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Il presidente del Ruanda: “Raccoglieremo il codice del DNA a tutti i cittadini”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 20 aprile 2019

Paul Kagame, l’attuale presidente del Ruanda, non è certamente nuovo a iniziative quantomeno sorprendenti. Nel gennaio scorso aveva ordinato il sequestro di quaranta terreni agricoli perché non risultavano convenientemente sfruttati nel rispetto dei termini per cui erano stati concessi. Ad aprile dello scorso anno, aveva messo al bando oltre seimila luoghi di culto, tra cui alcuni islamici, che speculavano sull’ingenuità popolare. Oggi approda a un’iniziativa tanto discussa quanto singolare: rilevare il codice DNA a dodici milioni di cittadini ruandesi.

Il presidente Paul Kagame e nello sfondo, la capitale del Ruanda, Kigali, considerata la più pulita città africana

Il dichiarato scopo della decisione di Kagame è rendere più agevole la repressione del crimine, rilevandone gli esecutori; accertando i responsabili degli stupri e la paternità di bambini abbandonati. L’intento è indubbiamente lodevole, ma si scontra con il fermo dissenso delle associazioni per i diritti umani le quali ritengono che i dati raccolti possano consentire al governo di farne un uso inappropriato, violando i basilari principi di uguaglianza e riservatezza di tutti i cittadini. Si tratta di una preoccupazione non proprio infondata giacché la Cina è sospettata di usare il DNA per individuare e opprimere la minoranza islamica degli Uighur che vivono prevalentemente nella provincia di Xinjiang. La rilevazione del codice sarebbe stata attuata grazie alla pretesa di offrire un check-up gratuito a oltre 35 milioni di cittadini.

Il centro ruandese in cui vengono gestiti i codici del DNA

Nel 2015, anche il Kuwait aveva approvato una legge che consentiva la creazione di una banca dati in cui far confluire tutti i codici DNA dei propri cittadini, ma prima ancora che questa norma fosse implementata, fu annullata dalla Corte Costituzionale perché in aperta violazione dei diritti umani e della libertà personale. Tuttavia, anche laddove questa rilevazione non sia autorizzata, la sua attuazione resta pur sempre facile, come dimostra l’escamotage cinese, che ha consentito a Pechino di rinchiudere in “Campi di rieducazione” oltre un milione d’islamici cinesi individuati grazie al DNA.

Il nuovissimo aeroporto internazionale di Kigali (Ruanda)

Paul Kagame, non ha nel proprio Paese un’efficace opposizione e gode di un largo consenso popolare del tutto meritato per essere riuscito a risollevare le sorti della nazione dal genocidio del 1994 quando l’etnia hutu al potere massacrò quasi un milione di tutsi in meno di cento giorni. E’ quindi probabile che la sua scelta, almeno internamente, non sarà contrastata. Kagame è anche riuscito a riscattarsi da un passato personale non del tutto edificante, trasformando il proprio Paese – a confronto di larga parte di quelli africani – in un vero gioiello di pulizia e di ordine dove la corruzione è pressoché inesistente. Certo è che neppure lui potrà restare a lungo insensibile alle pressioni internazionali contro la decisione che intende adottare.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Ruanda: Kagame mette al bando seimila confessioni religiose e il loro business

Un rapporto americano denuncia nuove prove contro i francesi sul genocidio in Ruanda

 

 

 

Kenya: teschio di un gigantesco felino del Mesozoico trovato in un cassetto del museo

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 20 aprile 2019

I curatori del Kenya National Museum di Nairobi, l’avevano frettolosamente definito Simbakubwa kutokaafrika, che in lingua swahili sta per “grande leone africano” e non considerando la scoperta di particolare rilievo, ne avevano gettato i resti scheletrici, in un anonimo cassetto, in cui erano rimasti per vari decenni, fino a che, oggi, il paleontologo statunitense Jack Tseng, docente presso l’università di Buffalo, ha rettificato questa attribuzione, attestando che non si tratta di un leone, ma del feroce e gigantesco predatore hyaenodont vissuto sulla terra ben 22 milioni di anni fa.

Disegno che riproduce l’hyaenodont in posizione d’attacco

La scoperta, pubblicata la scorsa settimana dal Journal of Vertebrate Paleontology, è stata resa possibile dall’accurato esame dei resti scheletrici, composti da un teschio e dalle fauci mascellari che, per certe analogie con la struttura dentale delle iene, gli hanno fatto appunto attribuire il nome di hyaenodont, benché con le iene non vi siano altre analogie oltre questa.

Il Museo Nazionale del Kenya a Nairobi

Si tratta quindi di reperti tutt’altro che insignificanti, ma che si pongono tra quelli più importanti presenti nel museo keniano. Vissuto nell’era Mesozoica, l’hyaenodont, era il più possente predatore del tempo. Le sue dimensioni erano quelle di un odierno orso polare, con un’altezza al garrese di oltre cento centimetri; denti lunghissimi, con fauci capaci di stritolare anche le ossa più solide e un peso che poteva raggiungere i tre quintali.

Le dimensioni dell’hyaenodont comparate a quelle dell’uomo odierno

I reperti ossei, che dopo la scoperta, otterranno certamente una più prestigiosa collocazione all’interno del museo, potrebbero anche consentire agli studiosi di stabilire le cause che hanno portato all’estinzione dell’hyaenodont. “Grazie alla sua potente dentatura, di gran lunga superiore a quella dell’odierno leone, – ha detto il ricercatore Matthew Borths – l’hyaenodont era il predatore carnivoro dominante dell’epoca”. Ciò che sorprende è che, per dare un nome appropriato a questo animale preistorico, ci siano voluti quasi cinquant’anni. I suoi resti erano infatti stati rinvenuti alla fine degli anni settanta nel Western Kenya ed erroneamente attribuiti a un comune leone, semplicemente “un po’ più grande della norma”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Mozambico, Zimbabwe e Malawi: oltre mille i morti per il ciclone Idai

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 aprile 2019

Nell’area colpita dal ciclone Idai ci sono stati oltre mille morti: 602 in Mozambico, 344 in Zimbabwe e almeno 59 in Malawi. Mille e cinque decessi fino ad ora. Una cifra, purtroppo, destinata ad aumentare.

Secondo  l’Unicef, il ciclone in Mozambico ha colpito 1,9 milioni di persone di cui un milione sono bambini e sono andate distrutte duecentomila case. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini per giorni, a volte settimane, hanno vissuto senza accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.

Vaccinazione orale contro il colera in Mozambico (Courtesy OMS)
Vaccinazione orale contro il colera in Mozambico (Courtesy OMS)

L’epidemia di colera continua nonostante il rapidissimo intervento del ministero della Salute mozambicano, OMS e Unicef, Medici Senza Fontiere, Croce Rossa, Mezzaluna Rossa e altre ong.

In una settimana, nella aree a maggiore rischio, sono state vaccinate oltre 814mila persone, il 98,7 per cento della popolazione target. Ma l’immunizzazione contro la malattia è attiva dopo sette giorni. Il vaccino orale somministrato fornisce circa l’85 per cento di protezione contro il colera per sei mesi.

Secondo un rapporto Unicef pubblicato da ReliefWeb, aggiornato al 16 aprile, i decessi per colera in Mozambico sono stati otto nell’arco di tre settimane. I casi sono saliti a 5656 registrati in quattro distretti colpiti dal ciclone: Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi.

Aumentano anche i casi di malaria che, nell’immenso pantano causato dalle inondazioni, proliferano abbondantemente: 7500 casi. Per arginare la malattia veicolata dalla zanzara anofele, l’agenzia ONU per l’infanzia ha iniziato la distribuzione di 500mila zanzariere. A un mese dal ciclone, Unicef ricorda che almeno un milione di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente: nella salute, nutrizione, protezione, educazione, acqua e servizi igienici.

Sala operatoria del Posto Medico Avanzato italiano a Beira (Courtesy Dipartimento Protezione Civile)
Sala operatoria del Posto Medico Avanzato italiano a Beira (Courtesy Dipartimento Protezione Civile- DNPC)

Anche il Posto Medico Avanzato italiano, montato dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile a Beira con una quarantina di sanitari, lavora a pieno ritmo. Secondo dati divulgati dal DNPC, nei primi dodici giorni di attività, ha curato quasi 700 pazienti e realizzato 40 interventi chirurgici.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Il premier libico Sarraj insiste: “Satelliti italiani ci aiutano contro Haftar”

Speciale per Il Fatto Quotidiano /Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
17 aprile 2019

La notte scorsa è stata un incubo per gli abitanti di Tripoli. Una gragnola di missili Grad, di fabbricazione sovietica, si è abbattuta sui quartieri civili, il particolare su quello di Abu Slim nel centro della capitale, e i due arcinemici, il governo del primo ministro Fayez al Serraj e l’esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, si sono accusati vicendevolmente della carneficina: poco meno di 200 morti. Naturalmente le due parti negano qualunque responsabilità, ma il premier è andato oltre: ha annunciato di avere prove schiaccianti sulle responsabilità del suo avversario che deferirà alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Haftar invece accusa le milizie “islamiste per convenienza” (cioè quando fa a loro comodo) del gruppo Aghnewat, di Misurata, pagate dal governo, che in passato si sono macchiate di parecchi crimini, compreso i sequestri di persona. Guerra di nervi e di comunicati che, se mai ce ne fosse bisogno, gettano ancor più confusione nel teatro libico.

L’ultimo atto l’ha compiuto il portavoce di Serraj, colonnello Mohammed Qnounou. Durante una conferenza stampa l’ufficiale ha annunciato che l’aeronautica governativa ha colpito le retrovie di Haftar e i convogli incaricati di provvedere al trasporto dei suoi rifornimenti. Ma si è lasciato sfuggire una battuta: “Abbiamo monitorato tutto con i satelliti”. Qualcuno, sapendo che la Libia non possiede satelliti, gli ha chiesto chi avesse mai messo a disposizione quegli strumenti di guerra: “Segreto di Stato – ha risposto. Aggiungendo  però – Sappiate che abbiamo ottimi rapporti con il governo e con i militari italiani”. Altro messaggio subliminale a Roma?

Ghassan Salamé, l’inviato speciale dell’ONU in Libia, ha condannato la strage di civili senza però attribuire colpe e cause. Così la sua dichiarazione è comparsa su diversi siti, forzata da titoli fuorvianti che invece hanno letto nelle parole di Salamé attribuzioni di responsabilità all’uno o all’altro dei contendenti.

Anche sui bombardamenti con i missili dell’altra notte ci sono stati, come accennato qui su, scambi di accuse. La televisione filo governativa Panorama ha mandato in onda e messo sulla sua pagina web alcuni filmati di distruzione e morte, sostenendo che erano stati girati nel rione di Abu Slim. Lo stringer de Il Fatto Quotidiano, cui è stato chiesto un parere, ha controllato e scoperto che si tratta di alcune sequenze girate nel 2015 in Yemen. Quello che invece è stato possibile appurare e che l’attacco ai civili è stato un errore di tiro perché il quartiere si trova nel bel mezzo delle linee di combattimento: i missili dovevano colpire gli avversari, invece hanno sbagliato obiettivo .

Il fallimento della diplomazia è sotto gli occhi di tutti. Salamé si sgola chiedendo una tregua che nessuno vuole accettare (è stata respinta anche quella di due ore chiesta congiuntamente con la Croce Rossa, per soccorrere i civili intrappolati tra le macerie dei palazzi bombardati) mentre proseguono frenetici i colloqui tra i Paesi interessati.

Non è un mistero che i fondamentalisti si siano schierati dalla parte di Serraj e che Haftar abbia scatenato l’attuale offensiva, cominciata il 4 aprile, annunciandola proprio come volontà precisa di cacciare i terroristi dalla capitale. Ma se si dà un’occhiata agli schieramenti in campo, si rimane sorpresi e perplessi dal groviglio di interessi e dall’intreccio di alleanze. Dietro Serraj, oltre ai gruppi integralisti, troviamo Gran Bretagna (la banca centrale libica è gestita da società londinesi), il Qatar (accusato in Siria di fiancheggiare il terrorismo), gli Stati Uniti (che hanno lanciato quelle accuse rivelando finanziamenti e conti correnti), la Turchia (il governo Erdogan è molto “aperto” verso gli islamici), l’Italia e ONU.

Dietro Haftar oltre all’Egitto (Paese arabo numero 1 contro il terrorismo), Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (che hanno finanziato il governo di Bengasi mettendo a disposizione i loro titoli di Stato e arcinemici del Qatar), Russia (il terrorismo islamico è forte in quel Paese e almeno 4 mila ceceni combattono con ISIS in Siria) e infine Francia (che ha grossi problemi con le formazioni jihadiste in Ciad e in Mali).

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

La rivoluzione in Sudan: l’ex dittatore Omar al Bashir trasferito in galera

Africa ExPress
Khartoum, 17 aprile 2019

Poche ore fa il vecchio dittatore Omar al Bashir è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Kobor nella capitale Khartoum. Secondo quanto riporta il Sudan Tribune, l’ex presidente, che dopo il golpe militare era agli arresti domiciliari, si trova attualmente in cella di isolamento, dove è controllato a vista dagli agenti.

La Corte Penale Internazionale aveva chiesto l’immediata estradizione di al Bashir, ma il governo militare aveva escluso tale possibilità.

Solo ieri il ministro degli esteri ugandese, Henry Okello Oryem, aveva fatto sapere che se l’ex presidente sudanese avesse chiesto asilo politico al governo di Kampala, sarebbe stato il benvenuto. Infatti, dopo anni di contrasti tra i due Paesi (Uganda e Sudan) a causa di gruppi ribelli, Yoweri Museveni e Omar al-Bashir sono diventati buoni amici. Tuttavia sin dall’inizio sono sorti dubbi su una possibile accoglienza del vecchio dittatore, in quanto l’Uganda, firmataria dello statuto di Roma, avrebbe dovuto consegnare alla CPI l’ex leader sudanese, una volta giunto in territorio ugandese.

Intanto il consiglio militare, presieduto da Abdel Fattah al-Burhan, non dovrebbe restare al potere più di due anni, ma la piazza non demorde e insiste, la popolazione non accetta un regime militare e chiede che il Paese venga governato da civili.

Africa ExPress
@africexp

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

Propaganda in azione in Guinea Equatoriale, Obiang: “Abolirò la pena di morte”

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 17 aprile 2019

Il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, ha annunciato di voler presentare al Parlamento di Malabo una proposta di legge per abolire la pena di morte nel paese africano.

La promessa di Obiang, attualmente il leader africano più anziano e longevo al potere dal 1979, è stata fatta in occasione di una visita di stato a Praia, capitale di Capo Verde, durante una conferenza stampa congiunta con il suo omologo Jorge Carlos Fonseca  tenutasi lunedì 15 aprile 2019. Dal 2014 la Guinea Equatoriale è membro della Comunità dei paesi di lingua portoghese (CPLP), una presenza vincolata a una “road map” serratissima in materia di diritti umani. Ora la Guinea Equatoriale, dove le lingue ufficiali sono lo spagnolo e il fang, il francese è parlato da quasi tutti ma il portoghese proprio no, per restare nella CPLP e non essere ulteriormente isolata a livello internazionale qualcosa dovrà fare per forza.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea equatoriale con il suo omologo di Capo Verde, Jorge Carlos Fonseca

Dell’abolizione della pena di morte Obiang ha parlato ieri non solo con il presidente capoverdiano ma anche con il primo ministro, Ulisses Correia e Silva.

“Il mio governo presenterà presto una proposta […] e sono sicuro che questa verrà approvata. Non possiamo agire in fretta – ha dichiarato Obiang alla stampa-. Dobbiamo agire come parte di un processo politico che soddisfi tutte le parti in causa”. Nella stessa dichiarazione Obiang ha spiegato che sarà il governo a presentare una proposta in Parlamento, dove il suo partito PDGE (Partido Democratico de Guinea Ecuatorial) ha la totalità dei seggi: non si capisce bene, quindi, di quali “parti in causa” parli, visto che l’opposizione è relegata in carcere o al silenzio. Obiang ha specificato che non intende abolire la pena di morte per effetto di obbedienza a una volontà calata dall’alto. Attualmente sono ben 36 gli oppositori al regime in carcere, nonostante abbiano ricevuto la grazia presidenziale a ottobre. Tra di loro anche il noto Joaquin Elo Ayeto detto Paysa, attivista e anima del partito di opposizione CPDS (Conferenza per la Democrazia Sociale), arrestato ingiustamente il 25 febbraio 2019 a Malabo. Sette funzionari della sicurezza nazionale l’hanno ammanettato per avere criticato l’autorità e incriminato per tentato omicidio del capo dello Stato.Per Ayeto è stato disposto il rilascio su cauzione ma il giudice non ha quantificato il prezzo da pagare per il rilascio.

Formalmente in Guinea Equatoriale non avvengono esecuzioni dal 2014 ma la realtà sostanziale è un altra: se è vero che la pena di morte è stata abolita nel Paese africano, mai come in questo caso è possibile parlare di “morte per pena”: “Ancora una volta Obiang fa un annuncio vuoto volto solo a placare la pressione della CPLP e della comunità internazionale”, ha dichiarato ad Africa ExPress Tutu Alicante, fondatore e direttore di EGJustice, che si occupa di monitorare la condizione dei diritti umani in Guinea Equatoriale. “Da quando il Paese si è unito alla CPLP, Obiang ha sempre dichiarato che non avrebbe mai firmato una legge per abolire la pena di morte. I pubblici ministeri hanno continuato a chiedere l’imposizione della pena di morte e i giudici hanno sempre sentenziato in questa direzione. Inoltre il regime continua a torturare assiduamente i prigionieri fino alla morte”.

Proprio sugli oppositori in carcere e sulle promesse vuote del regime di Obiang, Alicante mette a nudo il re: «”l processo in corso nella città di Bata, che vede coinvolte dozzine di persone, per lo più innocenti spettatori accusati di partecipare a un complotto, ci dovrebbe dire tutto su ciò che serve sapere sulle strategie di marketing del regime. È probabile che sarà loro imposta la pena di morte. Obiang, nella sua grandezza, commuterà le condanne a morte e quelle persone trascorreranno anni in prigione senza aver commesso alcun crimine. Molti di loro sono stati torturati, due sono morti in carcere. Molti altri moriranno in prigione negli anni a venire come conseguenza delle torture. Ma Obiang continuerà a godere della legittimazione della CPLP e questi innocenti resteranno a morire in prigione”.

Andres Esono Ondo

Quello che il Presidente Obiang può fare sin da subito è mostrare, con un atto concreto, la volontà presidenziale di abolire la pena di morte: basterebbe firmare la moratoria internazionale, promossa tra gli altri a livello internazionale dal Partito Radicale. Ma in realtà le grinfie di Obiang vanno oltre gli oppositori in carcere in Guinea Equatoriale: da una settimana è detenuto a N’Djamena Andres Esono Ondo, segretario generale del partito CPDS, detenuto senza accuse formali ma, secondo fonti di Africa ExPress, per effetto dell’amicizia tra Guinea e Ciad.

Prima di Ondo era toccato all’attivista per i diritti umani Alfredo Okenve, arrestato all’aeroporto di Malabo poco prima di imbarcarsi per un volo diretto in Spagna. Okenve si trovava a Malabo per ricevere il premio franco-tedesco per i diritti umani e lo stato di diritto, che avrebbero dovuto consegnargli gli ambasciatori di Francia e Germania in Guinea Equatoriale nel corso di una cerimonia al Centro Culturale Francofono. La cerimonia fu cancellata in seguito a una lettera di protesta inviata dal governo guineano alle rappresentanze diplomatiche europee in cui i guineani affermavano di non riconoscere “la validità” del premio. Il giorno dopo Okenve è stato arrestato e attualmente si trova agli arresti domiciliari a Bata. Nessuno dalle ambasciate di Francia e Germania, dai governi di Parigi e Berlino né dall’Unione Europea ha commentato né protestato.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile

Libia, il pizzino del rais che è un monito all’Italia: “Roma invia armi a Serraj”

Speciale per Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
16 aprile 2019

L’avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar verso Tripoli è lenta ma sembra inarrestabile. Il governo riconosciuto dall’Onu di Fayez Al Serraj ha chiesto l’aiuto internazionale ma ha anche spiegato che finché le truppe degli aggressori non si ritireranno sulle posizioni che occupavano prima di quest’ultima offensiva, non intende accettare nessun cessate il fuoco. L’ONU ammonisce in continuazione i due antagonisti che una soluzione militare è improponibile e se si continua a combattere si rischia di prolungare lo stato di belligeranza all’infinito. La tregua che l’inviato speciale del Palazzo di Vetro, Ghassan Salamé, propone in continuazione è già stata rifiutata da Haftar.

Secondo le Nazioni Unite, i morti dall’inizio degli ultimi combattimenti sono 146, i feriti 614 e sono fuggiti dalle loro case 13.600 persone. L’ondata di profughi che tenterà nelle prossime ore di attraversare il Mediterraneo potrebbe arrivare anche a mezzo milione di anime.

Il generale Khalifa Haftar

Ma la guerra civile non si combatte solamente sul campo di battaglia. I social network sono pieni di notizie che è difficile controllare. Ma non sono solo i blogger ha immettere notizie false e tendenziose nel circuito informativo, anche i governi sono reticenti nel spiegare e giustificare le proprie posizioni.

Il portavoce del generale Haftar, Ahmed Al-Mismari, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che i jet dell’aeronautica militare impiegati dalla milizia di Misurata, fedele a Serraj, sono manovrati da mercenari stranieri. Qualcuno ha rilanciato la notizia accusando piloti italiani e americani. Le parole di Al Mismari possono essere interpretate come un monito rivolto a Roma e a tutti i governi che sostengono Serraj perché cambino alleanza e si schierino con il generale e il parlamento di Tobruk che lo sostiene. La guerra psicologica fa meno vittime di quella combattuta ma non è meno tragica.

Verificata, invece, la notizia dell’attentato organizzato ieri mattina dall’ISIS in un quartiere nordorientale di Bengasi contro il colonnello Adel Marfuna, capo del controspionaggio di Haftar. L’ufficiale è scampato per miracolo perché l’autobomba imbottita di esplosivo e di bombole di gas è esplosa pochi secondi prima del passaggio del suo blindato, che non avrebbe resistito all’esplosione.

In migliaia in fuga da Tripoli

L’anno scorso, dopo che le truppe del generale avevano condotto varie operazioni per spazzare via i miliziani dell’ISIS e di Al Qaeda da Bengasi, Marfuna era stato incaricato di inseguire le cellule in fuga per annientarle. C’era riuscito, ma il repulisti gli ha provocato sentimenti di vendetta. Da qui l’attentato di ieri che conferma la presenza di terroristi anche nei territori controllati da Haftar.
Nel pomeriggio è circolata sull’ANSA la segnalazione che un gruppo di tredici diplomatici francesi era stato fermato alla frontiera tra Tunisia e Libia con le loro automobili cariche di armi. La notizia è stata confermata dall’Agenzia Nova. Lo stringer del Fatto Quotidiano ha potuto accertare che si trattava del personale dell’ambasciata che stava rientrando a Parigi via Tunisia. L’arsenale a bordo era la loro dotazione personale. Sulla notizia si era buttato a pesce, parlando di mercenari, il giornale online Arabi21, con sede a Londra e finanziato dal Qatar, fedele alleato del governo di Serraj. I francesi appoggiano Haftar.

Il coinvolgimento di potenze straniere nel conflitto è testimoniato da altre informazioni che purtroppo non è stato possibile verificare persino da chi è a Tripoli. Una nave piena di armi starebbe viaggiando tra Turchia e Tripoli e ha fatto scalo (chissà perché) a La Valletta. Il suo carico sarebbe destinato alle milizie fedeli a Fayez Al Serraj. La notizia è comparsa sul The Malta Independent che cita il portavoce di Haftar, generale Ahmed Al-Mismari, secondo cui la merce delle stive è destinata “a gruppi terroristi nella capitale”. Tutto da dimostrare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmal.com
@malberizzi

 

Armi francesi utilizzate in Yemen, Parigi nega ma un’inchiesta conferma

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Africa Express
Sana’a, 16 aprile 2019

Il sito investigativo Disclose è venuto in possesso di una nota confidenziale della Difesa di Parigi dal quale si evince il massiccio utilizzo di armi francesi dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen.

Armi francesi nel conflitto nello Yemen

Il fascicolo era stato inviato al presidente della Repubblica francese Emanuel Macron il 3 otttobre scorso in occasione di un consiglio ristretto della difesa che si è tenuto all’Eliseo, in presenza dei ministri della Difesa, Florence Parly, del Primo ministro, Edouard Philippe e dei ministri Florence Parly (Difesa) e Jean-Yves Le Drian (Affari esteri). Tutti i presenti hanno potuto consultare il documento di quindici pagine redatto dall’intelligence militare francese, dal quale emergono in dettaglio la vendita di armi francesi ai sauditi e agli Emirati.

E per la prima volta i Yemens Paper rivelano che il 25 settembre 2018 armamenti francesi sono stati utilizzati dalla coalizione saudita in Yemen, contraddicendo così la posizione del governo di Parigi, che ha sempre affermato che le armi prodotte in Francia vengono solamente utilizzate per la difesa dall’Arabaia saudita e gli Emirati arabi. In un intervista del gennaio scorso Parly ha sottolineato nuovamente di non essere assolutamente a conoscenza che armi  francesi vengono impiegate direttamente nel conflitto. E ha aggiunto: “ I nostri equipaggiamenti sono stati venduti per proteggere i territori sauditi da attacchi balistici yemeniti”. E Le Drian ha ribadito. “Rispettiamo i nostri impegni sul commercio di armi”.

Il documento dell’intelligence francese smentisce categoricamente le affermazioni del governo: quarantotto cannoni Ceasar – prodotti dalla Nexter, società di proprietà dello Stato – sono posizionati al confine saudita-yemenita e sono in grado di sparare quarantadue proiettili al minuto in un raggio di quarantadue chilometri. Secondo Disclose tra marzo 2016 e dicembre 2018 sarebbero stati uccisi trentacinque civili i cinquantadue bombardamenti localizzati nel campo d’azione dei cannoni. I dati si basano su informazioni forniti dall ONG Acled (Armed Conflict Location and Event Data Project), che censisce i civili uccisi da colpi di artiglieria.

Guerra in Yemen

I carri armati Leclerc, dotati di munizioni francesi, sono stati avvistati in Yemen e utilizzati in posizione difensiva in diversi luoghi, tra loro anche Aden, nel sud del Paese. Nel novembre 2018 i Leclerc hanno partecipato alla battaglia di Al-Ḥudayda dove avrebbero perso la vita cinquantacinque civili.

Sempre secondo Yemens Paper, i dispositivi di avvistamento, fabbricati dal gruppo Thales – società francese d’elettronica specializzata nell’aerospaziale, nella difesa, nella sicurezza e nel trasporto terrestre – forniscono le forze armate saudite e i mirage 2000-9 potrebbero essere utilizzate nel conflitto in Yemen. Mentre una fregata di fabbricazione francese partecipa al blocco navale, altrettanto una corvetta lanciamissili, che appoggia anche le operazioni terrestri che si svolgono su suolo yemenita.

In base a documenti in possesso a Disclose, la Francia avrebbe firmato nuovi contratti con il regno wahabita lo scorso dicembre che prevedono forniture di automezzi blindati e cannoni tra il 2019 e 2024.

Grazie al supporto logistico degli Stati Uniti, la coalizione ha messo a segno oltre diciottomila raid nelle aree controllate dagli houti, uccidendo e ferendo migliaia e migliaia di persone e lasciando dieci milioni di cittadini allo stremo. Secondo la ONG Save the Children, quattordici milioni di persone sarebbero sull’orlo della carestia, tra loro 1,5 milioni di bambini. E, sempre secondo le stime della stessa ONG, ottantacinquemila bimbi sarebbero già morti di fame dall’inizio del conflitto.

Anche l’Italia ha le sue responsabilità in questo conflitto con l’esportazione di bombe prodotte in Sardegna dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede a Ghedi (BS) e stabilimento a Domusnovas in Sardegna, verso il regno wahabita. La legge 185/1990 vieta di fatto l’esportazioni di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e l’Arabia saudita lo è, visto il suo “impegno” nello Yemen.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

In un recente articolo di Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, pubblicato su “Unimondo” ha precisato che anche nel 2018, secondo i dati del commercio estero dell’ISTAT, si evince che nel 2018 sono partiti “munizionamenti” dal porto di Cagliari alla volta di Riyad. Certamente si tratta di forniture comprese nelle licenze rilasciate dal governo Renzi, in quanto le consegne vengono fatte in più anni. E sempre secondo Beretta,ora bisogna attendere la relazione della Presidenza del Consiglio se sono state rilasciate nuove licenze per l’esportazione di questi ordigni dal governo Conte.

Africa ExPress
@africexp

Mozambico: Sara, la bambina nata su un albero a causa del ciclone Idai

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 aprile 2019

Sara ha due settimane ed è una bambina sana e forte. Ma ha rischiato di non vedere mai la luce. È un miracolo che sia viva perché quando sono arrivate le immense alluvioni causate dal ciclone Idai in Mozambico, Amelia era in avanzato stato di gravidanza. Si era rifugiata su un albero di mango e lì è nata la piccola.

“Ero a casa con mio figlio di due anni e l’acqua improvvisamente, ha cominciato a invadere la casa. Non ho avuto altra scelta che salire sull’albero di mango accanto – ha raccontato Amelia all’Unicef -. Sono cominciate le doglie e non c’era nessuno che potesse aiutarmi. Lì è nata mia figlia e sono rimasta su quell’albero per due giorni. Fino all’arrivo dei vicini che mi hanno aiutato a scendere e mi hanno portato in un luogo sicuro”.

Sara, la bambina nata su un albero di mango in Mozambico (Courtesy Unicef)
Sara, la bambina nata su un albero di mango in Mozambico (Courtesy Unicef)

È successo a Dombe, nella provincia di Manica, 200km in linea d’aria a ovest di Beira, distrutta dal ciclone Idai lo scorso 14 marzo. Dombe si trova a pochi chilometri dal letto del fiume Buzi, esondato a causa delle piogge torrenziali durante e dopo il passaggio del ciclone.

Nel solo distretto di Dombe, circa tremila persone sono rimaste giorni sugli alberi o sui tetti delle case di fango in attesa dei soccorsi. Potevano essere salvate solamente con gli elicotteri o con le barche.

Ora Amelia e Sara, che poppa voracemente il latte della mamma, si trovano nel centro di accoglienza di Nhamhemba, nella sede amministrativa di Dombe.

Nel frattempo continuano gli sforzi per salvare e portare assistenza alle persone ancora isolate nelle aree più colpite del Mozambico. Dombe, che si trova in mezzo a diversi corsi d’acqua e dove i raccolti sono andati completamente distrutti, è una di queste.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Nigeria, cinque anni fa rapite 276 studentesse: 112 non sono mai state ritrovate

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 aprile 2019

Durante la notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 i terroristi islamici Boko Haram rapiscono a Cibok, città nel Borno state, nel nord-est della Nigeria, 276 studentesse. Le giovanissime si trovavano in un collegio per sostenere gli esami di fine anno.

Alcune ragazze riescono a scappare quasi subito. Altre sono liberate in seguito. Sta di fatto che di molte di loro non si sa più nulla. Forse alcune sono morte, costrette dai loro aguzzini a farsi saltare per aria, mietendo morte e distruzione nella propria terra contro la loro volontà, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello.

Dopo ben cinque anni mancano all’appello ancora centododici ragazze. Pochi si ricordano di questa immensa tragedia, ma cinque anni fa, il mondo intero si era indignato per un attimo e già poche ore dopo era partita una delle più grandi campagne mai lanciate sui social network con l’hashtag #BringBackOurGirls.

Un gruppo delle studentesse rapite a Chibok nel 2014

Le mamme delle ragazze mai tornate a casa rivivono ogni giorno la tragedia. Alcune di loro tengono sempre in mano una piccola foto della loro bimba, istantanea ormai sbiadita dal tempo, quasi volesse cancellare il loro ricordo. Ma nel cuore di queste madri non si è mai affievolita la speranza di poter riabbracciare le loro figlie.

In questi cinque anni i politici nigeriani hanno fatto tante promesse ai genitori e alla popolazione che quotidianamente deve confrontarsi con la paura degli attacchi dei jihadisti.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Muhammadu Buhari, durante la sua prima campagna elettorale aveva fatto della lotta contro i Boko Haram il suo cavallo di battaglia. Appena eletto, nella primavera del 2015, aveva esclamato: “Entro la fine dell’anno avremo sconfitto i terroristi”. Non è andata così. Ora è stato appena rieletto per un secondo mandato e la Camera dei rappresentanti gli ha chiesto di dare risposte concrete a riguardo dell’insicurezza galoppante che ha travolto molte aree del Paese. Islamisti e non solo; anche scontri etnici e criminali comuni, la cui attività principale è basata sui rapimenti e sui proventi della corruzione, che ha investito tutti livelli della società nigeriana. Sono questi i maggiori flagelli del gigante dell’Africa.

Boko Haram

Secondo l’UNICEF, dall’inizio del conflitto sono state chiuse oltre millequattrocento scuole nel nord-est del Paese e più di duemiladuecento insegnanti sono stati uccisi. Almeno 2,8 milioni bambini non hanno accesso all’istruzione di base. Molti tra loro non vanno a scuola da anni o, addirittura, non ci sono mai andati. Sono dovuti fuggire dalle loro case e, così traumatizzati, ora si trovano in campi per sfollati o profughi nei Paesi limitrofi. Al 31 dicembre 2018 erano scappate da casa ma restate in Nigeria oltre due milioni di persone, mentre oltre duecento mila e trecento si sono rifugiati all’estero. Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei terroristi, ventisettemila persone hanno perso la vita.

Numeri che certamente ora sono aumentati, visto che proprio pochi giorni fa l’esercito ha evacuato oltre duemila persone da Dumaturu, nello Yobe State, città già duramente provata da vari attentati. Il 1°dicembre 2014 una fazione dei terroristi, guidata da Abubakar Shekau aveva ucciso centocinquanta persone e nel giugno dello stesso anno altri ventuno abitanti avevano perso la vita per un’auto bomba.

Il trasferimento dei civili in un campo per sfollati vicino a Maiduguri, capoluogo dello Yobe State, secondo fonti della sicurezza nigeriana, si è reso necessario per effettuare operazioni militari nell’area.

Scontri etnici

Nel centro-nord della ex colonia britannica gli scontri etnici e gli incessanti attacchi dei pastori semi-nomadi fulani contro gli agricoltori seminano paura e morte. I residenti, contadini stanziali, sono per lo più cristiani, mentre i fulani sono musulmani.

Molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia stato sempre sottovalutato dal governo centrale, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence Consulting, negli ultimi vent’anni durante gli scontri sono morte tra cinque a diecimila persone. Secondo la relazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) conferma che l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.

Terroristi jihadisti Boko Haram

Criminalità

In molte parti della Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri e benestanti locali sono assai frequenti. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. Basti pensare a Sergio Favalli, sequestrato mentre percorreva la strada da Abuja verso Kaduna, dove nel recente passato molti altri occidentali sono caduti nelle mani dei criminali,  liberato pochi giorni fa.

L’ex colonia britannica è considerata un Paese ad alto rischio, dove i sequestri si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per lo sviluppo e la crescita economica delle comunità, sono alla base della criminalità diffusa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Più di cento studentesse rapite dai terroristi di Boko Haram in Nigeria