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Mozambico: Kenneth a 270km/h: segnalati abusi sessuali in cambio di cibo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 aprile 2019

Ieri sera, il ciclone tropicale Kenneth con venti a 270km/h ha toccato il litorale di Pemba, a Cabo Delgado, nell’estemo nord del Mozambico. In dodici ore – dalle 20.00 del 25 aprile alle 8.00 del 26 aprile – nell’area di Mueda sono caduti quasi 200 millimetri di pioggia torrenziale.

Previsioni meteo BBC sul ciclone Kenneth in Mozambico (Courtesy BBC)
Previsioni meteo BBC sul ciclone Kenneth in Mozambico (Courtesy BBC)

Nell’isola di Ibo, nell’arcipelago Quirimbas, il ciclone, scaricando quasi 140 millimetri di pioggia, ha distrutto centinaia di abitazioni lasciando intere famiglie senza casa.

Le regioni più colpite dal ciclone Kenneth, classificato di categoria quattro, sono le province di Cabo Delgado e Nampula. Dopo i tre morti delle isole Comore, a Pemba, capoluogo di Cabo Delgado, si registra il decesso di una persona colpita dalla caduta di un albero di cocco e si attende la conferma di una seconda vittima a Mocomia.

Grazie all’allerta rossa, diramata prima dell’arrivo del ciclone, 30mila persone sono state portate in un trentina di rifugi, soprattutto scuole. Secondo Unicef, in Mozambico, c’è la necessità di una nuova operazione umanitaria su larga scala per rispondere al ciclone da Kenneth.

Ciclone Kenneth visto da Meteosat
Ciclone Kenneth visto da Meteosat

L’impatto devastante del secondo ciclone tropicale in sei settimane, dà ulteriore conferma che i cambiamenti climatici sono reali anche in quest’area dell’Africa australe. Dall’era dei satelliti nel centro-nord del Mozambico non erano stati mai registrati cicloni tropicali con la forza e la devastazione di Idai e Kenneth. Quest’ultimo è stato classificato come il ciclone più potente della storia del Mozambico.

Mentre nelle aree colpite da Idai con tante difficoltà si cerca di tornare alla normalità, Human Rights Watch (HRW) denuncia casi di abusi sessuali. L’ong per i diritti umani ha parlato con tre donne nella città di Mbimbir, nel distretto di Nhamatanda. Tutte e tre hanno confermato che i funzionari locali le hanno costrette ad avere rapporti sessuali in cambio aiuti alimentari.

Sono però stati segnalati molti altri casi, soprattutto di donne in situazione di fragilità. Sono soprattutto quelle che hanno figli ma senza uomo capofamiglia. Secondo molti funzionari locali, alcuni dei quali del Frelimo (partito al potere), responsabili della distribuzione di aiuti umanitari, queste donne non sono negli elenchi.

Situazione che rende queste madri estremamente più fragili e vittime degli abusi di sciacalli disonesti e senza scupoli.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Il Kenya nell’arsura colpito dalla peggiore siccità degli ultimi quarant’anni

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
26 aprile 2019

La stagione delle piogge è imminente, anzi, è già in notevole ritardo rispetto alle attese. Tuttavia, anche se oggi dovesse diluviare, sarebbe ormai troppo tardi per garantire un raccolto, perché il periodo previsto per la semina è già stato ampiamente superato. Dallo scorso mese di marzo, non una singola goccia d’acqua ha bagnato la terra del Kenya, provocando la più grave siccità sperimentata dal Paese fin dal lontano 1981. I campi inaridiscono e la terra si spacca sotto gli implacabili dardi del sole. L’agricoltura è al collasso, ma è anche emergenza per l’accesso all’acqua necessaria per i quotidiani usi domestici.

Strage di bestiame, causa siccità, nella contea del Turkana, in Kenya

L’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), per bocca del suo segretario esecutivo, Mahboub Maalim, stima che, uno tra i molti gravi effetti della mancanza d’acqua, è quello che mette a rischio, la salute di oltre 500 mila bambini sotto i cinque anni. Una previsione, questa, tra le più catastrofiche che il Paese si accinge ad affrontare, pur senza avere i mezzi necessari per poterlo fare in modo efficace. L’aridità ha anche drasticamente ridotto la disponibilità di pascoli verdi per il bestiame, costringendolo a esodi biblici per trovare zone in grado di fornire quella minima alimentazione necessaria alla sopravvivenza.

Il desolante spettacolo della terra del Kenya spaccata dalla calura

Questo massiccio spostamento delle mandrie, rischia anche di esacerbare i rapporti tra tribù limitrofe che si troveranno a contendersi ogni spicchio di terra in grado di fornire il sia pur minimo supporto alimentare al bestiame e questa contesa – com’è spesso avvenuto, anche nel più recente passato – potrà sfociare in scontri violenti e sanguinosi. Il Kenya si troverà quindi costretto a contingentare la distribuzione di tutti i derivati alimentari prodotti dal bestiame, come latte e carne, ma gli effetti della siccità, influiranno anche negativamente sul previsto sviluppo economico del Paese che, secondo Patrick Njoroge, governatore della Banca Centrale del Kenya, si ridurranno al 5,3 per cento, contro il previsto 6,3 per cento.

Il disperato bisogno d’acqua costringe a ricorrere a qualsiasi risorsa anche se non igienicamente sicura

La flessione dell’attività agricola, oltre al mais, che rappresenta l’alimentazione popolare di base, colpirà anche i settori in cui il Kenya ha i suoi punti di forza per l’export: tè, caffè e piretro. Si tratta indubbiamente di un danno ingente, poiché l’agricoltura rappresenta un terzo dell’intera economia nazionale. Solo riferendosi alle zone più colpite dalla siccità; Turkana, Marsabit, Isiolo, Tana River e Garissa, sono già oltre un milione, le persone che necessitano di assistenza umanitaria alimentare.

Contraddizioni del Kenya: la vasta distesa del lago Turkana, mentre il popolo circostante soffre la fame per la siccità

L’agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale, ha accusato il Kenya di aver messo in atto un piano di sviluppo infrastrutturale, troppo mirato al prestigio, più che alle basilari necessità del Paese, rilevando l’assurdità che anche vasti appezzamenti di terreno, limitrofi ai grandi laghi e lungo i fiumi, debbano soffrire gli effetti della siccità, quando sarebbe bastato investire una parte del grande indebitamento internazionale, per realizzare un adeguato piano d’irrigazione che consentisse il proseguimento delle attività agricole, anche in presenza di emergenze come quella attualmente in atto.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

 

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 aprile 2019

Non c’è tregua per il Mozambico. Dopo sei settimane dalle devastazioni di Idai, arriva il ciclone tropicale Kenneth sul nord, al confine con la Tanzania. Oltre ai forti venti da 120km/h, sono previste pesantissime precipitazioni che, nelle aree più colpite, portano fino a 300 millimetri di pioggia.

Tweet di MetOffice

Durante il suo passaggio nel piccolo arcipelago delle Comore, nel Canale del Mozambico, ha causato tre morti oltre a grande distruzione. Nel momento in cui scriviamo ha toccato il litorale di Palma e Pemba, nell’ex colonia portoghese. Una volta arrivato nell’entroterra perderà potenza ma sono previste pesanti precipitazioni che saranno causa di frane di fango e alluvioni.

Il ciclone transita nell’area dove operano ENI, ExxonMobil e Anadarko. Proprio nella zona di uno dei maggiori giacimenti di gas naturale del mondo. Si trova nell’offshore del bacino del Rovuma a circa ottanta km dalla costa di Palma, nella provincia di Cabo Delgado.

Area di Cabo Delgado colpita dal ciclone Kenneth (Courtesy AccuWeather)
Area di Cabo Delgado colpita dal ciclone Kenneth (Courtesy AccuWeather)

Prima dell’arrivo di Kenneth, visto il livello di pericolosità, i responsabili della gestione delle catastrofi del Mozambico hanno dichiarato l’allerta rossa. Ma il problema maggiore è il rischio di un’alluvione simile a quella causata dal ciclone Idai lo scorso 14 marzo.

Secondo fonti locali, il rischio maggiore è la quantità di pioggia che farebbe esondare i corsi d’acqua. Almeno una delle dighe è arrivata quasi alla sua piena capacità. Nella provincia di Cabo Delgado sono a rischio 700mila persone e la situazione potrebbe rendere impossibile distribuire gli aiuti a causa dell’impraticabilità delle strade.

Previsioni meteo dell'impatto del ciclone tropicale Kenneth della CNN (Courtesy CNN)
Previsioni meteo dell’impatto del ciclone tropicale Kenneth della CNN (Courtesy CNN)

Secondo AccuWeather, dall’era dei satelliti, è la prima volta che viene registrata la presenza di un ciclone di questo tipo nella zona di Cabo Delgado. Kenneth, nato tre giorni fa, è il primo ciclone tropicale con la forza equivalente a quella di uragano che si ricorda dai tempi moderni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Arrestato deputato “ribelle” ugandese: stava organizzando manifestazione pacifica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 aprile 20

Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, deputato ugandese dell’opposizione e cantante, è nuovamente nei guai. Martedì scorso la polizia gli ha impedito di uscire di casa. La sua abitazione, situata a Wakiso, poco distante dalla capitale Kampala, era circondata da agenti, che avevano bloccato persino le vie d’accesso.

L’altro ieri mattina Kyagulanyi era pronto ad andare al quartier generale delle forze dell’ordine per richiedere le necessarie autorizzazioni per organizzare una manifestazione pacifica, per denunciare la brutalità delle forze dell’ordine.

Infatti, lunedì, Kyagulanyi era stato fermato dalla polizia a Busabala, nella periferia sud di Kampala. Il  deputato era diretto verso il suo club privato sulle rive del Lago Vittoria, dove si sarebbe dovuto svolgere un concerto, cancellato all’ultimo momento dalle forze dell’ordine, ufficialmente per misure di sicurezza inadeguate e insufficienti.

Bobi Wine avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa a Busabala a proposito del mancato concerto, ma al suo arrivo si sono create scaramucce tra i suoi fan e le forze dell’ordine. Gli agenti hanno fatto largo uso di gas lacrimogeni per disperdere i giovani.

Robert Kyagulanyi, deputato ugandese, meglio conosciuto come Bobi Wine

Moses Mugwanya, organizzatore di eventi e supporter di Wine, presente sulla scena, ha confermato che il deputato è stato portato via dalle polizia insieme ad altri politici dell’opposizione. “Gli agenti hanno forzato la portiera della sua vettura, costringendolo a seguirli”, ha specificato.

Barbie Itungo Kyagulanyi, la moglie di Bobi Wine, ha immediatamente contattato gli avvocati della famiglia. Durante la sera di lunedì il marito è stato rilasciato, ma non è stato informato di essere stato posto agli arresti domiciliari.

Già l’estate scorsa Kyagulanyi era stato arrestato con l’accusa di aver ostacolato il passaggio del corteo presidenziale. Il caso aveva suscitato indignazione e rabbia in tutto il Paese: manifestazioni nelle piazze, disperse ovviamente dalla polizia con il solito eccessivo uso della forza.

Bobi Wine, un ex cantante raggae molto popolare in Uganda, è stato eletto due anni fa. I giovani lo chiamano “il presidente dei ghetto”. Per molti incarna le frustrazioni, le speranze dei giovani, dei poveri, degli emarginati.

La corrucciata espressione del premier ugandese Yoweri Museveni

Kyagulanyi è un acerrimo oppositore del settantaquattrenne presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986, pronto a candidarsi per un sesto mandato alle prossime elezioni previste per il 2021. La Corte suprema ugandese ha convalidato proprio pochi giorni fa l’abolizione del limite di età del candidato alla presidenza del Paese. La legge era già stata approvata dal parlamento alla fine del 2017.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

In Sudan capo janjaweed nel governo dei militari, la piazza: “Dimettetevi tutti”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 aprile 2019

Si sono riuniti ieri al Cairo i leader di Ciad, Gibuti, Ruanda, Congo, Somalia e Sud Africa per discutere la crisi sudanese. Nei giorni scorsi l’ Unione Africana aveva chiesto al Consiglio Militare di Transizione di dimettersi entro due settimane, pena la sospensione dal suo stato di membro. Durante il vertice, invece, il leader egiziano Abd al-Fattāḥ al-Sīsī, presidente di turno dell’Unione, ha comunicato che il periodo di tempo concesso al TMC per dar vita ad un governo civile è stato prorogato di tre mesi.

Peccato che nessuno dei presenti al summit abbia contestato il nome del vice capo del governo di transizione, personaggio ben conosciuto: Mohamed Hamdan Daglo (detto Hametti), attualmente comandante dei paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), uno dei capi janjaweed, i diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi durante la guerra in Darfur. E con la sua posizione potrebbe diventare l’uomo più potente del Sudan, al servizio del vecchio dittatore Al Bashir per ben trent’anni.

Il leader egiziano, Abd al-Fattāḥ al-Sīsī, presidente di turno dell’UA

Già dal 21 aprile le contestazioni si sono intensificate e i responsabili della Sudanese Professional Association (SPA), il gruppo che ha organizzato le proteste, hanno interrotto il dialogo con i militari, chiedendo le loro immediate dimissioni.

Ieri il leader del CMT, il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, ha avvisato che avrebbe fatto sgomberare i manifestanti in sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito, ma, ha precisato, “senza l’uso della forza”.

In mattinata per sostenere i dimostranti centinaia di persone sono arrivate da Atbara, roccaforte dello sciolto Partito Comunista. Erano  stipate su bus, camion o addirittura sui tetti dei treni. Per rifocillare i manifestanti i contadini hanno portato viveri e altri generi di conforto.

Secondo alcuni testimoni, verso l’ora di pranzo l’esercito avrebbe tentato di sgomberare i blocchi stradali e le barriere costruite dai manifestanti, ma sarebbero stati cacciati via dalla folla.

Mohamed Al-Amine, un portavoce dell’associazione, domenica parlando di fronte alla folla stipata davanti al quartier generale dell’esercito, ha scandito: “Consideriamo l’attuale Consiglio militare come una prosecuzione del regime di Omar al Bashir e chiediamo ai sudanesi di continuare le proteste nelle strade e nelle piazze, finché le nostre richieste non saranno accolte”.

Finora non sono stati resi noti i nomi delle persone incaricate degli affari del Paese, come promesso alcuni giorni fa. La SPA ha specificato che giovedì prossimo presenterà una rosa di nomi che faranno parte del nuovo governo civile, anche senza l’avallo del consiglio militare di transizione. Dora Gombo, un membro dell’associazione, ha specificato che il dialogo tra le due parti si è interrotto, perchè i militari hanno voluto imporre partiti politici vicini al vecchio regime e organizzazioni che non fanno assolutamente parte della coalizione che sta lottando per la democrazia in Sudan: il  Freedom and Change (Libertà e Cambiamento).

Sabato scorso rappresentanti dei dimostranti e il Consiglio di transizione militare hanno avuto nuovamente un incontro, durante il quale i leader militari avevano promesso di rimettere il potere al popolo. Burhan in un intervento in televisione ha confermato questa volontà e ha aggiunto che il Consiglio avrebbe risposto la prossima settimana alle richieste della piazza.

Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, capo del Consiglio militare di transizione

Domenica scorsa l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano offerto aiuti per tre miliardi di dollari al governo sudanese. Secondo l’agenzia di stampa saudita, cinquecento milioni di dollari potrebbero essere trasferiti immediatamente alla Banca centrale sudanese per incrementare le riserve di denaro liquido. Mentre il resto sarà devoluto sotto forma di cibo, medicinali e prodotti petroliferi.

Ma il popolo sudanese non ci sta. Senza mezzi termini gli esponenti di Sudanese Professional Association hanno fatto sapere a Ryad e Abu Dabi che i loro soldi non sono graditi. SPA e tutti gli altri manifestanti sono convinti che i due Paesi del Golfo grazie agli aiuti cercano di influenzare il Consiglio militare. E’ bene ricordare che il suo leader, Il generale Burhan, è stato il coordinatore delle truppe sudanesi nella guerra in Yemen, in quanto anche Khartoum fa parte della coalizione guidata dai sauditi per combattere i ribelli huti.

Poche ore dopo la proposta dei due Paesi del Golfo, i manifestanti hanno iniziato a cantare: “Non vogliamo il supporto saudita”.

Certo, da un lato gli aiuti servirebbero davvero, vista la crisi economica che ha investito il Sudan. Le proteste sono cominciate in dicembre proprio perché la popolazione, stanca degli aumenti del prezzo del pane, aveva chiesto una vita più dignitosa. Dall’altro canto la gente è più che mai convinta che basti una buona leadership per far quadrare i conti del Paese.

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

E guarda caso, durante una perquisizione nell’abitazione dell’ex presidente Al Bashir, attualmente detenuto in una prigione di Khartoum, sono stati trovati soldi in contanti in euro, valuta americana e sterline sudanesi per un valore di centotredici milioni di dollari, che prontamente sono stati sequestrati dalle autorità competenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Sudan dimostranti insistono: dimissioni immediate del consiglio militare

Foto virale in Congo-K, gorilla in posa per selfie con lo smartphone come gli umani

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 aprile 2019

Succede nel Virunga National Park, a nord-est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), al confine con l’Uganda. Ndakazi e Ndeze, due femmine di gorilla, si sono messe in posa, in piedi, per un selfie imitando gli umani che le hanno allevate.

https://www.facebook.com/virunga/photos/a.116579990781/10157037196915782/

Il post con la foto del ranger © Mathieu Shamavu

La foto, scattata con lo smartphone dal ranger Mathieu Shamavu con un post pubblicato su Facebook, ovviamente, è diventato virale. “Queste sono circostanze eccezionali in cui è stata scattata la foto – si legge nel post -. “Non è mai permesso avvicinarsi a un gorilla in natura. Vogliamo sottolineare che questi primati si trovano in un’area protetta per gorilla orfani nella quale vivono sin dall’infanzia”.

Il post è stata l’occasione per pubblicizzare il Virunga National Park, condividere anche gli altri post per la Giornata della Terra e chiedere il supporto con una donazione. L’obiettivo è raggiungere la cifra di 50mila dollari da destinare alla conservazione del patrimonio naturale.

Localizzazione del Virunga National Park in RDC al confine con l'Uganda (Courtesy Google Maps)
Localizzazione del Virunga National Park, in RDC, al confine con l’Uganda (Courtesy Google Maps)

Il vice direttore di Virunga, Innocent Mburanumwe, ha detto alla BBC che le madri dei gorilla della foto sono state entrambe ammazzate dai bracconieri nel luglio 2007.

Le due giovani femmine di primate, quando sono state salvate, avevano solo quattro mesi. Sono sempre vissute nell’orfanotrofio di Senkwekwe, nel Virunga Park, a contatto con gli esseri umani.

Questa continua vicinanza con i ranger le porta anche a imitare gli atteggiamenti umani. Come la maggior parte dei primati, possono stare in piedi per brevi periodi di tempo ma nella fotografia l’atteggiamento è molto umano.

I ranger che lavorano nei parchi per proteggere la fauna selvatica dai bracconieri, rischiano spesso la vita. Nel mese di aprile dello scorso anno, nel Virunga National Park, cinque guardie forestali sono state uccise in un’imboscata. Dal 1996 i ranger assassinati nel Parco dai gruppi armati sono stati più di 130.

Il Virunga National Park, è famoso per la sua popolazione di gorilla di montagna. Dal 1979 fa parte del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Dal 1994 è nella lista del Patrimonio mondiale in pericolo a causa dei pesanti danni del conflitto dei Grandi Laghi. Quello conosciuto dalla popolazione africana come la Terza Guerra Mondiale del Congo.

Sandro Pintus
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Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 aprile 2019

Butembo, nel Nord-Kivu, una delle travagliate province della Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla decima epidemia di ebola dal 1°agosto 2018, è stata nuovamente teatro di un attacco da parte di un gruppo armato.

Secondo il sindaco della città si tratterebbe di miliziani maï maï. Senza grandi difficoltà sarebbero riusciti a penetrare nell’ospedale universitario della città, che ospita anche un centro per la cura degli ammalati di febbre emorragica. Il commando ha fatto irruzione in una sala dove si stava svolgendo una riunione dell’equipe per il coordinamento del virus killer e hanno sparato sui presenti, uccidendo sul colpo Richard Valery Mouzoko Kiboung, un medico epidemiologo camerunense, e ferendo in modo non grave altre due persone.

Attacco a ospedale di Butembo, Congo-K

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha condannato l’ennesima aggressione al personale che lavora per salvare vite umane. Michel Yao, coordinatore dell’OMS per combattere ebola nel Nord-Kivu e Ituri, ha sottolineato che la battaglia comunque continuerà perché “abbandonare la lotta significa condannare a morte certa intere popolazioni. Ci auguriamo davvero che la gente stia al nostro fianco e condanni ogni forma di violenza”.

Dopo tre mesi dalle elezioni, il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi ha iniziato la sua prima visita all’interno del Paese.

Martedì scorso è arrivato a Beni, nel Nord-Kivu, una delle province maggiormente colpite dall’ebola e dove centinaia di civili sono stati barbaramente massacrati dall’ottobre del 2014 ad oggi dai gruppi armati. Le autorità attribuiscono la maggior parte di queste carneficine ai miliziani dell’Alliance of Democratic Forces, un’organizzazione islamista terrorista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Eliseo Tacchella, è un missionario comboniano, che ha vissuto per oltre trent’anni nella ex colonia belga. Ora è rientrato in Italia, ma non vede l’ora di tornare laggiù.

Eliseo Tacchella, padre comboniano

Ebola sta avanzando ad un ritmo sostenuto. Le cifre ufficiali non sono confortanti.

Sì, attualmente si parla di 883 persone uccise dal virus, mentre 1336 sono rimaste contagiate; tra loro anche 89  operatori sanitari.

Perché è così difficile combattere questa decima epidemia?

Spesso la popolazione residente nelle zone rurali non ha avuto accesso all’istruzione scolastica e molti sono convinti che ebola sia un’invenzione dello Stato. La gente si chiede come mai, proprio ora, il governo si occupa di loro, inviando dottori, equipe mediche per vaccinare a tappeto e arginare così il contagio. Da sempre li villaggi sono stati abbandonati a se stessi. Il governo ha brillato per la sua assenza lasciando intere comunità senza protezione dagli attacchi dei gruppi armati, in particolare nelle aree di Beni-Butembo.

Tanti residenti sono diffidenti e il loro ostruzionismo ostacola non solo la cura, ma anche la prevenzione. Alcune famiglie impediscono il ricovero dei loro congiunti e rifiutano di farsi vaccinare. Molti familiari dei morti aggrediscono gli operatori sanitari e cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri. Il virus si trasmette tramite i fluidi corporei di chi è stato colpito dalla malattia. Per evitare la trasmissione del virus è assolutamente necessario che chi viene contagiato venga ricoverato in un reparto di isolamento. Se la popolazione non è disposta a collaborare, sarà difficile fermare in tempi brevi l’epidemia.

L’assenza dello Stato contribuisce ad aumentare supposizioni di cospirazione e complotti, visto che, secondo un sondaggio, un quarto della popolazione è convinta che ebola non esista, mentre quasi il 45,9 per cento crede che l’epidemia sia stata fabbricata ad hoc per destabilizzare la regione o per scopi economici.

E il ruolo della Chiesa cattolica?

In molti casi anche la Chiesa è stata accusata di non aver fatto abbastanza per la popolazione. Molti sono delusi  perché si aspettavano più protezione da noi, in particolare per quanto riguarda gli attacchi da parte di miliziani armati; alcuni sono addirittura convinti che siamo complici delle autorità di Kinshasa.

Quali sono i maggiori gruppi armati attivi nella zona?

I maï maï sono guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960.  Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano…

Un altro gruppo armato responsabile di decine di stragi in quest’area è l’Allied Democratic Forces (ADF), che però spesso non opera da solo. I militari delle forze armate congolesi (FARDC), per esempio, sono stati accusati di aver appoggiato i miliziani di ADF, tra loro anche il generale Muhindo Akili Mundos. Secondo la Missione dell’ONU in Congo (MONUSCO), Mundos, comandante delle operazioni militari contro ADF nel 2014/2015, non sarebbe intervenuto durante gli attacchi contro i civili. Anzi, mentre era a capo delle truppe congolesi nell’area di Beni avrebbe appoggiato un sotto-gruppo dei terroristi ugandesi, conosciuto come ADF-Mwalika.

La visita Tshisekedi nel Nord-Kivu è stata positiva?

Certamente, prima di tutto il presidente ha chiesto ai gruppi armati di deporre le armi. Ha precisato: “Il vento è cambiato”. Ha inoltre sottolineato. ” Sono già pronti programmi per disarmo, smobilitazione e reintegrazione nella società”. Si è anche rivolto alla popolazione, promettendo loro di rafforzare il ruolo dello Stato e il ritorno dello Stato di diritto. La pace qui è stata una parola sconosciuta per troppo tempo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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In Zimbabwe è lite per le parrucche dei giudici ereditate dall’impero britannico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 aprile 2019

Parrucca sì o parrucca no? È questo il quesito che in Zimbabwe sta portando alla lite un intero Paese. Il governo dell’ex colonia britannica è accusato di spese inutili per l’acquisto delle ricciolute, bianche parrucche made in UK utilizzate dai giudici.

Qualche settimana fa ne sono state comprate sessantaquattro al prezzo di 1.850 sterline l’una (2.135euro) per un totale di oltre 118mila sterline (137mila euro).

Le parrucche indossate dai magistrati in Zimbabwe
Le parrucche indossate dai magistrati in Zimbabwe

La notizia, pubblicata dal quotidiano “Zimbabwe Independent”, ha destato l’indignazione e le proteste dei cittadini, della società civile e dei giornalisti creando due correnti di pensiero.

Ci sono i “tradizionalisti” e i “riformatori”. I primi vogliono difendere la tradizione ereditata dai colonialisti britannici. I secondi pretendono il distacco totale dal colonialismo, ulteriore occasione per liberarsi definitivamente da una consuetudine imperialista. E ricordano che il Paese africano è indipendente dal 1980.

Nel mezzo della disputa troviamo la Stanley Ley Legal Outfitters di Londra, storica azienda esclusiva, nata nel 1903, che ha venduto le parrucche al governo di Harare.

Nel sito aziendale si legge che tutte le parrucche del negozio sono di puro crine di cavallo al 100 per cento. Sono fatte a mano in Inghilterra da artigiani che utilizzano metodi tradizionali immutati nel corso dei secoli. Insomma, alta qualità e oltre un secolo di esperienza che giustificano l’alto prezzo.

Nella disputa, con un tweet, entra anche Arnold Tsunga, direttore per l’Africa dell’International Commission of Jurists (ICJ), Commissione Internazionale dei Giuristi. “La tradizione della parrucca (coloniale) dei giudici continua in Zimbabwe con tutti i suoi costi e le sue polemiche, senza alcun beneficio significativo per l’accesso alla giustizia”.

E c’è chi rincara la dose in risposta a Tsunga con un altro tweet. “In Zimbabwe, oltre alla parrucca, dovrebbe essere abolita anche la veste indossata dai giudici e il titolo di Loro Signoria quando si rivolgono ai magistrati” – scrive un cittadino -.

Ma forse nell’ex colonia britannica non si sono accorti che nel Regno Unito, dal 2008, dopo trecento anni, il parruccone è stato abolito. Viene indossato solo dai giudici dei processi penali che hanno rifiutato la riforma. In Zimbabwe invece resta un oggetto “old England” che continua a contraddistinguere il ruolo di chi lo indossa.

Quando si dice: “essere più realisti del re”.

Sandro Pintus
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“Ancora un giorno”, un film sulla rivoluzione in Angola vissuta da Kapuscinsky

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 aprile 2019

Carlota, ventenne angolana, guerrigliera del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), in tuta mimetica e kalashnikov gli aveva detto: “Fai in modo che non ci dimentichino”. Era l’autunno del 1975, morì poco dopo mentre, con altri combattenti che lottavano per l’indipendenza dell’Angola, portava soccorso ai compagni di lotta nel sud del Paese.

Le parole di Carlota sono rimaste nel cuore di Ryszard Kapuscinski, corrispondente dell’Agenzia di Stampa Polacca (PAP). Sul periodo passato in Angola e sui personaggi incontrati, il grande giornalista ha scritto un libro pubblicato nel 1976: “Ancora un giorno”. Era quello che amava di più tra le decine che ha scritto durante la sua vita da reporter.

Raul de la Fuente e Damian Nenow ne hanno fatto un bel lungometraggio (85′) che ha ripreso il titolo del libro. Sarà distribuito, da iWonder Pictures e Unipol Biografilm, nel circuito cinematografico italiano il prossimo 24 aprile.

Trailer del film

È un film originale creato in formato ibrido. La storia, realmente vissuta da Kapuscinski, è come una graphic novel in 3D inframezzata da brevi filmati originali dell’epoca. Le interviste ai protagonisti ancora vivi arricchiscono il lavoro portando contenuti indispensabili alla narrazione.

La guerra del Vietnam è finita e il Portogallo, dopo cinquecento anni, sta lasciando le colonie. I portoghesi fuggono dall’Angola portandosi via tutto quello che possono mentre Stati Uniti e Unione Sovietica cercano di prendersi il ricco Paese africano. Oro, diamanti, petrolio sono il bottino di chi vince.

Il tutto accade in una situazione di perenne “confusão”, letteralmente “confusione”. “È la parola chiave, la sintesi esaustiva che comprende tutto. Significa caos, disordine, anarchia. Confusão è una situazione creata dalle persone, ma sulla quale esse hanno perso ogni forma di controllo e ne sono diventate a loro volta vittime” – dirà Kapuscinski.

La locandina del lungometraggio "Ancora un giorno"
La locandina del lungometraggio “Ancora un giorno”

L’MPLA, ha l’appoggio dell’URSS. Ha il controllo di Luanda, la capitale, ma il gioco pesante è a sud del Paese. Il giornalista, chiamato Ricardo, vuole andare proprio lì per incontrare il Comandante Farrusco, per alcuni traditore e per altri eroe.

Oltre al giovane Kapuscinski, Carlota e Farrusco, i protagonisti sono il giornalista angolano al fronte Luis Alberto e il reporter Artur Queiroz. Inizia il viaggio sotto continui attacchi dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), guerriglia di Jonas Savimbi, finanziata dal Sudafrica dell’apartheid.

Ricardo riuscirà ad incontrare Farrusco. È un paracadutista portoghese delle Forze speciali che ha deciso di combattere per il popolo angolano passando all’MPLA. “Mi sono trovato davanti ragazzini di dodici anni con il mitra in mano. Non volevo combattere contro dei bambini” – dirà al giornalista -. “Qui siamo in prima linea circondati dall’UNITA a cento chilometri dal confine con la Namibia (controllata dal Sudafrica, ndr), il cui esercito che sta invadendo l’Angola con i dollari della CIA. Siamo in cinquanta. Tutti destinati a morire”. Farrusco, gravemente ferito, si salverà e lo racconta nell’intervista.

Quando l’esercito sudafricano attacca, Farrusco dice a Ricardo di tornare a Luanda per raccontare al mondo l’invasione sudafricana dell’Angola. Il giornalista ha lo scoop e davanti al telex, a Luanda, deve prendere una decisione: deontologia professionale o scelta morale? Ma vuole anche rispettare la promessa fatta a Carlota.

Un fotogramma del film "Ancora un giorno"
Un fotogramma del film “Ancora un giorno”

E prende la decisione. Che non vi diciamo per non rovinarvi il finale. L’Angola diventerà indipendente e Agostinho Neto sarà il suo primo presidente. “Ma oggi, dove sono finiti gli ideali della rivoluzione?” – chiede Luis Alberto.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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In Sudan dimostranti insistono: dimissioni immediate del consiglio militare

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 aprile 2019

Anche ieri migliaia e migliaia di manifestanti si sono radunati davanti al quartier generale delle forze armate sudanesi a Khartoum, capitale del Sudan, e, spalla a spalla si sono prostrati verso La Mecca per la preghiera del venerdì, come è avvenuto in altre occasioni.

Ahmed Al-Rabia, uno dei leader di Sudanese Professional Association (SPA), gruppo in prima linea dall’inizio delle contestazioni, ha fatto sapere che domenica alle 19.00 ore locali avrebbe annunciato i nomi delle persone incaricate degli affari del Paese. L’attuale Consiglio militare deve farsi da parte, deve essere sostituito da uno consiglio provvisorio civile di transizione, del quale dovranno partecipare anche esponenti militari. Sarà inoltre nominata un’assemblea legislativa, composta da centoventi persone, tra loro anche quarantotto donne.

Manifestanti in Sudan 19 aprile 2019
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

Una settimana dopo la destituzione di Omar al Bashir, che ha tenuto le redini del Sudan per un trentennio, i dimostranti chiedono con insistenza al regime militare di trasferire quanto prima il potere a un governo civile. La popolazione, sempre più determinata, non demorde. Molte persone sono accampate davanti al quartier generale delle Forze armate dal 6 aprile.

Al Bashir è stato condotto in una prigione a nord di Khartoum mercoledì scorso. E, secondo quanto riferito da un portavoce del consiglio militare, lo stesso giorno sono stati arrestati anche due dei suoi fratelli. Il vecchio leader ormai caduto in disgrazia, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini commessi nel Darfur; i militari attualmente al potere hanno rifiutato la sua estradizione.

Anche se Awad Ibn Auf, ministro della Difesa durante il governo di al Bashir, ha rassegnato le dimissioni ventiquattro ore dopo il golpe dell’11 aprile ed è stato sostituito da un altro militare meno conosciuto, Abdel Fattah Al-Burhane, sembra evidente che i membri del consiglio militare appartengono tutti alla vecchia classe dirigente.

Una settimana fa si è dimesso anche Salih Gosh, il temuto capo dell’intelligence sudanese (NISS). E prorpio il National Intelligence and Security Service, è stato ritenuto responsabile delle violente repressioni delle proteste in atto da metà dicembre, durante le quali sono morte oltre sessanta persone, centinaia sono state ferite e migliaia di manifestanti sono stati arrestati.

Qualche giorno fa, Salah Adam, un avvocato del Darfur, ha sostenuto  di aver subito torture atroci per cinque giorni nelle celle del NISS nella prigione di Nyala (Sud Darfur). Adam è stato arrestato a febbraio e ha specificato di essere stato in cella con otto studenti, incatenati e anche loro sono stati soggetti a torture e abusi. L’associazione degli avvocati del Darfur ha inoltre denunciato l’uccisione di due minatori.  Sono stati torturati a morte da uomini del NISS nella prigione di El Abbasiya Tagali. I due sono stati arrestati perchè accusati di collaborare con Radio Dabanga, emittente e giornale online.

La reazione della comunità internazionale è unanime. Tutti chiedono di rispettare la volontà del popolo sudanese. Il Dipartimento di Stato USA ha sottolineato che è arrivato il momento di formare un governo di transizione inclusivo, che rispetti i diritti umani e lo Stato di diritto e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha chiesto che il potere torni quanto prima ad un organismo civile. Mentre lunedì scorso l’Unione Africana ha minacciato di sospendere il Sudan, se il Consiglio militare non dovesse dimettersi entro quindici giorni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes