18.9 C
Nairobi
giovedì, Aprile 2, 2026

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...
Home Blog Page 150

La Russia approfitta dei conflitti per espandere le sua influenza in Africa: nuovo trattato militare con il Camerun

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 aprile 2022

Nella carniere della Russia non poteva mancare il Camerun, flagellato da un conflitto interno dalla fine del 2016 nelle due province anglofone, nonché dalle continue incursioni di Boko Haram in quella dell’Estremo Nord.

Il ministro della Difesa del Camerun, Joseph Beti Assomo

Il 12 aprile scorso, quasi in punta di piedi, per non far troppo rumore, il ministro della Difesa di Yaoundé, Joseph Beti Assomo, ha incontrato a Mosca il suo omologo russo, Sergueï Choïgou – molto vicino a Vladimir Putin – per firmare un nuovo accordo di cooperazione militare quinquennale tra i due Paesi. Il documento è stato redatto secondo le istruzioni dei due capi di Stato, Vladimir Putin e Paul Biya.

Un precedente trattato tra Camerun e la Russia era stato firmato nel 2015 con Alexandre Fomine, allora incaricato della cooperazione tecnico-militare con le forze armate straniere, oggi invece occupa la poltrona di vice-ministro della Difesa russa.

L’accordo del 2015 prevedeva anche la fornitura di armi e di equipaggiamento militare per le forze armate camerunensi, volti alla lotta contro i terroristi Boko Haram.

Forze armate del Camerun

Il nuovo documento di 13 pagine, che comprende ben 15 articoli, è volto a sviluppare la cooperazione militare tra i due Paesi, tra questi: scambio di informazioni, formazione e addestramento delle truppe,  condivisione di esperienze e attività comuni nella lotta contro il terrorismo e la pirateria marittima, il mantenimento e l’interazione nelle operazioni di sostegno della pace  sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’accordo ha una validità di 5 anni e può essere rinnovato per altri 5, a meno che una delle due parti non voglia porre fine alla cooperazione.

Termini troppo generici per alcuni osservatori. Ritengono che bisogna andare oltre questo documento per capire meglio le sue implicazioni. Infatti, non specifica, come nel caso del Mali o della Repubblica Centrafricana, la fornitura di armi. In una clausola viene solamente precisato che altre aree di cooperazione possono essere prese in considerazione in conformità con gli accordi tra le due parti, senza però fornire ulteriori dettagli.

Clausola che fa suonare una campanella d’allarme, c’è chi teme l’ombra della nebulosa Wagner, la milizia privata russa, già in azione in diversi Paesi del continente.

Intanto non si arresta il conflitto interno. Poco più di una settimana fa sono state uccise 4 persone in un’imboscata mentre si dirigevano verso Bamenda, capoluogo della provincia del Nord-Ovest, a maggioranza anglofona. Oltre a due guardie del corpo, sono stati ammazzati il responsabile regionale delle prigioni, Theodore Khiga, e un suo collaboratore amministrativo.

L’attacco è stato rivendicato da Forces de restauration de l’Ambazonie (separatisti che vorrebbero trasformare le due regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”). Il gruppo  denuncia da anni la marginalizzazione che subiscono dal governo centrale e della maggioranza francofona. E’ molto attivo nell’area, e postano video sui social network.

Dalla fine di marzo i separatisti hanno preso in ostaggio almeno 9 donne che hanno partecipato a una manifestazione per mettere fine alle violenze. Durante la marcia di protesta decine di signore avevano urlato a gran voce: “Gli ambazoniani devono andarsene, basta con le violenze”.

All’inizio di aprile il gruppo ha diffuso un video nel quale si vede un uomo con il viso tumefatto e nove donne, alcune anziane, una di loro sta piangendo, mentre le altre pregano in silenzio.

Seminaristi sequestrati in Camerun, poi rilasciati in meno di 24 ore

Secondo Caryn Dasah del Movimento delle donne per la pace in Camerun, gli abitanti delle zone rurali delle due province a maggioranza anglofona, sono stanchi, esausti, non ne possono più delle violenze, dello spargimento di sangue. La Dasha ha sottolineato che le donne sono le prime vittime di questo conflitto e chiede ai separatisti che vengano liberate immediatamente.

Dal 29 marzo l’organizzazione Medici senza Frontiere ha cessato ogni attività nella provincia anglofona del Sud-Ovest, per l’arresto di 4 collaboratori locali, accusati di collaborazionismo con i ribelli. MSF, in un comunicato del 5 aprile, chiede l’immediato rilascio degli operatori, incarcerati da oltre tre mesi nella prigione di Buea, capoluogo del Sud-Ovest.

Alla fine del 2020  il governo ha sospeso le attività di MSF nel Nord-Ovest.

La situazione resta comunque molto tesa e confusa in entrambe le province a maggioranza anglofona. Basti pensare che il 7 aprile scorso sono stati rapiti 33 seminaristi nel dipartimento di Manyu (Sud-Ovest), poi rilasciati in meno di 24 ore.

Non è chiaro chi abbia inscenato questo sequestro a scopo di lucro. Inizialmente i criminali hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di CFA, per poi scendere a 6 milioni. Visto che nessuno ha versato un solo centesimo, alla fine gli aspiranti sacerdoti sono stati rilasciati. Padre Humphrey Tatah Mbuy, portavoce della Conferenza episcopale del Camerun, ha detto che ormai tutti camerunensi non vogliono altro che la pace, un cessate il fuoco, e, soprattutto, un dialogo costruttivo tra i vari attori in causa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

“Eccomi, sono ritornato”: ebola non bussa, entra di prepotenza e uccide un uomo nel Congo-K

Africa ExPress
23 aprile 2022

Lo spettro dell’ebola è ritornato; solo a dicembre l’Organizzazione mondiale della Sanità aveva dichiarato la fine della 13ma epidemia. A Mbandaka, nella provincia Equatoriale della Repubblica Democratica del Congo è morto un uomo di 31 anni a causa del virus killer.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Matshidiso Moeti, direttrice dell’OMS per l’Africa, è molto preoccupata, in quanto il paziente ha accusato i primi sintomi della malattia già il 5 aprile scorso, giorno del suo ricovero. Il paziente si è ammalato già una settimana prima, si sentiva poco bene, e, non pensando al peggio, si è curato a casa. Si è perso molto tempo, ha detto la Moeti, ma fortunatamente il governo di Kinshasa è molto esperto per quanto riguarda la prevenzione e la cura di questa patologia.

