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Nigeria, cinque anni fa rapite 276 studentesse: 112 non sono mai state ritrovate

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 aprile 2019

Durante la notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 i terroristi islamici Boko Haram rapiscono a Cibok, città nel Borno state, nel nord-est della Nigeria, 276 studentesse. Le giovanissime si trovavano in un collegio per sostenere gli esami di fine anno.

Alcune ragazze riescono a scappare quasi subito. Altre sono liberate in seguito. Sta di fatto che di molte di loro non si sa più nulla. Forse alcune sono morte, costrette dai loro aguzzini a farsi saltare per aria, mietendo morte e distruzione nella propria terra contro la loro volontà, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello.

Dopo ben cinque anni mancano all’appello ancora centododici ragazze. Pochi si ricordano di questa immensa tragedia, ma cinque anni fa, il mondo intero si era indignato per un attimo e già poche ore dopo era partita una delle più grandi campagne mai lanciate sui social network con l’hashtag #BringBackOurGirls.

Un gruppo delle studentesse rapite a Chibok nel 2014

Le mamme delle ragazze mai tornate a casa rivivono ogni giorno la tragedia. Alcune di loro tengono sempre in mano una piccola foto della loro bimba, istantanea ormai sbiadita dal tempo, quasi volesse cancellare il loro ricordo. Ma nel cuore di queste madri non si è mai affievolita la speranza di poter riabbracciare le loro figlie.

In questi cinque anni i politici nigeriani hanno fatto tante promesse ai genitori e alla popolazione che quotidianamente deve confrontarsi con la paura degli attacchi dei jihadisti.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Muhammadu Buhari, durante la sua prima campagna elettorale aveva fatto della lotta contro i Boko Haram il suo cavallo di battaglia. Appena eletto, nella primavera del 2015, aveva esclamato: “Entro la fine dell’anno avremo sconfitto i terroristi”. Non è andata così. Ora è stato appena rieletto per un secondo mandato e la Camera dei rappresentanti gli ha chiesto di dare risposte concrete a riguardo dell’insicurezza galoppante che ha travolto molte aree del Paese. Islamisti e non solo; anche scontri etnici e criminali comuni, la cui attività principale è basata sui rapimenti e sui proventi della corruzione, che ha investito tutti livelli della società nigeriana. Sono questi i maggiori flagelli del gigante dell’Africa.

Boko Haram

Secondo l’UNICEF, dall’inizio del conflitto sono state chiuse oltre millequattrocento scuole nel nord-est del Paese e più di duemiladuecento insegnanti sono stati uccisi. Almeno 2,8 milioni bambini non hanno accesso all’istruzione di base. Molti tra loro non vanno a scuola da anni o, addirittura, non ci sono mai andati. Sono dovuti fuggire dalle loro case e, così traumatizzati, ora si trovano in campi per sfollati o profughi nei Paesi limitrofi. Al 31 dicembre 2018 erano scappate da casa ma restate in Nigeria oltre due milioni di persone, mentre oltre duecento mila e trecento si sono rifugiati all’estero. Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei terroristi, ventisettemila persone hanno perso la vita.

Numeri che certamente ora sono aumentati, visto che proprio pochi giorni fa l’esercito ha evacuato oltre duemila persone da Dumaturu, nello Yobe State, città già duramente provata da vari attentati. Il 1°dicembre 2014 una fazione dei terroristi, guidata da Abubakar Shekau aveva ucciso centocinquanta persone e nel giugno dello stesso anno altri ventuno abitanti avevano perso la vita per un’auto bomba.

Il trasferimento dei civili in un campo per sfollati vicino a Maiduguri, capoluogo dello Yobe State, secondo fonti della sicurezza nigeriana, si è reso necessario per effettuare operazioni militari nell’area.

Scontri etnici

Nel centro-nord della ex colonia britannica gli scontri etnici e gli incessanti attacchi dei pastori semi-nomadi fulani contro gli agricoltori seminano paura e morte. I residenti, contadini stanziali, sono per lo più cristiani, mentre i fulani sono musulmani.

Molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia stato sempre sottovalutato dal governo centrale, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence Consulting, negli ultimi vent’anni durante gli scontri sono morte tra cinque a diecimila persone. Secondo la relazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) conferma che l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.

Terroristi jihadisti Boko Haram

Criminalità

In molte parti della Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri e benestanti locali sono assai frequenti. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. Basti pensare a Sergio Favalli, sequestrato mentre percorreva la strada da Abuja verso Kaduna, dove nel recente passato molti altri occidentali sono caduti nelle mani dei criminali,  liberato pochi giorni fa.

L’ex colonia britannica è considerata un Paese ad alto rischio, dove i sequestri si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per lo sviluppo e la crescita economica delle comunità, sono alla base della criminalità diffusa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Più di cento studentesse rapite dai terroristi di Boko Haram in Nigeria

Il Sudan e il finanziamento italiano al regime morente

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
14 aprile 2019

Il 7 marzo scorso il Sudan era in pieno caos. Da poco meno di 4 mesi le piazze di Khartoum erano colme di dimostranti che chiedevano le dimissioni del presidente dittatore Omar Al Bashir, al potere da quasi trent’anni anni, grazie a un colpo di Stato. Eppure quel giorno il nostro ministero dell’ambiente rende operativo un accordo firmato nel novembre 2016 (alla fine del governo Renzi) con il governo sudanese e si impegna a versargli, attraverso la FAO, un milione e 611 mila 877 euro per due progetti agricoli.

Il finanziamento riguarda iniziative e aiuti per implementare la protezione e la cura del bestiame e all’adozione di misure che tendano a mitigare i cambiamenti climatici. Un progetto abbastanza complicato da attuare in un Paese corrotto fino al midollo dove i posti di potere quelli da cui si può sifonare con una certa facilità denaro, anche quello degli aiuti, fino a ieri erano in mano al clan del presidente Al Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per una serie di nefandezze compiute durante la guerra in Darfur: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, e stupro.

Manifestazioni di giubilo a Khartum alla notizia che Al Bashir è stato defenestrato

Non è un mistero che il regime del generale/presidente/dittatore a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 abbia dato ospitalità a Osama Bin Laden, che ha abitato a Khartoum fino al 1996, e in quel periodo ha tessuto la sua tela terroristica sfociata con i bombardamenti delle ambasciate americane a Nairobi e Dar Es Salaam, il 7 agosto 1998. I morti furono oltre 200.

E allora perché tanta solerzia nel finanziare con oltre un milione e mezzo di euro un governo con questi precedenti?

Oltretutto il comunicato con cui si annuncia questo aiuto richiama all’attenzione “la decennale e fruttuosa cooperazione tra la FAO e il governo del Sudan”. Ma la partnership non è stata del tutto produttiva. Alla fine degli anni ’80 inizio anni ’90 quando infuriava la guerra con il sud del Paese, l’Italia era costretta a pagare la tassa di importazione sul cibo che inviava alle popolazioni colpite dalla carestia. In quegli anni il Fai, il Fondo Aiuti Italiani guidato da Francesco Forte, aveva regalato camion e macchine movimento terra che erano state riconvertite ad uso militare. Non era difficile incontrarli per le strade di Khartoum con la loro livrea bianca e la scritta “Fai dono del governo italiano”, carichi di soldati. Per non parlare di alcuni silos per cereali, rosicchiati dalla sabbia del deserto e dal sole a Nyala, capitale del sud Darfur.

Lo scorso 7 marzo parecchi analisti avevano pronosticato la caduta del regime. Al Bashir sette giorni prima aveva tentato di rafforzarsi con rimpasti di governo e serrando i ranghi. In quell’occasione aveva nominato capo del suo partito, il National Congress, Ahmad Harun, altro ricercato dalla Corte Penale per le atrocità in Darfur, e governatore del Nord Khordafan, dove l’accordo attuale prevede il finanziamento di pompe solari. Il sospetto è quel denaro non fosse destinato a fini umanitari ma piuttosto a finanziare i janjaweed i criminali paramilitari filogovernativi “diavoli a cavallo” che hanno terrorizzato e sterminato le popolazioni in Darfur. Un aspetto ignorato dal governo italiano.

Ora i janjaweed sono stati assoldati direttamente dal governo di Bashir e, con finanziamenti anche europei, impiegati nel controllo della frontiere settentrionali del Sudan dove danno la caccia ai migrati.

A Khartoum intanto i dimostranti continuano a occupare le strade attorno al quartier generale dell’esercito e hanno raggiunto altri due traguardi: le dimissioni dei primi due leader militari che si erano insediati dopo il colpo di Stato (troppo legati al vecchio regime) e la cancellazione del coprifuoco, che peraltro nei giorni scorsi era stato violato.

La situazione è caotica: una parte dei militari è decisa a cambiare tutto e preme perché sia nominato subito un governo civile, l’altra non vuole a nessun costo lasciare il potere.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya, una donna muore di aborto e svela lo scandalo delle 7900 cliniche illegali

Speciale per Africa ExPress
Franco Nofori
Torino, 14 aprile 2019

Il dato, per quanto sbalorditivo, è assolutamente ufficiale poiché desunto da un comunicato della Commissione per la Sanità Pubblica del distretto di Nairobi: delle 9043 cliniche ospedaliere, esistenti nel territorio della Contea, solo 1079 possiedono la licenza e i necessari requisiti previsti dalla legge per operare. Ciò significa che ben 7964 cliniche agiscono illegalmente, senza poter garantire un’adeguata assistenza medica ai propri pazienti e mettendo quindi a rischio la loro vita.

Un dipensario medico in Kenya

Si tratta di strutture sanitarie che operano da anni, sotto gli occhi di tutti e in totale spregio alle normative sanitarie previste dalla legge. Come possono essere sfuggite finora al controllo delle competenti autorità distrettuali? La domanda è ovviamente retorica giacché ogni attività illecita che si svolge indisturbata in Kenya, può farlo grazie all’endemica corruzione che è più forte delle leggi e dello Stato che le ha promulgate. Qui, però, non si tratta solo di fare indebita incetta di denaro; si tratta di mettere a serio rischio la salute dei cittadini.

Il Kenyatta Hospital di Nairobi, unica struttura sanitaria pubblica a disposizione dei cittadini

La pubblica assistenza sanitaria, nel Paese, è in uno stato di completo sfacelo. Riferendosi alla sola capitale, si rileva che una mega-metropoli, che conta quasi dieci milioni di abitanti, è servita da un’unica struttura pubblica: il Kenyatta General Hospital, coadiuvata da un certo numero di dispensari, in prevalenza condotti da personale paramedico, che fornisce meri servizi d’emergenza, somministrando aspirine, perché ogni altro farmaco o esami che si rivelassero necessari, restano a esclusivo carico dei pazienti. Era quindi fatale che, per sopperire a tali lacune, sorgessero ogni dove strutture sanitarie private, molte delle quali, prive dei necessari requisiti professionali per operare.

La giovane attivista per i diritti umani Caroline Mwatha, morta per un tentativo di aborto al quinto mese

Lo scandalo delle cliniche illegali è esploso in questi giorni a seguito della morte di Caroline Mwatha, un’attivista per i diritti umani, deceduta nel febbraio scorso, presso la clinica New Njiru Community Centre nel quartiere di Dandora, dove – a seguito di una gravidanza indesiderata – era stata ricoverata per un aborto volontario. La clinica in questione è una di quelle sotto accusa per aver condotto attività sanitarie illegali. Stando agli accertamenti svolti dalla polizia, la giovane attivista sarebbe deceduta a causa dell’emorragia conseguente all’intervento abortivo che, contro ogni responsabile criterio medico, era stato eseguito quando la donna era già al quinto mese di gravidanza.

Il fatiscente “New Njiru Community Centre”, una delle 7964 cliniche illegali di Nairobi dove è morta la giovane attivista Caroline Mwatha

Indiziati di aver eseguito l’intervento, contro il pagamento di circa cinquanta euro, sono la levatrice Betty Akinyi Nyanya e il sedicente medico, Michael Onchiri. Il denaro necessario all’aborto sarebbe stato inviato a Caroline dal suo boy-friend, Alexander Gitau Gikonyo di Isiolo, il quale, in accordo con la vittima, non gradiva potare a compimento la gravidanza in atto. Dopo il decesso, il corpo di Caroline è stato portato in tutta fretta e in forma anonima all’obitorio di Nairobi, con il nome fittizio di Carol Mbeki, ma le investigazioni svolte hanno portato poi alla reale ricostruzione dei fatti.

L’Aga Khan Hospital, una delle più accreditate strutture sanitarie private di Nairobi

L’avidità, come avvenuto in questo caso, è quasi sempre alla base di scelte illecite e pericolose. Sembra tuttavia assurdo che per la misera somma di cinquanta euro, si rischi di mettere a repentaglio una vita umana. Eppure, causa la dilagante povertà della maggior parte del popolo keniano, la scelta della struttura medica cui rivolgersi, è più spesso determinata dal prezzo, più che dalla qualità. Qualità che peraltro esiste anche tra gli ospedali privati, come l’Aga Khan Hospital e il Nairobi Hospital, ma a costi, bassi se paragonati a quelli europei, tuttavia accessibili a pochi in Kenya.

Di fronte a queste situazioni è oggettivamente difficile non domandarsi se il grande indebitamento del Kenya, per la realizzazione di avveniristiche infrastrutture, non poteva anche tener conto della salute dei propri cittadini e destinare, almeno una parte di questi investimenti, alla creazione di un adeguato sistema sanitario pubblico, che resta invece delegato alle lucrose iniziative private.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

 

Il Mali sta precipitando nell’inferno: violenza generalizzata e non solo islamista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 aprile 2019

I cambiamenti climatici, la forte e costante crescita demografica, la povertà estrema sono terreno fertile per le violenze nel Sahel. Dal Mali, al Burkina Faso fino al Niger, la fame e l’insicurezza camminano a braccetto. La scarsità di risorse possono essere fonte di violenti scontri.

Anche se lo scorso anno i raccolti sono stati discreti e i prezzi sui mercati locali si sono leggermente abbassati, permettendo così anche ai meno abbienti di procurarsi il minimo indispensabile, i partecipanti alla Rete per la prevenzioni delle crisi alimentari (RPCA), che si sono riuniti all’inizio del mese, hanno manifestato grande preoccupazione. Si tratta degli Stati dell’Africa dell’ovest, le istituzioni regionali, le associazioni di produttori e le organizzazioni dell’Onu incaricate di lottare contro la fame e la malnutrizione.

Mali, cambiamenti climatici

L’assassinio di oltre centosessanta persone di etnia fulani, tra loro anche donne e bambini, nella regione di Mopti, nel centro del Mali, ha scosso tutti. Il 23 marzo si è consumato un vero e proprio massacro che viene attribuito ai gruppi di autodifesa dogon. Scontri tra comunità sono sempre più frequenti. Sékou Sangaré, commissario dell’agricoltura della Comunità Economica dell’Africa occidentale (CEDEAO) ha sottolineato che bisogna dare risposte concrete a agricoltori e allevatori per evitare tali scontri.

Siccità in Mali

Insicurezza e fame si sovrappongono nel Mali, in tutto il Sahel, dove non piove più da gennaio. Acqua e foraggio scarseggiano. Oltre alla presenza di terroristi jihadisti, ora anche piccoli gruppi armati impediscono l’accesso ai pochi pascoli ancora disponibili e il lavoro nei campi. Le tacite regole di convivenza pacifica nel mondo agropastorale, che, in un certo qual modo in passato rappresentavano una risposta ai conflitti, sono state spazzate via.

E gli esperti che hanno partecipato al simposio sanno ben che dietro questa crisi si nascondono radici profonde, che si nutrono dei cambiamenti climatici, del forte impatto demografico e della conseguente diminuzione di risorse naturali a disposizione.

Anche secondo Gilles Chevalier, esperto dell’ONU sulla resilienza in Africa occidentale, la radicalizzazione non è altro che la conseguenza di fattori che interagiscono tra loro, la cui origine sono le privazioni subite dalla popolazione in zone dove lo Stato è poco presente o totalmente assente.

Per capire cosa sia realmente successo nella zona di Mopti lo scorso 23 marzo, l’ONU ha inviato un team di dieci esperti in diritti umani, un agente per la protezione dei minori; dell’équipe fanno parte anche due investigatori di MINUSMA (Missione dell’ONU in Mali). Ancor prima di terminare le indagini gli esperti hanno raccomandato alle autorità di Bamako di combattere l’impunità, ancora largamente diffusa.

Anche la Corte Penale Internazionale dell’Aja invierà una delegazione in Mali, perché, secondo Fatou Bensouda, procuratore capo del tribunale dell’ONU, questi crimini potrebbero essere di competenza di CPI.

La popolazione ha risposto contro la carneficina con una massiccia manifestazione a Bamako una settimana fa. La marcia di protesta contro il governo è stata fortemente voluta da influenti leader religiosi come Mahmoud Dicko e Bouyé Haïdara. I dimostranti urlavano slogan come “Quando è troppo é troppo” e “Barkhane e MINUSMA, andate via da casa nostra”. Il portavoce dell’imam Dicko non ha risparmiato nemmeno il governo e ha sottolineato: “Ibrahim Boubacar Keïta non è in grado di governare, non sa risolvere i problemi sociali e quelli inerenti alla sicurezza”.

Manifestazione a Bamako

Solo pochi giorni prima il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha fatto sapere che si sarebbe espresso nei prossimi giorni sul futuro di MINUSMA, presente nel Paese dal 2013. Il Consiglio ha chiesto al segretario generale Antonio Guterres di presentare un’opzione per adattare il mandato, in scadenza nei prossimi mesi, in modo significativo, per poter sostenere in modo più efficacie l’applicazione del trattato di pace firmato nel 2015.

Il Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani ha rivendicato domenica scorsa l’attentato durante il quale è stato ucciso un medico militare francese, Marc Laycuras. Il 2 aprile il medico è stato ucciso durante un’esplosione dopo che la sua autovettura blindata è passata sopra una mina nella regione di Gourma, al confine con il Burkina Faso. La formazione terrorista, molto attiva nell’Africa occidentale e nel Sahel ha trasmesso la rivendicazione dell’attacco tramite un messaggio indirizzato a Wassim Nasr, giornalista di France 24.

Barkhane, il contingente francese presente in tutto il Sahel con attualmente quattromilacinquecento militari, dispiegati in cinque Paesi  (Ciad, Mauritania, Niger, Mali e Burkina Faso), ha inviato all’inizio del mese settecento uomini nella regione di Gourma, nella parte centrale del Mali. Per una decina di giorni i soldati francesi, insieme ai colleghi maliani sono stati impegnati nell’operazione Tiésaba-Bourgou nelle foreste di Foulsaré (al confine con il Burkina Faso) e Serma. Queste due aree ospitano basi dei jihadisti e secondo lo Stato maggiore di Parigi almeno trenta membri di gruppi armati terroristi sarebbero stati messo fuori combattimento.

Caschi blu della Missione ONU MINUSMA

Con l’esplosione di nuove violenze e l’intensificarsi di operazioni militari nel centro e nel nord della ex colonia francese, dall’inizio dell’anno oltre ottantasettemila civili hanno dovuto lasciare le loro case. Gli operatori umanitari sono in difficoltà per far fronte alla crisi umanitaria nel Paese. Gli sfollati sono ben settantunmila in più rispetto allo scorso anno.

La recrudescenza delle violenze è legata sopratutto alla propagazione di gruppi armati di autodifesa, di gruppi radicali e un forte aumento della criminalità, in particolare nelle zone di frontiera dei Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso). Ma anche le operazioni militari inducono i civili a fuggire in quanto anch’esse rendono difficile l’accesso ai beni di prima necessità e ai servizi sanitari.

Sfollati in Mali

Il Consiglio norvegese per i rifugiati ha fatto sapere che dall’inizio dell’anno sono state uccise quattrocento persone, tutte civili. Un tributo troppo alto, che aumenta di anno in anno. Gli sforzi della comunità internazionale nel Sahel si sono sopratutto concentrati nello sviluppo di strategie volte alla sicurezza, senza tener particolarmente conto dei bisogni, delle necessità umanitarie, generate proprio con l’intensificarsi delle violenze e dei conflitti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

Il Mali sconvolto da attacchi dei terroristi e scontri tribali: morti e feriti dappertutto

Sudan: si dimette il leader dei militari golpisti, la piazza esulta ma futuro incerto

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
13 aprile 2019

Non è facile la strada verso la democraziain Sudan. Ieri sera  il generale Ahmed Awad Ibn Auf, che aveva preso le redini del potere subito dopo il colpo di Stato di giovedì scorso, ha lasciato l’incarico – durato poco più di 24 ore – di leader del consiglio militare transitorio. Il suo posto è stato preso da un altro generale, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, un nome che non è certo molto conosciuto tra i sudanesi. Lo stringer di Africa ExPress a Khartoum lo definisce “un militare professionista senza affiliazioni politiche”.  Sembra comunque che sia assai lontano dalle ideologie islamiste. Si è dimesso anche il vice di Ahmed Awad, il generale Kamal Abdal Maroof.

Manifestanti in Sudan

Ufficialmente le dimissioni dei due ufficiali sono state presentate “per preservare l’unità delle Forse armate”, ma da notizie trapelate a Khartoum si comprende che sono dovute a profonde divergenze, all’interno dell’esercito, sul comportamento da tenere di fronte alle proteste di massa che, iniziate il 18 dicembre, hanno portato ieri mattina alla defenestrazione del settantacinquenne dittatore al potere da 30 anni, Omar Al Bashir.

La notizia delle dimissioni dei leader del colpo di Stato sono state accolte con giubilo dai dimostranti, il cui numero è stato valutato attorno al mezzo milione,  ancora schierati di fronte all’ingresso del quartier generale delle Forze armate. Ieri dopo l’annuncio della rimozione di Bashir la protesta non si era calmata e, nonostante la gioia, i canti e i balli, lo slogan che era circolato in piazze era: “Non vogliamo passare da un ladro a un altro”. Forse perché sia il leader del Consiglio di transizione che il suo vice provenivano dalla stretta cerchia di ufficiali amici e sodali del presidente appena allontanato.

L’ultima dichiarazione Ahmed Awad Ibn Auf, qualche ora prima di dimettersi, era comunque stata chiara rispetto alla sorte di Omar Al Bashir: “L’ex presidente è stato arrestato ma non abbiamo nessuna intenzione di estradarlo, come chiede la Corte Penale Internazionale”. Contro Bashir è stato spiccato nel 2009 un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, crimini di guerra, stupro e genocidio.

Ora si aspetta di capire quale sarà l’atteggiamento dei nuovi leader,mentre la protesta sta continuando sfidando il coprifuoco indetto dalla giunta miitare e che va dalle 10 di sera alle 4 del mattino.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

Cambio di regime, Khartoum nel caos i dimostranti non lasciano la piazza

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Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
Milano, 12 aprile 2019

Il Sudan è nel caos. Ieri mattina i militari hanno destituito il presidente Omar Al Bashir, arrestato e trasportato in un “posto sicuro” che non è stato rivelato, e il ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, ha annunciato in televisione la formazione di un consiglio militare transitorio.

La lunga giornata di Khartoum comincia all’alba. Il quartier generale dell’esercito, che al suo interno ospita anche la residenza del presidente della repubblica, dove da 5 giorni i manifestanti protestano e chiedono le dimissioni di Omar Al Bashir, viene circondato dai mezzi blindati. I soldati annunciano la caduta del regime e rimandano ulteriori spiegazioni a più tardi. I dimostranti rispondono con scene di giubilo. Poi però passa il tempo e tutto resta nell’incertezza.

Ahmed Awad Ibn Auf

Solo alle 14 Ahmed Awad va in televisione e, interrompendo la lunga catena di monotone marcette militari, annuncia una lunga dichiarazione: dopo trent’anni di dittatura, cambio di regime, periodo di transizione di due anni, al termine dei quali verrà promulgata una nuova Costituzione e saranno indette elezioni generali, scarcerazione immediata di tutti i prigionieri politici, chiusura dello spazio aereo per almeno 24 ore, stato di emergenza per tre mesi. La dichiarazione si conclude con un ringraziamento ai dimostranti e alle loro pacifiche manifestazioni per cacciare il despota.

Le proteste non si placano in Sudan

Ma il generale Ahmed Awad Ibn Auf è una vecchia conoscenza della piazza. Oltre che essere stato nominato da Bashir ministro della Difesa nel 2015, nel febbraio scorso gli era stata affidata la carica di primo vicepresidente. In precedenza era stato capo di Stato maggiore e – cosa assai più grave agli occhi della gente – capo dell’intelligence. Nel 2007 gli Stati Uniti l’avevano accusato di essere l’anello di congiunzione tra il governo e le milizie paramilitari janjaweed, i cosiddetti diavoli a cavallo che, durante la guerra in Darfur, terrorizzavano i civili bruciando i villaggi. Era così stato inserito tra i sudanesi colpiti dalle sanzioni.

A sentire che il capo del putsch è un uomo così legato al regime, l’umore dei dimostranti cambia e le associazioni professionali organizzatrici della protesta, decidono di non mollare: “Restiamo in strada e continuiamo il sit-in. Siamo scesi in piazza in oltre due milioni, abbiamo protestato per quattro mesi e ora stiamo scivolando da un regime militare a un altro. Dobbiamo continuare a reagire, finché non saranno accettate le nostre proposte: governo civile di transizione e nuove elezioni”.

Omama Al Turabi è la figlia di Hassan Al Turabi storico oppositore di Omar Al Bashir, finito in carcere diverse volte e morto tre anni fa. Raggiunta al telefono a Khartoum non ha dubbi: “Occorre aspettare almeno le prossime 24/48 ore. Saranno cruciali per dare un giudizio su questo strano colpo di Stato e capire se le intenzioni dei promotori sono genuine. La risposta però a prima vista non mi sembra adeguata”. Il Sudan è un Paese musulmano. Ciononostante la presenza femminile durante le dimostrazioni è stata notevole. “Siamo scese in piazza a decine e non solo quelle che hanno arringato la folla –  spiega Omama -. Lo Stato di emergenza, promulgato da Bashir, ha avuto un effetto boomerang: scuole e università sono state chiuse e così studenti e studentesse sono scesi in piazza gonfiando il numero dei manifestanti”.

Anche l’Unione Africana ha reagito al colpo di Stato sostenendo che non è una risposta giusta alle richieste dei dimostranti mentre all’ONU è stata chiesta la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza.

C’è poi un altro scoglio sulla strada della democrazia: il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro Al Bashir, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e stupro. Tra i dimostranti nei giorni scorsi c’è chi aveva proposto di estradare il vecchio leader. Un desiderio che ora appare difficile da esaudire.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

I turbanti del Benin alla conquista del Salone del Mobile a Milano

Speciale per Africa ExPress
Gianni Perotti
Milano, 11 aprile 2019

Evelyne Tobge-Olory, la giovane ambasciatrice del Benin, un paese troppo dimenticato nella stessa cronaca africana, è sbarcata al Salone del Mobile che si tiene a Milano in questi giorni (8-14 Aprile), con un’idea che collega il design con l’economia etica: “Noi siamo la Via del Cotone. Abbiamo esportato la coltura del cotone in Brasile attraverso le navi negriere e importato le tecniche di lavorazione che permettono oggi al Benin un tasso di crescita economica del 6,5 per cento, il triplo del tasso medio dei paesi dell’Africa Occidentale”.

Benin: Lavorazione del cotone

L’esportazione cotoniera per merito della politica adottata dal presidente Patrice Talon è aumentata dal 2013 da 300.000 a 600.000 tonnellate e rappresenta l’ottanta per cento dell’esportazione. L’idea di comunicare questo successo si è concretizzata in un oggetto di abbigliamento che racconta nella materia e nel design tutta la storia e la cultura del Paese: il turbante, tipico copricapo identitario delle schiave nelle piantagioni di qui e di là dell’Oceano, si è riscattato diventando un oggetto di moda. “Cosa c’è meglio della moda e del design per fare oggi comunicazione e mercato insieme – continua l’intraprendente ambasciatrice –. Il turbante confezionato dalle donne del Benin non è un oggetto etnico, ma un bene culturale, sviluppa un codice di comunicazione”.

La fashion designer Laura Strambi che ne cura la distribuzione precisa: ”L’ iniziativa non ha carattere di charity, ma è un’operazione di economia sostenibile. La coltivazione del cotone, la lavorazione, le tinture e l’intera filiera del valore aggiunto avvengono tutte all’interno di un processo ecologico al 100 per cento inoltre i ricami aggiunti in Italia sono fatti a mano mentre le pietre Swarovski aggiunte nei capi più preziosi sono di origine naturale”.

Andrea Spinelli Barrile, giornalista, fondatore di Slow News e Premio Italia per i diritti umani aggiunge:”I diritti umani e la condizione della donna crescono con il crescere del tasso economico. Il Benin ne è una prova. Questo Paese grande come un terzo dell’Italia (112.000 chilometri quadrati) con 8,6 milioni di abitanti e una crescita di oltre il tre per cento di natalità, non da un’idea di aver speranza, ma di essere speranza in un’area particolarmente sensibile alle differenze di genere”.

Elena Bedei, documentarista e regista che ha lavorato a lungo nella regione con l’Associazione Profammes dice: ”Sono da sempre le donne che in Africa inventano il commercio e assicurano il benessere della famiglia”. In effetti tutto il Progetto Turbante, dalla produzione alla distribuzione è portato avanti da donne. Sia in Africa che in Italia.

Gianni Perotti
giovanniperotti360@gmail.com

Colpo di Stato in Sudan: i militari prendono il potere ma la popolazione non è felice

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All’alba una colonna di militari ha circondato a Khartoum il quartier generale delle Forze Armate,
che ospita anche la residenza del presidente/dittatore Omar Al Bashir, arrestato e trasportato
in un posto sicuro. In manette anche parecchi membri del governo. Esultanza tra i manifestanti.
Un gruppo di militari ha preso possesso della radio annunciando 
il cambio del regime.
Il ministro della Difesa  Ahmed Awad Ibn Auf  ha assunto la direzione  ad interim

Speciale per Africa ExPresse e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
11 aprile 2019

Le proteste che stanno infiammando le piazze del Sudan, continuano ora interrotte da 5 giorni. I dimostranti che chiedono le dimissioni del presidente/dittatore Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato militare il 30 giugno 1989, sono ormai schierati a migliaia in un sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito, all’interno del quale è ospitata la residenza del capo dello Stato. Forze militari hanno circondato anche l’aeroporto internazionale e si vocifera che Bashir abbia già lasciato il Paese. Almeno centocinquanta politici sono stati arrestati nelle ultime ore.

Secondo fonti dei dimostranti le forze di sicurezza in questi ultimi giorni hanno ucciso almeno 14 militanti (portando il numero di morti a 22 dall’inizio delle dimostrazioni). Ma a sparare sarebbe stato un gruppo di mercenari assoldati nella Repubblica Centrafricana, che sfuggono al controllo degli apparati militari sudanesi e prendono ordine direttamente dalla presidenza della Repubblica. Alcuni di questi sono stati individuati dei dimostranti e, una volta disarmati, sono stati picchiati a sangue e salvati da morte certa dai soldati.

Tra i 22 uccisi ci sono anche 5 soldati che avevano tentato di difendere i dimostranti dagli attacchi degli agenti dei servizi segreti. Già perché si sta verificando una profonda spaccatura all’interno del governo. Da una parte i fedelissimi di Al Bashir, che hanno intessuto i loro traffici all’ombra della dittatura che ha dato loro coperture e protezioni. Dall’altro l’esercito, che in più occasioni è intervenuta a dar man forte ai dimostranti difendendoli dalla polizia.

Un paio di giorni fa alcuni ufficiali sono scesi a parlare e trattare con gli agenti convincendoli a sgombrare la piazza dove è in atto il sit-in per impedire che per contenere la gente fossero usati idranti, gas lacrimogeni, proiettili di gomma, insomma per evitare una prova di forza.

La protesta è scoppiata spontaneamente il 18 dicembre, quando è stato annunciato che il prezzo del pane sarebbe stato triplicato. Dapprima sono scesi in piazza le classi più povere della popolazione, ma quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo di indignazione e rabbia. Il malcontento ha preso forza e coraggiosamente è emerso in tutta la sua dimensione. A prendere le redini sono state le associazioni professionali, che finora erano state controllate sempre e ferreamente dal regime.

Come un fiume in piena, la dimostrazioni, cominciate ad Atbara, snodo ferroviario del Sudan e roccaforte 50 anni fa dell’allora potente partito comunista sudanese, sono tracimate in tutto il Paese, El Gedaref, Kassala, Port Sudan investendo anche la capitale Khartoum.

Solo negli ultimi giorni è apparso chiaro che anche l’esercito, dai cui ranghi proviene lo stesso Bashir, non ne può più di una dittatura che oltre a negare le libertà politiche e civili, si è legata mani e piedi ai cinesi che ora hanno invaso le strade e i palazzi più importanti e lussuosi della capitale. In Sudan è in vigore la sharia, la legge coraniche, che tra le altre cose proibisce severamente l’uso di bevande alcoliche. Ma nei ristoranti cinesi, sorti come funghi, tranquillamente si può chiedere di pasteggiare con birra, che non viene servita di nascosto in bottiglie di Coca Cola ma nelle normali lattine. La polizia che tutela morale islamica non entrerà mai in quei locali.

I dimostranti in piazza chiedono ai militari di cancellare il loro sostegno a Bashir, ma non vogliono un colpo di Stato, bensì la formazione di un governo di transizione e di riconciliazione nazionale.

In Sudan oltre ai mercenari del Centrafrica che avrebbero sparato e ucciso i dimostranti, ci sono altri gruppi di sicurezza privata che potrebbero intervenire a difesa di Bashir. Primi tra tutti i “gorilla” del gruppo Wagner, ex miliari dei Paesi dell’ex Unione Sovietica dislocati un po’ dappertutto nel Paese. Pochi ma ben armati ed addestrati.

Ma quelli che se scendessero in campo potrebbero fare veramente paura e annientare in poche ore la pacifiche dimostrazioni di protesta sono i janjaweed, i feroci diavoli a cavallo utilizzati qualche anno va nella guerra in Darfur. Attaccavano i villaggi, ammazzavano senza pietà gli uomini, violentavano le donne e rapivano i bambini.

Manovrati da Bashir, sono stati utilizzati per attaccare le inermi popolazioni darfuriane cosa che è costata al dittature un mandato di cattura emesso nel marzo 2009 della Corte Penale Internazionale. L’allora procuratore Louis Moreno-Ocampo che lo incriminò per 10 capitoli diversi (cinque per crimini contro l’umanità, compreso l’incitamento allo stupro, tre per genocidio, due per crimini di guerra), era stato categorico, parlando di precise responsabilità nel deliberato massacro dei civili delle tribù fur, masalit e zagawa che abitano il Darfur. “Il suo alibi – aveva scritto Moreno-Ocampo nella sua durissima e circostanziata richiesta di arresto – è combattere la ribellione, il suo intento è il genocidio. Non mi prendo il lusso di supporre: ho prove indiscutibili”.

Sempre secondo le accuse di Moreno-Ocampo, “il presidente sudanese controlla tutto l’apparato dello Stato e usa questa sua influenza per coprire la verità e proteggere i suoi subordinati e la loro smania di genocidio”.

Si calcola che in Darfur siano state ammazzate 300 mila persone e che due milioni siano stati costretti a scappare dalle loro case. Bashir già pochi mesi prima del mandato di arresto si era  rifiutato di consegnare due sospetti di genocidio: il ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative, i janjaweed, Ali Khashayb. Omar Al Bashir è l’unico presidente in carica ad essere stato incriminato.

Massimo A. Alberizzi
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Sagar, il frigo ecologico made in Ciad, a portata di tutti

Africa Express
N’Djamena, 11 aprile 2019

Un’invenzione a portata di tutti, anche nei villaggi dove la corrente elettrica resta ancora un sogno.Un giovane ingegnere ciadiano ha costruito un frigorifero a base di mattoni d’argilla e qualche altro materiale reperibile in loco. E’ grande, e a prima vista sembra quasi un forno, ma non lasciamoci ingannare dalla vista.

L’apparecchio funziona con acqua fredda ed è in grado di conservare gli alimenti al fresco. L’invenzione di Adolphe Djasrabaye è già stato testato a Ligna, un villaggio che dista appena una ventina di chilometri dalla capitale N’Djamena.

Sagar, il frigo ecologico che funziona senza corrente elettrica

Sagar (freschezza estrema in lingua zaghawa) è il nome del frigorifero senza elettricità, fabbricato con mattoni, sabbia e sacchi di kola. L’invenzione potrebbe davvero interessare una grande fetta della popolazione, in un Paese dove la temperatura esterna può raggiungere anche i 50° e dove solamente il sei percento degli abitanti ha accesso alla corrente elettrica.

I mattoni richiedono una doppia cottura e si posizionano ad una distanza di 7,5 centimetri gli uni dagli altri (…). “E’ un frigo che ognuno può avere a casa sua”, ha spiegato il suo inventore. Volendo lo si può realizzare in meno di tre ore in casa, seguendo le istruzioni.

L’interno del frigo

La temperatura interna è compresa tra 10° e 15° e Sagar è in grado di mantenere un’elevata umidità, che aumenta la durata della conservazione e la qualità degli alimenti. Ora non resta che diffondere questa nuova invenzione, il cui costo non supera i novanta euro.

Il frigo è fisso, non è possibile spostarlo. Djasrabaye sta cercando di perfezionare l’apparecchio per renderlo mobile e inoltre spera di trovare presto finanziatori per poterlo produrre su larga scala.

Africa Express
@africexp

Mozambico, giornalista imprigionato da novanta giorni senza capi d’accusa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 aprile 2019

La sua unica colpa è stata quella di aver intervistato un gruppo di sfollati che fuggivano dopo un attacco jihadista. Si chiama Amade Abubacar ed è un giornalista mozambicano, in prigione da tre mesi, senza sapere di cosa è accusato.

Amnesty International, per voce di direttore per l’Africa australe, Deprose Muchena, con una nota protesta duramente per la repressione contro i giornalisti. “Le autorità del Mozambico stanno trattando Amade Abubacar come un criminale condannato. Stanno prolungando la sua detenzione preventiva senza portare alcuna accusa legale contro di lui in violazione del diritto nazionale e internazionale”.

Amade Abubacar, giornalista mozambicano imprigionato da novanta giorni senza accuse
Amade Abubacar, giornalista mozambicano imprigionato da novanta giorni senza accuse

Abubacar è reporter di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia, Cabo Delgado, nel Nord del Paese, e corrispondente del giornale indipendente Zitamar News. Durante gli oltre novanta giorni di detenzione – è stato arrestato lo scorso 5 gennaio – né la moglie né i figli sono riusciti a vedere il loro caro.

“Amade deve essere accusato di un reato riconoscibile o rilasciato immediatamente e autorizzato a fare il suo lavoro senza timore di rappresaglie” – scrive Amnesty -. “Le autorità del Mozambico devono sostenere la libertà dei media invece di criminalizzare i giornalisti”.

Il prossimo ottobre ci saranno le elezioni amministrative e il governo ha inasprito la censura contro la stampa indipendente. Lo ha fatto in modo subdolo con un decreto che ha aumentato in modo esorbitante le tabelle di licenza delle testate giornalistiche.

Il giro di vite contro la stampa indipendente e i giornalisti è ancora più duro a Cabo Delgado, nell’area dove attaccano cellule jihadiste chiamate “Al-Shabab”. La zona, dove operano le Forze di sicurezza mandate da Maputo, pare essere off-limits ai giornalisti. E il caso di Abubacar sembra un avvertimento a tutti i media.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin