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Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

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La pace tra Spagna e Marocco per il controllo dei migranti africani spiazza il Fronte Polisario nel Sahara Occidentale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 aprile 2022

La Spagna ha abbandonato la sua posizione di neutralità dopo decenni e appoggia ora de facto le proposte del Marocco per quanto concerne la piccante questione del Sahara Occidentale, dove dal 1975 il Fronte Polisario conduce una guerra d’indipendenza.

Una decina di giorni fa, il premier spagnolo, Pedro Sanchez, accompagnato dal suo ministro degli Esteri, José Manuel Albares, è stato ricevuto a Rabat da Muhammad VI, re del Marocco.

Il premier spagnolo Pedro Sanchez e il re del Marocco, Muhammad VI

Alla fine dei colloqui bilaterali, le parti hanno detto che è stata inaugurata una nuova collaborazione tra i due Paesi, dopo la rottura diplomatica di un anno fa a causa di una disputa sul Sahara Occidentale.

Nell’aprile 2021 il leader del Fronte Polisario del Sahara occidentale, Brahim Gali, era stato ricoverato in un ospedale spagnolo, perché affetto da Covid-19, gesto che non è stato apprezzato dal governo marocchino.

Per rappresaglia, la polizia aveva allentato i controlli a Fnideq, città del Marocco più vicina a Ceuta –  insieme a Melilla sono enclave spagnole in territorio marocchino – permettendo così a migliaia di migranti di tentare l’accesso a uno Stato dell’Unione Europea.

La Spagna esercita la sua sovranità su Ceuta dal 1580, mentre su Melilla già dal 1496. L’ONU non classifica Ceuta e Melilla come territori occupati.

Il Sahara Occidentale è abitato prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta in passato per l’indipendenza dalla Spagna, che ha posto fine all’occupazione del Sahara spagnolo nel 1975.

Dopo la decolonizzazione di Madrid, Marocco e Mauritania hanno rivendicato diritti sui territori e occupato l’ex colonia spagnola. Nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott ha rinuncia alle sue pretese e firmato un accordo di pace con il Fronte, ma il Marocco ha immediatamente occupato la porzione di territorio che era stata presa dai mauritani.

Il Polisario da allora continua le sue battaglie contro il Marocco per l’indipendenza. E nel 1980 Rabat inizia la costruzione di un muro lungo 2.700 chilometri, che divide il regno dal popolo saharawi.

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario, non sono mai terminate definitivamente, malgrado la presenza della missione dell’ONU MINURSO, che avrebbe dovuto anche organizzare il referendum sull’autodeterminazione, che finora non si è mai svolto.

Il conflitto dimenticato del Sahara occidentale

Il vasto territorio desertico, ricco di fosfati e il suo mare tra i più pescosi del mondo, fanno gola al regno nordafricano, pertanto Rabat è disposto a concedere lo status autonomo dei territori, ma sotto la sovranità marocchina.

Pochi giorni dopo la visita di Sanchez in Marocco, il Fronte Polisario ha fatto sapere di interrompere qualsiasi rapporto con la Spagna, finchè il governo di Madrid non accetterà il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e le frontiere, già riconosciute a livello internazionale.

La posizione del premier è stata criticata non solo nella stessa Spagna, ma anche in Algeria, principale sostenitore del Polisario. Il governo di Sanchez ha replicato che in questo modo spera semplicemente di contribuire alla risoluzione del conflitto tra il Marocco e il Fronte Polisario.

Ma lo scopo principale di Madrid per ristabilire le relazioni con Rabat è ben altro: Sanchez vuole assicurarsi della collaborazione del regno per il controllo dell’immigrazione illegale.

Intanto le tensioni tra Marocco e Algeria non tendono a placarsi, basti pensare che le frontiere tra i due Paesi sono chiuse dal 1994. Poco più di una settimana fa, le autorità di Algeri hanno accusato Rabat di “omicidi mirati” dopo nuovi attacchi di droni nel Sahara Occidentale, nelle immediate vicinanze con la frontiera mauritana.

La prima bomba, secondo Algeri, avrebbe colpito un camion algerino, ferendo leggermente 5 persone. La seconda, invece, sarebbe esplosa a poche centinaia di metri dal valico di frontiera di Aïn Ben Tili, nel estremo nord della Mauritania, e avrebbe centrato un convoglio di vetture civili.

Nella tarda serata del 13 aprile, un portavoce del governo di Nouakchott ha confermato che durante l’attacco, che non è avvento sul loro territorio, sono morte due persone di nazionalità mauritana (una donna e sua figlia). Non sono stati rilasciati altri commenti sull’incidente.

Algeri, invece, ha sostenuto che i morti causati dai droni sarebbero tre, originari di tre diversi Paesi della regione.

Al contrario di Algeri, Rabat e Nouakchott non hanno commentato l’attacco. Sta di fatto che incidenti al confine con la Mauritania si stanno moltiplicando. Lo scorso novembre, tre camionisti algerini sono stati uccisi nella stessa zona del Sahara Occidentale e già allora l’Algeria aveva promesso di vendicarli. A gennaio, alcuni minatori auriferi mauritani sono morti in seguito a attacchi di droni marocchini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il Marocco vuole dialogo con l’Algeria (dal 1994 interrotto) e rafforza il blocco di Ceuta

Rappresaglia del Marocco contro la Spagna: migliaia di migranti all’assalto di Ceuta

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Putin accerchiante in Ucraina, ma accerchiato (o quasi) nel mondo chiede aiuto in Arabia a Mohammed Bin Salman

Africa ExPress
18 aprile 2022

Nello stesso giorno in cui la Federazione Russa ha minacciato Stati Uniti e i suoi alleati Vladimir Putin ha chiamato il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, per rinsaldare relazioni e partnership strategiche nonché per giocare su un diverso campo di battaglia l’altra guerra: quella economica per il controllo dei mercati delle materie prime (nel “cartello” dell’Opec Plus (o Opec+), Russia ed Arabia Saudita sono i membri di punta).