Solamente il 21 aprile il paziente è stato trasferito in un centro specializzato per il trattamento di ebola, dove è stato preso in cura nel reparto di cure intensive. Troppo tardi. E’ deceduto la notte stessa. I suoi funerali si sono svolti secondo le misure di sicurezza prescritte in questi casi.

Secondo quanto è stato riportato da fonti autorevoli, tutti i contatti del malato sono già stati rintracciati e il loro stato di salute viene monitorato costantemente.

L’ospedale è stato sanificato e l’OMS ha già messo a disposizione i suoi esperti per collaborare con gli operatori delle autorità congolesi in caso di epidemia, come effettuare test, ricerca di eventuali contatti, prevenzione e controllo delle infezioni, cura della malattia e quant’altro.

La campagna di immunizzazione dovrebbe partire già nei prossimi giorni, visto che il Paese dispone di uno stock di vaccini rVSV-ZEBOV Ebola. Si procederà, come sempre, alla vaccinazione “a anello”: la terapia anti-virus sarà inoculata ai familiari e agli amici  e a coloro venuti in contatto con quest’ultimi, per evitare la propagazione della micidiale infezione virale.

Fortunatamente un gran numero di residenti di Mbandaka sono già stati vaccinati durante l’ultima epidemia nella provincia, che risale al 2020, durante la quale furono registrati 130 contagi. Ma anche loro dovranno comunque sottoporsi a un richiamo dell’immunizzazione.

Si tratta della 14esima epidemia di ebola da quando è scoppiata la prima, il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.

Gulu 2000: Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi disinfetta le scarpe all’uscita dell’ospedale Lachor dove erano ricoverati gli ammalati di ebola (foto Nakano Tomoaki)

I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Business first: Leonardo vende a Israele elicotteri prodotti nei suoi stabilimenti americani

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Aprile 2022

Nuova escalation delle operazioni militari israeliane a Gaza e il Dipartimento della Difesa USA firma un contratto con l’holding italiana Leonardo SpA per la fornitura di un imprecisato numero elicotteri AW119Kx “Koala” alle forze armate di Israele.

I velivoli saranno prodotti nello stabilimento Leonardo di Philadelphia in Pennsylvania; il contratto ha il valore di 29 milioni di dollari e sarà gestito dall’Esercito USA nell’ambito dei programmi di vendita di sistemi d’arma all’estero del Dipartimento della Difesa (FMS – Foreign Military Sales).

Nel febbraio 2019 il ministero della Difesa israeliano aveva già ordinato sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e supporto tecnico per venti anni. Il valore complessivo della commessa era di circa 350 milioni di dollari e anche allora la produzione dei velivoli è stata affidata agli stabilimenti statunitensi di Leonardo.

Nel settembre 2020 il gruppo italiano e le forze armate israeliane avevano avviato una trattativa per la fornitura di altri elicotteri modello “Koala” e di due simulatori per la Scuola di Volo dell’Aeronautica militare ospitata nella base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev.

Gli Agusta Westland AW119Kx “Koala” sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco, al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso), alla vigilanza e sicurezza, ecc.. Possono raggiungere una  velocità massima di crociera di 243 km/h volando sino a 3.352 metri dal suolo con un raggio operativo di 922 km..

“L’AW119 è il miglior elicottero monomotore multiruolo disponibile oggi nella sua categoria e il suo successo è cresciuto in maniera significativa in anni recenti sul mercato mondiale della difesa”, enfatizza il management di Leonardo SpA.. “Dotato di grande versatilità, questo modello offre prestazioni senza confronti con elevati margini di potenza e la cabina più ampia nella sua categoria, in grado di ospitare fino a sei passeggeri in base alla configurazione”.

AW119 Koala

 

Oltre che a Israele, gli elicotteri “Koala” sono stati venduti alle forze armate di Algeria, Bangladesh, Ecuador, Portogallo e Stati Uniti d’America; alla polizia della Corea del Sud e di tre stati brasiliani (Goias, Santa Catarina e Rio Grande do Sul); alle unità di controllo delle frontiere della Finlandia e della Lettonia.

“Fino ad oggi sono stati venduti oltre 470 AW119”, aggiunge Leonardo. “Nel 2020 il dipartimento della Difesa USA ha assegnato un contratto che prevede fino a 130 AW119 per sostituire gli ormai obsoleti TH-57 Sea Ranger come nuovo elicottero da addestramento per la US Navy, il Corpo dei Marines e la Guardia Costiera, con 104 unità già ordinate fino ad oggi”.

Quello degli elicotteri “Koala” non è l’unico grande affare degli ultimi anni in Israele del gruppo militare-industriale italiano. Nel maggio 2020 Leonardo ha concluso un accordo con l’holding israeliana Rafael Advanced Defense Systems Ltd., per acquisire le tecnologie per il funzionamento dei sistemi d’arma e la ricerca dei bersagli dei nuovi aerei da combattimento leggero M-346FA, la variante di combattimento multi-ruolo dell’addestratore già in servizio con le forze armate di Italia, Polonia, Singapore e Israele.

Nello specifico gli israeliani si sono impegnati a fornire i pod di quinta generazione Litening-5 e RecceLite per consentire ai caccia di Leonardo “di eseguire la ricerca del bersaglio utilizzando l’intelligenza artificiale per il suo rilevamento e tracciamento automatico”, secondo quanto dichiarato dai dirigenti di Rafael Advanced Defense Systems.

