737-8 MAX, ad avanzata tecnologia cibernetica. Il procedimento si svolge nei confronti della sede di Chicago del gigante Boeing Company and Rosemount Aerospace, Inc. of Minnesota e riguarda tre vittime italiane: Carlo Spini, Gabriella Viciani e Virginia Chimenti, tutti diretti in Kenya per operazioni di carattere umanitario. A queste famiglie si aggiunge quella di Ghislaine De Claremont, di cittadinanza Belga. Nel disastro perirono centocinquantasette persone.

Il nuovo Boeing 737 in fase di decollo dall’aeroporto di Addis Abeba, pochi attimi prima del disastro

Carlo Spini e la moglie, Gabriella Viciani, vivevano ad Arezzo ed erano rispettivamente un medico e un’infermiera. Stavano recandosi in Kenya per una missione umanitaria, mentre il curriculum di Virginia Chimenti testimonia la sua lunga e profonda esperienza nel campo della solidarietà internazionale. Aveva dedicato la propria vita ad alleviare la povertà e la fame negli angoli più disagiati del mondo, prima per conto della NGO di Nairobi, Alice for Children, operando nel quartiere di Dandora, uno dei più disperati slum della capitale keniana e poi per la FAO (World Food Program) delle Nazioni Unite. Laureata alla Bocconi aveva poi conseguito un master in studi orientali e africani presso la London Unversity. La morte l’ha raggiunta mentre stava recandosi in Kenya per proseguire nel suo lavoro. Aveva solo ventisei anni.

La giovane operatrice FAO Virginia Chimenti perita nel disastro aereo della Ethiopian Airlines

Sono otto gli italiani che hanno perso la vita nel disastro del Boeing 737-8 dell’Etiophian Airlines e cinque di loro si dedicavano a missioni umanitarie. Se gli accertamenti in corso dimostreranno che le tesi proposte dagli avvocati dei familiari, alla Corte dell’Illinois, sono fondate, allo sgomento per la tragica disgrazia, si aggiungeranno indignazione e rabbia perché alla sicurezza di vite umane é stata preferita la scelta di favorire gli interessi economici del gigante aereo internazionale. “Il 737-8 Max – si legge tra le istanze avanzate contro la Boeing – è stato venduto a diverse compagnie aeree, benché i test eseguiti durante il collaudo, avessero evidenziato il malfunzionamento di uno dei sensori che dovevano assistere il pilota nell’impostare il giusto angolo di decollo”.

Il quartier generale della Boeing Corporation

Si tratta d’ipotesi gravissime dalle quali la Boeing ha già fatto sapere che potrà difendersi in modo circostanziato, ma i problemi con questo nuovo aereo erano già stati evidenziati dalla Lion Air che, a seguito di un analogo disastro, aveva denunciato le stesse anomalie, allora attribuite dalla Boeing a un errore del pilota. Quasi tutte le compagnie aeree che avevano acquistato il 737 Max, hanno deciso di lasciarlo a terra per misura precauzionale e la Boeing – finora ritenuta leader indiscussa della navigazione aerea – sta subendo un grave danno d’immagine che le ha già fatto perdere oltre venticinque miliardi di dollari.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Guai a chi fa l’elemosina in Uganda: multe salate e galera

Africa Express
Kampala e Lagos, 24 maggio 2019

I bambini mendicanti devono sparire dalle strade di Kampala. Lo ha deciso il consiglio comunale della capitale ugandese per contrastare lo sfruttamento economico e sessuale dei piccoli, un fenomeno che ha raggiunto livelli inquietanti. D’ora in poi, chiunque da soldi o cibo ai piccoli mendicanti, è passibile di una multa di undici dollari o di una penda detentiva fino a sei mesi.

Secondo i calcoli del governo, nelle vie della capitale si agirerebbero ben oltre quindicimila minori tra i sette e diciasette anni. I più provengono dal distretto di Nakap, nella provincia di Karamoja nel nord-est dell’Uganda e sono esposti, oltre che all’insicurezza, a ogni sorta di violenza.

I bambini, troppo spesso sono vittime di tratta e di trafficanti di esseri umani, che sfruttano la loro vulnerabilità e li buttano sulle strade per chiedere elemosina e quant’altro.

In base ad un rapporto di Humanium, un’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei minori, il trentasei per cento dei bambini ugandesi tra i cinque e quattordici anni sono costretti a lavorare in quanto orfani o per contribuire al povero bilancio familiare.

In Africa sono trenta milioni i bambini costretti a chiedere l’elemosina

Erias Lukwago, sindaco di Kampala, ha fatto sapere che, secondo la nuova legge saranno puniti genitori, trafficanti, agenti di bambini mendicanti. I piccoli s’infilano ovunque, dalla mattina alla sera, con il sole o sotto la pioggia, per chiedere la carità. E, quasi sempre, i giovanissimi mendicanti vengono controllati a distanza da una donna adulta che, a fine giornata si appropria dell’incasso.

Sempre secondo Humanium, in Africa oltre trenta milioni di bambini sono costretti a chiedere elemosina. Ecco una dolorosa vicenda accaduta Nigeria.

Samuel Abdulraheem aveva solo sette anni quando è stato rapito dalla sua casa, nel nord della colonia britannica in Africa occidentale. Il padre, un architetto benestante con quattro mogli e diciasette figli, lo ha cercato per anni senza successo. Alla fine si è arreso.

Mendicante cieco con guida

Non così sua sorella maggiore, Firdausi Okezie, che all’epoca del sequestro del fratellino era una studentessa universitaria di ventuno anni. Una volta terminato gli studi, la giovane donna si è trasferita a Lagos in cerca di lavoro. Dopo qualche tempo ha iniziato a frequentare una delle tante chiese protestanti, la Winners chapel, una mega chiesa con sede nell’Ogun state, e con il tempo si è anche convertita al cristianesimo. Ogni anno, durante le feste natalizie, la sua chiesa organizza un raduno di cinque giorni e vi partecipano persone provenienti dal mondo intero.

Nel 2000 anche Firdausi ha partecipato alla festa della congregazione. In un attimo di pausa è uscita dall’edificio e il suo sguardo si è posato su un mendicante cieco, la cui mano era appoggiato sulle spalle di un ragazzino malvestito e denutrito. Era suo fratello.

Dopo il rapimento, il bimbo era stato portato a Lagos, la capitale commerciale della Nigeria, in un quartiere periferico, abitato per lo più da mendicanti diversamente abili. Lì è stato affidato ad una donna, che lo “affittava”  per pochi soldi a ciechi anziani. Il piccolo passava le sue giornate in giro per la città con l’anziano mendicante che, per farsi guidare, appoggiava la sua mano sulla spalla del bimbo. Di notte dormiva su una stuoia nel cortile della casa della donna con altri quattro sfortunati coetanei.

Samuel ha passato questi sette anni in stato di totale schiavitù. “Non mi è mai stato permesso di esprimere sentimenti, ero come uno zombie, forse mi drogavano. Non ricordo”, racconta il ragazzo.

Oggi il giovane ha trent’anni e una laurea in tasca, grazie alle premure e le attenzioni della sorella che dopo il ritrovamento lo ha fatto studiare in una scuola privata perché all’epoca non sapeva né leggere né scrivere. Ha dovuto sottoporsi a molte cure mediche: la sua spalla destra si stava deformando, per tanti anni i mendicanti ciechi, per farsi guidare, si erano appoggiati con tutto il loro peso su quella parte del corpo. Poi sembrava muto, non era più abituato a parlare. Aveva la scabbia e il suo corpo era cosparso di foruncoli male odoranti per mancanza di igiene.

“Avrei voluto fare denuncia – ha detto Firdausi – come si fa in ogni Paese normale, ma la polizia mi avrebbe semplicemente detto di rimandarlo dal padre.

Samuel oggi lavora come supervisore in un cantiere edile. Ha superato le sofferenze del passato che, secondo lui, lo hanno fatto crescere e insegnato ad essere gentile con le persone: “Quando incontro un bambino mendicante, gli compro del cibo. Ricordo di aver sofferto molto la fame all’epoca. I soldi non restano mai in mano ai piccoli, a fine giornata bisogna consegnarli a qualcuno e si resta a pancia vuota”. E infine ha aggiunto: “Non accontentavi di dare soldi o cibo ad un bambino di strada; chiedetevi piuttosto se ha bisogno di aiuto”.

Africa ExPress
@africexp

Centrafrica: nuovo massacro mentre arrivano altri mercenari russi

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 Maggio 2019

Una trentina di civili barbaramente assassinati e altri cinque gravemente feriti nel nord-ovest della Repubblica centrafricana. E’ il bilancio del massacro che si è consumato martedì a Koundjili et de Djoumjoum, due villaggi ad una cinquantina di chilometri da Paoua, al confine con il Ciad.

Gli autori della carneficina sono miliziani del gruppo armato 3R (Retour, réclamation, réconciliation), capeggiato da Bi Sidi Souleymane (alias Sidiki), che è, tra l’altro, uno dei firmatario dell’ottavo trattato di pace, siglato all’inizio di febbraio a Khartoum tra il governo di Bangui e quattordici gruppi ribelli. Sidiki è stato nominato anche consigliere militare speciale alla fine di marzo dal ministero incaricato della formazione di unità militari miste, composte da soldati regolari dell’esercito centrafricano (FAC) e membri di gruppi armati.

Nuovo massacro in Centrafrica

Secondo alcune fonti ufficiali, membri di 3R – gruppo che dichiara di proteggere i fulani – il 21 maggio avrebbero convocato i residenti dei due villaggi per un’assemblea. In piena riunione i miliziani avrebbero aperto il fuoco, sparando indiscriminatamente su tutti presenti.

Ange-Maxime Kazagui, ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo, ha chiesto che Sidiki consegni alle autorità entro le prossime 72 ore i responsabili del massacro, in caso contrario dovrà rispondere personalmente dei delitti commessi. Durante lo stesso lasso di tempo il gruppo 3R dovrà  smantellare la propria base.

Il rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, il senegalese Mankeur Ndiaye, ha condannato questa carneficina che si è consumata due giorni fa. E il portavoce di MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana), Ikavi Uwolowulakana, ha sottolineato l’indignazione della missione dell’ONU per il carattere particolarmente crudele, pianificato e organizzato nei minimi dettagli, dunque volto a causare un numero elevato di vittime. MINUSCA ha fatto sapere che metterà in campo tutti gli sforzi possibili  per consegnare alla giustizia gli autori e complici del massacro, che potrebbero essere accusati di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.

Va ricordato a questo punto che l’ultimo trattato di pace è stato preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto avevano tirato un grande sospiro di sollievo quando è stato finalmente siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo.

Suora franco-spagnola uccisa in Centrafrica

Le violenze non si placano nella travagliata ex colonia francese. Il giorno precedente all’uccisione di massa, una suora franco-spagnola, Inès Nieves Sancho, è stata ritrovata sgozzata proprio dietro il laboratorio di cucito nel sud-ovest del Paese. Il delitto si sarebbe consumato durante la notte tra domenica e lunedì. La religiosa faceva parte della comunità Filles de Jésus, la cui casa madre è a Tolosa, in Francia.

L’anziana suora viveva da anni sola in un’abitazione diocesana a Nola, dove insegnava cucito a giovani ragazze in difficoltà. La comunità intera è sotto choc e finora nessuno ha rivendicato il barbaro assassinio. Secondo diverse fonti, la religiosa non si sentiva particolarmente minacciata.

Secondo un politico locale – citato da fonti vaticane – la morte della suora potrebbe essere collegata al traffico di organi o a crimini rituali, molto frequenti nell’area.

Era nell’aria da tempo, ma qualche giorno fa è arrivata la notizia ufficiale: la Russia fornirà nuovamente armi a Bangui, destinati alle forze armate centrafricane. Il primo invio risale a poco più di un anno fa, grazie a una parziale revoca dell’embargo e sembra che anche questa volta il Consiglio sanzioni dell’ONU abbia acconsentito alla fornitura senza battere ciglio. La presidenza centrafricana ha fatto sapere che presto arriveranno anche trenta ufficiali russi. “Sono in corso trattative perchè gli ufficiali di Mosca possano essere integrati nella missione dell’ONU”, ha specificato il portavoce della presidenza di Bangui e ha aggiunto: “Al di là del suo appoggio militare, la Russia è interessata a sostenerci economicamente”.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Alla fine del 2017 il presidente centrafricano Faustin Archange Touadéra si era recato in Russia, dove aveva incontrato il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov. Da allora i due governi hanno iniziato una stretta collaborazione: Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio mette a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro. Insomma, anche il Cremlino, come molti altri Stati, è solamente interessato alle ricchezze del sottosuolo africano e, quando serve, come in questo caso, non esita chiedere appoggio all’ONU.

Da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della sua protezione personale e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia del corpo.

Ma insieme alle armi e i militari del Cremlino, nella ex colonia francese sono arrivati anche i paramilitari del gruppo Wagner, chiamati più elegantemente contractors invece del desueto ma molto più comprensibile mercenari, al servizio del governo russo, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

In base all’ ONU, nella ex colonia francese 2,9 milioni di persone su una popolazione di 4,5 milioni necessitano di aiuti alimentari con la massima urgenza. Alla fine di aprile, secondo l’UNHCR, i rifugiati erano 598.985. Mentre gli sfollati sono 655.956 (al 28.02.2019), metà dei quali bambini, e migliaia di piccoli sono stati costretti a combattere con i gruppi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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