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Tienammen a Khartoum: l’attacco dei janjaweed cancella il sogno democratico

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Dal Nostro Inviato Speciale (per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress)
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 5 giugno 2019

Momento delicatissimo per il Sudan dopo che lunedì un gruppo di paramilitari legati al governo ha sparato sui dimostrati in lotta dallo scorso dicembre per un ritorno alla democrazia. I morti sono almeno quaranta e c’è il rischio che sia abortito il tentativo di varare un governo civile. Ampi settori dell’apparato miliare che per 30 anni hanno guidato con il pugno di ferro il Paese, non vogliono lasciare il potere e le riforme che hanno in mente sono ben poca cosa rispetto a quelle che chiedono, anzi pretendono, i dimostranti e cioè un governo di civili.

La rivolta di Khartoum assomiglia tanto a quella che 25 anni fa infuocò in Cina piazza Tienanmen. Il braccio di ferro tra la popolazione, esasperata dalla mancanza di libertà, e il regime che non vuol mollare il potere. Vinse quest’ultimo.
Ieri mattina nella capitale sudanese si sentivano sporadici spari, poi la situazione è tornata all’apparenza tranquilla. “La tensione – ha raccontato al telefono un diplomatico – si taglia con il coltello. Poca gente per strada, quasi tutti i negozi chiusi e quelli aperti deserti. Rare anche le automobili. Sembra che tutti siano con il fiato sospeso, in uno stato d’attesa”.

Manifestanti in Sudan
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

I militari hanno cancellato tutti gli accordi raggiunti finora con i gruppi di opposizione: prevedevano un periodo di transizione di tre anni con un governo guidato da civili cui avrebbero partecipato anche i militari. Un tempo piuttosto lungo necessario ai gruppi democratici per smantellare tutto l’apparato di potere creato e consolidato dal dittatore Omar Al Bashir in sella dal 30 giugno 1989 e defenestrato dalla piazza e dall’esercito l’11 aprile scorso. Ieri i militari hanno annunciato che le elezioni si terranno entro nove mesi. Ammesso e non concesso che saranno organizzate, è molto probabile che le vincerà l’attuale apparato, magari anche con qualche aiutino (leggi broglio) nell’urna.

Lo stringer del Fatto Quotidiano e di Africa ExPress a Khartoum non ha dubbi: “I militari stanno vincendo, anche se al loro interno sono divisi. Corre voce che gli ufficiali più arrendevoli con l’opposizione siano stati arrestati e che stia prevalendo la linea dura”.

Il gruppo Soufan, che si occupa di analisi e strategie politiche del Medio Oriente, fondato da un ex agente della Cia, spiega in un rapporto: “Ci sono chiari parallelismi con alcune delle proteste delle Primavere Arabe che alla fine hanno portato a insurrezioni in piena regola. In Siria, per esempio, dove i bombardamenti indiscriminati di civili da parte dei militari, hanno compattato i movimenti di protesta che hanno abbandonato la piazza e lanciato una rivolta più ampia”. Il documento conclude: “Esiste il rischio reale che la situazione possa sfociare in una vera e propria guerra civile, con un impatto significativo sulla regione, con violente ripercussioni sul conflitto in corso in Libia”.

I Paesi arabi rimasti lontani dalle proteste che nel 2011 hanno infiammato le Primavere con relativi sogni di democrazia, cominciano a preoccuparsi per un possibile contagio. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, hanno intessuto rapporti con i leader sudanesi che guidano il Transitional Military Council e fornito loro un inquietante sostegno. Ha goduto della loro interessata amicizia in particolare il numero due del TMC, il famigerato comandante delle Rapid Support Forces i cui paramilitari lunedì hanno sparato sui dimostrati: il generale  Mohamed Hamdan Daglo. Più conosciuto come “Hametti”, nel 2009 l’alto ufficiale – che appartiene alla tribù araba dei rezegat – è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, violazioni dei diritti umani, stupro continuato e crimini di guerra per il suo ruolo di capo delle criminali bande di janjaweed (riciclatesi nelle RSF) che terrorizzavano e massacravano le popolazioni civili di origine africana nel Darfur. Ciononostante Arabia Saudita e Emirati gli hanno dato il loro sostegno politico ed economico. I principi ereditari saudita, Mohamed bin Salman, e di Abu Dhabi, ad aprile hanno offerto al TMC un pacchetto di aiuti da 3 miliardi di dollari e fornendo allo stesso tempo armi ed equipaggiamenti ad Hametti e alle forze sotto il suo controllo.