Ancora negli Stati Uniti, la controllata Leonardo DRS con sede ad Arlington, Virginia e Rafael hanno sottoscritto un accordo strategico per la fornitura di tecnologie avanzate da installare nei carri armati “Abrams” M1A1/A2 MBT dell’Esercito e del Corpo dei Marines USA. Il contratto è stato sottoscritto dal Pentagono e ha il valore di 80 milioni di dollari.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Altra vittima della guerra in Ucraina: l’Africa se ne va verso Oriente, non sopporta più la politica euro-atlantica e non condanna la Russia

Speciale per Africa ExPress
Celestino Victor Mussomar*
Aprile 2022

L’invasione russa dell’Ucraina ha lasciato il mondo in una posizione di incertezza riguardo al futuro della geopolitica mondiale. All’interno della complessità, la mancanza di un “virtuoso” governo mondiale o di un costituzionalismo mondiale, come mostra Luigi Ferrajoli, accresce le incertezze della geopolitica internazionale incastonate in una crisi ecologica senza precedenti nella storia.

Nel contesto della pandemia, la visione eurocentrica ha sostenuto l’Africa come cavia e terreno per esperimenti con il vaccino contro il COVID-19, mentre il virus ha colpito e infettato principalmente l’Occidente.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS

Questo fatto ha portato il direttore generale dell’OMS Thedros Adhanom Ghebreyesus a una posizione contraria a questa visione afro-pessimista. Secondo Ghebreyesus la guerra in Ucraina è giusta a priori, ma sembra che ci sia una mentalità che sviluppa le disuguaglianze tra le persone.

Secondo lui, sembra che ci siano persone di prima e seconda categoria dato che ci sono ancora guerre: in Somalia, Congo, Mali, Yemen e in altri luoghi del mondo, che sembra non creino preoccupazioni, come sta invece accadendo per l’Ucraina.

Nell’opinione mondiale non c’è la medesima considerazione dell’uguaglianza fra uomini rispetto ai diritti della persona. Questa tesi è stata ripresa anche da Papa Francesco, nella recente benedizione Urbi et Orbi dove afferma che la crisi in Ucraina deve incoraggiarci, “il conflitto in Europa ci rende più preoccupati anche di fronte ad altre situazioni di tensione, sofferenza e angosce, che toccano troppe regioni del mondo e che non possiamo e non vogliamo dimenticare».

Nel mondo dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo. Non possono esserci guerre di serie A e guerre di serie B e rispettivi individui privilegiati o meno.

La critica di Ghebreyesus è incorniciata dal generale malcontento degli africani nei confronti della visione del mondo odierna che sembra ancora voler perpetuare la loro esclusione dai destini del mondo. Questa mentalità si ritrova nel libro di Henry Kissinger, che nella sua voluminosa opera intitolata “Ordine mondiale”, pubblicata nel 2014, non assegna alcun ruolo agli africani in questo ipotetico assetto.

Quando si parla di Africa, si considera solo che è il continente da cui esplorare le risorse naturali, dimenticando che essa è un continente con persone che hanno dignità e personalità culturale come altri popoli del mondo. E gli africani sarebbero visti come persone di serie B.

Da un punto di vista geopolitico, la Russia è un alleato storico di molti Stati africani e non può stupire la posizione unanime di questo Continente sulla Guerra in Ucraina.

Gas dall’Africa

L’Europa ha sempre considerato gli africani come i “dannati della terra” sulla scia di Franz Fanon e, sulla base della visione hegeliana, ha escluso l’Africa dai processi storici del mondo. Ancora oggi è generalizzata la visione hegeliana nei confronti degli africani. L’Africa è stufa di questa mentalità euro-atlantica.

Per questo ha votato contro la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Questa decisione ha chiarito il desiderio degli Stati africani di dialogare con gli altri su un piano di parità.

Ma non si può nemmeno non constatare che in questi anni l’Africa, avendo vissuto la drammatica esperienza della Libia, è ora protesa verso Oriente. Potremmo dire con Paul Ricoeur che il mondo euro-atlantico soffre di una crisi di memoria storica o in modo radicale concordare con Achille Mbembe che l’Europa è diventato una sorta di archivio della sua storia passata.

Il mondo euro-atlantico deve abbandonare la mentalità “universalistica” e di esportazione della democrazia coltivando l’ipocrisia dell’imperialismo dei Diritti Umani (anche perché tale mondo è il primo a non rispettarli!) per passare viceversa alla mentalità della “pluriversità” (Raimon Panikkar) e sapere che gli altri esistono.

L’attuale crisi ucraina si fa sentire maggiormente in Europa perché dopo la Seconda Guerra mondiale il Vecchio Continente ha spostato il terreno dei conflitti nelle cosiddette periferie del mondo. Non ci sono più stati combattimenti per oltre mezzo secolo, a esclusione della Jugoslavia nel 1999 che ha rappresentato il primo sintomo di ritorno della guerra anche in Europa con l’avvallo di Bruxelles.

L’Europa avverte la minaccia di un ritorno alla guerra nel suo mondo euro-atlantico. Anche gli Stati Uniti, con l’eccezione della guerra civile americana nel secolo XIX, non hanno mai combattuto sul proprio suolo un conflitto armato internazionale.

L’altra minaccia per il mondo euro-atlantico rappresentata dall’attuale guerra è legata al fatto che per la prima volta le grandi potenze potrebbero entrare in un conflitto diretto dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962.

Dopo una serie di minacce da parte degli USA e dei suoi alleati verso la Corea del Nord, la stessa Cina nel caso di Taiwan e Hong Kong, e dell’abbandono degli Stati Uniti in Afghanistan, la presente situazione in Ucraina ha messo in luce la fragilità del sistema occidentale.

Questo sistema caratterizzato dall’imperium (dominio) sugli altri con la forza della minaccia non è oggi più sostenibile. Le continue invasioni ingiustificate della fine del XX e inizio XXI secolo criticate dal filosofo Noam Chomsky e da altri pensatori, da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, come quella dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia hanno contribuito alla perdita di credibilità degli USA e dei suoi alleati.

L’attuale geopolitica si è rivolta verso Est, cioè verso la Cina e i suoi alleati storici e naturalmente la Russia. La guerra batteriologica segnata da numerosi avvelenamenti tra spie russe e il mondo euro-atlantico, adesso è conflagrata in un conflitto armato reale.

Il mondo euro-atlantico, che ha sempre inteso essere protagonista dei destini dell’umanità, si trova impreparato a causa di un’involuzione culturale interna, perché la visione democratica dell’Occidente è incompatibile con lo spirito di dominio con cui l’Occidente stesso si impone agli altri popoli.

E la democrazia è solo la storia di una ideologia come ha affermato Luciano Canfora. Tutto questo ruota all’interno dell’impero euro-atlantico e soprattutto di quello americano che è iniziato a configurarsi come potenza economica e finanziaria già alla fine della prima guerra mondiale. Oggi però sembra in declino come ci racconta Joseph S. Nye.

Costruita sui valori di libertà e di uguaglianza esclusivista, la stessa America è segnata da continue violazioni dei diritti umani all’interno di una logica di razzismo in cui le persone di origine africana o autoctona sono segregate all’interno della stessa democrazia che si autoproclama protettrice di libertà ed uguaglianza.

D’altronde, la libertà, l’uguaglianza e la fraternità della Rivoluzione francese sono diventate utopie irrealizzabili. La guerra in Ucraina appare come il punto più alto di un sistema insostenibile di una cultura che richiede un cambio di paradigma dove la dialettica “Noi” contro “Altri” è diventata improponibile.

Per l’Africa la soluzione non dovrebbe essere tra Oriente e Occidente, ma l’umanesimo africano dove “l’uomo è la medicina di un altro uomo”.

Celestino Victor Mussomar
celestinovictor@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

*Docente presso Università Eduardo Mondlane-Mozambico. È dottore di
ricerca in Storia e Scienze filosofiche Sociali presso l’Università degli Studi di
Roma Tor Vergata e ha un secondo dottorato (Ph.D.) in Filosofia presso il
Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. È membro della Società Italiana di
Teoria Critica-SITC e membro fondatore del Centro di Studi africani in Italia.

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Assange appeso a un filo: la sua estradizione sarà una vergogna per l’Occidente

Speciale Per Africa Express e Per Senza Bavaglio
Francesca Canino
21 aprile 2022

Sette minuti. Tanto vale la vita di un uomo appesa al filo della “giustizia” britannica, impossibilitata a decidere liberamente perché condizionata dagli americani e dai loro ignominiosi affari. Sette minuti per Julian Assange, che rimane ancora sospeso nel carcere di Londra, conscio che le possibilità di non far ritorno in America sono quasi pari allo zero.

La Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso il 20 aprile scorso, dopo un’udienza di soli sette minuti, l’ordine formale di estradizione negli Usa per Assange. Il giornalista di origine australiana, fondatore di Wikileaks, ha svelato i presunti e atroci crimini degli yankees con la pubblicazione, nel 2010, di numerosissimi documenti riservati sulle attività militari americane, svolte soprattutto in Iraq e in Afghanistan.

Il giudice britannico Goldspring, che ha emesso l’ordine di estradizione nella brevissima udienza, ha inviato il caso al ministro degli interni Priti Patel, che, salvo un ricorso presso l’Alta Corte da parte dei legali di Assange, dovrà decidere, entro 28 giorni, se trasferire il fondatore di Wikileaks negli Usa. La decisione del ministro sembra scontata, visti gli stretti rapporti tra Londra e Washington e il rifiuto dell’Alta Corte di riesaminare il caso nel mese scorso.

Assange ha partecipato all’udienza in videoconferenza dal carcere londinese di massima sicurezza di Belmarsh, dove è rinchiuso da tre anni. Alcuni attivisti di Wikileaks hanno protestato fuori dal tribunale di Westminster contro l’estradizione del giornalista in America, dove subirebbe ulteriori violazioni dei diritti umani.

In pericolo non c’è solo la vita di Assange, che deve essere salvata senza condizioni, ma anche la libertà di stampa. Ridotta ormai al lumicino in ogni angolo del pianeta, si rischierebbe ora di dover vivere senza un minimo di informazione libera, quella, cioè, che rende liberi gli uomini.

Gli effetti delle fake news, dell’informazione distorta, dei tanti giornalisti venduti, minacciati, piegati sono sotto i nostri occhi. Ci eravamo accorti che le regole del giornalismo erano cambiate già dalla prima guerra del Golfo. Da allora, “sulla linea del fronte” sono stati ammessi solo giornalisti embedded, allo scopo di non far trapelare cosa accade durante le guerre.

Negli ultimi due anni, poi, abbiamo assistito a un fenomeno che si è finalmente svelato nella sua totalità: la costruzione ad hoc delle notizie. Proprio così, in onda o sulle colonne dei giornali non sono sempre finiti i ‘fatti’ realmente accaduti nel mondo, spesso sono state le notizie artefatte a guadagnare le prime pagine dei quotidiani, le aperture dei Tg, i programmi di approfondimenti.

Sono molti i giornalisti proni e gli esperti sedicenti ben retribuiti che hanno diffuso – e continuano a diffondere – i desiderata dei potenti. Basti pensare alla recente pandemia e alla guerra in corso in Ucraina, alimentate da notizie e pseudo ‘contronotizie’ costruite ad arte, con la complicità dei social e delle moderne tecnologie. E se in passato le notizie venivano occultate, come insegna il caso Assange, oggi vengono alterate.

È il De Profundis del giornalismo, dell’onestà intelletuale, dell’umanità. Pregnanti, in questo senso, sono le parole di Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International: «L’estradizione di Assange avrebbe conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica, che ha il diritto di sapere cosa fanno i governi in suo nome. Diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa. Estradare Assange ed esporlo ad accuse di spionaggio per aver pubblicato informazioni riservate rappresenterebbe un pericoloso precedente e costringerebbe i giornalisti di ogni parte del mondo a guardarsi le spalle».

La vicenda giudiziaria di Assange è una pietra miliare per il giornalismo mondiale, solleva dubbi sulla libertà di stampa, rende tutti più insicuri perché oscura quanto accade intorno a noi. Il risultato è che i governanti spesso operano in maniera ingiusta e violenta, il popolo subisce e non risponde. In mezzo c’è la vita di un uomo che da anni vive braccato e che difficilmente tornerà libero.

ASSANGE LIBERO

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Senza Bavaglio per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Salta su una mina un camion militare in Mali: morto un mercenario russo

Africa ExPress
21 aprile 2022

Durante una nuova operazione anti-terrorismo nel centro del Mali, nella regione di Mopti, una vettura sulla quale viaggiavano militari maliani in compagnia di mercenari russi, è esplosa dopo aver urtato un ordigno artigianale.

Secondo quanto riportano Radio France Internationale e VOA, l’incidente sarebbe accaduto vicino a Hombori, quasi certamente provocato dal raggruppamento jihadista Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, in quanto rientra nel loro modus operandi. L’attacco avrebbe causato la morte di un russo, deceduto durante il trasporto verso l’ospedale di Sévaré.

Eppure il governo di transizione di Bamako ha sempre negato la presenza di mercenari russi sul proprio territorio. Finora la giunta militare, presieduta da Assimi Goïta, ha solamente parlato di “addestratori russi” per la formazione delle truppe.

Infatti, proprio per la presenza dei russi, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha fatto sapere una decina di giorni fa che l’UE sospenderà parte dei suoi programmi di addestramento (EUTM) in Mali, perchè teme interferenze da parte dei contractor russi.

Il governo di Bamako non ha fornito garanzie sufficienti in tal senso. Del resto tali progetti sono stati interrotti dalla fine dello scorso anno anche nella Repubblica Centrafricana, dove la presenza di Mosca e dei mercenari di Wagner è massiccia dal 2018.

Alcune fonti locali hanno detto che i militari maliani, insieme ai russi, avrebbero fatto irruzione nel mercato settimanale di Hombori, poco distante dal luogo dove è avvenuta l’esplosione. Avrebbero sparato diversi colpi di fucile, provocando la morte e il ferimento di alcune persone. Altre sarebbero state arrestate. Informazioni dettagliate da fonti ufficiali non sono state ancora rese pubbliche.

MINUSMA, la missione di pace dell’ONU in Mali, ha però pubblicato ieri sul suo account Twitter di essere preoccupata per le segnalazioni di presunte violazioni dei diritti umani commesse martedì al mercato settimanale di Hombori dalle forze armate maliane; è probabile che i soldati di Bamako siano stati accompagnati da un gruppo di militari stranieri.

La Russia ha sempre negato ogni responsabilità per le azioni di Wagner, dicendo che sono privati e niente hanno a che fare con Mosca. Eppure da qualche anno nei conflitti che si combattono nelle zone calde del mondo è presente il Wagner Group, un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi paramilitari hanno giocato un ruolo strategico nell’Ucraina orientale (soprattutto quando la Crimea è stata invasa dalle truppe russe nel 2014) e in Siria, a difesa del dittatore Bashar al-Assad).

Ora non si può davvero escludere che gli sfrontati uomini di Wagner non stiano combattendo insieme ai russi in Ucraina. Perché altrimenti parecchi  mercenari sarebbero allora stati richiamati dalle loro attuali destinazioni in Africa, come ha confermato il comandante di AFRICOM Stephen Townsend, riportato in un articolo di Africa ExPress ? (https://www.africa-express.info/2022/03/28/mosca-richiama-dallafrica-i-mercenari-della-wagner-spediti-a-combattere-in-ucraina-in-appoggio-alle-forze-russe/)

Anche il quotidiano francese Le Monde, in un suo articolo del 15 aprile 2022, ha scritto: “Non si può escludere che i mercenari di Wagner siano stati coinvolti nel massacro di decine di civili a Buča, un sobborgo di Kiev”.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

ONG denunciano massacro di 300 civili in Mali: Russia e Bamako vietano indagine dei caschi blu

Un video reportage eccezionale: la storia dei mercenari russi della compagnia Wagner dall’Ucraina all’Africa

 

L’atletica del Kenya sotto shock per un nuovo femminicidio: strangolata la maratoneta Damaris

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
21 aprile 2022

La sua vita e la sua carriera sono finite nelle mani del fidanzato. Che la ha strangolata. Così è morta (ammazzata) un’altra stella dell’atletica leggera del Kenya. Si chiamava Damaris Muthee Mutua, 28 anni, ragazza madre di una creatura, con doppio passaporto del Kenya e del Bahrain. E’ stata strozzata in casa a Iten. Dal suo compagno. Pure lui atleta, etiope.

Damaris Muthee Mutua, 28 anni, maratoneta uccisa

Iten. Terra per antonomasia dei campioni della lunga distanza nella contea Elgeyo-Marakwet, a 2400 metri di altitudine, 260 km da Nairobi.

Qui è stato coniato il motto la corsa è vita. E per tanti runners africani correre ha significato vita, fama, denaro: Peter Rono, David Rudisha, Eliud Kipchoge, Edna Kiplagat, Florence Kiplagat, Lornah Kiplagat, Linet Masai, Mary Keitany, Paul Kelimo …

Sono solo alcuni tra i più celebri atleti che hanno conquistato maratone su maratone, battuto record su record e medaglie d’oro alle Olimpiadi, o ai campionati del mondo. E che a Iten hanno scelto di vivere e di allenarsi, o che a Iten sono cresciuti. A Iten è sorto un centro di allenamento per atleti. A Iten vengono centinaia di corridori da tutto il mondo, tanti anche dall’Italia. Quello slogan, però, oggi suona beffardo e fuori luogo. Oggi la corsa sembra verso la morte.

Damaris è stata assassinata a distanza di 6 mesi e un chilometro dall’uccisione violenta della olimpionica Agnes Tirop, massacrata in famiglia a coltellate, a 25 anni, quasi certamente dal marito. Il 13 ottobre scorso. Un atleta pure lui: Emmanuel Ibrahim Rotich, accusato di omicidio, in carcere da allora, anche se lui si proclama innocente. L’udienza davanti al Giudice, rimandata di continuo, è prevista per il 27 aprile.

La morte violenta della Tirop provocò un’ondata emotiva profonda in tutta la nazione. Come in queste ore dopo la tragica fine di Damaris Muthee Mutua. La giovane atleta è stata trovata senza vita martedì pomeriggio, 20 aprile, in un appartamento del complesso Lilies Estate preso in affitto dal corridore etiope Eskanda Hailemariam, conosciuto da tutti come Koki Fai.

Il femminicidio – secondo Julius Maiyo, vicecommissario del collegio elettorale Keiyo Nord della contea Elgeyo-Marakwet – risale alla vigilia di Pasqua, sabato 16 aprile, dato che il cadavere dava già segni di decomposizione. Subito dopo, Koki Fai è scappato in Etiopia, da dove, più tardi, ha telefonato ad alcuni conoscenti dicendo che la giovane si era suicidata e che si trovava nel suo letto. La polizia è andata, ha sfondato la porta e ha trovato il cadavere, ma non tracce di sangue.

Muthee Mutua non era originaria di Iten, ma di Masinga nella Contea Machakos (non lontano da Nairobi). Aveva cominciato a correre per il Kenya tanto che aveva ottenuto 1 medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici giovanili del 2010 a Singapore. Aveva poi cambiato bandiera, come fanno molti atleti, passando al Bahrain.

Muthee si era classificata seconda al Casablanca Memorial Rahal (10km), alla mezza maratona di Agadir nel 2017, a quella di Maputo nel 2018, anno in cui poi ha vinto la gara dei 20 km a Marrakech, in Marocco. “Io conosco Muthee dal 2007 – ha raccontato al The Standard, Hellen Nzambi, maratoneta -. Aveva lasciato Machakos per allenarsi a Kapsabet (altro centro importante di famosi runners, ndr). Ci siamo rivisti nel 2012 a Iten quando lei aveva concluso il ciclo delle scuole superiori e l’ultima volta ci siamo parlati a dicembre”.

“Io invece l’ho sentita la settimana scorsa – ha dichiarato un’altra atleta e amica, Christine Kambua – Damaris era una ragazza molto concreta, era cosciente di poter rendere bene nella mezza maratona: Non sapevo che avesse un boyfriend etiopico. Mi aveva parlato solamente del papà di suo figlio, che è un kenyano”.

Secondo Tom Makori, responsabile della polizia, la giovane aveva incontrato Koki Fai durante gli allenamenti e aveva accettato l’invito di andare a casa sua, che dista appena un chilometro da dove trovò la morte orribile la campionessa Agnes Tirop nell’ottobre scorso.

 

Quello che sia successo e che cosa abbia portato alla tragica conclusione della loro breve relazione è ancora da chiarire. Di sicuro c’è che gli abusi di genere in Kenya dilagano. Il governo continua a sollecitare uomini e donne a evitare la violenza di coppia, a denunciare le situazioni drammatiche e a interrompere le relazioni quando si giunge ai maltrattamenti. Facile a dirsi in una società dove il maschilismo comunque è difficile da estirpare.

Basti questo dato, vecchissimo: in Kenya, secondo la ricerca più recente (!), che risale al 2014, almeno il 41% delle donne ha subito atti di violenza fisica o psicologica o sessuale da parte dei mariti o compagni.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Congo-K: due soldati ubriachi ammazzano 13 civili e due militari in meno di 2 giorni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 aprile 2022

Non c’è pace nell’est del Congo-K. La morte è sempre dietro l’angolo e se non sono i gruppi armati a ammazzare i residenti, lo sono gli stessi militari che dovrebbero difendere e proteggere la popolazione.

Due militari delle forze armate congolesi (FARDC), apparentemente in stato di ebbrezza, hanno ucciso almeno 15 persone in due giorni.

Piroga sul lago Tanganica, Congo-K

Lunedì un soldato a aperto il fuoco contro una piroga a motore che stava salpando all’altezza di Kazimia, nel Sud-Kivu, per navigare sul lago Tanganica. Secondo quanto riportato da un amministratore del luogo, il militare avrebbe sparato contro i passeggeri, colpendo a morte 8 persone e ferendone altre 7, tutti civili.

Le ragioni del folle gesto non sono chiare. Si suppone che il militare  fosse in preda ai fumi dell’alcol mentre si trovava sulla barca insieme alle sue vittime, uomini, donne e bambini. Prima del suo arresto, è stato linciato dalla folla. E, in base a quanto riportato dalla France Presse, sarebbe poi deceduto in prigione la sera stessa a causa delle ferite inflitte dalla popolazione inferocita.

Un altro folle gesto si è consumato il giorno di Pasqua, a Bambu, nel territorio di Djugu, una zona che spesso è teatro di attacchi da parti di gruppi armati.

Infatti quando la popolazione si è svegliata a suon di colpi di arma da fuoco, ha subito pensato a un’incursione a opera di miliziani, invece si è trattato di ben altro.

Un soldato, al quale i colleghi avevano ritirato il fucile la sera precedente, perché completamente ubriaco, era venuto la mattina presto a recuperare la sua arma. Il militare ha poi subito ammazzato la guardia del corpo del colonnello, subito dopo ha ucciso anche l’ufficiale e infine ha sparato contro 5 civili.

Mentre stava fuggendo è stato raggiunto da un commilitone che, con un colpo di arma da fuoco, lo ha freddato a sua volta.

Jules Ngongo, portavoce dell’esercito nella provincia Ituri, ha detto che si tratta di un caso isolato e ha aggiunto “Cercheremo di far luce quanto prima sul gesto irresponsabile commesso da questo criminale”.

Militari congolesi

Ma tanto isolati questi casi non sono. Che dire dei militari che, lanciando per aria delle granate, hanno ferito ben 6 persone. E’ successo nel territorio di Masisi (Nord-Kivu), quando i soldati sono entrati nel villaggio di Kisovu per arrestare un giovane.

Ituri, Nord-Kivu e Sud-Kivu, tre province nell’est della Repubblica Democratica del Congo, sono teatro di sanguinosi attacchi da parte di gruppi armati da oltre 25 anni. Morti, stupri, violenze non si contano più.

Inoltre, nell’ Ituri e nel Nord-Kivu è stato imposto lo stato d’emergenza dai primi di maggio 2021. Il provvedimento, che ha dato pieni poteri all’esercito e alla polizia, però a tutt’oggi non ha riportato la pace nelle travagliate e martoriate province.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Corruzione e reati finanziari a gogo in Arabia Saudita, decine di arresti eccellenti: il boia tagliamani si prepara

Africa ExPress
Riyad, 20 aprile 2022

Si dice che “tutto il mondo è paese”, specie in fatto di corruzione. Però l’Arabia Saudita, cosa più unica che rara, è giunta ad una svolta epocale (grazie anche al “Nuovo Rinascimento” del principe ereditario Mohammed Bin Salman).

Sua Altezza l’ha più volte annunciato: “D’ora in poi tolleranza zero contro la corruzione e i malcostumi”, senza fare sconti a nessuno. La riprova è arrivata pochi giorni fa. Nella capitale Riyiad, 13 funzionari sono stati arrestati per crimini di corruzione finanziaria e amministrativa, abuso di potere, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro.

Tra questi 5 dipendenti del Ministero della Salute finiti in manette per indebito sfruttamento dell’influenza di pubblici ufficiali, appropriazione indebita e contraffazione. Sono stati sorpresi a prendere delle ‘mazzette’ per 9.263.900 Riyal (quasi 2.300.000 euro).

Tra questi, quattro i casi più eclatanti. Un residente che lavora per un’azienda locale è stato sospeso per corruzione ed accusato d’aver ricevuto al di fuori del Paese (direttamente dalla Svizzera) diversi trasferimenti di denaro sui suoi conti personali per un ammontare di 1.296.061 Riyal (circa 320.000 Euro) da parte del manager di una compagnia straniera in cambio dell’ottenimento di un subappalto con la società del residente per un contratto con un’università dell’Arabia Saudita.

In un caso analogo di corruzione, sfruttamento dell’influenza di cariche pubbliche e riciclaggio di denaro, sono stati coinvolti un pilota militare in pensione, e un maggiore generale della Royal Saudi Air Force, che sono stati immediatamente licenziati in tronco dal Ministero della Difesa saudita.

Il top gun saudita è stato arrestato per aver ottenuto 9.000.000 di Riyal a rate (poco più di 2.200.000 euro) più un comodo veicolo di lusso del valore di mercato stimato in 500.000 Riyal (quasi 123.000 euro) da un residente che lavorava per una compagnia contraente con l’Aeronautica Militare del Paese.

Ha accettato queste tangenti in cambio di aiutini ed agevolazioni nelle delle procedure per l’erogazione irregolare di quote finanziarie di una società, forzando alcuni dipendenti dell’Aeronautica Militare a depositare sul suo conto bancario gli importi di alcuni immobili presi in affitto dal Ministero. Ma la mattanza è andata ancora avanti.

Le autorità hanno arrestato anche una persona che esercitava la professione di consulente tecnico ed intermediario in un comune saudita.

Dopo l’indagine, è stato scoperto che aveva ricevuto una generosa “donazione” di 520.000 Riyal (128.000 eu) in cambio dell’autorizzazione a un’entità commerciale volta ad ottenere contratti per l’attuazione di progetti fasulli del valore di 1.000.000 di Riyal (246.000 euro) senza mai realizzarli. È stato inoltre accertato che 500.000 Riyal (quasi 123.000 euro) dell’importo sequestrato era stato richiesto dal sindaco di uno dei governatorati, anch’egli arrestato.

Nemmeno qualche mese fa erano stati colti con le mani nella marmellata … cioè nelle banconote, altri 7 cittadini sauditi: 1 impiegato, 1 funzionario di banca e 12 uomini d’affari che si son spartiti un bottino di 11,5 miliardi di riyal (quasi 3 milioni di euro, ma i coinvolti e i quattrini potrebbero lievitare).

Gli sono stati contestati l’occultamento di fondi, riciclaggio, frodi, crimini di sfruttamento, falsificazione e corruzione.

Avevano costituito una serie di società fornendo false generalità per all’apertura di conti correnti bancari finalizzati a trasferire fondi a beneficiari sconosciuti (account utilizzati dietro compensi mensili e regalie).

In Arabia Saudita (che qualcuno impropriamente in Italia da definito “Paese del Nuovo Rinascimento”, ahimè!) i responsabili di tali comportamenti immorali potrebbero rischiare fisicamente (chi comanda invece può arraffare il malloppo a piacere).

Vige poi l’arcaica consuetudine della Sharia, e sono in voga pene severissime (che arrivano anche allo smembramento, per giornalisti come Jamal Khashoggi che denunciano malaffari e corruzione del regime saudita e del suo principe ereditario Mohammed Bin Salman).