Un’alleanza strategica che da tempo però mira ad inglobare anche la potenza di fuoco dell’espansionismo cinese. Infatti sembra che la tournee di XiJinping in UAE e Golfo Persico per aprire nuove ‘vie della seta’ in Medio Oriente sia destinata a portare i suoi frutti.

Forse non tutti sanno che il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman, nutre da sempre una particolare ammirazione per la Repubblica Popolare Cinese, considerando i cinesi una razza superiore tra tutte quelle create.

L’origine della cultura cinese è tra le più antiche, vengono fatte risalire addirittura al neolitico di 14.000-12.000 anni fa. L’impero cinese, fu globalmente il quinto più vasto della storia, quattro volte più grande del Sacro Romano Impero di Traiano (al suo apice governava il 40 per cento della popolazione mondiale).

Avendo tanti schiavi la Cina riuscì a costruire grandi opere, come la gigantesca Grande Muraglia Cinese, ancor oggi l’unica costruzione artificiale visibile dalla Luna.

In una cosa poi i cinesi son imbattibili ancor oggi: son bravi a copiare tutto. Tant’è vero che hanno clonato un’intera portaerei e vari incrociatori americani (assolutamente reali e non gonfiabili e/o di cartapesta).

Quando all’Us Naval Institute hanno visionato le immagini satellitari dell’area desertica del Taklamakan, i tecnici stentavano a credere ai propri occhi.

In questa regione nord-occidentale dello Xinjiang (usata dall’Esercito Popolare di Liberazione Cinese per testare i missili balistici) sono state allestite delle copie assolutamente fedeli, a grandezza naturale, di una vera portaerei statunitense e di 2 cacciatorpedinieri di classe Arleigh-Burke (forse utilizzati come bersagli per testare i missili balistici).

Gli addetti ai lavori sostengono che questo di per sé può dare una vaga idea di come Pechino intenda innalzare le ostilità, prendendo specificamente come obiettivo la marina degli Stati Uniti.

Fatalmente le riproduzioni delle unità navali americane utilizzate per l’esercitazione cinese, sono le stesse dispiegate dalla Settima Flotta Usa nel Pacifico occidentale e le acque intorno a Taiwan.

Con il suo Piano Vision 2030 anche MBS sta progettando di realizzare grandi opere monumentali in Arabia Saudita (la Cina le aveva già realizzate piu di 2000 anni prima), vedi i faraonici progetti di Octagon, Neom, The Line, et similia.

Mohamed Bin Salman è anche riuscito ad erigere la sua Grande Muraglia di grossolani depistaggi, per nascondere agli occhi del mondo omicidi e crimini (come quelloidel giornalista Jamal Khashoggi e migliaia di vittime civili nella sanguinosa guerra in Yemen).

Non molto tempo fa, il principe ereditario saudita ha voluto ripercorrere l’itinerario di Marco Polo per toccare con mano tanta grandezza, ed è volato in Cina.

Non per puro turismo, ma per allacciare partnership strategiche tra i due grandi imperi, la grande potenza economica cinese e quella dell’Arabia Saudita, senza dubbio importante in campo energetico.

Un modello cinese di capitalismo autoritario ed un regime semifeudale mediorientale che non sono necessariamente in antitesi, considerando le mire, che talvolta non sono proprio all’insegna del pacifismo ghandiano. Vale la pena ricordare che Mohammed Bin Salman sta costruendo in proprio i suoi missili balistici grazie all’aiuto dei cinesi.

Gli analisti non nascondono di nutrire serie preoccupazioni per i test cinesi del nuovo razzo Ipersonico Planante Nucleare Intercontinentale Mach20, ‘RIP’nim20lc – HGV Hypersonic Glide Vehicle” (pare con avanzate tecnologie di flouidodinamica computazionale trafugate dagli Stati Uniti).

E’ un razzo ipersonico che riesce ad eludere tutti i sistemi di difesa e può trasportare una micidiale testata nucleare, con un carico max di 20 tonnellate.

Supera più di 5 volte la velocità del suono e raggiungere la velocità di 20mila km orari compiendo una completa orbita terrestre in soli 90 minuti. Il supermissile cinese è uscito dall’atmosfera, ha eseguito un’orbita completa intorno alla Terra e dallo spazio, indisturbato è tornato sulla Terra. Nessun governo, nessun satellite s’è accorto di niente (neanche il Pentagono).

Per fortuna era solo un lancio sperimentale di test, ma virtualmente avrebbe potuto colpire qualsiasi obiettivo in qualsiasi nazione. Il continuo progresso della Cina in campo bellico ed i centinaia di nuovi missili balistici di nuova generazione che ha nei suoi silos (già operativi) senza dubbio allarmano le potenze occidentali.

La domanda che ci si pone ora è: le agenzie di intelligence occidentali sono in grado di prevenire sorprese come queste per esser colti alla sprovvista dal vantaggio militare cinese?

Quella che si profila all’orizzonte potrebbe essere una sacra alleanza tra il più grande esportatore di petrolio, l’Arabia Saudita, e la Cina, il più importante importatore di petrolio. Due Paesi molto diversi tra loro ma che da diversi anni stanno diventando sempre più amici (e tutti e due amicissimi dei russi).

Tanto che il più grande produttore mondiale, l’Arabia Saudita, ha offerto agli amici cinesi che d’ora in poi potranno pagare il petrolio nella loro valuta, in yuan, anziché i dollari statunitensi.

Se fino ad oggi sul mercato globale si ragionava in termini di petrodollari non è detto che in futuro si dovrà ragionare in termini di PetroYuan.

L’Arabia Saudita esporta circa un quarto di tutti i suoi prodotti petroliferi in Cina e nei primi due mesi di quest’anno ha superato persino la Russia nelle esportazioni. Cina ed Arabia Saudita (e dietro le quinte l’ineffabile Vlady Putin), sono grandi attori mondiali che possono senz’altro trattare su un piano di assoluta parità.

Di sicuro la trappola cinese del debito, che ha avuto tanto successo ad ogni latitudine, specie in Africa, (concedere tanti prestiti e quando il debito è così alto da non poter essere ripianato, Pechino si pappa tutto) non è realizzabile con chi ha liquidità mostruose come quelle dei sauditi.

Non è un segreto che il gigante petrolifero Saudi Aramco, compagnia petrolifera di Stato controllata dalla famiglia reale Al Saud (la più grande società energetica quotata al mondo attualmente valutata qualcosa come 2 trilioni di dollari) sta considerando di avviare Partnership strategiche proprio in Cina, accordi in tal senso sarebbero già in fase avanzata con la compagnia cinese Norinco.

Anche i conflitti e le guerre possono contribuire alla rapida trasformazione della geopolitica e geografia energetica del pianeta, in questo contesto globale questi grandi player, potrebbero giocare un ruolo cruciale negli equilibri mondiali futuri.

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La crisi Ucraina, la Pasqua al termine, il ruolo crescente della Cina e le paure dell’Europa affidate alla Nato

Speciale per Africa ExPress
Marcello Ricoveri*
17 aprile 2022
Ho ricevuto gli auguri di Massimo, graditissimi, e gli ho risposto subito approfittando dell’occasione per un commento superficiale sulla situazione presente nel mondo di oggi.
In due parole gli ho dato due elementi di riflessione: il primo la preoccupazione; il secondo l’impressione che fra i tanti attori sulla scena mondiale mi sembrava paradossale – ma forse non lo è – che fosse la Cina il più riflessivo, moderato, razionale.
Da qualche tempo mi trovo in Italia, lontano dal mio haven naturale che è l’Africa australe, per motivi personali.
Qui siamo bersagliati da una fitta pioggia di notizie – la maggior parte a carattere sensazionalista e strappacore, anche se la guerra, tutte le guerre, sono sempre sporche e crudeli – e solo ultimamente condite da qualche riflessione un po più profonda.
Ora la mia preoccupazione nasce dalla conoscenza della storia e dalle vicende politiche del rapporto Russia-Stati Uniti che rimane la tela di fondo delle vicende belliche russo-ucraine.
Purtroppo in questo momento i conflitti sono due – e qualcuno se ne sta rendendo conto, finalmente, – il più evidente, quello fra Russia ed Ucraina; quello sottostante fra l’Occidente ed il resto del mondo, capitanato da Russia e Cina.
Vladimir Putin a sinistra e Xi Jinping, presidente cinese
Se per il primo, nonostante la retorica di tutti i media occidentali, l’esito più scontato è una vittoria, vera o presentata come tale, della Russia, che darà adito ad un periodo di nuova guerra fredda complicato, forse, da nuovi rapporti di forza su scala mondiale, per il secondo le prospettive sono preoccupanti: data l’escalation impressa dagli Stati Uniti agli aiuti di tutti i tipi – ma soprattutto militari – forniti all’Ucraina, ed alla psicosi, tutta europea, che l’unico baluardo difensivo contro l’Orso cattivo… sia la Nato.
Se è vero poi che Putin è il dittatore sanguinario e umorale che tutti descrivono sarebbe auspicabile che da parte occidentale si usasse maggiore “restraint” invece di aumentare tensioni e provocazioni, ragionando sul buon senso che in politica è l’arma più efficace.
Invece, e qui sta il paradosso, si lascia questo atteggiamento alla Cina che dall’alto della sua millenaria esperienza è seduta sulla sponda del fiume ….e potrebbe addirittura veder passare non uno ma due cadaveri!
Ecco quindi i motivi assai semplicemente illustrati ed esplicitati che spiegano il mio umore “pasquale” poco ottimista…
Ma qui a Torino sotto un magnifico sole di primavera si suona e si balla nelle strade del centro dimentichi dei morti e dei pericoli che potrebbero addensarsi all’orizzonte.
Fra una settimana, Macron vincente, (ablativo assoluto…) ed in piena offensiva russa nel sud est, forse ne sapremo qualcosa in più, e magari avremo più o meno motivi per essere ottimisti o…pessimisti.
Per ora godiamoci le ultime ore di questa Pasqua di guerra che è un controsenso ma pur sempre la realtà di questo nostro pazzo mondo.

Marcello Ricoveri

*Marcello Ricoveri ha rappresentato l’Italia come ambasciatore in Uganda (accreditato anche in Ruanda, anche durante il genocidio, e Burundi), Etiopia, Nigeria (con competenze sul Benin) e prima ancora come primo consigliere della nostra legazione a Pretoria con competenze anche sulla Namibia. Vive a Windhoek.  A Roma, per 7 anni circa, si è occupato di Cooperazione allo sviluppo, di Unione Africana, di ECOWAS e di G8 per l’Africa. Grazie alla sua esperienza conosce molto bene l’intero continente e continua ad essere un attento e un acuto osservatore delle dinamiche socio-politiche del sud del mondo.

Gli errori della nostra politica li risolve l’ENI: accordo per comprare gas dall’Egitto alla faccia di Giulio Regeni

Africa ExPress
17 aprile 2022

In Scienza delle Finanze esiste una teorica economica abbastanza certa, che esprime un concetto molto semplice: la “diversificazione”. E’ lo strumento principale per ridurre i rischi.

Per chi investe in Borsa ad esempio, “diversificare” significa investire in un numero ragionevolmente ampio di prodotti finanziari tale per cui se si affronta una grave crisi imprevista il complesso del portafoglio finanziario non dovrebbe subirperdite irreparabili.

Luigi Di Maio in Congo-Brazzaville lo scorso marzo

Nei processi di approvvigionamento delle grandi industrie vale la stessa filosofia. L’Italia ha applicato alla lettera questa teoria economica, infatti con lungimiranza ha accresciuto la sua dipendenza dalle sole importazioni di gas russo (dal 27% è cresciuta fino al 40% di inizio 2022). Alla faccia della ‘diversificazione’.

Cosicchè ora siamo in balia dei capricci dello Zar di tutte le russie, Vladimir Putin. Se decidesse di tagliarci il suo 40 per cento saremo alla canna del gas. Qualcuno si è chiesto di chi è la colpa.

All’intrigante quesito ha risposto l’Ing. Carlo De Benedetti (intervistato da Corrado Formigli alla trasmissione Piazza Pulita): L’Italia ha delegato in esclusiva tutta la sua politica energetica all’ENI, il risultato è che ora dipendiamo dal gas russo. La colpa è di chi ha lasciato che ci mettessero questo cappio al collo”.

Quindi ora, giocoforza, dobbiamo fare ciò che non s’è fatto prima, ossia ‘diversificare’ le fonti di approvvigionamento, per svincolarci dalla dipendenza del gas russo. Così è iniziato il “giro delle 7 chiese” africane per elemosinare un po’ di gas.

La tournee li ha portati anche in Algeria proprio questa settimana, dove la compagnia di Stato Sonatrach ha garantito 1-2 miliardi di metri cubi di gas (per arrivare a 9 miliardi nel 2023-2024).

Il tour dell’Amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi si è spostato anche all’ombra delle piramidi a marzo, in Egitto. L‘Eni si può dire ha giocato in casa, la IEOC (società controllata dall’Eni) è attiva nel paese sin dal 1954. A dir il vero è stata una tappa un po’ imbarazzante, vista la negata collaborazione delle omertose autorità egiziane.

Le Procure della Repubblica infatti stanno ancora aspettando dal Cairo i riferimenti personali degli 007 di Al Sisi per poter notificare gli atti giudiziari.

Un’adempimento necessario per aprire il processo a carico del commando egiziano che ha ordinato/eseguito l’omicidio del povero ricercatore italiano Giulio Regeni.

Ma sul versante giudiziario l’Egitto ha dato prova di non avere alcuna intenzione di collaborare con la Giustizia italiana. Per venderci il suo gas invece, l’Egitto ha collaborato alla grande.

Il Gruppo Eni infatti, proprio 2 giorni fa, ha sottoscritto un’accordo col Governo egiziano che prevede forniture di GNL (gas naturale liquefatto) per 3 miliardi di metri cubi. Gas che dovrà poi essere trasportato con navi gasiere via mare per essere convertito dai tre rigassificatori operativi in Italia (la Spezia, Rovigo e Livorno).

Il viaggio della delegazione italiana si è già spostata in altri Paesi africani. La comitiva è andata a bussare in altri Paesi, come Angola e Congo, dove l’Eni, anche qui è proprio di casa, casa (la consorte del CEO Descalzi è congolese e amica del presidente Denis Sassu Nguesso). Se tutto il gas africano non dovesse bastare per sostituire quello macchiato di sangue, saremo nella peste più nera.

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Sudafrica, sette morti per scontri xenofobi scatenati dal gruppo razzista “Operation Dudula”

L’ultima ondata di omicidi e aggressioni
è causata da gruppi di vigilantes
del movimento “Operation Dudula”,
scissionisti di “Put South Africa First” (Prima il Sudafrica),
movimento anti-immigrazione

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 aprile 2022

“Le uccisioni avvenute a Diepsloot negli ultimi giorni non sono incidenti isolati. Questi attacchi rappresentano solo l’ultima ondata di una marea crescente di violenza contro i migranti in Sudafrica”. Lo ha dichiarato Shenilla Mohamed, direttore esecutivo di Amnesty International Sudafrica. Una situazione che si sta aggravando sempre più a causa dell’ondata xenofoba nel grande Paese dell’Africa australe.

Dudula - Put South Africans First
Manifestazione del movimento xenofobo “Put South Africa First”

L’ong per i diritti umani prende una dura posizione contro i gravissimi episodi che stanno accadendo in Sudafrica. Amnesty denuncia che nell’ultima settimana, negli scontri anti-migranti, sono morte sette persone: cinque sudafricani e due stranieri.

L’ultimo assassinio è quello di Elvis Nyathi, cittadino dello Zimbabwe, trascinato in strada e lapidato a morte perché straniero. Non voleva mostrare il suo documento di identità ai vigilantes xenofobi. Il gruppo anti-immigrazione, dopo averlo ucciso, ha bruciato il suo cadavere.

Centro della violenza xenofoba al momento è Diepsloot, township operaia, una cinquantina di chilometri a nord di Johannesburg. L’ultima ondata di omicidi e aggressioni è causata da gruppi di vigilantes del movimento “Operation Dudula”, scissionisti di “Put South Africa First” (Prima il Sudafrica), movimento anti-immigrazione.

Sono un gruppo di nazionalisti vestiti da paramilitari che assaltano coloro che ritengono stranieri senza documenti. Li accusano spacciare droga e di rubare il lavoro ai cittadini sudafricani.

I social dei maggiori movimenti xenofobi sudafricani

“Put South Africa First” e “Operation Dudula” fanno grande uso dei social network, soprattutto twitter. L’hashtag che va per la maggiore è #PutSouthAfricaFirst che si è trasformato anche in #PutSouthAfricansFirst (prima i sudafricani).

Uno dei tweet postati da Patriot, uno dei membri del movimento parla chiaro: “Abbiamo bisogno di deportazioni di massa immediatamente!” E indica genericamente i reati e le nazionalità degli stranieri: Nigeriani=droga, frode, truffe; zimbabwiani=stupri, omicidi, rapine; mozambicani=raggiri; cinesi=tratta di esseri umani; lesothiani=minatori illegali.

Chi à Nhlanhla “Lux” Dlamini

Il leader del movimento xenofobo scissionista si chiama Nhlanhla “Lux” Dlamini ma il suo vero nome è Nlanhla Mohlauli. Trentaseienne e sicuro di sé, i suoi lo chiamano comandante. In un articolo, pubblicato online sul giornale sudafricano ShowMe, ha dichiarato di essere un pilota e fondatore della linea aerea privata Native Airways.

Cresciuto a Soweto ha affermato che il padre era un gangster che entrava e usciva dal carcere ma ha voluto che frequentasse buone scuole. Di sé stesso dice che ha studiato Politica all’Università di Johannesburg e, nel campus, è persino diventato segretario della Lega Giovanile della ANC.

