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Etiopia: stroncato tentativo di colpo di Stato, ucciso il capo di stato maggiore

Africa ExPress
Addis Abeba, 23 giugno 2019

Il capo di Stato maggiore dell’esercito etiopico, Seare Mekonnen e un altro ufficiale sono morti nella capitale Addis Abeba per le gravi ferite riportate dopo essere stati bersagliati dai proiettili durante una sparatoria, seguita a un tentativo di “colpo di Stato”. Nelle stesse ora un attacco è stato portato contro il governo della regione Amhara, nel nord del Paese.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia

Pochi minuti fa è stato confermato che anche Ambachew Mekonnen, governatore della regione Amhara, e un suo consigliere sono stati ammazzati a Bahir Dar, capoluogo del territorio, dove nella serata di ieri sono stati fatti fuori anche diversi alti ufficiali.

A fine maggio si erano verificati diversi scontri etnici e Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, aveva inviato l’esercito per arginare il conflitto tra gli amhara e i gumuz. Gli amhara rappresentano il ventisette per cento della popolazione, secondi solo agli oromo, che con il trentaquattro per cento è la prima etnia del Paese. I gumuz appartengono a un piccolo gruppo etnico che vivono tra l’Etiopia e il Sud Sudan.

In un breve comunicato l’ufficio del primo ministro Abiy al potere da poco più di un anno, ha fatto sapere che il tentato putch, è contrario alla Costituzione e deve essere assolutamente condannato da tutti gli etiopi.

Finora non sono stati resi noti altri dettagli dalle autorità di Addis Ababa, che nel frattempo hanno bloccato internet in tutto il Paese. Ieri notte l’ambasciata degli Stati Uniti aveva diramato un’allerta a causa di ripetuti colpi di arma da fuoco nella capitale.

Africa ExPress
@africexp

 Notizia in aggiornamento

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

Burkina Faso, Niger e Mali flagellati da terrorismo e scontri etnici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 giugno 2019

Ieri oltre 3000 persone (5000 secondo gli organizzatori) hanno manifestato pacificamente a Bamako, la capitale del Mali, contro le violenze nel centro del Paese. Almeno 250 persone sono state brutalmente ammazzate dall’inizio dell’anno in diversi villaggi (Koulogon, Ogossagou, Sobane, Gangafani, Yoro e altri ancora) e quasi 3000 hanno cercato rifugio a Bandiagara, nella regione di Mopti.

Sono per lo più dogon e fulani le vittime di questa carneficina nel centro della ex colonia francese. Gruppi armati di dozo, cacciatori tradizionali di etnia dogon e altri di origine fulani da qualche tempo sono in stato di agitazione tra loro. I secondi, che si occupano per lo più di pastorizia, e i dogo, agricoltori, per secoli hanno vissuto in armonia tra loro. I contrasti sono iniziati solo dopo la fondazione del gruppo jihadista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani, che ha reclutato i propri adepti tra la sua gente. I dogon hanno creato gruppi di autodifesa armati; da allora si verificano continui scontri tra le due etnie.

I manifestanti hanno chiesto al governo di disarmare quanto prima tutti gli abitanti, residenti nelle aree considerate fragili al centro della ex colonia francese, dove da tempo non solo i terroristi insanguinano il suolo, ma anche gli scontri etnici rendono insicure molte aree. La gente ha paura, molti campi sono in stato di abbandono, e questo non solamente per i cambiamenti cimatici, ma perchè in alcuni villaggi non è rimasto nessuno che possa coltivarli.

Villaggio dogon in Mali nella falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger

E proprio ieri, mentre era in pieno svolgimento la manifestazione a Bamako, l’esercito maliano ha annunciato che era in atto un nuovo rastrellamento di terroristi nel centro del Paese. Un soldato sarebbe morto durante l’operazione, mentre parecchi attentatori sarebbero stati neutralizzati e alcune loro basi distrutte.

Jean-Pierre Lacroix, capo delle operazioni ONU per il mantenimento della pace in Mali si è recato ieri a Mopti, accompagnato da Pedro Serrano, vice commissario per la politica estera dell’Unione Europea, per incontrare le autorità locali e rappresentanti della società civile. Giovedì prossimo, invece, il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro discuterà sul futuro di MINUSMA,  la missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali, una delle più costose e pericolose. Infatti ha perso quasi duecento uomini dal 2013.

 

Attacchi di terroristi in Burkina Faso

Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo di MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.

Anche in Burkina Faso le violenze non si fermano. Martedì scorso i jihadisti hanno nuovamente attaccato un villaggio nella provincia di Soum, nel nord del Paese. I terroristi sono arrivati a Tongomayel nel pomeriggio e hanno radunato la gente che, convinta che fosse un raduno di preghiera, non ha esitato a dare seguito all’ “invito”. Poco dopo i jihadisti hanno aperto il fuoco, uccidendo al meno 17 persone, tra loro anche anziani e bambini. I sopravvissuti sono tutti scappati. Il villaggio ora è deserto.

“Scappiamo per non morire”. Secondo le stime delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno 90.000 burkinabè sono fuggiti dalle loro case, hanno lasciato i loro villaggi perchè terrorizzati dalle violenze che si consumano particolarmente nel nord del Paese.

I primi di giugno a Ougadougou, la capitale della ex colonia francese, dopo l’ennesimo attacco jihadista si sono riversate 1.500 persone. Ora molti di loro vivono nel cortile polveroso di una scuola. Cucinano e dormono all’aperto. Hanno lasciato tutti i loro poveri beni a casa, nella zona dove negli ultimo mesi sono stati uccisi anche sacerdoti e fedeli. Nella stessa area sono stati liberati anche quattro ostaggi occidentali, rapiti nel Benin.

Anche questa volte l’esercito è arrivato durante la notte, a tragedia consumata. Ha immediatamente rastrellato l’intera zona, ma dei terroristi ormai non c’era più ombra. Finora la nuova strage non è stata rivendicata.

Durante un’operazione congiunta delle forze armate nigerine, francesi e statunitensi, che si è svolta tra l’8 e il 18 giugno, sarebbero stati uccisi 18 miliziani dello Stato Islamico del Gran Sahara (EIGS).

Grazie all’azione militare in Niger, denominata ACONIT, alla quale hanno partecipato i militari delle forze armate nigerine (FAN), i francesi di Barkhane – presenti in tutto il Sahel con oltre 4000 uomini – sostenuti dagli alleati americani, sono stati anche arrestati cinque terroristi, tra loro tre di nazionalità nigerina.

Le autorità di Niamey hanno fatto sapere che ACONIT è intervenuta nella regione di Tongo-Tongo, al confine con il Mali, dove alla fine di maggio sono stati uccisi 27 suoi militari. EIGS aveva rivendicato l’attentato dell’ottobre 2017 durante il quale sono morti 4 militari statunitensi e 5 nigerini . Tale aggressione era avvenuta nella stessa area.

I dogon, popolo del Mali che conta 240.000 persone, vivono per lo più nella regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger. Le loro origini sono incerte: alcuni studiosi ritengono che siano originari della regione del Nilo, altri, invece che si sarebbero staccati dal popolo Mossi del Burkina Faso in seguito a lotte tribali.

Praticano una religione animista, e nonostante i contatti con l’Islam nero e con altre religioni monoteistiche, mantengono tutt’ora un legame molto forte con il loro credo originario. La loro spiritualità si esprime in cerimonie e danze rituali e le maschere sono l’elemento di maggiore rilievo.

Le loro case sono originali, costruite in blocchi di terra cruda che vengono tenuti insieme con della malta d’argilla. Il tutto viene rinforzato con tronchi di palma che sporgono dalle pareti. Si dice che la pianta del villaggio simboleggi il corpo umano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

Silvia aveva denunciato molestatori pedofili, forse rapita per vendetta

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 a continuare le inchieste giornalistiche. Vogliano scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, Mombasa e Malindi, giugno 2019

La prima cosa che salta agli occhi cercando le tracce di Silvia Romano, la ventitreenne milanese sequestrata la sera del 20 novembre a Chakama, in Kenya, è che le indagini sono state abbastanza carenti, che c’è una competizione tra le varie polizie dell’ex colonia britannica e tra queste e l’esercito che si è occupato di scandagliare tutto il territorio al confine con la travagliata Somalia. Di Silvia non si sa niente dal momento della sua scomparsa. Sparita nel nulla. A parte il silenzio stampa chiesto dalla Farnesina – un atteggiamento di routine che serve più a mantenere segreti inconfessabili che a salvaguardare la vita degli ostaggi o l’inquinamento delle relative indagini – in questi casi si riesce sempre ad avere qualche informazione. Questa volta no. Niente. Sconsolante.

“Scusi, ma Silvia Romano ha dormito qui?”. La signora indiana che gestisce la guest house Marigold, nel caotico centro di Mombasa, non solo è gentile, ma anche collaborativa. Così, dopo averle spiegato perché stiamo indagando sul rapimento, chiama subito il figlio Aash Sahiko che si presenta con i registri degli ospiti. Dopo una veloce ricerca arriva la risposta: “Sì, è stata qui il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre”. Hillary Duenas, la collega americana che mi accompagna e che sarà molto importante nell’aprire bocche apparentemente cucite, chiede e ottiene il permesso di fotografare le pagine. Ogni dettaglio è prezioso. Chiediamo: Silvia è venuta qui sola? “Certo – è la risposta -. Ha pagato il prezzo della camera singola. E’ arrivata sola ed è ripartita sola”. Aash Sahiko se la ricorda bene: “Una bella ragazza così, resta impressa. Ero contento quando l’ho vista per la seconda volta in novembre”.

Il registro del Marigold Guest House mostra che Silvia ha dormito nella camera 4 (foto di Hillary Duenas per Africa ExPress)

Ma è venuto qualcuno della polizia keniota o agenti italiani a chiedere informazioni su Silvia?, chiediamo. “No, nessuno. Quando abbiamo saputo del suo rapimento ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore e ci siamo meravigliati che non siano comparsi i poliziotti”. Io ed Hillary ci guardiamo sorpresi: com’è possibile che nessun inquirente si sia fatto vivo per verificare che la ragazza fosse sola?

Silvia, bella, giovane e dinamica, non poteva non attrarre le attenzioni di qualche ragazzo. Infatti erano in tanti a farle la corte o addirittura a dichiararle grande amore, come Alfred Scott un fisioterapista dell’ospedale di Mombasa che su Facebook proclama di essere innamorato della milanese.

Alfred Scott e Silvia Romano fotografati a Mombasa

Alla polizia di Nairobi sul rapimento vengono formulate tre ipotesi: sequestro per ottenere un riscatto, sequestro per tapparle la bocca su accuse di pedofilia di cui sarebbe stata testimone a Likoni, stesso movente ma per molestie a Chakama, villaggio nell’entroterra di Malindi.

Il muro di cinta della villa dove c’è il centro di Davide Ciarrapica

Silvia arriva per la prima volta in Kenya il 22 luglio dell’anno scorso. Aveva conosciuto un italiano, Davide Ciarrapica durante una festa di beneficenza. Il trentunenne di Seregno gestisce un centro per bambini a Likoni, un villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare che si può superare con un traghetto. La ragazza intravede la possibilità di fare qualcosa a favore dei più deboli. Così quel giorno si imbarca per Mombasa con lui. Imbarazzante una dichiarazione rilasciata verbalmente da Ciarrapica a un detective keniota. Impossibile per me riportare qui i particolari scabrosi. Riferisce costernato l’investigatore: “Senza alcun pudore Davide, durante un colloquio il 15 maggio scorso, racconta che Silvia, durante il viaggio in aereo, gli è saltata addosso. Piuttosto strano mi è sembrato un modo per screditarla ai miei occhi. Io non gli ho creduto”.