Il radicato amore per la vita, storicamente molto presente negli Arabi, ha portato ad abbandonare quasi del tutto la barbara usanza della crocifissione e della lapidazione, per sostituirle con la pratica ben più umana della decapitazione (per i rei di sedizione) come pure il taglio della mano per i ladri.

Le donne possono scegliere di essere uccise con un colpo di pistola alla nuca per non essere costrette a scoprire il capo.

Il misericordioso procedimento della decapitazione è rimasto del tutto immutato per secoli: il condannato viene portato in un cortile davanti alla moschea, gli vengono legate le mani, viene fatto inginocchiare e infine il boia sguaina la pesante scimitarra davanti alla folla festante che urla a squarciagola: “Allah Akbar” (“Dio è il più grande”).

C’è da notare comunque qualche vaga similitudine. Ai tempi di “mariuolo” Chiesa da noi c’era “mani pulite” nel Paese del Nuovo Rinascimento ”mani mozzate”. Crudele forma di punizione che per fortuna in Italia non esiste. Con la sharia, nel nostro Paese – possiamo scommetterci – tanti andrebbero in giro come Capitan Uncino e/o Edward mani di forbice…

Africa Express
twitter #africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Un’onda nera invade la 126° maratona di Boston: gli atleti di Kenya e Etiopia conquistano tutti i primi posti

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 aprile 2022

Una festante onda nera del Kenya dilaga e travolge Boston nella maratona più antica e più ricca del mondo.

Il successo degli atleti di Nairobi, lunedì 18 aprile 2022, è stato semplicemente strepitoso: primo, secondo e terzo (tutti ultratrentenni) nei 42,195 km maschili; prima e terza nella gara femminile.

Evans Kiplagat Chebet, keniota, è il vincitore della maratona maschile di Boston 2022

La tripletta degli uomini è aperta da Evans Kiplagat Chebet, 33 anni, che si è imposto con il tempo di 2h06’51”. Al secondo posto (2h07’2″) il connazionale Lawrence Cherono, 34 anni, che a Boston aveva vinto nel 2019; terzo, l’altro keniano Benson Kipruto, 31 anni, (in 2h07’27”), trionfatore lo scorso anno.

Quasi identico lo scenario nella competizione delle donne: si è imposta, in 2h 21’01”, Peres Jepchirchir, 29 anni, dopo un drammatico testa a testa con l’etiope Ababel Yeshaneh, 31 anni. Terza (come lo scorso anno) l’altra keniana Mary Wacera Ngugi, 33, vedova del maratoneta olimpionico (nel 2008) Samuel Wanjiru, scomparso in circostanze drammatiche nel maggio 2011 dopo una tormentatissima relazione coniugale.

La 126° Maratona di Boston non è stata un’edizione come le altre. Offriva tante ragioni per essere considerata, a suo modo, epocale. Dopo 1099 giorni di assenza, a causa della pandemia da Covid, si è disputata nuovamente nel Patriot’s Day.

Al via si sono presentati ben 26.000 atleti, tra i quali 11 ex vincitori. Ha celebrato i 50 anni della prima partecipazione femminile: dalle 8 donne del 17 aprile 1972 alle 10mila di lunedì. Eccezionali le misure di sicurezza: rafforzate in seguito all’attacco alla metropolitana di New York di qualche giorno fa, e alla luce dell’attentato del 15 aprile 2013 in cui morirono 3 spettatori e altri 260 furono feriti. E poi il monte premi, sempre stratosferico, 879500 dollari, ma con una novità: per la prima volta il denaro viene distribuito in parti uguali fra tutte le categorie dei partecipanti, uomini, donne, e concorrenti in carrozzella.

Peres Jepchirchir vincitrice della maratona di Boston 2022

Il cinquantenario della partecipazione femminile non poteva trovare una dominatrice più degna: la Jepchirchir è la campionessa olimpica di Tokyo, ha già conquistato la maratona di New York e con Boston è alla quinta vittoria consecutiva in una simile a cui prende parte.

E’ la prima runner in assoluto, maschio o femmina che sia, a vincere in un anno queste tre sfide. Non basta: ha segnato il terzo tempo più veloce di sempre nella storia della Boston Marathon. “Questa vittoria per me significa tanto – ha detto in tv sul traguardo – So che ne seguiranno tante altre!”.

Intanto se ne torna a casa col borsellino pieno: 250 mila dollari per il primo posto. La stessa cifra intascata da Evans Kiplagat Chebet, al suo primo grande successo nella massima specialità dell’atletica che fanno parte della massima serie, la Abbott World

Marathon Majors fino a lunedì 18 aprile, Chebet aveva accumulato secondi posti a Praga Seoul, Valencia e tre vittorie a Buenos Aires, Valencia e Giappone. Ora è entrato nella Top 6, che comprende Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York.

Il Kenya, dunque, ha confermato la sua supremazia assoluta a Boston. Non è una caso. Già nel 2011 Geoffrey Mutai, originario di Eldoret, aveva coperto la distanza nel tempo più veloce di sempre in Massachusetts in 2:03:02.

Lo strapotere dei corridori della Rift Valley è infine confermato dalla classifica dei guadagni conquistati a Boston: ben 11 fra i 16 più ricchi. In testa è insediato Robert Kipkoech Cheruiyot con 469.000 dollari, seguito da Moses Tanui (260.100), Cosmas Ndeti (260.000), Geoffrey Kirui (240.000), Geoffrey Mutai (225.000), Lemi Berhanu (225.000), Wesley Korir (206.500), Robert Kiprono Cheruiyot (202.000). (Unico.. incomodo l’etiope Lelisa Desisa, al secondo posto con 450.000 dollari grazie a 1oro e a due argenti conquistati nella città fondata dai puritani).

Non c’è che dire: Boston per i maratoneti kenyani è una miniera d’oro.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.