Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 giugno 2019
Dopo il “colpo grosso” del Bacino del Rovuma, per ENI il Mozambico continua ad essere strategico per il settore LNG (gas naturale liquido). A fine maggio ha rafforzato la sua presenza nell’ex colonia portoghese. Attraverso ENI Mozambico Spa ha acquisito tre nuove licenze esplorative nei Bacini di Angoche e dello Zambesi.
Mappa del Mozambico con le aree LNG. Nei cerchi rossi sono comprese le zone operative ENI (Courtesy INP)
Il “cane a sei zampe” è titolare dei diritti di esplorazione e sviluppo nei blocchi offshore A5-B, Z5-C e Z5-D. Le tre aree sono state assegnate nell’ambito del “5º Licensing Round”, dell’Instituto National de Petroleo (INP), nato nel 2015. Il blocco A5-B, in un settore completamente inesplorato al largo della città di Angoche, si trova a 1300km a nord-est della capitale Maputo. Ha un’estensione di oltre sei mila chilometri quadrati a una profondità tra 1800 e 2500 metri.
La superficie totale dei blocchi Z5-C e Z5-D supera i 10mila chilometri quadrati ad una profondità compresa tra 500 e 2100 metri. Anche questi due blocchi si trovano un’area scarsamente esplorata, di fronte al delta del fiume Zambesi, a circa 800km a nord-est di Maputo.
Gli operatori dei tre blocchi sono ExxonMobil, con il 40 per cento e la Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (ENH) società di Stato mozambicana che detiene il 20 per cento. Si aggiungono anche i russi di Rosneft, compagnia petrolifera di proprietà in maggioranza del governo russo (20 per cento) e Qatar Petroleum (10 per cento).
ENI Mozambico si era aggiudicata anche il blocco A5-A, con una quota di partecipazione del 59,5 per cento. Gli altri partner sono Sasol (25,5) ed ENH (15). Successivamente ENI e Qatar Petroleum hanno firmato un accordo per consentire a Qatar Petroleum di acquisire una partecipazione del 25,5 per cento nel blocco A5-A, portando la quota di ENI al 34 per cento. L’accordo è soggetto all’approvazione da parte delle autorità mozambicane.
Il round segue un’offerta competitiva che valuta diversi fattori. Le offerte devono avere come requisiti: sicurezza e rispetto dell’ambiente; forza finanziaria; competenza tecnica e capacità e termini economici offerti allo Stato del Mozambico.
Nel bacino del Rovuma, nell’estremo nord del Mozambico al confine con la Tanzania, il colosso petrolifero italiano è presente dal 2006. Mozambique Rovuma Venture è un consorzio di cui fa parte ENI con gli statunitensi di ExxonMobil e China National Petroleum Corporation (CNPC).
ENI ha anche reso noto che Alessandro Puliti, Chief Development, Operations & Technology Officer, dal primo settembre 2019 sarà il nuovo Chief Upstream Officer. “L’incarico è stato affidato ad Alessandro Puliti in ragione delle esperienze maturate nel corso degli anni in vari contesti di elevata complessità all’estero ed in Italia”, si legge nella nota della società. Sostituirà Antonio Vella che, dopo una carriera ultratrentennale, a fine anno lascia l’azienda.
Migliaia di allevatori della capra d’Angora, dalla quale si ricava il pregiato tessuto mohair, hanno protestato venerdì scorso davanti al Parlamento a Maseri contro la legge che li obbliga a vendere i loro prodotti a un broker cinese.
La lana, in particolare il mohair, sono le principali merci di esportazione del Paese e le autorità di Maseru hanno firmato un accordo esclusivo della durata di un anno, con un commerciante di lingua cinese e sembra che questi non abbia mai pagato la merce ai produttori.
Protesta degli allevatori del Lesotho contro l’accordo commerciale con i cinesi
Alcuni membri di All Basotho Convention, partito del primo ministro Thomas Thabane, molti oppositori di raggruppamenti politici dell’opposizione e persino il fratello del re, Seeiso Bereng Seeiso, si sono uniti alla marcia di protesta degli allevatori.
Mokoenihi Thinyane, presidente dei produttori della categoria (National Wool and Mohair Growers Association), ha fatto sapere: “Preferiamo bruciare il mohair e la nostra lana, piuttosto che venderla ai cinesi”.
Giovedì, il giorno precedente alla protesta, il governo ha sospeso l’accordo esclusivo per tre mesi, permettendo così agli allevatori di vendere la propria merce a livello internazionale e non solamente ai cinesi. Ma gli allevatori – sono oltre 30.000 in tutto il Paese – chiedono il totale annullamento dell’accordo siglato dal primo ministro Thomas Thabane con i cinesi.
Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare. I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.
Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 28 giugno 2019
Eccoci alle prese con un altro sospetto volontariato spurio, ma questa volta a farne le spese è il contribuente italiano, perché i due pretesi benefattori, i maceratesi Massimo Alimenti e la moglie, Nadia Montecchiari, sono entrambi dipendenti dell’Agenzia delle Entrate che, stando a quanto riferiscono due quotidiani di Macerata, si sono visti notificare il licenziamento in tronco, per palese violazione del contratto d’impiego.
Le informazioni raccolte da Africa ExPress, mostrano che i due hanno chiesto all’Agenzia per cui lavoravano, un’aspettativa per ragioni umanitarie, che in quanto tale, è stata loro concessa. La Onlus per cui i due marchigiani avrebbero dovuto prestare la propria opera, è la Tupende Pamoja di Timboni una località nell’hinterland della nota località turistica di Watamu sulla costa nord del Kenya.
La Winny House di Watamu, dove secondo l’Agenzia delle Entrate, la coppia di Macerata svolgeva la propria attività turistica
La dirigenza locale dell’Istituzione fiscale italiana, ha invece scoperto che i due coniugi possedevano (o gestivano) nella stessa cittadina, un piccolo resort turistico denominato Winny House, molto ben illustrato nel sito http://www.watamurent.com/index.php/it/ con piscina e bar sulla spiaggia. Benché la direzione della struttura fosse dichiarata a carico di un certo Mumba, cittadino keniano, le prenotazioni e gli incassi che ne derivavano, erano gestiti, con efficiente disinvoltura, dalla signora Nadia Montecchiari che istruiva i clienti a versare gli importi in vari conti bancari italiani, a volte intestati a lei, a volte in nome del figlio o del marito, incassi che si presume siano rimasti sconosciuti, sia al fisco italiano, sia a quello keniano. Situazione, questa, quantomeno singolare, visto che a crearla sono stati proprio due funzionari istituzionalmente preposti al controllo e all’esazione dei tributi dovuti allo Stato.
Il maceratese Massimo Alimenti in una foto del suo profilo facebook
Ecco il testo di un messaggio in nostre mani, con cui Nadia Montecchiari, istruiva un cliente su dove versare l’importo per la prenotazione di un soggiorno alla Winny House: “Per l’acconto del soggiorno, faccio sempre il 30 per cento del totale: iban XXXXXXXX intestato a De Lucia Montechiari Emanuele”. Emanuele è il figlio di Nadia, frutto di una sua precedente unione, mentre “De Lucia” è il nome del padre biologico del giovane. In nostre mani, c’è anche l’anagrafica di un bonifico fatto su un conto italiano intestato a Nadia Montecchiari, a pagamento dei servizi prenotati presso la Winny House. Servizi che, oltre all’alloggio comprendevano spesso anche escursioni, trasporti, voli aerei e altro. Non forniamo dettagli sull’operazione per proteggere la nostra fonte, oltre ai dati sensibili della stessa Nadia Montecchiari, ma il suo interesse nella conduzione dell’attività turistica in Kenya, riteniamo sia di tutta evidenza.
L’Agenzia delle Entrate alle cui diendenze lavorava la coppia che è stata licenziata
Fonti attendibili, hanno riferito ad Africa Express, che anche la onlus di Timboni, Tupende Pamoja (www.tupendepamoja.it) sarebbe in qualche modo collegata all’attività dei maceratesi, perché fino a poco tempo fa, prima che l’Agenzia delle Entrate pervenisse al licenziamento, l’offerta della Winny House era contenuta nello stesso sito di Tupende Pamoja (tradotto dallo swahili: “Amiamoci Insieme”). La onlus presieduta da Alessandra La Baiocchi, una signora romana di circa cinquant’anni.
Alessandra La Baiocchi, presidente della Onlus Tupende Pamoja di Timboni (Watamu)
Stando sempre alle informazioni raccolte, pare che i coniugi maceratesi, quando si trovavano in Kenya, spendevano ben poco tempo presso la sede della Onlus, ma si trovavano quasi sempre occupati a seguire l’attività del bar e della struttura di accoglienza della Winny House. Massimo Alimenti, ha reagito alle accuse, sfogando il proprio risentimento sui social e assicurando che, com’è nei suoi diritti, farà opposizione al licenziamento nelle opportune sedi, ma è certo che, se la decisione dell’Agenzia delle Entrate, risulterà legittima, al provvedimento in questione non potrà non far seguito un procedimento penale a carico di entrambi i dipendenti, per illecito ai danni dello Stato.
Il villagio di Timboni, nei pressi di Watamu (Kenya)
Non è stato finora possibile stabilire se, durante queste aspettative, i coniugi di Macerata, continuassero o no a percepire il proprio stipendio, ma per chiudere comunque con una morale – e sempre che le imputazioni riferite siano ufficialmente accertate – resta profondamente amaro il dover rilevare che il ripetersi di questi episodi, in un’area così sensibile come quella della solidarietà umana, continuano a gettare immeritato discredito sulle centinaia di analoghe istituzioni che svolgono la propria opera con un sacrificio e una dedizione del tutto encomiabili.
La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento ricevuto da tanti lettori
dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare le inchieste giornalistiche. Vogliano scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, giugno 2019
Il 6 aprile scorso qualcuno accende il telefono cellulare di Silvia connesso con la scheda telefonica della compagnia keniota Safaricom. Entra sull’applicazione WhatsApp ed esce da un gruppo di lavoro (una chat) cui la ventitreenne è iscritta insieme ad altre sue amiche. I partecipanti alla chat (5 persone) ricevono un messaggio: “Silvia Romano ha abbandonato”. Quel numero africano ora risulta irraggiungibile, il telefono è spento. Ma chi è che l’ha preso in mano? Chi è che l’ha manovrato per uscire dalla conversazione multipla? Ma, soprattutto: perché ha fatto uscire la legittima titolare di quell’account whatsapp? In questo modo sono stati cancellati tutti i messaggi vocali che Silvia aveva scambiato con le sue amiche.
La custodia della scheda Airtel usata da Silvia. Ora è scaduta
La ventitreenne volontaria italiana aveva due numeri kenioti e un numero italiano. Quello della compagnia Airtel è scaduto ma, fino a pochi giorni prima del mio arrivo assieme alla collega americana Hillary Duenas alla polizia di Malindi, il telefono di Silvia è stato visto sul tavolo dell’ispettore Peter Murithi che poi l’avrebbe consegnato ai suoi colleghi di Nairobi che gestiscono tutto il dossier Silvia Romano. Ma nella capitale telefono e scheda SIM non si trovano.
Ma a Nairobi rimbalzano la palla. “Non ne sappiamo nulla – dichiara un funzionario incontrato al centro per il training degli investigatori sulla Mombasa Road -. Il telefono non è a Malindi?”
Quando Silvia è stata rapita ha abbandonato il telefono nella sua stanzetta a Chakama nella guest house senza nome di 7 stanze. L’apparecchio nei giorni successivi è stato consegnato alla polizia di Malindi, arrivata per un sopralluogo e per investigare. Conteneva la scheda telefonica della Safaricom. Ma dove sono finite le altre due schede, l’Airtel e quella italiana?
La macchina fotografica di Silvia recuperata nella sua stanzetta alla Guest house di Chakama
Sappiamo che a Chakama, un villaggio che si snoda in orizzontale lungo una strada, questa compagnia telefonica funziona a tratti e solamente in alcune zone. Ma Silvia usava quella scheda, anche perché le telefonate costano meno di quelle effettuate con Safaricom. Infatti si spostava dal suo alloggio e si piazzava in un angolo dove il segnale era sufficiente per parlare abbastanza bene.
La giovane volontaria– come si può vedere dal suo file negli uffici della compagnia telefonica, ha acquistato la scheda telefonica il 5 novembre, appena sbarcata all’aeroporto di Mombasa. A quanto risulta al Fatto Quotidiano nessun inquirente, italiano o keniota, è andato a verificare questo particolare.
Lo screenshot nel quale c’è scritto che Silvia ha abbandonato. Qualcuno quindi ha usato il suo account whatsapp
Tra l’altro in Kenya, cosa che non è possibile in Italia, il telefono può essere utilizzato anche come bancomat. Può essere usato (attraverso un’applicazione che si chiama M-Pesa, “pesa” in swahili vuol dire soldi) per spedire e ricevere denaro. Il telefono serve quindi per pagare le bollette, il conto al ristorante o la spesa in un qualunque negozio anche il più piccolo villaggio sperduto nella savana, come Chakama. E con questo metodo Silvia e gli altri volontari ricevono i soldi necessari a pagare lo staff, la suola per i bambini e per fare le compere al mercato.
In un messaggio lo sfogo di Silvia che critica Davide
Ma se alcuni dei messaggi vocali che Silvia spediva alle sue amiche in Italia sono stati cancellati, altri sono ben chiari. Le critiche a Davide Ciarrapica, il ragazzo da cui Silvia Romano è andata a lavorare nel luglio di un anno fa, al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre, restano ben chiare. La volontaria invia questa nota. “Il pensiero che lui stia lavorando in modo così…che stia sprecando un botto di soldi, che stia rovinando questi bambini, perché li sta rovinando, sta illudendoli, li sta facendo vivere in un mondo che non è il loro mondo, che non sarà il loro quando a 18 anni usciranno da quell’orfanotrofio, e quindi li sta facendo vivere in un tenore di vita che non va bene, che è deleterio per loro e sta sputtanando un botto di soldi in cazzate, anziché accogliere altri bambini, anziché fare altri progetti e questa cosa mi sta torturando la testa ogni giorno sempre di più, mi faccio anche dei calcoli, lui si è preso un botto di soldi tra me e gli altri volontari, dove cazzo sono andati? Lui è una persona molto instabile, lui come tanti altri non dovrebbero avere proprio un orfanotrofio perché lui è una persona che deve risolvere i suoi problemi interiori prima di risolvere i problemi degli altri”.
Parole di una ragazza illusa, che vuole aiutare gli altri e critica la realtà con la quale si scontra? Può darsi. Ma le sue parole mostrano invece una personalità seria e volitiva che ha molto chiari i suoi abbiettivi.
L’annotazione di Silvia sui soldi versati a Davide CiarRapica
Per stare da Davide la ragazza doveva pagare l’equivalente di 10 euro al giorno e siccome era rimasta un mese gli aveva dato 300 euro. Aveva poi fatto alcuni regali (persino una capra) ma Silvia non era contenta di come era gestito il denaro delle donazioni, il tutto condito dal carattere di Davide piuttosto scorbutico e irascibile. Inoltre il ragazzo sul suo sito ringraziava sempre con immensa gentilezza coloro che gli portavano o gli mandavano qualcosa. “Ricordo che una coppia che si era appena sposata è arrivata portandogli parte dei regali di nozze e lui li aveva ringraziati entusiasticamente – racconta una sua amica -. Ma per Silvia mai una riga, mai un accenno. E lei c’era rimasta molto, molto male.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.it
twitter @malberizzi Ha collaborato Hillary Duenas
From Our Special Correspondent Massimo A. Alberizzi
Nairobi, Mombasa and Malindi, June 15th 2019
Chaos is abound when looking for traces of Silvia Romano, the twenty-three year old girl from Milan who was kidnapped on the evening of November 20th in Chakama, Kenya. The investigations have been poor and there is competition between the various police forces of the former British colony and the army. The latter has been busy exploring the whole territory on the border with the troubled Somalia.
Silvia seems to have disappeared into thin air. Since the moment of her disappearance no information has been shared. The only statement came from the Ministry of Foreign Affairs, requesting a media black out. A routine attitude that serves more to keep secrets that cannot be confessed than to safeguard the lives of the hostages or the security of related investigations.
Il registro del Marigold Guest House mostra che Silvia ha dormito nella camera 4
In most cases you always manage to get some information. Not this time. Not anything. “Excuse me, but did Silvia Romano sleep here?” The Indian lady who runs the guest house Marigold, in the chaotic center of Mombasa, is not only kind but also collaborative. After explaining why we are investigating the abduction, she immediately calls her son Aash Sahiko who shows up with guest records. After a quick search comes the answer: “Yes, she was here on September 22nd and the night between November 4th and 5th”. Hillary Duenas, the American colleague who accompanies me and who will be very important in opening apparently sewn mouths, asks and gets permission to photograph the pages. Every detail is precious. We ask: Has Silvia come here alone? “Of course – it’s the answer – she paid the price of the single room. She came alone and left alone “. Aash Sahiko remembers it well: “A beautiful girl like that, remains impressed. I was happy when I saw her for the second time in November “. But did anyone from the Kenyan police or Italian agents come to ask about Silvia? We ask. “No, nobody. When we learned of his abduction we prepared to receive the visit of some investigator and we were surprised that the policemen did not appear “. Hillary and I look at each other surprised: how is it possible that no investigator showed up to check that the girl was alone?
Silvia, beautiful, young and dynamic, could not fail to attract the attention of some boy. In fact, many people were to court her or even to declare their great love, like Alfred Scott, a physiotherapist at the hospital in Mombasa who on Facebook claims to be in love with Silvia.
Alfred Scott e Silvia Romano fotografati a Mombasa
Nairobi police have formulated three hypotheses on the kidnapping: seizure to obtain a ransom, seizure to cover her mouth on accusations of pedophilia of which she would have witnessed in Likoni, or the same motive but for harassment in Chakama, Malindi hinterland village.
Silvia arrived in Kenya for the first time on 22 July last year. SHe had met an Italian, Davide Ciarrapica, during a charity party. The 31-year-old from Seregno runs a children’s center in Likoni, a village separated from Mombasa by a stretch of sea that can be crossed by ferry.
The girl sees the possibility of doing something for vulnerable orphans, so she emkarks for Mombasa with him.
Il muro di cinta della villa dove c’è il centro di Davide Ciarrapica
In an embarrassing statement verbally issued by Ciarrapica to a Kenyan detective, he has made statements which investigators suspect are attempts to defame her- “Without any shame David, during an interview on May 15th, tells me that Silvia jumped on him during the plane trip. Rather strange it seemed to me a way to discredit her in my eyes. I didn’t believe him”.
Silvia stayed at Davide’s Hopes Dreams Rescue Sponsorship Center for a month, then returned to Milan. On 5 November she returned to Kenya. At Mombasa airport, she is received by Ciarrapica. Together they go to Likoni, but she stays there for a few hours. At the end of the day she returns to Mombasa and stops to sleep at Marigold. The next morning she runs to Chakama, along with two new volunteers as soon as they arrive, to the Africa Milele facility, the non-profit organization she will work for to help children. In the center of Likoni, I am met by a mother who knew Silvia well. When I ask her to tell me something about the girl’s stay here, she bursts into tears: “I love her, I love her. I hope you come back soon. I had three girls in that center, then I took them back ”. Why? “Incorrect and embarrassing things happened. Back home my daughters reported strange attitudes of Davide and his partner, Rama Hamisi Bindo ”.
A Kenyan who worked at the Likoni Children’s Center said: “No, I don’t think there have been cases of pedophilia, but one day they pushed me away saying:” You know too many secrets of this place. It is better that you leave. ” Fired in the trunk ”. A visit to the Hopes Dreams Rescue Sponsorship Center leaves you confused and amazed. Hillary – who is also a doctor- is greeted at the entrance by an elderly lady who lights up: “Ah, thank goodness. She came here for that fourteen year old pregnant. ” Obviously not, but the fact that Davide arrives with his girlfriend, a stupendous seventeen year old, is also puzzling.
After her first experience in Chakama, Silvia returns to Italy, promising Davide that she will organize charity meetings to raise funds for her Likoni center, which she does during October. She returns on 5 November and goes to Likoni, just enough time to be coldly welcomed by the children, who have the order to remain on the careful property and not to greet her, and by Davide, who accuses her of not having collected enough money. African children always make a big party for people, especially ones they know and who played with them before. Those kids remain petrified instead. “Davide is an irascible choleric – says another former employee -. This is why in Italy he was recently sentenced to 6 years in prison and 35,000 euros in damages for having bitten off one ear during a fight in a nightclub in Milan “.
One of the Kenyan investigators who is trying to unravel the intricate story says: “We had indications that Silvia showed some discomfort with the Center where, according to her, there was harassment of the little guests. That structure is viewed with a certain benevolence by the local authorities. The partner and friend of Davide Ciarrapica, Rama Hamisi Bindo, is the son of a famous politician and enjoys unsuspected protections “. I was stunned. Sorry? Repeat again. “Yes, he enjoys powerful protections.” Hillary and I look at each other in disbelief. I, because I believe I have misunderstood; her because, being an American, she understood very well.
The Mombasa police, according to our witness who fears retaliation and emphasizes to me three times not to publish his name, never intervened with the true determination to investigate the case: “Here is a confidential critical report on the behavior of how it is the investigation was carried out there ”, he murmurs, taking a very compromising document out of the drawer. We read it but he does not allow us to photograph it. Some words are incomprehensible to me, like “reticence”, but Hillary helps me with her English. In his deposition of May 15 to the police, Ciarrapica claims to have advised Silvia not to go to Chakama, yet in an email that I could see, exactly the opposite was written. Indeed, it was he who advised her to go.
But what is perhaps the most worrisome and suspicious objective piece of evidence is that that the at the Kenyan airports all the files on Silvia Romano have disappeared.
All vistors entering and exiting Kenya are given automatic photos and fingerprints when enetering the country. This procedure must have taken place for Silvia, yet her passport is stamped three times for entry and exit without any of the records existing in the automated system. How have these records been removed for an nationally automated system? The Malindi police investigator is also surprised.
On 11 November, nine days before being kidnapped, Silvia asked Lilian Sora, the president of NGO Africa Milele, for advice about reporting pedofilia to Kenyan authorities.
Lilian Sora gave her total approval. With two other volunteers, Giancarlo and Roberta, she then went to the central police to file a complaint against a Kenyan named Francis Kalama of Marafa, an Anglican pastor who they accuse of molesting girls.
Silvia later left a voice message with Lilian Sora detailing the location where she filed the report, who she spoke with, and the nature of the report. (The audio is in Italian)
However, at the police station where she filed the report, a thorough search of the records of complaints leads to nothing. The agents who manage the complaints and files search, exasperated, finding no record of siliva ever having been the the station. In the whatsapp audio message, Silvia, who has been depicted as helpless yet instead proves to be stubborn, legalistic and a lover of justice, tells with a wealth of detail that she went to the police and had the assurance that Kalama will be arrested and “Girls will undergo a medical test”. Very heavy detail. The promise, however, was not followed: Kalama is gone. No one has any idea where he is, let alone the investigators. He is thought to have never been notified of the complaint.
Con la maglietta azzurra il pastore anglicano Francis Kalama, veniva da un villaggio vicino, Marafa. Silvia l’ha denunciato per molestie alle bambine
One of the police chiefs tells us that there are people under arrest: a Kenyan giriama, the ethnic group that lives on the coast of the country, Moses Luari Chende; a Kenyan of the ethnic origin Gababa (the one accused of having organized the kidnapping), and a Somali with a Kenyan identity document illegally obtained without the necessary and mandatory procedure, Ibrahim. “They certainly know something but they are performers. We wait for the names of the principals”. Yes, but in Kenya making the names of those who ordered a kidnapping is like committing suicide. Hillary asks me: “But why doesn’t your government guarantee security in Italy? A residence permit for those providing information would be very useful. ” A trivial question, to which I cannot find an answer. A police criticism of the army also emerges: “The army closed our borders with Somalia, but it was not absolutely cooperative with the investigations. Of course, it is not their job, but they have also gone to remote villages, where it is difficult for us to reach. ” Still to the Malindi police, they shake their heads to hear about Italian investigators: “The honorary consul, Ivan del Prete, came here, but he didn’t do much. He asked for information, as she is doing. Nothing more”.
No information. No collaboration. As is recurring in this case from every angle, again, nothing. Here’s how to throw away the opportunities to understand what really happened to Silvia.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@mail.com twitter @malberizzi
with contribution of Hillary Duenas hillary.duenas@gmail.com
Martedì sera tre dei cinque candidati sconfitti alle presidenziali, che si sono svolte sabato scorso in Mauritania, hanno depositato un ricorso alla Corte costituzionale per irregolarità durante lo scrutinio. La tornata elettorale è stata vinta già al primo turno da Mohamed Ould Ghazouani, delfino del presidente uscente, Mohamed Ould Abdel Aziz.
Secondo la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente, Ghazouani si sarebbe imposto con il 52 per cento, mentre Biram Dah Abeid, il candidato antischiavista si è fermato al 18,58 percento e l’ex primo ministro Sidi Mohamed Ould Boubacar al 17,87 per cento.
I dimostranti bruciano un’auto nel centro di Nouckchot
Abeid, Boubacar, ex primo ministro, indipendente, ma sostenuto dal partito islamista Tawassoul e Mohamed Ould Maouloud, esponente e leader di Union des forces du progrès, ultimo dei non eletti, nel ricorso ha lamentato brogli elettorali e altre irregolarità. Ma già prima delle elezioni aveva denunciato la mancanza di osservatori internazionali.
Il risultato elettorale non è piaciuto a molti mauritani, che hanno espresso il loro disappunto con manifestazioni e proteste in piazza. A tutta risposta Aziz, presidente uscente, ha bloccato internet in tutto il Paese e ha convocato con la massima urgenza un consiglio di sicurezza.
Dopo l’arresto di un centinaio di cittadini stranieri, accusati di aver partecipato alle proteste, il ministro degli Esteri, Ismael Ould Cheick Ahmed, ha parlato con gli ambasciatori del Mali, Senegal e Gambia. Ahmed ha chiesto ai tre diplomatici accreditati in Mauritania di invitare i propri concittadini di non partecipare alle proteste e a tutto ciò che potrebbe turbare l’ordine pubblico.
Il governo ha inoltre sigillato le sedi dei dominarti elettorali di Kane Hamidou Baba, della coalizione Vivre ensemble e di altri tre candidati. La tensione nella capitale mauritana è alle stelle. In molti punti della città sono stazionate vetture delle forze dell’ordine, soldati e agenti di polizia armati di mitra e i militari hanno inoltre bloccato l’accesso a diverse zone.
Martedì la Francia ha sottolineato di essere soddisfatta dell’andamento di queste elezioni, che si sarebbero svolte in un clima disteso e pacifico e ha inviato gli auguri a Ghazouani, che come Aziz è alleato dell’Occidente nella lotta contro i militanti islamici.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 25 giugno 2019
Asamnew Tsige, accusato di essere il cospiratore del fallito colpo di Stato in Etiopia è stato ucciso ieri vicino a Bahir Dar, capoluogo della regione Amhara, nel nord del Paese, dai militari dell’esercito etiopico.
Asamnew, un ex generale, era stato eletto nel comitato centrale di Amhara Democratic Party (ADP), che fa parte della coalizione Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico, dopo la sua liberazione nel febbraio di quest’anno; era stato riabilitato e nominato addirittura capo della sicurezza dell’Amhara.
Asaminew Tsige, mente del fallito “golpe” in Etiopia, ucciso dall’esercito etiopico
Era stato arrestato nel 2009 insieme a altri membri dell’organizzazione anti-governativa Ginbot 7. Il gruppo si definisce come movimento per il cambiamento, ma per Addis Ababa era considerato terrorista. Molti prigionieri politici sono stati graziati dall’amministrazione Hailemariam Desalegn e in seguito dal suo successore Abiy Ahmed, primo ministro etiope da poco più di un anno, per l’effetto di “circostanze speciali” volte ad ampliare il dialogo politico.
Il presunto putchista era ricercato da sabato scorso, dopo l’uccisione del governatore dell’Amhara, Ambachew Mekonnen e del suo consulente Ezez Wassie. Migbara Kebede, procuratore generale della regione, è deceduto ieri a causa delle gravi ferite riportate.
Lunedì sono state arrestate anche 182 persone, tra loro anche quattro alti ufficiali, tutti sospettati di essere tra i responsabili dei disordini che si sono verificati in tutta la regione nelle ultime settimane.
Dopo l’uccisione del capo di Stato maggiore dell’esercito etiopico, Seare Mekonnen e un altro ufficiale in pensione, grave fatto avvenuto a Addis Ababa sabato scorso, la situazione ora è calma, militari e blocchi stradali si trovano un po’ ovunque nella capitale e internet è bloccato da sabato in tutto il Paese. E’ stato confermato che ad aprire il fuoco contro Seare e Gezai Abera è stata proprio la guardia del corpo del capo di Stato maggiore.
I due eventi di sabato, secondo la versione del governo etiopico, sono collegati, in quanto Seare sarebbe stato ammazzato mentre stava dando ordini volti a reprimere l’insurrezione. Il vice capo della sicurezza della regione aveva fatto sapere alla BBC che i putchisti, se il golpe fosse riuscito, con molta probabilità avrebbero attaccato anche commissariati di polizia, quartieri generali di partiti politici e altri edifici governativi.
Abiy Ahmed, primo ministro etiopico
Il governatore e tutti gli altri uomini brutalmente ammazzati erano uomini di Abiy. La sparatoria a Bahir Dar è iniziata proprio mentre era in corso una riunione volta a risolvere il reclutamento di milizie etniche, volute proprio da Asamnew. Solo una settimana prima il puchista aveva consigliato agli amhara – il secondo gruppo etnico del Paese – di armarsi. Lo scorso marzo, il predecessore del governatore assassinato, Gedu Andargachew, durante un suo intervento in pubblico aveva avvertito che era pericoloso promuovere le ostilità etniche tra amhara e tigrini. Ed era risaputo che Asamnew non nutriva simpatie per i tigrini.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 25 giugno 2019
C’è un’indubbia coerenza nel fatto che un’amena località tropicale, ispirata all’Italia, pur se a oltre settemila chilometri di distanza, ceda alla tentazione di emulare la propria musa. Ecco allora che Malindi, la “little Italy” del Kenya, non poteva che scegliere il meglio, cioè: la capitale del bel Paese; la celebrata “Città Eterna”; quella cui “tutte le strade conducono”: Roma. E sì che Roma offre molte meraviglie cui ispirarsi, ma le autorità governative dell’ex colonia britannica, hanno deciso per una scelta davvero bizzarra: le strade capitoline. Intendiamoci, non l’Appia antica, ma le strade odierne, quelle costellate da voragini, quelle che fanno dire agli eredi dell’antico impero, che tutto ciò che di eterno è rimasto a Roma, sono le buche del manto stradale.
Una strada di Malindi in deplorevoli condizioni
Così Malindi entra in competizione con la caput mundi e – pur se su un’area meno estesa – offre il suo bravo dissesto stradale per la gioia del sempre più ridotto numero di visitatori. Ormai a protestare per questa situazione, non sono solo gli operatori turistici occidentali, stremati da labili promesse mai mantenute, ma insorgono anche gli imprenditori locali, perché il degrado della cittadina costiera sta letteralmente falcidiando incassi, occupazione e investimenti. Ecco cosa scrive al quotidiano locale The Nation, Mufaddal Shabbir, un commerciante malindino che possiede alcuni negozi d’abbigliamento, oltre ad altre attività nell’indotto turistico:
L’Ocean Beach Resort, una delle più rinomate strutture turistiche di Malindi
“Occorre che il governo di Contea e quello centrale, intervengano urgentemente o perderemo anche quel poco turismo rimasto che ci consente di sopravvivere. La gloria di Malindi non è più quella di dieci anni fa. Oggi non raggiungiamo più neppure il dieci per cento di allora”. “incidentalmente – osserva a sua volta il redattore del Nation – una parte della parola Ma-lindi significa appunto, buco”. Ma i disagi di quella che era un tempo la più attiva destinazione turistica del Kenya, non si fermano alle cattive condizioni delle strade, si estendono alle infrastrutture in genere e alla fornitura dei servizi essenziali, come acqua ed energia elettrica, le cui erogazioni vengono spesso e lungamente interrotte per inadeguata manutenzione degli impianti e annose questioni di bollette non pagate.
Il tribunale di Malindi
Sempre il Nation, in una delle sue più recenti edizioni, punta il dito sulla decadenza della cittadina, dando voce ai sempre più allarmati commenti dell’associazione turistico-alberghiera del Kenya. Molti hotel, anche quelli più prestigiosi, non hanno più sufficienti risorse, per provvedere alla manutenzione ordinaria delle proprie strutture e ovunque si avverte un senso di abbandono e di degrado. Bar e ristoranti, mostrano un desolante numero di tavoli vuoti; la disoccupazione cresce vertiginosamente e con essa cresce anche la criminalità. Il settore immobiliare è devastato e – a fronte del numero irrisorio di chi vuole comprare – c’è l’imponente moltitudine di chi cerca disperatamente di vendere e lasciare il Paese.
Ciò che queste ignare turiste italiane stanno facendo in questo video,
istigatedai loro anfitrioni locali, può portare all’arresto immediato
Questa situazione, ha fatto crollare il prezzo degli immobili a meno della metà del loro valore di mercato. Il Dottor Pierino Liana, direttore dell’agenzia di consulenza Excon, afferma che il proprietario di una villa di lusso, del valore di circa tre milioni di euro, può dirsi fortunato se riesce a liberarsene incassando meno di un milione. Insomma, una vera e propria disfatta. A tutto questo si aggiunge la sempre più molesta attività di pubblici funzionarti e beach boy. I primi minacciano turisti e residenti con la continua richiesta di bustarelle e ricorrendo spesso alla minaccia d’arresto; i secondi vessano i sempre più sparuti gruppi di bagnanti che non hanno più un minuto di pace e sono costretti di rifugiarsi all’interno degli alberghi, riducendo così la loro esperienza africana ai bordi di piscine.
Agenti del traffico arrestati nei pressi di Malindi per il tentativo di estorsione ai danni di un automobilita
Non meno tenere sono le sempre più complesse normative che scoraggiano investitori e residenti, assoggettandoli a un’interminabile serie di adempimenti burocratici, spesso espressi in modo confuso e indecifrabile. Si dice che Malindi sia tuttora la destinazione più ambita da agenti di polizia, del fisco, dell’ambiente e dell’immigrazione, al punto che pare si debba pagare sottobanco – a un dirigente corrotto – fino a mille euro per potervi essere trasferiti. E’ facile immaginare come i solerti funzionari pubblici, una volta ottenuto il trasferimento, si ripromettano di recuperare l’esborso effettuato.
L’illusione d’improbabili amori sbocciati sulle spiagge africane
Fa anche la propria parte, lo stuolo d’ineffabili avvocati che assistono (si fa per dire) l’incauto investitore che ricorre al loro patrocinio per ribellarsi alle vessazioni dello Stato. Si troveranno impegolati in interminabili procedimenti giudiziari, finché, dilapidate le proprie risorse, in continue eccezioni e rinvii, si dichiareranno sconfitti, con buona pace dell’avvocato che si godrà compiaciuto il prezzo dell’insuccesso. Infine, non meno disastrosi si riveleranno anche molti degli amori sbocciati sui bagnasciuga, nelle discoteche e nei bar, dove il (o la) partner, faranno scempio di quanto rimasto, lasciando cuori spezzati e portafogli vuoti. Quando tutto ciò avviene, il celebrato “mal d’Africa” esce definitivamente dal pathos filosofico-sentimentale, per trasformarsi in un vero “male” dolorosamente avvertito.
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Dal Nostro Inviato a Malindi Massimo A. Alberizzi
Malindi, giugno 2019
A Nairobi sulla difficile vicenda di Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre, la polizia è in evidente difficoltà. A parlare con diversi investigatori si ha l’impressione che tutti sappiano chi sono i rapitori, ma che pochi siano a conoscenza dei mandanti.
Secondo notizie raccolte nella capitale keniota, in carcere ci dovrebbero essere tre persone (il condizionale è d’obbligo da queste parti): Ibrahim, un somalo che ha ottenuto la cittadinanza e il passaporto kenioti illegalmente; Gababa, un keniota di etnia orma e Moses Lwali Chende, un giriama, la tribù che sta sulla costa, che abita nel villaggio di Kwamwanza. Lui non è più in cella. E non è in carcere neppure la moglie, Elizabeth Kasena, del villaggio di Ghaba, accanto a Chakama, arrestata anche lei pochi giorni dopo il rapimento di Silvia. “La donna è finita in manette perché dal suo telefono sono partite chiamate ai numeri dei rapitori.
Moses invece è accusato di aver partecipato alla logistica del sequestro. Ha aiutato i banditi. Nei giorni immediatamente successivi al 20 novembre, ha portato cibo e altri generi di prima necessità a quelli che avevano prelevato la giovane volontaria italiana”, spiega a me e a Hillary Duenas, una collega americana presente, un giovane funzionario della polizia.
Silvia Romano
Elizabeth è stata liberata su cauzione dopo pochi giorni. Avevano fissato l’ammontare a 50 mila scellini (più o meno 500 euro) ma poi l’importo è sceso a 30 mila (300 euro). A Chakama una famiglia vive per un mese con 2 mila scellini, cioè una ventina di euro. Cinquecento o anche 300 euro sono una cifra abbastanza consistente. Anche Moses è uscito dalla galera dopo aver pagato una cauzione. Nessuno ha saputo dirci la cifra ma secondo alcune informazioni, che io e Hillary non siamo però stati in grado di verificare, sarebbe stato aiutato da alcuni amici. Moses infatti graviterebbe nel mondo del bracconaggio e i suoi “colleghi” non se la sarebbero sentita di abbandonarlo nelle mani della polizia.
Soprattutto l’arresto di Elizabeth ha destato parecchio stupore tra lo staff di Africa Milele, l’organizzazione per cui Silvia lavorava. La ragazza e la sua famiglia, infatti, sono state in passato beneficiari dei progetti della Onlus. Lei, poi, aveva con Silvia un rapporto quotidiano, la giovane italiana infatti andava a mangiare ogni giorno al Chakama Cafe dove Elizabeth lavorava.
Notizie su Moses sono invece più difficili da reperire, chi ha fornito la sua foto e ha cercato di avere maggiori dettagli teme qualche ritorsione, ma è certo che anche se la polizia kenyana riferisce del loro stato di arresto attuale, i due giovani sono invece liberi e rientrati nell’area di Chakama.
Silvia Romano
Racconta un altro ispettore della polizia keniota: “Con le nostre indagini abbiamo accertato che i tre ubbidivano agli ordini di un capo, un certo Adhan, l’uomo che ha pianificato il sequestro: Adhan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia. Testimoni ci hanno raccontato che non aveva molto da fare e ci siamo convinti che fosse andato lì per controllare la situazione. Abbiamo messo assieme i dati dei tre con quelli di Adhan e abbiamo visto che c’erano evidenti connessioni. Adan è ricercato, ma è sparito”.
Anche l’attacco, ci racconta l’ispettore, è stato anomalo: “Non sono stati usati mitra kalashnikov o armi lunghe, ma solo pistole e una granata lanciata a terra. Le persone sono state ferite per le schegge. Per questo abbiamo subito escluso il terrorismo internazionale di matrice somala”.
Le indagini degli investigatori del Kenya non si concentrano però nell’entroterra di Malindi, Chakama e i villaggi vicini. Sotto osservazione anche il lavoro che Silvia aveva fatto all’orfanotrofio di Likoni di Davide Ciarrapica e del suo socio Rama Hamisi Bindo, l’Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre.
Racconta un’amica di Silvia: “Durante il suo primo viaggio in Kenya, Silvia era stata nel villaggio di Davide e all’inizio era contenta. Poi i loro rapporti si erano guastati. Silvia mi telefonava la sera molto costernata perché lui la trattava male e la insultava. Quasi ogni sera andava a ballare, tornava ubriaco portandosi dietro una ragazza diversa. Urlava come un pazzo ed era attaccato ai soldi. Le aveva anche chiesto di pagare di tasca sua un viaggio che era stato organizzato per i ragazzi del Centro. Quando Silvia è stata portata in ospedale per una piccola operazione alla spalla, lui l’ha mandata sola e non l’ha neanche accompagnata. Lei c’è rimasta molto male. La trattava con un certo disprezzo. L’ultima volta, il 5 novembre, Silvia è tornata nel Centro ma solo per salutare i bambini ed i suoi amici”. Ed era stata accolta con freddezza e disappunto.
Massimo A. Alberizzi twitter @malberizzi
Ha collaborato Hillary Duenas
ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS
Nella tarda serata di ieri la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente della Mauritania ha reso noto il vincitore delle elezioni presidenziali: Mohamed Ould Ghazouani, delfino del presidente uscente Mohamed Ould Abdel Aziz. Il nuovo leader si è imposto al primo turno con il 52 per cento delle preferenze, mentre Biram Dah Abeid, il candidato antischiavista si è fermato al 18,58 percento e l’ex primo ministro Sidi Mohamed Ould Boubacar al 17,87 per cento. Gli altri tre candidati non hanno raggiunto nemmeno il 10 per cento. Ora i risultati saranno trasmessi alla Corte Costituzionale che proclamerà il nuovo presidente, dopo aver esaminato eventuali ricorsi.
Mohamed Ould Ghazouani, ex generale e vincitore delle presidenziali in Mauritania
Sabato scorso si sono recati alle urne 1,5 milioni di mauritani. La tornata elettorale si è svolta senza incidenti di rilievo.
Ancor prima che il Comitato elettorale nazionale indipendente rilasciasse il comunicato ufficiale sull’esito delle votazioni, Ghazouani – candidato del regime, giacché Aziz non ha potuto presentare la sua candidatura poiché la Costituzione limita la presidenza a due mandati consecutivi – si era autoproclamato vincitore.
Domenica mattina Mohamed Ould Ghazouani si è presentato al palazzo dei congressi di Nouakchott, accompagnato da Aziz, e ha dichiarato di aver vinto le presidenziali, precisando che, secondo le sue fonti all’interno del CENI, si tratterebbe di una vittoria con un vantaggio piuttosto ampio.
Il presidente di CENI, Mohamed Vall Ould Bellal, visibilmente irritato, aveva spiegato che i risultati elettorali definitivi può fornirli solo il suo ufficio, e intende renderli pubblici almeno entro 48 ore dopo la chiusura dei seggi. Misteriosamente i risultati sono stati resi noti però già domenica sera.
Gli altri cinque aspiranti alla poltrona più ambita del Paese: Sidi Mohamed Ould Boubacar, ex primo ministro, indiendente, ma sostenuto dal partito islamista Tawassoul; Biram Dah Abeid, candidato del movimento antischiavista; Mohamed Ould Maouloud, esponente e leader di Union des forces du progrès (UFP), supportato da Ahmed Ould Daddah, oppositore storico della ex colonia francese e Kane Hamidou Baba, della coalizione Vivre ensemble non accettano il risultato di queste elezioni.
Mauritania, elezioni presidenziali
I cinque oppositori, durante la riunione congiunta, indetta subito dopo l’autoproclamazione di Ghazouani, avevano precisato: “Il potere ha perso la sua battaglia elettorale e con l’annuncio della sua vittoria ha messo CENI di fronte a un fatto compiuto”. E Biram Dah Abeid ha aggiunto che dall’inizio della campagna elettorale le istituzioni avrebbero subito forti pressioni da parte del presidente uscente. Mentre Sidi Mohamed Ould Boubaka ha ricordato alcune delle irregolarità commesse, come la scelta dei componenti di CENI, la nomina dei presidenti dei seggi e la presenza delle forze dell’ordine e della sicurezza nelle strade durante lo scrutinio. Ora che i risultati sono stati ufficializzati, bisogna attendere se presenteranno ricorso alla Corte Suprema del Paese.
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