Silvia resta al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centredi Davide per un mesetto, poi torna a Milano. Il 5 novembre rientra in Kenya. All’aeroporto di Mombasa, va a riceverla Ciarrapica. Insieme vanno a Likoni, ma lei ci resta poche ore. A fine giornata torna a Mombasa e si ferma a dormire al Marigold. La mattina dopo corre a Chakama, insieme a due nuovi volontari appena arrivati, nella struttura di Africa Milele, la onlus per cui lavorerà: obiettivo aiutare i bambini.

All’attracco del traghetto Likoni-Mombasa ci dà appuntamento una mamma che conosceva bene Silvia. Quando le chiediamo di raccontarci qualcosa della permanenza della ragazza quaggiù, scoppia in lacrime: “Le voglio bene, le voglio bene. Spero che torni presto. Io avevo tre bambine in quella struttura, poi le ho ritirate”. Perché? “Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio, Rama Hamisi Bindo”. Invano Hillary abbraccia la signora cercando di consolarla. Il pianto continua a dirotto.

Un keniota che lavorava nel Centro di Ciarrapica, racconta: “No, non credo che ci siano stati casi di pedofilia, però un giorno mi hanno allontanato dicendo: ‘Conosci troppi segreti di questo posto. E’ meglio che tu vada via’. Licenziato in tronco”.

Una visita al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre lascia confusi e stupefatti. Hillary – che tra l’altro è anche medico e così si presenta – all’entrata viene accolta da una signora che si illumina in volto: “Ah, grazie al cielo, dottoressa. Lei è venuta qui per quella quattordicenne incinta”. Evidentemente no, ma desta perplessità anche il fatto che Davide arrivi con la sua girlfriend, una stupenda diciassettenne.

Dopo la sua prima esperienza a Chakama, Silvia rientra in Italia, promettendo comunque a Davide che organizzerà a beneficio del suo centro, incontri di beneficienza per raccogliere fondi. Cosa che fa in ottobre. Ritorna il 5 novembre e va a Likoni, giusto il tempo per essere accolta freddamente dai bambini, che hanno l’ordine di restare sull’attenti immobili e di non salutarla, e da Davide, che l’accusa di non aver raccolto sufficiente denaro. I bambini africani fanno sempre una gran festa alla gente, specie quella che conoscono e che ha giocato tempo prima con loro. Quei ragazzini restano invece impietriti. “Davide è un collerico irascibile – racconta un altro ex impiegato -. Ecco perché in Italia recentemente è stato condannato a 6 anni di reclusione e 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in una discoteca di Milano”.

Racconta uno degli inquirenti kenioti che sta cercando di dipanare l’intricata matassa: “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell’organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili”. Trasecolo. Scusa? Ripeti bene. “Sì, gode di protezioni potenti”. Io e Hillary ci guardiamo increduli. Io, perché credo di aver capito male; lei perché, essendo americana, ha capito benissimo.

La polizia di Mombasa, secondo il nostro testimone che teme ritorsioni e mi intima per ben tre volte di non pubblicare il suo nome, non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso: “Ecco un rapporto riservato critico sul comportamento di come sia stata condotta l’indagine laggiù”, mormora tirando fuori dal cassetto un documento assai compromettente. Lo leggiamo ma non ci permette di fotografarlo.

Audio raccolto da Hillary Duenas

Nella sua deposizione del 15 maggio scorso alla polizia, Ciarrapica, che per altro afferma di essere stato ascoltato dai carabinieri del ROS durante una sua visita in Italia in gennaio,  dichiara di aver sconsigliato a Silvia di andare e prendere servizio a Chakama, eppure in una mail che ho potuto vedere, c’è scritto esattamente il contrario. Anzi, è stato proprio lui a consigliarle di andare.

Ma quello che inquieta di più è che all’aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano. Ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che deve aver riguardato anche la ragazza milanese. Perché nell’archivio della polizia aeroportuale non c’è niente di tutto ciò?

Riserva sorprese anche l’archivio della polizia di Malindi. L’11 novembre nove giorni prima di essere sequestrata, Silvia, dopo aver chiesto consiglio alla presidente di Africa Milele, Lilian Sora che dall’Italia dà il suo totale benestare, con altri due volontari, Giancarlo e Roberta, si reca alla centrale di polizia a denunciare un keniota che per qualche giorno ha soggiornato nello stesso affittacamere in cui da tempo vivono i volontari dell’associazione, Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano: lo accusano di atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine.

Con la maglietta azzurra il pastore anglicano Francis Kalama, veniva da un villaggio vicino, Marafa. Silvia l’ha denunciato per molestie alle bambine

Una ricerca approfondita sui registri delle querele della polizia non porta a nulla. Gli agenti che se ne occupano e controllano i faldoni, allargano sconsolati le braccia.

Eppure in un messaggio audio whatsapp (che si può ascoltare qui sotto),  Silvia, che qualcuno dipinge come sprovveduta e che invece si dimostra testarda, legalista e amante della giustizia, racconta con una dovizia di dettagli di essere andata alla polizia e di aver avuto l’assicurazione che Kalama sarà arrestato e “le bambine sottoposte a un test medico”. Particolare assai pesante. La promessa comunque non avrà seguito: Kalama è uccel di bosco, sparito. Di lui nessuno ha più traccia, tanto meno gli investigatori, né si pensa abbia mai avuto notifica della denuncia.

Uno dei capi della polizia racconta a sua volta che in cella ci sono tra persone: un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Moses Luari Chende; un keniota di etnia orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro), Gababa; e un somalo con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, Ibrahim. “Loro sanno sicuramente qualcosa ma sono degli esecutori. Aspettiamo che facciano i nomi dei mandanti”. Già, ma in Kenya fare i nomi di chi ha ordinato un rapimento è come suicidarsi. Hillary mi chiede: “Ma perché il vostro governo non garantisce la sicurezza in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”. Una domanda banale, cui non trovo una risposta.

Salta fuori anche una critica della polizia all’esercito: “Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il loro compito, ma loro sono andati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare.”

