Libia: giravolta di Trump, da Serraj passa con Haftar e lascia l’italia con il cerino

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 27 aprile 2019

Guerra di posizione a Tripoli con attacchi mordi e fuggi da entrambe le parti. Le milizie che sostengono il primo ministro Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, rafforzano le loro posizioni nel centro della città, mentre gli uomini dell’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar cercano di avanzare. L’aeroporto internazionale è fuori uso da quasi 5 anni, quando la pista fu bombardata e crivellata di buche, ora i governativi difendono strenuamente il piccolo scalo di Mitiga nelle loro mani, aperto a intermittenza, unica porta aperta sul mondo.

Se sul campo la situazione è di stallo, sul piano diplomatico va registrata l’avanzata di Haftar che ha incassato l’appoggio degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi il presidente Donald Trump e il generale della Cirenaica si sono parlati. Secondo l’agenzia Bloomberg, che cita imprecisate fonti diplomatiche “informate sulla questione”, la Casa Bianca ha assicurato il sostegno militare all’offensiva dell’ufficiale ribelle sulla capitale. In proposito Haftar, sempre secondo l’agenzia,  aveva ricevuti pochi giorni prima le assicurazioni anche di John Bolton, consigliere per la sicurezza di Trump.

Questa foto di Philippe Wojazer per Reuters, mostra il presidente francese, Emmanuel Macron, tra I due arcinemici, il primo ministro libico Fayez al-Sarraj (a sinistra), e il generale Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto esercito Nazionale Libico. I due si stringono le mani dopo i colloqui di pace a La Celle-Saint-Cloud, vicino Paris. E’ il 25 luglio 2017

Il cambio di cavallo degli Stati Uniti non ha convinto tutti. E’ vero che Washington non ha smentito, ma alcuni diplomatici di stanza a Tripoli, sentiti al telefono con la promessa di non rivelare il loro nome, hanno espresso qualche dubbio: “Gli americani usano spesso giocare su due tavoli. In realtà cercano di non schierarsi, o meglio di schierarsi con entrambi i contendenti per non perdere il loro ruolo di arbitri”. Forse per questo ieri, per l’ennesima volta, gli Stati Uniti  hanno chiesto di deporre le armi.

Che la guerra si combatta soprattutto sul piano della propaganda è ogni giorno più chiaro.  Nelle prime ora della mattina il network qatariota Al Jazeera (Doha sostiene Serraj) nella sua versione in arabo, ha lanciato la notizia secondo cui una nave francese, con a bordo un arsenale destinato ad Haftar, aveva attraccato nel porto di Ras Lanuf. Notizia smentita da Parigi. La risposta dei siti vicini al generale era stata: “Armi destinate al governo Serraj sono state stoccate in Tunisia, a Gerba”. Stavolta la smentita è arrivata da Tripoli.

Poiché il cambio di alleanze di Trump, vero o supposto che sia, potrebbe essere stato determinato da una presunta liaison di Serraj con gli islamici (cosa che spaventa di americani), il governo di Tripoli ha tenuto a prendere le distanze dagli integralisti. Così ieri un portavoce del ministero degli interni ha annunciato con gran clamore la cattura di Yasser Saleh Kalfeh Al Majeri, presentato come il vice capo dell’ISIS in Libia. Ovvio, nessuna conferma indipendente della notizia.

Di certo c’è solo che Tripoli ha comunicato la sospensione di ogni collaborazione militare con la Francia, anche se il ministro degli esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, poche ore dopo l’annuncio, ha ribadito l’impegno dell’Unione Europea – di tutta l’Unione Europea, quindi anche della Francia – per una tregua immediata.

Da Pechino, dov’è in visita, il premier Conte ha fatto sapere che “la posizione del governo italiano si sta rivelando la più lungimirante alla luce della concreta evoluzione dello scenario: no è con ‘opzione militare che si può stabilizzare la Libia. Né con Haftar, né con Serraj, ma con il popolo libico” ha concluso, mentre in video sul sito del Corriere della Sera il generale Ahmed Mismari, portavoce di Haftar, ha intimato all’Italia di ritirare il suo ospedale a Misurata e i 400 militari che vi operano.

Un altro episodio che sarebbe comico, se non si svolgesse nel bel mezzo della tragedia libica, m che spiega bene la confusione che regna nel Paese sudafricano è quello che, sempre ieri, ha coinvolto Cipro. Il ministro degli interni di Serraj, Fathi Ali Basha Agha, annuncia che i quattro figli di Haftar hanno chiesto la cittadinanza cipriota. Sostiene quindi di aver mandato un messaggio a Nicosia chiedendo di ignorare la richiesta. Poche ore dopo arriva la doppia smentita dal governo dell’isola: i figli di Haftar non hanno mai fatto richiesta di cittadinanza e Tripoli non ha mai chiesto di non concederla.

Massimo A. Alberizzi
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