Basta violenze sui minori nel Sahel (Burkina Faso, Mali e Niger). Tali episodi sono aumentati del 70 per cento negli ultimi tre mesi del 2023, in rapporto ai tre mesi precedenti. L’allarme è stato lanciato giorni fa da Gilles Fagninou, direttore regionale di UNICEF per l’Africa occidentale e centrale dallo scorso febbraio.
Sahel: aumentano le violenze sui minori
La maggior parte delle violazioni consiste nel reclutamento e successivo utilizzo dei piccoli come soldati da parte di gruppi armati. Ma ci sono anche casi di omicidi e mutilazioni.
“Le violenze devono cessare, i bambini devono poter godere appieno del loro diritto fondamentale alla vita, in conformità alla Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia”, ha sottolineato il beninese Fagninou. Ha chiesto inoltre a tutte le parti in causa il massimo impegno per proteggere la popolazione civile.
In Burkina Faso, Mali e Niger gli attacchi dei terroristi legati ad al Qaeda o allo stato islamico (ISIS) sono all’ordine del giorno. E la popolazione civile ne paga il prezzo più elevato, perché costretta a subire le violenze dei jihadisti, dei militari, delle milizie comunitarie, dei mercenari e di gruppi criminali comuni.
Il nord del Mali è anche teatro di un’insurrezione separatista. L’accordo di pace siglato nel 2015 tra il governo di Bamako e i touareg dell’Azawad è andato in fumo con la presa del potere da parte della giunta militare di transizione. La situazione è poi peggiorata dopo la partenza di MINUSMA (Missione di pace dell’ONU in Mali). Da allora alcuni gruppi separatisti hanno ripreso le armi contro l’esercito maliano.
Le violenze vanno di pari passo con l’estrema povertà, l’insicurezza alimentare e la profonda crisi politica che accomuna i tre Paese del Sahel, governati da golpisti.
Nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite del giugno 2023 sull’impatto dei conflitti armati sui bambini nel mondo, è stato rilevato che nel 2022 sono morti 423 bambini a causa di attacchi da parte di gruppi affiliati allo stato Islamico ed a Al-Qaeda, ma anche per mano delle forze di sicurezza, soprattutto nella regione del Sahel. La prossima relazione del Palazzo di Vetro riguardante il 2023 dovrebbe essere pubblicata alla fine di questo mese.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
31 maggio 2024
Per celebrare il suo primo anniversario come presidente della Nigeria, Bola Tinubu, ha siglato una legge per d’adozione del nuovo inno nazionale. Per essere precisi, Tinubu ha ripristinato quello vecchio, in vigore dal 1960, poi mandato in “pensione” nel 1978 sotto il regime militare di Olusegun Obasanjo. “Nigeria, We hail tee” (Nigeria, ti accogliamo) le parole erano state scritte da Lillian Jean Williams, una inglese residente nel Paese e la musica composta da Frances Berda.
Nel 1959 il “Comitato nazionale di pianificazione per l’indipendenza” aveva annunciato un concorso per la selezione di un inno nazionale per commemorare l’indipendenza della Federazione della Nigeria il 1° ottobre 1960. L’unità rappresenta il messaggio chiave dell’inno.
Durante il governo del presidente Goodluck Jonathan, nel 2014 era stata convocata una conferenza nazionale, presieduta dall’ex presidente della Corte suprema, Idris Legbo Kutigi. Una delle risoluzioni adottate in tale occasione è stata proprio quella di ritornare al vecchio inno “Nigeria, We Hail Thee”, che invoca all’unità, pace e prosperità.
Ora Tinubu l’ha nuovamente adottato, ma non tutti nigeriani sono d’accordo con la scelta del capo di Stato. Molti si sono indignati per la modifica dell’inno nazionale. Gran parte della popolazione ritiene inoltre che le priorità siano ben diverse: in primo piano l’insicurezza, l’elevato costo della vita, dovuto al galoppante aumento dell’inflazione che a aprile ha raggiunto il 33,69 per cento (0,49 in più rispetto al mese precedente), la crisi della valuta straniera e tanto altro.
L’ex ministro dell’Istruzione in carica dal 2006 al 2007, Oby Ezekwesili, ha postato su X (ex Twitter) un twitt in cui sostiene che non canterà mai il “nuovo vecchio” inno.
Durante il suo primo anno al potere, Tinubu ha varato parecchie riforme, soprattutto nel settore dell’economia, sorprendendo tutti quando ha annunciato la fine di alcuni sussidi sul carburante e il ritorno di un tasso di cambio determinato dal mercato.
Tali misure hanno portato a una svalutazione della moneta locale (naira), e una crescente inflazione. A ciò si aggiunge un forte rincaro della corrente elettrica e una serie di misure fiscali che hanno colpito soprattutto il settore privato.
Nigeria: popolazione in ginocchio per l’elevato costo della vita
Tra i festeggiamenti per celebrare il primo anno al potere, il presidente ha partecipato all’apertura del cantiere per la realizzazione della nuova autostrada Lagos-Calabar, che dovrebbe collegare la capitale economica con il capoluogo del Cross River State. L’assegnazione di questo appalto è nell’occhio del ciclone per mancanza di trasparenza, inoltre per la realizzazione dell’opera, sono già stati sfrattati oltre mille residenti.
Per quanto riguarda la sicurezza, la situazione resta drammatica. Nel nord del Paese i rapimenti in scuole e villaggi per riscuotere riscatti sono all’ordine del giorno.
Giovedì scorso un gruppo di uomini armati ha ucciso almeno 6 civili e 5 soldati in un attacco a sorpresa nello Stato di Abia, nel sud-est del Paese. Finora l’attentato non è stato rivendicato da nessun movimento, ma le autorità puntano il dito su miliziani di IPOB (acronimo per Indigenous People of Biafra, gruppo separatista nazionalista della Nigeria che mira a ripristinare la Repubblica del Biafra), attivo nella zona.
Pochi giorni fa centinaia di persone sono fuggite dai loro villaggi nel Niger State. Alcuni testimoni hanno confermato che ne sono state brutalmente ammazzate almeno dieci, mentre oltre 100 risultano disperse, rapite dagli aggressori. Anche se non ci sono prove evidenti, si suppone che una fazione di Boko Haram agisca insieme alle bande di rapitori nell’area.
In un suo post su X del 26 maggio, Amnesty International ha chiesto alle autorità nigeriane di porre fine a questa ondata di rapimenti e di consegnare i presunti responsabili alla giustizia. I frequenti sequestri di massa e le uccisioni sono una chiara prova del fallimento delle autorità nel proteggere la popolazione.
L’Italia ha inserito la Nigeria tra i Paesi di origine sicuri, abbattendo così la tutela per i richiedenti asilo che arrivano dal Paese africano. Per il nostro governo è “senza pericoli” per i nigeriani che vengono rimpatriati, ma non per gli italiani che vi si recano. Le raccomandazioni del sito “Viaggiare Sicuri” della Farnesina non sono infatti molto confortanti.
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Speciale per Africa ExPress Federica Iezzi
30 maggio 2024
Il governo rwandese ha negato l’ingresso nel Paese a Clementine de Montjoye, ricercatrice di Human Rights Watch. E’ il quarto caso, dopo episodi simili accaduti nel 2008, 2010 e 2018.
Human Rights Watch “Join us or die – Rwanda’s extraterritorial repression”
De Montjoye, cittadina franco-britannica, all’inizio del mese aveva informato il governo ruandese del suo piano di lavoro e aveva inviato richieste di incontro al ministero della Giustizia, interlocutore dell’organizzazione non governativa in seno al governo ruandese, senza ricevere alcuna risposta.
Il divieto d’ingresso fa seguito alla pubblicazione di un recente rapporto di Human Rights Watch, “Join us or die – Rwanda’s extraterritorial repression”, che documenta il sistematico attacco del governo del Ruanda contro critici e dissidenti, oltre i suoi confini.
On Monday I was told I am "not welcome in #Rwanda" and denied entry to the country. This is about more than forcing @hrw out of the country, it's a brazen attempt to muzzle reporting on Rwanda’s rights record.https://t.co/nS8Da89u9O
È preoccupante ma non sorprendente vedere che poche settimane prima che il Ministero degli Interni inglese invii i primi richiedenti asilo in Ruanda, si assista ad una profonda ostilità sul controllo e monitoraggio indipendente dei diritti umani nel Paese.
— Rwanda Government Communications (@RwandaOGS) May 18, 2024
Per promuovere i suoi successi internazionali, il Ruanda si presenta come un marchio sinonimo di modernità e successo. Ma allo stesso tempo persegue una politica aggressiva contro i dissidenti del regime.
Paul Kagame, presidente del Ruanda dal 2000, con il suo partito di governo, il Front Patriotique Rwandais, ha deciso di ricostruire questo Paese secondo le sue misure, al cospetto di una folla in adorazione. Semplicità amministrative nelle formalità, lotta contro la corruzione, attenzione maniacale a esenzioni fiscali, sicurezza giuridica e sicurezza fisica. Nessun rivale nella regione africana.
E riguardo le operazioni militari del Ruanda nella Repubblica Democratica del Congo e la repressione degli oppositori?
E’ evidente il grande divario tra la scintillante vetrina mostrata all’Occidente dal Ruanda e la realtà politica in cui la libertà di espressione è calpestata. La diaspora ruandese e i cittadini ruandesi sanno bene cosa può succedere loro se criticano il governo.
Campagne di trolling (violenza verbale inappropriata e provocatoria), attacchi spyware (raccolta e utilizzo spietato di informazioni sensibili), fino a intimidazioni fisiche. Queste operazioni, volte a nascondere gli abusi e mettere a tacere i critici, sono incoraggiate da un’ampia gamma di società di pubbliche relazioni, con reti che arrivano fino all’Europa e agli USA.
Dal 2017 continua una violenta campagna di esecuzioni extragiudiziali, rapimenti e intimidazioni, nonché di arresti arbitrari, detenzioni illegali, torture e sparizioni forzate sul suolo ruandese di attivisti politici, dissidenti e loro familiari. Inoltre il governo di Kigali abusa sistematicamente dei meccanismi giudiziari internazionali, nella sua determinazione a riportare in Ruanda oppositori reali o presunti.
L’incapacità della comunità internazionale di riconoscere la gravità e la portata delle violazioni dei diritti umani da parte del governo di Kagame, sia a livello nazionale che all’estero, lascia molti ruandesi senza un rifugio protetto a cui rivolgersi.
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Dalla Nostra Corrispondente Elena Gazzano
Città del Capo, 29 maggio 2024
Nella fredda e austera aula della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il mondo ha assistito a una battaglia combattuta non con armi, ma con parole, accuse e rabbia. La Repubblica del Sudafrica, con determinazione feroce, ha portato Israele davanti alla giustizia internazionale. Il palcoscenico? Le accuse di genocidio nella martoriata Striscia di Gaza. Si tratta di un’accusa pesante come una condanna a morte, un’accusa che grida vendetta e reclama giustizia.
Aja, Corte Internazionale di Giustizia
L’accusa del Sudafrica
Il Sudafrica, rappresentato dall’ambasciatore di Pretoria accredito nei Paesi Bassi, Vusimuzi Madnsel, ha avanzato la richiesta di urgenti misure provvisorie per fermare ciò che viene descritto come una campagna di sterminio orrenda. Secondo le loro testimonianze, l’offensiva militare israeliana non è solo una guerra, ma una serie di atti deliberati volti a cancellare un popolo intero. E’ una scena del crimine.
Vusimuzi Madnsel, ambasciatore del Sudafrica nei Paesi Bassi
Il Sudafrica si è presentato con prove documentate e immagini sconvolgenti: sfollamenti di massa, distruzione di ospedali, abitazioni ridotte in macerie. Tutto questo, a suogiudizio, costituisce il macabro mosaico di un genocidio.
Inoltre le dichiarazioni di alti funzionari dello Stato ebraico, riportate in dettaglio, sono state usate per dimostrare l’intento genocida. “Documenti e video di parlamentari e leader militari israeliani mostrano incitamenti alla distruzione del popolo palestinese, con la società civile israeliana che supporta apertamente queste azioni. Israele continua a mostrare disprezzo per la vita palestinese, operando con impunità”.
Parole che evocano fantasmi del passato. L’esempio terribile del Ruanda risuona, richiamando l’attenzione del mondo su questa crisi.
La difesa di Tel Aviv
Dall’altra parte, Israele risponde con la forza di chi è assai convinto nella propria causa. In una sala gremita di tensione palpabile, i suoi rappresentanti hanno difeso le azioni del loro Paese come necessarie e giustificate in una lotta senza quartiere contro Hamas, descritta come un’organizzazione terroristica che non risparmia nemmeno i propri civili per raggiungere i suoi scopi. Ogni bomba, ogni raid, dicono, è una risposta disperata per proteggere i loro cittadini. “Non abbiamo scelto questa guerra – affermano – ma la combattiamo per sopravvivere.”
E non mancano di sottolineare i loro sforzi umanitari. Israele descrive un quadro di campi medici allestiti, passaggi terrestri aperti per il transito degli aiuti, e la fornitura costante di beni di prima necessità. “Siamo un popolo in guerra – sostengono – ma non abbiamo mai dimenticato la nostra umanità.” Le loro parole sono calcolate e precise, volte a controbilanciare le accuse di genocidio con un’immagine di soldati con una mano sul grilletto e l’altra che porge aiuti.
La decisione della Corte
Le parole dei giudiciarrivano pesanti. Hanno riconosciuto che la situazione nella Striscia di Gaza è peggiorata drasticamente. La distruzione è ovunque. La sofferenza, sottolineano, è ovunque. Ogni edificio crollato, ogni vita spezzata, ogni lacrima versata parla di una crisi che il mondo non può più ignorare.
In una decisione cruciale, la Corte Internazionale di Giustizia ha riaffermato le misure provvisorie precedentemente indicate e ne ha introdotte ulteriori per interrompere la crisi umanitaria. Alcune includono la sospensione dell’offensiva militare israeliana nel Governatorato di Rafah, la garanzia di assistenza umanitaria e la protezione dell’accesso ai corpi investigativi delle Nazioni Unite nella Striscia di Gaza. E’ stato chiesto a Israele di presentare un rapporto sulle misure adottate per conformarsi all’ordine della Corte entro un mese. I giudici hanno sottolineato che queste misure provvisorie hanno effetto giuridico vincolante e hanno evidenziato l’importanza di un’azione immediata per affrontare la crisi umanitaria e prevenire ulteriori violazioni del diritto internazionale.
La Ricerca della Verità
La verità è una bestia difficile da domare. In questo conflitto, è sepolta sotto strati di propaganda, dolore e morte. Ma non si può smettere di cercarla. Le testimonianze di entrambe le parti dipingono un quadro complesso e doloroso. Il Sudafrica accusa, Israele si difende, e nel mezzo ci sono i civili, intrappolati in un incubo senza fine. Occorre scavare oltre la superficie, ascoltare le storie di chi è intrappolato tra la vita e la morte, e portare alla luce la cruda realtà.
Immagini scioccanti
Israele e Sudafrica si affrontano in una guerra di testimonianze e immagini scioccanti. Entrambi sono determinati a far prevalere la propria verità. Ma al centro di questo scontro titanico, che si scorda di dimenticare chi soffre davvero: i civili intrappolati in un inferno quotidiano.
La decisione della Corte Internazionale di Giustizia non porrà fine alla sofferenza, ma rappresenta un passo cruciale verso la responsabilizzazione e la protezione dei diritti umani.
In questo crocevia di dolore e speranza, la Corte Internazionale di Giustizia è chiamata, sotto gli occhi del mondo che guarda, a prendere decisioni che riecheggeranno nei libri di storia.
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Un’esercitazione militare denominata Amour pour la patrie ha preso il via all’inizio di questa settimana nell’ovest del Niger, al confine con il Mali. All’addestramento partecipano le forze speciali di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Togo per contrastare i terroristi del Sahel. Tutti e cinque i Paesi subiscono da anni aggressioni violente da parte dei jihadisti.
Esercitazioni militari congiunte a Tillia, Niger
Il ministero della Difesa di Niamey ha precisato: “L’esercitazione è il frutto di un “partenariato militare tra il Niger e Paesi amici come Mali, Burkina Faso, Togo e Ciad. Il corso, che terminerà i primi di giugno, comprende manovre tattiche, ma si cerca anche di rafforzare i rapporti con la popolazione locale”.
Il Togo aveva assunto toni più concilianti con i regimi militari saliti al potere con un colpo di Stato (Mali, Burkina Faso e Niger), rispetto agli altri membri di ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). In Ciad, dopo la morte del padre nel 2021, è salito al potere Mahamat Déby Itno. Da pochi giorni è stato eletto come capo di Stato, dopo le presidenziali di inizio di maggio.
Invece nel frattempo il Burkina Faso ha pubblicato un decreto secondo cui il governo militare di transizione, capeggiato dal de facto presidente, Ibrahim Traoré, salito al potere nel settembre 2022, resterà in vigore per altri 60 mesi.
L’esercitazione, secondo il ministero di Niamey, è volto a rafforzare le capacità operative e la resilienza delle forze armate di AES (Alleanza degli Stati del Sahel, siglato dai tre Paesi golpisti lo scorso anno). Nel gennaio 2024 i tre governi hanno abbandonato ECOWAS.
Amour pour la Patriesi sta svolgendo a Tillia, nel centro di formazione delle forze speciali nigerine. Il campo militare è stato inaugurato nel 2021 anche grazie ai finanziamenti della Germania. Nel settembre 2022 Washington aveva poi inviato equipaggiamenti militari, soprattutto veicoli, compresi blindati, per un valore di 13 milioni di dollari. Il sito si trova in una zona desertica molto isolata, dove nel marzo 2021 sono stati massacrati da presunti terroristi oltre 140 civili.
Vista la grave crisi politica nel Paese, ieri Bruxelles ha deciso di non prorogare oltre il 30 giugno prossimo la missione EUMPM (EU Military Partnership Mission in Niger).
Base aerea 201 USA Agadez, Niger
Una settimana fa Niamey ha fatto sapere che le truppe statunitensi dovranno partire entro il 15 settembre prossimo, dopo aver revocato la collaborazione militare con Washington un paio di mesi fa.
Da tempo i golpisti hanno scelto nuovi partner militari, in particolare i russi, che recentemente hanno fatto la loro apparizione anche in Niger, secondo accordi presi tra Vladimir Putin e il suo omologo nigerino, Abdourahamane Tchiani.
Aggiornamento 29 maggio 2024
Secondo l’Agenzia di stampa tedesca, la Repubblica del Niger e la Germania hanno firmato martedì un accordo che consente ai militari tedeschi di continuare a utilizzare la base di trasporto aereo nella periferia di Niamey. La base ospita attualmente circa 100 militari tedeschi.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
26 maggio 2024
Voleva solo sfiorare il cielo. Voleva farlo dal tetto del mondo, l’Everest, ma scalandolo – primo africano nella storia – senza l’aiuto delle bombole di ossigeno. A 48 metri dalla meta, invece, il cielo se lo è portato via.
Joshua Cheruiyot Kirui
Il keniota Joshua Cheruiyot Kirui, 40 anni, affermato dirigente bancario di professione, maratoneta e scalatore per passione, è stato trovato senza vita a 8800 metri di altezza. Di lui e della sua guida nepalese, Nawang Sherpa, 44, si erano perse tracce e notizie mercoledì scorso, 22 maggio.
Il giorno seguente, l’Everest Today, che segue con particolare attenzione le cime sopra gli 8 mila dell’Himalaya e del Karakorum, ha annunciato: “È con profonda tristezza che condividiamo la notizia della morte dell’alpinista keniota Cheruiyot Kirui sull’Everest. Il suo corpo è stato trovato a poca distanza dalla vetta. Chiamiamo il punto della sua morte sul Monte Everest (8848.86m) Cheruiyot Point per onorare il primo africano quasi al vertice dell’Everest senza usare ossigeno supplementare. E anche il Kenya – ha aggiunto Everest Today – dovrebbe dedicare a questo alpinista una delle sue montagne”.
“Ora che è morto, la patria si gloria di un nuovo eroe alla memoria, ma chi lo amava aspettava il ritorno di un figlio vivo, di un eroe morto che ne farà?”. Potrebbero dirlo, pur senza conoscere Fabrizio De André, la mamma Ruth Kenduywo e il papà Wilson Kenduywo, che nel loro villaggio di Chepterit (contea di Nandi, nella provincia Rift Valley, 250 km dalla capitale), attendevano buone nuove da questo loro figliolo di cui andavano fieri.
Non solo era diventato dirigente di un importante istituto finanziario, Kenya Commercial Bank, ma, travolto da una irrefrenabile passione per lo sport, aveva corso maratone e mezze maratone e si era dedicato, negli ultimi 10 anni, con tutte le forze all’alpinismo: era arrivato a scalare il Kilimangiaro (5895 metri) e ben 15 volte il Monte Kenya (5199 metri). “Fin da bambino amava arrampicarsi sugli alberi, i cipressi e gli eucaliptus del nostro compound – ha ricordato la mamma in un’intervista rilasciata sabato, 25 maggio al canale keniota NTV – io tremavo di paura e mi rinchiudevo in casa per non vederlo in cima. A ogni sua impresa mi si stringeva il petto dall’ansia”.
“Ha scritto un libro sulle montagne, è stato una settimana sulle Alpi, più recentemente in Argentina – ha aggiunto il papà – per lui scalare era diventato un lavoro, ma era sempre attento alla sicurezza. Eravamo orgogliosi di lui. E speravamo che la sua ultima impresa portasse gloria a lui e alla nazione”.
I genitori dello scalatore kenyota, Joshua Cheruiyot, morto sull’Everest
L’obiettivo di Joshua Cheruiyot era, infatti, quello di toccare la punta del pianeta senza bombole. Il bancario prestato all’alpinismo sapeva bene che già un suo connazionale, James Kagambi, era stato il primo africano e keniota a raggiungere il tetto terrestre nel maggio di 2 anni fa (ne avevamo parlato anche su Africa Express). Lui però voleva fare di più – come aveva dichiarato nella sua ultima intervista (quotidiano The Star, 21 marzo scorso) alla vigilia della spedizione rivelatasi fatale.
“L’arrampicata sull’Everest è già stata fatta. Penso che l’unica differenza sia salire senza ossigeno. Questo non è stato fatto da nessun africano. È il modo più difficile per scalare il Monte Everest, ma senza questa sfida mi sembrerebbe di non aver raggiunto molto. So che ci sono rischi, ma non sono suicida”,
Kirui aveva aggiunto di essere preparato mentalmente e fisicamente e di non aver trascurato nessun dettaglio, anche alimentare: “Abbiamo bisogno di molti fluidi, di acqua. Il cibo deve essere facilmente digeribile, come lo zucchero semplice, i noodles e il riso. La carne non aiuta perché il tuo corpo potrebbe non digerire cibi complessi. Servono zuppe come quella di aglio, bevanda sana utile a mantenere il corpo caldo e prevenire il mal di montagna. Quando mi impegno in qualcosa, ho l’intenzione di tornare vivo e raccontare di persona ai miei cari quello che ho fatto”, aveva concluso
A mamma e papà è arrivata, invece, la telefonata di un altro figlio, che comunicava la ferale notizia. Una caduta, forse, è stata fatale a Joshua e al suo sherpa Nawang. Quando erano a due passi dal cielo.
“Dio dà e Dio toglie” è stato il commento rassegnato del primo scalatore, James Kagambi. Di certo questa ennesima tragedia ricorda – come ha scritto The Nation – che scalare l’Everest non è come fare una passeggiata nei parchi di Nairobi. Nella stessa settimana nel monte supremo del pianeta sono morti altri tre alpinisti, ha sottolineato Himalaya Times, che ha aggiunto: “Lo scalatore dagli ultimi contatti radio sembrava avesse un comportamento anormalo, ma si rifiutava di ricorrere all’ossigeno”.
Secondo gli ultimi dati ufficiali, dagli anni ’20 a oggi sull’altare del re dell’Himalaya le vittime sacrificate sono 340. Oltre 200 hanno trovato sepoltura fra i ghiacci perenni. Joshua Cheruiyot Kuri sarà fra esse. Riportarlo a casa costerebbe 190 mila dollari.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 maggio 2024
Mentre il mondo è concentrato su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza e in Ucraina, in Darfur aumenta giornalmente il rischio genocidio. Anzi, la kenyana Alice Wairimu Nderitu, consigliere speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per la prevenzione di genocidio, ha lanciato venerdì un allarme in tal senso ai microfoni della BBC: “Ciò che sta accadendo in Darfur ci fanno pensare che laggiù potrebbe verificarsi un genocidio, ma forse è già avvenuto”.
Sudan, Darfur settentrionale: El Fasher sull’orlo del genocidio
La signora Alice Wairimu Nderitu ha anche informato il Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro dei massacri, causati dal conflitto armato che si sta consumando da oltre 13 mesi in Sudan: la guerra senza quartiere tra le Rapid Support Forces (RSF), capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti” e le Forze armate sudanesi (SAF) del de facto presidente e capo dell’esercito, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan.
A El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, nelle ultime due settimane sono stati brutalmente ammazzate centinaia di civili. “La situazione si sta evolvendo verso un genocidio. Le crescenti ostilità in questa zona hanno aperto un capitolo davvero allarmante. Sto chiedendo di prestare la massima attenzione a questo conflitto. Ho cercato di far sentire la mia voce, ma viene soffocata dalle altre guerre in Ucraina e a Gaza”, ha spiegato la signora Nderitu.
E infine la consigliera di Guterres ha avvertito: “La maggior parte della popolazione di El Fasher appartiene a tribù africane. Se il conflitto continuerà, aumenterà il rischio di aggressioni e uccisioni a sfondo razziale”.
Residenti locali hanno riferito che mercoledì scorso le RSF hanno attaccato e saccheggiato il campo per sfollati Abu Shouk, uccidendo un numero imprecisato di persone e ferendone almeno 13; venerdì i combattimenti sono proseguiti in altre zone di El Fasher.
Il campo per sfollati di Abu Shouk, nel Darfur settentrionale distrutto dalle RSF
Secondo il Comitato di coordinamento per i rifugiati e gli sfollati, che supervisiona i campi della regione, circa il 60 per cento degli oltre 100.000 abitanti di Abou Shouk è fuggito giovedì. Nell’insediamento vivono i sopravvissuti alle violenze di due decenni fa in Darfur, dove i janjaweed sono cresciuti e si sono sviluppati prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine. Con il nuovo conflitto in atto, circa mezzo milione di persone si sono trasferite nell’area di El Fasher. Ma oggi la città e i dintorni sono un campo di battaglia cruciale in questa guerra che per ora non mostra segni di arresto.
L’anno scorso, le RSF e i suoi alleati hanno attaccato altre zone del Darfur, come el-Geneina, nella parte occidentale della regione, ammazzando migliaia di persone e costringendone più di mezzo milione, per lo più della tribù Massalit, a fuggire nel vicino Ciad. I Massalit sono una popolazione musulmana, ma non araba, che vive a cavallo tra Sudan e Ciad. Si pensi solo che la loro lingua è scritta in caratteri latini e non arabi.
Già allora i paramilitari erano stati accusati di abusi e di una campagna di uccisioni a sfondo etnico contro gruppi non arabi. Ovviamente i paramilitari hanno sempre respinto ogni addebito.
Le forze armate sudanesi, dopo una serie di sconfitte subite proprio in Darfur, hanno rafforzato le loro difese intorno a El Fasher, stringendo anche accordi con gruppi armati, precedentemente neutrali. A novembre la coalizione di questi movimenti ha dichiarato El Fasher come “linea rossa”, cioè zona interdetta, fatto che è stato rispettato per qualche mese anche dalle RSF.
La fragile tregua nel Darfur settentrionale è crollata verso marzo-aprile, quando gruppi ribelli, come la fazione di Minnie Minawi del Movimento di Liberazione del Sudan (SLM/A-MM) e quella il guidata da Gibril Ibrahim, il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), hanno schierato le loro truppe contro le RSF.
Sudan, Darfur
A metà aprile i miliziani capeggiati da Hemetti hanno poi mobilitato migliaia di truppe verso il capoluogo El Fasher. Da allora sono in corso violenti scontri in alcune parti della città, in particolare nelle zone settentrionali e orientali e nella periferia.
Le RSF hanno attaccato e bruciato anche villaggi appartenenti agli Zaghawa, gruppo etnico non arabo, al quale appartengono sia Minni Minawi sia Gibril Ibrahim.
In questi giorni anche l’ambasciatore statunitense accreditato all’ONU, Linda Thomas-Greenfield, ha condannato fermamente le RSF per l’assedio di El Fasher e ha chiesto ai finanziatori esterni di non sostenere le parti in conflitto.
La signora Thomas-Greenfield ha poi evidenziato che Washington ha già iniziato a imporre sanzioni a leader del gruppo, responsabili di queste operazioni militari.
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Ha incantato tutti con il suo passo pieno di grazia, la 17enne keniota Gorrety Akinyi. Malgrado soffra di una gravissima disabilità uditiva ha sorpreso tutta la comunità, eccellendo in una esibizione di danza nella baraccopoli di Kibera a Nairobi.
Malgrado la sua incapacità di processare in modo adeguato i suoni, ha imitato meticolosamente i suoi compagni e il suo professore, riuscendo così a padroneggiare alla perfezione la coreografia. Grazie a determinazione e entusiasmo, la giovanissima ha saputo interpretare con grande armonia il balletto, senza poter sentire la musica. Per i suoi coetanei è diventata un mito: vederla ballare a piedi nudi con una grazia tale sembra davvero incredibile che non possa percepire, ascoltare le note, sulle quali il suo corpo si muove con rara grazia.
La 17enne è entrata a far parte del progetto Elimu durante la pandemia nel 2020, quando tutte gli istituti scolastici erano chiusi. Fondato da Michael Wamaya, Elimu offre un’educazione artistica dopo la scuola e uno spazio sicuro per i bambini di Kibera, il più grande insediamento informale della capitale del Kenya. Inizialmente la decisione della giovane di partecipare a un programma dove il suono è essenziale, è stata accolta con incredulità e scetticismo dai suoi compagni.
Utilizzando il linguaggio dei segni, la ragazza ha raccontato che era la sola non udente a frequentare il corso di danza. “Michael era così disponibile e pronto ad aiutarmi. Ricordo che tutti si erano chiesti come avrei fatto a ballare, visto che sono sorda. Così ho dovuto imitare quello che fanno coloro che possono udire, perché non posso né sentire, né parlare”.
Gorrety Akinyi durante la sua esibizione di ballo
La giovane ha tutta l’intenzione di continuare a danzare. “Ora frequento il liceo, ma una volta terminato non vorrei smettere. Voglio coltivare questa mia grande passione”.
Per Florence Awino, madre di Akinyi, vedere la figlia danzare è una gioia incredibile.”Da quando fa parte del corpo di ballo, ho notato un grande miglioramento in mia figlia. Mai avrei pensato che avesse potuto raggiungere lo stesso livello di danza e di comportamento di chi sente”, ha aggiunto con fierezza la mamma.
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Speciale per Africa ExPress Federica Iezzi
23 Maggio 2024
(2 – fine)
Nella storia della giustizia internazionale, quale punto di svolta rappresenta l’annuncio della richiesta di mandati di arresto per Israele e Hamas, da parte del procuratore capo della Corte Penale Internazionale?
Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
La Corte penale dell’Aja ha sofferto fin dalla sua nascita di critiche molto forti legate al concetto dei “doppi standard”, in quanto le sue azioni legali sono state interpretate come una giustizia al servizio delle potenze occidentali.
Dobbiamo tornare all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, quando l’Occidente denunciò la violazione del Diritto Internazionale Umanitario, voce cui si contrappose il sud del mondo evocando una legge a “geometria variabile”.
La comunità internazionale ora è stata forzatamente messa davanti al muro della verità. Sarà interessante vedere come reagiranno gli Stati parte del Trattato di Roma – che nel 1998 ha istituito la Corte Penale Internazionale – di fronte all’eventuale obbligo di arrestare gli accusati, spesso politicamente protetti.
Hemingway scriveva che il fallimento avviene “gradualmente, poi all’improvviso”. Il tempo dell’estradizione inizia a ticchettare sul serio non quando Netanyahu verrà incriminato, ma quando verrà rimosso dal potere. Non riuscirà a evitarlo a lungo. Una volta uscito, Washington sarà fondamentale.
Facile il parallelismo con Slobodan Milošević, ex presidente serbo. Estromesso dal potere nove mesi prima della sua estradizione. La Casa Bianca, cui erano subordinati gli aiuti economici, fece pressioni sul nuovo governo di Belgrado affinché lo consegnasse all’Aja.
Ci sono ancora dubbi sulla strategia della Procura, che ha impiegato solo un anno per emettere accuse scenografiche in Ucraina e sette mesi in Palestina, mentre in altre situazioni – Nigeria, Sudan, Venezuela, Georgia – ha mostrato un’estenuante lentezza e indecisione.
Il significato pratico della richiesta di un mandato di arresto può essere limitato. Al contrario rimangono sostanziali: il valore espressivo dell’affermazione dei diritti e della dignità delle vittime dei crimini, commessi da entrambe le parti, e l’accelerazione di un processo politico che metta fine al conflitto.
Netanyahu ha risposto alla Corte usando un linguaggio in codice nella versione ebraica, chiaro riferimento storico alla sfida del potere da parte del movimento sionista.
La cascata di aspre critiche, cui evidentemente si sono accodati gli Stati Uniti, non si è fatta attendere molto. La caratteristica sorprendente è che non c’è stata alcuna difesa della politica israeliana nel merito. Le obiezioni riguardano una presunta equivalenza tracciata tra i leader israeliani e i leader di Hamas, obiezioni basate sulla giurisdizione della Corte, ma niente che scagioni i leader israeliani dalle violazioni strutturali nella legge e nella politica.
Una popolazione prevalentemente civile mantiene il suo status civile nonostante la presenza di combattenti (Protocollo Aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, 1977), già fermamente definito nel 2016, dal procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, nel processo contro Radovan Karadžić – ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. La Striscia di Gaza è in gran parte occupata da civili, quindi qualsiasi operazione diretta contro il territorio nel suo complesso è un’operazione diretta contro i civili.
Le richieste della Corte Penale Internazionale ignorano completamente qualsiasi questione non collegata all’attuale situazione nella Striscia di Gaza. Niente sull’apartheid, come crimine contro l’umanità, niente sugli insediamenti israeliani illegali in Palestina, come crimine di guerra, niente sui precedenti e sistematici attacchi di Israele contro la Striscia di Gaza.
E’ anche preoccupante la mancanza di mandati di arresto per il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano o per un qualsiasi altro alto comandante, in quanto si esclude implicitamente il dolus specialis, senza cui non si concretizza il crimine di genocidio.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
23 maggio 2024
I mercenari siriani, al soldo di SADAT International Defense Consultancy, società militare privata turca che ha stretti legami con il regime Recep Tayyip Erdogan, sono arrivati in Niger verso settembre, pochi dopo mesi il Colpo di Stato. Dunque ben prima dei contractor russi dell’Africa Corps (ex Wagner), che hanno fatto la loro apparsa nell’ex colonia francese ufficialmente solo a metà aprile.
Paramilitari siriani di SADAT in Niger
Finora SADAT non ha rilasciato commenti e il ministero degli Esteri di Ankara ha ovviamente smentito, eppure diverse fonti a Niamey hanno confermato la presenza di uomini della società paramilitare turca SADAT. I mercenari si trovano, ad esempio, nelle miniere gestite da aziende turche nella regione di Tillabéry, nel sud-ovest del Paese. Vengono impiegati anche per la sicurezza in diversi progetti di costruzione di strade. E spesso i nuovi mercenari devono affrontare sul campo anche i jihadisti, che cercano di paralizzare le attività delle aziende straniere.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede in Gran Bretagna, ma ha ricercatori in tutta la Siria, ha confermato che il reclutamento di combattenti siriani da inviare in Niger è in corso da diversi mesi. I giovani vengono assoldati nelle aree siriane sotto controllo di Ankara e dai gruppi armati sostenuti dalla Turchia, nel nord-ovest del Paese. “Circa 1.100 combattenti siriani sono già stati dispiegati in Niger da settembre dello scorso anno”, ha fatto sapere il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdulrahman a Voice of America (VOA). Anche la ONG Syriens pour la vérité et la justice (STJ), un gruppo per i diritti umani con sede in Francia, ha documentato tale reclutamento. Il direttore esecutivo della ONG, Bassam Allah, ha aggiunto che i combattenti siriani sono stati portati in Niger con aerei militari di Ankara, con una sosta in aeroporti turchi prima di proseguire.
Secondo quanto riportato da AFP, i giovani, prima di “essere buttati nei campi di battaglia” nella ex colonia francese, partecipano a speciali corsi di addestramento. Un combattente ha inoltre dichiarato che nel reclutamento è coinvolto anche la Divisione Sultan Murad, una milizia siriana sostenuta dal regime di Erdogan. Finora sono già attivi due gruppi di mercenari provenienti dalla Siria, un terzo contingente dovrebbe arrivare a breve.
AFP ha chiesto a alcuni siriani perché si sono precipitati a combattere in Niger. Omar, un nome di fantasia, ha detto che nel nord della Siria “non ci sono opportunità di lavoro se non quella di unirsi a una fazione armata e guadagnare non più di 1.500 lire turche (46 dollari) al mese”. Il ragazzo, che deve mantenere la mamma e i suoi tre fratelli in Siria, dice di percepire ora un ottimo salario, 1.500 dollari al mese. Non è chiaro se il soldo che riceve è al netto, in quanto 350 dollari devono essere versati mensilmente alla Divisione Sultan Murad.
Abdulrahman dell’Osservatorio siriano ha poi aggiunto che in caso di ferimento del congiunto, la famiglia riceve un indennizzo di 30.000 dollari e mentre se dovesse morire, 60.000. E, secondo lui, i mercenari siriani sostenuti dalla Turchia sarebbero dislocati nell’area transfrontaliera, la cosiddetta regione delle tre frontiere (Niger, Mali e Burkina Faso).
Mentre Omar ha raccontato ai reporter di AFP che il suo viaggio lo ha portato prima in Turchia, a Gaziante, nella regione dell’Anatolia Sud Orientale, poi a Istanbul, dove si è imbarcato su un aereo militare per il Burkina Faso, prima di essere accompagnato sotto scorta nei campi del vicino Niger. Dopo due settimane di addestramento militare, è stato incaricato di sorvegliare un sito vicino a una miniera. “Io e altri abbiamo lavorato insieme a nigerini in tenuta militare, ma non so se fossero soldati”, ha spiegato il giovane siriano e ha aggiunto: “Ci hanno diviso in diversi gruppi, guardie e combattenti. Altri compagni sono stati mandati a contrastare i Boko Haram (attivi anche in Niger, ndr) e altri ancora a Lomé”, nel vicino Togo. Omar non ha saputo fornire dettagli per quanto riguarda quest’ultima missione.
Altri due mercenari siriani hanno poi specificato di essere stati arruolati dalla Divisione Sultan Murad, fedelissima a Ankara nel nord della Siria. “Abbiamo firmato contratti di sei mesi presso la sede della Divisione con l’azienda privata SADAT International Defense Consultancy. La società è considerata l’arma segreta di Ankara nelle guerre in Nord Africa e Medio Oriente, anche se il suo capo ha negato tale accusa in un’intervista del 2021 all’AFP.
La giunta militare di transizione nigerina nega ovviamente l’impiego di mercenari stranieri, come la maggior parte dei Paesi dove i soldati di ventura sono attivi. RFS ha evidenziato che, secondo le informazioni in loro possesso, un altro Paese del Sahel sarebbe in trattative con SADAT per rafforzare la sicurezza del palazzo presidenziale.
La Turchia sta intensificando le sue iniziative con i regimi militari del Sahel, in particolare in Niger, un Paese chiave al confine meridionale della Libia. Già nel 2020 Washington aveva accusato SADAT di aver inviato migliaia di mercenari.
La presenza di Ankara in Africa è imponente. Basti pensare che le sue rappresentanze diplomatiche sono presenti in 40 Paesi e la sua compagnia aerea, la Turkish Airlines, copre 58 destinazioni nel continente nero. E non per ultimo l’Agenzia di cooperazione e di sviluppo turca (Tika) è attiva in molti Stati africani anche con lo scopo di promuovere investimenti.
Drone turco Bayraktar TB2
Ed è così che Ankara ha aumentato la sua influenza anche in Niger. Il governo di Mohamed Bazoum, deposto dai golpisti lo scorso luglio, ha acquistato 6 droni Bayraktar TB2, consegnati nel novembre 2022. Gli aerei senza pilota vengono prodotti dall’azienda Baykar Technologies di Esenyurt (la società è interamente controllata dalla famiglia Bayraktar; il presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Recep Tayyp Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye ndr). Altri droni turchi sono stati acquistati recentemente da Burkina Faso e Mali.
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