Sempre alla polizia di Malindi scuotono la testa a sentire parlare degli inquirenti italiani: “E’ venuto qui il console onorario, Ivan del Prete, con un altro paio di persone ma non ha fatto granché. Ha chiesto informazioni, come sta facendo lei. Niente di più”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ha collaborato
Hillary Duenas

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

https://www.africa-express.info/2019/06/09/silvia-romano-africa-express-lancia-raccolta-fondi-per-indagare/

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

 

Congo senza pace: esodi biblici mentre continua la feroce mattanza di civili

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
21 giugno 2019

DRC è l’acronimo che sta per Democratic Republic of Congo, un eufemismo che evidenzia quanto siano distanti i reali principi democratici da questo ricchissimo, se pur sventurato Paese. Mobutu, Kabila Senior e Kabila Junior è la lista degli ultimi tre presidenti che da oltre mezzo secolo hanno piegato il popolo congolese a un vassallaggio feudale, mentre le risorse nazionali erano costantemente depredate. Rame, piombo, diamanti, oro, germanio, argento, manganese; sono le riserve minerarie che rendono il Congo uno dei paesi più ricchi del pianeta. A questi minerali vanno aggiunti il legname pregiato e il Coltan. Il primo è fornito dalle immense foreste equatoriali (seconde al mondo dopo quelle Brasiliane), mentre il Coltan è un prezioso minerale utilizzato nelle apparecchiature informatiche e nella telefonia mobile. Dal dicembre dello scorso anno, grazie a libere elezioni, è salito al potere Felix Tshisekedi. Ci si augura non ripeterà gli errori dei suoi predecessori.

L’imponente esodo di centinaia di migliaia di congolesi che fuggono dalle zone dei massacri

Malgrado queste immense risorse, il popolo congolese vive in miseria e nel costante terrore di essere oggetto delle feroci lotte tribale che da sempre insanguino il Paese da parte di circa cinquanta gruppi armati che compiono agghiaccianti razzie e massacri nei remoti villaggi allocati, soprattutto nella provincia di Ituri, nel nord-est del Paese. E’ proprio in questa regione che, dopo un periodo di apparente tranquillità, sono esplose le nuove violenze che hanno provocato l’esodo di oltre trecentomila persone e l’uccisione di centosessanta civili, tra cui anche donne e bambini in tenera età, bruciati vivi o abbattuti a colpi d’ascia. Questi ultimi episodi d’inaudita ferocia sono esplosi a seguito dell’annosa rivalità tra le etnie Hema e Lendu. Solo due anni fa, analoghi scontri avevano provocato trecento vittime e oltre 350 mila sfollati.

https://www.youtube.com/watch?v=giTbuvhhv5Q

Il mondo si chiede spesso come, queste bande di assassini, si procurino le armi per realizzare i massacri di cui la cronaca da spesso notizia. La risposta la fornisce il costante monitoraggio delle Nazioni Unite, coadiuvate dall’Interpol e da alcune NGO specializzate nelle attività investigative sul campo. Stando a questo monitoraggio, sarebbe di circa un miliardo e mezzo di dollari il ricavo annuale a favore di queste bande armate, ottenuto grazie al costante saccheggio delle riserve minerarie del Paese. Saccheggio reso possibile dalla collusione con molte autorità istituzionali che ne traggono adeguati vantaggi e spesso partecipano anche con truppe governative alle attività delle bande. Ricavi così ingenti, che sottraggono denaro alle casse dello Stato, servono all’acquisto di armi e a creare varie attività criminali, in Congo e in altre nazioni estere.

Uno dei molti gruppi armati congolesi autori dei massacri. Spesso tra loro vi sono anche bambini soldato costretti ad arruolarsi per aver salva la vita

Molte potenze economiche mondiali non sono esenti da responsabilità, nei confronti di questa situazioni. Benché l’ONU mantenga in Congo la Monusco, una forza permanente di circa ventimila uomini (il più grande contingente armato schierato dall’ONU nel mondo) questa forza continua a dimostrarsi inefficace a contenere l’eccidio che insanguina il Paese da oltre vent’anni. L’unico riscontro certo è che tale forza costa ai contribuenti dei Paesi membri, la bella somma di un miliardo e mezzo di dollari l’anno, ma non è solo in questo che si configura l’atteggiamento piratesco delle grosse multinazionali straniere. Le grosse imprese statunitensi, benché leggi severe impongano di dichiarare la provenienza dei minerali impiegati nelle attività di trasformazione industriale, pare non siano in grado di giustificare come si siano procurate ben l’80 per cento dei minerali utilizzati. Tra queste compaiono anche i colossi della Boeing e della Apple, ma pur se in mancanza di dati (che si guarda bene dal fornire) è ancora una volta la Cina ad accaparrarsi la maggior parte di queste risorse, senza preoccuparsi troppo della provenienza.

Come se povertà ed eccidi non fossero sufficienti a prostrare una Nazione, a questi si è ora aggiunto anche un vero e proprio castigo biblico; quello dell’Ebola che, proprio nelle province già soggette ai massacri, pare abbia evidenziato circa 1.500 decessi, ma c’è anche l’infiltrazione del fondamentalismo islamico che, stando a un rapporto dei missionari comboniani, sta iniziando ad affliggere i territori del nord, creando così una nuova frontiera del terrore, di cui non si avvertiva certo il bisogno. Finora, delle cinquantaquattro Nazioni che compongo il continente africano, solo Ghana e Ruanda (almeno per ora) sembrano esentate dalla massiccia corruzione e dai conflitti tribali. Solo quando l’Africa sarà liberata dai satrapi che l’affamano e dagli egoismi delle grosse economie mondiali che li supportano, si potrà sperare nella sua reale emancipazione che la sola fine del dominio coloniale, non è bastata a determinare.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Fonti:
Negrizia
Amnesty International
UNEP

Dal Nostro Archivio:

Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

 

 

 

 

Guinea Equatoriale, sessant’anni di galera a ingegnere italiano sequestrato dal governo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 giugno 2019

Fulgencio Obiang Esono, ingegnere pisano, sequestrato dai servizi segreti equatoguineani, è stato condannato a quasi sessant’anni di galera. Secondo il brutale regime del piccolo Stato africano dovrà scontare 58 anni e dieci mesi nelle terribili prigioni della Guinea Equatoriale.

L’ingegnere, equatoguineano con cittadinanza italiana, è stato accusato e ritenuto colpevole per il tentato di colpo di stato del 2017. Nessuno riesce a capire come possa aver partecipato al presunto golpe visto che in quel periodo era a Pisa dove viveva dal 1988. Quella inflitta a Fungencio è una condanna pesantissima più simile a una pena di morte, vista la terrificante situazione delle carceri dell’ex colonia spagnola.

Fulgencio Obiang Esono durante il processo e la mappa della Guinea Equatoriale

Le dure parole del legale di Obiang Esono

“Il processo contro Fulgencio Obiang Esono è al di fuori di ogni standard internazionale. La confessione gli è stata estorta sotto tortura e senza la presenza di un avvocato di fiducia. Hanno preteso e ottenuto la condanna”. È il primo forte commento di Corrada Giammarinaro, legale dell’ingegnere pisano che segue il caso insieme all’avv. Ponziano Nbomio Nvò, in loco, per Amnesty International.

“Nonostante le richieste del console italiano, fino ad ora non è stato possibile visitare Fulgencio. Sono state trovate sempre delle scuse per non far entrare il rappresentante italiano o chi per esso – spiega l’avv. Giammarinaro -. Riguardo al suo stato di salute sappiamo però che è sottonutrito e disidratato”.

Da ricordare che lo scorso ottobre, a margine della seconda Conferenza Italia-Africa, c’è stato un incontro tra la viceministra agli Esteri, Emanuela Del Re, e il ministro degli Esteri equatoguineano, Simeon Oyono Esono Angue.

La ministra italiana ha chiesto “la collaborazione delle autorità di Malabo” sul caso Fulgencio Obiang Esono. Al ritorno in Guinea Equatotriale di Oyono Esono Angue la risposta del governo è stata l’arresto di una sorella di Fulgencio, residente nel Paese africano. Atteggiamento che somiglia molto a una vendetta trasversale in stile mafioso piuttosto che a una collaborazione.

Un sequestro di persona

Lo scorso settembre, l’ingegnere pisano, era partito per il Togo, chiamato per un lavoro che si è rivelato una trappola del regime equatoguineano. L’ultima comunicazione con la famiglia era stata dall’aeroporto della capitale, Lomè. Un messaggio vocale alla sorella, Cecilia, che vive a Pisa con la nipote: “Il viaggio è andato bene, ci sentiamo in questi giorni”. Poi era sparito nel nulla.

La famiglia, dopo due settimane, aveva fatto denuncia della sua scomparsa ma ha sempre sospettato un sequestro dal parte della dittatura equatoguineana. Poi la conferma della trappola scattata a Lomè. Agenti dei servizi segreti della Guinea Equatoriale avevano arrestato Obiang Esono che era stato rinchiuso nelle galere del Paese centro africano.

Fulgencio Obiang Esono, nella lista "Con Danti per pIsa"
Fulgencio Obiang Esono, nella lista “Con Danti per Pisa”

L’emittente di opposizione Radio Macuto aveva confermato che l’ingegnere era rinchiuso nelle terribili carceri di Playa Negra, a Malabo. Il processo ha coinvolto oltre cento oppositori politici della dittatura quarantennale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, in un Paese dove non c’è traccia di diritti umani.

Gli italiani impigliati nelle maglie della giustizia in Guinea Equatoriale

Le prigioni della Guinea Equatoriale sono famose in tutta l’Africa per la loro atrocità e sono il terribile simbolo di una delle più feroci dittature del mondo. Ne ha fatto le spese Roberto Berardi, imprenditore italiano, incastrato dalla dittatura della famiglia Obiang. Su quell’inferno vissuto da Berardi è nato un libro “Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana”, scritto dallo stesso imprenditore con il giornalista Andrea Spinelli Barrile e pubblicato da Slow News.

Esperanza, la copertina del libro di Franco Berardi e Andrea Spinelli Barrile sulla terribile esperienze in carcere in Guinea Equatoriale
Esperanza, la copertina del libro di Franco Berardi e Andrea Spinelli Barrile sulla terribile esperienze in carcere in Guinea Equatoriale

Fulgencio Obiang Esono è solo l’ultimo dei sei cittadini italiani finiti nelle maglie della discutibile giustizia equatoguineana. Oltre a Berardi ci sono rimasti impigliati – come insetti in una ragnatela – Fabio e Filippo Galassi, padre e figlio; e Fausto e Daniel Candio, anche loro padre e figlio.

In tutte queste situazioni pare che dall’ambasciata della Guinea Equatoriale non sia arrivata e non arrivi una reale collaborazione. Secondo il quotidiano “Il Manifesto”, la delegazione, guidata dall’ambasciatrice decana, Cecilia Obono Ndong (nipote del presidente), è stata spesso criticata. Non solo per false promesse e bugie raccontate alle famiglie degli ex-detenuti ma anche per quelle alle istituzioni del nostro Paese.

Sia la Farnesina che la Regione Toscana, come anche la diplomazia vaticana, si stanno occupando del caso. “Non sappiamo se la condanna a Fungencio è definitiva o se c’è un appello. È nostra intenzione chiederne il trasferimento in Italia – afferma l’avv. Giammarinaro -. È importante che ci sia la pressione internazionale, quel tipo di pressione che per il momento ha evitato la condanna a morte degli accusati”.

(ultimo aggiornamento, 20 giugno 2019 alle 10:40)

Sandro Pintus
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Massacro in Nigeria: 3 kamikaze falciano almeno 30 persone durante partita di calcio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 giugno 2019

Miliziani di ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da Abu Musab al-Barnawi, che colpisce prevalentemente basi militari, lunedì sera hanno preso d’assalto una caserma a Gajiram, nel Borno State, Nigeria. Finora sono stati ritrovati i corpi di quindici soldati.  Molti altri militari mancano ancora all’appello e le ricerche sono tutt’ora in atto.

Dopo l’attacco alla base militare, i terroristi si sono spostati al centro della città, dove hanno saccheggiato diversi negozi. I residenti, terrorizzati, si sono nascosti nelle loro case o sono fuggiti in campagna. Secondo alcuni testimoni, nessun civile è stato ucciso o ferito.

ISWAP ha attaccato tre caserme nel giro di un mese e in passato proprio quella di Gajiram è stata presa di mira già più volte dai jihadisti.

L’amore per il calcio è costato la vita ad almeno trenta persone a Konduga, nel nord-est della ex colonia britannica. Domenica sera, mentre un gruppo di giovani stava seguendo una partita alla televisione in un locale al centro della cittadina, che dista una quarantina di chilometri da Maiduguri, capoluogo del Borno State, si sono fatti saltare per aria tre kamikaze, uccidendo almeno trenta persone, i feriti sono oltre quaranta, alcuni in gravi condizioni. Finora la carneficina non è stata ancora rivendicata, ma il modus operandi è tipico dei jihadisti rimasti fedeli al leader storico di Boko Haram, Abubakar Shekau.

Secondo Usman Kachalla, direttore di SEMA (State Emergency Management Agency) Agenzia statale di pronto intervento, ha fatto notare che se i soccorsi fossero arrivati in tempo, molte persone avrebbero potuto essere salvate e ha aggiunto: “La gente muore per la mancanza di infrastrutture in grado di gestire emergenze del genere. Inoltre i mezzi di soccorso sono partiti con grave ritardo da Maiduguri perchè bisognava attendere le necessarie autorizzazioni da parte del esercito per recarsi sul luogo dell’attentato”.

Strage a Konduga, Borno State, Nigeria

Secondo Usman Kachalla, direttore di SEMA (State Emergency Management Agency) Agenzia statale di pronto intervento, se i soccorsi fossero arrivati in tempo, molte persone avrebbero potuto essere salvate e ha aggiunto: “La gente muore per la mancanza di infrastrutture in grado di gestire emergenze del genere. Inoltre i mezzi di soccorso sono partiti con grave ritardo da Maiduguri perchè bisognava attendere le necessarie autorizzazioni dell’ esercito per recarsi sul luogo dell’attentato”.

Anche i soccorritori corrono gravi rischi a causa dell’insicurezza che caratterizza tutta la zona; i terroristi sono ovunque, pronti a tendere imboscate anche ai mezzi di soccorso.

Ospedale di Maiduguri, capoluogo del Borno State

Un testimone ha riferito che i feriti malconci sono rimasti in strada per ore e sono così morti dissanguate. Inoltre anche negli ospedali  manca tutto, a partire dai medicinali.

Konduga è stato teatro di altri attacchi jihadisti in passato. La cittadina dista pochi chilometri dalla foresta Sambisa, dove si trovano diverse basi dei terroristi. E proprio poche ora prima dell’ultima aggressione, una delle più gravi registrate negli ultimi mesi nella regione, un portavoce dell’aeronautica militare nigeriana aveva sostenuto che, grazie a diverse incursioni aeree, avrebbero liberato gran parte dell’area, costringendo i miliziani Boko Haram a ritirarsi nella foresta.

Anche cinque anni fa, il 17 giugno, durante i mondiali 2014, i jihadisti avevano fatto esplodere una bomba davanti a un bar di Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe, dove un gruppo di giovani stavano guardando una partita di calcio alla televisione. Allora i morti furono ventuno e anche in tale occasione l’ospedale della città aveva riscontrato difficoltà nella gestione dell’emergenza.

“Il calcio è peccato, è una mania degli occidentali, bisogna combatterlo”, ha dichiarato più volte in diversi video Abubakar Shekau, leader di una fazione di Boko Haram, che tradotto da una locuzione hausa significa: “l’istruzione occidentale è proibita”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Parlamento di contea in Kenya: deputato maschio aggredisce una collega

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
18 giugno 2019

L’increscioso evento si è verificato giovedì scorso a Ruguru Ward, nel parcheggio del parlamento di contea, dove la deputata Fatuma Gedi, mentre stava dirigendosi verso l’aula per attendere ai propri doveri, è stata selvaggiamente aggredita dal collega Rashid Kassim con ripetuti schiaffi e pugni, perché, a suo dire, Fatuma – che fa parte del consiglio amministrativo distrettuale – non aveva ancora erogato i fondi a favore del territorio di Wajir Est, da lui rappresentato. La vittima, che sanguinava copiosamente dalla bocca, ha poi presentato una denuncia di aggressione alla polizia che ha arrestato il focoso parlamentare dandogli così l’opportunità di riflettere in cella sulle proprie azioni.

Che le donne in Kenya godano di ben scarsa considerazione da parte dei concittadini maschi non è certo una novità. Se qualcuno aveva dubbi in proposito, a spazzarli via ci aveva già pensato circa trent’anni fa l’allora presidente Daniel Arap Moi che, in risposta ad alcune critiche mosse da una baronessa inglese sulla corruzione che imperava in Kenya, rispose: “I do not care! Who is she? Just a simple woman!” (Chi se ne frega! Chi è lei? Solo una semplice donna!). Che l’anziana baronessa fosse un autorevole membro del governo britannico, non era bastato a contenere l’irresistibile misoginia maschile del capo di stato keniano.

L’aggressore Rashid Kassim deputato al parlamento distrettuale per la sub-contea di Wajir Est

Tuttavia, dall’epoca di Daniel Arap Moi e dal suo governo monopartitico, sono passati trent’anni. Il Kenya è oggi una Repubblica Parlamentare, il cui governo si confronta con una vivace opposizione e – pur se ancora afflitta da alcuni guizzi di autoritarismo – è comunque ascrivibile a un vero e proprio sistema democratico. Almeno così è descritto nella carta costituzionale… Ma come può allora, un sistema così definito, consentire che proprio nel luogo in cui si promulgano le leggi avvengano episodi come quelli riferiti in quest’articolo? Certo, in vari Paesi del mondo (incluso il nostro), le aule parlamentari sono state spesso teatro d’ingiurie e di risse tra i membri del massimo organo legislativo della Nazione, ma qui si è trattato di una vera e propria aggressione ad personam e non determinata da divergenze politiche, ma solo da volgare pecunia.