Ma Hametti già a cavallo tra il 2016 e il 2017, nonostante il suo inquietante curriculum e le numerose proteste, era stato incaricato dall’Unione Europea del delicato compito di proteggere le frontiere settentrionali del Sudan dal passaggio dei migranti: finanziatori Germania (denaro) e Italia (logistica). I suoi uomini avevano ottemperato molto bene ai loro compiti. Da criminali quali sono avevano sparato, massacrandoli, su gruppi di poveri disgraziati in fuga nel deserto. Chissà se ora quelle armi, comprate anche con soldi italiani, lunedì sono state usate in piazza a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Lancio di nuove banconote in Kenya nell’illusione di combattere la corruzione

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
5 giugno 2019

L’introduzione della nuova carta moneta in Kenya è stata formalmente annunciata dalla gazzetta ufficiale del 31 maggio scorso. Pertanto – come ha anche spiegato Patrick Njoroge, governatore della Banca Centrale (CBK) – dal 1° ottobre di quest’anno, le attuali banconote non avranno più alcun valore. Solo quattro mesi, restano quindi a disposizione dei cittadini per convertirle nel nuovo conio, presso gli istituti di credito autorizzati a operare nel Paese. Questa iniziativa, dovrebbe concretare la promessa fatta dal presidente Uhuru Kenyatta, fin dalla campagna elettorale che aveva preceduto il suo primo mandato, di infliggere un colpo mortale alla dilagante corruzione che prostra il Paese da tempi immemorabili.

Le nuove banconote adottate in Kenya dal 31 maggio scorso

I tagli delle nuove banconote, restano quelli attuali: cinquanta, cento, duecento, cinquecento e mille scellini che raffigurano rispettivamente; l’energia verde, l’agricoltura, i servizi sociali, il turismo e gli apparati governativi, ma riportando anche le celebri immagini dei “big five”: leone, bufalo, elefante, leopardo e l’ormai quasi scomparso rinoceronte, caposaldi della fauna selvatica del Kenya e obiettivi di tutti i turisti che visitano i suoi parchi. L’adozione delle nuove banconote si prefigge anche lo scopo di contrastare la crescente attività dei falsari che immettono in circolazione ingenti quantità di cartamoneta contraffatta, sia nel territorio nazionale, sia nei Paesi che accettano lo scellino keniano come moneta di scambio.

Cittadini esasperati reagiscono all’ennesimo tentativo di estorsione di un agente di polizia

Se, nelle intenzioni del governo, il contrasto alla falsificazione, può prefigurare un discreto successo, è molto difficile che lo stesso avvenga anche nei confronti della corruzione, proprio perché è l’intero apparato operativo (non solo quello pubblico) a essere profondamente affetto dalla corruzione. Agenti di polizia, funzionari dell’immigrazione, della dogana, del sistema giudiziario, delle amministrazioni di contea, delle banche private e d’ogni altra funzione pubblica. E’ vero che le nuove norme emanate dal governo renderanno difficile, per chi ha fatto illecita incetta di denaro, andare a cambiarlo senza giustificarne la provenienza, ma è proprio nell’imperante humus della corruzione, di cui l’intero Paese è impregnato, che si riuscirà sempre a trovare una soluzione.

Nella vignetta: come l’apparato giudiziario sia asservito alla corruzione

L’impressione è che, come già avvenuto in passato, il governo, con l’emissione delle nuove banconote, abbia inteso creare l’effimera sensazione che voglia fare sul serio nei confronti della corruzione, ma in realtà, se avesse davvero voluto farlo, avrebbe – da tempo – potuto usare altri mezzi, molto più semplici ed efficaci per smascherare chi si arricchisce grazie al malaffare. Molti pubblici funzionari, dai livelli più subordinati a quelli più prestigiosi, tengono un tenore di vita del tutto sproporzionato alle prebende che ricevono; proprietà immobiliari, auto di lusso e flotte di veicoli destinati al trasporto passeggeri. Perché non chiedere semplicemente loro di dimostrare l’origine del denaro utilizzato per quelle spese? Se questo non si fa, è probabilmente perché non lo si vuole fare, forse intimoriti dall’effetto domino che una simile iniziativa provocherebbe.

Sede della Banca Centrale del Kenya (CBK) a Naiorbi

Per riferire adeguatamente su tutti gli episodi di corruzione che avvelenano la vita in Kenya, oltraggiano i diritti e fanno scempio della legalità, occorrerebbe un volume con migliaia di pagine. A titolo d’esempio, proviamo a esaminare un solo apparato, quello del ministero dei lavori pubblici che assegna gli appalti. La selezione delle imprese candidate è effettuata in due tempi; il primo a cura di un team di esperti e il secondo da un consiglio che, sulla base delle indicazioni dell’esperto, deciderà a chi assegnare l’appalto. Immaginiamo ora che l’appalto riguardi un certo numero di depuratori d’acqua. Sarà l’ingegnere del pull di esperti che dovrà indicare le caratteristiche di tali depuratori con riferimento alle funzioni che dovranno assolvere. All’imprenditore che vuole ottenere l’appalto, basterà quindi pendere contatto con l’ingegnere in questione e “convincerlo” a inserire, nel suo rapporto al consiglio, le stesse caratteristiche del modello che lui intende offrire.

Il governatore della Banca Centrale del Kenya Patrick Njoroge

Questo non sarà però sufficiente e occorrerà anche foraggiare adeguatamente il consiglio affinché deliberi in suo favore. Naturalmente, questo doppio foraggiamento, dovrà essere adeguato al valore dell’appalto e non è essenziale che l’offerta sia anche competitiva, perché la discriminante sarà che, quel prodotto, corrisponde perfettamente alle specifiche indicate dall’esperto. Facile intuire quali ingenti somme di denaro confluiranno indebitamente nelle tasche dei “probi” servitori della Stato, ogni volta che viene indetto un pubblico appalto.

Non solo elicotteri per il vicepresidente del Kenya William Ruto, anche Rolls Royce, panfilo e orologi d’oro massiccio

Che uso sarà fatto di quel denaro? E se davvero si vuole combattere la corruzione, perché non monitorare il tenore di vita di questi pubblici funzionari? Semplice: perché il farlo comporterebbe l’obbligo di farlo a tutti i livelli, toccando anche posizioni intoccabili, come quella del governatore Sonko di Nairobi, che possiede un parco d’auto placcate d’oro, o di quello di Mombasa, Joho che ha la passione delle Ferrari, fino a giungere al vicepresidente del Kenya William Ruto, che fa collezione di lussuosi elicotteri e che solo all’età di quindici anni, poté finalmente indossare il suo primo paio di scarpe. Da dove proviene la loro smisurata ricchezza?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Khartoum: i janjaweed attaccano i manifestanti, almeno 30 morti e cento feriti

Africa ExPress
Khartoum, 3 giugno 2019

Questa mattina le forze di sicurezza sudanesi hanno disperso a colpi di mitra sparati ad altezza d’uomo  i manifestanti, accampati dal 6 aprile in sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito. Secondo un comunicato del comitato dei medici, le vittime sarebbero almeno trenta e un centinaio i feriti.

Alle prime ore del mattino i militari dell’esercito e le forze paramiliatri di Rapid Support Forces (gli ex janjaweed, il cui comandante è Mohammad Hamdan Daglo, detto Hametti, che attualmente è pure vicepresidente del Consiglio militare di transizione) sono scesi nelle strade, terrorizzando e assalendo i civili, che dimostravano pacificamente, anzi stavano ancora dormendo all’addiaccio. Secondo fonti non ufficiali l’ordine di sgombero è arrivato dal governo militare di transizione, presieduto da Abdel Fattah Al-Burhane. Già nei giorni precedenti avevano chiesto ai dimostranti di lasciare strade e  piazze.

“Stanno sparando da tutti le parti – ha raccontato al telefono uno degli stringer di Africa ExPress che abita nel quartiere di Manshiya a Khartoum – . Senti il rumore. Avvicino il cellulare ala finestre”. Attraverso la connessione si sono sentite chiaramente raffiche di mitra.

Militari sudanesi sgomberano il sit in dei manifestanti a Khartoum

Dopo i fatti di questa mattina, poche ore fa Freedom and Change, alleanza che comprende Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione, ha fatto sapere di aver interrotto qualsiasi contatto, con le forze armate con cui si stava trattando la costituzione di un governo di transizione ad ampia partecipazione L’attuale governo militare di transizione aveva rovesciato l’ex dittatore Omar al Bashir l’11 aprile 2019.

Chamseddine Kabbashi, portavoce del governo di transizione, in un intervista rilasciata all’emittente televisiva Sky News Arabia, con base negli Emirati Arabi Uniti, ha voluto precisare che i manifestanti non sarebbero stati dispersi con la forza. “Le tende sono ancora là, i giovani possono circolare liberamente”, ha sottolineato Kabbashi.

Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana ha fermamente condannato le violenze scoppiate questa mattina  e ha chiesto che venga avviata immediatamente un’indagine per far luce sui numerosi morti e feriti.

Africa ExPress
@africexp

Sudan, chiusa Al Jazeera mentre continua il braccio di ferro tra la piazza e i militari

Il buon samaritano keniota che perde la gara per soccorrere un avversario

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 2 giugno 2019

Ha perso la gara, ma ha salvato la vita del suo rivale. Ha rinunciato alla vittoria e a 20 mila dollari, ma ha conquistato i cuori di tutti.

Simon Cheprot, 26 anni, brillante specialista keniota delle lunghe distanze, il 25 maggio scorso, in Nigeria, stava per tagliare il traguardo in una gara internazionale di 10 km.

Sulla linea d’arrivo era sul punto di superare il suo compatriota Kennet Kipkemoi, 35 anni, quando all’improvviso quest’ultimo si è accasciato al suolo.

Simon si è fermato, ha preso tra le braccia e sollevato Kennet in attesa che arrivassero i soccorsi.

In questo modo, però, ha sacrificato il successo sicuro in quella corsa che aveva dominato nel 2016 e nella quale era giunto secondo nel 2018 e sesto nel 2017.

Una corsa prestigiosa, la Okpekpe International di 10 chilometri , organizzata sotto il patrocinio della IAAF (la Federazione internazionale di Atletica leggera) , che la ha inserita tra le più un importanti e ambite del mondo. Non fosse altro che per il suo monte premi: 20 mila dollari al primo classificato, 13 mila al secondo, 9 al terzo.

Okpekpe International, Nigeria Simon Cheprot soccorre Kennet Kipkemoi

Si svolge, dal 2013, a Okpekpe, una cittadina di 50 mila abitanti adagiata sulle colline del distretto Edo Nord, nell’omonimo Stato, in Nigeria meridionale, e richiama i migliori atleti mondiali del settore. Quest’anno, per dire, erano presenti corridori di Nigeria, Usa, Sud Africa, Cina, Zimbabwe, Ghana, Tanzania, Etiopia e Kenya.

“Mio padre mi disse, una volta: se per strada vedi una persona che sta male, aiutala, non abbandonarla. Ecco il primo pensiero che mi è venuto in mente quando ho scorto il mio amico per terra”, ha dichiarato Simon al termine della competizione, buttata al vento per un atto di altruismo.

“Pietà non l’è morta”, almeno nello sport, verrebbe da gridare stravolgendo il celebre canto partigiano. Al Giro d’Italia appena concluso abbiamo assistito a un ciclista che passava la sua borraccia a un avversario; nel Milan, l’allenatore licenziato Rino Gattuso ha rinunciato a oltre 5 milioni di euro a favore dello staff.

High Altitude Training Center, Kenya

Il sentimento di solidarietà, generosità, partecipazione, sempre più raro nella nostra società, quando si manifesta con episodi piccoli, o eclatanti, suscita stupore, meraviglia e sorpresa. Per Simon, già vincitore nel 2015 di un’altra gara massacrante (la Corrida internazionale di Langueux in Francia) invece è stato naturale.

Tornato a casa, a Iten, a 2400 m sul livello del mare dove sorge un famoso High Altitude Training Center, dove Simon vive con la moglie Linet Totoritich Chebet, e i figli, ha chiarito il suo pensiero e i suoi sentimenti: “Non corro per denaro, ma per diffondere le idee di unione, pace nel mondo. L’ho fatto anche per i miei figli. Io non ho un lavoro, ho cercato di entrare in polizia, ma non ci sono riuscito. Non sai mai che cosa ti riserva il futuro. Correre non è una guerra. Anche  nelle nostre sfide siamo esseri umani e quando lasci questa terra, te ne vai a mani vuote. Abbandonare un amico morente non è una buona idea, Dio ti domanderà che cosa hai fatto per un fratello e non saprai che cosa rispondere”.

“Che grande lezione ci ha dato il nostro connazionale –ha commentato un kenyota sul sito di un quotidiano – Specialmente di questi tempi in cui nella società  kenyana ‘l’uomo mangia uomo’,  ciascuno è per se e dio per tutti. L’altruismo è bandito, la maggioranza tende ad allontanare il prossimo, compreso chi è gay. E c’é chi pensa che questo sia un comportamento tipico solo dei bianchi senza accorgersi che agisce come loro. Legge i libri sacri, canta gli inni e le preghiere che gli occidentali ci hanno insegnato e uscito dalla chiesa va a mangiare pizza e hamburger e non si cura del prossimo. Grazie Cheprot per averci mostrato che possiamo essere migliori!”

Questa storia ha – incredibilmente – un lieto fine.

Simon ha ricevuto ugualmente una somma di denaro pari a quella versata al vincitore  (Dawit Fikadu, del Baharain): 20 mila dollar.

Glieli hanno voluti donare uno sponsor, l’ex governatore dello Stato nigeriano di Edo, e leader dell’importante partito All Progressives Congress (APC) Adams Oshiomhole e il vice governatore Philip Shaibu.

Tutti sono stati concordi nel esaltare il gesto umanitario. “Simon Cheprot non ha soddisfatto la sua ambizione di essere il primo atleta a conquistare per la seconda volta la Okpekpe road race, ma se ne è andato come un eroe, l’eroe delle sette edizioni. E’ stato un esempio di correttezza, moralità  e soprattutto di fratellanza”.

La bontà premiata. Capita

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Contrabbando di legno rarissimo e prezioso in Gabon: sotto accusa società cinese

Africa ExPress
Libreville, 2 giugno 2019

Sparito in Gabon un ingente quantitativo di kevazingo, un legno pregiato di cui è vietata l’esportazione. Alcuni cinesi e gabonesi sarebbero già stati fermati, mentre sarebbe stato spiccato un mandato d’arresto per l’imprenditore cinese François Wu della società 3C, che si presume sia il cervello della banda di contrabbandieri, soprannominato dalla stampa locale kévazingogate. Da un po’ di mesi la gli investigatori sospettavano che nel Paese qualcuno esportasse illegalmente partite di legno che è vietato commercializzare.

Dopo lunghe inchieste, a febbraio il governo del Gabon aveva sequestrato nel porto di Owendo, a Libreville, la capitale del Paese, 353 container di kevazingo per un valore commerciale di sette milioni di euro: in totale cinquemila tonnellate di legno, stoccate in due depositi di proprietà di società cinesi. Una parte del tronchi era già stato caricato su diversi container, certificati dal ministero delle Acque e Foreste come okoumé, non soggetto a divieto di esportazione.

A metà maggio le autorità del Gabon avevano sospeso diversi alti funzionari del ministero Acque e Foreste e, preoccupato, il presidente in persona, Ali Bongo Ondimba, aveva convocato d’urgenza il ministro della giustizia, Edgard Anicet Mboumbou Miyakou e il procuratore della Repubblica, Olivier Nzahou per far luce sulla vicenda.

Nzahou ha subito confermato l’implicazione di diversi funzionari delle dogane e del dicastero Acque e Foreste, ma ha precisato che sarebbero stati ritrovati 200 dei 353 container scomparsi.

sparizione di legno pregiato in Gabon

Radio France International ha intervistato ieri  Wu, che ha lasciato il Gabon prima che scoppiasse lo scandalo e naturalmente si dichiara innocente. Il cinese ha riferito ai reporter di RFI di aver lavorato per la 3C, ma non come responsabile, bensì come esperto, consulente giuridico e traduttore. “Il procuratore ritiene che io sia il cervello di questo affare, ma il mio nome o la mia firma non appaiono da nessuna parte. Inoltre nulla di ciò che è stato dichiarato finora corrisponde alla verità.  Basta verificare. Settantatré dei duecento container ritrovati in Gabon si trovano alla Sotrasgab (società marittima gabonese, ndr) e posso confermare e garantire che lì dentro non si trova nemmeno una scheggia di kevazingo. Basta verificare e far eseguire una perizia”.

Il kevazingo (nome scientifico Guibourtia tessmannii) è un legno raro, millenario, mitico e prezioso. L’albero può raggiungere oltre trenta metri di altezza, mentre il suo tronco può arrivare fino a due metri di diametro; cresce nelle foreste pluviali dell’Africa centrale e è a minaccia d’estinzione; per questo motivo è vietata l’esportazione. Eppure viene venduto a peso d’oro in Asia per la realizzazione di portoni per i templi, tavolini da thé e tavoli per riunioni.

Il settore forestale è uno dei pilastri dell’economia del Gabon, Paese ricoperto per l’ottanta per cento di boschi.

Africa ExPress
@africexp

Inchiesta nel bacino del Congo: americani e cinesi saccheggiano la foresta pluviale

Il treno Nairobi-Mombasa, orgoglio del Kenya, registra pesanti perdite a ogni viaggio

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
1° giugno 2019

La SGR, la nuova ferrovia Nairobi-Mombasa, a gestione afro-cinese, doveva raggiungere il break even point (pareggio finanziario) entro i primi due anni d’esercizio ma oggi, a diciotto mesi di distanza dalla sua inaugurazione, il treno che aveva fatto vibrare d’orgoglio il cuore keniano, sembra voler trasformare queste attese in un’altra delle tante voragini finanziarie che ormai da qualche tempo colpiscono il denaro dei contribuenti. La nuova ferrovia doveva alleggerire la congestione del porto di Mombasa e offrire un veloce, sicuro ed economico mezzo di trasporto, che in meno di cinque ore portasse i passeggeri dalla capitale alla seconda città del Kenya e viceversa, ma così non è stato e il governo si trova costretto a chiedere al partner asiatico un altro prestito per ridurre il disavanzo di gestione.

Il vagone ristorante del “Madaraka Express” il nuovo treno che collega Nairobi a Mombasa

La settimana scorsa il governo ha dovuto declassare la previsione delle entrate lorde per il secondo anno d’esercizio, dai precedenti 90 milioni di euro a soli 50 milioni di euro, realizzando così una dolorosa flessione superiore al 40 per cento, ma neppure nell’anno precedente si poteva parlare di profitto, perché a fronte di un incasso loro di 90 milioni di euro, i costi di gestione sono stati di 106 milioni di euro. Tutto questo, senza voler considerare che il Kenya, pur registrando queste perdite, dovrà comunque far fronte alle rate di ammortamento del debito contratto con la Cina per il progetto SGR e neppure si può sperare in un nuovo incremento delle entrate, la cui fonte principale era costituita dal traffico portuale di Mombasa, perché Il numero di container trasportati dalla nuova ferrovia, sono già molto vicini a massimo potenziale che il servizio può offrire. (Fonte: Kenya National Bureau of Statistics)

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, plaude al passaggio del primo convoglio porta container diretto a Nairobi dal porto di Mombasa

In sostanza, ogni volta che un treno, partito da Nairobi arriva a Mombasa, il contribuente sa che si è realizzata una perdita che, in qualche modo, lui sarà tenuto a pagare. Vi sono poi alcune decisioni che è oggettivamente difficile ascrivere a una comune logica di sana gestione. Stabilito che l’introito maggiore è dato dai container prelevati dal porto di Mombasa, sarebbe stato lecito attendersi un incremento dei vagoni cargo per trasportarli, invece, la SGR ha stupito tutti decidendo di eliminarne undici dai 214 in servizio. O siamo di fronte a una mossa di raffinata strategia manageriale, i cui obiettivi restano oscuri al volgo, o c’è da mettere in dubbio la sanità mentale di chi partorisce simili trovate.

Il nuovo scalo ferroviaro realizzato al porto di Mombasa per il trasporto container

Intanto il governo del Kenya, come prima azione per affrontare l’emergenza, ha chiesto alla Cina un ulteriore prestito di oltre tre miliardi di euro. Un altro debito che, se accordato, non servirà a fini produttivi, ma coprirà le perdite della SGR e sarà anche utilizzato per ripagare un precedente debito con lo stesso percipiente. Si tratterà, insomma, di imboccare una strada sicura verso la bancarotta, ma la Cina acconsentirà a finanziare nuovamente il suo partner africano? E’ molto probabile che lo farà perché il suo obiettivo non è tanto quello di recuperare quanto erogato, ma di mettere le mani sulle più importanti imprese nazionali del Paese, tra queste, proprio il porto di Mombasa, sul quale il gigante asiatico ha già messo i rapaci occhi da tempo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1 

Sudan, chiusa Al Jazeera mentre continua il braccio di ferro tra la piazza e i militari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1°giugno 2019

Il Consiglio militare di transizione del Sudan ha disposto giovedì scorso la chiusura immediata degli uffici della televisione  qatariota Al Jazeera a Khartoum. Le autorità hanno revocato le credenziali a tutti i loro giornalisti presenti nel Paese e hanno confiscato il materiale sul quale stavano lavorando. Ma nessun ordine  scritto è stato consegnato al responsabile della sede nella capitale sudanese.

Secondo quanto riporta Sudan Tribune, giornale online con base a Parigi, le forze dell’ordine avrebbero fatto irruzione negli studi dell’emittente mentre andava in onda il talk show quotidiano sulle proteste ancora in atto a Khartoum e i reporter continuavano a trasmettere i loro servizi sul sit-in in svolgimento davanti al quartier generale dell’esercito.

Recentemente gli organi addetti alla sicurezza avevano dato ordine ai media locali di non focalizzare le loro informazioni sulle proteste di piazza e le attività della coalizione Freedom and Change (comprende Sudanese Professional Association) e alcuni partiti all’opposizione).

Intanto continuano i negoziati tra civili e militari per la formazione di un governo di transizione composto da militari e civili e le piazze sono ancora affollate. Anche oggi migliaia di manifestanti, partiti da diversi quartieri della capitale, hanno poi raggiunto il sit-in, in atto dal 6 aprile davanti al quartier generale dell’esercito. I dimostranti avevano chiesto sostegno ai militari contro lo strapotere dell’allora presidente Omar al Bashir, rovesciato poi l’11 aprile. Attualmente l’ex dittatore si trova in una prigione a nord della capitale.

Dopo due giorni di sciopero generale a livello nazionale, le due parti – militari e civili – sono in trattative per trovare una possibile soluzione, ma nell’attesa la piazza continua a mettere sotto pressione la giunta militare.

Manifestanti in Sudan 19 aprile 2019, foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

Rashid Saeed, un portavoce di Freedom and Change, ha spiegato che i golpisti sarebbero pronti ad accettare una presidenza a rotazione di un anno e mezzo e un’equa ripartizione dei membri per ogni dicastero. Ma le trattative sono molto lunghe e complesse. Il Freedom and Change è un gruppo eterogeneo e dunque ogni decisione deve essere discussa e ridiscussa. La coalizione ha promesso di dare una risposta definitiva nelle prossime ventiquattro ore. Non tutti i suoi componenti sono favorevoli a condividere il potere con i militari durante il governo di transizione.

Intanto giovedì scorso l’attuale capo del governo, Abdel Fattah Al-Burhane, è andato in Arabia Saudita per una serie di colloqui bilaterali con rappresentanti di diversi Paesi arabi e musulmani.

Una decina di giorni fa Riyad ha depositato duecentocinquanta milioni di dollari sulla banca centrale del Sudan, la stessa cifra era già stata versata un mese prima dagli Emirati Arabi Uniti per incrementare le riserve di denaro liquido. Entrambi avevano offerto un aiuto finanziario di tre miliardi di dollari subito dopo la destituzione di al Bashir: mezzo miliardo in contanti, mentre il resto dovrebbe essere devoluto sotto forma di cibo, medicinali e prodotti petroliferi.

Mohammad Hamdan Daglo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese

A metà aprile, Mohammad Hamdan Daglo, vicepresidente del Consiglio militare di transizione ha riconfermato la partecipazione del Sudan alla coalizione suadita nello Yemen. “Continueremo a combattere insieme alla coalizione araba fino alla fine”, aveva dichiarato Daglo, (detto Hametti), attualmente comandante dei paramilitari di Rapid Support Forces, come ora si chiamano i janjaweed, i diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi durante la guerra in Darfur. Hametti, che era il capo di questi criminali, è stato al servizio del vecchio dittatore al Bashir per ben trent’anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudafrica, USA insistono: “Ex ministro mozambicano deve essere processato prima da noi”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° giugno 2019

Manuel Chang, ex ministro delle Finanze mozambicano coinvolto in una frode da 1,9mld di euro, pensava di essere in salvo. Ma gli Stati Uniti, attraverso portavoce dell’ambasciata Robert Mearkle, insistono nel chiedere al Sudafrica l’estradizione per processarlo.

La decisione della settimana scorsa del ministro della Giustizia sudafricano Michael Masutha di estradare Chang in Mozambico non è piaciuta per niente a Washington.

A destra l’ex ministro Manuel Chang con i suoi legali nel tribunale a Johannesburg

USA: vogliamo Chang

Dopo aver espresso “grande disappunto” l’ambasciata USA ha formalmente chiesto di estradare l’ex ministro negli Stati Uniti e poterlo processare per i suoi presunti crimini.

Mearkle ha ricordato al ministro Masutha che la legge statunitense permette a Chang di essere processato sia negli Stati Uniti che in Mozambico. Cosa non prevista dal Mozambico. Visto che la richiesta di estradizione è stata chiesta prima dagli Stati Uniti, dovrebbe essere processato prima negli USA e poi in Mozambico. Anche perché è impossibile fare il contrario.

“Per i presunti crimini, che hanno colpito i cittadini statunitensi per oltre 700milioni di dollari, deve essere estradato negli Stati Uniti” – ha dichiarato Mearkle. Sono pesanti le accuse degli USA contro Manuel Chang: frode elettronica, frode di titoli, corruzione e riciclaggio di denaro a danno dei cittadini americani.

L’arresto di Chang lo ha eseguito l’Interpol lo scorso il 30 dicembre, su richiesta degli Stati Uniti, all’aeroporto internazionale OR Tambo di Johannesburg. Il 21 maggio la decisione di estradarlo perché “…l’interesse giudiziario sarà meglio servito aderendo alla richiesta della Repubblica del Mozambico”.

Manuel Chang è stato ministro delle Finanze del Mozambico durante la presidenza di Armando Guebuza fino al 2015. In quel periodo l’attuale Capo dello stato, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa.

Analisti credono nelle complicità a livelli più alti della politica visto che la frode riguardava la distrazione di denaro per l’acquisto di navi militari. Mentre nella società civile mozambicana si ritiene che Chang possa affrontare una vera giustizia negli USA piuttosto che in Mozambico.

L'accademico Lourenço do Rosario, che parla di grande cospirazione riguardo al debito e al caso Chang
L’accademico Lourenço do Rosario, che parla di grande cospirazione riguardo al debito e al caso Chang

La grande cospirazione

Invece, secondo l’accademico Lourenço do Rosário, mediatore degli accordi di pace tra RENAMO e FRELIMO, si tratta di una cospirazione. “Il ‘caso Chang’ è collegato al debito del Mozambico” – ha affermato, in un’intervista alla TV mozambicana Miramar.

“Si tratta di una grande cospirazione ai danni del nostro Paese, approfittando della nostra debolezza, come succede in molti altri Paesi africani. Ricordo che quando il presidente Nyusi è stato nel Regno Unito ha dato a intendere che il Mozambico ha delle responsabilità. Bisogna però condividere queste responsabilità con chi ha generato il processo del debito occulto che ha indotto il governo mozambicano ad averlo. E questo accade anche a causa della corruzione interna al Paese”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Kenya: negato l’ingresso a tre diplomatici somali e riesplode la tensione

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
31 maggio 2019

L’occasione era stata promossa dalla sede dell’Unione Europea di Nairobi, per favorire una riconciliazione tra Kenya e Somalia, dopo i contrasti esplosi tra i due Paesi sui diritti di sfruttamento petrolifero nelle zone di mare confinanti. L’incontro, prevedeva un pranzo di lavoro nella capitale keniana, cui dovevano partecipare le delegazioni dei due contendenti, con la mediazione di funzionari dell’Unione Europea. Il proposito era di poter giungere a un pacifico accordo che potesse stemperare le tensioni sorte fin dal febbraio scorso a seguito della denuncia del governo somalo all’ONU, in cui si accusava il Kenya, di ostacolare lo sfruttamento di circa 62 mila miglia marine quadrate, concesse al governo britannico per l’estrazione di petrolio e gas.

I tre diplomatici somali cui è stato negato l’ingresso in Kenya. Da sinistra: il senatore Ilyas Alki Hassan; il vice ministro per l’energia, Osman Libah e il membro del parlamento, Zanzam Dahir

Allo scopo di presenziare all’incontro promosso dall’Unione Europea, tre diplomatici somali; il vice ministro per l’energia, Osman Libah; il senatore Ilyas Alki Hassan e il membro del parlamento, Zanzam Dahir, lo scorso 21 maggio, atterravano all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi, dove, con indignato stupore, si vedevano negare l’ingresso dai funzionari dell’immigrazione perché i loro passaporti, pur possedendo lo status diplomatico, erano privi del visto d’ingresso. I tre venivano quindi invitati a rientrare in Patria, ottenere il visto presso l’ambasciata keniana di Mogadiscio e quindi tornare a Nairobi. L’ostinazione dei funzionari keniani, non arretrava neppure di fronte all’intervento dell’ambasciata somala a Nairobi che tentava di intercedere in favore dei propri concittadini.

I banchi del controllo passaporti per l’ingresso in Kenya, all’aeroporto internazionale di Mombasa

I tre diplomatici erano così costretti a spendere la notte all’interno dell’area aeroportuale di transito, in attesa del volo che, nel giorno successivo, li avrebbe riportati in patria. La reazione somala allo “sgarbo”, cui ha dato voce l’emittente radiofonica Dalsan di Mogadiscio, è stata immediata e rabbiosa, mentre il governo del Kenya non ha rilasciato alcun commento, salvo una laconica risposta alla stampa del ministro degli esteri Monica Juma che ha detto: “Tutti sanno che per viaggiare all’estero occorre avere un visto d’ingresso. Non conosco il caso specifico, ma sarei davvero stupita di sapere che a qualcuno in possesso di tale visto, sia stato vietato l’ingresso in Kenya”.

Il triangolo di mare conteso tra Somalia e Kenya

Forse la signora Monica, occupandosi degli esteri, non è a conoscenza delle norme relative al visto d’ingresso nel suo Paese. Se lo fosse, dovrebbe sapere che ogni giorno, centinaia di persone arrivano negli aeroporti di Nairobi e Mombasa, ottenendo tale visto al momento dello sbarco ed è quindi difficile non pensare che, con questo atteggiamento, il governo del Kenya voglia mostrare quanto sia tiepido il suo intento di giungere ad un accordo pacificatorio con la nazione vicina. L’episodio in questione, ha ulteriormente infiammato i sentimenti di ostilità che il popolo somalo, già mostrava verso la presenza delle truppe keniane nel proprio territorio, accusate di dedicarsi a stupri, violenze e ruberie, oltre all’indebito sfruttamento delle attività del porto di Chisimaio, da loro presidiato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

Yemen: bombe italiane lanciate dai sauditi provocano ondata di migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 maggio 2019

Sono oltre cinquemila i migranti intrappolati nello Yemen, Paese che tentanto di attraversare malgrado la sanguinosa guerra che si consuma dal 2015 e dove i morti civili non si contano più. L’ottanta per cento della popolazione necessità di aiuti umanitari, oltre 14 milioni di persone sono a rischio carestia. Scuole chiuse, ospedali per lo più inesistenti a causa dei raid aerei e anche grazie alle bombe prodotte dalla Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A. (RWM) che ha anche uno stabilimento in Sardegna, a Domusnovas. Queste armi vengono vendute all’Arabia saudita, capofila della coalizione che sostiene il presidente Mansur Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il conflitto interno è iniziato nel 2015 e vede contrapposto due fazioni: da un lato gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano l’ex presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel  dicembre scorso, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.

Campo di detenzione per migranti nello Yemen

La maggior parte dei migranti in Yemen provengono dall’Etiopia, scappano da povertà, in cerca di una vita migliore; tentano di raggiungere l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti in cerca di una vita migliore.  Non dimentichiamo che il grande Paese, il secondo più popoloso dell’Africa, detiene il triste primato mondiale per numero di sfollati, che attualmente sono quasi tre milioni. Altri provengono della Somalia, in guerra da ben venticinque anni. Altri ancora dall’Eritrea per fuggire alla più crudele delle dittature africane.

Da metà aprile questi cinquemila sfortunati, fermati dalle autorità yemenite durante il loro passaggio nel Paese, sono rinchiusi in centri di detenzione più che improvvisati: in due campi di calcio e in un campo militari che si trovano a  Aden, Abyan e Lahj, nella parte meridionale dello Yemen.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) dalla fine di aprile tenta di dare supporto ai migranti del Corno d’Africa. Gli etiopi sono duemilatrecentoquindici, tra loro anche centocinquanta donne e oltre quattrocento minori. Gran parte di loro ha deciso di accettare il rimpatrio volonatrio e le autorità di Addis Ababa hanno dato la loro disponibilità di collaborare per il rientro dei propri cittadini. I voli verso la capitale etiope erano già stati programmati. Per mancanza delle necessarie autorizzazioni finora nessun aereo ha potuto atterrare e ciò mette a rischio la vita dei migranti. Molti sono affetti da una grave malattia intestinale, proprio a causa della mancanza di igiene, acqua potabile, accesso alle cure sanitarie e quant’altro e ciò ha già causato la morte di alcuni di loro.

Ma molti dei giovani del Corno d’Africa che sperano in una vita migliore, non riescono nemmeno a raggiungere lo Yemen, figuriamoci proseguire il viaggio.

Lago Assal

Prima di raggiungere Obock sulla costa meridionale del Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni di trafficanti alla volta dello Yemen, i giovani devono attraversare lande deserte e impervie, caldissime e non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nel triangolo di Afar, che si trova a centocinquantacinque metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata, almeno tremilacinquecento negli ultimi dieci anni.

I pochi fortunati che riescono a raggiungere le mete prescelte – Arabia Saudita o Emirati Arabi – sono destinati a svolgere i lavori più umili, maltrattati, sfruttati;  le donne sono trattate come schiave dai padroni, che non di rado abusano anche sessualmente delle ragazze e spesso vengono rispediti a casa, perché ritenuti migranti illegali.

Africa ExPress
@africexp