Il movimento “Operation Dudula” (in zulu significa operazione “buttiamoli fuori”) è nato a Soweto con una campagna anti-stranieri nel giugno 2021. Attraverso i social, che gli hanno fatto da cassa di risonanza, ha trovato terreno fertile ed è diventato reale. Un salto velocissimo vista l’alta disoccupazione in Sudafrica arrivata al 35,3 per cento (dati Trading Economics, gennaio 2022).

Dudula - Nhlanhla Lux Dlamini
Nhlanhla “Lux” Dlamini, leader del movimento xenofobo “Operation Dudula”

Nonostante il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, abbia condannato i terribili fatti di sangue, nelle province di Gauteng e Kwa-Zulu Natal i movimenti anti-immigrati crescono. E gli immigrati vivono nel terrore. Per evitare di incontrare i gruppi di xenofobi rimangono barricati in casa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Sudafrica: la xenofobia non si arresta, zimbabwiano picchiato, lapidato, bruciato perché era senza documenti

Sudafrica: la polizia di Johannesburg vieta marcia anti-xenofobia del 21 marzo, giornata contro l’intolleranza

Sudafrica: cresce la disoccupazione e ricominciano gli attacchi ai migranti

Sudafrica: lapidati a morte 9 minatori illegali originari del Lesotho

Missili e cannoni italiani a bordo di sei nuove fregate costruite in Germania e destinate all’Egitto

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Aprile 2022

Il regime del dittatore al-Sisi nega ancora una volta la propria collaborazione all’inchiesta dei giudici italiani per individuare mandanti ed esecutori del brutale omicidio del ricercatore Giulio Regeni, ma grazie alla Germania il gruppo Leonardo SpA trasferisce cannoni, missili e siluri navali alle forze armate egiziane.

Fregata Meko A200, prodotte dalla ThyssenKrupp, Germania

Hanno preso il via a largo delle coste di Bremerhaven, nel Mare del Nord, i test operativi della prima delle sei fregate missilistiche Meko A200 ordinate dall’Egitto al gruppo industriale tedesco ThyssenKrupp Marine Systems (TKMS). L’unità da guerra, battezzata ENS Al-Aziz, ha lasciato i cantieri navali lo scorso 4 aprile. Le prove di navigazione proseguiranno sino all’estate mentre la consegna della fregata alla Marina egiziana dovrebbe concludersi prima della fine dell’anno.

La stampa specializzata nel settore difesa ha reso pubblici i sistemi d’arma ospitati a bordo della fregata: si tratta di “prodotti” di aziende interamente controllate dal gruppo Leonardo o da MBDA, il principale consorzio missilistico europeo di cui l’holding industriale-militare italiana è titolare del 25% del pacchetto azionario.

L’ENS Al-Aziz è armata innanzitutto con un cannone navale da 127 mm che spara i nuovi e distruttivi proiettili “Vulcano”: essi sono fabbricati dalla Oto Melara di La Spezia, azienda leader di Leonardo nel settore dei sistemi di puntamento e dei blindati e carri armati. “I proiettili Vulcano hanno la caratteristica di avere una gittata più estesa rispetto al munizionamento tradizionale dello stesso calibro”, spiegano i manager di Oto Melara. “La denominazione precisa per questo tipo di munizioni è HEFSDS, acronimo di High Explosives Fin Stabilized Discarding Sabot, cioè proiettili ad alta esplosività, stabilizzati ad alette, ad abbandono d’involucro”.

Con un peso di 20 kg (2,5 kg solo di esplosivo), il Vulcano è stato prodotto in tre versioni: la prima può raggiungere i 70 km di distanza per essere utilizzata contro ogni tipo di obiettivo navale, terrestre o aereo; c’è poi una seconda versione antinave più aggiornata guidata da sensori infrarosso, anch’essa con una gittata di 70 Km; infine, la terza, completamente guidata tramite GPS e sistema inerziale IMU, in grado di colpire bersagli a distanze ancora maggiori. ThyssenKrupp Marine Systems non ha ancora reso noto con quale di queste tre versioni Oto Melara è stata equipaggiata la prima fregata destinata alla Marina di guerra di al-Sisi.

L’altro colpaccio di Leonardo SpA & partner è stato ottenuto con la consegna alla ENS Al-Aziz di 32 missili superficie-aria VL MICA NG di MBDA. Acronimo di missile di intercettazione, di combattimento e autodifesa, il VL-MICA è un sistema a lancio verticale a medio raggio (gittata sino a 20 km di distanza) e una velocità di Mach 3 (3.704 Km/h).

“Il VL MICA è un sistema d’arma con una capacità autodifensiva e di protezione locale senza eguali, disponibile per un’ampia gamma di unità da guerra di superficie”, scrive il consorzio MBDA. “VL MICA offre una capacità di risposta a guida autonoma e con tempi di reazione estremamente rapidi contro obiettivi multipli (aerei, missili, sistemi di precisione, bombe intelligenti ed elicotteri).

I missili si integrano al sistema di combattimento navale, ricevendo la designazione del target dai sensori aerei presenti a bordo”. MBDA ha già venduto alla Marina egiziana i missili superficie-aria VL-MICA NG per armare le corvette della classe “Gowind 2000” in fase di realizzazione nei cantieri di Alessandria d’Egitto su licenza francese. Queste corvette sono dotate pure di pezzi d’artiglieria da 76 mm prodotti da Oto Melara.

A bordo della fregata ENS Al-Aziz ci sono altri “gioielli di morte” del consorzio europeo MBDA partecipato da Leonardo: otto missili anti-nave MM40 Block 3 Exocet. Lunghi 5,64 metri e con un peso di 825 kg, gli MM40 Block 3 hanno una gittata superiore ai 70 km.

Alla fregata sono assegnati anche i nuovi siluri MU90 Impact prodotti da Eurotorp, il raggruppamento europeo costituito dalle francesi Thales e DCNS e dalla Wass di Livorno, altra azienda controllata da Leonardo.

Con funzioni anti-sommergibili, l’MU-90 Impact è lungo 2,8 metri e ha una gittata compresa tra i 10 e i 25 km. “Le caratteristiche tecniche ed operative avanzate, lo rendono impiegabile in qualsiasi scenario geografico, in grado di contrastare l’eventuale minaccia rappresentata dai sottomarini nelle sue diverse forme (convenzionale e nucleare) e dimensioni”, spiegano le aziende produttrici. “Le caratteristiche principali sono l’alta velocità, l’autonomia alla massima velocità, la resistenza alle contromisure, la versatilità d’impiego, sia a quote elevate che su bassi fondali, la letalità della sua carica cava anche nei confronti degli scafi più resistenti”.

Come se ciò non bastasse, la fregata egiziana sarà dotata pure di siluri pesanti DM-2A4 (SeaHake Mod 4) sviluppati dall’azienda tedesca Atlas Elektronik, interamente controllata da ThyssenKrupp Marine Systems. Questi sistemi hanno un raggio operativo superiore ai 50 km e possono superare la velocità di 92.6 km/h.

Il gruppo francese Thales si è invece fatto carico della fornitura dei sistemi di controllo elettronico e radar. Le attrezzature comprendono il radar contromisure Scorpion e quello di sorveglianza NS-110 4D operante in X-band per integrarsi con i sistemi d’arma d’attacco della fregata. Thales fornisce infine il sistema di telecomunicazioni e intelligence ALTSSE-H (Communication Electronic Support Measures/Communications Intelligence system) e il sistema elettro-ottico Mirador Mk 2 per l’individuazione e il tracciamento degli obiettivi.

L’accordo per la fornitura all’Egitto delle sei fregate MEKO A-200 è stato autorizzato dal governo tedesco nel 2019 e comporterà una spesa non inferiore ai 2,5 miliardi di dollari. Ogni unità avrà una lunghezza di 121 metri, un dispiegamento di 3.700 tonnellate e una velocità massima di 29 nodi.

Secondo quanto riferito da ThyssenKrupp Marine Systems, queste unità assicureranno la copertura di diverse funzioni (guerra anti-sottomarini e anti-navi di superficie, ecc.) e potranno svolgere anche missioni di pattugliamento e interdizione, supporto delle forze speciali, ricerca e salvataggio (SAR). Mezzi moderni, dunque, e super-armati per fare della Marina da guerra del Cairo un altro pericoloso attore nelle acque del Mediterraneo, del Mar Rosso e del Golfo di Aden.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Biglietto di sola andata verso il Ruanda per africani scappati in Gran Bretagna senza permessi

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 aprile 2022

Johnson ha dichiarato senza mezzi termini: “Con oggi, tutti coloro che sono giunti illegalmente nel Paese dal 1°gennaio 2022 potranno essere trasferiti in Ruanda. Può darsi che la nostra compassione si sia esaurita, ma non la volontà di aiutare le persone”.

Il governo del Regno Unito è convinto che molti richiedenti asilo siano “semplicemente” migranti economici, e questi saranno spediti in Ruanda, oppure possono ritornare liberamente nel proprio Paese di origine.

Il ministro Affari Esteri del Regno Unito e il suo omologo ruandese Vincent Biruta

Il conservatore Johnson aveva promesso che avrebbe controllato l’immigrazione. Quindi ora però vuole restare fedele agli impegni presi: i richiedenti asilo, arrivati attraversando la Manica, sono passati da 8.466 nel 2020 a 28.500 nel 2021, senza contare le persone morte durante la pericolosa traversata.

Ormai l’affare è stato concluso, firmato ieri in Ruanda tra Priti Patel, ministro degli Esteri del governo di Johnson e il suo omologo ruandese, Vincent Biruta. Londra verserà a Kigali oltre 140 milioni di euro, per finanziare accoglienza, integrazione, formazione professionale e istruzione; di questi ultimi due punti possono però usufruire anche i ruandesi.

Gillian Triggs, assistente per la protezione dell’Alto Commissario dell’UNHCR si oppone fermamente agli accordi tra Londra e Kigali. “Si cerca di trasferire i rifugiati e i richiedenti asilo in Paesi terzi in assenza di garanzie e standard sufficienti”. La Triggs ha poi aggiunto: “Questo trattato è contrario ai principi della Convenzione per i rifugiati”.

Naufragio di migranti nella Manica

Già in passato il governo di Paul Kagame si è reso disponibile a accogliere migranti non ben accetti in altri Paesi. Basti pensare agli accordi siglati con Israele nel tra il 2014 e 2017. Allora Tel Aviv versava 5.000 dollari a Kigali per ogni rifugiato sub-sahariano, per lo più eritrei e sudanesi.

La parola d’ordine dell’allora primo ministro, Benjamin Netanyahu era: “detenzione o deportazione”. Non si conosce il numero esatto delle persone costrette a partenze “volontarie” all’epoca. Si stima che circa 4mila “irregolari” siano stati “accolti” tra Ruanda e Uganda. I più hanno però lasciato quasi subito questi Paesi, affidandosi ai trafficanti per raggiungere l’Europa.

Nell’autunno 2019 è stato poi siglato un Memorandum of Understanding tra l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il governo ruandese e l’Unione Africana per l’evacuazione d’emergenza di migranti dalla Libia.

Secondo il ministero incaricato della gestione delle emergenze ruandese, con le prime 7 evacuazioni sarebbero arrivati a Kigali 824 migranti intrappolati in Libia. Tra questi, 565 sarebbero poi stati trasferiti in Paesi terzi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Parola d’ordine in Israele per richiedenti asilo: detenzione o deportazione

Israele, un inferno per i profughi africani Come cadere dalla padella nella brace

 

 

Uno studio dell’esercito americano già nel 2019 aveva previsto con precisione cosa sarebbe successo in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Sergio Pizzini
14 aprile 2022

Nel 2019, con un documento intitolato ”Extending Russia: Competing from advantageous Ground”, www.rand.org/t/RR3063 , preparato dalla Rand Corporation, l’ esercito degli Stati Uniti veniva edotto sia dei potenziali esiti positivi, sia dei rischi di un mirato proseguimento della politica di destabilizzazione della Russia.

Questa politica era iniziata nel 2014 a seguito dell’annessione della Crimea, già regalata da Krusciov all’ Ucraina, ma poteva divenire ancor più necessaria a seguito delle mire della Russia sul Donbaass. Senza dimenticare che per i leader del Cremlino gli Stati Uniti erano implacabili nemici delle Russia.

Il documento analizza nei dettagli le misure economiche da adottare, come i vari tipi di sanzioni a carico delle banche e degli oligarchi, ma mette in evidenza soprattutto la necessità di un blocco delle esportazioni di petrolio e gas dalla Russia verso l’Europa, ivi incluso il blocco del gasdotto North Stream 2, nell’ ipotesi molto consistente che questo blocco potrebbe procurare il maggior danno economico alla Russia.

Il documento esamina con chiarezza le contraddizioni europee in questo settore, dettate da una macroscopica dipendenza energetica dalla Russia, ed indica anche i potenziali danni economici per l’economia europea ed i possibili rimedi, come l’import di gas liquefatto dagli Usa e da altri Paesi europei ed extraeuropei, l’adozione locale di tecniche di cracking, e lo sviluppo del solare.

North Stream 2

Passando a considerazioni di carattere militare, il documento indica con chiarezza la debolezza della NATO, sia per le posizioni dei Paesi membri in merito all’alleanza, sia per il mancato adeguamento delle spese militari degli Stati dell’Alleanza, e prevede l’eventuale spostamento delle basi dei missili nucleari in zone più sicure, prevedendo obiettivi strategici all’interno della Russia.

ll documento analizza infine i benefici della politica di assistenza strategica e militare all’Ucraina, iniziata nel 2014, e propone l’invio di più consistenti aiuti da parte degli USA e della NATO, con forniture di armamenti (defensive lethal weapons) e di risorse di cyberdefense, allo scopo di creare un forte esercito ucraino in grado di fronteggiare le mire del Cremlino.

Vengono analizzati anche i rischi, valutati in una guerra con morti, cittadini sfollati e città distrutte, nel caso di una possibile contro risposta russa a questa minaccia ai propri confini.

Gli eventi attuali già nel 2019 erano stati, quindi, previsti con grande precisione dagli analisti della Rand Corporation, e quindi dall’apparato militare USA, ai quali si è andato incontro senza attuare possibili misure di dissuasione.

La lettura di questo documento ci aiuta comunque a capire che la guerra in Ucraina non è la guerra della Russia contro l’Occidente, ma una guerra della Russia contro gli Stati Uniti, una guerra per commissione in Ucraina, che esclude l’uso dei armi nucleari, ma non esclude la potenziale distruzione dell’ Europa se il conflitto dovesse debordare in Polonia, da cui transitano gli aiuti militari verso l’Ucraina, con la conseguenza di portare alla guerra tutti i paesi NATO, e quindi l’ Europa.

Così come ci aiuta a capire la debolezza strategica e militare della Russia, e la chiaroveggenza strategica degli Stati Uniti in una contesa fra superpotenze.

Tuttavia, se una responsabilità indiretta, non causale, degli Stati Uniti per questo conflitto esiste, la Russia è invece direttamente responsabile dell’aggressione all’Ucraina, e di tutte le morti presenti e future, conseguenti a questo conflitto.

Da un punto di vista geopolitico le conseguenze di questo conflitto sono già ora l’evanescenza se non la scomparsa di un’ Europa come entità sovrannazionale, con un proprio esercito ed una politica estera, e la figura del presidente degli Stati Uniti come “Comandante in capo” della NATO e della difesa europea.

E la probabile formazione di un blocco omogeneo in Asia, con Russia, Cina ed India, che contrasteranno agli Stati Uniti il predominio mondiale.

Sergio Pizzini
http://www.sergiopizzini.eu/curriculum.html
Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano

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Retata antiterrorista in Mali: scambiati per jihadisti tre operatori umanitari tedeschi arrestati e poi rilasciati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 aprile 2022

Mentre il ministro tedesco degli Esteri, Annalena Baerbock, si trovava in visita ufficiale in Mali, per discutere con Assimi Goïta, capo giunta militare al governo, la permanenza dei soldati di Berlino nel Paese, l’esercito annunciava l’arresto di cinque persone, tre dei quali europei, accusati di terrorismo.

Annalena Baerbock, ministro tedesco degli Esteri in Mali

In un primo momento non sono stati dati dettagli sulla nazionalità dei cittadini non africani. Le cinque persone sono state fermate dai militari nell’ambito di un’operazione anti-terrorista denominata MALIKO, che si è svolta lo scorso fine settimana vicino a Diabaly, nella regione di Ségou.

Nella zona i miliziani del gruppo “Fronte per la liberazione di Macina” sono particolarmente attivi. Capeggiato da Amadou Koufa, predicatore radicale maliano, di etnia fulani, il Fronte fa parte del raggruppamento terrorista “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, fondato nel marzo 2017 da cinque sigle.

Ovviamente per i militari di FAMa (Forze Armate Maliane), i tre stranieri che si trovavano in una zona battuta dai jihadisti, dovevano per forza essere terroristi, affiliati al gruppo di Koufa. Senza svolgere ulteriori indagini, i cinque sono stati trasferiti immediatamente a Bamako, la capitale del Mali.

Alcune fonti diplomatiche hanno poi rivelato che tra loro c’erano tre tedeschi, due uomini e una donna. Le forze armate hanno comunicato l’arresto degli europei solamente nella notte tra martedì e mercoledì. Nel frattempo però erano già stati trasferiti e pure liberati non appena arrivati nella capitale.

I tre tedeschi sono membri di una ONG, presente in Mali nell’ambito di un gemellaggio, impegnata in progetti in agricoltura.

Polizia maliana in perlustrazione

Mercoledì, durante una breve conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Esteri di Berlino, Cristofer Burger, ha confermato che le tre presone, arrestate durante il fine settimana a Diabley, sono di nazionalità tedesca.

Ha poi aggiunto: “Sono sempre state in contatto con la nostra ambasciata a Bamako, che ha fornito loro la necessaria assistenza consolare”. Infine Burger ha precisato che i tre concittadini non facevano parte di una missione ufficiale tedesca.

Un diplomatico europeo, che ha preferito mantenere l’anonimato, ha commentato così l’intera faccenda: “E’ un metodo abbastanza comune usato dai russi per dire alle ONG di non immischiarsi in questioni che non li riguardano”.

Ma ovviamente Bamako negherà, come sempre del resto, che all’operazione hanno partecipato i mercenari russi di Wagner.

Intanto la Germania sta pensando di ritirare tutti i suoi militari dal Mali, nell’ambito di MINUSMA, la missione dell’ONU nel Paese, dove è presente con un contingente di 1.100 uomini. Se ne discuterà il prossimo mese al Bundestag, in quanto a fine giugno scade il mandato rilasciato dal Consiglio di sicurezza il 29 giugno 2021, con risoluzione 2584 (2021).

Il governo di Berlino è preoccupato per i suoi uomini, con la partenza dell’operazione Barkhane, viene a mancare parte della protezione che i francesi offrivano ai caschi blu.

Su un eventuale ritiro delle truppe tedesche pesa non poco anche la discordia politica tra Berlino e il regime di Bamako, salito al potere con un colpo di Stato.

Intanto lunedì Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha fatto sapere oggi che l’UE sospenderà parte dei suoi programmi di addestramento in Mali, perchè teme interferenze da parte dei contractor russi.

Il governo di Bamako non avrebbe fornito garanzie sufficienti in tal senso. European Union Training Mission (EUTM) – programma al quale partecipa anche Berlino – ha bloccato per il momento la formazione dei militari delle forze armate e della guardia nazionale in Mali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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ONG denunciano massacro di 300 civili in Mali: Russia e Bamako vietano indagine dei caschi blu

 

I terroristi del Sahel si spostano a sud alla conquista dei Paesi del Golfo di Guinea: nuovo attacco in Benin

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 aprile 2022

Un nuovo attacco terrorista scuote il Benin. Lunedì scorso sono morti cinque militari delle forze armate. La vettura sulla quale viaggiavano è esplosa dopo aver urtato una mina artigianale. Un altro soldato è stato ferito e trasportato in ospedale.

Nuovo attacco dei terroristi del Sahel in Benin

Finora la vile imboscata, che si è consumata nel nord-ovest del Paese, nella zona del parco nazionale Penjari, al confine con il Burkina Faso, non è stata rivendicata, ma tutto fa pensare che sia di matrice jihadista. Anche il governo di Porto Novo non ha ancora rilasciato dichiarazioni sulla vicenda.

Il peggior attacco di quest’anno è avvenuto a febbraio in un altro parco nazionale, al confine con Burkina Faso e Niger, Paesi dove sono molto attivi diversi gruppi armati, in particolare Katiba Macina (conosciuto anche con il nome di Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa), legato a al Qaeda, che sta cercando di rafforzare la sua presenza sia nel sud-est del Burkina Faso che nel sud-ovest del Niger, approfittando delle vaste aree forestali per stabilire delle nuove basi. Questa pressione si riversa anche sul Benin settentrionale e sul Togo.

Koufa e i suoi miliziani sono ricercati anche in Mali, dove recentemente i soldati di FAMa (Forces armées maliennes) hanno dato la caccia ai terroristi di questo gruppo armato al centro del Paese. I militari maliani, appoggiati dai mercenari russi del gruppo Wagner, sono ora accusati da ONG per i diritti umani di aver brutalmente ammazzato 300 civili.

Dopo l’aggressione di febbraio, il governo del Benin aveva assicurato di aver fornito importanti risorse finanziare per l’equipaggiamento, il reclutamento e la formazione di nuovo personale per contrastare il terrorismo nel Paese.

Sarà un caso, eppure il nuovo attacco è avvenuto a pochi giorni dalla nomina del nuovo capo di Stato maggiore. Durante il Consiglio dei ministri del 6 aprile scorso, Patrice Tallon, presidente del Benin, ha promosso Fructueux Gbaguidi al nuovo incarico. In precedenza Gbaguidi era a capo delle forze terrestri; ora dovrà concentrarsi sulla lotta contro il terrorismo, in forte espansione non solo in Benin, ma anche in altri Paesi del Golfo di Guinea.

L’ultima aggressione terrorista si è consumata pochi giorni prima dell’apertura della 16a conferenza dei capi dei servizi di intelligence e di sicurezza dei Paesi membri dell’Iniziativa di Accra, ospitata a Cotonou.

Golfo di Guinea

L’Iniziativa di Accra è un organismo di sicurezza cooperativo e collaborativo, creato nel 2017 e comprende Benin, Burkina Faso, Ghana e Togo per contrastare l’espansione del terrorismo verso il sud. I vari Stati collaborano su diversi fronti: tra cui la condivisione delle informazioni e dell’intelligence, la formazione del personale di sicurezza e di intelligence e di operazioni militari congiunte transfrontaliere.

Attualmente l’Iniziativa è appoggiata anche dalla Francia con l’Opération Barkhane e la task force Takuba (partner europei della Francia nella lotta contro il terrorismo nel Sahel, che comprende anche l’Italia), che hanno abbandonato il Mali dopo l’arrivo dei mercenari russi di Wagner, concentreranno il loro campo d’azione anche nel Golfo di Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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ONG denunciano massacro di 300 civili in Mali: Russia e Bamako vietano indagine dei caschi blu

Benin-Sahel: attacchi aerei francesi uccidono oltre 30 terroristi in Burkina Faso

Benin: imboscate in un parco nazionale, 9 morti (tra loro un francese) e 12 feriti

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