La vittima Fatuma Gedi in lacrime. Sono evidenti i segni dell’aggressione

Neppure si può liquidare il fatto attribuendolo solo all’estrema irritabilità dell’aggressore e alla sua mancanza di freni inibitori. Si tratta, purtroppo, di atteggiamenti largamente condivisi dalla società keniana e in senso più esteso, africana. E benché lo si possa pensare, questi atteggiamenti non sono relegati alle remote zone rurali, dove povertà, tribalismi e scarsa scolarizzazione, rendono l’uomo incontrastato padrone delle cose e delle persone. Stando a quanto è stato dimostrato, molti parlamentari maschi, anziché insorgere indignati per l’aggressione subita dalla collega, si sono abbandonati a lazzi e sfottò, irridendo non solo la vittima, ma tutte le donne presenti in aula con battute come: “Attente perché oggi è il giorno delle sberle!” oppure “Dovete imparare le buone manieri e trattare gli uomini come meritano”.

Le donne parlamentari, del distretto di Ruguru Ward, abbandonano l’aula in segno di protesta contro l’aggressione della collega

Se questi sono i sentimenti che motivano uomini nelle cui mani è affidata la sorte di una Nazione, non c’è proprio da stare allegri e bene hanno fatto le parlamentari donne, in segno di protesta, ad abbandonare l’aula alla riapertura dei lavori nel giorno successivo all’evento, gridando: “Kassim must go!” (Kassim deve andarsene). Una collega della vittima, Sabina Wanjiru Chege, che ha guidato la protesta, ha detto alla BBC: “Siamo tutti membri del parlamento, con pari diritti, pari dignità e pari prerogative. In aula non ci sono superiorità maschili. Che una di noi, solo perché donna, sia stata così violentemente aggredita all’interno del complesso parlamentare, è cosa inaudita e del tutto inaccettabile”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Kenya: dieci poliziotti uccisi in un attentato di al-Shebab al confine con la Somalia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
17 giugno 2019

L’ennesimo attentato contro le forze di polizia keniane, ad opera delle milizie di al-Shebab, si è verificato sabato scorso nel distretto di Wajir, nei pressi del confine con la Somalia. Un ordigno esplosivo è deflagrato al passaggio di un mezzo che trasportava tredici agenti, dieci dei quali sono morti sul colpo mentre gli altri hanno riportato gravi ferite la cui prognosi non è ancora stata sciolta. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dall’ormai tristemente noto gruppo terroristico con i soliti toni trionfalistici e ancora una volta il Kenya si trova a piangere la perdita di vite umane, conseguenti al suo intervento militare in Somalia nell’inconcludente tentativo di sconfiggere gli shebab.

Forze di polizia keniane al confine con la Somalia

Solo il giorno prima, nel sub-distretto di Wajir Est, un gruppo di terroristi aveva fatto irruzione nel villaggio di Konton, sequestrando tre agenti riservisti. I tredici uomini, vittime dell’attentato,  erano appunto stati inviati per individuare gli esecutori del sequestro. Purtroppo la sorte ha deciso di trasformarli da cacciatori in prede, riconfermando che l’avversario, oltre che spietato e feroce, è anche straordinariamente abile e la scarsa capacità strategica mostrata dal Kenya per contrastarlo, continua a rivelarsi perdente.

Una terrificante immagine della strage compiuta da al-Shebab all’università di Garissa

Quale prezzo in vite umane il Kenya è ancora disposto a pagare per continuare nel suo fallimentare intento di sconfiggere un nemico che si mostra ogni volta superiore in termini di efficienza e di strategia? Gli attacchi al centro commerciale Westgate di Nairobi, quello successivo al complesso Dusit2, la terrificante strage compiuta al college dell’università di Garissa, dove furono barbaramente uccise centocinquanta persone – in prevalenza giovani studenti – e le molte altre incursioni che hanno prodotto vittime tra gente comune e poliziotti, dovrebbero definitivamente convincere il Kenya ad abbandonare la partita del suo intervento in Somalia, perché non ha né la capacità né i mezzi per affrontare un così feroce e preparato avversario.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Dal Nostro Archivio:

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

 

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 giugno 2019

Sono venuti a bussare alle porte delle cliniche e dei centri medici gestiti dalla Chiesa cattolica in Eritrea all’alba del 12 giugno scorso. Gli uomini di Isaias Afewerki, presidente del piccolo Stato del Corno d’Africa, hanno messo alla porta pazienti e operatori sanitari. Senza pietà, senza curarsi dello stato di salute degli ammalati, hanno messo i sigilli alle porte. Hanno terrorizzato suore, preti, personale e pazienti, chiunque osasse opporsi solo minimamente agli ordini di Isaias.

Gli amministratori sono stati costretti a rimettere le chiavi nelle mani delle forze di sicurezza, che hanno ordinato l’immediato passaggio di consegne delle cliniche e presidi ospedalieri al governo eritreo.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Malgrado la pace siglata con l’Etiopia, l’ex arcinemico storico, quasi un anno fa, nella nostra ex colonia non è cambiato nulla, malgrado le prospettate riforme. Questa volta il dittatore ha preso di mira la Chiesa cattolica: le autorità hanno messo i sigilli ai seguenti presidi sanitari, alcuni dei quali si trovano in aree remote, luoghi dove è davvero difficile, se non impossibile trovare altri centri medici: Dengela (Engela), Mogolo, Tocomba, Ambaito, Knejabir, Adi Jenum e Digsa.

I vescovi eritrei non hanno tardato a rispondere a Isaias e al suo governo. In una lettera aperta hanno ribadito ciò che avevano già detto nel lontano 1995. Contribuire allo sviluppo del Paese e al benessere della gente fa parte dei compiti della Chiesa cattolica perchè la missione pastorale va anche tradotta in fatti concreti, come dare assistenza alle persone che vigono in stato di bisogno, curarle quando sono ammalate e quant’altro.

Nella loro missiva i prelati delle diocesi eritree fanno anche riferimento al regime di terrore sotto Menghistu Hailè Mariàm, quando il Derg (la giunta militare) aveva confiscato con la forza molti loro beni, come conventi, scuole, centri medici. Sembra essere tornati indietro nel tempo. Anche allora la gente soffriva. Ma a infliggere le sofferenza era uno straniero, oggi è un eritreo che aveva alimentato speranze di libertà e democrazia e invece si è traformato in feroce dittatore. Tra l’altro i vescovi si chiedono perché le autorità abbiano confiscato i beni della Chiesa con la forza.

Vescovi cattolici eritrei

All’inizio del mese di giugno il regime di Asmara ha arrestato oltre trenta persone del movimento pentecostale. La loro colpa? Alcuni membri del movimento si erano radunati in preghiera in tre luoghi diversi nella capitale eritrea. Il governo ha vietato tutte le chiese pentecostali nel 2002 e si stima che centinaia di persone siano attualmente detenute nelle putride galere della nostra ex colonia per la loro fede.

Alcune settimane fa sono stati fermati anche cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen. Questa comunità di religiosi è tra quelle che si erano ribellate contro l’interfernza del governo nell’ambito della Chiesa ortodossa. Abba Markos Ghebrekidan, Abba Kidane Mariam Tekeste, Abba Kibreab Tekie, Abba Ghebretensai Zeremikael e Abba Ghebretensae  Medhin sono stati arrestati perchè accusati di aver acquistato farina al mercato nero. Non è la prima volta che gli stessi monaci sono finiti dietro le sbarre. Nel settembre 2017 Abba Kibreab Tekie è stato portato via dalle forze di sicurezza insieme ad altri due confratelli.

Cornelia I. Toelgyes
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Ebola in Congo-K: aumentano i morti ma non è emergenza internazionale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 giugno 2019

L’Uganda ha rimpatriato i familiari delle due persone uccise dall’ebola negli ultimi tre giorni. Lo ha confermato il ministro della Sanità di Kampala, Jane Ruth Aceng il 12 giugno.

Aveva solo cinque anni. Era ritornato in Uganda il 10 giugno dal Congo-K con la sua mamma, una congolese, ma sposata con un cittadino ugandese e residenti nel distretto di Kasese. La famiglia si era recata nella ex colonia belga, nei pressi di Mabalako, nel Nord-Kivu, all’inizio del mese per i funerali del nonno, morto di febbre emorragica. Il giorno dopo il loro arrivo in Uganda, il piccolo, contagiato dal virus probabilmente durante la sepoltura che certamente non è avvenuta secondo i canoni dettati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è morto.

Durante la notte tra il 12 e il 13 giugno è deceduta pure la nonna del piccolo. Entrambi erano stati ricoverati in un centro specializzato, il Bwera Ebola Treatment Unit. Anche il fratellino di tre anni del bambino deceduto è stato infettato e ricoverato nel medesimo nosocomio.  Ma pure ammalato, è stato espulso nel Congo-K insieme agli altri membri della famiglia. Il ministro della Sanità di Kinshasa ha fatto sapere che poche ore fa è spirato pure il piccolo.

La Aceng ha precisato che molti operatori sanitari, specie quelli impegnati nelle zone di confine con la RDC, sono stati immunizzati con il vaccino sperimentale prodotto dalla casa farmaceutica Merck e l’OMS ha già inviato diverse migliaia di dosi in Uganda per arginare eventuali contagi. Per incitare la gente a lavarsi spesso le mani, sono stati installati rubinetti un po’ ovunque in tutto il distretto di Kasese, dove, per precauzione, sono attualmente vietate le manifestazioni pubbliche.

Ebola è arrivata in Uganda

Ciò che preoccupa maggiormente le autorità di Kampala è il lungo confine con il Congo-K, ben 875 chilometri, difficilmente controllabili.

Mike Ryan, capo del programma emergenze dell’OMS spera che le autorità di Kampala approvino presto l’utilizzo di terapie sperimentali. In tal caso saranno inviate nel Paese quanto prima. Durante la riunione di ieri, il Comitato Internazionale per il Regolamento Sanitario d’Emergenza dell’OMS non ha ritenuto necessario dichiarare questa epidemia di ebola, ricomparsa il 1° agosto 2018 nel Nord-Kivu e a Ituri, due province nella Repubblica Democratica del Congo, come emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. In passato l’allarme è stato lanciato solamente quattro volte dall’Organizzazione: nel 2009 per la pandemia dell’influenza H1N1, nel 2014 per la poliomielite, nel 2014 per l’epidemia di ebola che aveva causato la morte di oltre 11.300 persone in Liberia, Guinea e Sierra Leone e nel 2016 per il virus Zika.

In poco più di dieci mesi oltre duemila persone sono state contagiate dal temibile virus e 1.405 ammalati sono morti.

Malgrado le nuove terapie messe a disposizione dalla scienza grazie alle intensive ricerche degli ultimi anni, risulta assai difficile debellare l’ultima ondata della patologia virale nel Congo-K. I continui attacchi da parte di gruppi armati e l’ostilità di una parte della popolazione congolese nei confronti dei centri per la cura della malattia e verso gli operatori sanitari e il fatto che non sono gradite le sepolture sicure imposte dall’OMS complicano ovviamente lo stato delle cose.

A Ituri, una delle province colpite dall’epidemia, si sono verifacati nuovi scontri inter-etnici nei giorni scorsi, causando la morte di almeno cinquanta persone. Luc Malembe, attivista della società civile a Bunia, ritiene che lo Stato sia corresponsabile di queste violenze, in quanto pressoché assente in alcune zone. “Si possono percorrere chilometri e chilometri senza mai incontrare un rappresentante del governo, agenti di polizia o militari”, ha precisato l’attivista.

La cattiva ripartizione delle terre e l’alta densità abitativa portano inevitabilmente a delle tensioni. Da oltre due anni membri di etnia lendu si sono armati e attaccano persino l’esercito.  Siamo in una zona mineraria di frontiera, dove non manca il contrabbando. Il governatore della regione Jean Bamanisa Saidi, si è meravigliato perchè le forze dell’ordine, i servizi e nemmeno i militari abbiano mai dialogato con i lendu per chiarire l’attuale stato di malcontento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni