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Ambiguità e opportunismi italo-francesi nel conflitto libico

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
15 giugno 2019

Non è solo la disastrosa guerra scatenata contro il regime di Gheddafi; non è solo la sopravvivenza della moneta coloniale CFA, presente tuttora inquattordici nazioni africane, ex possedimenti dell’Eliseo; non è solo la costante ingerenza dei servizi segreti di Parigi nelle questioni interne di tali nazioni. Oggi la Francia di Emmanuel Macron, inasprisce colpevolmente il conflitto libico, in atto fra Tripoli e Bengasi, perpetrando l’ambiguità e l’inganno, esclusivamente finalizzati, non a porre termine agli scontri, ma ad assicurarsi i favori della parte che risulterà vincente.

L’abbraccio tra Emmanuel Macron e l’uomo forte di Bengasi, generale Khalifa Haftar

Il governo di Tripoli, retto dal primo ministro Fayez al-Sarraj, fin dalla sua costituzione nel 2015, era stato riconosciuto in campo internazionale come l’unico e legittimo governo della Libia che, dopo la caduta di Gheddafi e la sua brutale uccisione nell’ottobre del 2011, era piombata nel caos, scatenando una lotta feroce tra le varie fazioni rivali. L’Unione Europea, con il consenso dei suoi Paesi membri (quindi anche della Francia) aveva aderito a tale riconoscimento, raggiungendo con al-Sarraj numerosi accordi, tra cui il controllo dei flussi migratori verso il vecchio continente, oltre a supporti di natura economica per il consolidamento del giovane governo libico.

Il generale Khalifa Haftar, incita le proprie truppe all’assalto di Tripoli

Nello scorso aprile, l’uomo forte della Libia orientale, il generale Khalifa Haftar, che non ha mai voluto riconoscere il governo di Tripoli, ha scatenato una violenta offensiva contro il rivale al-Sarraj. All’inizio, pareva si trattasse solo di una baruffa burla, finalizzata a far attribuire all’uomo di Bengasi un maggior peso internazionale, ma con una progressiva escalation, il conflitto tra i due leader libici è diventato una guerra assolutamente seria e cruenta che ha già prodotto oltre seicento vittime e un esodo di circa settantacinque mila persone. Non secondaria è anche la questione dei migranti che tentano di raggiungere le coste italiane e che lo stesso al-Sarraj paventa, saranno fortemente incrementate e anche infiltrate da fondamentalisti islamici.

L’esodo delle popolazioni libiche che fuggono dalle zone dei combattimenti

Benché sia l’ONU e sia l’Unione Europea, si siano chiaramente espressi in favore di al-Sarraj, non è un mistero che Khalifa Haftar, riceve già l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi e Russia, ma recentemente, anche gli Stati Uniti di Donald Trump, sembrano aver espresso, al pari della Francia, vaghi apprezzamenti nei confronti del generale, questo, forse anche causa della decisa avanzata delle truppe di Bengasi verso Tripoli, cosa che faceva ipotizzare una rapida vittoria che potesse consegnare la Libia nelle mani di Haftar. Oggi però, varie milizie libiche si sono aggiunte, alle forze di al-Sarraj, la cui resistenza all’attacco del rivale, ha creato una situazione di stallo rimettendo in discussione l’esito del conflitto.

Terra senza pace: dopo nove anni dai bombardamenti francesi torna la distruzione in Libia

Questa inattesa situazione non poteva non mettere in grave imbarazzo Emmanuel Macron che ora tenta di assumere un atteggiamento di equidistanza e si rifugia dietro laconici appelli alla pace e al disarmo rivolti a entrambe le fazioni in lotta. Appelli che risultano ben poco credibili, poiché nello scorso aprile, tredici istruttori militari francesi, diretti a Bengasi, erano stati scoperti e arrestati al confine tra Tunisia e Libia. Questi arresti hanno così svelato la strategia di Parigi che, prima, intendeva dare segreto supporto a Haftar ma oggi, vista la situazione sul campo, sceglie di tenere il piede in due scarpe per non pregiudicarsi i benefici che, chiunque sia il vincitore, si presume saranno accessibili al termine del conflitto.

Le più innocenti e incolpevoli vittime dell’ennesimo conflitto libico

Un atteggiamento, questo, certamente criticabile, ma anche assolutamente pragmatico, da parte del premier francese, benché caratterizzato da una buona dose di cinismo. Lo stesso cinismo del resto usato dal suo predecessore, Nicolas Sarkozy, quando lanciò l’attacco aereo sulla Libia di Gheddafi, prima ancora che quell’intervento fosse ufficialmente appoggiato dall’ONU. Lo scopo, neppur troppo nascosto, dell’Eliseo è di mettere oggi le mani sul petrolio libico e di riuscire a farlo estromettendo l’Italia dalla competizione. Se riuscirà in questo intento, la colpa sarà, tuttavia da attribuire prevalentemente al nostro governo e alla sua titubanza in politica estera che lo induce all’eterno temporeggiamento, deludendo spesso i propri alleati.

La pace farsa conclusa nel novembre scorso tra al-Sarraj (sinistra) e il generale Haftar con la mediazione del nostro presidente del consiglio, Conte

In una recente intervista rilasciata alla stampa, al-Sarraj, non ha lesinato critiche alla Francia “Per la seconda volta – ha detto l’uomo di Tripoli – Parigi fomenta guerra e devastazione ai danni del nostro Paese”, ma non sono neppure mancate critiche all’Italia che, a suo giudizio, dovrebbe uscire dal suo temporeggiamento e fornirgli un più concreto appoggio. Quest’accusa riguarda principalmente l’embargo sulle forniture di armi deciso dall’Unione Europea e dall’ONU. “Sappiamo benissimo che questo embargo colpisce solo noi, perché i nostri avversari continuano a ricevere armi dai Paesi che li sostengono. Se embargo ci dev’essere deve valere per entrambi o per nessuno”, ha detto al-Sarraj, ed è difficile dargli torto.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
  @FrancoKronos1     

Corruzione da 4,5 mln dollari in Senegal: coinvolto fratello del presidente

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 giugno 2019

Sono tre i protagonisti dello scandalo che ha colpito il Senegal: BP plc (British Petroleum), Frank Timis e Aliou Sall, fratello del presidente della Repubblica.

Il “fattaccio”, dopo l’inchiesta BBC, riguarda un contratto da 1,5mln di dollari (1,32mln di euro) a favore di Aliou Sall per una consulenza. Un accordo da 25mila dollari (22mila euro) al mese per cinque anni nel settore petrolifero firmato con la Petro-Tim del magnate rumeno-australiano Frank Timis.

Da sinistra: Aliou Sall, fratello del presidente de lSenegal e il magnate Frank Timis
Da sinistra: Aliou Sall, fratello del presidente del Senegal e il magnate Frank Timis

Il ricco businessman, secondo la BBC, è noto per una serie di affari discutibili del settore minerario in Africa e per casi di corruzione di politici del continente africano.

Oltre al costoso contratto è venuto fuori che, secondo l’inchiesta, alla cifra mensile gli sono state promesse azioni per un valore di 3mln di dollari. Non ci sarebbe niente in contrario se il fratello del presidente Macky Sall, avesse le competenze nel settore petrolifero ma, non avendone alcuna, la cosa appare perlomeno stravagante.

Ma soprattutto con un forte odore di corruzione, anche perché neanche la Petro-Tim ha competenze in campo petrolifero ma gli sono state assegnate quote in due giacimenti di gas off-shore.

In rosso i giacimenti di idrocarburi offshore in Senegal
In rosso i giacimenti di idrocarburi offshore in Senegal

Si tratta dei blocchi Cayar Offshore Profond e St. Louis Profond, la cui licenza è stata aggiudicata nel 2012 alla Petro-Tim. Una compagnia sconosciuta nel settore petrolifero che faceva capo a Frank Timis e che poco dopo ha assunto Aliou Sall.

Le rivelazioni del reportage mandato in onda dalla BBC la settimana scorsa hanno ovviamente agitato le acque della politica senegalese. La questione è caduta come una martellata sull’alluce di Macky Sall, vincitore per il secondo mandato alle presidenziali del febbraio scorso.

Il neo-presidente, nel suo primo discorso pubblico aveva confermato: “Metteremo fine alla cattiva amministrazione e alla corruzione. Le sostituiremo con un nuovo sistema di governo”.

Se la martellata sull’alluce presidenziale è stata dolorosa, una trave gli è finita sull’altro alluce quando lo scandalo si è dimostrato maggiore del previsto. BP ha acquistato la partecipazione residua della Timis Corporation per 250mln di dollari (220mln di euro).

Punto vendita al dettaglio di carburante BP
Punto vendita al dettaglio di carburante BP

L’indagine della tv pubblica britannica ha calcolato che che BP, dal 2020, darà a Timis vari miliardi in royalties. Una cifra che va tra i 9,4 e i 12,4mld di dollari (8,30/11mld di euro). Un accordo che, secondo BP, porterà grandi benefici al Senegal.

L’indagine rivela anche che nel giugno 2014, 250mila dollari (220mila euro) sono stati pagati alla Agritrans Sarl di Aliou Sall. Da una email di Timis si trattava di tasse pagate al governo senegalese che però sono finite nelle tasche del fratello del presidente.

Come risposta all’inchiesta, alla BBC è arrivata una dichiarazione a nome di Frank Timis e Timis Corporation nella quale si dice che le accuse sono false. “Non ci sono state infrazioni di sorta in relazione alle concessioni di petrolio e gas di Saint-Louis Profond e Caya Offshore Profond. La concessione, assegnata dall’ex presidente Wade è stata un investimento altamente rischioso e speculativo che ha avuto investimenti costosi”.

La nota di Timis afferma che all’epoca non erano stati scoperti idrocarburi e c’era una possibilità significativa che non sarebbero mai esistiti. Molte società petrolifere hanno avuto la possibilità di esplorare i fondali ma non lo hanno fatto a causa dei rischi connessi. Al 2014 non si sapeva se Timis avrebbe trovato giacimenti di petrolio o gas.

Anche Aliou Sall smentisce tutte le accuse mentre il presidente afferma che l’inchiesta della BBC non rispetta i requisiti giornalistici corretti e vuole la verità. L’opposizione, scandalizzata per il grande furto al Paese e alla comunità, affila le armi e vuole la mobilitazione popolare nelle piazze del Senegal.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, per la prima volta i jihadisti si firmano Stato Islamico nel Nord del Paese

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 giugno 2019

“I soldati del Califfato sono stati in grado di respingere un attacco dell’esercito crociato del Mozambico nel villaggio di Metubi, nell’area di Mocimboa”. Recita così il comunicato, firmato come Stato Islamico, dai jihadisti mozambicani che seminano terrore nel Nord del Paese dall’ottobre 2017.

“I mujaheddin si sono scontrati con loro causando morti e feriti” – continua la dichiarazione – “e hanno preso come bottino armi, munizioni e razzi”. La notizia però non è stata confermata dalle Forze armate mozambicane dislocate da oltre un anno a Cabo Delgado.

Blindato della Forze armate Mozambicane
Blindato della Forze armate Mozambicane

La notizia, diffusa dall’AFP, conferma un’evoluzione del terrorismo islamico nell’ex colonia portoghese. È la prima volta che viene rilasciata una dichiarazione firmata, dall’inizio delle azioni terroristiche nella provincia di Cabo Delgado, nell’estremo Nord del Paese.

Il comunicato indica l’affiliazione e un pericoloso salto jihadista non solo per la firma ma anche perché diramato in occasione della fine del Ramadan.

La comunità islamica di Cabo Delgado ha immediatamente preso le distanze dalla proclamazione espressa dal gruppo terrorista. Nel gennaio 2018 un video confuso, in portoghese, mostrava cinque persone a viso coperto armate di kalashnikov che inneggiavano a un governo di Allah.

Dall’inizio degli attacchi del 2017, i primi dei quali contro due stazioni di polizia, sono state ammazzate oltre duecento persone. Gli assalti vengono fatti soprattutto contro inermi civili che lavorano nei campi e residenti in villaggi isolati che poi vendono dati alle fiamme. Tra le vittime anche donne e bambini, molti dei quali sgozzati o decapitati.

Jihadisti mozambicani ora affiliati allo Stato Islamico
Jihadisti mozambicani ora affiliati al sedicente Stato Islamico

I responsabili, vengono chiamati dalla popolazione al Shabaab ma, secondo uno studio dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo, appartengono al gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jamma.

L’indagine, richiesta direttamente dal presidente Filipe Nyusi, è stata realizzata da João Pereira e Salvador Forquilha con l’aiuto del religioso islamico Saide Habibe.

Secondo Habibe si tratta di persone imbevute di propaganda impostata sul recupero dei valori tradizionali islamici ma che niente conoscono della tradizione dell’islam.

Con bassissima scolarizzazione sono ispirati dell’imam keniota Aboud Rogo Mohammed, ucciso in Kenya nel 2012 e vengono addestrati, nella Regione dei Grandi Laghi.

Il gruppo terroristico – composto da cellule sparse al confine con la Tanzania – si finanzia attraverso il contrabbando di avorio, rubini e legno pregiato.

La crescente ondata di violenza di Cabo Delgato suscita allarme anche per il lavoro che svolgono ENI ed ExxonMobil nei ricchi giacimenti di gas naturale.

ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado

Il sabotaggio e l’interruzione dello sfruttamento di questi ricchissimi giacimenti di idrocarburi sarebbe un’enorme perdita per lo sviluppo e per il futuro del Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 11 giugno 2019

Arrestato. Interrogato. Rilasciato. Senza accuse e quasi con le scuse, ma con schizzi di fango non facili da ripulire.

Ha rischiato di finire pesantemente fuori gioco il numero 1 del calcio africano. E proprio alla vigilia di due  eventi pallonari internazionali: il campionato mondiale femminile, appena iniziatosi in Francia, e la Coppa  d’Africa delle Nazioni (Afcon,o Can) pronta a decollare il 21 giugno, in Egittto..

Ahmad Ahmad, 59 anni, malgascio, presidente della Confederazione africana di  calcio (Caf), è stato arrestato nell’hotel de Berri di Parigi alle 8,30 del 6 giugno scorso dagli agenti dell’Ufficio centrale della lotta anticorruzione e le violazioni finanziarie e fiscali (OCLCIFF):

Ahmad Ahmad, politico e dirigente sportivo malgascio

A darne notizia è stato il giornale Jeune Afrique e per il mondo pallonaro è stato uno choc.

Ahmad Ahmad, anche se non molto conosciuto, è un pezzo grosso in Africa.

In Madagascar è membro del Senato, di cui è pure vicepresidente, è stato segretario del ministero degli Sport e ministro della Pesca, ha fatto il calciatore e l’allenatore ed è poi diventato presidente della Federazione calcistica del suo Paese..

Nel 2017, a sorpresa, ha spodestato quello che sembrava inamovibile  alla guida del Caf, il più importante organismo di gestione del calcio continentale: il discusso, immarcescibile gabonese Issa Hayatou, al potere per 29 anni e sette mandati consecutivi! Dal momento dell’elezione, Ahmad si è dato molto da fare per riorganizzare il calcio africano, “promuovere la trasparenza e combattere la corruzione”.

“Il primo anno – ha scritto Mark Gleeson sul sito Mg.Co.Za –  lo ha trascorso andando su e giù per il continente, incontrando capi di stato e avendo a malapena il tempo di respirare e di stare a casa sua in Madagascar. Scapolo, si è stabilito in Egitto, ma ha vissuto a lungo anche in Marocco, compreso il breve periodo in cui è stato ricoverato in ospedale per problemi cardiaci”.

Nel marzo scorso Ahmad si era visto negare dagli Stati Uniti visto per partecipare a una riunione della Fifa convocata a Miami. Il 6 giugno, invece, Ahmad era reduce dal  69 congresso della Fifa (la Federazione mondiale del calcio) che, il giorno prima, aveva riconfermato quale presidente lo svizzero Gianni Infantino.

All’origine dell’arresto, ci sarebbe l’accusa di aver favorito una società francese, la Tactical Steel, a discapito della multinazionale tedesca Puma  per il fornimento di materiale sportivo (fra cui 60 mila palloni da distribuire alle 54 federazioni africane). Questa decisione gli avrebbe fruttato un “premio” di 830.000 dollari.

A prenderlo di mira era stato, in marzo, l’egiziano Amr Fahmy, ex segretario generale della Confederazione africana, che lo stesso Ahmad aveva voluto in quella posizione. .Fahmy aveva accusato il suo mentore e superiore di corruzione e di molestie sessuali nei confronti della sua donna. Poco dopo la Caf  aveva rimosso Fahmy.

Altri nemici Ahmad se li era fatti in Tunisia. Pochi giorni fa il presidente malgascio, infatti, aveva dichiarato di essere stato minacciato dal presidente della società calcistica tunisina Esperance. Questo perché la Caf aveva ordinato la ripetizione del match de l’Esperance  contro  il Wydad Casablanca, giocata il 31 maggio. La partita era valida per la African Champions League e verrà rigiocata in occasione della Coppa d’Africa. L’incontro era stato annullato perché non era stato possibile, per un goal contestato, ricorrere alla Var (Video assistant referee), bloccata da una guasto: “Perché la Var funziona ovunque e non a Tunisi?”, aveva commentato Ahmad.

Trofeo coppa d’Africa 2019

Insomma: il super presidente aveva non era proprio benvoluto a tutto campo.

Nessuno però si aspettava il colpo di scena della mattina del 6 giugno, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Marsiglia..Seguito da un altro coup de theatre: al termine di 10 ore di interrogatorio a Nanterre, (banlieue a nord ovest di Parigi), Ahmad è stato lasciato andare, gli è stata ridata la libertà con tanto di passaporto, senza nessuna accusa a carico.

Gli inquirenti hanno creduto alla sua linea di difesa: “Tutto è avvenuto alla luce del sole, ogni scelta è stata fatta collegialmente. Sono vittima di un complotto”.

Per ora è finita, ma c’è da credere che la partita non sia giunta al novantesimo minuto.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Sudan, torna la paura dei janjaweed, criminali al servizio del regime

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 11 giugno 2019

Sempre più confusa la situazione in Sudan dove continuano le manifestazioni della popolazione, nonostante il pesante e violento attacco del 3 giugno al sit-in davanti al quartier generale dell’esercito che ha provocato oltre cento morti. Il presidio permanente è finito ma a Khartoum posti di blocco sorgono spontanei per sbarrare il traffico.

Il Transitional Military Council – che sta gestendo il potere dall’11 aprile, quando, dopo mesi di dimostrazioni di piazza, è stato defenestrato il dittatore da trent’anni al potere, Omar Al Bashir – ha annunciato di aver arrestato un imprecisato numero di militari accusati di aver aperto il fuoco sui dimostranti provocando il massacro.

Una strada deserta di Khartoum durante lo sciopero generale

Ma ci sono ancora notizie di civili accoltellati per strada e donne aggredite e violentate in casa propria da sconosciuti. Gang di paramilitari terrorizzano la popolazione. Scendono da auto di passaggio bloccano civili indifesi, li picchiano a sangue e li lasciano sull’asfalto gravemente feriti o moribondi. Le denunce arrivano dalla Sudanese Professionals Association, l’associazione delle professioni che conduce la protesta e ha la leadership della Alliance for Freedom and Change, l’alleanza di tutti i gruppi democratici, che indica come responsabili i paramilitari del Rapid Support Forces, i janjaweed che hanno cambiato nome e ne hanno acquistato uno più nobile, ma non hanno rinunciato ai loro metodi truculenti.

Amira Osman, ha raccontato di almeno cinque casi di stupro, tre ragazze e due ragazzi.Un video, impubblicabile per la crudezza delle immagini visionato dal Fatto Quotidiano a Nairobi, mostra uno dei miliziani che, in una tenda da campo durante l’attacco al sit-in dei dimostranti, strappa i vestiti a una ragazzinae la violenta. La SPA sostiene che durante il violento attacco gli stupri sono stati almeno settanta, tutti messi a segno degli uomini della RSF.

Torna così la paura dei janjaweed, i crudeli e sanguinari miliziani al servizio del governo che atterrivano le popolazioni civili in Darfur. Janjaweed è un neologismo il cui significato è più o meno “diavoli del terrore a cavallo”. Entravano nei villaggi (specie di notte) aprivano il fuoco indiscriminatamente, ammazzavano gli uomini, rapivano bambini e bambine e, prima di incendiare le capanne, violentavano le donne. Si allontanavano poi drogati e ubriachi, sghignazzando istericamente.

Il massacro ha disperso il sit-in davanti al quartier generale dell’esercito che durava da aprile ma ora l’opposizione, per rilanciare l’iniziativa politica ha optato per lo sciopero generale. Lunedì i negozi erano chiusi e sui social sono stati postati video che mostravano le strade di Khartoum e della città gemella, separata solo da un ponte sul Nilo, Omdurman, deserte. Durante gli sporadici scontri con la polizia, almeno 3 civili sono stati uccisi.

“La situazione instabile e confusa – commenta un diplomatico nella capitale sudanese – dimostra che c’è una spaccatura nell’esercito. Da un lato chi vorrebbe intervenire con decisione e chiudere i conti con un bagno di sangue, dall’altro che intende recepire le richieste di democrazia e apertura sociale”. Insomma, l’ala militare legata al vecchio di dittatore, da cui ha ottenuto prebende, favori e privilegi, resiste e non vuole assolutamente lasciare il potere. Ma i giovani (e soprattutto le donne che stano giocando un ruolo importante in questa rivolta), la borghesia e le classi popolari questa volta non intendono abbandonare la lotta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Chi sono i janjaweed? Il mistero intorno alle milizie arabe sudanesi

 

Guerra degli hacker in Kenya: “Abbiamo il controllo dei siti web governativi”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
10 giugno 2019

Si sono autodefiniti i “Kurd electronic team”, gli hacker che hanno compiuto uno dei più gravi attacchi cibernetici ad almeno diciotto siti del governo e di varie istituzioni parastatali del Kenya, devastandone il funzionamento. Poco più di una settimana fa, nell’attonito sbalordimento degli operatori informatici, sull’home page dei siti governativi, oggetto dell’intrusione, è comparso il logo del gruppo criminale che l’aveva compiuta e i siti sono diventati improvvisamente ingestibili. Tra i più importanti siti web oggetto dell’attacco, c’è il NDICT (National Development Implementation and Technical Communication); il NYS (National Youth Service); la NEMA (National Environment Management) e l’IFMIS (Integrated Financial Management Information System).

Lo sfacciato annuncio dei pirati informatici che hanno violato i siti governativi del Kenya

“Torneremo presto operativi – ha annunciato l’ente preposto al controllo della sicurezza sui web governativi – siamo spiacenti per l’accaduto e invitiamo chiunque voglia contattarci, a usare altri sistemi”. Questo è l’annuncio comparso a chi tentasse di collegarsi a uno dei diciotto siti in questione. Non sono ancora chiari – o comunque non sono stati ufficialmente rivelati – gli effettivi danni causati dall’attacco cibernetico ma secondo alcune indiscrezioni, appaiono piuttosto gravi poiché avrebbero esposto notizie e indirizzi riservati. Non è questo il primo attacco subito dal sistema informatico del governo, ma nessuno aveva mai raggiunto lo stesso livello d’intensità. Il ministro responsabile della sicurezza sul web, Jerome Ochieng, si è finora sottratto a ogni tentativo di contatto da parte dei media locali.

Malgrado i sempre più sofisticati sistemi per contrastarla la pirateria informatica resta imbattuta

Tra i siti governativi, oggetto di precedenti attacchi della pirateria informatica, figurano quelli del KDF (Kenya Defence Force); del vicepresidente William Ruto e del CAK (Communication Authority of Kenya) che nel 2017 è stato vittima di un’intrusione molto invasiva a opera di un gruppo denominato “AnonPlus”. Il Kenya, non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mostrare la fragilità del proprio sistema informatico, poiché nell’ormai lunga storia dell’hackeraggio cibernetico, si riscontrano vittime ben più autorevoli, come il dipartimento di Stato americano, grossi istituti di credito internazionali e – benché i loro sistemi di protezione siano di alta efficienza – non pochi tentativi d’intrusione li hanno subiti anche il Pentagono, la CIA (Center Intelligence Agency) e l’FBI (Federal Bureau of Investigation). Questo dimostra che, malgrado il costante sviluppo di nuove e raffinate tecnologie, la sicurezza della rete, mostra tuttora non poche fragilità.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Liberia: Weah contestato, la popolazione chiede migliori condizioni di vita

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 giugno 2019

Migliaia di cittadini liberiani sono scesi nelle piazze e nelle strade della capitale Monrovia venerdì scorso per chiedere migliori condizioni di vita. Un problema di vasta portata per George Weah, eletto presidente nel 2018, che prima di dedicarsi alla politica è stato un campione di calcio. Nel 1999 fu scelto dall’IFFHS come calciatore africano del secolo, ma evidentemente amministrare un Paese, non è come giocare a pallone.

Decine di associazioni della società civile, comprese quelle dei giovani, che furono grandi supporter di Weah durante la campagna elettorale,  hanno formato il consiglio dei patrioti, fortemente appoggiato dai partiti dell’opposizione. La manifestazione di venerdì era stata indetta già due mesi fa e pubblicizzata in grande scala su tutti social network, che, ahimè, proprio venerdì, 7 giugno, risultavano oscurati nella capitale. Ma secondo Henry Costa, popolare speaker radiofonico e tra i maggiori sostenitori del movimento, ha fatto sapere che questa manifestazione rappresenta solo l’inizio: “Resteremo nelle strade e nelle piazze finchè non otterremo risultati concreti”. Molti abitanti della capitale sono andati da parenti fuori città, temendo violenze e disordini.

Manifestazione in Liberia contro il governo di Weah

Buona parte della popolazione vive senza i servizi essenziali, come acqua corrente e energia elettrica, in parte riconducibile alla corruzione endemica.

Dopo i lunghi anni di guerra civile la riconciliazione non è stata facile. I giovani che avevano combattuto allora, oggi sono senza istruzione e lavoro; sono arrabbiati, infelici della precaria situazione economica, che non dà le necessarie opportunità. In particolare gli ex bambini soldato sono emarginati dalla società, vivono in baraccopoli e campano grazie a piccoli furtarelli.

Secondo fonti della polizia i partecipanti alla manifestazione sarebbero stati oltre quattromila. La comunità internazionale si è detta molto preoccupata per l’attuale situazione nel Paese. Teme, infatti, un rigurgito delle violenze; il ricordo della sanguinosa guerra civile (1989-2003) che ha causato la morte di 250.000 persone è ancora vivo.

Weah succede a Ellen Johnson Sirleaf – ha guidato il Paese dal 2006 al 2018 – e durante la sua campagna elettorale aveva promesso la riduzione della povertà e di combattere la corruzione galoppante, inoltre aveva garantito sicurezza e il diritto di manifestare. Purtroppo giovedì scorso anche lui ha alzato i toni: “Gli insulti e l’incitamento alla violenza non saranno mai più tollerati sotto la mia amministrazione”.

In questi giorni il presidente ha difeso il bilancio dei suoi primi diciotto mesi. “In questo periodo sono state costruite strade per collegare villaggi isolati, abbiamo pagato le tasse per sostenere gli esami a coloro che non avevano i mezzi, e ora tutte le scuole pubbliche sono gratuite. Non credo che possiamo essere biasimati per questo”.

La ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

I manifestanti chiedono nuove misure per far fronte alla grave crisi economica, un tribunale speciale per giudicare i responsabili della guerra civile e maggiore attenzione per la lotta contro la corruzione. Per ragioni di sicurezza gli organizzatori della protesta hanno dovuto sottoporre le loro lamentele alla vicepresidente Jewel Howard-Taylor, ex moglie di Charles Taylor, ex presidente e signore della guerra (1997-2003), invece che a Weah, mossa che non è stata apprezzata dai dimostranti.

Nel dicembre del 1989 il National Patriotic Front of Liberia (NPFL), capeggiato da Charles Taylor, comincia una rivolta nel nord del Paese e ben presto prende il controllo di quasi tutto il territorio, eccetto della capitale Monrovia. Alla guerra civile partecipano sette fazioni rivali; termina con gli accordi pace nel 1997. Nelle elezioni che seguono, Taylor viene eletto presidente. Nel 1999 ricominciano i disordini, ma Taylor prende il controllo della situazione. Nel 2003 altra guerra civile che termina con la fuga del presidente in Nigeria. Si stima che in questi quattordici anni siano morte almeno duecentocinquantamila persone, mentre centinaia di migliaia hanno dovuto lasciare le proprie case e fuggire.

Nel 2012 Charles Taylor viene condannato dalla Corte penale internazionale per ben undici capi di accusa relativi ai crimini di guerra. Attualmente sta scontando una pena di cinquant’anni in una prigione della Gran Bretagna.

La crisi economica attuale è dovuta in gran parte alla quotazione del dollaro americano che è raddoppiato negli ultimi due anni rispetto al dollaro liberiano. La svalutazione della moneta locale rende quasi impossibile per la maggior parte della popolazione l’acquisto di merce importata e per ridurre la galoppante inflazione, Weah ha ridotto le tasse sull’importazione per oltre duemila prodotti di prima necessità.

Ma la situazione si è aggravata anche grazie ad operazioni azzardate commesse dalla Banca Centrale Liberiana sotto l’amministrazione precedente e quella attuale. Lo scorso marzo cinque ex alti funzionari dell’istituto, tra loro anche il figlio di Ellen Johnson Sirleaf, sono stati accusati di sabotaggio economico per la sparizione di quindici miliardi di dollari liberiani (l’equivalente di ottantatremila euro). Le banconote, stampate all’estero, sarebbero arrivate nel Paese tra novembre 2017 – allora il presidente in carica era ancora Ellen Johnson Sirleaf –  e agosto 2018, ma nella banca non sono state trovate tracce del malloppo.

Già a fine maggio il presidente ha promesso di chiedere un nuovo prestito al Fondo Monetario Internazionale per stabilizzare l’economia. Inoltre Weah si è impegnato affinchè venga sostituita la direzione della CBL. Intensificherà, inoltre, la lotta contro la corruzione. Istruzione, sanità, infrastrutture stradali e investimenti avranno comunque l’assoluta priorità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Liberia: spariti nel nulla 83 milioni di euro mentre Weah vara la riforma terriera

 

Continua la repressione a Khartum: arrestati leader dell’opposizione

Africa ExPress
Khartoum, 8 giugno 2019

Poche ore dopo la visita del primo ministro etiope Abyi Ahmed, le forze di sicurezza sudanesi hanno arrestato, Mohamed Esmat, un esponente di un partito dell’opposizione e Ismail Jalab, un leader del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N). Entrambi erano presenti alla tavola rotonda organizzata da Abiy durante il suo soggiorno lampo ieri a Khartoum, dopo il massacro che si è consumato qualche giorno fa nella capitale.

Esmat è stato fermato venerdì stesso, mentre Jalab è stato prelevato nella sua abitazione alle tre del mattino insieme al portavoce del Movimento, Mubarak Ardol. Finora non è dato sapere dove siano stati portati. Si teme anche per la sorte di Yasir Arman, vicepresidente di SPLM-N, arrestato qualche giorno fa.

Il premier etiope Abiy Ahmed a Khartoum

Arman era ritornato in Sudan il mese scorso, dopo un esilio durato oltre vent’anni. Durante quel periodo aveva vissuto sia in Kenya che nella zona delle montagne di Nuba, al confine con il Sud Sudan. Secondo alcune fonti, l’esponente del SPLM-N, sarebbe stato arrestato dalle forze paramilitari RSF, il cui capo è Mohamed Hamdan Daglo meglio conosciuto come “Hametti”, un tempo leader delle criminali bande di janjaweed che terrorizzavano e massacravano le popolazioni civili di origine africana nel Darfur. Oggi sebbene sia ricercato dalla Corte Penale Internazionale, è vicepresidente del Consiglio Militare di Transizione, al quale recentemente l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno assicurato aiuti finanziari per tre miliardi di dollari.

Yasir Arman, vicepresidente di SPLM-N, arrestato dai paramilitari di RSF

Sia Esmat che Jalab sono figure di spicco di Freedom and Change, alleanza che comprende la Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione. Sta di fatto che la giunta militare è riuscita a creare una spaccatura nel raggruppamento dei civili. Alcune fazioni rifiutano qualsiasi forma di dialogo, altre, invece, sono disposti a riprendere le trattative ponendo però precise condizioni.

Dopo la sua visita, durante la quale il premier etiope ha caldamente raccomandato alle parti di riprendere il dialogo per arrivare a una soluzione della grave crisi, Abiy ha nominato Mohammad Dirdiry come suo inviato speciale per continuare la mediazione e veglierà sull’andamento della situazione nel Paese.

Africa ExPress
@africexp

L’Unione Africana sospende il Sudan con effetto immediato

 

L’Unione Africana sospende il Sudan con effetto immediato

Africa ExPress
Khartoum, 7 giugno 2019

L’Unione Africana ha sospeso con effetto immediato il Sudan; tale sanzione resterà in vigore finchè non sarà istituita un’autorità civile di transizione.

Nel frattempo il Paese non potrà più partecipare alle attività dell’Organizzazione panafricana. Per uscire dall’attuale crisi e l’escalation delle violenze, che ha fatto oltre cento morti dall’inizio di questa settimana, è assolutamente necessario che i militari lascino il potere.

Il presidente di turno del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’UA, il sierraleonese Patrick Kapuwa, non ha avuto mezzi termini: “Perseguiremo le persone e/o le entità che hanno impedito che i civili potessero governare durante il periodo di interregno”.

Manifestanti in Sudan

La rivolta del pane è iniziata a metà dicembre, la popolazione per mesi aveva chiesto le dimissioni di Omar al Bashir, il vecchio dittatore che si era impadronito del potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989. L’11 aprile lui stesso è stato rovesciato con un putch militare e oggi si trova in una galera a nord di Khartoum.

Sin dall’inizio della crisi l’UA aveva fortemente auspicato che i civili potessero prendere in mano le redini del Paese per traghettarlo fino alle prossime elezioni democratiche.

Ma le consultazioni per la tra Freedom and Change, alleanza che comprende la Sudanese Professional Association e alcuni partiti all’opposizione e la giunta militare erano approdati in un nulla di fatto e all’inizio della settimana l’esercito e i paramilitari di Rapid Support Forces (gli ex janjaweed, il cui comandante è Mohammad Hamdan Daglo, detto Hametti, che attualmente è pure vicepresidente del Consiglio Militare di transizione) sono scesi nelle strade, terrorizzando e assalendo i civili, che dimostravano pacificamente.

In pochi giorni – in base a quanto hanno riferito i medici dell’associazione dei professionisti del Sudan – .sono state brutalmente uccise più di cento persone, oltre cinquecento i feriti.  Quaranta salme sono state ritrovate nelle acque del Nilo. Secondo i militari sarebbero “solamente” 46.

Nella giornata di oggi il primo ministro etiope Abiy Ahmeda è volato per poche ore per tentare una mediazione tra il Consiglio militare di transizione e l’opposizione. Dopo quattro giorni dal terribile bagno di sangue, Abiy ha incontrato il capo della giunta, Abdel Fatah al Burhan, e in seguito ha organizzato una tavola rotonda con la delegazione etiopica e rappresentanti di Freedom and Change.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, a sinistra e il leader della giunta militare sudanese, Abdel Fatah al Burhan, a destra

Nelle foto ufficiali scattate durante la visita del primo ministro etiope, Hametti, capo delle RFS – accusato di essere il responsabili del massacro di Khartoum, vicepresidente della giunta militare , non appare da nessuna parte.

Abiy ha incoraggiato le parti di riprendere il dialogo per arrivare quanto prima ad una soluzione della grave crisi. Un compito arduo e non semplice. Dopo quanto è successo, sarà difficile ricostruire un rapporto di fiducia tra le due fazioni.

Anche se attualmente è tornata una relativa calma nella capitale, l’ONU ha preferito evacuare parte del personale non strettamente indispensabile.

Africa ExPress
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Camerun: il conflitto dimenticato nelle zone anglofone e il finto dialogo per la pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2019

“La crisi umanitaria che si consuma nelle due regioni anglofone del Camerun è un dramma ignorato dalla comunità internazionale. Pochi ne parlano”, ha dichiarato qualche giorno fa il direttore regionale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Nigel Tricks.

E ha ragione da vendere. I dialoghi tra le autorità di Yaoundé e i separatisti non sono mai realmente iniziati. Paul Biya, che è stato rieletto presidente lo scorso ottobre, si era dichiarato disponibile per un confronto con le parti, ma aveva precisato che sul tavolo delle trattative non avrebbe accettato richieste di secessione e/o di autonomia.

Sfollati in Camerun

Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

In base a un rapporto della ONG Human Rights Watch le ostilità in atto avrebbero causato finora oltre 1.800 morti. Gli sfollati sono oltre mezzo milione, mentre decine di migliaia hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, tra loro 35.000 si sono rifugiati nella vicina Nigeria. Secondo le stime dell’ONU, 1,5 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare. E il mondo tace.

La ONG norvegese, presente nel Paese dal 2017, chiede alla comunità internazionale di prestare attenzione a questo conflitto e precisa: “Se gli scontri perdurano, i rancori reciproci rischiano di diventare irreversibili, la regione si avvicina lentamente ad una guerra spietata”, ha sottolineato Jan Egeland, segretario generale di NCR.

BIR, forze speciali del Camerun

A fine maggio anche Amnesty Internationl, HRW e altre sette ONG hanno fatto sapere che senza un’azione rapida la situazione rischia di precipitare e hanno suggerito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di mettere nella propria agenda riunioni d’informazione e discussioni sulla condizione del Camerun anglofono.

Anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, nel suo rapporto, presentato martedì scorso al Consiglio di sicurezza si è detto fortemente preoccupato per il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, per la situazione allarmante dei diritti umani nelle regioni del Nord-ovest e Sud-ovest del Camerun, dove questi vengono regolarmente violati sia dalle forze governative che dai gruppi armati indipendisti. Infine il capo del Palazzo di Vetro ha precisato: “Finora il dialogo tra le parti, volto a risolvere in modo pacifico i contrasti, non ha portato risultati significativi”.

Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato
Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato

Il 13 maggio scorso si è tenuta una prima riunione del Consiglio di sicurezza sulla situazione nel Camerun.  Qualche giorno prima il primo ministro Joseph Dion Ngute, si era recato nella zona anglofona. In tale occasione aveva fatto sapere che Yaoundé era pronta al dialogo, ma ha escluso trattative circa secessione e separazione. Mentre il ministro per l’Amministrazione terriotoriale, Paul Atangana Nji, uomo di fiducia del presidente, ritiene che i separatisti non avrebbero nessun mandato per poter parlare a nome della popolazione anglofona. Infine il ministro ha apostrofato i secessionisti come “impostori”.

Anche Julius Sisiku Ayuk Tabe, leader dei separatisti, accusato di terrorismo e secessione, qualche giorno fa ha fatto sapere dalla prigione di masima sicurezza dove è attualmente detenuto, di essere pronto a partecipare ai dialoghi, ma solamente se questi si svolgeranno all’estero. Ha inoltre chiesto la liberazione di tutte le persone attualmente detenute nell’ambito della crisi anglofona, il ritiro delle truppe governative dalle due regioni. Ovviamente il governo non ha accettato le sue richieste.

E mentre il mondo continua a girarsi dall’altra parte, il conflitto non si arresta, la gente continua a fuggire perchè terrorizzata dalle violenze, molte scuole sono chiuse e 780.000 bambini vengono privati della loro istruzione, del loro futuro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Il 13 maggio la crisi del Camerun verrà discussa in Consiglio di Sicurezza